Buongiorno, sono una ragazza di quasi 22 anni e scrivo perché sto vivendo una situazione che mi cre
27
risposte
Buongiorno,
sono una ragazza di quasi 22 anni e scrivo perché sto vivendo una situazione che mi crea disagio e che faccio fatica a comprendere fino in fondo. Non essendo più un’adolescente, mi sento molto in imbarazzo e mi chiedo se in me ci sia qualcosa che non va o qualche trauma non risolto.
Nel corso della mia vita mi è già capitato, a partire dall’adolescenza, di sviluppare forti “attaccamenti” verso personaggi di film o serie TV o verso attori. Tuttavia, l’episodio attuale è quello che mi sta mettendo più in difficoltà.
Da un paio di mesi provo una sensazione simile all’innamoramento nei confronti di un personaggio di una serie TV medica di cui lui è il protagonista. Un bellissimo ragazzo esteticamente , da quel punto di vista mi ha colpito subito , ma all’inizio caratterialmente non mi piaceva , poi con il tempo mi sono molto legata e ho iniziato a provare un forte sentimento per lui, pur sapendo che non è reale. Ora faccio fatica a guardare la serie con serenità, perché ho paura di ciò che provo per lui …
Successivamente ho iniziato a sentirmi emotivamente legata anche all’attore che lo interpreta: tra interviste e altre serie in cui ha recitato, mi sono affezionata a lui, perché mi sembra una persona educata, dolce e rispettosa (per quello che mostra pubblicamente).
A un certo punto però ho cominciato ad avere pensieri intrusivi che mi hanno spaventata molto. Sono cominciati soprattutto dopo aver visto l’attore in un video mentre abbracciava un’altra ragazza italiana come me ( lui é americano ) o comunque con altre ragazze a mio parere bellissime .. hanno iniziato a comparire in me pensieri ripetitivi in cui mi immagino come sarebbe stato se io fossi stata al posto suo. Nella mia mente compaiono scene di finta gentilezza nei miei confronti o situazioni in cui mi sento inferiore rispetto ad altre fan. Non immagino un rifiuto diretto, ma piuttosto la sensazione di non essere abbastanza perché lui possa apprezzarmi davvero come le altre. ( Ora vi sembrerà pazza… ) ma , ho persino immaginato ripetutamente che, in un ipotetico incontro, lui mi avrebbe detto parole rassicuranti, ma io non sarei riuscita a crederci, sentendomi come se mi stesse prendendo in giro e questo mi ha fatto molto soffrire .
Razionalmente so che si tratta di fantasie e proiezioni, ma emotivamente, in alcuni momenti, risultano molto intense e mi fanno paura.
Ci tengo a specificare che questi pensieri non interferiscono con la mia quotidianità: esco con le amiche, studio, faccio volontariato, ecc. Tuttavia compaiono soprattutto quando sono stanca o in momenti di riposo .
Mi chiedo se questo tipo di attaccamento possa essere collegato a insicurezze personali o a difficoltà legate all’autostima (ad esempio il fatto che non mi piaccio fisicamente), e come sia possibile lavorare sui pensieri intrusivi senza dover necessariamente eliminare l’interesse per il personaggio/attore, che in origine era qualcosa di positivo .
Sono già in terapia con una psicologa per altri motivi, ma ho timore di affrontare questo tema perché, quando ho provato ad accennarlo, ho percepito una reazione che mi ha fatta sentire a disagio, un sorriso , come se fosse una cosa poco importante. Per me però non lo è perché mi fa soffrire , ho pensato tanto che potrebbe essere legato all’abbandono di mio padre o comunque al mio passato .. non lo so , ma sono un po’ spaventata , dovrei fare un altro tentativo ? Dovrei provare a parlarne di nuovo ?
Grazie mille .
sono una ragazza di quasi 22 anni e scrivo perché sto vivendo una situazione che mi crea disagio e che faccio fatica a comprendere fino in fondo. Non essendo più un’adolescente, mi sento molto in imbarazzo e mi chiedo se in me ci sia qualcosa che non va o qualche trauma non risolto.
Nel corso della mia vita mi è già capitato, a partire dall’adolescenza, di sviluppare forti “attaccamenti” verso personaggi di film o serie TV o verso attori. Tuttavia, l’episodio attuale è quello che mi sta mettendo più in difficoltà.
Da un paio di mesi provo una sensazione simile all’innamoramento nei confronti di un personaggio di una serie TV medica di cui lui è il protagonista. Un bellissimo ragazzo esteticamente , da quel punto di vista mi ha colpito subito , ma all’inizio caratterialmente non mi piaceva , poi con il tempo mi sono molto legata e ho iniziato a provare un forte sentimento per lui, pur sapendo che non è reale. Ora faccio fatica a guardare la serie con serenità, perché ho paura di ciò che provo per lui …
Successivamente ho iniziato a sentirmi emotivamente legata anche all’attore che lo interpreta: tra interviste e altre serie in cui ha recitato, mi sono affezionata a lui, perché mi sembra una persona educata, dolce e rispettosa (per quello che mostra pubblicamente).
A un certo punto però ho cominciato ad avere pensieri intrusivi che mi hanno spaventata molto. Sono cominciati soprattutto dopo aver visto l’attore in un video mentre abbracciava un’altra ragazza italiana come me ( lui é americano ) o comunque con altre ragazze a mio parere bellissime .. hanno iniziato a comparire in me pensieri ripetitivi in cui mi immagino come sarebbe stato se io fossi stata al posto suo. Nella mia mente compaiono scene di finta gentilezza nei miei confronti o situazioni in cui mi sento inferiore rispetto ad altre fan. Non immagino un rifiuto diretto, ma piuttosto la sensazione di non essere abbastanza perché lui possa apprezzarmi davvero come le altre. ( Ora vi sembrerà pazza… ) ma , ho persino immaginato ripetutamente che, in un ipotetico incontro, lui mi avrebbe detto parole rassicuranti, ma io non sarei riuscita a crederci, sentendomi come se mi stesse prendendo in giro e questo mi ha fatto molto soffrire .
Razionalmente so che si tratta di fantasie e proiezioni, ma emotivamente, in alcuni momenti, risultano molto intense e mi fanno paura.
Ci tengo a specificare che questi pensieri non interferiscono con la mia quotidianità: esco con le amiche, studio, faccio volontariato, ecc. Tuttavia compaiono soprattutto quando sono stanca o in momenti di riposo .
Mi chiedo se questo tipo di attaccamento possa essere collegato a insicurezze personali o a difficoltà legate all’autostima (ad esempio il fatto che non mi piaccio fisicamente), e come sia possibile lavorare sui pensieri intrusivi senza dover necessariamente eliminare l’interesse per il personaggio/attore, che in origine era qualcosa di positivo .
Sono già in terapia con una psicologa per altri motivi, ma ho timore di affrontare questo tema perché, quando ho provato ad accennarlo, ho percepito una reazione che mi ha fatta sentire a disagio, un sorriso , come se fosse una cosa poco importante. Per me però non lo è perché mi fa soffrire , ho pensato tanto che potrebbe essere legato all’abbandono di mio padre o comunque al mio passato .. non lo so , ma sono un po’ spaventata , dovrei fare un altro tentativo ? Dovrei provare a parlarne di nuovo ?
Grazie mille .
Buongiorno, dalle sue parole emerge chiaramente la sua capacità riflessiva, che è senza dubbio da considerare una grande risorsa. Si sta interrogando, ascoltando ed osservando con attenzione e questo, oltre che prezioso, è magari anche il frutto del lavoro che sta facendo con la sua psicologa. Forse, provare a riparlare con lei di questo argomento potrebbe costituire una buona opportunità per comprendere se ha davvero percepito correttamente la reazione non verbale che ha colto quando gliel'ha accennato. Considererei anche molto utile esplicitarle il vissuto di disagio, sofferenza e preoccupazione che sente, insieme alle domande che si sta facendo riguardo ad eventuali relazioni con il suo passato.
Risolvi i tuoi dubbi grazie alla consulenza online
Se hai bisogno del consiglio di uno specialista, prenota una consulenza online. Otterrai risposte senza muoverti da casa.
Mostra risultati Come funziona?
Buonasera, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità ciò che sta vivendo.
Quello che descrive non la rende “pazza” né immatura. Gli attaccamenti intensi verso personaggi o attori – talvolta chiamati legami parasociali – sono esperienze abbastanza comuni. Nel suo caso sembrano assumere una forte valenza emotiva perché toccano aspetti profondi: il bisogno di sentirsi scelta, rassicurata, abbastanza. I pensieri che riporta (sentirsi inferiore, non credere a eventuali parole rassicuranti, immaginare altre ragazze “migliori”) parlano molto più della sua autostima e delle sue ferite relazionali che dell’attore in sé.
Il fatto che questi pensieri compaiano soprattutto quando è stanca o a riposo è significativo: nei momenti di vulnerabilità emotiva emergono più facilmente insicurezze e paure antiche. È possibile che il tema dell’abbandono o del sentirsi non abbastanza abbia radici nel suo passato, ma questo va esplorato con delicatezza, non dato per scontato.
Un punto importante: il problema non è l’interesse per il personaggio o per l’attore. Il nodo è il significato che la sua mente attribuisce a quelle immagini e il modo in cui lei si valuta dentro quelle fantasie. I pensieri intrusivi, per quanto intensi, restano pensieri: non definiscono chi è né indicano che c’è “qualcosa che non va”.
Riguardo alla terapia: sì, le suggerirei di riprovare a parlarne. Se si è sentita a disagio per una reazione della psicologa, questo è materiale terapeutico prezioso. Può dirle proprio questo: “Quando ho accennato a questa cosa mi sono sentita non presa sul serio”. Una buona terapia dovrebbe essere uno spazio in cui anche il disagio verso il terapeuta può essere espresso e compreso. Se per lei è importante, allora è importante.
Sta funzionando nella sua quotidianità, mantiene relazioni, studia, fa volontariato: questo è un segnale di buona strutturazione. Non c’è nulla di “rotto” in lei. C’è probabilmente una parte più fragile che chiede di essere vista e rassicurata in modo reale, non immaginato.
Affrontarlo, con gradualità, potrebbe diventare un passaggio di crescita molto significativo.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Quello che descrive non la rende “pazza” né immatura. Gli attaccamenti intensi verso personaggi o attori – talvolta chiamati legami parasociali – sono esperienze abbastanza comuni. Nel suo caso sembrano assumere una forte valenza emotiva perché toccano aspetti profondi: il bisogno di sentirsi scelta, rassicurata, abbastanza. I pensieri che riporta (sentirsi inferiore, non credere a eventuali parole rassicuranti, immaginare altre ragazze “migliori”) parlano molto più della sua autostima e delle sue ferite relazionali che dell’attore in sé.
Il fatto che questi pensieri compaiano soprattutto quando è stanca o a riposo è significativo: nei momenti di vulnerabilità emotiva emergono più facilmente insicurezze e paure antiche. È possibile che il tema dell’abbandono o del sentirsi non abbastanza abbia radici nel suo passato, ma questo va esplorato con delicatezza, non dato per scontato.
Un punto importante: il problema non è l’interesse per il personaggio o per l’attore. Il nodo è il significato che la sua mente attribuisce a quelle immagini e il modo in cui lei si valuta dentro quelle fantasie. I pensieri intrusivi, per quanto intensi, restano pensieri: non definiscono chi è né indicano che c’è “qualcosa che non va”.
Riguardo alla terapia: sì, le suggerirei di riprovare a parlarne. Se si è sentita a disagio per una reazione della psicologa, questo è materiale terapeutico prezioso. Può dirle proprio questo: “Quando ho accennato a questa cosa mi sono sentita non presa sul serio”. Una buona terapia dovrebbe essere uno spazio in cui anche il disagio verso il terapeuta può essere espresso e compreso. Se per lei è importante, allora è importante.
Sta funzionando nella sua quotidianità, mantiene relazioni, studia, fa volontariato: questo è un segnale di buona strutturazione. Non c’è nulla di “rotto” in lei. C’è probabilmente una parte più fragile che chiede di essere vista e rassicurata in modo reale, non immaginato.
Affrontarlo, con gradualità, potrebbe diventare un passaggio di crescita molto significativo.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Potresti considerare inizialmente di parlare con la tua terapeuta proprio del disagio che hai provato legato a questo racconto. Approfondire questo potrebbe alleggerire il setting e permetterti di aprirti e porre luce su aspetti che per te sono poco sopportabili. Ricorda che una terapeuta si astiene da giudizio e tutti noi professionisti riteniamo che tutte le dinamiche umane possono essere comprese. Non sempre ciò che appare indicibile lo è realmente, il tuo caso mi sembra uno di questi.
Buongiorno,
quello che descrivi è un fenomeno relativamente comune, soprattutto tra giovani adulti: sviluppare attaccamenti emotivi verso personaggi di fiction o persone pubbliche può diventare intenso e coinvolgente, soprattutto se tocca aspetti di bisogno di connessione, riconoscimento o autostima. È comprensibile che queste fantasie possano diventare angoscianti quando iniziano a comparire pensieri intrusivi o immagini mentali ripetitive che ti fanno sentire insicura o inadeguata. Il fatto che tu riesca comunque a mantenere la tua vita quotidiana attiva è un segnale positivo: indica che, per ora, queste emozioni non interferiscono con il funzionamento generale.
È naturale chiedersi se questi sentimenti possano essere collegati a insicurezze personali, autostima o esperienze di legame passate. A volte, infatti, fantasie così intense riflettono bisogni emotivi profondi, non necessariamente legati a traumi gravi, ma comunque importanti da esplorare.
Per affrontare questa situazione in modo sicuro e utile, è consigliabile parlarne con un professionista qualificato, che possa aiutarti a:
comprendere meglio l’origine di questi attaccamenti;
esplorare i pensieri intrusivi senza sentirsi giudicata;
lavorare su autostima e gestione delle emozioni legate a insicurezze personali;
mantenere un interesse sano per ciò che ti appassiona senza che diventi fonte di sofferenza.
Puoi affrontare questo tema con la tua psicologa attuale, facendo un secondo tentativo, oppure contattare un professionista tramite videoconsulenza, chat, telefono o in presenza, ad esempio anche tramite piattaforme come MioDottore, così da avere uno spazio dedicato e sicuro in cui parlarne apertamente.
Il tuo disagio è reale e merita attenzione, quindi non sentirti in colpa o “strana” per provarlo: parlarne con qualcuno preparato può aiutarti a gestirlo e a sentirti più serena.
quello che descrivi è un fenomeno relativamente comune, soprattutto tra giovani adulti: sviluppare attaccamenti emotivi verso personaggi di fiction o persone pubbliche può diventare intenso e coinvolgente, soprattutto se tocca aspetti di bisogno di connessione, riconoscimento o autostima. È comprensibile che queste fantasie possano diventare angoscianti quando iniziano a comparire pensieri intrusivi o immagini mentali ripetitive che ti fanno sentire insicura o inadeguata. Il fatto che tu riesca comunque a mantenere la tua vita quotidiana attiva è un segnale positivo: indica che, per ora, queste emozioni non interferiscono con il funzionamento generale.
È naturale chiedersi se questi sentimenti possano essere collegati a insicurezze personali, autostima o esperienze di legame passate. A volte, infatti, fantasie così intense riflettono bisogni emotivi profondi, non necessariamente legati a traumi gravi, ma comunque importanti da esplorare.
Per affrontare questa situazione in modo sicuro e utile, è consigliabile parlarne con un professionista qualificato, che possa aiutarti a:
comprendere meglio l’origine di questi attaccamenti;
esplorare i pensieri intrusivi senza sentirsi giudicata;
lavorare su autostima e gestione delle emozioni legate a insicurezze personali;
mantenere un interesse sano per ciò che ti appassiona senza che diventi fonte di sofferenza.
Puoi affrontare questo tema con la tua psicologa attuale, facendo un secondo tentativo, oppure contattare un professionista tramite videoconsulenza, chat, telefono o in presenza, ad esempio anche tramite piattaforme come MioDottore, così da avere uno spazio dedicato e sicuro in cui parlarne apertamente.
Il tuo disagio è reale e merita attenzione, quindi non sentirti in colpa o “strana” per provarlo: parlarne con qualcuno preparato può aiutarti a gestirlo e a sentirti più serena.
La sua storia è troppo lunga ma interessante,
la cosa che più mi ha incuriosita è la definizione di "pensiero intrusivo" che lei utilizza. Il pensiero è un'elaborazione di contenuti interni in forma di rappresentazione simbolica. E' la sintesi di qualcosa e di solito Non chiede il permesso ma segue un suo senso rispetto alla nostra esperienza. Cosa sente che possa succederle se non tenta di frenarlo, negarlo, inibirlo?
Se cambia psicologa o se con sua conoscenza ne volesse una seconda, mi riscriva.
A proposito del rapporto con la sua le consiglio di portare nel setting la sensazione di svalutazione del problema provata.
la cosa che più mi ha incuriosita è la definizione di "pensiero intrusivo" che lei utilizza. Il pensiero è un'elaborazione di contenuti interni in forma di rappresentazione simbolica. E' la sintesi di qualcosa e di solito Non chiede il permesso ma segue un suo senso rispetto alla nostra esperienza. Cosa sente che possa succederle se non tenta di frenarlo, negarlo, inibirlo?
Se cambia psicologa o se con sua conoscenza ne volesse una seconda, mi riscriva.
A proposito del rapporto con la sua le consiglio di portare nel setting la sensazione di svalutazione del problema provata.
Buongiorno, la ringrazio per la fiducia con cui ha raccontato qualcosa di così personale. Da ciò che descrive emerge prima di tutto una grande capacità di osservare se stessa con lucidità e sincerità, ed è importante dirlo perché spesso chi vive queste esperienze teme di “non essere normale” o di avere qualcosa che non funziona. In realtà quello che sta accadendo merita di essere compreso con calma e senza giudizio, non etichettato o ridimensionato. Le forme di attaccamento emotivo verso personaggi immaginari o figure pubbliche sono molto più diffuse di quanto si pensi, soprattutto quando una persona possiede una sensibilità emotiva intensa e una forte capacità immaginativa. Film e serie televisive raccontano relazioni, emozioni, valori e dinamiche affettive che parlano direttamente ai nostri bisogni interiori. Non ci si lega solo all’aspetto estetico di un personaggio, ma a ciò che rappresenta. A volte diventa una sorta di contenitore simbolico di desideri, sicurezza, comprensione o riconoscimento. Il fatto che inizialmente non le piacesse caratterialmente e che poi si sia affezionata nel tempo è molto significativo. Non sembra un semplice colpo di fulmine superficiale, ma qualcosa che si è costruito attraverso la conoscenza narrativa del personaggio. Questo spesso accade quando alcune caratteristiche risuonano con parti profonde di sé, magari bisogni di vicinanza emotiva, protezione o validazione. Ciò che la sta spaventando non è tanto il sentimento in sé, quanto i pensieri intrusivi e le fantasie legate al confronto con altre persone e al timore di non essere abbastanza. Qui sembra emergere un tema molto umano e comprensibile, cioè il rapporto con il proprio valore personale. Quando racconta di immaginare situazioni in cui lui sarebbe gentile ma lei non riuscirebbe a crederci, appare chiaramente una parte di sé che fatica a sentirsi davvero degna di essere scelta o apprezzata. Non è follia, come teme. È spesso il modo in cui l’insicurezza o alcune ferite relazionali passate trovano spazio per esprimersi. Il fatto che questi pensieri compaiano soprattutto quando è stanca o nei momenti di pausa è coerente con il funzionamento della mente. Quando siamo impegnati nello studio o nelle attività sociali abbiamo più ancoraggi alla realtà esterna. Nei momenti di quiete invece emergono con più facilità emozioni e contenuti interiori che durante il giorno restano sullo sfondo. È molto importante anche ciò che sottolinea riguardo alla sua vita quotidiana. Continua a studiare, uscire, fare volontariato e mantenere relazioni reali. Questo indica che non si tratta di una fuga dalla realtà o di qualcosa che sta sostituendo la sua vita concreta. Piuttosto sembra uno spazio emotivo intenso che le provoca sofferenza perché tocca aspetti delicati della sua autostima e forse del suo bisogno di sentirsi vista e scelta. Il collegamento che lei stessa fa con la storia familiare e con l’abbandono paterno merita attenzione, non come spiegazione automatica, ma come ipotesi emotiva. Quando nella propria storia ci sono esperienze di distanza o mancanza affettiva, la mente può costruire figure ideali nelle quali cercare sicurezza e riconoscimento. Non significa che stia sostituendo qualcuno o che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. Significa che alcune parti stanno cercando comprensione. Rispetto ai pensieri intrusivi, spesso il tentativo di combatterli o eliminarli li rende più insistenti. Può essere utile invece imparare a riconoscerli come eventi mentali, cioè immagini o scenari prodotti dalla mente, senza trattarli come segnali di pericolo o come qualcosa che definisce chi è. Più vengono osservati con curiosità e meno con paura, più tendono a perdere intensità nel tempo. Non è necessario rinunciare alla serie o all’interesse che inizialmente le dava piacere, a meno che non diventi fonte costante di sofferenza. L’obiettivo non è togliere qualcosa di positivo, ma ridare equilibrio al rapporto emotivo con ciò che guarda. Vorrei soffermarmi anche su un punto molto importante che riguarda la terapia. Se qualcosa le provoca sofferenza, allora è degno di essere portato nello spazio terapeutico. Il fatto che abbia percepito un sorriso o una reazione che l’ha fatta sentire non compresa può averla ferita o fatta sentire giudicata. Questo è comprensibile. Tuttavia la relazione terapeutica vive anche di chiarimenti. Parlare apertamente di come si è sentita in quel momento può diventare un passaggio prezioso. Non solo per affrontare questo tema, ma anche per sentirsi accolta davvero. Fare un altro tentativo potrebbe essere molto utile, magari spiegando proprio quanto sia importante per lei e quanto disagio le stia creando. A volte ciò che appare leggero dall’esterno in realtà racchiude emozioni profonde che emergono solo quando trovano spazio per essere raccontate fino in fondo. Non vedo nelle sue parole qualcosa di “strano” o di cui vergognarsi. Vedo una giovane donna sensibile, riflessiva e attenta a comprendere se stessa, che sta attraversando un momento di crescita emotiva in cui desideri, paure e bisogni cercano una forma. Questo può diventare un’occasione preziosa per conoscersi meglio e rafforzare il rapporto con il proprio valore personale. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, sì, deve parlarne con la sua psicologa che la conosce quindi sarà in grado di aiutarla. Cordiali saluti.
I media, quale Tv, social, video sono diventati una parte molto importante, che ci piaccia o meno, della nostra vita. Dunque la inviterei a parlarne con la psicologa con cui sta facendo un percorso per esprimere ciò che prova e imparare a gestirlo
Buongiorno, innanzitutto ci tengo a rassicurarla: quello che sta vivendo non è un segno di "pazzia", ma un’esperienza che in psicologia chiamiamo relazione parasociale, un legame emotivo unilaterale che può diventare molto intenso, specialmente in fasi della vita in cui cerchiamo un rifugio sicuro. Il fatto che lei si senta attratta da un personaggio che inizialmente non le piaceva, ma di cui ha poi apprezzato la dolcezza e il rispetto, suggerisce che questo attore sia diventato il destinatario di un suo bisogno di protezione e validazione. Le fantasie in cui lei si sente "inferiore" alle altre fan o teme di essere presa in giro dall'attore non sono altro che proiezioni della sua insicurezza e della sua autostima ferita: è come se la sua mente utilizzasse questo scenario immaginario per mettere in scena il suo timore profondo di non essere abbastanza o di essere tradita (non so se le risuona). Il fatto che questi pensieri compaiano quando è stanca indica che la sua mente, quando le difese calano, cerca un modo per elaborare questi nodi irrisolti attraverso figure distanti e "sicure" (perché non reali). Riguardo alla sua terapia, mi dispiace che si sia sentita sminuita: le consiglio caldamente di riprovare a parlarne, magari spiegando alla sua psicologa proprio il disagio provato per quel sorriso ricevuto, affrontare questo tema non serve a cancellare l'interesse per l'attore, ma a capire quale parte di sé sta cercando di comunicarle qualcosa attraverso di lui. Solo integrando queste fantasie nella sua storia personale potrà far sì che restino un piacere leggero e non una fonte di sofferenza.
Buonasera, dovrebbe provare a parlarne nuovamente con la sua psicologa, queste fantasie di cui lei parla sono una parte importante della sua vita e descrivono molto sia dei suoi bisogni sia delle sue necessità. Capisco che possa non essere facile parlarne, ma abbia fiducia nella sua terapeuta e provi ad aprirsi, in questo modo potrete affrontare insieme ciò che la preoccupa e approfondire le tematiche legate all'attaccamento.
Buongiorno, ne parli apertamente con la sua psicologa come ha fatto qui. Le fantasie così intrusive possono talvolta essere un "rifugio" per evadere da una quotidianità che segue poco i nostri desideri. Non si spaventi, non è qualcosa di sbagliato o sintomatico. Piuttosto dia voce a ciò che queste immagini vogliono comunicarle.
Buon pomeriggio,
Prima di tutto, grazie per essersi aperta: anche se per iscritto, immagino che non sia facile per lei parlare di queste sensazioni che mi sembra la turbino molto. Se ci fosse la possibilità, le chiederei quando precisamente sono nate queste fantasie, cosa stava capitando nella sua vita in quel periodo. Ancora, le chiederei com'è il suo rapporto con il tema delle relazioni affettive nella "realtà": se ha avuto esperienze, se percepisce disagio, o altro. Sarebbe interessante provare ad esplorare queste tematiche con la psicologa che la segue, per capire da cosa origina questa fantasia e "a cosa le serve": ogni "sintomo", infatti, non compare per caso, ma è lì per un motivo, per difenderci da qualcosa, ha una funzione. Anche per questo motivo, non penso che l'obiettivo potrebbe essere quello di eliminare il suo interesse per la serie TV o per il personaggio: non è necessario e non è utile. Quello che è utile è capire perché queste fantasie sono lì, a cosa le servono, comprenderle prima di decidere se trasformarle. La decisione spetterà a lei.
Prima di tutto, grazie per essersi aperta: anche se per iscritto, immagino che non sia facile per lei parlare di queste sensazioni che mi sembra la turbino molto. Se ci fosse la possibilità, le chiederei quando precisamente sono nate queste fantasie, cosa stava capitando nella sua vita in quel periodo. Ancora, le chiederei com'è il suo rapporto con il tema delle relazioni affettive nella "realtà": se ha avuto esperienze, se percepisce disagio, o altro. Sarebbe interessante provare ad esplorare queste tematiche con la psicologa che la segue, per capire da cosa origina questa fantasia e "a cosa le serve": ogni "sintomo", infatti, non compare per caso, ma è lì per un motivo, per difenderci da qualcosa, ha una funzione. Anche per questo motivo, non penso che l'obiettivo potrebbe essere quello di eliminare il suo interesse per la serie TV o per il personaggio: non è necessario e non è utile. Quello che è utile è capire perché queste fantasie sono lì, a cosa le servono, comprenderle prima di decidere se trasformarle. La decisione spetterà a lei.
Buongiorno,
prima di tutto è importante dirle che ciò che descrive non la rende “pazza” né immatura. Le fantasie e gli attaccamenti verso personaggi di film o serie sono esperienze molto più comuni di quanto si pensi, soprattutto quando un personaggio incarna caratteristiche che risuonano con bisogni affettivi profondi. Il fatto che lei riesca a distinguere chiaramente tra fantasia e realtà è già un elemento rassicurante.
Quello che sembra farla soffrire non è tanto l’interesse iniziale, che può essere anche piacevole e creativo, ma l’intensità emotiva e i pensieri intrusivi legati al confronto, al senso di inferiorità e alla paura di non essere “abbastanza”. In questo senso, il personaggio e l’attore potrebbero funzionare come uno schermo su cui si proiettano parti molto sensibili della sua autostima. Quando compaiono scene mentali in cui si sente inferiore o non creduta, sembra attivarsi una ferita più antica, che probabilmente non nasce da questa situazione ma trova qui un canale di espressione.
Il fatto che questi pensieri emergano soprattutto quando è stanca o a riposo è coerente con il funzionamento della mente: nei momenti in cui le difese si abbassano, le insicurezze tendono a farsi sentire più forte. Non significa che lei perda il contatto con la realtà, ma che entra in una dimensione immaginativa molto carica emotivamente.
Il collegamento che lei stessa ipotizza con la sua storia personale, compreso il rapporto con suo padre, è una riflessione molto significativa. Spesso l’attrazione intensa verso figure idealizzate può intrecciarsi con bisogni di rassicurazione, riconoscimento e protezione che in passato non hanno trovato piena soddisfazione. Questo non è un difetto, ma un punto di lavoro possibile.
Rispetto alla terapia, il fatto che lei si sia sentita a disagio per una reazione percepita come poco seria è un elemento importante. In uno spazio terapeutico dovrebbe potersi sentire libera di portare anche ciò che le sembra imbarazzante o “strano”. Se per lei questo tema è fonte di sofferenza, allora è clinicamente rilevante, indipendentemente da come possa apparire dall’esterno. Potrebbe essere utile riprovare a parlarne, magari esplicitando proprio il disagio che ha sentito la prima volta. Anche questo fa parte del lavoro terapeutico.
Non è necessario eliminare l’interesse per il personaggio o per l’attore. Piuttosto, l’obiettivo potrebbe essere comprendere cosa rappresentano per lei e rafforzare progressivamente il senso di valore personale, così che il confronto immaginario perda intensità e potere.
Il fatto che lei si interroghi con questa lucidità e che continui a vivere pienamente la sua quotidianità è un segnale di equilibrio, non di fragilità. La paura che prova merita ascolto, ma non indica che ci sia qualcosa di “rotto” in lei. Con il giusto spazio di elaborazione, questa esperienza può diventare un’occasione di conoscenza più profonda di sé.
prima di tutto è importante dirle che ciò che descrive non la rende “pazza” né immatura. Le fantasie e gli attaccamenti verso personaggi di film o serie sono esperienze molto più comuni di quanto si pensi, soprattutto quando un personaggio incarna caratteristiche che risuonano con bisogni affettivi profondi. Il fatto che lei riesca a distinguere chiaramente tra fantasia e realtà è già un elemento rassicurante.
Quello che sembra farla soffrire non è tanto l’interesse iniziale, che può essere anche piacevole e creativo, ma l’intensità emotiva e i pensieri intrusivi legati al confronto, al senso di inferiorità e alla paura di non essere “abbastanza”. In questo senso, il personaggio e l’attore potrebbero funzionare come uno schermo su cui si proiettano parti molto sensibili della sua autostima. Quando compaiono scene mentali in cui si sente inferiore o non creduta, sembra attivarsi una ferita più antica, che probabilmente non nasce da questa situazione ma trova qui un canale di espressione.
Il fatto che questi pensieri emergano soprattutto quando è stanca o a riposo è coerente con il funzionamento della mente: nei momenti in cui le difese si abbassano, le insicurezze tendono a farsi sentire più forte. Non significa che lei perda il contatto con la realtà, ma che entra in una dimensione immaginativa molto carica emotivamente.
Il collegamento che lei stessa ipotizza con la sua storia personale, compreso il rapporto con suo padre, è una riflessione molto significativa. Spesso l’attrazione intensa verso figure idealizzate può intrecciarsi con bisogni di rassicurazione, riconoscimento e protezione che in passato non hanno trovato piena soddisfazione. Questo non è un difetto, ma un punto di lavoro possibile.
Rispetto alla terapia, il fatto che lei si sia sentita a disagio per una reazione percepita come poco seria è un elemento importante. In uno spazio terapeutico dovrebbe potersi sentire libera di portare anche ciò che le sembra imbarazzante o “strano”. Se per lei questo tema è fonte di sofferenza, allora è clinicamente rilevante, indipendentemente da come possa apparire dall’esterno. Potrebbe essere utile riprovare a parlarne, magari esplicitando proprio il disagio che ha sentito la prima volta. Anche questo fa parte del lavoro terapeutico.
Non è necessario eliminare l’interesse per il personaggio o per l’attore. Piuttosto, l’obiettivo potrebbe essere comprendere cosa rappresentano per lei e rafforzare progressivamente il senso di valore personale, così che il confronto immaginario perda intensità e potere.
Il fatto che lei si interroghi con questa lucidità e che continui a vivere pienamente la sua quotidianità è un segnale di equilibrio, non di fragilità. La paura che prova merita ascolto, ma non indica che ci sia qualcosa di “rotto” in lei. Con il giusto spazio di elaborazione, questa esperienza può diventare un’occasione di conoscenza più profonda di sé.
Buongiorno, non sei pazza. Stai solo usando una fantasia per elaborare un dolore reale e antico. Portare questo tema in terapia (con la tua attuale psicologa o con un professionista con cui ti senti più al sicuro) è la chiave per trasformare questa "ossessione" in una preziosa occasione di conoscenza di te stessa.
Ti sentiresti pronta a dire alla tua psicologa come ti ha fatta sentire quel suo sorriso nella scorsa seduta? In caso la risposta sia "no", che cosa ti farebbe sentire pronta a farlo?
Rimango a disposizione
Dott. Federico Bartoli
Ti sentiresti pronta a dire alla tua psicologa come ti ha fatta sentire quel suo sorriso nella scorsa seduta? In caso la risposta sia "no", che cosa ti farebbe sentire pronta a farlo?
Rimango a disposizione
Dott. Federico Bartoli
Cara ragazza, prima di tutto vorrei farti un respiro profondo e dirti una cosa importante: non sei pazza. Quello che stai vivendo ha un nome, è molto più comune di quanto pensi (anche alla tua età) e, soprattutto, ha un senso psicologico profondo.
Il fatto che tu provi imbarazzo è comprensibile, ma l'imbarazzo spesso è solo una protezione che la mente usa per non guardare un dolore più grande. Vorrei aiutarti a scompattare questo "groviglio" con la delicatezza e la professionalità che meriti.
1. Che cos'è quello che provi? (Le Relazioni Parasociali)
Quello che descrivi è un'evoluzione intensa di una relazione parasociale. È un legame emotivo unilaterale con una figura pubblica o un personaggio.
Perché accade? Il cervello umano non è evolutivamente programmato per distinguere tra una persona reale che vediamo ogni giorno e un viso che vediamo su uno schermo che ci parla, ci emoziona e "ci conforta".
Il Personaggio come "Porto Sicuro": In un mondo reale fatto di delusioni, un personaggio di una serie medica (spesso figure salvifiche, rassicuranti e competenti) diventa un compagno ideale. Non può deluderti, non può lasciarti davvero... finché non interviene la realtà (l'attore che abbraccia un'altra).
2. Lo specchio dell'autostima e il passato
Hai intuito molto bene: questo attaccamento non riguarda davvero l'attore americano, ma riguarda te.
Il confronto e l'inferiorità: Quando soffri vedendolo con altre ragazze e immagini che lui ti menta o ti prenda in giro, stai proiettando su di lui il tuo critico interiore. Le parole "non sono abbastanza" e la paura di essere presa in giro non sono sue, sono ferite che porti dentro.
L'assenza del padre: Hai accennato all'abbandono di tuo padre. Questo è un punto cardine. Se la figura maschile primaria è stata assente o inaffidabile, è naturale cercare una "figura maschile perfetta e sicura" nella fantasia. Ma, paradossalmente, la tua mente riproduce anche nel sogno lo schema del rifiuto o dell'inadeguatezza, perché è l'unico scenario che "conosce".
3. I pensieri intrusivi: perché arrivano a riposo?
Dici che compaiono quando sei stanca o studi. Questo accade perché quando abbassiamo le difese razionali, l'inconscio bussa alla porta. Quei pensieri non sono "pazzia", sono tentativi del tuo cervello di elaborare un dolore. Ti prepari al rifiuto (immaginando che lui ti prenda in giro) per non soffrire nel caso accadesse davvero nella vita reale. È un meccanismo di difesa, seppur doloroso.
Cosa fare con la tua terapia?
Mi addolora leggere che ti sei sentita sminuita da un sorriso della tua terapeuta. In psicologia, nulla di ciò che fa soffrire un paziente è "poco importante".
Il valore del tuo sentire: Se questo tema ti causa sofferenza, è un tema centrale. Non è un capriccio da adolescente, è il modo in cui la tua psiche sta gestendo bisogni d'amore, di sicurezza e di accettazione.
Dovresti riprovare? Sì, ma con una premessa diversa. Potresti dirle: "L'altra volta ho percepito che questo tema potesse sembrare superficiale, ma per me è fonte di grande angoscia e vorrei analizzarlo seriamente perché credo sia collegato alla mia autostima e alla figura di mio padre".
Se non ti senti ascoltata: Un buon percorso terapeutico si basa sull'alleanza. Se senti che questo spazio non è sicuro per accogliere questa parte di te senza giudizio, potrebbe essere utile valutare un confronto con un professionista che abbia un approccio più focalizzato sui legami di attaccamento o sui traumi relazionali.
Un piccolo consiglio pratico
Non forzarti a "smettere" di seguire l'attore con violenza; creerebbe solo più vuoto. Prova invece a chiederti, quando guardi una sua foto: "Cosa sto cercando in lui in questo momento che sento mancare in me?". È dolcezza? È protezione? È il sentirmi "vista"?
Ti andrebbe di provare a scrivere quali sono le tre qualità che questo personaggio ha e che senti mancare nella tua vita quotidiana? Questo potrebbe aiutarci a capire cosa sta cercando di "curare" la tua mente attraverso questa fantasia.
Il fatto che tu provi imbarazzo è comprensibile, ma l'imbarazzo spesso è solo una protezione che la mente usa per non guardare un dolore più grande. Vorrei aiutarti a scompattare questo "groviglio" con la delicatezza e la professionalità che meriti.
1. Che cos'è quello che provi? (Le Relazioni Parasociali)
Quello che descrivi è un'evoluzione intensa di una relazione parasociale. È un legame emotivo unilaterale con una figura pubblica o un personaggio.
Perché accade? Il cervello umano non è evolutivamente programmato per distinguere tra una persona reale che vediamo ogni giorno e un viso che vediamo su uno schermo che ci parla, ci emoziona e "ci conforta".
Il Personaggio come "Porto Sicuro": In un mondo reale fatto di delusioni, un personaggio di una serie medica (spesso figure salvifiche, rassicuranti e competenti) diventa un compagno ideale. Non può deluderti, non può lasciarti davvero... finché non interviene la realtà (l'attore che abbraccia un'altra).
2. Lo specchio dell'autostima e il passato
Hai intuito molto bene: questo attaccamento non riguarda davvero l'attore americano, ma riguarda te.
Il confronto e l'inferiorità: Quando soffri vedendolo con altre ragazze e immagini che lui ti menta o ti prenda in giro, stai proiettando su di lui il tuo critico interiore. Le parole "non sono abbastanza" e la paura di essere presa in giro non sono sue, sono ferite che porti dentro.
L'assenza del padre: Hai accennato all'abbandono di tuo padre. Questo è un punto cardine. Se la figura maschile primaria è stata assente o inaffidabile, è naturale cercare una "figura maschile perfetta e sicura" nella fantasia. Ma, paradossalmente, la tua mente riproduce anche nel sogno lo schema del rifiuto o dell'inadeguatezza, perché è l'unico scenario che "conosce".
3. I pensieri intrusivi: perché arrivano a riposo?
Dici che compaiono quando sei stanca o studi. Questo accade perché quando abbassiamo le difese razionali, l'inconscio bussa alla porta. Quei pensieri non sono "pazzia", sono tentativi del tuo cervello di elaborare un dolore. Ti prepari al rifiuto (immaginando che lui ti prenda in giro) per non soffrire nel caso accadesse davvero nella vita reale. È un meccanismo di difesa, seppur doloroso.
Cosa fare con la tua terapia?
Mi addolora leggere che ti sei sentita sminuita da un sorriso della tua terapeuta. In psicologia, nulla di ciò che fa soffrire un paziente è "poco importante".
Il valore del tuo sentire: Se questo tema ti causa sofferenza, è un tema centrale. Non è un capriccio da adolescente, è il modo in cui la tua psiche sta gestendo bisogni d'amore, di sicurezza e di accettazione.
Dovresti riprovare? Sì, ma con una premessa diversa. Potresti dirle: "L'altra volta ho percepito che questo tema potesse sembrare superficiale, ma per me è fonte di grande angoscia e vorrei analizzarlo seriamente perché credo sia collegato alla mia autostima e alla figura di mio padre".
Se non ti senti ascoltata: Un buon percorso terapeutico si basa sull'alleanza. Se senti che questo spazio non è sicuro per accogliere questa parte di te senza giudizio, potrebbe essere utile valutare un confronto con un professionista che abbia un approccio più focalizzato sui legami di attaccamento o sui traumi relazionali.
Un piccolo consiglio pratico
Non forzarti a "smettere" di seguire l'attore con violenza; creerebbe solo più vuoto. Prova invece a chiederti, quando guardi una sua foto: "Cosa sto cercando in lui in questo momento che sento mancare in me?". È dolcezza? È protezione? È il sentirmi "vista"?
Ti andrebbe di provare a scrivere quali sono le tre qualità che questo personaggio ha e che senti mancare nella tua vita quotidiana? Questo potrebbe aiutarci a capire cosa sta cercando di "curare" la tua mente attraverso questa fantasia.
Tranquilla non c'è nulla di strano: stai solo mettendo in scena su uno schermo sicuro quel vuoto paterno che ancora brucia. Il timore di non essere "abbastanza" per l'attore è il tuo critico interno che proietta la tua insicurezza su un volto gentile. Il sorriso della tua terapeuta è stato un’impasse clinica: torna lì e rivendica il tuo diritto di soffrire senza vergogna. Usa questa fantasia come una bussola, non come una colpa: ti sta indicando cosa desideri davvero ricevere nella vita reale.
Buongiorno,
da come lo racconti non c’è nulla di “pazzo” in te. Quello che descrivi è un’esperienza abbastanza comune: legarsi a un personaggio o a un attore può funzionare come un legame “sicuro” perché non comporta il rischio reale dell’esposizione, del rifiuto e della reciprocità concreta. In certi momenti della vita, o quando si è più stanchi e vulnerabili, questi legami possono diventare più intensi e “colorarsi” di emozioni molto forti. Non è un segno che in te “c’è qualcosa che non va”, ma un modo con cui la mente regola desiderio, bisogno di conforto e immaginazione.
Il passaggio che ti sta facendo soffrire di più sembra essere quando l’attenzione si sposta dall’aspetto piacevole (curiosità, affetto, compagnia emotiva) a una scena interna di confronto e inferiorità: vedere l’attore con altre ragazze ha attivato pensieri intrusivi del tipo “non sono abbastanza”, “mi prenderebbe in giro”, “le altre sono meglio”. Questi pensieri non parlano tanto di lui, quanto di te: del tuo rapporto con l’autostima, con il sentirti desiderabile, con la paura di essere “meno” e del non riuscire a fidarti nemmeno quando ricevi rassicurazioni. Il fatto che tu stessa lo colleghi al non piacerti fisicamente e forse a temi di abbandono ha senso: spesso la fantasia diventa il teatro in cui si ripetono ferite antiche, ma in una forma “controllabile”.
È anche importante che tu dica che non interferisce con la quotidianità: continui a studiare, uscire, fare volontariato. Questo ridimensiona molto il timore che sia qualcosa di grave. Piuttosto, sembra un segnale emotivo che emerge nei momenti di stanchezza o di riposo, quando la mente ha più spazio per andare su immagini e confronti.
Sul “cosa farne”, il punto non è eliminare l’interesse per la serie o per l’attore, ma capire cosa ti sta dicendo questa esperienza: il bisogno di sentirti vista e scelta, la paura del confronto, la difficoltà a sentirti “abbastanza”, la sfiducia verso le rassicurazioni. Lavorare su questo di solito non passa dal combattere i pensieri, ma dal riconoscerli come una parte di te che si attiva e che chiede cura, non giudizio.
Riguardo alla terapia: sì, ha senso riprovarci. E soprattutto ha senso portare non solo il contenuto (“mi piace un attore”), ma il vissuto (“mi fa soffrire, mi spaventa, mi vergogno, e quando l’ho accennato mi sono sentita sminuita”). Anche quella reazione che hai percepito — il sorriso, il tuo imbarazzo — è materiale terapeutico importante: parla di come ti senti guardata quando porti parti delicate di te, e del timore di non essere presa sul serio. Se la tua psicologa è un buon punto di riferimento, poterlo nominare può cambiare il modo in cui vi incontrate su questo tema.
In sintesi, quello che vivi può essere legato a insicurezze e a ferite relazionali, non è raro e non ti rende “strana”. Se ti fa soffrire, merita spazio e può diventare un’occasione utile per lavorare su autostima, confronto e paura di non essere abbastanza, senza dover trasformare un interesse piacevole in qualcosa da temere.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
da come lo racconti non c’è nulla di “pazzo” in te. Quello che descrivi è un’esperienza abbastanza comune: legarsi a un personaggio o a un attore può funzionare come un legame “sicuro” perché non comporta il rischio reale dell’esposizione, del rifiuto e della reciprocità concreta. In certi momenti della vita, o quando si è più stanchi e vulnerabili, questi legami possono diventare più intensi e “colorarsi” di emozioni molto forti. Non è un segno che in te “c’è qualcosa che non va”, ma un modo con cui la mente regola desiderio, bisogno di conforto e immaginazione.
Il passaggio che ti sta facendo soffrire di più sembra essere quando l’attenzione si sposta dall’aspetto piacevole (curiosità, affetto, compagnia emotiva) a una scena interna di confronto e inferiorità: vedere l’attore con altre ragazze ha attivato pensieri intrusivi del tipo “non sono abbastanza”, “mi prenderebbe in giro”, “le altre sono meglio”. Questi pensieri non parlano tanto di lui, quanto di te: del tuo rapporto con l’autostima, con il sentirti desiderabile, con la paura di essere “meno” e del non riuscire a fidarti nemmeno quando ricevi rassicurazioni. Il fatto che tu stessa lo colleghi al non piacerti fisicamente e forse a temi di abbandono ha senso: spesso la fantasia diventa il teatro in cui si ripetono ferite antiche, ma in una forma “controllabile”.
È anche importante che tu dica che non interferisce con la quotidianità: continui a studiare, uscire, fare volontariato. Questo ridimensiona molto il timore che sia qualcosa di grave. Piuttosto, sembra un segnale emotivo che emerge nei momenti di stanchezza o di riposo, quando la mente ha più spazio per andare su immagini e confronti.
Sul “cosa farne”, il punto non è eliminare l’interesse per la serie o per l’attore, ma capire cosa ti sta dicendo questa esperienza: il bisogno di sentirti vista e scelta, la paura del confronto, la difficoltà a sentirti “abbastanza”, la sfiducia verso le rassicurazioni. Lavorare su questo di solito non passa dal combattere i pensieri, ma dal riconoscerli come una parte di te che si attiva e che chiede cura, non giudizio.
Riguardo alla terapia: sì, ha senso riprovarci. E soprattutto ha senso portare non solo il contenuto (“mi piace un attore”), ma il vissuto (“mi fa soffrire, mi spaventa, mi vergogno, e quando l’ho accennato mi sono sentita sminuita”). Anche quella reazione che hai percepito — il sorriso, il tuo imbarazzo — è materiale terapeutico importante: parla di come ti senti guardata quando porti parti delicate di te, e del timore di non essere presa sul serio. Se la tua psicologa è un buon punto di riferimento, poterlo nominare può cambiare il modo in cui vi incontrate su questo tema.
In sintesi, quello che vivi può essere legato a insicurezze e a ferite relazionali, non è raro e non ti rende “strana”. Se ti fa soffrire, merita spazio e può diventare un’occasione utile per lavorare su autostima, confronto e paura di non essere abbastanza, senza dover trasformare un interesse piacevole in qualcosa da temere.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Ho letto con attenzione la sua domanda, e credo non sia così banale. Consideri intanto che l'adolescenza si è allungata fino ai 24 anni (da un punto di vista neurologico) per cui può "legittimarsi" l'essere molto giovane. Le crush, soprattutto di attori famosi o cantanti, sono molto comuni in adolescenza. Quello che però la fa soffrire sono i sentimenti di disagio e gelosia, se ho capito bene. Personalmente le consiglio di provare a parlarne nuovamente con la sua psicologa, è lo spazio giusto per indagare i suoi sentimenti di disagio e approfondire il suo senso di inadeguatezza. Noto che è molto consapevole di come si sente, e credo sia sulla buona strada.
Un caro saluto,
Dott.ssa Virginia Sassi
Un caro saluto,
Dott.ssa Virginia Sassi
Ciao, grazie per aver raccontato quello che stai vivendo. Se questa esperienza ti fa stare male e senti che dentro di te si muove qualcosa di importante allora è utile parlarne di nuovo con la tua psicologa soprattutto se senti il desiderio di lavorarci. inoltre, può essere prezioso anche soffermarti su come ti sei sentita la prima volta che ne hai parlato con lei infatti portare in seduta quel vissuto può aiutarti a comprendere meglio cosa si è mosso dentro di te.
Quello che porti è qualcosa che merita spazio e profondità. Credo possa esserti di aiuto provare a tornare su questo argomento insieme alla tua Psicologa, magari provando ad esternarle esplicitamente quanto sia importante per te parlarne.
Inoltre, c'è un aspetto delicato che andrebbe indagato con cura: l'abbandono di tuo padre e, più in generale, il tuo passato. Le esperienze precoci di abbandono o di instabilità possono lasciare tracce profonde nel modo in cui viviamo oggi i legami, le paure, le insicurezze, o certe reazioni emotive che magari ci sembrano sproporzionate ma che in realtà hanno radici lontane. Ciò non significa che tutto dipenda automaticamente da quello, né che ci sia per forza una correlazione diretta, ma vale la pena esplorarlo. Spesso il presente riattiva ferite del passato e ciò che oggi sembra 'troppo' o 'incomprensibile' acquista senso quando lo colleghiamo e inseriamo all'interno della nostra storia di vita.
Non guardare a ciò che provi come qualcosa di sbagliato da correggere, ma come un segnale da comprendere. Le emozioni, anche quelle più scomode, hanno quasi sempre una logica interna. E la terapia è proprio il luogo in cui possiamo dare un significato e un nome a quella logica.
Inoltre, c'è un aspetto delicato che andrebbe indagato con cura: l'abbandono di tuo padre e, più in generale, il tuo passato. Le esperienze precoci di abbandono o di instabilità possono lasciare tracce profonde nel modo in cui viviamo oggi i legami, le paure, le insicurezze, o certe reazioni emotive che magari ci sembrano sproporzionate ma che in realtà hanno radici lontane. Ciò non significa che tutto dipenda automaticamente da quello, né che ci sia per forza una correlazione diretta, ma vale la pena esplorarlo. Spesso il presente riattiva ferite del passato e ciò che oggi sembra 'troppo' o 'incomprensibile' acquista senso quando lo colleghiamo e inseriamo all'interno della nostra storia di vita.
Non guardare a ciò che provi come qualcosa di sbagliato da correggere, ma come un segnale da comprendere. Le emozioni, anche quelle più scomode, hanno quasi sempre una logica interna. E la terapia è proprio il luogo in cui possiamo dare un significato e un nome a quella logica.
Buongiorno, credo che sia importante parlarne con la sua psicologa spiegandole che questa cosa la fa sentire molto a disagio: può darsi che un semplice accenno le abbia fatto pensare che non fosse davvero importante come in realtà è
Buon pomeriggio,
da ciò che descrive non c’è nulla di “pazzo” o di anormale. Nella vita psichica le figure dei film o delle serie possono diventare oggetti di forte investimento affettivo: fanno parte dell’immaginario e possono toccare qualcosa di molto personale nel nostro desiderio.
Il punto centrale non è tanto il personaggio o l’attore in sé, ma la posizione che lei sente di occupare nello sguardo dell’altro. Nei pensieri che racconta emerge soprattutto il tema del confronto con altre ragazze e della paura di non essere abbastanza o di non essere davvero scelta. Queste fantasie spesso mettono in scena proprio il modo in cui ciascuno vive il proprio valore agli occhi dell’altro.
Il fatto che lei sappia distinguere tra fantasia e realtà è molto importante. Inoltre la sua vita quotidiana sembra continuare normalmente, quindi non siamo di fronte a una perdita di contatto con la realtà, ma piuttosto a un punto in cui il desiderio e l’immaginazione si sono caricati di molta intensità.
Più che cercare di eliminare questi pensieri, potrebbe essere utile portarli nello spazio della terapia. Se la scorsa volta si è sentita un po’ imbarazzata o non presa sul serio, può anche dirlo apertamente: anche questo fa parte del lavoro analitico. Spesso proprio da ciò che ci mette più in imbarazzo emergono elementi importanti della propria storia e del proprio modo di vivere le relazioni.
Un caro saluto.
da ciò che descrive non c’è nulla di “pazzo” o di anormale. Nella vita psichica le figure dei film o delle serie possono diventare oggetti di forte investimento affettivo: fanno parte dell’immaginario e possono toccare qualcosa di molto personale nel nostro desiderio.
Il punto centrale non è tanto il personaggio o l’attore in sé, ma la posizione che lei sente di occupare nello sguardo dell’altro. Nei pensieri che racconta emerge soprattutto il tema del confronto con altre ragazze e della paura di non essere abbastanza o di non essere davvero scelta. Queste fantasie spesso mettono in scena proprio il modo in cui ciascuno vive il proprio valore agli occhi dell’altro.
Il fatto che lei sappia distinguere tra fantasia e realtà è molto importante. Inoltre la sua vita quotidiana sembra continuare normalmente, quindi non siamo di fronte a una perdita di contatto con la realtà, ma piuttosto a un punto in cui il desiderio e l’immaginazione si sono caricati di molta intensità.
Più che cercare di eliminare questi pensieri, potrebbe essere utile portarli nello spazio della terapia. Se la scorsa volta si è sentita un po’ imbarazzata o non presa sul serio, può anche dirlo apertamente: anche questo fa parte del lavoro analitico. Spesso proprio da ciò che ci mette più in imbarazzo emergono elementi importanti della propria storia e del proprio modo di vivere le relazioni.
Un caro saluto.
Buongiorno,
quello che descrivi è un’esperienza più comune di quanto si pensi e non indica “pazzia” né qualcosa che non va in te. Può capitare di sviluppare un coinvolgimento emotivo verso personaggi di film o serie TV e, a volte, anche verso gli attori che li interpretano: sono figure idealizzate, accessibili attraverso lo schermo, che non espongono al rischio reale del rifiuto. Questo tipo di legame viene spesso definito relazione parasociale: un coinvolgimento unilaterale che può diventare intenso soprattutto in momenti di stanchezza, solitudine o bisogno di conforto emotivo.
È importante distinguere alcuni aspetti:
L’attaccamento in sé non è patologico: può rappresentare un modo della mente di cercare sicurezza, rassicurazione, modelli relazionali “protetti”.
Le fantasie e i pensieri intrusivi che descrivi (scene immaginate, confronti con altre ragazze, senso di inferiorità) non significano che tu lo desideri davvero o che tu stia perdendo il controllo: sono contenuti mentali che emergono spesso quando ci sono insicurezze, bassa autostima o timori di non essere “abbastanza”.
Il fatto che la tua vita quotidiana funzioni (studi, esci, fai volontariato) è un buon segnale: indica che il fenomeno è circoscritto e non pervasivo.
È molto plausibile il collegamento che fai con:
autostima e immagine corporea (il confronto con “altre ragazze bellissime” può riattivare ferite legate al sentirsi non sufficienti);
temi di abbandono o mancanza affettiva: figure idealizzate e “irraggiungibili” possono diventare un contenitore sicuro per bisogni affettivi non pienamente soddisfatti in passato.
Su come lavorare sui pensieri intrusivi senza rinunciare per forza all’interesse per la serie/attore:
allenarsi a riconoscere il pensiero come pensiero (“sto avendo una fantasia/una proiezione”) senza giudicarsi;
riportare l’attenzione al presente quando compaiono, soprattutto nei momenti di stanchezza (respiro, attività concrete, contatto con il corpo);
lavorare gradualmente su autostima e confronto sociale, perché è lì che sembrano annidarsi le emozioni più dolorose;
mantenere un rapporto più realistico con ciò che si vede: ricordare che l’immagine pubblica di un attore è parziale e costruita.
Riguardo alla terapia: il tuo disagio merita spazio. Se ti sei sentita minimizzata, può essere utile provare a dirlo apertamente alla tua terapeuta (“quando ho accennato a questo tema mi sono sentita poco presa sul serio e mi ha fatto chiudere”). La relazione terapeutica serve anche a poter parlare di ciò che ci imbarazza di più. Se non ti sentissi accolta, è legittimo valutare un confronto diverso o un secondo parere: non perché ci sia qualcosa di “grave”, ma perché questo tema tocca corde emotive importanti per te.
In sintesi: ciò che vivi non è raro, ha senso alla luce delle tue insicurezze e della tua storia affettiva, e può essere compreso e trasformato in terapia. Ti incoraggio ad approfondire questo aspetto con uno specialista, perché può diventare un’occasione preziosa per lavorare su autostima, bisogni emotivi e modalità di attaccamento.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrivi è un’esperienza più comune di quanto si pensi e non indica “pazzia” né qualcosa che non va in te. Può capitare di sviluppare un coinvolgimento emotivo verso personaggi di film o serie TV e, a volte, anche verso gli attori che li interpretano: sono figure idealizzate, accessibili attraverso lo schermo, che non espongono al rischio reale del rifiuto. Questo tipo di legame viene spesso definito relazione parasociale: un coinvolgimento unilaterale che può diventare intenso soprattutto in momenti di stanchezza, solitudine o bisogno di conforto emotivo.
È importante distinguere alcuni aspetti:
L’attaccamento in sé non è patologico: può rappresentare un modo della mente di cercare sicurezza, rassicurazione, modelli relazionali “protetti”.
Le fantasie e i pensieri intrusivi che descrivi (scene immaginate, confronti con altre ragazze, senso di inferiorità) non significano che tu lo desideri davvero o che tu stia perdendo il controllo: sono contenuti mentali che emergono spesso quando ci sono insicurezze, bassa autostima o timori di non essere “abbastanza”.
Il fatto che la tua vita quotidiana funzioni (studi, esci, fai volontariato) è un buon segnale: indica che il fenomeno è circoscritto e non pervasivo.
È molto plausibile il collegamento che fai con:
autostima e immagine corporea (il confronto con “altre ragazze bellissime” può riattivare ferite legate al sentirsi non sufficienti);
temi di abbandono o mancanza affettiva: figure idealizzate e “irraggiungibili” possono diventare un contenitore sicuro per bisogni affettivi non pienamente soddisfatti in passato.
Su come lavorare sui pensieri intrusivi senza rinunciare per forza all’interesse per la serie/attore:
allenarsi a riconoscere il pensiero come pensiero (“sto avendo una fantasia/una proiezione”) senza giudicarsi;
riportare l’attenzione al presente quando compaiono, soprattutto nei momenti di stanchezza (respiro, attività concrete, contatto con il corpo);
lavorare gradualmente su autostima e confronto sociale, perché è lì che sembrano annidarsi le emozioni più dolorose;
mantenere un rapporto più realistico con ciò che si vede: ricordare che l’immagine pubblica di un attore è parziale e costruita.
Riguardo alla terapia: il tuo disagio merita spazio. Se ti sei sentita minimizzata, può essere utile provare a dirlo apertamente alla tua terapeuta (“quando ho accennato a questo tema mi sono sentita poco presa sul serio e mi ha fatto chiudere”). La relazione terapeutica serve anche a poter parlare di ciò che ci imbarazza di più. Se non ti sentissi accolta, è legittimo valutare un confronto diverso o un secondo parere: non perché ci sia qualcosa di “grave”, ma perché questo tema tocca corde emotive importanti per te.
In sintesi: ciò che vivi non è raro, ha senso alla luce delle tue insicurezze e della tua storia affettiva, e può essere compreso e trasformato in terapia. Ti incoraggio ad approfondire questo aspetto con uno specialista, perché può diventare un’occasione preziosa per lavorare su autostima, bisogni emotivi e modalità di attaccamento.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentile utente,
prima di tutto vorrei dirti che non c’è nulla di “pazzo” in quello che descrivi. Anzi, il fatto che tu riesca a osservare ciò che accade dentro di te con tanta lucidità e senso critico è un segnale di grande consapevolezza.
Gli “attaccamenti” a personaggi di serie o ad attori sono esperienze più comuni di quanto si pensi. I personaggi (soprattutto quelli costruiti come protagonisti carismatici, competenti, rassicuranti) possono diventare contenitori di bisogni profondi come protezione, riconoscimento, scelta, ammirazione. Non ci innamoriamo solo di un volto, ma di ciò che quel volto rappresenta dentro di noi.
Mi colpisce un passaggio importante: non tanto la fantasia romantica in sé, quanto il tema ricorrente del “non essere abbastanza”. Le scene che descrivi non parlano tanto di lui, ma di te davanti allo sguardo dell’altro. Anche nelle fantasie rassicuranti, emerge il dubbio “non mi crederebbe davvero”, “mi starebbe prendendo in giro”, “non potrei competere con le altre”. È qui che sembra concentrarsi la sofferenza.
I pensieri intrusivi, soprattutto quando siamo stanche o più vulnerabili, tendono ad agganciarsi proprio ai nostri punti sensibili (autostima, confronto, paura dell’abbandono). Il fatto che compaiano in quei momenti non significa che tu stia perdendo il controllo, ma che in quei frangenti le difese si abbassano e affiorano parti più fragili.
È molto interessante che tu stessa colleghi questo vissuto a possibili ferite passate, come il tema dell’abbandono paterno. Non è detto che ci sia un collegamento diretto, ma il filo che unisce potrebbe essere il bisogno di sentirsi scelta, vista, rassicurata in modo affidabile. A volte una figura “irraggiungibile” è paradossalmente più sicura, non può davvero deluderci, ma può attivare intensamente il desiderio.
Inoltre rispetto alla terapia, se per te è importante, questo merita spazio. Anche il fatto che tu abbia percepito un sorriso che ti ha fatta sentire sminuita è materiale prezioso. La terapia è proprio il luogo dove poter dire “quando ho parlato di questo mi sono sentita non presa sul serio”. Non è una critica, è un modo per portare autenticità nella relazione terapeutica. E sì, fare un altro tentativo potrebbe essere molto significativo.
Non credo che la soluzione sia eliminare l’interesse per il personaggio o l’attore. Piuttosto può essere utile trasformare la domanda da “come smetto di provarlo?” a “cosa mi sta raccontando di me questa intensità?”.
Forse non è il sentimento in sé a spaventarti, ma la paura che dica qualcosa di fragile su di te. E invece potrebbe essere una porta di accesso per conoscerti più a fondo, con meno giudizio e più curiosità.
Non c’è nulla che “non va” in te, piuttosto c’è qualcosa che chiede di essere capito.
Resto a disposizione per qualsiasi altra necessità.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Psicologa
prima di tutto vorrei dirti che non c’è nulla di “pazzo” in quello che descrivi. Anzi, il fatto che tu riesca a osservare ciò che accade dentro di te con tanta lucidità e senso critico è un segnale di grande consapevolezza.
Gli “attaccamenti” a personaggi di serie o ad attori sono esperienze più comuni di quanto si pensi. I personaggi (soprattutto quelli costruiti come protagonisti carismatici, competenti, rassicuranti) possono diventare contenitori di bisogni profondi come protezione, riconoscimento, scelta, ammirazione. Non ci innamoriamo solo di un volto, ma di ciò che quel volto rappresenta dentro di noi.
Mi colpisce un passaggio importante: non tanto la fantasia romantica in sé, quanto il tema ricorrente del “non essere abbastanza”. Le scene che descrivi non parlano tanto di lui, ma di te davanti allo sguardo dell’altro. Anche nelle fantasie rassicuranti, emerge il dubbio “non mi crederebbe davvero”, “mi starebbe prendendo in giro”, “non potrei competere con le altre”. È qui che sembra concentrarsi la sofferenza.
I pensieri intrusivi, soprattutto quando siamo stanche o più vulnerabili, tendono ad agganciarsi proprio ai nostri punti sensibili (autostima, confronto, paura dell’abbandono). Il fatto che compaiano in quei momenti non significa che tu stia perdendo il controllo, ma che in quei frangenti le difese si abbassano e affiorano parti più fragili.
È molto interessante che tu stessa colleghi questo vissuto a possibili ferite passate, come il tema dell’abbandono paterno. Non è detto che ci sia un collegamento diretto, ma il filo che unisce potrebbe essere il bisogno di sentirsi scelta, vista, rassicurata in modo affidabile. A volte una figura “irraggiungibile” è paradossalmente più sicura, non può davvero deluderci, ma può attivare intensamente il desiderio.
Inoltre rispetto alla terapia, se per te è importante, questo merita spazio. Anche il fatto che tu abbia percepito un sorriso che ti ha fatta sentire sminuita è materiale prezioso. La terapia è proprio il luogo dove poter dire “quando ho parlato di questo mi sono sentita non presa sul serio”. Non è una critica, è un modo per portare autenticità nella relazione terapeutica. E sì, fare un altro tentativo potrebbe essere molto significativo.
Non credo che la soluzione sia eliminare l’interesse per il personaggio o l’attore. Piuttosto può essere utile trasformare la domanda da “come smetto di provarlo?” a “cosa mi sta raccontando di me questa intensità?”.
Forse non è il sentimento in sé a spaventarti, ma la paura che dica qualcosa di fragile su di te. E invece potrebbe essere una porta di accesso per conoscerti più a fondo, con meno giudizio e più curiosità.
Non c’è nulla che “non va” in te, piuttosto c’è qualcosa che chiede di essere capito.
Resto a disposizione per qualsiasi altra necessità.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Psicologa
Buongiorno, la prima cosa importante è dirle che non c’è nulla di “pazzo” o patologico in quello che descrive. Gli attaccamenti verso personaggi o attori sono esperienze molto comuni, soprattutto quando attraversano bisogni affettivi profondi, ideali romantici o momenti di maggiore vulnerabilità emotiva. Il fatto che lei mantenga una vita sociale, studio, volontariato e senso critico verso ciò che prova è un segnale di buon funzionamento psicologico. Quello che la spaventa non è il personaggio in sé, ma l’intensità emotiva e soprattutto i pensieri intrusivi legati al sentirsi “non abbastanza”. Qui il punto centrale sembra essere l’autostima e il tema del confronto: quando vede l’attore con altre ragazze, si attiva una ferita narcisistica, una sensazione di inferiorità che probabilmente non nasce oggi e non nasce da lui, ma trova in lui un contenitore sicuro su cui proiettarsi. Le fantasie in cui lui la rassicura ma lei non riesce a crederci sono molto significative: parlano di una parte di lei che desidera essere scelta e rassicurata, ma che allo stesso tempo non si sente degna di esserlo. Questo può certamente collegarsi a esperienze passate di insicurezza affettiva o vissuti di abbandono, ma non nel senso di un “trauma grave”: più come uno schema interno di dubbio sul proprio valore. I pensieri intrusivi, soprattutto quando compaiono nei momenti di stanchezza, sono spesso amplificazioni di stati emotivi latenti; combatterli o cercare di eliminarli li rende più forti, mentre può essere più utile osservarli e chiedersi “che parte di me sta parlando adesso?”. Non è necessario eliminare l’interesse per l’attore, perché l’interesse in sé non è il problema; il lavoro è sul significato che assume per lei. Per quanto riguarda la terapia, sì, le suggerisco di riprovarci. Se quando ne ha parlato si è sentita minimizzata, questo è già un materiale terapeutico importante: può dire alla sua psicologa proprio questo, cioè che si è sentita a disagio e che per lei non è un tema banale. Una buona terapia deve poter accogliere anche ciò che sembra “imbarazzante”. Il coraggio non è non avere queste fantasie, ma portarle in uno spazio sicuro per capirle. Non c’è nulla che non vada in lei: c’è una giovane donna che sta cercando di capire come funziona il proprio bisogno di amore e di riconoscimento.
Cordiali saluti
Cordiali saluti
Ciao!
Reputo molto importante per te che tu possa parlarne con la tua psicologa, perché insieme potreste trovare una chiave di lettura che da un semplice messaggio potrebbe non risultare utile per te.
Ti invito a riflettere sul fatto che questi pensieri ti servono a qualcosa.
Devi solo capire a cosa ti servono.
Non spaventarti e domandati con qualcuno di competente cosa succede dentro di te.
Il nostro cervello attua delle resistenze che non permettono la piena comprensione delle situazioni, per questo credo sia importante per te che tu lo faccia accompagnata.
Resto a disposizione,
Saluti!
Reputo molto importante per te che tu possa parlarne con la tua psicologa, perché insieme potreste trovare una chiave di lettura che da un semplice messaggio potrebbe non risultare utile per te.
Ti invito a riflettere sul fatto che questi pensieri ti servono a qualcosa.
Devi solo capire a cosa ti servono.
Non spaventarti e domandati con qualcuno di competente cosa succede dentro di te.
Il nostro cervello attua delle resistenze che non permettono la piena comprensione delle situazioni, per questo credo sia importante per te che tu lo faccia accompagnata.
Resto a disposizione,
Saluti!
Buongiorno cara utente,
Le sue parole mi sono arrivate cariche di sentimento, sono sicura che la sua terapeuta saprà accoglierle nel migliore dei modi.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giulia Burgalassi
Le sue parole mi sono arrivate cariche di sentimento, sono sicura che la sua terapeuta saprà accoglierle nel migliore dei modi.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giulia Burgalassi
Stai ancora cercando una risposta? Poni un'altra domanda
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.