Buongiorno, la ragione per la quale scrivo qui è per ricevere un parere circa il mio stato d'animo

14 risposte
Buongiorno,
la ragione per la quale scrivo qui è per ricevere un parere circa il mio stato d'animo.
Lavoro in un'azienda industriale da poco più di due anni. Premesso che il mio lavoro mi piace, sin dal principio ho sempre puntato all'instaurazione di rapporti dettati dalla massima collaborazione e aiuto reciproco. Tuttavia mi ritrovo spesso a scontrarmi con dinamiche comportamentali che non reputo giuste. La collaborazione non è l'obiettivo di tutti, al contrario sembra di più il polemizzare continuo. La mia indole mi spinge a ribellarmi in nome del rispetto di tutti e del lavoro degli altri, ma quando noto parecchia accondiscendenza tacita o implicita da parte degli altri colleghi a tali comportamenti tossici, dispettosi, irrispettosi, percepisco quindi di essere solo. Sento costantemente di imbarcarmi in una battaglia completamente nudo, con gli altri che si limitano ad osservare e a non prendere nessuna posizione, ciò anche da parte di persone che sostengono di essermi vicine, che mi reputano caro a loro, ma che puntualmente piuttosto che scontrarsi, preferiscono il quieto vivere, anche quando ciò significa far passare atteggiamenti che non dovrebbero passare, bensì essere ripresi. Le frasi più comuni sono: "qui è sempre stato così", "è una guerra persa", "chi te lo fa fare", "tanto vince sempre quello o quell'altro", "ne vale la pena?". A mio sfavore, devo altresì confessare che la rabbia prende il sopravvento e commetto l'errore di sfogare anche con chi dice di starmi vicino, ma che puntualmente non reagisce mai a tali soprusi, sempre in nome del "quieto vivere", sententomi ribadire sempre che "lo si dice per me, per il mio bene, per il mio benessere mentale altrimenti mi ammalo". Inizio a pensare di non aver capito niente dell'ambiente, di aver, nell'intento di collaborare ad un'armonia pura, contribuito invece a creare solo fastidi con i miei appelli, di aver rotto degli equilibri, di aver innescato il pensiero negli altri ad una mia disfatta o dimissione, ad una immagine di me disadattata. Al momento continuo a svolgere il mio lavoro, cercando di limitare i rapporti a ciò che essenziale e a costruire la mia vita fuori dall'ufficio, cercando di imparare a non aspettarmi niente da nessuno. Grazie per i professionisti che leggeranno questo topic e che avranno la gentilezza di esprimere loro impressioni e pareri. Cordialità
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,
da ciò che descrive emerge un forte senso di disallineamento tra i suoi valori personali (rispetto, collaborazione, correttezza) e le dinamiche relazionali presenti nel contesto lavorativo. Questo tipo di scarto, quando protratto nel tempo, può generare frustrazione, rabbia, senso di solitudine e progressivamente anche dubbi su di sé e sulla propria identità professionale.

Il suo disagio non nasce dal lavoro in sé, che riferisce di apprezzare, ma dal clima relazionale e da una percezione di isolamento: sentirsi l’unico a “esporsi” mentre gli altri scelgono il quieto vivere può far vivere l’esperienza di una battaglia impari, logorante e poco riconosciuta. In questi contesti è frequente che la rabbia diventi l’unico canale espressivo possibile, salvo poi trasformarsi in senso di colpa o auto-svalutazione, come se il problema fosse esclusivamente “suo”.

È importante distinguere tra il legittimo bisogno di difendere valori sani e il costo emotivo che questa lotta sta avendo su di lei. Non sempre il non reagire degli altri equivale a mancanza di affetto o stima, ma spesso è espressione di paura, evitamento del conflitto o adattamento a dinamiche consolidate. Questo però non significa che lei stia sbagliando o che sia “disadattato”: significa piuttosto che si trova in un ambiente che non risuona con il suo modo di stare nelle relazioni.

La strategia che sta adottando ora – ridurre il coinvolgimento emotivo e investire maggiormente nella vita extra-lavorativa – può essere una forma di tutela, ma sarebbe utile capire se è una scelta consapevole o una rinuncia forzata. Approfondire questi aspetti con uno specialista potrebbe aiutarla a fare chiarezza, a gestire la rabbia in modo più funzionale e a valutare con maggiore serenità quali confini porre e quali scelte fare per il suo benessere.

Un percorso di supporto psicologico può offrirle uno spazio sicuro in cui rileggere ciò che sta vivendo, senza giudizio, e ritrovare un equilibrio più sostenibile per lei.

Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

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Buongiorno signore, io penso che sia coraggioso battersi per cambiare ciò ci sembra ingiusto, ma la realtà è che non possiamo obbligare nessuno a cambiare. Possiamo però imparare a comunicare nel modo più corretto, senza subire e senza aggredire, in modo da creare le condizioni migliori per un dialogo costruttivo. Ha mai sentito parlare di assertività? La comunicazione assertiva è proprio quella che ci permette di affermare i nostri diritti, spiegare le nostre convinzioni, senza farci sopraffare dalle emozioni. Ci consente di salvare la relazione con gli altri, anzi, di migliorarla e allo stesso tempo di esprimere noi stessi. Se desidera più informazioni, mi contatti pure. Buona giornata!
Dott.ssa Maura Paladino
Psicoterapeuta, Psicologo, Terapeuta
Roma
Gentile utente, la ringrazio per la sua condivisione. Ciò che descrive è il profondo conflitto tra un’etica basata sulla collaborazione e una cultura aziendale rassegnata al "quieto vivere". La sua spinta alla giustizia è un segno di grande integrità, ma in ambienti complessi la rabbia e il senso di solitudine rischiano di diventare logoranti, facendola sentire paradossalmente dalla parte del torto. Il fatto che i suoi colleghi non prendano posizione non è necessariamente mancanza di affetto, ma spesso una strategia di sopravvivenza dettata dalla paura. La scelta che sta adottando — limitare i rapporti all'essenziale e investire nella vita privata — non è una sconfitta né un segno di disadattamento, ma una necessaria forma di autotutela per preservare il suo benessere mentale. Non ha "sbagliato tutto": ha semplicemente dei valori elevati in un contesto che non è pronto ad accoglierli. Per gestire meglio questo carico emotivo, potrebbe esserle utile rivolgersi a un professionista per lavorare sulla comunicazione assertiva, così da imparare a proteggere i suoi confini e le sue ragioni senza che la rabbia prenda il sopravvento. Imparare a distaccarsi emotivamente da queste dinamiche senza rinunciare alla propria identità è il passo fondamentale per non permettere a questo ambiente di intaccare la sua autostima.
Le auguro di ritrovare presto la sua serenità.
Dott.ssa Elisa Oliveri
Psicoterapeuta, Psicologo
Torino
Caro signore,
dalle sue parole emerge un forte bisogno di giustizia e di rispetto e questi hanno un valore degno di essere riconosciuto.
La sua rabbia nasce, non solo dal fatto che vengano perpetrati dei soprusi, ma anche che ci sia una sorta di connivenza e remissività da parte dei colleghi che accettano senza fiatare.
Sicuramente sia l'accettazione passiva dei suoi colleghi sia la sua reazione forte hanno un costo che talvolta non è solo emotivo o energetico ma potrebbero causare problemi da punto di vista lavorativo e compromettere i rapporti professionali.
Forse dovrebbe valutare bene la situazione e decidere se vuole rimanere in un contesto in cui non si riconosce oppure valutare altre opportunità. Ma anche questa non è una scelta facile.
Forse potrebbe iniziare con il valutare quali battaglie possono e devono essere combattute e quali invece non possono essere affrontate perchè il suo margine di azione è limitato.
Se avesse la possibilità di iniziare un percorso con uno/a psicoterapeuta potrebbe affrontare con lui/lei i suoi vissuti di frustrazione in modo che non la mandino in crisi anche dal punto di vista identitario. Le auguro ogni bene.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità la sua esperienza.
Da quanto racconta, sembra che il suo modo di intendere il lavoro – basato sulla collaborazione, sul rispetto e sulla correttezza – entri spesso in conflitto con dinamiche che percepisce come ingiuste o tossiche. È comprensibile che in un contesto del genere si possa sentire isolato o frustrato, soprattutto quando chi le sta vicino sembra preferire il “quieto vivere” anziché affrontare direttamente i comportamenti scorretti.
La rabbia che descrive e la sensazione di essere “nudo in battaglia” sono reazioni normali di fronte a situazioni percepite come ingiuste o non supportate dagli altri. Non significa che stia sbagliando a pretendere rispetto o correttezza, ma indica che il contesto lavorativo attuale non sostiene pienamente i valori che le sono importanti.
In queste circostanze può essere utile:
- trovare modalità di comunicazione e gestione della rabbia che tutelino sia lei sia i rapporti professionali;
- accettare i limiti dell’ambiente e concentrare le energie su ciò che può davvero influenzare;
- preservare la propria vita e soddisfazioni al di fuori del lavoro, come sta già facendo;
- gestire le emozioni, rafforzare le strategie di assertività e chiarire cosa è veramente sostenibile per lei, evitando di sentirsi responsabile del comportamento altrui.
Resto a disposizione se desidera approfondire.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dott.ssa Daniela Teresi
Psicologo, Psicoterapeuta, Professional counselor
Roma
Ho letto con attenzione quanto condiviso. Quando l’ambiente esterno viene percepito come ostile o immodificabile, la forza sta nel restare connessi ai propri valori e credenze: questo permette di non farsi travolgere dalle circostanze e di mantenere coerenza e dignità. Un lavoro su di sé può aiutare a conoscersi meglio e a non lasciarsi condizionare da dinamiche che non rispecchiano ciò in cui si crede. Se gli strumenti di auto-aiuto non bastano, rivolgersi a un professionista può offrire uno spazio sicuro per elaborare le emozioni e trovare strategie più sostenibili.
Dott.ssa Giulia Solinas
Psicologo, Psicoterapeuta
Quartu Sant'Elena
A VOLTE, QUANDO L'AMBIENTE LAVORATIVO è PALESEMNTE FIGLIO DI AUTOMATISMI E MODUS OPERANDI SEMPRE UGUALI, E GIUSTO LASCIAR ANDARE. LEI HA SEGUITOI SUOI MODELLI NEL TENTATIVO DI CAMBIARE CIO CHE SI E DIMOSTRATO INIQUO, INGIUSTO E IRRAZIONALE, MA OGGI LEI OSSERVA UNA REALTà NELLA QUALE NON HA PIU LE ENERGIE DA INVESTIRE. NELLA VITA OCCORRE ALLORA DISTACCARSI DA TANTA TOSSICITA' PER SOPRAVVIERE E LASCIARE CHE ANCHE GLI ALTRI PRENDANO COSCIENZA DEI LIMITI DATI DA UN SISTEMA LAVORATIVO POCO STIMOLANTE. SENTO CHE LEI SIA GIA ANDATO VIA DA QUESTO LUOGO; SI IMPEGNI NEL CERCARE COSA NELLA VITA LA RENDE FELICE ANCHE NEL LAVORO E COSI QUANDO CHIUDERA' QUESTO CAPITOLO CHI RESTA LI IMMPBILE AVRà QUALCOSA DI PIU DA FARE . LEI SEGUA I SUOI PRINCIPI E INSEGUA SEMPRE I SUOI SOGNI E LE SUE AMBIZIONI A QUELLE NON SI PUO MAI RINUNICARE PER NESSUNO STIPENDIO.
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Salve,

credo che la strada intrapresa sia la più giusta per il suo benessere. E' proprio così, non può continuare ad aspettarsi dagli atri colleghi ciò che non arriverebbe tanto meglio investire nelle relazioni al di fuori del contesto lavorativo, assumendo una posizione differente all'interno di quest'ultimo. In bocca al lupo per la continuazione del suo lavoro.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Federica Schiera
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Palermo
Buongiorno, più che darle un parere sul suo stato d’animo o rispetto alla situazione da lei descritta, mi sorge un interrogativo: dove le è già capitato di provare questo senso di ingiustizia, sopraffazione e resa da parte di altri? In quale altro rapporto ha sperimento queste sensazioni e si è sentito impotente e solo? A volte una consistente reazione ad un sistema come quello lavorativo ci rimanda ad un vissuto più privato, magari passato o ancora attuale, che ci espone allo stesso malessere e ci fa sentire più sicuri di lottare a gran voce proprio perchè (a differenza dei rapporti personali) ci sentiamo meno coinvolti emotivamente o sentiamo di aver meno da perdere.
Spero che questa riflessione le possa essere utile, tenendo conto dell’inscindibile connessione tra ciò che è la nostra storia personale-familiare e che viviamo all’esterno.
Un caro saluto
Dott.ssa Roberta Ceccarelli
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Bologna
Salve, grazie per la chiarezza e la cura con cui descrive la situazione. Quello che racconta è coerente con dinamiche organizzative abbastanza frequenti: in alcuni contesti si crea una “norma implicita” per cui il conflitto (polemica, dispetto, svalutazione) viene tollerato e chi prova a richiamare rispetto e collaborazione finisce per essere percepito come l’elemento disturbante, non perché abbia torto, ma perché mette in discussione un equilibrio ormai stabilizzato.
Il senso di solitudine che descrive è comprensibile: quando i colleghi scelgono il “quieto vivere”, spesso non è indifferenza verso di lei, ma un meccanismo di difesa (paura di esporsi, convinzione che non cambi nulla, fatica emotiva, gerarchie informali). Questo però non toglie che per chi, come lei, ha un forte orientamento al rispetto e alla correttezza, il costo psicologico diventi alto: frustrazione, rabbia, senso di ingiustizia e, col tempo, il dubbio su se stessi.
Un passaggio importante riguarda proprio la rabbia: non è “sbagliata”, è un segnale. Tuttavia, in ambienti già tesi, può trasformarsi nel punto su cui gli altri spostano l’attenzione (“il problema è il suo modo”), riducendo la possibilità di intervenire sul comportamento tossico alla radice. L’obiettivo non è reprimere ciò che sente, ma costruire strumenti per esprimere confini e richieste in modo efficace e sostenibile.
In questi casi, può essere utile cercare di definire Confini operativi chiari riportando le criticità su fatti osservabili e sull’impatto che hanno sul lavoro (tempi, qualità, collaborazione), Più è concreto meno è attaccabile; e cercare di distinguere chi “la stima” da chi è disposto a esporsi concretamente; chiedere supporto in modo specifico (“in quel momento mi aiuterebbe se…”), così da avere risposte chiare.
Il fatto che stia cercando di mantenere il focus sul lavoro e investire sulla vita fuori dall’ufficio è una risorsa. La invito però a non arrivare alla conclusione “non mi aspetto niente da nessuno” come forma di chiusura: più utile è passare a “mi aspetto il minimo professionale e lo chiedo con confini chiari”, preservando la sua identità.
Se nel tempo, nonostante tentativi ragionevoli e supporti adeguati, l’ambiente continua a premiare la tossicità e a penalizzare chi lavora in modo cooperativo, allora la domanda non diventa “chi ha ragione”, ma “quanto mi costa restare?”: a volte la scelta più protettiva è ricollocarsi in un contesto più compatibile con i propri valori.
Dr. Stefano Pischiutta
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Sembra evidente che stia affrontando una situazione complessa e che le sue preoccupazioni siano legittime. In questi casi è importante riconoscere che le nostre emozioni e percezioni possono influenzare il modo in cui vediamo gli altri, per cui è molto utile riflettere su come le sue esperienze personali possano influenzare la sua visione dei colleghi. A volte, ciò che percepiamo negli altri è un riflesso delle nostre ansie, insicurezze o desideri. Ciò che aiuta in questi casi è fermarsi per il tempo necessario a non trarre conclusioni affrettate o reagire con emozioni forti, anche se non espresse all’esterno. Considerare che i colleghi potrebbero avere buone intenzioni è sicuramente molto utile e aiuta sicuramente a non cadere nello scoraggiamento. In ogni caso, affrontare questi temi in terapia è sicuramente utile, perché fa sì che tematiche non risolte possano venire alla luce ed essere tradotte in un linguaggio che dà avvio alla trasformazione della propria personalità.
Dr. Marco Feola
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Capua
Gentile utente, la sua lettera è un manifesto di lucidità e sofferenza. Lei descrive con precisione chirurgica la solitudine di chi cerca di mantenere alta la bandiera dell'etica in un contesto che ha scelto la via del compromesso al ribasso. Quella sensazione di essere "nudo in battaglia" è l'immagine perfetta di ciò che le sta accadendo: lei sta combattendo una guerra di principi usando le armi della logica e della lealtà, contro un sistema che invece usa le armi dell'inerzia e del 'quieto vivere'.
Mi permetto di sottoporle alcune riflessioni sul tema.
Lei teme di passare per disadattato. La realtà è che lei ha un "codice interno" (collaborazione, rispetto, giustizia) molto rigido e nobile, che si scontra con il "codice del gruppo" (sopravvivenza, legge del minimo sforzo, evitamento del conflitto). Il suo errore di valutazione, se così vogliamo chiamarlo, è pensare che gli altri non reagiscano perché non vedono i soprusi. In realtà, i suoi colleghi li vedono benissimo, ma scelgono consapevolmente di non reagire perché per loro il costo del conflitto è superiore al beneficio della giustizia. Lei sta chiedendo a dei "civili" di comportarsi da "soldati". Il loro rifiuto produce in lei rabbia.
Quando lei si ribella "in nome del rispetto di tutti", si sta assumendo un carico che nessuno le ha chiesto. È un meccanismo tipico delle persone molto responsabili: farsi carico del benessere collettivo. Il paradosso è che, così facendo, lei diventa il "problema". Per il gruppo, paradossalmente, il disturbatore non è il collega tossico (a cui sono abituati), ma è lei che "rompe gli equilibri" cercando di cambiarli. Le frasi "chi te lo fa fare" non sono attacchi contro di lei, sono inviti disperati a smettere di scuotere una barca su cui vogliono solo galleggiare tranquilli.
Quando scrive: "cercando di imparare a non aspettarmi niente da nessuno".non è una resa, è l'inizio della guarigione. Fino ad oggi lei ha investito energie emotive enormi aspettandosi che l'ambiente cambiasse o che i colleghi si svegliassero. Non accadrà. La scelta di limitare i rapporti all'essenziale e costruire la vita fuori che potrebbe essere una strada per stare meglio viene invece vissuto come un fallimento.
Di fronte a quanto emerge, si potrebbe indagare l’origine e le motivazioni di questo “senso di responsabilità” che, seppur nobile, sembrerebbe opprimerla.
Qualora volesse approfondire queste tematiche, sarei ben lieto di svolgere un primo colloquio conoscitivo gratuito (anche online) in cui discuterne in modo più profondo.

Un saluto e auguri per tutto.
Dottor Marco Feola
Dott.ssa Marilena Oriolo
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Giardini-Naxos
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso in modo così chiaro e articolato il suo vissuto. Dalle sue parole emergono **valori molto forti** – rispetto, collaborazione, senso di giustizia – e allo stesso tempo **un notevole carico emotivo**, in particolare rabbia, frustrazione e solitudine. È importante riconoscere che ciò che sta provando **non è segno di fragilità**, ma di un conflitto profondo tra ciò che per lei è giusto e il contesto in cui si trova a operare.

In una lettura di tipo **cognitivo-comportamentale**, possiamo osservare alcuni punti chiave.

1. **La discrepanza tra valori personali e ambiente**
Lei sembra muoversi guidato da regole interne molto chiare (“la collaborazione è fondamentale”, “i comportamenti irrispettosi vanno contrastati”). Quando l’ambiente non risponde a queste regole, si attiva una reazione emotiva intensa. Questo non è sbagliato in sé, ma diventa fonte di sofferenza quando l’aspettativa implicita è che *gli altri dovrebbero* reagire come farebbe lei.

2. **Il senso di solitudine e le interpretazioni**
Il sentirsi “solo in battaglia” è un vissuto potente. Dal punto di vista cognitivo, però, è utile distinguere tra:

* il **comportamento degli altri** (evitamento del conflitto, quieto vivere),
* e le **interpretazioni** che ne derivano (“sono disadattato”, “pensano alla mia disfatta”, “ho rotto equilibri”).
Queste conclusioni, comprensibili emotivamente, non sono necessariamente fatti, ma ipotesi che meritano di essere messe alla prova, perché tendono ad aumentare il senso di isolamento e autosvalutazione.

3. **La rabbia come segnale, non come colpa**
La rabbia che descrive appare come una risposta a un’ingiustizia percepita e a un senso di impotenza. In CBT non viene vista come un errore, ma come un **segnale**. Il lavoro consiste nel trovare modalità di espressione più efficaci, che non finiscano per ritorcersi contro di lei (ad esempio deteriorando i rapporti con chi le è vicino o rafforzando l’immagine di “quello che crea problemi”).

4. **Controllo vs. influenza**
Un passaggio cruciale riguarda il distinguere ciò che è **sotto il suo controllo** (il modo in cui si esprime, i confini che pone, le battaglie che sceglie) da ciò che non lo è (le dinamiche storiche dell’azienda, il coraggio o meno dei colleghi). Continuare a combattere tutte le battaglie, da solo, può diventare emotivamente molto costoso.

5. **La strategia attuale**
Il fatto che stia cercando di investire di più nella vita fuori dal lavoro e di ridurre le aspettative sugli altri è comprensibile e, in parte, protettivo. Andrebbe però verificato che non si trasformi in una rinuncia forzata o in un irrigidimento emotivo (“non devo aspettarmi niente da nessuno”), che nel lungo periodo può aumentare il distacco e l’amarezza.

In un percorso terapeutico CBT, il lavoro potrebbe concentrarsi su:

* chiarire **quali valori vuole difendere e come farlo in modo sostenibile**,
* sviluppare modalità di comunicazione assertiva che non coincidano con lo scontro,
* ristrutturare alcune convinzioni che oggi sembrano molto dure verso se stesso,
* valutare realisticamente se e quanto questo contesto lavorativo sia compatibile con il suo benessere, senza leggere un’eventuale difficoltà come un fallimento personale.

In sintesi, sembrerebbe essere ma una persona che sta pagando un prezzo alto per la coerenza con i propri valori in un ambiente che funziona secondo logiche diverse. Il punto non è smettere di essere chi è, ma **imparare a proteggersi meglio mentre sceglie dove e come esporsi**.

Resto fiducioso che, con uno spazio di riflessione adeguato, possa ritrovare maggiore equilibrio e chiarezza.
Un cordiale saluto.
Caro Utente,
la invito ad un'operazione di ecologia mentale che trova il suo starting point in una riflessione circa l'individiduazione dei suoi bisogni di ruolo all'interno dell'organizzazione.
Per affrontare questo stato di frustrazione, può essere utile e trasformativa anche in termini di efficacia e di efficienza lavorativa la guida di un professionista.
Resto disponibile per un consulto.

Buone Feste
Dott.ssa Claudia Flora Aorta

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