Buongiorno dottori ho una domanda da farvi faccio una terapia da molto tempo per ansia e disturbo de

25 risposte
Buongiorno dottori ho una domanda da farvi faccio una terapia da molto tempo per ansia e disturbo dell umore però non riesco a prendere tutta la terapia perché sento che quando prendo tutti i farmaci il corpo mi cambia molto sento questa calma addosso molta sedazione che è benefica ma che mi porta a toglierli sistematicamente aggravano magari gli impulsi ogni tanto del gioco non so come fare per risolvere una volta per tutte questa situazione voi cosa ne pensate grazie per l aiuto
Dott. Eugenio Rollo
Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo
Lecce
Non si può giocare con i farmaci: una terapia va seguita con regolarità e rigore, altrimenti provoca effetti sgradevoli e imprevedibili. Se non riesce a farlo, ne parli apertamente con chi le ha prescritto i farmaci per richiedere un cambio nella terapia e soprattutto le suggerisco di intraprendere un percorso con uno psicoterapeuta

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Buongiorno,
da quello che descrive emerge il conflitto: da una parte i farmaci la aiutano a calmarsi, dall’altra la fanno sentire “troppo sedato”, poco attivo. Questo andamento “prendo sto meglio, smetto peggioro” è abbastanza frequente.
Un punto importante: non è tanto una questione di volontà, ma di trovare un equilibrio che per lei sia sostenibile.
Le lascio alcune riflessioni operative:
- ha condiviso apertamente con il medico/psichiatra questo effetto di sedazione? È un’informazione fondamentale: spesso dosi o farmaci possono essere modulati rispetto alle esigenze e le caratteristiche della persona proprio per evitare questo effetto.
- cosa succede quando sospende? Oltre al sollievo iniziale, nota un ritorno di ansia o degli impulsi (come il gioco)?
-quanto riesce a seguire la terapia in modo continuativo?
Sospendere autonomamente i farmaci, anche se comprensibile, rischia di mantenere il problema nel tempo. E' sempre opportuno parlarne con lo specialista.
Accanto alla terapia farmacologica, può essere utile lavorare anche sul piano psicologico per capire nello specifico quando si attivano ansia e impulsi, capire le risorse e costruire strategie concrete per gestirli e per ridurre il bisogno di “compensare” (ad esempio con il gioco).
In alcuni casi, approcci più focalizzati e operativi aiutano proprio a intervenire su questi meccanismi, così che il farmaco non sia l’unico strumento.
La direzione non è “resistere” ai farmaci o eliminarli da solo, ma trovare insieme al medico e al terapeuta una soluzione che la faccia stare meglio senza sentirsi spento.
Resto a disposizione
Dott.ssa Melania Monaco
Dott.ssa Donatella Valsi
Psicologo, Psicologo clinico, Sessuologo
Roma
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata.

Da quello che descrive, sembra che si trovi in una posizione difficile: da una parte riconosce che la terapia le porta beneficio, dall’altra gli effetti di calma e sedazione sono così intensi da farla sentire “diversa” e spingerla a sospendere i farmaci. È una reazione comprensibile, molte persone fanno fatica quando percepiscono un cambiamento troppo marcato nel proprio corpo o nel proprio modo di sentirsi.

Allo stesso tempo, interrompere o modificare la terapia in autonomia può contribuire a rendere più instabile l’umore e, come ha notato, aumentare alcuni impulsi, come quelli legati al gioco.

Potrebbe essere molto utile parlarne apertamente con il suo psichiatra, spiegando esattamente queste sensazioni: la sedazione, il sentirsi “spento/a” e la difficoltà a mantenere la continuità. Spesso è possibile trovare un equilibrio diverso, ad esempio regolando i dosaggi o valutando alternative che risultino più tollerabili per lei.

Accanto alla terapia farmacologica, anche un percorso psicologico può aiutarla a lavorare sugli impulsi e a comprendere meglio cosa accade nei momenti in cui sente il bisogno di sospendere o di agire certi comportamenti.

Non esiste una soluzione “una volta per tutte” immediata, ma un percorso di aggiustamenti e collaborazione con i professionisti che la seguono. Il fatto che lei se ne stia occupando e che chieda aiuto è già un passo importante.
Saluti,
Dott.ssa Donatella Valsi

Dott.ssa Marianna Erriu
Psicologo, Psicologo clinico
Senorbì
Salve, comprendo il disagio che sta vivendo. Quando una terapia provoca effetti difficili da tollerare, è importante non scoraggiarsi e confrontarsi con lo specialista che la segue, senza modificare autonomamente la cura.
Spesso è possibile rivedere il trattamento e trovare un equilibrio più adatto alle proprie esigenze. Anche un supporto psicologico può essere utile per affrontare ansia, umore e difficoltà nella gestione degli impulsi.
Le consiglio di parlarne con il professionista di riferimento per individuare insieme la soluzione migliore. Un caro saluto.
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buonasera,
ti ringrazio per aver condiviso qualcosa di così importante e delicato.

Da quello che racconti, sembra che tu stia vivendo un conflitto comprensibile: da una parte il beneficio dei farmaci sull’ansia e sull’umore, dall’altra una sensazione di “troppa sedazione” o di cambiamento che fatichi a tollerare. È una difficoltà che molte persone incontrano, e merita di essere ascoltata con attenzione, non forzata.

Interrompere o modificare autonomamente la terapia può però rendere più instabile l’equilibrio, e questo può favorire anche il riemergere di impulsi, come quelli legati al gioco. Per questo è importante che tu non resti solo in questa gestione: parlarne apertamente con il tuo psichiatra è un passaggio fondamentale, perché esistono spesso aggiustamenti possibili (dosaggi, tempi, tipologia di farmaco) che possono aiutarti a trovare un equilibrio più sostenibile per te.

Allo stesso tempo, il lavoro psicoterapeutico può accompagnarti nel comprendere meglio cosa rappresentano per te quelle sensazioni di “calma” e “cambiamento”, e nel trovare strategie più stabili per gestire ansia, umore e impulsi senza dover arrivare a soluzioni drastiche.

Non è necessario risolvere “una volta per tutte” in modo immediato: può essere più utile pensare a costruire, passo dopo passo, un equilibrio che senti davvero tuo.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott. Luca Rochdi
Psicologo, Psicologo clinico
Cernusco sul Naviglio
Gentile utente, per quanto riguarda i farmaci le consiglio di chiedere al medico che le ha prescritto la terapia. Le consiglio anche di associare supporto psicologico, secondo i più recenti studi così si hanno maggiori risultati e più duraturi nel tempo.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Dott.ssa Monica Mugnai
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Montevarchi
Gentile Utente, ritengo che sia opportuno che avvisi lo psichiatra che le ha prescritto la terapia farmacologica per capire se è quella migliore per lei. Resto a disposizione per qualsiasi chiarimento. Dottoressa Monica Mugnai
Dr. Vittorio Penzo
Psicologo, Psicologo clinico
Parma
Buongiorno, grazie per la fiducia e per aver condiviso una situazione che immagino impegnativa. Da un'ottica cognitivo-comportamentale è frequente che la terapia farmacologica venga vissuta in modo ambivalente: da un lato dà sollievo (la "calma" di cui parla), dall'altro genera vissuti di perdita di controllo o cambiamento corporeo, che spingono all'interruzione. Interrompere autonomamente però rischia di riattivare sintomi, impulsi inclusi. Il primo passo utile è riportare apertamente questi dubbi al medico prescrittore: dosaggi, orari o molecole possono spesso essere modulati. Parallelamente, un percorso psicoterapeutico CBT focalizzato sul controllo degli impulsi (in particolare se il "gioco" assume tratti problematici) può integrare il trattamento farmacologico con tecniche come l'analisi funzionale dei trigger, la gestione dell'urge (urge surfing) e la ristrutturazione dei pensieri automatici. Anche strumenti ACT come la defusione e l'azione impegnata verso i valori possono essere molto utili. Le consiglio di non restare solo/a: ne parli con uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale.

Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, quello che descrive è una situazione che merita attenzione e anche molta comprensione, perché mette insieme due aspetti che spesso possono entrare in tensione tra loro: da un lato il desiderio di stare meglio e di ridurre ansia e instabilità emotiva, dall’altro la sensazione che il cambiamento del corpo e dello stato mentale venga percepito come qualcosa di estraneo o difficile da tollerare. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, un punto centrale è proprio questo: non solo ciò che si assume o si fa, ma il modo in cui lo si interpreta e lo si sente nel corpo può influenzare profondamente la continuità di un percorso. La sensazione di “calma e sedazione” che descrive può essere vissuta in modi molto diversi da persona a persona. Per alcuni è un sollievo, per altri può attivare un senso di perdita di controllo, di distanza da sé stessi o di cambiamento non pienamente accettato. Quando questo accade, è comprensibile che si cerchi di interrompere ciò che genera quella sensazione, anche se razionalmente si riconosce che porta beneficio. Il punto importante non è tanto la presenza o meno di una terapia, quanto il ciclo che si può creare tra effetto percepito, interpretazione e comportamento. Se la sensazione di calma viene interpretata come “troppo”, “non mi riconosco”, o “non va bene così”, questo può portare a interrompere il percorso, e l’interruzione a sua volta può far riemergere gli impulsi o le difficoltà che si stavano cercando di gestire. Si crea così un andamento altalenante che può risultare faticoso e frustrante. Un altro aspetto che emerge è la presenza di impulsi legati al gioco quando la situazione si destabilizza. In ottica cognitivo comportamentale, questi comportamenti spesso non vanno letti solo come “problemi a sé”, ma anche come strategie che la mente utilizza per gestire stati interni difficili, come tensione, vuoto o irrequietezza. Questo non li rende meno importanti, ma aiuta a comprenderli all’interno di un quadro più ampio. La difficoltà che descrive sembra quindi non essere solo legata a “prendere o non prendere una terapia”, ma al rapporto che si crea tra il cambiamento interno e la tolleranza di quel cambiamento. In molti casi, il lavoro più utile non è solo sul trovare un equilibrio esterno, ma sul riuscire a comprendere meglio cosa accade dentro di sé in quei momenti, quali pensieri si attivano quando sente il corpo diverso, e cosa la porta a interrompere ciò che in parte riconosce come utile. Un percorso psicologico di tipo cognitivo comportamentale può essere molto utile proprio per lavorare su questo livello, aiutando a dare significato alle sensazioni, a riconoscere i meccanismi che portano alle interruzioni e a costruire gradualmente una maggiore continuità e stabilità, senza che il cambiamento venga vissuto come qualcosa di estraneo o minaccioso. In situazioni come questa, spesso non si tratta di “forza di volontà”, ma di comprensione dei propri schemi interni e di costruzione di strategie più sostenibili nel tempo, che permettano di non oscillare tra estremi, ma di trovare una stabilità più tollerabile e coerente con la propria esperienza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dr. Francesco Rossi
Psicologo, Psicologo clinico
Ozzano dell'Emilia
Salve, la terapia farmacologica è sicuramente utile e necessaria, perché questa funzioni ancora meglio e la problematica in questione vada a ridursi, magari anche fino quasi a scomparire, sarebbe necessario affiancarla ad un percorso psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta che possa aiutarla a comprendere i suoi "funzionamenti" che la spingono ad accumulare ansia e a gestirla in un modo più soddisfacente salutare per lei.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.

Gentile utente,
se sta trattando l'ansia esclusivamente con i farmaci il problema non si risolverà mai del tutto, anzi è probabile che si rinforzi se non viene accompagnato da un intervento psicologico adeguato.
Gli ansiolitici, così come i farmaci che tendono a stabilizzare l'umore, sono palliativi: agiscono esclusivamente sulla parte sintomatica del disturbo, fornendo quell'effetto sedativo che ha menzionato nel suo messaggio. Ma la causa dell'ansia permane e resiste al farmaco: questo perché l'ansia è un fenomeno mentale, psicologico e non un'alterazione fisiologica del suo cervello. Anche se gli effetti dell'ansia hanno conseguenze sull'organismo, anche molto invalidanti, se continua a curare il corpo ma non la mente, starà solo sopravvivendo faticosamente alla presenza dell'ansia senza tentare di risolverla davvero.
Non so chi le ha prescritto l'uso di questi farmaci. Sarebbe auspicabile sia un professionista sanitario qualificato in ambito psichiatrico. Ma è fondamentale che lei si rivolga a uno psicologo per il trattamento dell'ansia. Potrà così lavorare sugli inneschi, sulle situazioni ansiogene, sulla gestione di pensieri ed emozioni collegate alla comparsa dell'ansia.
Ci si può liberare dal giogo dell'ansia comprendendola nelle sue dinamiche interiori, riconoscendo le caratteristiche cicliche dell'ansia, attuando quindi comportamenti funzionali alla sua progressiva riduzione di impatto negativo. L'ansia è strutturata nel funzionamento del cervello e come tale non si può cancellare, ma si può gestire in modo che non diventi un limite al benessere e non costringa l'individuo a evitare certi ambienti, certe situazioni o certe persone, magari a scapito di interessi personali importanti (lavoro, studio, socialità).
Sono a sua disposizione per un colloquio preliminare, anche online. Sarò lieto di spiegarle come si svolge un intervento per il trattamento dell'ansia e quali sono gli strumenti che progressivamente possono essere introdotti per migliorare il suo vissuto quotidiano. Questo non significa smettere di assumere farmaci, la cui somministrazione va diminuita nel tempo in accordo con lo psichiatra di riferimento.
In attesa di possibile riscontro, le auguro il meglio. Dott. Antonio Cortese
Salve, ha affiancato le terapia farmacologica ad una terapia psicologica? Quando si fa terapia con farmaci bisogna dare all'organismo il tempo di tollerarli, per questo all'inizio sente questo forte cambiamento nel corpo. Con il passare del tempo a terapia piena il suo corpo andrà a regime e non avrà più questo problema. Però aumentare e diminuire costantemente la terapia purtroppo non le giova e soprattutto non le permette di trovare il giusto equilibrio. Ha parlato di questa problematica con il suo psichiatra di riferimento? potrebbe trovare delle modalità di somministrazione differenti e per lei più tollerabili. Se ha necessità mi contatti pure. Buona giornata
Caro utente,
la invito a parlare di questo con il medico che le ha descritto la terapia poichè potrebbe essere utile per determinare il dosaggio e la molecola migliore per lei per gli effetti che si vogliono ottenere.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Dott.ssa Alice Missiroli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, la terapia farmacologica è utile per contrastare i sintomi, ovviamente se interrotta si interrompe anche l'effetto benefico. La cosa migliore sarebbe affiancare ai farmaci anche un supporto psicologico, o una psicoterapia, per affrontare le problematiche in maniera più profonda, andando oltre il sintomo.
Una buona giornata
Dott.ssa Roberta Privitera
Psicologo, Psicologo clinico
Acireale
Gentilissimo/a,
il mio invito è quello di rivolgersi al medico che le ha prescritto e che la segue nella terapia farmacologica. Si confronti con il suo medico su ciò che sente e su quello che desidera, vedrà che insieme troverete una soluzione.
Cordialmente,
R.P.
Dott.ssa Gaia Evangelisti
Psicologo, Psicologo clinico
Genzano di Roma
Salve, grazie per aver condiviso la sua difficoltà.
Quello che descrive è abbastanza frequente: da una parte i farmaci aiutano a ridurre ansia e instabilità, dall’altra gli effetti di calma o sedazione possono farla sentire “diverso” e portarla a sospenderli. Tuttavia interrompere o modificare la terapia in autonomia può favorire il ritorno dei sintomi e degli impulsi.

Il punto non è forzarsi a prendere tutto così com’è, ma trovare insieme al suo medico un equilibrio più adatto a lei. Esistono spesso possibilità di aggiustare dosaggi o tipologia di farmaci per ridurre questi effetti.

Accanto alla terapia farmacologica, è necessario anche un supporto psicologico per lavorare sulla gestione degli impulsi e comprendere meglio cosa accade nei momenti critici.

Affrontare questa situazione in modo stabile è possibile, ma con un lavoro condiviso e graduale, senza doverla gestire da solo.

Un caro saluto.

Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Dott.ssa Federica Cricca
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Lugo
Buongiorno. Credo che sia opportuno parlarne con lo psichiatra che le ha prescritto i farmaci. Gli comunichi come si sente quando prende i farmaci, senza timore, per cercare insieme il dosaggio, la posologia e i farmaci giusti e, quindi, la giusta compliance. In bocca al lupo!
Dott.ssa Adriana Messina
Psicologo clinico, Psicologo
Tremestieri Etneo
"Capisco che gli effetti dei farmaci possano essere difficili da gestire. È importante parlarne con il tuo medico per trovare un equilibrio che ti permetta di beneficiare della terapia senza sentirti troppo sedato. Possono esserci opzioni di aggiustamento del dosaggio o alternative che non hai ancora esplorato. Discutere anche degli impulsi legati al gioco potrebbe aiutare a personalizzare meglio il trattamento."
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Comprendo quanto possa essere frustrante e destabilizzante sentirsi divisi tra il desiderio di sollievo e la sensazione di non riconoscersi più sotto l'effetto della terapia. Questo conflitto tra il beneficio della calma e il rifiuto di una "sedazione" che viene percepita come un'alterazione del proprio Sé è un vissuto molto comune e profondamente umano, che merita di essere accolto con grande rispetto.

Quello che Lei descrive sembra un paradosso doloroso: la cura che dovrebbe restituirLe la serenità finisce per farLa sentire "cambiato" nel corpo e nello spirito, spingendola a interrompere l'assunzione dei farmaci. Questo meccanismo di interruzione sistematica, tuttavia, può generare una sorta di effetto "rebound", in cui l'instabilità emotiva si acuisce e gli impulsi, come quelli legati al gioco d'azzardo, possono farsi più pressanti come tentativo di ritrovare una scarica di adrenalina o un senso di controllo che la sedazione sembra aver spento. In psicologia, vediamo spesso come il corpo e la mente cerchino di compensare una calma vissuta come "imposta" attraverso azioni impulsive, quasi a voler riaffermare la propria vitalità.

Sebbene la gestione clinica dei farmaci spetti esclusivamente al Suo psichiatra — con il quale è fondamentale avere un dialogo onesto su questi effetti collaterali per aggiustare il dosaggio o la molecola — la psicoterapia ad orientamento psicodinamico può intervenire su un piano diverso. L'obiettivo non è solo "sopprimere" il sintomo, ma comprendere quale significato abbia per Lei quella sedazione e perché l'impulso al gioco emerga proprio quando cerca di sottrarsi alla terapia. Un percorso terapeutico può aiutarLa a integrare queste diverse parti di sé, permettendoLe di abitare la Sua quotidianità senza sentirsi né anestetizzato dai farmaci né in balia dei propri impulsi.

La invito a condividere apertamente questi vissuti con chi La segue, affinché la cura non sia più qualcosa che "subisce", ma uno strumento che possa davvero sostenere la Sua identità in modo armonioso.

Come cambierebbe la Sua prospettiva sulla cura se riuscissimo a trovare, insieme ai medici, un equilibrio dove la calma non significhi rinunciare alla Sua vitalità?
Cordialità
Dottssa Giovanna Costanzo
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,
quello che descrive è piuttosto frequente nelle persone che seguono una terapia farmacologica per ansia e disturbi dell’umore: da un lato si riconosce il beneficio (maggiore calma, riduzione dei sintomi), dall’altro si percepisce una sensazione di “cambiamento” o eccessiva sedazione che porta spontaneamente a sospendere o ridurre i farmaci.
Ci sono alcuni aspetti importanti da considerare:
1. La sensazione di “non essere sé stessi”
La sedazione o il senso di rallentamento possono essere effetti collaterali di alcuni farmaci o di dosaggi non ottimali. Non è qualcosa da accettare passivamente: spesso è possibile trovare un equilibrio migliore modificando tipo di farmaco, dosaggio o orari di assunzione.
2. La sospensione autonoma della terapia
Interrompere o assumere in modo discontinuo i farmaci può creare oscillazioni nei sintomi, che talvolta peggiorano (come nel caso degli impulsi legati al gioco). Questo avviene perché il sistema nervoso non riesce a stabilizzarsi.
3. Il legame con gli impulsi (es. gioco)
Quando l’ansia e l’umore non sono ben regolati, è più facile cercare modalità di compensazione o sfogo, come il gioco. Se la terapia farmacologica viene interrotta, questi impulsi possono aumentare proprio perché manca una stabilizzazione di base.
4. Il ruolo della psicoterapia
Accanto ai farmaci, è fondamentale lavorare anche sugli aspetti psicologici: gestione degli impulsi, regolazione emotiva, consapevolezza dei propri stati interni. Questo aiuta a non dipendere esclusivamente dal farmaco e a sentirsi più “in controllo”.
Cosa può fare concretamente:


Parlare apertamente con lo psichiatra degli effetti che sente, senza sospendere da solo la terapia


Valutare insieme eventuali aggiustamenti (farmaco o dosaggio)


Affiancare o proseguire un percorso psicoterapeutico mirato anche alla gestione degli impulsi


Monitorare quando nasce il bisogno di interrompere i farmaci: spesso ha anche un significato emotivo (es. bisogno di sentirsi più attivi, più “sé stessi”)


L’obiettivo non è “sedarsi”, ma trovare un equilibrio in cui lei si senta stabile e presente a sé stesso.
Per risolvere davvero la situazione è importante un lavoro integrato e personalizzato: le consiglio quindi di approfondire con uno specialista, così da rivedere insieme la terapia e adattarla meglio alle sue esigenze.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott. Luca Mazzoleni
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno,
Le consiglio di affiancare alla terapia farmacologica anche un percorso psicologico con un professionista di modo da indagare meglio le sue questioni e cercare di capirne di più.
Le auguro il suo meglio.

LM
Dott.ssa Erica Farolfi
Psicologo, Psicologo clinico
Forlì
Buongiorno, ne ha parlato con il suo psichiatra?
Dott.ssa Valentina Magnoni
Psicologo, Psicologo clinico
Gallarate
Gentile paziente,
unico consiglio che mi sento di fornire è quello di parlare con chi le ha prescritto la terapia.
Dott.ssa Linda Malatesta
Psicologo, Psicologo clinico
La Spezia
Salve. Quello che descrivi è molto comune: da una parte senti il beneficio (calma), dall’altra ti sembra di “perdere qualcosa di te” e quindi tendi a sospendere. Non è mancanza di volontà, è una difficoltà reale nel tollerare quel cambiamento interno.
Il punto non è forzarti o togliere tutto, ma trovare un equilibrio che tu riesca a sentire tuo. E il fatto che, togliendoli, aumentino alcuni impulsi ti sta già dando un’informazione importante su quanto quella terapia incida. Non sei “sbagliato”: sei dentro un equilibrio ancora da costruire. Il percorso psicologico puo' esserti d'aiuto , un caro saluto.
Dott.ssa Angela Borgese
Psicologo, Psicologo clinico
Gravina di Catania
Buonasera,
da ciò che racconta sembra che i farmaci le diano beneficio, ma allo stesso tempo lei faccia fatica a tollerare la sensazione di sedazione e cambiamento che producono nel corpo.
Per questo tende a sospenderli, ma così la situazione resta instabile.
È importante che ne parli con lo psichiatra che la segue, per trovare una terapia più adatta e sostenibile per lei, senza modifiche fatte da sola.

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