Buonasera, scrivo qui sotto falso nome sia per sfogo che per consigli. Sono un uomo di 26 anni, ho

10 risposte
Buonasera, scrivo qui sotto falso nome sia per sfogo che per consigli.
Sono un uomo di 26 anni, ho una diagnosi di deficit dell'attenzione e mi sento sempre totalmente perso. Non so cosa non va in me.
Almeno fin dall'adolescenza ho sempre avuto difficoltà nell'essere costante con tutto, lo studio (mi sono diplomato con voti scarsi in un istituto tecnico) e l'alimentazione ad esempio (infatti sono molto obeso, di circa 30kg). Inoltre il mio umore oscilla tra l'essere triste e sentirsi senza energie e l'essere "normale", non felice sempre, ma stabile. Il problema è che questi cambiamenti non riesco ad attribuirli a nessuna causa in particolare, a volte ci sono degli eventi che mi inducono in uno stato o in un altro. Insomma, non riesco a gestirmi. Nei momenti "no" faccio molto binge eating, non esco di casa se non per mangiare, quando sono nell'aula per delle lezioni ho la costante voce in testa che mi ripete che è tutto inutile e che non riesco in nulla e ho continui pensieri negativi su tutto, anche le persone a me care. Infatti spesso torno a casa dopo le lezioni e faccio binge eating, che mi fa sentire ancora più in colpa e inutile. Non riesco a perdere neanche un po' di peso.
Non ho e non ho mai avuto una situazione familiare stabile, sono cresciuto con mio nonno e mia nonna nonostante entrambi i miei genitori siano vivi, ma hanno entrambi un'altra famiglia con cui io non sono andato (per mia volontà) a convivere. Entrambi i miei nonni sono malati ed in parte me ne occupo io, ma non del tutto.
Ho provato anche la psicoterapia in passato, con tre diversi psicologi ma non ho interrotto questo ciclo, nonostante alcuni miglioramenti su altri aspetti della mia vita.
Non saprei come muovermi altrimenti, a tratti ho l'impressione che io stia esagerando troppo, di essere inadatto proprio alla vita, a volte invece sento che non ho più voglia di fare niente e lo stare "qui ed ora" mi è solo una sofferenza.
Se qualcuno ha dei consigli son ben accetti, grazie
Dott.ssa Marta Floridi
Psicoterapeuta, Psicologo
Firenze
Difficoltà a essere costante, umore che oscilla senza una causa chiara, binge eating nei momenti difficili, una voce interna che ripete che è tutto inutile: sono esperienze che spesso si intrecciano e si alimentano a vicenda. Non è un caso che sia difficile uscirne da soli, non è una questione di volontà, ma di come questi elementi si mantengono l'uno con l'altro.
Ha già provato la psicoterapia e il fatto che non abbia risolto tutto non significa che non possa funzionare. Significa che forse non ha ancora trovato l’approccio giusto. Esistono percorsi pensati specificamente per chi ha una diagnosi di deficit dell’attenzione, che tengono conto di come questo si ripercuote sull’umore, sulle abitudini e sulla percezione di sé e che possono fare una differenza concreta.
Una cosa che ha scritto merita attenzione: “lo stare qui ed ora mi è solo una sofferenza”. Se in certi momenti il peso diventa difficile da gestire, è importante non restare solo con quei pensieri; parlarne con un professionista è il passo più utile che possa fare.

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Dott.ssa Paola Sacchelli
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Milano
Buonasera,
credo che la sua situazione debba essere accolta e ascoltata in seduta, non solo per consigli, ma per provare a capire cosa si nasconde sotto questo malessere. Le condotte disfunzionali col cibo, spesso, celano un malessere più radicato e che necessita di essere ascoltato non solo come disturbo alimentare ma in modo più ampio, rispettando in primis il vissuto della persona che lo vive. Le consiglio di iniziare una psicoterapia per darsi tempo e modo di capire cosa di lei la fa inciampare ogni volta che sta male, in situazioni dolorose.
Dott. Ferdinando Suvini
Psicologo, Psicoterapeuta
Firenze
Grazie molte per aver condiviso il suo vissuto. Credo stia affrontando un carico emotivo molto pesante, aggravato dalla gestione dell' ADHD e da una situazione familiare complessa.
Il binge eating come rifugio e le voci critiche suggeriscono che sia presente un senso di inefficacia personale e la ricerca di gratificazioni immediate per compensare la frustrazione.
Supporto Specialistico Mirato: Per chi ha l'ADHD, la terapia tradizionale a volte non basta. Potrebbe essere utile un percorso di terapia e valutare anche se una terapia farmacologica possa aiutarla a stabilizzare l'umore.
Sul tema del dolore non credo stia esagerando. Gestire due nonni malati e il passato familiare frammentato è molto faticoso e la sua stanchezza è una reazione a un carico elevato.
Un cordiale saluto
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Buongiorno,
da ciò che racconta emerge una situazione di sofferenza che sembra coinvolgere diversi aspetti della sua vita: la gestione dell’attenzione, l’andamento dell’umore, il rapporto con il cibo e un forte senso di frustrazione verso se stesso. In presenza di una diagnosi di Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività non è raro sperimentare difficoltà nella costanza, nell’organizzazione e nella regolazione delle emozioni, e questo può contribuire a far sentire la persona “bloccata” o inefficace.
Gli episodi di abbuffata che descrive possono inoltre essere legati ai momenti di maggiore stress emotivo o di sconforto, andando purtroppo ad alimentare un circolo di senso di colpa e demotivazione.
Il fatto che lei abbia già intrapreso in passato dei percorsi di psicoterapia è comunque un elemento importante, perché indica un desiderio di comprensione e di cambiamento. Quando alcune difficoltà persistono, può essere utile effettuare una nuova valutazione con uno specialista (psicologo o psichiatra) che possa considerare in modo integrato l’ADHD, l’andamento dell’umore e il comportamento alimentare, così da individuare un percorso terapeutico più mirato.
Non esiti quindi a chiedere nuovamente un supporto professionale: con l’aiuto adeguato è possibile lavorare su questi aspetti e trovare strategie più efficaci per gestire le difficoltà quotidiane.
Rimango a disposizione.
Un caro saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dr. Antonio Rivetti
Psicologo, Psicoterapeuta
San Nicola la Strada
Gentile Utente, che cosa succede al suo corpo? Lei ascolta le sue sensazioni, percezioni, emozioni? Dal suo post emerge chiaro che Lei ha smesso di "ascoltare"; il cibo sta diventando un riempimento non nutritivo ma una sorta di "stordimento" per placare i suoi pensieri. Quando smettiamo di ascoltare i segnali che arrivano dal nostro organismo, ci sentiamo persi, smarriti, come se la Vita non avesse senso. La invito ad approfondire le sue dinamiche interne e provare a placare i suoi pensieri (irreali). Grazie.
Dott. Giuseppe Berenati
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Milano
Buongiorno, mi ha colpito molto la sua domanda. Effettivamente, l'ADHD, i pensieri intrusivi, la bassa autostima e il binge eating vanno trattati all'interno di una psicoterapia in cui lei si trovi a suo agio e al sicuro di poter dire e trattare qualsiasi conflitto. E' possibile uscirne, è possibile stare bene. Non si butti giù.
Dott. Valerio Romano
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Buongiorno,
da quello che racconti non stai “esagerando”: descrivi un insieme di difficoltà che hanno una coerenza interna e che possono diventare davvero pesanti da reggere da soli. ADHD (deficit dell’attenzione), instabilità dell’umore, binge eating, senso di colpa e autosvalutazione, isolamento, un contesto familiare complicato e un carico di responsabilità verso i nonni: tutto questo può alimentarsi a vicenda. Non è “inadeguatezza alla vita”, è un sistema che si è incastrato.
Quello che colpisce è il ciclo che descrivi: momenti “no” → pensieri duri e senza speranza (“è tutto inutile”) → fatica a stare nelle situazioni → rientro e abbuffata come sollievo/analgesico → colpa e vergogna → ulteriore chiusura e perdita di energia. In questo senso il binge eating non è mancanza di volontà: spesso è un modo di regolare emozioni e stress quando non ci sono altre vie accessibili in quel momento. E con l’ADHD è ancora più facile che l’impulsività e la difficoltà a mantenere routine rendano più fragile l’autocontrollo proprio quando stai peggio.
Anche l’oscillazione dell’umore che non riesci a spiegarti può essere compatibile con un misto di stanchezza cronica, stress, autocritica, sonno irregolare, carico emotivo e, talvolta, una componente depressiva/ansiosa che va e viene. Il fatto che tu non riesca a collegarla sempre a un evento specifico non la rende “meno reale”: spesso il corpo e la mente sommano micro-stress quotidiani e poi la giornata “parte” già in salita.
Sul “come muovermi”: visto che hai già provato psicoterapia con più professionisti e che hai una diagnosi di ADHD, potrebbe essere utile pensare a un inquadramento più integrato. Non perché “servono farmaci per forza”, ma perché in quadri come il tuo spesso aiuta che ci sia una valutazione clinica completa (ADHD in età adulta, alimentazione/emotività, umore) e un percorso che tenga insieme questi pezzi, invece di lavorare solo su uno alla volta. Se l’ADHD non è trattato in modo adeguato, molte strategie psicologiche rischiano di essere difficili da sostenere nel tempo; e se il binge eating viene visto solo come “dieta”, rischia di non toccare la funzione emotiva che ha per te.
Un altro punto è il contesto: crescere con i nonni mentre i genitori hanno “altre famiglie” può lasciare ferite molto profonde (abbandono, non sentirsi scelti, dover diventare adulto presto, senso di essere di troppo). E oggi ti ritrovi anche con una parte di caregiving verso i nonni malati. È una pressione enorme, e spesso chi vive queste storie sviluppa una voce interna durissima, come se dovesse “farcela da solo” e ogni caduta fosse prova di fallimento.
Il fatto che tu dica “a volte non ho più voglia di fare niente” merita ascolto serio. Quando compaiono pensieri di resa o di sofferenza costante, è importante non restare isolati: un professionista che ti segua con continuità può aiutarti a reggere i picchi e a costruire un piano realistico, passo dopo passo.
Infine, una cosa importante: tu non sei i tuoi sintomi. Il fatto che tu sia qui a descriverli con tanta precisione, che tu abbia già tentato percorsi e che tu ti occupi (anche solo in parte) dei nonni, dice che c’è una parte di te che resiste e che vuole una vita più vivibile. Il lavoro ora è trovare un aiuto che sia davvero adatto al tuo funzionamento, senza colpevolizzarti perché “non sei costante”. In molti casi, quando si lavora bene su ADHD + regolazione emotiva + alimentazione, la sensazione di essere “perso” si riduce e le ricadute diventano meno totalizzanti.

Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buonasera,

da ciò che racconta emergono diverse difficoltà che probabilmente si intrecciano tra loro: la diagnosi di deficit dell’attenzione, le oscillazioni dell’umore, il rapporto complesso con il cibo e una storia familiare che sembra aver comportato responsabilità e possibili vissuti di solitudine già in età precoce. Tutti questi aspetti possono influenzarsi reciprocamente e contribuire alla sensazione di essere “perso” o di non riuscire a gestire la propria vita.

Il disturbo da deficit di attenzione in età adulta spesso non riguarda solo la concentrazione nello studio o nel lavoro, ma può incidere anche sulla capacità di organizzarsi, mantenere costanza negli obiettivi, regolare le emozioni e gestire gli impulsi. Questo può rendere più difficile, ad esempio, mantenere una routine nello studio, nell’alimentazione o nella cura di sé.

Il binge eating (abbuffate) che descrive nei momenti di maggiore difficoltà emotiva è un comportamento abbastanza frequente quando il cibo diventa un modo per gestire stati interni come tristezza, frustrazione, senso di vuoto o stanchezza mentale. Purtroppo, dopo l’abbuffata spesso arrivano senso di colpa e autosvalutazione, che alimentano ulteriormente il circolo negativo.

Anche i pensieri molto critici verso se stessi (“non riesco in nulla”, “è tutto inutile”) meritano attenzione: quando diventano frequenti possono influenzare l’umore, la motivazione e la percezione delle proprie capacità. Non è raro che, con il tempo, questi pensieri diventino quasi automatici e molto difficili da interrompere senza un lavoro mirato.

Inoltre, il fatto di essere cresciuto principalmente con i nonni e di trovarsi ora in parte a prendersi cura di loro può rappresentare una fonte di carico emotivo e responsabilità non sempre facile da sostenere, soprattutto se si accompagna alla sensazione di non avere una base familiare stabile.

Il fatto che lei abbia già provato la psicoterapia è comunque un elemento positivo: significa che ha cercato di prendersi cura di sé e che riconosce la necessità di un aiuto. A volte però servono tempi più lunghi, un diverso approccio terapeutico oppure un lavoro integrato (ad esempio con uno psichiatra, con uno specialista dei disturbi alimentari o con professionisti esperti di ADHD nell’adulto).

Alcuni aspetti che potrebbero essere utili da approfondire in un percorso mirato sono:

la gestione dell’ADHD in età adulta (strategie di organizzazione, regolazione emotiva, eventuale valutazione farmacologica);

il rapporto con il cibo e le abbuffate, per interrompere il circolo binge eating–senso di colpa;

il lavoro sui pensieri autosvalutanti e sull’autostima;

l’elaborazione dei vissuti legati alla storia familiare e alle responsabilità che sta portando.

Il fatto che a volte lei riesca comunque a sentirsi “normale” o più stabile è un segnale importante: indica che il suo stato non è fisso e che esistono margini di cambiamento.

Le difficoltà che descrive non significano essere “inadatto alla vita”, ma piuttosto trovarsi in una situazione complessa che merita di essere compresa e affrontata con il giusto supporto.

Per questo motivo, il consiglio è di approfondire la situazione con uno specialista, possibilmente con esperienza sia nell’ADHD dell’adulto sia nei disturbi del comportamento alimentare, in modo da poter costruire un percorso terapeutico più mirato.

Un caro saluto.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
grazie per aver condiviso una parte così delicata della sua esperienza. Dalle sue parole emerge una grande fatica, ma anche una notevole capacità di osservare ciò che sta vivendo e di cercare aiuto: questo è già un passo importante.

La difficoltà a mantenere costanza, l’alternanza dell’umore, i pensieri molto critici verso se stessi e il ricorso al binge eating nei momenti più difficili sono esperienze che molte persone vivono quando si trovano sotto un forte carico emotivo. In presenza di una diagnosi di deficit dell’attenzione, inoltre, può essere ancora più complesso gestire energia, motivazione e organizzazione della vita quotidiana. Tutto questo non significa essere “inadatti alla vita”, ma piuttosto trovarsi in una situazione che merita comprensione e un supporto adeguato.

Dal suo racconto emergono anche diversi elementi importanti della sua storia – le difficoltà familiari, le responsabilità verso i nonni, i tentativi già fatti in psicoterapia – che possono influenzare profondamente il modo in cui oggi vive se stesso e le sue giornate. Il fatto che in passato abbia comunque tratto alcuni benefici dal percorso terapeutico è un segnale che il lavoro psicologico può essere utile, anche se talvolta può richiedere tempi o modalità diverse prima di trovare lo spazio più adatto.

Potrebbe essere utile riprendere un percorso psicologico che tenga insieme i diversi aspetti che descrive: la gestione dell’attenzione e dell’organizzazione, il rapporto con il cibo e con il corpo, e soprattutto il modo in cui parla a se stesso nei momenti di difficoltà. L’obiettivo non è “aggiustarsi”, ma comprendere meglio ciò che le accade e costruire gradualmente strumenti più gentili ed efficaci per prendersi cura di sé.

Non deve affrontare tutto questo da solo.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dr. Lorenzo Cella
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
C'è un aspetto che mi colpisce particolarmente nella sua storia, ed è quello che riguarda le sue origini familiari. Crescere senza la presenza stabile dei genitori — anche quando questi sono vivi e presenti in modo parziale — lascia spesso una domanda silenziosa ma potente sullo sfondo: cosa c'è che non va in me, se anche chi mi ha messo al mondo non è rimasto? Quella voce che sente in aula, quella che le dice che è tutto inutile e che non riesce in nulla, probabilmente ha radici molto più lontane del momento presente. E il fatto che oggi si trovi a prendersi cura dei suoi nonni malati, pur con tutte le sue difficoltà, dice qualcosa di importante sul tipo di persona che è: non indifferente, non assente, anche quando la vita gliene darebbe quasi il diritto.

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