Buonasera, scrivo qui sotto falso nome sia per sfogo che per consigli. Sono un uomo di 26 anni, ho

21 risposte
Buonasera, scrivo qui sotto falso nome sia per sfogo che per consigli.
Sono un uomo di 26 anni, ho una diagnosi di deficit dell'attenzione e mi sento sempre totalmente perso. Non so cosa non va in me.
Almeno fin dall'adolescenza ho sempre avuto difficoltà nell'essere costante con tutto, lo studio (mi sono diplomato con voti scarsi in un istituto tecnico) e l'alimentazione ad esempio (infatti sono molto obeso, di circa 30kg). Inoltre il mio umore oscilla tra l'essere triste e sentirsi senza energie e l'essere "normale", non felice sempre, ma stabile. Il problema è che questi cambiamenti non riesco ad attribuirli a nessuna causa in particolare, a volte ci sono degli eventi che mi inducono in uno stato o in un altro. Insomma, non riesco a gestirmi. Nei momenti "no" faccio molto binge eating, non esco di casa se non per mangiare, quando sono nell'aula per delle lezioni ho la costante voce in testa che mi ripete che è tutto inutile e che non riesco in nulla e ho continui pensieri negativi su tutto, anche le persone a me care. Infatti spesso torno a casa dopo le lezioni e faccio binge eating, che mi fa sentire ancora più in colpa e inutile. Non riesco a perdere neanche un po' di peso.
Non ho e non ho mai avuto una situazione familiare stabile, sono cresciuto con mio nonno e mia nonna nonostante entrambi i miei genitori siano vivi, ma hanno entrambi un'altra famiglia con cui io non sono andato (per mia volontà) a convivere. Entrambi i miei nonni sono malati ed in parte me ne occupo io, ma non del tutto.
Ho provato anche la psicoterapia in passato, con tre diversi psicologi ma non ho interrotto questo ciclo, nonostante alcuni miglioramenti su altri aspetti della mia vita.
Non saprei come muovermi altrimenti, a tratti ho l'impressione che io stia esagerando troppo, di essere inadatto proprio alla vita, a volte invece sento che non ho più voglia di fare niente e lo stare "qui ed ora" mi è solo una sofferenza.
Se qualcuno ha dei consigli son ben accetti, grazie
Dott.ssa Marta Floridi
Psicoterapeuta, Psicologo
Firenze
Difficoltà a essere costante, umore che oscilla senza una causa chiara, binge eating nei momenti difficili, una voce interna che ripete che è tutto inutile: sono esperienze che spesso si intrecciano e si alimentano a vicenda. Non è un caso che sia difficile uscirne da soli, non è una questione di volontà, ma di come questi elementi si mantengono l'uno con l'altro.
Ha già provato la psicoterapia e il fatto che non abbia risolto tutto non significa che non possa funzionare. Significa che forse non ha ancora trovato l’approccio giusto. Esistono percorsi pensati specificamente per chi ha una diagnosi di deficit dell’attenzione, che tengono conto di come questo si ripercuote sull’umore, sulle abitudini e sulla percezione di sé e che possono fare una differenza concreta.
Una cosa che ha scritto merita attenzione: “lo stare qui ed ora mi è solo una sofferenza”. Se in certi momenti il peso diventa difficile da gestire, è importante non restare solo con quei pensieri; parlarne con un professionista è il passo più utile che possa fare.

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Dott.ssa Paola Sacchelli
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Milano
Buonasera,
credo che la sua situazione debba essere accolta e ascoltata in seduta, non solo per consigli, ma per provare a capire cosa si nasconde sotto questo malessere. Le condotte disfunzionali col cibo, spesso, celano un malessere più radicato e che necessita di essere ascoltato non solo come disturbo alimentare ma in modo più ampio, rispettando in primis il vissuto della persona che lo vive. Le consiglio di iniziare una psicoterapia per darsi tempo e modo di capire cosa di lei la fa inciampare ogni volta che sta male, in situazioni dolorose.
Dott. Ferdinando Suvini
Psicologo, Psicoterapeuta
Firenze
Grazie molte per aver condiviso il suo vissuto. Credo stia affrontando un carico emotivo molto pesante, aggravato dalla gestione dell' ADHD e da una situazione familiare complessa.
Il binge eating come rifugio e le voci critiche suggeriscono che sia presente un senso di inefficacia personale e la ricerca di gratificazioni immediate per compensare la frustrazione.
Supporto Specialistico Mirato: Per chi ha l'ADHD, la terapia tradizionale a volte non basta. Potrebbe essere utile un percorso di terapia e valutare anche se una terapia farmacologica possa aiutarla a stabilizzare l'umore.
Sul tema del dolore non credo stia esagerando. Gestire due nonni malati e il passato familiare frammentato è molto faticoso e la sua stanchezza è una reazione a un carico elevato.
Un cordiale saluto
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Buongiorno,
da ciò che racconta emerge una situazione di sofferenza che sembra coinvolgere diversi aspetti della sua vita: la gestione dell’attenzione, l’andamento dell’umore, il rapporto con il cibo e un forte senso di frustrazione verso se stesso. In presenza di una diagnosi di Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività non è raro sperimentare difficoltà nella costanza, nell’organizzazione e nella regolazione delle emozioni, e questo può contribuire a far sentire la persona “bloccata” o inefficace.
Gli episodi di abbuffata che descrive possono inoltre essere legati ai momenti di maggiore stress emotivo o di sconforto, andando purtroppo ad alimentare un circolo di senso di colpa e demotivazione.
Il fatto che lei abbia già intrapreso in passato dei percorsi di psicoterapia è comunque un elemento importante, perché indica un desiderio di comprensione e di cambiamento. Quando alcune difficoltà persistono, può essere utile effettuare una nuova valutazione con uno specialista (psicologo o psichiatra) che possa considerare in modo integrato l’ADHD, l’andamento dell’umore e il comportamento alimentare, così da individuare un percorso terapeutico più mirato.
Non esiti quindi a chiedere nuovamente un supporto professionale: con l’aiuto adeguato è possibile lavorare su questi aspetti e trovare strategie più efficaci per gestire le difficoltà quotidiane.
Rimango a disposizione.
Un caro saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dr. Antonio Rivetti
Psicologo, Psicoterapeuta
San Nicola la Strada
Gentile Utente, che cosa succede al suo corpo? Lei ascolta le sue sensazioni, percezioni, emozioni? Dal suo post emerge chiaro che Lei ha smesso di "ascoltare"; il cibo sta diventando un riempimento non nutritivo ma una sorta di "stordimento" per placare i suoi pensieri. Quando smettiamo di ascoltare i segnali che arrivano dal nostro organismo, ci sentiamo persi, smarriti, come se la Vita non avesse senso. La invito ad approfondire le sue dinamiche interne e provare a placare i suoi pensieri (irreali). Grazie.
Dott. Giuseppe Berenati
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Milano
Buongiorno, mi ha colpito molto la sua domanda. Effettivamente, l'ADHD, i pensieri intrusivi, la bassa autostima e il binge eating vanno trattati all'interno di una psicoterapia in cui lei si trovi a suo agio e al sicuro di poter dire e trattare qualsiasi conflitto. E' possibile uscirne, è possibile stare bene. Non si butti giù.
Dott. Valerio Romano
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Buongiorno,
da quello che racconti non stai “esagerando”: descrivi un insieme di difficoltà che hanno una coerenza interna e che possono diventare davvero pesanti da reggere da soli. ADHD (deficit dell’attenzione), instabilità dell’umore, binge eating, senso di colpa e autosvalutazione, isolamento, un contesto familiare complicato e un carico di responsabilità verso i nonni: tutto questo può alimentarsi a vicenda. Non è “inadeguatezza alla vita”, è un sistema che si è incastrato.
Quello che colpisce è il ciclo che descrivi: momenti “no” → pensieri duri e senza speranza (“è tutto inutile”) → fatica a stare nelle situazioni → rientro e abbuffata come sollievo/analgesico → colpa e vergogna → ulteriore chiusura e perdita di energia. In questo senso il binge eating non è mancanza di volontà: spesso è un modo di regolare emozioni e stress quando non ci sono altre vie accessibili in quel momento. E con l’ADHD è ancora più facile che l’impulsività e la difficoltà a mantenere routine rendano più fragile l’autocontrollo proprio quando stai peggio.
Anche l’oscillazione dell’umore che non riesci a spiegarti può essere compatibile con un misto di stanchezza cronica, stress, autocritica, sonno irregolare, carico emotivo e, talvolta, una componente depressiva/ansiosa che va e viene. Il fatto che tu non riesca a collegarla sempre a un evento specifico non la rende “meno reale”: spesso il corpo e la mente sommano micro-stress quotidiani e poi la giornata “parte” già in salita.
Sul “come muovermi”: visto che hai già provato psicoterapia con più professionisti e che hai una diagnosi di ADHD, potrebbe essere utile pensare a un inquadramento più integrato. Non perché “servono farmaci per forza”, ma perché in quadri come il tuo spesso aiuta che ci sia una valutazione clinica completa (ADHD in età adulta, alimentazione/emotività, umore) e un percorso che tenga insieme questi pezzi, invece di lavorare solo su uno alla volta. Se l’ADHD non è trattato in modo adeguato, molte strategie psicologiche rischiano di essere difficili da sostenere nel tempo; e se il binge eating viene visto solo come “dieta”, rischia di non toccare la funzione emotiva che ha per te.
Un altro punto è il contesto: crescere con i nonni mentre i genitori hanno “altre famiglie” può lasciare ferite molto profonde (abbandono, non sentirsi scelti, dover diventare adulto presto, senso di essere di troppo). E oggi ti ritrovi anche con una parte di caregiving verso i nonni malati. È una pressione enorme, e spesso chi vive queste storie sviluppa una voce interna durissima, come se dovesse “farcela da solo” e ogni caduta fosse prova di fallimento.
Il fatto che tu dica “a volte non ho più voglia di fare niente” merita ascolto serio. Quando compaiono pensieri di resa o di sofferenza costante, è importante non restare isolati: un professionista che ti segua con continuità può aiutarti a reggere i picchi e a costruire un piano realistico, passo dopo passo.
Infine, una cosa importante: tu non sei i tuoi sintomi. Il fatto che tu sia qui a descriverli con tanta precisione, che tu abbia già tentato percorsi e che tu ti occupi (anche solo in parte) dei nonni, dice che c’è una parte di te che resiste e che vuole una vita più vivibile. Il lavoro ora è trovare un aiuto che sia davvero adatto al tuo funzionamento, senza colpevolizzarti perché “non sei costante”. In molti casi, quando si lavora bene su ADHD + regolazione emotiva + alimentazione, la sensazione di essere “perso” si riduce e le ricadute diventano meno totalizzanti.

Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buonasera,

da ciò che racconta emergono diverse difficoltà che probabilmente si intrecciano tra loro: la diagnosi di deficit dell’attenzione, le oscillazioni dell’umore, il rapporto complesso con il cibo e una storia familiare che sembra aver comportato responsabilità e possibili vissuti di solitudine già in età precoce. Tutti questi aspetti possono influenzarsi reciprocamente e contribuire alla sensazione di essere “perso” o di non riuscire a gestire la propria vita.

Il disturbo da deficit di attenzione in età adulta spesso non riguarda solo la concentrazione nello studio o nel lavoro, ma può incidere anche sulla capacità di organizzarsi, mantenere costanza negli obiettivi, regolare le emozioni e gestire gli impulsi. Questo può rendere più difficile, ad esempio, mantenere una routine nello studio, nell’alimentazione o nella cura di sé.

Il binge eating (abbuffate) che descrive nei momenti di maggiore difficoltà emotiva è un comportamento abbastanza frequente quando il cibo diventa un modo per gestire stati interni come tristezza, frustrazione, senso di vuoto o stanchezza mentale. Purtroppo, dopo l’abbuffata spesso arrivano senso di colpa e autosvalutazione, che alimentano ulteriormente il circolo negativo.

Anche i pensieri molto critici verso se stessi (“non riesco in nulla”, “è tutto inutile”) meritano attenzione: quando diventano frequenti possono influenzare l’umore, la motivazione e la percezione delle proprie capacità. Non è raro che, con il tempo, questi pensieri diventino quasi automatici e molto difficili da interrompere senza un lavoro mirato.

Inoltre, il fatto di essere cresciuto principalmente con i nonni e di trovarsi ora in parte a prendersi cura di loro può rappresentare una fonte di carico emotivo e responsabilità non sempre facile da sostenere, soprattutto se si accompagna alla sensazione di non avere una base familiare stabile.

Il fatto che lei abbia già provato la psicoterapia è comunque un elemento positivo: significa che ha cercato di prendersi cura di sé e che riconosce la necessità di un aiuto. A volte però servono tempi più lunghi, un diverso approccio terapeutico oppure un lavoro integrato (ad esempio con uno psichiatra, con uno specialista dei disturbi alimentari o con professionisti esperti di ADHD nell’adulto).

Alcuni aspetti che potrebbero essere utili da approfondire in un percorso mirato sono:

la gestione dell’ADHD in età adulta (strategie di organizzazione, regolazione emotiva, eventuale valutazione farmacologica);

il rapporto con il cibo e le abbuffate, per interrompere il circolo binge eating–senso di colpa;

il lavoro sui pensieri autosvalutanti e sull’autostima;

l’elaborazione dei vissuti legati alla storia familiare e alle responsabilità che sta portando.

Il fatto che a volte lei riesca comunque a sentirsi “normale” o più stabile è un segnale importante: indica che il suo stato non è fisso e che esistono margini di cambiamento.

Le difficoltà che descrive non significano essere “inadatto alla vita”, ma piuttosto trovarsi in una situazione complessa che merita di essere compresa e affrontata con il giusto supporto.

Per questo motivo, il consiglio è di approfondire la situazione con uno specialista, possibilmente con esperienza sia nell’ADHD dell’adulto sia nei disturbi del comportamento alimentare, in modo da poter costruire un percorso terapeutico più mirato.

Un caro saluto.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
grazie per aver condiviso una parte così delicata della sua esperienza. Dalle sue parole emerge una grande fatica, ma anche una notevole capacità di osservare ciò che sta vivendo e di cercare aiuto: questo è già un passo importante.

La difficoltà a mantenere costanza, l’alternanza dell’umore, i pensieri molto critici verso se stessi e il ricorso al binge eating nei momenti più difficili sono esperienze che molte persone vivono quando si trovano sotto un forte carico emotivo. In presenza di una diagnosi di deficit dell’attenzione, inoltre, può essere ancora più complesso gestire energia, motivazione e organizzazione della vita quotidiana. Tutto questo non significa essere “inadatti alla vita”, ma piuttosto trovarsi in una situazione che merita comprensione e un supporto adeguato.

Dal suo racconto emergono anche diversi elementi importanti della sua storia – le difficoltà familiari, le responsabilità verso i nonni, i tentativi già fatti in psicoterapia – che possono influenzare profondamente il modo in cui oggi vive se stesso e le sue giornate. Il fatto che in passato abbia comunque tratto alcuni benefici dal percorso terapeutico è un segnale che il lavoro psicologico può essere utile, anche se talvolta può richiedere tempi o modalità diverse prima di trovare lo spazio più adatto.

Potrebbe essere utile riprendere un percorso psicologico che tenga insieme i diversi aspetti che descrive: la gestione dell’attenzione e dell’organizzazione, il rapporto con il cibo e con il corpo, e soprattutto il modo in cui parla a se stesso nei momenti di difficoltà. L’obiettivo non è “aggiustarsi”, ma comprendere meglio ciò che le accade e costruire gradualmente strumenti più gentili ed efficaci per prendersi cura di sé.

Non deve affrontare tutto questo da solo.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dr. Lorenzo Cella
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
C'è un aspetto che mi colpisce particolarmente nella sua storia, ed è quello che riguarda le sue origini familiari. Crescere senza la presenza stabile dei genitori — anche quando questi sono vivi e presenti in modo parziale — lascia spesso una domanda silenziosa ma potente sullo sfondo: cosa c'è che non va in me, se anche chi mi ha messo al mondo non è rimasto? Quella voce che sente in aula, quella che le dice che è tutto inutile e che non riesce in nulla, probabilmente ha radici molto più lontane del momento presente. E il fatto che oggi si trovi a prendersi cura dei suoi nonni malati, pur con tutte le sue difficoltà, dice qualcosa di importante sul tipo di persona che è: non indifferente, non assente, anche quando la vita gliene darebbe quasi il diritto.
Dott.ssa Elvira Cerullo
Psicologo, Psicoterapeuta
Pescara
Se ha ricevuto una diagnosi di ADHD, è molto importante che possa essere seguito con continuità da professionisti. Molti degli aspetti che descrive – come le difficoltà legate alle condotte alimentari, le sensazioni di fatica emotiva e i pensieri negativi – sono caratteristici di questa neurodivergenza.
Per questo motivo sarebbe utile intraprendere un percorso con uno psicoterapeuta che abbia esperienza specifica nell’ambito delle neurodivergenze. In presenza di una diagnosi di ADHD, solitamente viene consigliato anche un inquadramento clinico più completo e, quando necessario, un supporto integrato che può coinvolgere sia lo psicologo/psicoterapeuta sia il neuropsichiatra, anche attraverso una valutazione testistica più approfondita.
Comprendo anche che iniziare qualcosa di nuovo possa risultare particolarmente difficile: spesso le novità possono essere vissute con una forte componente di ansia. So che ha già provato a rivolgersi a diversi psicologi, come racconta, ma in questi percorsi sono fondamentali sia la continuità sia l’accesso a professionisti informati e formati su queste tematiche.
Acquisire una maggiore consapevolezza di cosa sia realmente l’ADHD e di come influisca sul proprio modo di pensare, sentire e agire può aiutarla a comprendersi meglio e, con il tempo, anche ad accogliersi e volersi un po’ più bene. Iniziare un percorso di supporto può rappresentare un primo passo importante per uscire dal circolo di difficoltà che sta vivendo e per costruire strumenti più efficaci per gestire queste esperienze.
Dott.ssa Eleonora Pupo
Psicoterapeuta, Psicologo
Orvieto Scalo
Gentile Utente, la ringrazio per aver condiviso con così tanta onestà questo senso di smarrimento e fatica. È evidente che lei si trovi a gestire un carico emotivo e pratico molto pesante, e sentirsi "inadatti" è un dolore profondo, ma è spesso il segnale di quanto le strategie usate finora per sopravvivere siano diventate esse stesse un peso insostenibile.

La invito a riflettere su cosa rappresenti per lei, in questo momento, il discontrollo legato all'alimentazione. Il cibo potrebbe essere l'unico elemento su cui sente di poter esercitare un’azione immediata, o l'unico modo che ha trovato per "mettere a tacere" quella voce che le ripete che è tutto inutile? Spesso, ciò che chiamiamo mancanza di controllo è in realtà un tentativo disperato di gestire un dolore che non trova altre parole.

Allo stesso modo, cosa significherebbe per lei, concretamente, essere una persona costante? Forse la sfida non è diventare improvvisamente impeccabile, ma vedersi umano e lavorare per capire se questa ricerca di stabilità sia un desiderio di benessere o un modo per sentirsi finalmente "giusto".

Il suo vissuto merita una nuova narrazione, che parta dalla legittimazione della sua sofferenza attuale invece che dal senso di colpa per non essere ancora dove e come vorrebbe.
Dott.ssa Marina Balbo
Psicoterapeuta, Psicologo
Torino
Buonasera, da ciò che racconta sembra che stia affrontando diverse difficoltà che possono intrecciarsi tra loro: ADHD, oscillazioni dell’umore, pensieri molto critici verso se stessi e comportamenti alimentari impulsivi nei momenti di stress. Situazioni di questo tipo possono far sentire molto sopraffatti, ma non sono rare e possono essere affrontate con il giusto supporto. Il fatto che lei abbia già provato a chiedere aiuto è comunque un passo importante. In alcuni percorsi terapeutici, oltre al lavoro sui pensieri e sulla regolazione emotiva, può essere utile anche l’EMDR, che aiuta a rielaborare esperienze e vissuti che possono mantenere attivi questi schemi di sofferenza. Le suggerirei di confrontarsi con un professionista che abbia esperienza in questi ambiti per valutare insieme il percorso più adatto. Cordialmente
Buongiorno, il mio consiglio è di insistere con la Psicoterapia, forse i percorsi precedenti sono stati interrotti precocemente o forse non era pronto lei a fare dei cambiamenti importanti. Non è mai troppo tardi per prendersi cura di se stessi e della propria salute (fisica e mentale). In bocca al lupo!
Dott.ssa Elisa Bruscaglia
Psicologo, Psicoterapeuta
Cattolica
Gentile utente,
Da quello che descrive emergono tante fatiche che stanno andando avanti da tempo: la sensazione di sentirsi perso, l’alternanza dell’umore, la difficoltà a mantenere costanza nello studio o nell’alimentazione, il binge eating nei momenti più difficili, e anche il peso delle responsabilità familiari che porta sulle spalle. È comprensibile che, vivendo tutto questo insieme, a volte possa nascere il pensiero di essere “inadatto alla vita”. Quando si è dentro a queste dinamiche da tanto tempo, è facile iniziare a guardarsi solo attraverso le difficoltà.
Allo stesso tempo, nella sua storia si vedono anche diversi elementi di forza: ha portato avanti gli studi nonostante le difficoltà, si prende cura dei suoi nonni, ha provato più volte a chiedere aiuto attraverso la psicoterapia e oggi sta ancora cercando un confronto. Questo non è il comportamento di una persona che “non riesce in nulla”, ma di qualcuno che continua a cercare una strada anche quando è stanco.
La diagnosi di deficit dell’attenzione può rendere più complicata la gestione della costanza, delle energie e anche delle emozioni. Spesso chi vive questa condizione sperimenta oscillazioni nell’umore, momenti di forte autocritica e difficoltà nella regolazione di comportamenti come l’alimentazione emotiva. Non significa però che queste difficoltà definiscano chi è o che non possano essere affrontate con il giusto supporto.
Lei scrive anche di aver già fatto psicoterapia in passato e di aver ottenuto alcuni miglioramenti. A volte però la terapia non è un percorso lineare e definitivo: la vita cambia, le situazioni cambiano, e può capitare che in momenti diversi servano strumenti nuovi o uno spazio di ascolto rinnovato. Riprendere un percorso psicologico non significa aver “fallito” prima, ma riconoscere che in questa fase della sua vita potrebbe essere utile avere qualcuno che la accompagni nel mettere ordine tra queste difficoltà.
Un percorso terapeutico potrebbe aiutarla, ad esempio, a:
- comprendere meglio le oscillazioni dell’umore e cosa le attiva
- lavorare sui pensieri critici e svalutanti verso se stesso
- trovare strategie più efficaci per gestire il binge eating
- costruire maggiore stabilità e gentilezza nel modo in cui guarda a sé stesso.
Il fatto che a volte lei senta ancora una parte di sé che cerca aiuto e che scrive qui è un segnale importante: significa che quella parte che desidera stare meglio è ancora molto presente.
Se se la sente, potrebbe essere proprio questo il momento giusto per tornare a prendersi uno spazio per sé e riprendere un percorso terapeutico con uno specialista con cui sentirsi compreso e accompagnato.
Nel frattempo, provi a ricordare che le difficoltà che descrive non sono segni di debolezza o di incapacità personale: sono esperienze che molte persone vivono quando si sentono sovraccariche, sole o senza strumenti adeguati per gestire ciò che stanno attraversando.

Un caro saluto.

Dott.ssa Elisa Bruscaglia
Psicologa Psicoterapeuta
Dott.ssa Valentina Sciubba
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, forse potrebbe essere utile elaborare l'esperienza della separazione dei genitori che si è ripercossa su di lei e le sue scelte di vita, come anche valutare se il Binge Eating compensi aspetti depressivi. Contemporaneamente sarebbe utile usare le strategie della Terapia Strategica Breve per curare il disturbo di alimentazione e eventuali stati depressivi, migliorare la gestione del tempo e l'organizzazione della giornata e delle energie, in relazione all'ADHD. Mi rendo conto che non sono consigli pratici e d'altra parte non è questa la sede per effettuare manovre terapeutiche, ma sono delle indicazioni che forse possono aiutarla a trovare esercizi e tecniche per la gestione del tempo e delle energie. Per aspetti più relazionali, profondi, eventualmente traumatici, le consiglio di avvalersi di uno psicoterapeuta. L'approccio integrato strategico breve-gestaltico unisce la cura di aspetti profondi della personalità a strategie ugualmente efficaci applicate ad una gestione pratica del "quotidiano". Può trovare maggiori info su di esso visitando il sito a mio nome.
Dott. Emiliano Perulli
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Lecce
Gentile, lei racconta di un peso che non riguarda solo i sintomi, ma un’intera storia di adattamenti: crescere senza una base familiare stabile, assumersi responsabilità molto presto, cercare di funzionare mentre dentro si sente sempre “troppo” o “mai abbastanza”. In questo contesto, le oscillazioni dell’umore, la difficoltà a mantenere costanza e il ricorso al cibo nei momenti di sofferenza non sono segnali di debolezza, ma modi che il suo sistema ha trovato per reggere situazioni emotive molto complesse.
Il binge eating, la fatica a uscire, la voce interna che la svaluta: sono tutti elementi che parlano di un sovraccarico, non di un’incapacità. Quando per anni si è dovuti andare avanti senza un sostegno stabile, il corpo e la mente costruiscono strategie di sopravvivenza che poi diventano difficili da interrompere da soli.
Anche il fatto di essersi già rivolto a più professionisti non significa che “non c’è soluzione”: significa che sta cercando da tempo un modo per riorganizzare qualcosa di molto radicato. A volte serve trovare il contesto terapeutico giusto, quello che permette di lavorare non solo sui comportamenti, ma sulla storia che li sostiene.
La sensazione di essere “inadatto alla vita” è un segnale di quanto sia stanco, non una verità su di lei. E il fatto che abbia scritto qui, con questa lucidità, indica che una parte di lei sta ancora cercando un modo per stare meglio.
Un percorso psicologico continuativo può aiutarla a dare un nome a ciò che vive, a ridurre il peso di quei momenti “no” e a costruire strumenti più stabili per gestire emozioni e quotidianità. Non si tratta di “aggiustare” qualcosa che non va, ma di rimettere ordine in una storia che finora ha dovuto affrontare quasi da solo
Buonasera,
dal suo messaggio emerge molta fatica, ma anche un’importante capacità di riflettere su ciò che sta vivendo. Il fatto stesso di riuscire a descrivere con questa chiarezza il suo stato d’animo e di chiedere un confronto è già un passo significativo.
Dalle sue parole si intrecciano diversi aspetti: le difficoltà legate alla costanza e alla concentrazione, le oscillazioni dell’umore, il rapporto complicato con il cibo, pensieri molto critici verso se stesso e una storia familiare che sembra essere stata poco stabile. Quando queste dimensioni si sovrappongono è comprensibile sentirsi disorientati o avere la sensazione di non riuscire a “gestirsi”.
Spesso, quando si vivono queste esperienze, si tende a pensare che “ci sia qualcosa che non va in me”. In realtà, da un punto di vista psicologico, ciò che chiamiamo sintomi può essere anche il risultato di tanti fattori che si sono intrecciati nel tempo: esperienze di vita, relazioni significative, modalità con cui abbiamo imparato a gestire emozioni difficili. Ad esempio, comportamenti come il binge eating possono diventare, nel tempo, un modo per regolare stati emotivi molto intensi, anche se poi generano senso di colpa e frustrazione.
Nel suo racconto emerge anche una forte voce critica interna, che sembra accompagnarla soprattutto nei momenti più difficili. Questo tipo di pensieri può diventare molto pesante da sostenere da soli e spesso ha radici profonde che meritano di essere comprese con calma all’interno di uno spazio terapeutico.
Lei racconta di aver già intrapreso dei percorsi psicologici in passato e di aver ottenuto anche alcuni miglioramenti. Questo è un elemento importante: significa che il lavoro su di sé è già iniziato. A volte però alcune difficoltà richiedono tempi più lunghi o la possibilità di affrontarle da un’altra prospettiva.
Proprio per la complessità di ciò che descrive, credo che potrebbe essere utile considerare la possibilità di riprendere un percorso di psicoterapia, dove poter esplorare con maggiore continuità queste fatiche e capire insieme quali significati e quali dinamiche si sono costruite nel tempo. Uno spazio terapeutico può aiutare non solo a ridurre i sintomi, ma soprattutto a dare senso a ciò che sta vivendo e a trovare modalità più sostenibili per affrontarlo. Rispondendo online purtroppo è possibile offrire solo qualche spunto generale, ma la situazione che descrive merita attenzione e accompagnamento nel tempo. Il fatto che lei stia cercando un confronto e non si sia rassegnato alla situazione è già un segnale importante: anche nei momenti in cui ci si sente molto bloccati, la possibilità di cambiamento rimane.
Le auguro di trovare l'aiuto che cerca. Buona giornata
Dott.ssa Teresa Luzzi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Buonasera e grazie di aver condiviso la sua storia. Mi sembra di capire che non si tratta di una singola difficoltà ma di più aspetti che si intrecciano e le procurano una grande fatica. Le difficoltà che descrive legati alla regolazione emotiva, al rapporto con il cibo, pensieri negativi ricorrenti, gestione dell'attenzione sono ambiti su cui esistono percorsi terapeutici specifici e molto efficaci quindi mi sento di suggerirle di non arrendersi nel trovare uno specialista che possa aiutarla. Anzi potrebbe essere utile, se non l'ha già fatto, valutare anche un confronto con uno specialista (psichiatra o centro specializzato) per avere un inquadramento più completo. Deve essere terribile convivere con la sensazione di essere inadatto alla vita ma ritengo che potrebbe essere il risultato di anni di fatica e autocritica. Vorrei restituirle che dai suoi racconti emerge anche una persona con delle risorse e basti pensare che ha continuato a studiare, che si prende cura dei propri nonni, che ha saputo cercare aiuto e ancora oggi si interroga su come stare meglio. Non affronti tutto questo da solo, mi auguro che lei possa trovare uno spazio di ascolto e condivisione adeguato così che possa essere accompagnato verso un maggior benessere. Un caro saluto
Dott. Edoardo Ballanti
Psicologo clinico, Psicoterapeuta, Psicologo
Senigallia
Quello che racconti è molto intenso, e il fatto che tu riesca a descriverlo con tanta lucidità dice già qualcosa di importante: stai cercando di capire cosa ti succede, non stai semplicemente arrendendoti. Questo è un punto di partenza molto più significativo di quanto forse tu riesca a vedere adesso.
Prima di tutto vorrei dirti una cosa con chiarezza: da quello che scrivi non sembri una persona “inadatta alla vita”. Sembri piuttosto una persona che da molti anni sta portando un carico molto pesante — biologico, emotivo e familiare — spesso senza un vero sostegno stabile. Se potessi farti una domanda importante sarebbe questa:

nella tua vita c’è qualcuno — terapeuta, medico, educatore — che abbia una vera competenza sull’ADHD negli adulti?

Perché spesso quando questa condizione viene compresa e trattata nel modo giusto, molte cose che sembravano “difetti personali” iniziano a diventare problemi gestibili.
vorrei lasciarti anche con un pensiero molto semplice:
A 26 anni la tua storia non è affatto definita.
Molte persone iniziano davvero a trovare la propria direzione proprio dopo anni molto difficili. Il fatto che tu abbia scritto questo messaggio significa che una parte di te non ha smesso di cercare una via d’uscita.
Dott.ssa Alessia Supino
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Formia
Salve gentile utente,
Ti consiglio di intraprendere una terapia per poterti liberare da queste emozioni cosi dolorose e dannose.
Un caro saluto

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