Anziano over 70, con problemi di memoria, problemi cognitivi, aggressivo e con un importante problem

Anziano over 70, con problemi di memoria, problemi cognitivi, aggressivo e con un importante problema di alcol (minimo un litro e mezzo di vino al giorno). Rifiuta di andare dal medico, non ammette di aver nessuno dei problemi sopraelencati, anzi si offende. Come si può aiutare?

30 risposte


Gentile Utente, la situazione che descrive è particolarmente complessa perché coinvolge contemporaneamente problemi cognitivi, abuso di alcol, aggressività e soprattutto una totale mancanza di consapevolezza del problema. Quando una persona rifiuta qualsiasi aiuto e vive ogni tentativo di confronto come un attacco o un'offesa, è comprensibile che i familiari si sentano impotenti e frustrati. È vero che in età avanzata alcuni modi di pensare, di reagire e di affrontare la sofferenza possono essere molto radicati. Spesso ciò che dall'esterno appare come ostinazione o rifiuto è in realtà un equilibrio costruito nel corso di una vita intera, magari al prezzo di grandi sofferenze. Talvolta l'alcol diventa una modalità per anestetizzare emozioni dolorose, solitudini, rimpianti o ferite che non hanno mai trovato uno spazio adeguato per essere ascoltate ed elaborate. Più che concentrarsi sul tentativo di convincerlo che ha un problema – cosa che rischia di aumentare le sue difese – può essere utile cercare di comprendere quale funzione abbiano oggi quei comportamenti nella sua vita. Dietro l'aggressività e il rifiuto può esserci una persona che teme di perdere autonomia, dignità o controllo sulla propria esistenza. Se fosse possibile avviare un percorso di aiuto, non lo immaginerei tanto come un tentativo di cambiare radicalmente una persona di oltre settant'anni, quanto come un lavoro di riconciliazione con la propria storia. Trovare una maggiore pace con le parti di sé più sofferenti, dare un significato alle proprie ferite, perdonare chi ha contribuito al dolore ricevuto e, quando possibile, perdonare anche se stessi. In altre parole, cercare una forma di pacificazione interiore che permetta di non dover più affidare esclusivamente all'alcol il compito di silenziare ciò che fa male. Naturalmente, qualora il deterioramento cognitivo o il consumo di alcol mettessero a rischio la sua salute o quella delle persone che gli stanno accanto, sarebbe importante che i familiari si confrontassero con il medico curante o con i servizi territoriali, anche in assenza della sua collaborazione, per ricevere indicazioni su come gestire la situazione. Un cordiale saluto, Marica Romano

Dott.ssa Marica Romano

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Purtroppo se questa persona non accetta alcuna forma di controllo medico, fosse anche solo per la memoria, non lo si può costringere, dato che non ha alcun limite formalmente definito alla sua capacità di intendere e volere. Se provasse a dirgli che lei si sente in difficoltà con lui?


Buonasera, il quesito è piuttosto complesso. Le rispondo facendo delle ipotesi sul fatto che i problemi cognitivi e di memoria non abbiano una certificazione dato che non vuole andare dal medico. l'aspetto dell'alcol dovrebbe essere inquadrato temporalmente nella sua insorgenza. In generale però le dico che se una persona si oppone non è possibile costringerla a meno che non accada un evento importante di rischio per la sua salute e incolumità che possa motivare un intervento coatto. Purtroppo in queste situazioni si prova sconforto, impotenza ma a volte anche rabbia.


Capisco bene la difficoltà, è una situazione che mette davvero alla prova chi sta accanto, soprattutto perché c’è un intreccio di più fattori: il possibile decadimento cognitivo, l’uso importante di alcol e la totale mancanza di consapevolezza. È molto più comune di quanto si pensi che una persona in queste condizioni rifiuti qualsiasi aiuto e reagisca con rabbia o chiusura. In questi casi andare “contro” la persona, cercando di convincerla direttamente che ha un problema, spesso peggiora le cose. Non è ostinazione volontaria: quando ci sono difficoltà cognitive o un uso cronico di alcol, la capacità di riconoscere la propria condizione può essere davvero compromessa. Per questo tende a sentirsi attaccato e si difende. La strada più utile di solito è più indiretta e graduale. Ad esempio, agganciare il contatto su aspetti concreti e meno minacciosi (“facciamo un controllo generale”, “vediamo questa cosa della memoria per stare tranquilli”), evitando etichette come “hai un problema”. A volte funziona anche coinvolgere una figura esterna percepita come neutra, come il medico di base, ma costruendo prima un minimo di alleanza. Parallelamente è fondamentale che chi gli sta accanto non resti solo: perché situazioni così rischiano di diventare pesanti anche a livello emotivo e pratico. Ci sono servizi territoriali (come geriatria, servizi per le dipendenze, assistenza domiciliare) che possono dare una mano, anche quando la persona inizialmente non collabora. Io lavoro proprio in questo ambito, anche sul territorio milanese, e mi capita spesso di seguire situazioni simili, sia con la persona direttamente sia con i familiari quando c’è questo tipo di resistenza. Si può costruire un modo concreto per avvicinarlo senza farlo chiudere ancora di più e, allo stesso tempo, proteggere chi gli sta accanto. Se vuole, mi scriva e mi racconti qualcosa in più del contesto familiare e di come reagisce nelle diverse situazioni: possiamo capire insieme quali primi passi fare in modo pratico e sostenibile.


Quando una persona anziana presenta difficoltà cognitive, problemi di memoria e un importante consumo di alcol, può accadere che non riconosca le proprie difficoltà o reagisca con rabbia e chiusura quando vengono affrontate. In questi casi, cercare di convincerla direttamente che ha un problema spesso non è efficace e rischia di compromettere ulteriormente la relazione. L'approccio più utile è generalmente quello di evitare il confronto diretto e mantenere un dialogo rispettoso, concentrandosi sulle sue esigenze e sul suo benessere piuttosto che sulle etichette diagnostiche. Parallelamente, è importante che i familiari o le persone di riferimento si confrontino con il medico curante o con i servizi specialistici per ricevere indicazioni su come gestire la situazione e valutare il livello di rischio. Quando sono presenti alterazioni cognitive significative, il rifiuto delle cure può essere legato non solo alla negazione, ma anche a una ridotta capacità di comprendere il proprio stato di salute.


Gentile utente, ​la situazione che descrive è complessa e dolorosa. L'impatto emotivo e organizzativo sul nucleo familiare richiede la massima attenzione. Gestire contemporaneamente un progressivo declino cognitivo, l'aggressività e un abuso cronico di alcol in un quadro ultrasettantenne è un compito che logora profondamente le risorse di chi se ne prende cura. Quando una persona rifiuta l'aiuto medico e reagisce offendendosi, non siamo di fronte a una semplice ostinazione caratteriale, ma a un preciso costrutto clinico noto come anosognosia ovvero la reale incapacità di origine neuropsicologica di comprendere e riconoscere il proprio stato di malattia. ​È importante accogliere la frustrazione dei familiari e comprendere che l'ostilità e la rabbia di quest'uomo non sono agiti intenzionali contro di voi, ma la manifestazione di una sofferenza in atto. L'introduzione costante di alcol in età avanzata accelera i processi di deterioramento cognitivo compromettendo il controllo degli impulsi e l'esame di realtà. Per questo motivo, i tentativi di persuasione logica o il confronto diretto si rivelano inefficaci e rischiano di essere percepiti come una minaccia, esasperando le condotte aggressive. Di fronte a un quadro di questa portata, il sistema familiare non può rimanere isolato. La strategia d'intervento deve focalizzarsi sulla tutela dell'anziano e dei caregiver, attivando la rete dei servizi territoriali. Il primo passaggio raccomandato è il coinvolgimento del medico di medicina generale, che saprà indirizzarvi verso i percorsi Assistenziali e specialistici del territorio. Parallelamente, si suggerisce ai familiari di ritagliarsi uno spazio di supporto psicologico mirato, indispensabile per elaborare il carico assistenziale e per apprendere le tecniche di gestione comunicativa più idonee a disinnescare la reattività del paziente. Cordialmente. Dott.ssa Romano Melinda


Grazie per aver portato una situazione tanto delicata Quando una persona presenta problemi di memoria difficoltà cognitive comportamenti aggressivi e un consumo di alcol così importante il primo ostacolo da affrontare è spesso proprio il rifiuto di riconoscere il problema In questi casi i familiari tendono comprensibilmente a utilizzare spiegazioni richieste pressioni o discussioni nel tentativo di convincere la persona a farsi aiutare. Purtroppo più si insiste più frequentemente si ottiene una chiusura ancora maggiore Può essere utile osservare con attenzione quali tentativi siano già stati fatti e che effetto abbiano prodotto. Se ogni confronto diretto sul bere sulla memoria o sulla necessità di una visita genera conflitto è possibile che la strategia adottata finora stia involontariamente contribuendo a mantenere il problema Allo stesso tempo è importante non sottovalutare la situazione. La combinazione tra deterioramento cognitivo sospetto e consumo elevato di alcol merita una valutazione medica approfondita soprattutto perché alcune condizioni possono peggiorare nel tempo e compromettere ulteriormente autonomia e sicurezza In una situazione come questa potrebbe essere molto utile che siano innanzitutto i familiari a confrontarsi con uno specialista anche se la persona interessata non è disponibile a farlo. Un professionista esperto potrebbe aiutare a comprendere come gestire le interazioni quotidiane e come favorire un eventuale coinvolgimento della persona nelle cure senza entrare in scontri continui Anche un percorso di terapia breve rivolto ai familiari potrebbe offrire indicazioni pratiche per modificare quelle dinamiche relazionali che oggi sembrano mantenere il rifiuto e l'opposizione La richiesta di aiuto che state facendo è importante perché in situazioni come questa intervenire precocemente può fare una grande differenza Un caro saluto Fabián Gabriel Beneitez CPBA


La situazione che descrivi è delicata e merita una valutazione specialistica, perché l’associazione tra problemi cognitivi, aggressività e abuso di alcol può compromettere la capacità di giudizio. I familiari potrebbero rivolgersi ad un centro per i disturbi cognitivi, anche senza la sua presenza iniziale, per ricevere indicazioni su come procedere.


Buongiorno, aprendosi alla possibilità di un consulto psichiatrico e/o neurologico domiciliare. Cordiali saluti Dott. Diego Ferrara


Buongiorno. Molte volte mi trovo ad affrontare questa situazione, in cui qualcuno mi chiede come far andare in terapia qualcun altro e questa è la mia risposta quando una persona non riconosce di avere un problema e rifiuta qualsiasi forma di aiuto. In generale, finché una persona mantiene la capacità di decidere per sé, non è possibile obbligarla a intraprendere un percorso di cura contro la sua volontà. Esistono procedure di intervento non volontario, ma sono previste solo in situazioni particolari e richiedono specifiche valutazioni sanitarie e legali (TSO - trattamento sanitario obligatorio). L'alternativa, in casi come questo, oltre a cercare occasioni di dialogo non conflittuale, è quella di non dimenticarsi di chi sta accanto alla persona sofferente. Familiari e caregiver rischiano infatti di consumare enormi energie fisiche ed emotive nel tentativo di aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato. Per questo motivo può essere utile che siano proprio loro a cercare supporto, informazioni e strumenti relazionali per proteggersi, gestire lo stress e imparare strategie efficaci per affrontare una situazione spesso molto complessa e dolorosa. Questo fa parte del mio lavoro e sarei lieto di poterle essere utile in tal senso. Non esiti a contattarmi per un colloquio.


Buonasera, in una situazione come quella che descrive il punto non è “convincerlo” ad ammettere il problema. Quando una persona anziana ha possibili difficoltà cognitive, aggressività e un consumo importante di alcol, insistere frontalmente spesso produce l’effetto opposto: si sente accusata, si difende, nega e si chiude ancora di più. La priorità è duplice: sicurezza e aggancio sanitario. Se diventa violento, minaccia qualcuno, cade, appare confuso in modo acuto o non è gestibile, non va affrontato da soli: bisogna chiamare i soccorsi o i servizi di emergenza. Se invece la situazione è grave ma non immediatamente pericolosa, il primo passo concreto è coinvolgere il medico di medicina generale, anche inizialmente tramite i familiari, spiegando con precisione memoria, comportamento, quantità di alcol, aggressività, rifiuto delle cure e rischi in casa. È importante non impostare il dialogo su “tu hai un problema” o “tu devi curarti”. Meglio partire da qualcosa di meno accusatorio: “Vorremmo fare un controllo generale perché ultimamente ti vediamo più stanco, irritabile e fragile”. Non è una bugia: è un modo per evitare che la vergogna trasformi ogni proposta in una battaglia. Attenzione anche all’alcol: con quantità elevate e quotidiane non è prudente togliere o ridurre bruscamente il vino senza valutazione medica, perché l’astinenza può essere rischiosa. Serve un percorso guidato, spesso integrando medico, servizi per le dipendenze, valutazione cognitiva e, se necessario, servizi sociali. Alcune domande sarebbero importanti: vive da solo o con qualcuno? L’aggressività è verbale o anche fisica? Ha avuto cadute, confusione improvvisa, dimenticanze pericolose, guida ancora? Assume farmaci? Ci sono armi, auto, fornelli o gestione di denaro a rischio? I familiari sono uniti o ognuno prova a gestirlo da sé? In questi casi aiutare non significa aspettare che lui riconosca tutto. Significa costruire attorno a lui una rete adulta, ferma e non provocatoria, capace di proteggere lui e chi vive con lui senza trasformare ogni giorno in uno scontro. Un caro saluto.

Dott. Roberto Barbieri

Dott. Roberto Barbieri

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Comprendo profondamente il dolore e l'esaurimento che state vivendo. Quando una persona rifiuta l'aiuto, la prima leva di diventa il sistema familiare e il modo in cui interagisce con lei. Per disinnescare l'aggressività e il senso di offesa, è fondamentale interrompere i tentativi di convincimento diretto, i rimproveri sull'alcol o le verifiche sulla memoria, che alimentano solo la sua reazione difensiva. Provate a cambiare strategia aggirando l'ostacolo: la visita medica non va presentata come una cura per la mente o per il bere, ma motivata con un pretesto accettabile, come un controllo di routine per la pressione o per un disturbo fisico reale (un dolore articolare), riducendo così la sua percezione di minaccia alla propria dignità. Contemporaneamente, muovetevi voi familiari dietro le quinte e parlate privatamente con il medico di medicina generale o contattate i servizi territoriali (Cdcd per la demenza e Sera per l'alcol) per pianificare un intervento coordinato, valutando se possibile una visita domiciliare protetta. Ricordate che proteggere voi stessi dal burnout e fare rete con i professionisti, modificando le vostre mosse relazionali, è l'atto più terapeutico e umano che possiate fare per permettere a un aiuto concreto di entrare in casa.


Buongiorno, quando si instaura un quadro di demenza, come sembra quello descritto, è frequente che esso si esprima anche attraverso un'alterazione delle facoltà di critica e di giudizio, quindi che sfoci in una incapacità, da parte della persona colpita, di provvedere alla cura di sè. Se la persona rifiuta di recarsi dal medico, possono però farlo i suoi familiari, chiedendo un incontro col Medico di medicina generale, che darà indicazioni su come gestire la situazione. Altra alternativa è quella di organizzare una visita psichiatrica o geriatrica presso il domicilio dell'anziano stesso. Infine, in caso di crisi di rabbia ed aggressività importanti, tali da rischiare che l'anizano diventi pericoloso per sè o per gli altri, è opportuno rivolgersi al pronto soccorso, che dovrebbe avviare come minimo una valutazione specialistica. Le condotte aggressive sono probabilmente conseguenza della demenza, magari accentuate dall'abuso d'alcol e dalla caratterialità della persona. Possono però essere ridotte con opportuna terapia psicofarmacologica che dovrà essere valutata dallo Specialista, affinchè l'anziano diventi più compliante. Occuparsi di un'anziano con decadimento cognitivo è sicuramente un compito impegnativo e con l'andare del tempo logorante, soprattutto quando sono presenti disturbi del comportamento. Per questo è importante chiedere aiuto prima che il caregiver arrivi ad una situazione di burnout.


Buongiorno, non si può costringere nessuno a sottoporsi a trattamento medico, si può richiedere un supporto psicologico a domicilio, oppure se la situazione diventa pericolosa per il soggetto stesso e gli altri un trattamento sanitario obbligatorio TSO, ovviamente con le dovute precauzioni. Dott.ssa Sara Rocco


Buonasera, la situazione che descrive può essere molto difficile e frustrante da osservare. Quando sono presenti problemi di memoria, cambiamenti nel comportamento e un consumo importante di alcol, non è raro che la persona interessata non riconosca le proprie difficoltà o reagisca con rabbia e opposizione quando qualcuno prova ad affrontare l'argomento. In questi casi, insistere o cercare di convincerlo direttamente spesso rischia di aumentare il conflitto. Può essere più utile cercare momenti di dialogo tranquilli, esprimendo preoccupazione per il suo benessere senza focalizzarsi esclusivamente sui problemi o sulle etichette. Considerata la complessità della situazione, potrebbe essere utile confrontarsi con un professionista per ricevere indicazioni su come approcciare la persona e favorire, nel tempo, una sua eventuale disponibilità a chiedere aiuto. È una situazione che richiede molta pazienza e delicatezza, soprattutto quando chi sta male non percepisce di avere una difficoltà. Un caro saluto.


Buongiorno, nel caso che descrive può essere più utile cercare un dialogo improntato alla preoccupazione per il benessere generale della persona, evitando accuse o giudizi e proponendo la visita medica come un controllo di routine, piuttosto che come una valutazione delle sue difficoltà. Anche se la persona rifiuta di recarsi dal medico, voi familiari potete rivolgervi al medico di medicina generale per descrivere quanto stanno osservando e ricevere indicazioni su come procedere. In base alla situazione, il medico potrà valutare i passi più appropriati, anche coinvolgendo altri servizi territoriali qualora lo ritenga necessario. Affrontare precocemente queste situazioni è importante, poiché alcune cause dei disturbi cognitivi e comportamentali possono essere trattabili o comunque beneficiare di un intervento mirato. Per questo motivo, il coinvolgimento del medico curante rappresenta il primo passo fondamentale. Un cordiale saluto. Dott.ssa Camilla Centanni


salve, ci vorrebbe una visita di un geriatra per capire meglio la situazione, perchè potrebbe avere un principio di demenza senile. grazie


Si può fare qualcosa, ma non è possibile convincerlo con la logica o con spiegazioni razionali del problema: è molto probabile una combinazione di disturbo da uso di alcol e decadimento cognitivo, a volte con una reale incapacità neurologica di riconoscere di stare male (anosognosia), quindi lui non finge e non è solo testardo, il suo cervello davvero non gli permette di vedere il problema, e ogni tentativo frontale di farglielo ammettere viene vissuto come attacco e umiliazione. Questo cambia lo sguardo: non siamo davanti a una questione di volontà o di morale, ma a una malattia del cervello aggravata dall’alcol, per cui le discussioni ripetute, le prediche, le etichette e le minacce di solito peggiorano solo il conflitto e chiudono ulteriormente ogni possibilità di collaborazione, come sottolineano le indicazioni per i familiari di persone con demenza o con problemi di alcol. Le raccomandazioni cliniche invitano ad affrontare il tema solo in momenti di relativa calma e sobrietà, parlando in prima persona di ciò che si vede e di ciò che preoccupa (per esempio il fatto che cada, che sia confuso, che dimentichi farmaci), evitando termini forti collegati a diagnosi o giudizi, e proponendo il medico come qualcosa che serve a far stare più tranquilli tutti e non come un tribunale che lo deve smascherare. Può essere utile appoggiarsi a una figura per lui ancora autorevole o più neutra, come il medico di base, un amico di lunga data o un parente di cui si fida, preparandola prima con un quadro concreto e dettagliato di cosa accade a casa, perché lui, da solo, non lo racconterà o minimizzerà del tutto. Allo stesso tempo i familiari non devono restare soli: anche se lui rifiuta, è importante che chi gli sta vicino parli comunque con il medico di base, con i servizi per le dipendenze o con i servizi territoriali per gli anziani, descrivendo chiaramente quantità di alcol, cambiamento di carattere, aggressività e problemi di memoria, perché sono segnali di rischio medico serio e di possibile danno cerebrale da alcol o demenza. Una parte dell’aiuto consiste anche nel mettere confini: non riempire la casa di alcol, non comprare alcol per lui, non coprire sempre le conseguenze del bere, non giustificare con medici, vicini o conoscenti quello che è accaduto per proteggerne l’immagine, perché questo tipo di protezione in realtà finisce per mantenere il problema e per consumare chi si prende cura. Se compaiono episodi di violenza, minacce, guida in stato di ebbrezza, cadute ripetute o uso di oggetti pericolosi, allora si entra in un’area in cui il primo compito non è più convincerlo, ma proteggere le persone e lui stesso, eventualmente valutando con i professionisti misure di tutela legale e sanitaria più incisive, fino a interventi d’urgenza quando la sicurezza è a rischio. In tutto questo, chi gli è vicino ha bisogno di un proprio spazio di sostegno, perché vivere accanto a una persona aggressiva, confusa e dipendente dall’alcol logora profondamente: i centri per le dipendenze, i servizi per demenza, i gruppi per familiari e un supporto psicologico personale sono raccomandati proprio per aiutare i caregiver a non ammalarsi a loro volta, a distinguere ciò che è malattia da ciò che è diretto contro di loro, e a reggere il fatto che non possono salvare l’altro da soli ma possono proteggersi, proteggere l’ambiente e restare disponibili a fare da ponte verso la cura quando, anche solo per un attimo, si apre uno spiraglio di disponibilità da parte sua. Dottor Luca Bianchi


Potrebbe essere utile costruire e tessere una rete di fiducia e figure di riferimento per il signore, ovvero medico di famiglia, familiari ed infine operatori sanitari per le dipendenze e operatori sanitari specializzati nella presa in carico di pazienti over 70. Questo aiuterà a individuare visite mediche aggiuntive da fare per la parte del funzionamento neurologico e per sostenerlo in un piano riabilitativo quotidiano.


Salve, da psicologa ritengo sia cruciale evitare di attuare manovre di convincimento nel riconoscere la presenza di un problema. Questo spesso aumenta rabbia e chiusura. Piuttosto, eviterei accuse e confronti diretti, cercherei di aprire con lui un dialogo su quelli che sono i sintomi concreti (es. "ultimamente ti vedo molto più stanco")invece di intraprendere discorsi su alcolismo e disturbi cognitivi. In più se c'è una persona in particolare di cui si fida ciecamente proverei a coinvolgerla mantenendo le strategie di dialogo sopracitate. Per quello che riguarda l'accesso dal medico, proporrei una visita dal medico curante come controllo generale e periodico e non come valutazione dei suoi problemi perché il rischio è quello di attivare ulteriormente i comportamenti di resistenza e aggressività. Se memoria, aggressività e abuso di alcol sono importanti, è opportuno che i familiari si confrontino con il medico di base o con i servizi territoriali anche senza la sua collaborazione iniziale, al fine di attivare una rete di aiuto e supporto nei confronti della persona. Infine, ci tengo a sottolineare che per quanto bene si possa volere ad una persona cara, se l'aggressività diventa pericolosa per sé o per gli altri, la priorità è la sicurezza, non il convincimento. Speranzosa di averle dato degli spunti di riflessione le auguro buona giornata.


Gentile utente, si può proporre visite mediche motivate da aspetti concreti (controllo generale, pressione, sonno, equilibrio) piuttosto che dai problemi cognitivi o dall'alcol. Richiedere una valutazione geriatrica o neuropsicologica se si riesce a ottenere l'adesione. Se emergono rischi per sé o per gli altri è opportuno attivare tempestivamente i servizi sanitari territoriali o l'assistenza medica urgente.


Da ciò che descrive, sembra una situazione molto complessa e probabilmente molto faticosa anche per i familiari. Quando sono presenti difficoltà cognitive, consumo problematico di alcol e una ridotta consapevolezza del problema, è frequente che la persona rifiuti aiuti o visite mediche e reagisca con rabbia o offesa quando l'argomento viene affrontato. In questi casi, spesso il confronto diretto ("hai un problema", "devi farti curare") rischia di aumentare la chiusura. Può essere più utile cercare di comprendere quali siano le sue preoccupazioni, i suoi bisogni o le difficoltà che lui stesso riconosce, partendo da lì per favorire un aggancio alla cura. Parallelamente, credo sia importante che i familiari non rimangano soli nella gestione della situazione e si confrontino con i servizi territoriali o con professionisti esperti nell'ambito dell'invecchiamento e delle dipendenze, per ricevere indicazioni adeguate al caso specifico. Da poche righe è impossibile comprendere cosa stia accadendo realmente, ma la presenza di problemi di memoria, cambiamenti comportamentali e abuso di alcol merita certamente attenzione e una valutazione specialistica.


Gentile Utente, gestire una situazione di questo tipo è estremamente faticoso, ed è importante che non vi troviate da soli ad affrontare un carico così pesante. Quando il rifiuto e l'aggressività complicano le cose, può essere utile attivare la rete dei servizi sul territorio per evitare lo scontro diretto con il proprio caro. Potreste valutare di muovervi lungo due strade: Parlarne con il medico di base: Potreste contattarlo privatamente per spiegargli il quadro e concordare una visita a domicilio, magari proponendola all'anziano come un semplice controllo di routine per la pressione. In questo modo, sarà il medico a valutare la situazione e ad attivare formalmente l'assistenza domiciliare o gli accertamenti necessari. Rivolgersi ai Servizi Sociali: Può essere d'aiuto segnalare la situazione al proprio Comune di residenza. Troverete personale preparato in grado di orientarvi sulle tutele disponibili e attivare eventuali supporti pratici sul territorio. Affidarsi a queste figure istituzionali può essere il modo migliore per proteggere la salute del vostro caro e, al tempo stesso, alleggerire il peso della gestione familiare. Per qualsivoglia necessità resto a disposizione, anche online. Un cordiale saluto Dott.ssa Marta Romano


Probabilmente l'aggressività viene peggiorata dall'alcool. Non è semplice rispondere dal momento che deve essere la persona ad avere la motivazione di farsi aiutare. Provi ad avvicinarlo nei momenti di lucidità e parlargli, sperando che i problemi cognitivi non dipendano dalla sindrome di Korsakoff, ovvero quel disturbo neurologico cronico causato da una grave carenza di vitamina B1 tipico degli alcolisti.


Salve, situazioni come questa possono essere molto difficili da gestire per i familiari, soprattutto quando la persona non riconosce il problema e reagisce con rabbia o chiusura. Da ciò che descrive, sembra importante non sottovalutare la presenza contemporanea di difficoltà cognitive, cambiamenti comportamentali e consumo elevato di alcol, perché questi aspetti possono influenzarsi reciprocamente e aggravarsi nel tempo. Quando una persona rifiuta apertamente l’aiuto, spesso lo scontro diretto o il tentativo di convincerla “con la logica” rischiano di aumentare opposizione e aggressività. In genere è più utile cercare un approccio graduale, evitando accuse o etichette (“hai un problema”, “devi curarti”) e concentrandosi piuttosto su aspetti concreti osservabili, come la stanchezza, la memoria o alcune difficoltà quotidiane. Può essere importante anche che i familiari non restino soli nella gestione della situazione. Anche se lui rifiuta il medico, voi potreste comunque confrontarvi con il medico di base o con servizi territoriali per avere indicazioni su come muovervi e capire quali strumenti siano disponibili. In alcuni casi è utile coinvolgere figure che la persona percepisce come meno minacciose o trovare modalità indirette per favorire una valutazione sanitaria. Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.


Salve, la situazione che descrive è complessa e merita di essere affrontata con molta cautela. Quando una persona anziana presenta difficoltà di memoria, cambiamenti nel comportamento, aggressività e un consumo importante di alcol, è fondamentale non attribuire tutto a un'unica causa. Potrebbero essere coinvolti diversi fattori, tra cui gli effetti dell'alcol, una possibile forma di decadimento cognitivo o altre condizioni mediche che richiedono una valutazione specialistica. Purtroppo è frequente che chi vive queste difficoltà non ne sia consapevole o le neghi, vivendo ogni tentativo di aiuto come un'accusa. Per questo motivo, lo scontro diretto o il cercare di convincerlo con insistenza raramente porta a risultati positivi. Può essere più utile: - evitare confronti sul problema dell'alcol o della memoria nei momenti di tensione; - esprimere preoccupazione per il suo benessere, senza giudizio; - coinvolgere, se possibile, una persona di cui si fida (un familiare, il medico di base o un'altra figura significativa); - osservare e annotare i cambiamenti nel tempo, così da fornire informazioni utili ai professionisti. Se il rifiuto delle cure mette seriamente a rischio la sua salute o quella di chi gli sta intorno, è importante che i familiari si confrontino con il medico di medicina generale o con i servizi territoriali per ricevere indicazioni su come procedere, anche se la persona non è inizialmente collaborante. In questi casi non bisogna sentirsi soli ma chiedere aiuto ai servizi sanitari è spesso il primo passo per tutelare sia la persona sia i suoi familiari.


Gentile utente, la situazione che descrive è complessa e, purtroppo, piuttosto frequente quando si combinano invecchiamento, possibili difficoltà cognitive e uso importante di alcol. Il primo punto importante è questo: non si può aiutare efficacemente una persona che non riconosce di avere un problema e rifiuta qualsiasi tipo di valutazione. Questo non significa che non si possa fare nulla, ma che l’intervento deve spostarsi dal “convincerlo” al “gestire la situazione in modo realistico e protettivo”. L’alcol, soprattutto in quantità elevate e in età avanzata, può contribuire in modo significativo a peggiorare memoria, comportamento, irritabilità e confusione cognitiva. Tuttavia, dire questo alla persona in modo diretto e confrontativo spesso porta a negazione, rabbia o chiusura, come lei stesso osserva. In questi casi la resistenza non è solo psicologica, ma spesso anche legata a un vissuto di perdita di controllo e identità. Quando c’è rifiuto di cure e possibile compromissione cognitiva, il primo passo utile non è quasi mai la “convinzione razionale”, ma il coinvolgimento graduale del medico di base o dei servizi territoriali (ad esempio i servizi per le dipendenze e la salute mentale), anche inizialmente senza che la persona percepisca l’intervento come “psichiatrico” o “per l’alcol”. A volte è più efficace presentare la visita come un controllo generale della salute, della memoria o del sonno. Un altro aspetto importante riguarda la gestione quotidiana e la sicurezza. Se sono presenti aggressività e consumo elevato di alcol, è fondamentale valutare anche il rischio concreto per sé e per chi gli sta intorno. In questi casi non è raro che siano necessari interventi graduali e coordinati tra familiari, medico di base e servizi territoriali. Per i familiari, può essere molto utile un supporto psicologico o una consulenza specifica, non tanto per “gestire lui” direttamente, ma per imparare come comunicare, come porre limiti e come proteggersi dal logoramento emotivo che queste situazioni spesso generano. È importante anche accettare un principio difficile ma fondamentale: non sempre è possibile cambiare la percezione che una persona ha dei propri problemi. In alcune situazioni il lavoro iniziale consiste nel ridurre i danni, contenere i comportamenti più critici e costruire lentamente condizioni che rendano possibile, in futuro, un accesso alle cure. In sintesi: il focus non è tanto “convincerlo”, quanto attivare una rete di supporto esterna e tutelare la sicurezza e il benessere del contesto familiare, intervenendo in modo graduale, strategico e non conflittuale. Le mando un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Perugia


Se non va dal medico e non smette di bere, non c'è niente da fare.


Gentile lettore, la situazione descritta è particolarmente delicata e richiede un approccio sia sanitario sia relazionale. La presenza di problemi di memoria, difficoltà cognitive, comportamenti aggressivi e un consumo cronico e significativo di alcol in una persona oltre i 70 anni può essere associata a diverse condizioni, tra cui gli effetti dell'abuso di alcol, una forma di deterioramento cognitivo, una demenza o altre patologie mediche. È quindi fondamentale evitare di attribuire automaticamente tutti i sintomi a un'unica causa. Uno degli aspetti più complessi è il fatto che la persona rifiuti di riconoscere il problema e si opponga alla richiesta di una valutazione medica. Questa mancanza di consapevolezza può essere una reazione difensiva, ma in alcuni casi può essere essa stessa una manifestazione del deterioramento cognitivo o di altre condizioni neurologiche. In queste situazioni, il confronto diretto o il tentativo di convincere la persona che "ha un problema" spesso si rivela poco efficace e può aumentare conflittualità e opposizione. Generalmente è più utile adottare una comunicazione calma, evitando scontri, giudizi o accuse, e proporre una visita medica facendo leva su aspetti concreti, come un controllo generale della salute o dei disturbi di memoria, piuttosto che sull'alcol o su una possibile demenza. Anche i familiari hanno un ruolo importante. Possono confrontarsi con il Medico di Medicina Generale della persona, descrivendo dettagliatamente ciò che osservano, anche se il paziente rifiuta di presentarsi spontaneamente. Il medico può fornire indicazioni su come procedere e valutare se siano necessari ulteriori interventi o un coinvolgimento dei servizi territoriali. Se i deficit cognitivi diventassero tali da compromettere la capacità della persona di prendersi cura di sé o di rappresentare un rischio per sé o per gli altri, potrebbe rendersi necessaria una valutazione specialistica anche contro la sua volontà, ma questa è una possibilità prevista solo in circostanze specifiche e disciplinata dalla normativa vigente. Nel frattempo, è importante che anche i familiari ricevano sostegno. Gestire una persona con queste caratteristiche può essere molto gravoso sul piano emotivo e pratico. Un confronto con uno psicologo o con i servizi dedicati agli anziani può aiutare a individuare strategie comunicative più efficaci e a orientarsi tra le risorse disponibili. In sintesi, l'obiettivo iniziale non dovrebbe essere convincere la persona ad ammettere di avere un problema, ma favorire, con modalità non conflittuali, una valutazione medica che permetta di comprendere l'origine dei sintomi e di definire il trattamento più appropriato.


Quando una persona anziana presenta difficoltà cognitive, cambiamenti comportamentali e un consumo elevato di alcol, può essere molto complesso aiutarla soprattutto se non riconosce il problema. In questi casi spesso la negazione non è semplice “testardaggine”, ma può essere legata alla paura di perdere autonomia, vergogna o anche alla difficoltà stessa di rendersi conto dei propri cambiamenti. È come cercare di aiutare qualcuno che ha una vista ridotta ma non si accorge di vedere meno: per lui la realtà appare diversa da quella osservata dagli altri. Può essere utile evitare lo scontro diretto (“lei ha un problema e deve curarsi”) e concentrarsi invece su aspetti concreti e meno minacciosi (“vorremmo fare un controllo per la memoria”, “vorremmo capire perché è più stanco o irritabile”). Anche i familiari possono rivolgersi al medico di base o ai servizi territoriali per ricevere indicazioni, anche senza la presenza iniziale della persona interessata. È importante inoltre tutelare la sicurezza di chi vive con lui, soprattutto in presenza di aggressività o abuso di alcol. Un confronto con servizi geriatrici, psicologici o specialisti delle dipendenze potrebbe essere indicato per valutare il quadro complessivo e individuare strategie realistiche.

Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.