Domande del paziente (115)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso una storia così dolorosa e complessa. Colpisce veramente nel profondo ascoltare le sue parole. Emerge una sofferenza autentica, profonda, che merita rispetto...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno Signora,
mi dispiace molto per quanto ha vissuto e comprendo benissimo che dopo così tanti anni abbia necessità di elaborarlo approfonditamente.
Reputo, a mio avviso, corretto che lei si rivolga...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
il suo racconto comunica tutta la sofferenza che ha provato in certe situazioni e sicuramente l'ipotesi sul fatto che qualcosa non sia andato come doveva e che vada affrontato in modo più...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
i figli percepiscono chiaramente, alle volte più dei genitori, le dinamiche all'interno del nucleo familiare e vengono obbligatoriamente coinvolti emotivamente dal clima. Il limbo o la non...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Utente,
capisco quanto questa esperienza sia stata disorientante e dolorosa per Lei. Dal modo in cui racconta la storia emerge chiaramente che non si è trattato di una relazione “leggera” o superficiale,...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Utente,
quello che descrive è un’esperienza emotivamente molto complessa e dolorosa, e merita di essere riconosciuta per ciò che è: la fine di una relazione significativa è un vero e proprio lutto,...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive è un vissuto molto comprensibile e, per quanto possa sembrare paradossale, piuttosto frequente dopo un’esperienza oncologica. La guarigione non coincide automaticamente...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
comprendo quanto questa situazione le stia creando sofferenza, frustrazione e un senso profondo di solitudine. Da ciò che descrive emerge il tentativo sincero di starle accanto, di affrontare...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
dal suo racconto emerge un’esperienza emotiva molto intensa, vissuta con profondità e autenticità, e il fatto che a distanza di tempo sia ancora così viva dentro di lei non è affatto strano....
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da quello che scrive emerge una sofferenza molto intensa e prolungata, che sta toccando più aree della sua vita: il lavoro, le relazioni, il senso di sé. Ansia, attacchi di panico, apatia,...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
Capisco quanto dolore e confusione ci siano nelle sue parole. Sta vivendo insieme molte perdite e molti cambiamenti: il lavoro, la casa, una madre fragile, e contemporaneamente la sensazione...
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Salve io sono un uomo di 42 anni 2 mesi fa ho fatto venire qui da me una ragazza ucraina e sua figlia.
Adesso ho un serio problema lei è diventata sempre più arrabbiata con me perché dice che io sono un leone nei suoi confronti e non si fida di nessuno neanche dei medici qui nella mia città Alessandria.
In questo momento stiamo affrontando una settimana difficile perché abbiamo scoperto che lei è incinta e ha voluto interrompere la gravidanza ieri ha preso la prima pillola ed oggi ha avuto un attacco di rabbia nei miei confronti dicendomi che sono uno stupido un leone che con me nessuno sarà mai felice....io non le ho mai fatto mancare niente ma è da molti giorni che non parliamo più stiamo in silenzio tutto il giorno gli unici momenti che parliamo è quando lei ha questi attacchi di rabbia ...ieri si è arrabbiata perché le ho chiesto come si sentiva fisicamente dopo aver preso la prima pastiglia...
Vi prego aiutatemi a capire come comportarmi e come aiutarla
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
capisco quanto questa situazione possa essere faticosa e anche dolorosa per Lei. Sta cercando di prendersi cura di qualcuno in un momento molto delicato, ma si trova invece dentro a distanza, silenzi e scoppi di rabbia che la disorientano.
Quello che descrive ha diversi livelli. Da una parte c’è un evento molto intenso sul piano fisico ed emotivo: l’interruzione di gravidanza, che può portare sbalzi ormonali importanti e reazioni emotive forti, anche improvvise. Dall’altra c’è la storia personale di questa donna, il fatto di essere in un Paese diverso, con una figlia, probabilmente con vissuti di insicurezza o sfiducia che emergono proprio ora. Quando dice che “non si fida di nessuno” e che La percepisce come “un leone”, sta comunicando qualcosa del suo mondo interno, più che facendo una valutazione oggettiva di Lei.
È importante dirLe con chiarezza una cosa: il fatto che Lei “non le abbia fatto mancare niente” sul piano pratico non sempre è ciò che l’altra persona riesce a sentire o riconoscere, soprattutto se è in uno stato emotivo alterato o difensivo. In questo momento, probabilmente, lei non riesce a leggere le Sue intenzioni come di cura, ma le vive come pressione o come qualcosa di cui diffidare.
Sul piano concreto, può esserLe utile spostare leggermente il modo in cui si pone. Più che fare domande dirette su come sta, che in questo momento possono essere percepite come intrusive, può provare a comunicare presenza in modo più semplice e non invadente. Qualcosa come: “Se ha bisogno, io ci sono”, senza insistere né aspettarsi una risposta. Questo riduce la tensione e lascia a lei uno spazio di controllo che forse in questo momento sente di non avere.
Allo stesso tempo, è fondamentale che Lei non diventi il bersaglio passivo della sua rabbia. Può mantenere un atteggiamento calmo, ma anche porre un limite rispettoso: ad esempio, se parte un attacco verbale, può dire con tono fermo che è disposto ad ascoltarla, ma non ad essere insultato. Questo non è allontanarla, è proteggere la relazione da una dinamica che altrimenti rischia di peggiorare.
Un altro punto delicato è la fiducia nei medici. La sua diffidenza potrebbe essere legata a paura, esperienze pregresse o alla difficoltà di affidarsi in un contesto straniero. Forzarla difficilmente funzionerà; può invece offrirsi di accompagnarla, lasciandole però la libertà di scegliere.
Infine, Le restituisco anche questo: Lei è molto coinvolto e sembra voler “aggiustare” la situazione, ma non tutto è nelle Sue possibilità. In questo momento aiutare lei significa anche tollerare di non poterla calmare o rassicurare completamente.
Se vuole, possiamo approfondire insieme come gestire concretamente i momenti in cui esplode la rabbia, o come leggere meglio i segnali che manda prima che accada.
un caro saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Ho affrontato più percorsi di terapia diversi ma mi assilla sempre un pensiero: potrò diventare produttiva e funzionale sforzandomi e trovando tutte le strategie utili del caso, ma quello che sento davvero è incompatibile con l'idea di "guarigione" che avevo e che in genere gli altri si aspettano da me. Sono cinica e pessimista e analitica e sinceramente non trovo motivi per cambiare al di fuori di compiacere gli altri. Per non essere etichettata come arida o misantropa o ribelle. Devo considerarmi bacata o provare l'ennesimo nuovo approccio e cercare di internalizzare tutte quelle premesse che trovo sentimentali e banalizzanti e basta? Trovo molta libertà e sazietà nel pessimismo ma evidentemente le persone che mi criticano vogliono spingermi a mirare ad altro come una specie di imperativo biologico naturale che non ho mai provato
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che porta è molto lucido, e anche molto onesto. Non c’è nulla, nelle sue parole, che suoni “bacato”: c’è piuttosto una tensione forte tra ciò che sente autentico e ciò che percepisce come aspettativa esterna.
Il punto che mi sembra centrale è questo: lei non sta dicendo “non riesco a cambiare”, ma “non riconosco come mio ciò che mi viene proposto come cambiamento”. È diverso. E spesso, dopo più percorsi, può nascere una sorta di rigetto verso modelli di “guarigione” che suonano standardizzati, un po’ semplificati, o lontani dalla propria esperienza interna. Quando parla di premesse “sentimentali e banalizzanti”, sta segnalando proprio una distanza: non è che non capisce, è che non le risuonano come vere.
Il suo pessimismo, così come lo descrive, non è solo un limite: è anche una forma di organizzazione del pensiero che le dà coerenza, forse protezione, forse anche una sensazione di controllo e lucidità. È comprensibile che ci sia una certa “sazietà” lì dentro. Il rischio, però, non è il pessimismo in sé, ma quando diventa l’unico registro possibile, quello che chiude altre possibilità prima ancora che possano essere sentite.
Mi sembra importante anche ciò che dice sulla motivazione: “al di fuori di compiacere gli altri”. Qui c’è un nodo delicato. Se il cambiamento è vissuto come un adeguarsi a un ideale altrui, è quasi inevitabile che venga rifiutato o vissuto come forzatura. Ma questo non significa che non esista una direzione di lavoro che parta davvero da lei. Forse, finora, le è stato proposto un “come dovrebbe sentirsi”, più che un’esplorazione autentica di come si sente e di cosa, dentro quel modo di funzionare, le costa oppure no.
Non si tratta quindi di convincerla a diventare più “ottimista” o più “calda” per aderire a un modello. Piuttosto, la domanda potrebbe spostarsi: il suo modo di essere, così com’è oggi, le permette di vivere come desidera? Le lascia margine, scelta, possibilità? Oppure, accanto alla libertà che sente, ci sono anche aspetti di rigidità, isolamento o fatica che in qualche modo la limitano?
Un percorso psicologico che potrebbe esserle utile non è quello che cerca di sostituire il suo pessimismo con qualcosa di più accettabile socialmente, ma uno che lo prenda sul serio, che lo rispetti come parte di lei, e allo stesso tempo lo metta in dialogo con altre parti. Senza imporre “premesse”, ma lavorando sull’esperienza concreta: su cosa prova, su come costruisce significato, su dove si sente libera e dove invece forse meno di quanto sembra.
Non deve considerarsi “bacata”, ma nemmeno fermarsi a un autodefinirsi immutabile. Piuttosto, può concedersi un lavoro più fine: non cambiare per piacere agli altri, ma capire se e dove desidera davvero avere più spazio interno rispetto a un unico modo di leggere il mondo.
Rimango a disposizione nel caso volesse approfondire.
Un saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Salve, sto attraversando un periodo “buio” nella relazione di convivenza con la mia compagna.
Conviviamo da 13 anni, abbiamo un figlio di 6 anni ed abbiamo fatto i nostri sbagli e avuto i nostri alti e bassi nella relazione, ma recentemente la mia compagna mi ha comunicato di non essere felice ed avere dubbi sui sentimenti nei miei confronti.
Questo pare sia dovuto a tante piccole cose che nel tempo le hanno dato fastidio, non riesce ad essere se stessa per paura di non so cosa e ora è arrivata ad essere “piena” e forse anche un pochino chiusa in se stessa.
Per me è stato un fulmine a ciel sereno, arrivato cosi dal niente e invece a quanto pare è una situazione che si porta avanti da tempo, senza che io mi accorgessi di niente e senza che lei ne parlasse con me per cercare una soluzione. Ovviamente mi sento vuoto, sconfitto, ma anche speranzoso che la situazione possa risolversi positivamente per poter tornare ad essere la famiglia che eravamo, anzi forse anche migliore andando a correggere quelli aspetti che potrebbero aver portato a questa situazione.
La mia più grande paura è ovviamente la sofferenza che potrebbe avere il bimbo, ma anche il fatto di “buttar via” quello che è stato costruito con fatica e impegno in tutti questi anni.
Non credo di averle mai fatto mancare niente, anzi è sempre stata libera di fare le sue cose, anche se alcune mi creavano delle preoccupazioni/perplessità che non ho mai nascosto, ma lei spesso ignorato.
Io mi sono reso più che disponibile a cercare di trovare una soluzione, a lavorare su noi per cercare di migliorare sugli aspetti che hanno portato a questo e ho teso la mano, ma da parte sua non capisco se questa volontà ci sia o meno, come se fosse intrappolata in un limbo e non riesco a comprendere come sia possibile questa freddezza dopo 13 anni e una famiglia costruita.
Sto cominciando ad avere grandi dubbi, tipo che sia stata con me fino ad oggi, nonostante questo suo “disagio”, solo per comodità e per paura di non restare sola, visto che i genitori vivono in un altro stato e quindi di essere stato utilizzato e preso in giro.
Come dovrei comportarmi adesso? Potremmo provare ad intraprendere inizialmente un percorso di coppia insieme ed eventualmente, se reputato necessario, in seguito anche singolarmente per poter affrontare questa problematica che stiamo vivendo?
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
capisco quanto questa situazione La stia scuotendo: quando l’altro parla di dubbi dopo tanti anni, l’impatto è spesso quello di un “fulmine a ciel sereno”, con un senso di vuoto e di smarrimento molto forte. Allo stesso tempo, dalle parole della sua compagna emerge qualcosa di diverso: non un cambiamento improvviso, ma un accumulo silenzioso, fatto di cose non dette e probabilmente anche di parti di sé che lei ha sentito di non poter esprimere fino in fondo.
Questo scarto tra ciò che Lei ha percepito (“andava tutto, con alti e bassi normali”) e ciò che lei sta dicendo ora (“sono piena, non sono felice”) è uno dei punti più delicati. Non significa che Lei non abbia dato o che abbia “sbagliato tutto”, ma che nella relazione si è creata, nel tempo, una distanza emotiva che non è stata condivisa mentre cresceva. Quando questo accade, chi la vive da dentro può arrivare a una chiusura che all’esterno appare come freddezza, ma che in realtà è spesso stanchezza, difesa, o confusione.
È comprensibile che Lei cerchi una spiegazione e che compaiano pensieri molto dolorosi, come l’idea di essere stato usato o che lei sia rimasta “per comodità”. Sono tentativi della mente di dare un senso a qualcosa che al momento è difficile da afferrare. Però rischiano anche di irrigidire la posizione tra voi, perché trasformano una crisi complessa in una colpa unilaterale.
In questo momento, più che convincerla o “recuperare subito”, può essere più utile provare a spostarsi su un ascolto reale di ciò che lei sta dicendo, anche se è faticoso. Quando una persona arriva a dire di non essere felice, spesso ha bisogno prima di tutto di sentire che quello spazio può esistere, senza essere subito corretto o risolto. Paradossalmente, è proprio questo tipo di ascolto che può riaprire un minimo di contatto.
Allo stesso tempo, è importante che Lei non resti in una posizione sospesa e passiva. Può esprimere in modo chiaro e calmo il suo desiderio di lavorare sulla relazione, ma anche il bisogno di capire se da parte sua c’è una disponibilità, anche minima, a mettersi in gioco. Non serve una risposta definitiva subito, ma un orientamento sì.
L’idea di un percorso di coppia è assolutamente sensata in questa fase. Può offrire uno spazio protetto in cui entrambi possiate dare parola a ciò che è rimasto implicito per anni, con qualcuno che aiuti a tradurre e contenere. E, se necessario, affiancare anche uno spazio individuale può essere altrettanto utile, perché questa crisi tocca inevitabilmente anche aspetti personali profondi, non solo relazionali.
Riguardo a suo figlio, la cosa più protettiva non è tanto evitare a tutti i costi una crisi, ma cercare di gestirla in modo il più possibile chiaro e non distruttivo. I bambini soffrono molto di più il clima di tensione silenziosa e distante che non un cambiamento accompagnato da adulti che restano presenti e coerenti.
Quello che sta vivendo è un passaggio difficile, ma non necessariamente già definito. In questa fase iniziale, più che trovare subito una soluzione, è fondamentale creare le condizioni per capire se e come potete ancora incontrarvi.
Rimango a disposizione in caso necessiti di un approfondimento o per capire insieme come poterLa aiutare.
Un caro saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Buongiorno Gent.mi Dottori, vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti.. una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole) .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
capisco bene il tipo di agitazione che descrive: non è “solo” l’incontro con una persona del passato, ma qualcosa che tocca parti molto profonde di Lei, legate al sentirsi vista, riconosciuta, oppure ignorata.
Da come racconta, il punto centrale non è tanto il comportamento del suo ex, che può apparire evitante, immaturo o semplicemente difensivo, ma ciò che succede dentro di Lei in quei momenti. Quella sensazione di tremore, di “esplodere”, il bisogno di sedersi, il pensiero di aver sbagliato qualcosa: tutto questo parla di una forte attivazione emotiva, probabilmente collegata alla paura di esporsi e, ancora più in profondità, alla paura di non valere abbastanza o di essere rifiutata.
Quando dice “mi sembra di sbagliare sempre”, emerge proprio questo nucleo: come se ogni comportamento possibile fosse quello sbagliato, e come se il giudizio (suo o dell’altro) fosse sempre in agguato. In questa condizione è molto difficile sentirsi spontanea o sicura, perché ogni gesto passa attraverso un filtro molto severo.
È importante dirLe con chiarezza che non esiste un “modo perfetto” di comportarsi con lui. Il fatto che Lei non abbia detto “permesso” non è un errore: è stata una scelta dettata dal suo stato emotivo in quel momento. Allo stesso modo, il suo saluto o il suo silenzio non definiscono il suo valore. Il rischio, però, è che continui a leggere ogni interazione come una prova da superare o fallire, alimentando così il senso di inadeguatezza.
Sul suo ex, possiamo fare solo ipotesi: il suo evitamento potrebbe essere imbarazzo, senso di colpa, difficoltà a gestire la situazione, oppure semplice chiusura. Ma fermarsi troppo su “perché fa così” rischia di tenerLa agganciata a lui, mentre il punto più utile per Lei è tornare su “cosa succede a me quando accade”.
Quella reazione così intensa dopo averlo visto suggerisce che la relazione, anche se razionalmente chiusa, emotivamente non è del tutto elaborata. Non significa che Lei voglia tornare con lui, ma che c’è ancora un impatto sul suo senso di sé.
Per questo, più che cercare la strategia giusta nel corridoio, Le consiglierei un percorso su di sé. Uno spazio psicologico in cui poter lavorare proprio su questi aspetti: la paura di sbagliare, il timore del giudizio, il sentirsi “meno”, e anche l’elaborazione di questa relazione passata. Un percorso potrebbe aiutarLa a costruire una posizione interna più stabile, da cui poi anche questi incontri perderebbero gran parte della loro carica emotiva.
Con il tempo, l’obiettivo non è diventare “perfetta” nelle reazioni, ma sentirsi sufficientemente sicura da poter scegliere come comportarsi senza che questo metta in discussione il suo valore.
Se volesse approfondire, rimango volentieri a disposizione.
Un caro saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Buongiorno,
sono passati 7 mesi da quando ho tradito la mia ragazza. Non voglio scuse e non voglio cercare alibi. Ho baciato un'altra ragazza durante una serata, per pochi secondi ma abbastanza da rovinare tutto. Erano quasi 3 anni che stavo con la mia ragazza, indescrivibili. Venivo da una relazione lunga 8 anni in cui non mi ci trovavo più. Dopo un po' ho trovato lei, quello che ho provato in questi ultimi 3 anni non so neanche come descriverlo. Non sono mai stato cosi affettuoso con una persona, non ho mai dato così tanto amore... Lei con me era dolcissima, ogni volta che mi guardava sorrideva. Solo a ripensarci sto male. Ho rovinato tutto. Stavamo passando un periodo di crisi dato da alcune incomprensioni e dalla distanza. Sarei dovuto andare per lavoro da lei per 6 mesi, ma lei mi aveva comunicato che non ci sarebbe stata. Pochi mesi prima avevamo avuto una discussione in cui si era lamentata della persona che ero e del tipo di uomo che lei avrebbe voluto accanto. Mi aveva fatto venire i dubbi. Io avevo forse vissuto un'altra relazione? la situazione sembrava essere rientrata, ne avevamo parlato e lei mi aveva confessato di aver esagerato un po'. Probabilemente non l'avevo ancora superata. Prima di partire ho avuto paura, non volevo più andare. Sarei dovuto andare dall'altra parte del mondo, da solo. Non era come l'avevo immaginata. Stavo lasciando il lavoro, la famiglia, gli amici... Per provare ad avvicinarmi, per provare a fare quel passetto in più verso di lei. Ma lei era corsa dall'altra parte. Pochi giorni prima della partenza ho baciato questa ragazza conosciuta durante una serata. Rappresentava il rimanere lì, completamente diversa rispetto a lei. Era forse la mia risposta nel non voler andare. Quando ci siamo visti ho dovuto dirglielo. Appena arrivato, mi ha completamente spiazzato. Lei era disposta a rimanere, a venirmi incontro perchè aveva visto quanti passi avessi fatto verso di lei in questo tempo. Era disposta a cambiare le cose che non andavano, pur di stare con me. Io non sono riuscito a non dirglielo, mi sarei sentito troppo in colpa. Lei avrebbe cambiato tutto per me ed io avevo calpestato la sua fiducia. Bene. Sono passati 6 mesi di distanza, in cui abbiamo cercato di parlare provando a sistemare. Mancavano 10 giorni al mio rientro, ci saremmo visti. Avremmo trovato quella normalità, io e lei. Invece lei mi ha detto che mi odia, non vuole più vedermi e che le ho rovinato la vita. Io mi sento uno schifo, mi sento in colpa. Mi sento colui che ha rovinato tutto. Non riesco a pensare al fatto che ho rovinato tutto e che ho rovinato una persona. Mi ha detto che sta prendendo antidepressivi. Piango solo al pensiero. Non volevo farle del male. Non a lei. Non ci sentiamo più da una decina di giorni, vorrei scriverle perchè sto veramente male. Io pensavo che potessimo superarla insieme, ne eravamo capaci. Invece ho paura a scriverle o a vederla. Ho paura di incrociare quello sguardo e non vedere piu quel sorriso. Ma trovare solo odio. Disprezzo. Mi sento un verme. Ho rovinato tutto perchè non sono stato all'altezza. Vi prego ditemi come fare perchè io non riesco ad andare avanti con questo odio nei miei confronti. Ho paura nel scriverle, perchè magari lei sta meglio ora senza di me. Non voglio causarle altro dolore, non se lo merita. Preferisco stare peggio io se lei può stare meglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che emerge dalle sue parole è un dolore molto profondo, intrecciato a un forte senso di colpa. Si sente quanto lei tenga a questa persona e quanto sia difficile sostenere l’idea di averla ferita. Allo stesso tempo, però, è importante dirle con chiarezza che restare bloccato nell’odio verso sé stesso non è una forma di responsabilità, ma una forma di immobilità. Lei ha commesso un errore, ma questo non la definisce interamente come persona.
Quel gesto non nasce dal nulla: lei stesso racconta paura, confusione, il peso di una scelta importante, il dubbio di non essere all’altezza, la distanza. Comprendere cosa è successo dentro di lei in quel momento non serve a giustificarsi, ma a dare senso a ciò che è accaduto e a evitare che si ripeta. È un passaggio fondamentale se vuole davvero trasformare questa esperienza, invece di rimanerne schiacciato.
Rispetto alla sua ex compagna, il suo timore è molto lucido: oggi potrebbe non volerla vedere né sentire. Scriverle adesso, soprattutto se nasce dal bisogno di alleviare il suo dolore o di trovare una sorta di sollievo, rischia di riaprire una ferita che per lei è ancora molto viva. A volte il gesto più rispettoso, anche se è il più difficile, è fermarsi e tollerare questa distanza.
Quello che può fare per sé, invece, è iniziare un percorso, anche breve, con uno psicologo. Non perché “c’è qualcosa che non va in lei”, ma perché ha bisogno di uno spazio in cui poter elaborare questo senso di colpa, capire meglio le sue reazioni emotive e dare un significato più profondo a ciò che è successo. Bastano anche pochi incontri, se fatti con un obiettivo chiaro: uscire da questo stato di autoaccusa continua e trasformarlo in consapevolezza.
La parte più dolorosa è accettare che, anche quando c’è amore, non tutto è riparabile. Lei può aver fatto tutto il possibile dopo, ma l’altra persona può comunque scegliere di non tornare. Questo non cancella ciò che avete vissuto, ma le chiede di fare un lavoro di elaborazione e, col tempo, di perdonarsi.
Adesso il punto non è recuperare a tutti i costi la relazione, ma non perdere sé stesso dentro questo errore. Perché solo così potrà, un giorno, guardare a questa esperienza non come alla prova di “non essere all’altezza”, ma come a qualcosa che, per quanto doloroso, le ha permesso di conoscersi più a fondo.
Se ha piacere di affrontarla insieme, rimango a disposizione.
Un caro saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Sono una ragazza di 28 anni e sto attraversando un periodo difficile. Di recente ho chiuso una frequentazione, ormai circa due mesi fa, anche se l’ultimo contatto è avvenuto circa un mese fa e sto ancora molto male, ho paura di non riuscire a superarla.
La frequentazione è durata circa 3 mesi e mezzo, anche se gli ultimi due mesi è stata una frequentazione a distanza, per dei miei motivi personali.
Il motivo del mio malessere deriva dal fatto che a me lui piaceva molto e mi ero molto affezionata. Lui via messaggio era sempre presente, ci sentivamo ogni giorno e mi ascoltava anche quando parlavo di momenti stressanti. Di presenza siamo usciti circa dieci volte, durante il mese di frequentazione di presenza. A me sembrava davvero un bel rapporto, ci sentivamo ogni giorno e lui mi dava attenzioni, dimostrava molto interesse nel conoscermi.
Il fatto è che mentre io avevo chiarito che volevo che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione, lui probabilmente non ha mai voluto una relazione, ma solo una frequentazione così, senza nessun impegno. Mi fa rabbia il fatto che parlandone lui mi aveva detto che anche lui voleva che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione.
Alla fine è stato lui ad allontanarsi, proprio quando dopo due mesi era arrivato il momento di rivedersi. Ha accampato scuse, dicendo che aveva bisogno di più tempo per capire, di non essere affidabile emotivamente, di non riuscire a lasciarsi andare (non gli piaceva sbilanciarsi) ma non prendendo mai realmente le distanze, dicendo di non volersi allontanare, ma di volerla vivere con leggerezza, senza farsi troppi problemi al momento. Ha preso come scusa anche il fatto di essersi lasciato non molto tempo fa. Quindi alla fine l’ho chiusa io, perché non volevo starci di nuovo male e avevo paura che lui effettivamente non stesse prendendo le cose seriamente.
Lui ha provato a ricontattarmi via messaggio, ma io sono stata molto fredda.
Il problema è che tutt’ora non riesco a superarla. Non riesco a superarla perché mi sembrava che potesse nascerne davvero un bel rapporto. Non capisco se il problema fosse il fatto che non gli piacevo abbastanza, anche se tra noi c’era molta chimica, o se effettivamente lui aveva bisogno di più tempo per via della precedente relazione. O se effettivamente non volesse impegnarsi.
Ho paura di non incontrare mai nessuno che mi ami, perché lui è stata la mia prima “relazione” e nonostante io non mi consideri brutta credo di non piacere in fondo a nessuno, perché non ricevo molta considerazione maschile, o comunque non da qualcuno che mi interessi. Sono sempre stata un po’ introversa, ma non credo sia questo il problema. Non so come superare questa fase. Vorrei conoscere nuove persone ma ho paura di rimanere di nuovo delusa.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
capisco quanto questo momento sia difficile per lei. Non sta soffrendo “solo” per una frequentazione finita, ma per qualcosa che aveva iniziato ad avere un significato, con presenza, attenzioni e una continuità che faceva pensare a un possibile futuro. È naturale che lasci un vuoto.
Da quello che racconta, lui probabilmente provava interesse, ma non aveva una reale disponibilità emotiva. Le frasi che le ha detto (“non sono affidabile”, “ho bisogno di tempo”, “viviamola leggera”) non sono segnali confusi: sono già un limite. E questo limite riguarda lui, non il suo valore o il fatto che lei possa piacere o meno.
Capisco però che dentro di lei si attivi la paura di non essere scelta o di non trovare qualcuno che la ami davvero. Questa è una ferita più profonda, che questa esperienza ha riacceso. Ma il fatto che questa relazione non sia evoluta non significa che lei non sia abbastanza: significa che non c’era un incontro tra due persone pronte allo stesso modo.
C’è anche un aspetto importante: lei si è protetta. Ha scelto di chiudere quando ha sentito che non le bastava. Questo è un segnale di consapevolezza, anche se fa male.
Sul fatto che non riesca ancora a superarla: è comprensibile. Due mesi non sono tanti quando c’è stato coinvolgimento e, soprattutto, quando resta il dubbio di “cosa sarebbe potuto essere”. Più che forzarsi a dimenticare, può aiutarla accettare che una parte di lei è ancora legata a quell’idea.
Per ora non deve dimostrare niente a nessuno, né buttarsi subito in nuove conoscenze. Può ripartire con gradualità, senza aspettative, e intanto provare a capire meglio cosa cerca davvero e cosa per lei è imprescindibile in un legame.
Se ne sente la necessità, rimango a disposizione se volesse lavorare su ciò che la tiene ancora agganciata a lui: spesso non è solo la persona, ma come ci faceva sentire.
Un saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Ciao sono una ragazza di quai17 anni, sono cambiata totalmente qualche anno fa', quando è venuta a mancare mia nonna, da li sono iniziati i miei primi attacchi di ansia, mi venivano ogni notte, al talpunto di dormire pochissime ore, da li non riesco a superare la paura della morte, e la morte di mia nonna, che da quasi 4 anni a questa parte non sono riuscita a parlarne con nessuno, oltre a questo è peggiorato il rapporto con i miei genitori, mia madre non è più la stessa, non credo che mi abbia mai capita, è un continuo litigare, quando sbaglia lei non chiede mai scusa, ma trova delle giustificazioni, e alla fine faccio finta di niente come se non fosse successo nulla, e questo mi crea tanto stress e mi dispiace tanto perché non ritrovo più la mamma di quando ero piccola. Sono sempre stata una ragazza molto scherzosa, ironica e quella che fa ridere gli altri, ma al contrario di quando ero una bambina sono diventata una persona molto sensibile, piango appena litigo con i miei genitori, appena mio padre mi alza la voce su determinati argomenti (ma non capita solo con mio padre),questo mio aspetto non l'ho mai mostrato a nessuno, come se io fossi una persona quasi insensibile e quasi menefreghista(perché tendo a nascondere questa mia fragilità) inoltre tendo a provare molta timidezza con persone con cui non ho confidenza e ciò non mi fa stare male, perché tendo a mascherare tutto il mio carattere e il mio modo di fare. Oltre a questo ho sempre avuto grandi problemi di fiducia, da quando ero piccola, non mi sono mai fidata di nessuno, non riesco a vedere fiducia negli altri, a parte una persona al quale riesco a confidarmi, ma anche con lei ho sempre la paura di non potermi fidare al 100%, in compenso oltre a essere una persona scherzosa, so ascoltare e aiutare le mie amiche in momenti meno belli e sono molto empatica. Sto passando un periodo difficile, come per es. a scuola ho degli argomenti da recuperare, oppure nuovi argomenti da studiare, e quando sono a scuola sento la voglia di fare, di dire "arrivo a casa e mi metto a studiare", ma una volta tornata a casa non riesco a sedermi nella scrivania, mi sento demoralizzata e tendo a dormire tutta la sera oppure a usare il telefono, come se fossi sempre stanca, scrivo ciò per una risposta a tutto questo, e perché non so se è il caso di rivolgermi a una/o piscologa/o in quanto io sia ancora "piccola" e magari è solo una fase adolescenziale. Grazie mille per l'attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive ha un senso profondo, e merita di essere preso sul serio. Non è “solo una fase” da minimizzare: è un insieme di esperienze emotive importanti che stanno cercando spazio per essere comprese e integrate.
La perdita di Sua nonna sembra essere stato un punto di svolta. Quando un lutto arriva in un momento della vita in cui si sta ancora costruendo il proprio equilibrio, può lasciare una traccia molto intensa: la paura della morte, gli attacchi d’ansia, le notti difficili… sono tutte modalità con cui la mente prova a gestire qualcosa di troppo grande per essere elaborato da sola. Il fatto che Lei non sia mai riuscita a parlarne davvero con qualcuno per quattro anni è significativo: è come se quella parte fosse rimasta “in sospeso”, senza un posto dove appoggiarsi.
Anche quello che racconta del rapporto con Sua madre fa pensare a una delusione profonda. Non è solo il litigio in sé, ma il sentirsi non compresa, non riconosciuta, e forse anche un po’ sola proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di vicinanza. Il fatto che poi Lei “faccia finta di niente” per evitare conflitti è comprensibile, ma alla lunga accumula molta tensione interna, che poi esce sotto forma di pianto, sensibilità intensa o stanchezza.
Mi colpisce molto anche questo doppio aspetto che descrive: da una parte una ragazza ironica, che fa ridere gli altri, capace di ascoltare e aiutare; dall’altra una parte più fragile, che tende a nascondere, che fatica a fidarsi e a mostrarsi davvero. Non è una contraddizione: è una forma di protezione. Spesso chi è molto empatico impara presto a “tenere su” gli altri, ma non sempre trova lo spazio per essere sostenuto a sua volta.
La difficoltà nello studio, quella sensazione di voler fare ma poi non riuscire, la stanchezza, il rifugiarsi nel sonno o nel telefono… sono segnali coerenti con tutto il resto. Non parlano di pigrizia, ma di un carico emotivo che sta occupando molte energie.
Vengo alla Sua domanda: sì, rivolgersi a uno psicologo o una psicologa sarebbe non solo opportuno, ma anche molto utile. Non è necessario “stare malissimo” o essere adulti per chiedere aiuto. Anzi, farlo adesso significa prendersi cura di sé in modo precoce e intelligente.
Un possibile percorso potrebbe aiutarLa a: elaborare il lutto per Sua nonna, dando finalmente spazio a ciò che non è stato detto; comprendere e gestire l’ansia e la paura della morte, senza esserne sopraffatta; trovare modi più sani per esprimere ciò che prova, senza dover sempre trattenere o “fare finta di niente”; lavorare sulla fiducia e sulle relazioni, partendo da uno spazio sicuro; recuperare energia e concentrazione per la scuola, senza sentirsi bloccata.
Nel frattempo, Le lascio un piccolo spunto concreto: quando sente quella fatica a mettersi a studiare, provi a non pensarlo come “devo fare tutto”, ma inizi con qualcosa di molto piccolo e definito (anche solo 10 minuti). Non risolve tutto, ma può aiutare a riattivare un senso di possibilità, invece del blocco totale.
Lei non è “troppo sensibile” nel senso negativo del termine: è una sensibilità che ha bisogno di essere accolta e capita, non nascosta. E non è sola in questo, anche se può sembrarlo.
Se vuole, possiamo anche provare insieme a capire come affrontare una delle situazioni che Le pesa di più, passo dopo passo. Se ne ha desiderio, può contattarmi in privato.
Un caro saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Ho 29 anni e mi sento una fallita. Nessun aspetto della mia vita sta andando come speravo. Non sono riuscita ancora a laurearmi perché ogni qualvolta io debba preparare un esame e mi trovi a dover approcciare lo studio vengo letteralmente assalita da un'ansia micidiale e inarrestabile. Avrei dovuto avere il coraggio di rinunciare agli studi già da qualche anno ma al tempo stesso, se avessi preso questa decisione, avrei pensato di aver perso sia tempo che soldi e la paura di deludere i miei genitori è stata più forte, anche se per loro non avrebbe importato niente, solo la mia felicità. Non ho ancora un lavoro stabile perché da una parte ho procrastinato a causa dello studio e poi perché ho paura di dovermi accontentare di un lavoro che non mi appaghi o che non mi faccia sentire all’altezza e, ciliegina sulla torta, il mio ragazzo mi ha lasciata dopo 10 anni perché già da qualche anno sarebbe voluto andare a convivere per “scappare” da una situazione familiare complicata (premetto che lui sarebbe potuto andare intanto a vivere da solo avendo un lavoro a tempo indeterminato e ben retribuito) ma non lavorando non avrei potuto ancora assecondarlo in questo passo e sostiene che non abbia fatto abbastanza per cambiare questa situazione e in qualche modo a “salvarlo” facendomi sentire sbagliata e la causa della nostra rottura, anche se gli ho espresso più volte che anch’io sentivo questo desiderio, tanto che stavo mandando curriculum su curriculum per trovare un qualsiasi lavoro… forse avrei dovuto farlo prima per fargli capire che era davvero la persona con cui immaginavo il mio futuro, ma avrei voluto da parte sua un po’ più di comprensione e di sostenimento. Non ho mai avuto un briciolo di autostima, anzi, ho sempre denigrato me stessa e le mie capacità, e mi sento costantemente inadeguata e frustrata, non riesco a capire cosa fare per prendere davvero in mano la mia vita. Sono davvero stanca di tutto questo perché, non avendo mai avuto il coraggio di andare da un* psicolog*, non so cosa mi stia succedendo, qualcuno potrebbe aiutarmi a vederci più chiaro? Grazie mille!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
ciò che ha scritto mi ha colpito molto. Leggendo le sue parole arriva forte una sensazione di stanchezza profonda, come se da troppo tempo stesse cercando di tenere insieme aspettative, paure e responsabilità senza avere mai davvero uno spazio in cui sentirsi sostenuta. E in mezzo a tutto questo, è comprensibile che si sia costruita dentro di sé l’idea di essere “sbagliata” o “fallita”, ma quello che descrive non parla di fallimento, parla di una persona che si è trovata bloccata in un punto molto delicato della sua vita, con un’ansia che prende il sopravvento e le toglie energia proprio quando ne avrebbe più bisogno.
Quell’ansia “micidiale” davanti allo studio non è pigrizia né mancanza di volontà, è qualcosa che merita di essere ascoltato e compreso. Spesso dietro a blocchi così intensi c’è una paura molto forte di non essere all’altezza, di deludere, di confermare proprio quell’immagine negativa che lei ha di sé. È come se ogni esame non fosse solo un esame, ma un giudizio su chi è come persona. In queste condizioni, il corpo e la mente fanno quello che possono per proteggerla, anche se il risultato è il blocco.
Anche sul lavoro e sulle scelte di vita si sente lo stesso filo: il timore di “accontentarsi”, di non essere abbastanza, di fare un passo che poi confermi un senso di inadeguatezza. Non è mancanza di direzione, è paura di sbagliare in un contesto in cui lei è già molto severa con sé stessa.
Per quanto riguarda la relazione, quello che racconta fa pensare a una dinamica in cui lei si è sentita caricata di una responsabilità che in realtà non le apparteneva completamente. Il desiderio del suo ex compagno di “salvarsi” da una situazione difficile è comprensibile, ma non era suo compito salvarlo. Una relazione può sostenere, non può essere l’unica via di uscita per uno dei due. È naturale che oggi lei si chieda “avrei dovuto fare di più”, ma è importante anche riconoscere che stava già lottando con le sue difficoltà e che chiedere a sé stessa di risolvere tutto contemporaneamente forse era troppo.
Quello che colpisce molto è quanto duramente si guarda: dice di non aver mai avuto autostima, di denigrarsi costantemente. Vivere così significa affrontare ogni scelta con una voce interna che giudica e svaluta, e questo alla lunga blocca, consuma e fa perdere fiducia in qualsiasi possibilità di cambiamento.
Il fatto che oggi scriva, che si ponga delle domande e che dica chiaramente di essere stanca di questa situazione, è però un segnale importante. Non è immobilità totale, è un momento di crisi che può diventare anche un punto di svolta, se affrontato con il giusto supporto.
Andare da uno psicologo, cosa che finora non ha trovato il coraggio di fare, potrebbe davvero aiutarla a mettere ordine in tutto questo. Non perché ci sia “qualcosa che non va in lei” in senso patologico, ma perché ha bisogno di uno spazio sicuro in cui capire da dove nasce questa ansia, lavorare sull’autostima e iniziare a costruire un rapporto con sé stessa meno giudicante e più alleato.
Non deve risolvere tutta la sua vita insieme né prendere subito decisioni definitive su studio, lavoro o altro. Il primo passo può essere molto più semplice e concreto: iniziare a prendersi sul serio, chiedere aiuto e smettere di affrontare tutto da sola.
Se vuole, possiamo iniziare insieme un percorso, rispettando i suoi tempi, che possa aiutarla a risalire e trovare il suo equilibrio senza essere così dura con se stessa. Se ha piacere, mi contatti in privato, ricevo anche online.
Un caro saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Salve ,scrivo in breve la mia storia perchè vorrei capire se la persona con cui ho intrapreso una relazione quatto anni fa circa potrebbe essere un narcisista patologico Malvagio.Sono una insegnante di 63 anni benestante ,stimata come professionista e considerata di bella presenza.Sono sposata ma mio marito è affetto da una malattia neuridegenerativa e sette anni fa ha subito danni cognitivi,Così che quattro anni fa mentre ero in un momento molto difficicile ,mi sentivo molto sola ho intrapreso una relazione con un uomo che oggi ha 69 anni .Quest'uomo lo conosco da circa 27 anni ed in passato lo avevo incontrato qualche volta in un momento di crisi profonda della relazione con mio marito.In questo tempo a cicli si era sempre presentato ma io no lo avevo più considerato.quando ho deciso di intraprendere la re relazione con lui l'ho fatto anche perchè mi sono fatta convincere dal fatto che lui mi aveva raccontato di essere rimasto vedovo ( sua moglie era morta a causa di un cancro ) e che la sua compagna aveva un mieloma al terzo stadio .all'inizio sembrava andare bene ,ma il suo comportamento era molto strano,mi invia centinaia di messaggi ,banali e pieni di emoji e quando io chiedevo chiarimenti lui spariva ..Nelle varie sparizioni chredendo di essere io la persona sbagliata l'ho cercato cosi la relazine è andata avanti dal 2022 al 2024. In giugno del 2024 dice di avere una depressione e sparisce.Nel luglio del 2025 a causa di una circostanza si ripresenta e mi convince nuovamente a riprendere la relazione nel frattempo io ero venuta a conoscenza (voci di popolo) che lui aveva manipolato più persone sole ,sopratutto done approfittandone per appropriarsi dei loro risparmi , era un bancario ,e per questa ragione era stato sospeso dal suo lavoro ,anche se non si era riuscito a dimostrare nulla .Inoltre che aveva sempre intessuto più relazioni in contemporanea .Ma io che sono una persona buona nonostante i vari dubbi ho deciso di ridargli fiducia .Sembrava che le cose andassero bene lui mi dedicava ,tempo ed attenzioni, fino a quando in gennaio lui sbaglia ad inviare un messaggio ed intuisco che c'era una quarta persona ,chiedo spiegazioni , ma lui sparisce.
Ora mi chiedo potrà ricomparire ancora ? E' un narcisista patologico maligno?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
mi dispiace davvero per quanto ha vissuto e sta vivendo e comprendo che seppur, alle volte, la ragione dice una cosa, la nostra emotività ci porta su strade più complesse. Non è ovviamente professionale fare una diagnosi a qualcuno che non si è mai visto e solo per sentito dire quindi se parliamo di un narcisista maligno o meno, non è possibile stabilirlo in questo modo. Sicuramente però, da ciò che scrive, emerge un tema di profondo legame con questa persona che palesemente non favorisce il suo benessere ma nonostante questo lei rimane comunque legata a lui, consapevole di sentire qualcosa di profondamente disfunzionale per lei.
Mi focalizzerei più su questo, cioè sulla sua capacità di mantenere le distanze adeguate nei confronti di questa persona se in fondo lo desidera. Avere una sorta di distacco e protezione nei confronti del comportamento di questa persona che la sta ferendo. So che non è sempre facile riuscire a fare questo percorso da soli soprattutto quando in gioco ci sono delle forti emozioni che lei sta provando e che sono assolutamente degne di rispetto e attenzione.
Le consiglierei però di intraprendere un percorso psicologico, anche breve, che la aiuti a centrarsi maggiormente su di sè così da poter affrontare nel migliore dei modi qualsiasi decisione vorrà prendere con questa persona e a chiedersi di più se lei vuole che torni o meno.
Nel caso avesse piacere, può contattarmi in privato in quanto lavoro specialisticamente anche con questo tipo di relazioni.
Un caro saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
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