Domande del paziente (85)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, capisco la sua fatica. Scoprire messaggi e foto con altri può essere vissuto come un vero scossone, e anche quando si decide di “perdonare” la parte emotiva spesso resta in allarme. Il... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, il dubbio che porta è comune soprattutto quando due persone hanno linguaggi affettivi diversi. Il fatto che lei sia “priva di difetti” e molto buona non significa automaticamente che sia... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, si è spiegata benissimo. Quello che descrive è molto frequente: a volte la sofferenza più intensa non nasce solo dai sintomi “puri” quanto piuttosto dal significato che diamo alla diagnosi... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, quando si attraversa un periodo di ansia e stress i sogni tendono a diventare più vividi e “carichi”, come se la mente scaricasse tensione attraverso immagini forti. In questi casi il sogno... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, capisco bene l’angoscia che descrive: in una fase di crisi l’attesa e il silenzio percepito possono attivare rapidamente paura di abbandono, urgenza, bisogno di rassicurazione e ruminazione.... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, da ciò che descrive emerge una sofferenza pesante e lunga, fatta di ansia, evitamento, ferite precoci, bullismo, senso di colpa e un sentimento di “ritardo” rispetto ai coetanei. In questo... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, la convivenza spesso porta alla luce differenze molto concrete e l’igiene è uno dei temi più “sensibili” perché tocca intimità, attrazione, sicurezza e anche senso di controllo. Da ciò... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, da quello che racconta si vede un filo logico: lei stava funzionando bene in Germania, in un contesto lavorativo e sociale che le dava identità e appartenenza. Poi ha fatto una scelta molto... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, quello che descrive è piuttosto frequente dopo un periodo di ansia intensa. Quando il corpo esce da una fase di allerta prolungata, spesso resta una sorta di “coda” emotiva: meno slancio,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, la sua confusione è comprensibile perché state vivendo due cose contemporaneamente: nei fatti c’è una relazione molto “da coppia” (frequenza, notti insieme, tenerezza, viaggio, biglietti... Altro


    Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
    Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
    Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
    All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
    Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
    Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
    Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
    Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
    Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
    Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, quello che porta è molto chiaro: lei ha fatto strada rispetto ai 19 anni, però sente che il lavoro è arrivato a un punto in cui le servono strumenti più concreti e una direzione operativa. È una richiesta legittima, soprattutto dopo tanti anni di percorso.
    Da ciò che descrive, la “rigidità” per lei non è solo un tratto caratteriale, è anche un modo di regolazione: le dà controllo, prevedibilità, riduce l’ansia, protegge energia e funzionamento. Per questo l’idea di “lasciar andare e basta” può suonare impossibile, perché togliere quel controllo senza alternative fa sentire esposto. E quando il terapeuta propone esempi come “fai tardi una sera”, lei coglie subito il punto pratico: il costo per lei è alto e non è un capriccio.
    Una strada percorribile potrebbe essere quella di provare a chiarire con l’attuale terapeuta un cambio di metodo: lavorare sulla flessibilità in modo graduale e misurabile. Può chiedere esplicitamente di definire un obiettivo (es. ridurre la rigidità in 1–2 contesti specifici), scegliere micro-esperimenti settimanali a basso rischio, e verificare i risultati. Non necessariamente la discoteca: può essere qualcosa come tollerare un piccolo disordine, cambiare leggermente routine, accettare una variazione di orario minima. La flessibilità si allena per gradi, non per salto.
    Se questa via non fosse percorribile o non dovesse portare i risultati attesi potrà certamente valutare un secondo parere o un cambio di terapeuta.
    In ogni caso, la domanda giusta non è “come smetto di essere rigido”, quanto piuttosto “come divento più flessibile senza perdere stabilità”. Se il lavoro che sta facendo oggi non riesce a tradurre questo in passi concreti, ha senso rinegoziare il percorso.
    Un caro saluto
    Gabriele


    Salve,
    scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.

    Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.

    Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.

    C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.

    Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.

    Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.

    Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.

    In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.

    A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.

    Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.

    Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.

    Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.

    Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
    sono io il problema?
    Sto vedendo una realtà distorta?
    Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?

    Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
    Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
    Grazie per l’attenzione.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, il suo messaggio è molto chiaro e fa emergere una cosa centrale: lei non sta chiedendo “chi ha ragione”, sta cercando di capire perché dopo questa relazione si sente confusa, colpevole, in dubbio su se stessa, come se la sua percezione non fosse più affidabile. Questo è un segnale tipico di dinamiche relazionali in cui, nel tempo, la fiducia in sé viene erosa.
    Da ciò che descrive si riconoscono alcuni elementi ricorrenti nelle relazioni non sane: svalutazioni, ribaltamenti di responsabilità, mancanza di trasparenza, confronto evitato, minacce quando lei chiede chiarimenti, coinvolgimento di terzi per “certificare” una narrazione. In questi contesti è frequente che la persona finisca per reagire con controllo e ricerca di prove: non perché sia “cattiva” o “ossessiva” di natura quanto piuttosto perché vive una condizione prolungata di incertezza e allarme. Questo viene poi usato contro di lei come ulteriore prova che “il problema è lei”, creando un circolo chiuso.
    Avere delle responsabilità (reazioni emotive, bisogno di rassicurazione, comportamenti di controllo) non significa essere “la causa” di tutto né essere una persona sbagliata. In molte storie accade che una parte lavori su di sé e l’altra no e che l’asimmetria diventi sempre più pesante. Il fatto che lei abbia sostenuto anche aspetti pratici ed economici, sentendosi comunque “in debito”, è coerente con una dinamica in cui il valore personale viene misurato sul dare e sul compiacere.
    Lei chiede se tutto questo può portare a perdere fiducia nella propria percezione. Sì, può accadere: quando per molto tempo le viene detto che la sua lettura è “sbagliata”, che i suoi sentimenti non sono validi, che il problema è solo lei, la mente inizia a dubitare di se stessa anche fuori dalla relazione. È uno degli esiti più comuni di legami svalutanti e manipolativi.
    Detto questo, è molto importante anche l’altra parte del suo messaggio: lei ha avuto pensieri di farsi del male in un momento di alterazione e fragilità. Questo va preso sul serio come indicatore di sofferenza e bisogno di protezione. Se dovesse riaccadere, la cosa più importante è cercare aiuto subito, senza restare sola.
    In pratica, il lavoro che le serve ora non è “stabilire la verità assoluta” sulla relazione, quanto piuttosto ricostruire tre cose: fiducia nella sua percezione, confini, capacità di scegliere relazioni in cui esista confronto reale e rispetto. Se più specialisti le hanno restituito che ci sono aspetti personali su cui lavorare e anche una tendenza a finire in dinamiche manipolative, probabilmente la direzione è proprio quella: lavorare su entrambi i versanti senza trasformarlo in un’autocondanna, facendosi accompagnare da unə psicoterapeutə.
    Lei non sembra “narcisista” da questo scritto; sembra una persona che ha sofferto, si è interrogata, e ora sta cercando di rimettere insieme i pezzi. E questo è già un segnale di salute.
    Le auguro il meglio, che sono certo saprà ottenere.
    Un caro saluto.
    Gabriele


    Salve, sono una ragazza di meno di trent'anni e sto facendo un percorso di psicoterapia da molti anni ormai.
    Soffro di ansia, DOC e ipocondria.
    Sono in un periodo in cui nonostante conosca i meccanismi che mi portano a sviluppare i sintomi e i pensieri ossessivi mi sento bloccata e spesso sono in balia delle mie paranoie. Mi viene istintivo chiedere rassicurazioni mediche perché ho troppa paura di morire o di poter far male agli altri senza volerlo.
    Queste paranoie mi stanno cambiando la vita e non so come affrontarle. Avete dei consigli da darmi? So che non è facile con un consulto a distanza, ma qualsiasi spunto potrebbe essermi utile.
    Come posso fare per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni mediche? Questa è la cosa che mi sta dando più problemi in assoluto. Spesso penso che delle abitudini normali che ho o cose che ho fatto in passato possano mettere a rischio la mia salute attuale (ad esempio aver usato prodotti chimici anni fa senza protezioni, oppure la muffa in casa), solo che il pensiero non si risolve rassicurandomi con l'assenza di sintomi, ho sempre bisogno di cercare spiegazioni sempre più cavillose per potermi preoccupare di qualcosa che in quel momento fa più presa su di me. Quando analizzo un pensiero ossessivo e mi tranquillizzo questo passa, ma poi me ne viene un altro poco dopo. Non sono mai veramente tranquilla e ho paura che questo possa davvero farmi ammalare.
    Avreste dei consigli da darmi? Io davvero non so più cosa fare. Le persone intorno a me cercano di rassicurarmi ma ovviamente non basta, non basta nemmeno farmi esami e vedere che non ho nulla di evidente perché ho paura di qualcosa di nascosto. Secondo voi ha senso ricercare danni nascosti in assenza di sintomi o è del tutto inutile? Una delle cose che più mi terrorizzano sono i danni silenti a lungo termine.
    Scusate se posso sembrare paranoica ma spero di aver reso l'idea di quale sia la mia situazione psicologica. Aggiungo che non sono in terapia farmacologica.
    Grazie per il vostro tempo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, si è spiegata molto bene. Il problema non è il singolo contenuto del pensiero quanto piuttosto il circuito che si crea ogni volta. Arriva il dubbio, sale l’angoscia, lei cerca rassicurazioni o controlli, si calma per un pó, poi compare un nuovo dubbio. È proprio questo sollievo temporaneo a mantenere vivo il problema.
    Per questo la risposta alla sua domanda è, in generale, sì: continuare a cercare danni nascosti in assenza di segnali clinici tende a essere inutile sul piano reale e molto potente nel rinforzare il disturbo. Non perché la sua paura sia “sciocca” ma perché il DOC usa il bisogno di certezza assoluta come carburante. E la certezza assoluta, in medicina come nella vita, non esiste. Quindi ogni rassicurazione, anche medica, dura poco e apre la porta al dubbio successivo.
    Il punto delicato è che lei conosce già i meccanismi e questo non basta a interromperli. Questo succede spesso. Nel DOC, sapere non coincide automaticamente con riuscire a fare diversamente. Il lavoro terapeutico diventa allora aiutare il cervello a tollerare il dubbio senza correre subito a neutralizzarlo.
    In pratica, l’uscita dal circolo delle rassicurazioni passa dal fare meno, non dal capire di più. Significa imparare a non rispondere subito al pensiero, a non cercare conferme, a non analizzare fino in fondo ogni possibilità catastrofica. All’inizio aumenta l’ansia, poi il sistema si abitua. Se ogni volta lei dimostra al cervello che il dubbio può restare lì senza essere risolto, poco alla volta perde forza.
    Dal punto di vista terapeutico, questo è un ambito in cui spesso serve un lavoro molto specifico anche sul piano emotivo, affinchè possa conoscere anche con il corpo.
    Lei non è “paranoica” nel senso comune del termine: sta lottando con un disturbo che la porta a dubitare continuamente della sicurezza. E il fatto che chieda aiuto con questa lucidità è già un elemento importante.
    Un caro saluto.
    Gabriele


    Salve, ho un grosso problema di coppia, da autoerotismo per uso continuo di video porno, non riesco ad avere un erezione prolungata per avere un rapporto con la mia compagna, la relazione si è rovinata perché lei non ha più fiducia e mi dice che l'ho tradita da nove anni per causa di questi video. Sono andato sia da un andrologo che da uno psicologo, ho fatto diverse analisi e visite intime, anche per la prostata e và tutto bene, lo psicologo mi ha detto che è lei che è molto problematica, ma il problema è mio che non riesco ad avere un rapporto sessuale soddisfacente, ho preso da alcuni anni la "pillola" ma a lei non piace perché mi dice che sono come un robot e non partecipo al livello emotivo ma meccanico e poi non finisco mai. Io le voglio bene e la amo, ma litighiamo sempre per questi motivi, lei si sente frustrata, tradita, sola etc... Ho smesso per un mese a non vedere più porno, ma è come se mi è passato il desiderio in generale, allora penso che devo riprendere la masturbazione per il mio benessere fisico, ma lei? La nostra storia sta finendo e non so che fare... Ogni volta che mi apparato con lei, provo senso di colpa per averle mentito, penso se non riesco, penso che mi colpevolizza con brutte parole, allora parto bene ma non riesco a continuare che l'erezione si perde anche con la pillola. Ho 58 anni e stiamo assieme da nove anni...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente, quello che descrive è un circolo che si autoalimenta.
    La masturbazione in sé non è un problema. Diventa un problema quando l’uso di porno è continuo, quando diventa l’unica via di eccitazione, quando crea confronti o aspettative irrealistiche, quando finisce per sostituire l’intimità. Il fatto che, sospendendo i porno, lei abbia sentito un calo del desiderio può indicare che serve tempo per “riassestare” il sistema erotico e ridurre l’automatismo stimolo-risposta legato ai video.
    C’è poi la dimensione di coppia: la sua compagna vive la cosa come tradimento, lei vive il rapporto come un esame in cui verrà colpevolizzato. In queste condizioni l’erezione fatica a mantenersi anche con farmaci, perché l’attivazione ansiosa e il senso di minaccia spengono l’eccitazione. La pillola può aiutare la componente vascolare, non può creare sicurezza emotiva e clima erotico.
    Sul piano pratico, può essere utile spostare l’obiettivo: per un periodo non puntare al “rapporto completo” come prova di valore, puntare a ricostruire intimità senza prestazione (carezze, contatto, tempo insieme, erotismo graduale) e ridurre la pressione. In parallelo, può essere utile un percorso sessuologico o psicoterapeutico centrato sulla sessualità (non solo “generico”) e una cornice di coppia che permetta di parlare senza accuse e umiliazioni. Le parole “robot”, “tradimento da nove anni”, “brutte parole” sono segnali di una comunicazione che ferisce e blocca.
    Infine lei chiede: “devo riprendere la masturbazione per il mio benessere fisico?”. Il benessere non si misura solo con lo scarico fisico, quanto piuttosto con la qualità del desiderio e della relazione. Esiste una via di mezzo: autoerotismo più consapevole, senza porno o con una forte riduzione, orientato alle sensazioni del corpo e non al consumo di stimoli, così da non perdere il desiderio di coppia.
    Se la coppia vuole salvarsi, serve un patto realistico: tempi, riduzione dei porno, ricostruzione della fiducia, clima non giudicante. Se quel clima non è possibile, la difficoltà sessuale rischia di restare cronicizzata.
    Un caro saluto.
    Gabriele


    Buongiorno,
    devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.

    Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.

    Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.

    Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.

    Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
    Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.

    Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.

    Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.

    Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente,
    la sua confusione è molto comprensibile e comune a molti e in realtà la domanda che pone è seria e intelligente prima di iniziare una terapia di coppia. Il problema non è “quale scuola” perché in psicoterapia non funziona così. Il punto è capire come scegliere in modo ragionevole, senza affidarsi al caso e senza perdersi nel linguaggio dei curricula.
    La prima distinzione utile è questa: se cerca una vera terapia di coppia, conviene orientarsi su uno psicoterapeuta che lavori anche con le coppie. Uno psicologo può essere molto valido per consulenze o sostegno, però se il bisogno riguarda un lavoro terapeutico strutturato su dinamiche di coppia, conflitti, tradimenti, sessualità, comunicazione, allora è meglio che ci sia una formazione psicoterapeutica. Ancora più utile se quella persona ha una pratica specifica con le coppie e non si occupa solo in generale di terapia individuale.
    Sul tema degli approcci: ha ragione a diffidare sia del “uno vale l’altro” sia del “questa scuola è l’unica valida”. La ricerca, in sintesi, mostra due cose insieme. La prima è che l’orientamento teorico conta meno di quanto spesso si pensi. La seconda è che non è irrilevante: conta soprattutto nel modo in cui il terapeuta struttura il lavoro, legge il problema e costruisce gli obiettivi. In terapia di coppia esistono orientamenti molto seri e diffusi e più che il nome in sé, conta se il terapeuta sa spiegare bene come lavora e se quel modo di lavorare è comprensibile e sensato per voi.
    In pratica, per scegliere, le suggerirei di spostare l’attenzione da “in cosa crede il terapeuta?” a “come lavora concretamente con una coppia come la nostra?”. Una buona domanda da fare al primo contatto può essere questa:
    “Quando una coppia arriva da lei, come imposta il lavoro? Su cosa si concentra? Come si capisce se la terapia sta funzionando?”
    Se il professionista risponde in modo chiaro, concreto e non dogmatico, è già un ottimo segnale.
    Ci sono poi alcuni criteri molto più utili del nome della scuola. Il terapeuta dovrebbe apparire capace di stare con entrambi senza schierarsi, di comprendere la sofferenza di ciascuno senza trasformare uno nel “colpevole” e l’altro nella “vittima”, di contenere il conflitto e di dare una cornice abbastanza chiara. Dovrebbe anche essere in grado di spiegare se farà solo sedute di coppia o anche individuali, come gestisce eventuali segreti, e che cosa considera un buon esito del percorso. Questi aspetti pratici, nella terapia di coppia, sono decisivi.
    Lei scrive una cosa molto importante: teme di scegliere qualcuno che dica a uno dei due ciò che vuole sentirsi dire. È un timore fondato. Proprio per questo la coppia non dovrebbe scegliere il terapeuta leggendo solo il curriculum, quanto piuttosto facendo uno o due colloqui iniziali di consultazione, considerandoli non come un impegno definitivo ma come una valutazione reciproca. In quei colloqui dovreste osservare: ci sentiamo entrambi ascoltati? Il terapeuta sembra capire il problema o usare formule generiche? Ci sentiamo più confusi o più orientati dopo aver parlato con lui/lei? Questo non è “girare a caso”, è un modo sensato di scegliere.
    Quanto a età e sesso del terapeuta: raramente sono fattori decisivi in sé. Possono contare sul piano della risonanza soggettiva, cioè del sentirsi più a proprio agio, più compresi, meno inibiti. Se per uno dei due questo aspetto pesa, è legittimo tenerne conto, senza farne l’unico criterio.
    Infine, un curriculum troppo “identitario” (“credo in…”, “seguo solo…”) può confondere. Non sempre è un brutto segnale tuttavia può diventarlo se il terapeuta appare più impegnato a rappresentare la propria scuola che a capire la coppia reale che ha davanti. In genere, più il professionista è solido, più riesce a spiegare il suo metodo in modo semplice, senza trasformarlo in una bandiera.
    Un caro saluto.
    Gabriele


    Ho bisogno di aiuto, lo so
    Ho 48 anni, una famiglia stupenda, nella sua complessità, ma una sorella di quasi tre anni più di me, che ha sempre avuto dei problemi, problemi dai quali mi sono fatta inizialmente peso, fino a farmene schiacciare
    Nel tempo, fin da bambina , mi confessava i sui incubi, le sue paure, i suoi pensieri disturbati e io non so perché lo dicesse a me: ero piccola, avevo appena 7 o forse 9 anni e non sapevo cosa fare.
    Sono sempre stata, tuttavia, conscia nonostante la mia età delle gravi difficoltà della mia famiglia ( ho un fratello con una lieve forma di autismo), in tutto siamo 5 figli, di cui io la quarta e la piccolina è nata 12 anni dopo di me ( una gioia e una svolta positiva nella mia famiglia)
    Insomma, sono sempre stata molto pensierosa, seppure aperta e spigliata, mentre mia sorella, in apparenza ribelle, era sempre triste e in allarme,
    Mi raccontava i suoi incubi ... ma nella quotidianità abbiamo vissuto un'infanzia molto allegra e felice, sempre legati tra do noi, complici mamma ( lei di più) e papà che comunque ha sempre avuto un pessimo carattere ( urlava spesso in casa, ogno occasione era buona, ma con noi era premuroso e affettuoros, fose una figure genotoriale un po debole

    Vivendo in un paesino ci conoscevamo tutti: io andavo sempre dal dottore perché avevo sempre mal di pancia e lui diventò il mio confidente...gli chiedevo perché si hanno incubi e lui mi rispondeva con gioco, come si fa con i bambini
    Mi voleva molto bene
    Crescendo sono cresciuti i problemi di Nina: oramai andavamo alle suoeriori e prendevamo il bus, spesso lei marinava la scuola, ma qundo non rivava amici, mi obbligava a farle compagnia, fino a che non arrivava il suo ragazzo e mi lasciava sola.
    MI obbligava a pagarla per uscire con le sue amiche, ma poi dopo il ricatto, mi lasciava a casa
    Inizialmente stava diventando per me irraggiungibile e una sorta di figura dalla quale chiedevo attenzione e crescendo ho iniziato a sentirmi sua complice, ma spesso ne soffrivo e la notte sognavo una vita diversa e mi immaginavo grande , bella, libera, perché io non mi sentivo me, ma in funzione altrui
    C'era anche mio fratello che aveva tante crisi e io non riuscivo a dormire...
    la sera fino a che tutti non erano a letto, sereni, io non chiudevo occhio.
    Quando Nina faceva il 5 anno del liceo, pretendeva di andare in gita, ma mio padre non era d'accordo e dopo infinite lotte, mi disse ' se non mi manda mi prendo i tranquillanti di Luigi ( mio fratello)
    Lo fece davvero
    Mi sentii colpevole quando la mattina faticava a svegliarsi e quando venne il 'mio ' dottore disse, ma che ha... io confessai la sua confidenza, ma MAI avrei pensato dicesse sul serio
    Da quel giorno ho iniziato ad odiarla per ciò che aveva fatto e a sentirmi sua custode, a temere che lo rifacesse e quindi la adulavo in tutto e mi poteva chieder tutto io lo avrei fatto
    QUando va all'università cade nell'anoressia: non si sapeva bene ai tempi consa fosse, comprai un libricino per capire a capii, andai dal mio medico, ma lui disse di stare tranquilla.. Nei finse settimana tornava sempre piu magra, tutti lo vedevamo, ma nessuno parlava. MI ha resa comlice chiedendomi di dire che aveva mangiato poco prima e che stava bene
    Lunedì ripartiva e io ero felice, quando tornava stavo male. Dopo due anni toccò a me la scelta Università e i miei tacitamente mi hanno mandata li. da lei ( sarebbe sttao più facile) io sapevo che stavo andando al patibolo con i mei piedi,. HO SMESSO DI VIVERE- io magrissima sono diventata enorme, mangiavo al posto suo, la coprivo, poi la facevo uscire,,, insomma quando ho avuto la lucidità di cose facesse la invogliavo a reagire, che non lo avrei detto a nessuno, ma lei mi diceva che non potevo lasciarla sola e mi offre un patto ' se resti a casa tutto il giorno io mangoo, puoi uscire SOLO 2 ore senza di me- se vai all'università , dai collegi o dal tuo fidanzato ( ne avevo uno) fai tu, ma SOLO 2 ore o non mangio ( per me non mangio era muoio)- Lo feci
    La mia prigionia
    Alla fine lasciai anche quel ragazzo
    Scrivevo, non studiavo più, mi odiavo
    Un giorno trova una mia lettera e mi dice ' oddio ti senti in prigione.. basta sei libera'- Io mi sentii debitrice, ma anche in colpa e inizia a parlare del sui problema con alcuni amici... iniziamo a fare volantinaggio, invece di studiare, la porto da uno psicanalista... tutto stava migliorando... pensavo... ce la fa
    Invece poi scopro l'inganno.. non andava.. e si teneva i soldi che io guadagnavo cpn il volantinaggio ( che facevo anche per permetterle le sedute)- poi conobbe un tizio che si drogava e la sera spero la trovavo così---- ho iniziato a ragionare e a capire cosa fare: all'ennesima crisi chiamo l'ambulanza , chiamo i miei genitori ' venite a prendervi vostra figlia io non ce la faccio più' - Vidi per la prima volta mio padre piangere
    Me ne andai enegli anni non mi sembrava vero ERO FINALMENTE LIBERA! come avevo sempre sognato
    Lei la fece curare mia mamma in una clinica, con anni di terapia insieme- LA MAMMA
    Per un po la dimenticai... non ricordo bene quegli anni se non con me stessa e la mia nuova vita, che piano piano è iniziata a Roma, ma nel tempo la situazione si à ricreata, ogni due anni circa mi chiama ( che ora) , matrimonio, divorzio, attacchi di panico, lavoro, vaccini figlio, solitudine, rapimenti... cambiati gli attori resta lei e io: ogni chiamata io in panico a rivivere quegli anni, ma corro la salvo, ogni volta e ristabiliti gli equilibri, torno a roma ( mio unico luogo e rifugio)
    Ogni due anni le frasi ' mi hai abbandonata, tu sei felice, io sono sola' ricorrono
    Oggi vive a Mantova, ha un figlio, divorziata, sola per scelta- da un anno suo figlio è scoppiato. non va piu a scuola e lei è segregata in casa con lui
    A Mantova ci stanno i miei fratelli con bambini, ma le non li vuole, chiama me, esige da me, altera silenzi punitivi a richieste ' tipo trasferisciti qua'
    Nel tempo ho scelto di darmi dei limiti, nonostante momenti simbiotici, attacchi di ansia, sostituzione
    Ho fatto il possibile e lucidamente le ho proposto strutture adeguate ( oltre ai servizi che la seguono ahimè e per fortuna) , psicoterapia e di più per lei, pagando tutto io. trascorro molto tempo con mio nipote, ma a lei non basta, si richiude e se non faccio come dice lei mi taglia fuori
    ( la mia famiglia c'è , il neuropsichiatra per lei e il bimbo c'é, tutto fatto e attivato)
    ma io mi sento in colpa, non vivo da quanto è arrivato tutto ciiò, se vado li parlo e risolvo, se resto.a acasa mia e passeggio e lavoro e sono serena, mi sento in colpa
    Io sono single, non ho figli per scelta, ho deciso di affrontare il problema di essere sempre e solo per gli altri- per me non sono stata mai, se non quando il mio ex è andato via perché la madre di suo figlio e suo figlio passavano ciò che ho descritto.
    ora lo capisco
    non aveva scampo
    io sono lui e mia sorelle è la sua ex

    Ora mi chiedo ' quanto le mie preoccupazioni sono frutto di realtà o le ingiganstico? Forse lei sa fare e fa e se non me lo racconta non significa nulla. A volte mi chiedo se è lei ad essere richiestiva o se sono io che ormai mi do un senso solo da sorella sua e non da Chiara e basta

    DOve sono io?
    Chiara

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile Chiara,
    il suo messaggio arriva con una forza rara. Più che una semplice richiesta di consiglio sembra il racconto di una vita passata a fare da contenitore, sentinella, soccorritrice, testimone, custode. E la domanda finale, “dove sono io?” è forse il punto più importante di tutto ciò che ha scritto.
    Da quello che emerge, lei ha vissuto molto presto una forma di adultizzazione forzata: da bambina si è trovata ad accogliere paure, minacce, crisi, ricatti emotivi e sofferenze troppo grandi per la sua età. In una famiglia complessa, con più fragilità in gioco, ha imparato molto presto che per stare relativamente tranquilla doveva vigilare, capire, prevenire, proteggere. È comprensibile che oggi il suo sistema interno si attivi ancora immediatamente quando sua sorella la chiama: non è “debolezza” è una memoria relazionale profondissima.
    Nel suo racconto c’è anche un altro elemento molto chiaro: ogni volta che prova a tornare a sé, a Roma, alla sua vita, alla sua serenità, compare il senso di colpa. Come se stare bene fosse una colpa o addirittura un tradimento. Questo accade spesso quando per anni si è costruita la propria identità attorno al salvare l’altro. Allora l’altro diventa il centro e il proprio respiro sembra quasi illegittimo.
    Lei chiede se le sue preoccupazioni siano realistiche o se le ingigantisca. Probabilmente entrambe le cose convivono: sua sorella appare realmente molto richiestiva e molto faticosa da sostenere; insieme, la sua storia la porta a sentire ogni richiesta come urgentissima, totalizzante, quasi vitale. È proprio questo intreccio che la intrappola.
    Il punto allora non è stabilire se sua sorella “esageri” o se lei “si inventi” il problema, quanto piuttosto che questa dinamica la sta consumando e che da sola, per quanto lucida, difficilmente riuscirà a uscirne senza un lavoro mirato su confini, senso di colpa e separazione emotiva.
    La frase che mi viene da restituirle è questa: aiutare non è salvarla e salvarla non è possibile.
    Lei ha già fatto moltissimo. Ha attivato servizi, cure, professionisti, supporti. Oltre un certo punto, continuare a “mettersi in mezzo” non la protegge: la mantiene nel ruolo che la sua storia le ha cucito addosso.
    Per questo credo che oggi la priorità non sia tanto capire meglio sua sorella, quanto iniziare a proteggere Chiara. Non in senso egoistico, in senso vitale. Uno spazio psicoterapeutico per lei potrebbe essere molto importante, non perché ci sia qualcosa che non va in lei, piuttosto perché per la prima volta ci sia un luogo in cui lei non debba essere la forte, la lucida, la necessaria.
    La sua domanda finale mostra che una parte di lei c’è ancora, viva e sta chiedendo spazio. Vale la pena ascoltarla.

    Un caro saluto.
    Gabriele


    Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente,
    dal suo racconto emerge un filo molto chiaro: più che un “problema con gli uomini”, sembra esserci una difficoltà profonda a tenere insieme vicinanza affettiva, desiderio, immagine dell’altro e immagine di sé. Quando l’altro è lontano, idealizzato o irraggiungibile, può essere desiderato. Quando diventa reale, disponibile, vicino, entrano ansia, vergogna, repulsione, bisogno di fuga, controllo, dubbi continui. Questo schema si ripete in forme diverse da molti anni.
    Per questo non leggerei i suoi pensieri come una prova semplice del fatto che “non ama davvero” il suo partner. Piuttosto, sembrano pensieri intrusivi che si attivano proprio quando la relazione diventa concreta, intima, esposta allo sguardo degli altri e alla possibilità di dipendere emotivamente da qualcuno. In quel momento, il difetto fisico, l’odore, il modo di vestire, una frase fuori posto, diventano il punto su cui si concentra l’ansia. È come se la mente cercasse un motivo preciso per spiegare un allarme più profondo.
    Nel suo racconto ci sono anche alcuni elementi importanti della sua storia: l’ansia sociale, il peso dello sguardo altrui, esperienze precoci di umiliazione, un episodio di forte invasività sessuale, una famiglia di origine poco sicura. Tutto questo può incidere molto sul modo in cui oggi vive il legame, il corpo, il desiderio e la fiducia.
    Il fatto che questi vissuti siano peggiorati dopo l’interruzione della paroxetina è un elemento da tenere presente, perché suggerisce che una parte importante del quadro sia legata a un’ansia ossessiva e non solo a una “verità sentimentale” da scoprire. Questo non significa necessariamente che il suo partner non sia “quello giusto”, quanto piuttosto che in questo momento il suo stato interno rende molto difficile valutare la relazione in modo sereno.
    Ha fatto bene a iniziare un nuovo percorso di psicoterapia. La direzione, a mio avviso, non è cercare subito di rispondere alla domanda “lo amo o no?” bensì capire che cosa si attiva in lei quando l’amore diventa reale, quando l’altro è vicino, quando il desiderio dovrebbe tradursi in intimità e continuità. È lì che sembra esserci il nodo.

    Un caro saluto.
    Gabriele


    Vorrei provare la strada della psicoterapia online ma ho tanta paura di scegliere nuovamente il terapeuta non adatto a me, ecco perchè prima voglio che sappiate alcune cose su di me.
    Sono una donna di 30 anni.
    Ho infiniti problemi, tanto da non riuscire più a capire niente.
    Vorrei poter raccontare la mia storia online nella speranza di trovare la persona più adatta a me.
    In passato ho fatto molte psicoterapie, cbt (1 anno), psicodinamica (4 anni), gestalt (2 anni), sistemico-relazionale (6 mesi).
    Si, per mia scelta prendo anche dei psicofarmaci.
    I miei problemi sono cresciuti con me.
    Ho sofferto di paure e ansie sin dai tempi dell'asilo.
    Timidezza la chiamavano tutti.
    Ad oggi non c'è un nome, e forse non m'interessa neanche più, sicuramente c'è una profonda depressione, e forte somatizzazione dell'ansia, oltre ad una montagna di confusione e solitudine.
    Il mio è un grido d'aiuto perchè mi sto avvicinando di nuovo nell'abisso della disperazione, della morte interiore.
    Non so più cosa fare, come continuare a sopravvivere alla vita.
    Cosa molto importante che dovete sapere: non ho tolleranza contro dolore, sofferenza e paure, il mio corpo e la mia mente si rifiutano di rivivere di nuovo questo inferno e voglio delle garanzie su questo sennò non posso continuare avanti con la mia vita.
    I terapeuti precedenti mi hanno detto che io non ho voglia di cambiare, che loro (voi) non avete la bacchetta magica, che a me piace fare solo la vittima.
    Vi dico queste cose perchè mi sono state dette così tante volte e da persone che rivestivano un ruolo importante che adesso ci credo anch'io.
    Altra cosa importante: sono "allergica" ai giudizi negativi da sempre.
    Nel 2025 ho avuto due ricoveri uno in sicilia, l'altro in lombardia.
    Dall'età di 14 anni ho pensieri intrusivi e autolesionisti.
    Penso di essere un peso per le persone che mi stanno accanto.
    Mi sento un caso perso.
    Non so più a chi, come e dove chiedere aiuto e se quell'aiuto che ricevo mi basta e mi è davvero d'aiuto.
    Più passa il tempo e più la speranza si spegne.
    Sono stanca, credetemi.
    Mentre ero ricoverata ho scritto 21 pagine di quella che chiamo "la mia autobiografia", volevo che la psicologa che mi seguiva potesse capirmi meglio e di conseguenza aiutarmi meglio, ma non sono state lette nemmeno la metà.
    Io non ho più le forze di raccontarmi da capo in un percorso di psicoterapia, ecco perchè tengo ancora conservati questo scritto. Se qualcuno lì fuori vuole leggerlo per capire come sono fatta e di conseguenza come potermi aiutare meglio, sono disponibile ad inviare tramite email in formato pdf la mia storia.
    Non so più come fare...le ho provate tutte.
    Sono davvero stanca.
    La mia paura più grande attualmente è quella di rivivere per l'ennesima volta una psicoterapia iatrogena, di trovare una psicoterapeuta per poi sentirmi sola, abbandonata, incompresa, ho paura di rivivere dei traumi già vissuti e rivissuti.
    Ho paura di chiedere aiuto alla persona che non è adatta a me.
    Non ce la faccio più a rivivere di nuovo l'inferno. Vi chiedo aiuto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente,
    dal suo messaggio emerge una sofferenza molto profonda, lunga nel tempo e soprattutto una grande sfiducia maturata dopo molti tentativi di cura vissuti come insufficienti o addirittura dolorosi. Il punto che lei porta è: come posso chiedere aiuto senza sentirmi di nuovo fraintesa, giudicata o lasciata sola? È una domanda molto seria e merita rispetto.
    La prima cosa che vorrei dirle è questa: il fatto che lei abbia già fatto molte terapie non significa affatto che non voglia cambiare o che “le piaccia fare la vittima”. Significa, semmai, che ha continuato a cercare aiuto pur essendo molto ferita. E questo è un dato importante.
    Nel suo caso, più che scegliere una “scuola” teorica, mi sembra fondamentale scegliere una cornice di cura molto chiara e molto contenitiva. Lei ha bisogno di una terapeuta o di un terapeuta che sappia lavorare con:
    depressione importante e somatizzazione,
    pensieri intrusivi e autolesivi,
    forte sensibilità all’abbandono e al giudizio,
    storia di percorsi terapeutici vissuti come traumatici.
    Questo significa che la scelta non dovrebbe basarsi tanto sull’orientamento in astratto, quanto su alcuni criteri molto concreti: una persona esperta nel lavoro con quadri complessi, capace di spiegare bene come intende procedere, disponibile a definire insieme obiettivi, limiti e modalità del lavoro e capace di accogliere fin dall’inizio la sua paura della terapia stessa.
    Il fatto che lei abbia scritto la sua autobiografia può essere molto utile come strumento iniziale. Può dire al nuovo terapeuta, già nel primo colloquio:
    “Ho paura di dovermi raccontare da capo e di sentirmi nuovamente non capita. Ho scritto queste pagine per aiutarmi a spiegarmi. Vorrei capire se per lei possono essere un punto di partenza.” La risposta che riceverà a questa proposta le dirà già molto sulla capacità di quella persona di lavorare con lei.
    Le suggerirei anche, se possibile, di non cercare da sola “il terapeuta perfetto” ma di farsi aiutare in questa scelta da uno psichiatra di fiducia o da un servizio che conosca professionisti abituati a trattare situazioni complesse. In casi come il suo, il lavoro migliore spesso nasce da una presa in carico integrata, non da un singolo intervento isolato.
    Una cosa importante: se in questo momento i pensieri autolesivi sono di nuovo forti o sente di essere davvero vicina a “non farcela più”, la priorità non è scegliere la terapia online giusta ma mettersi subito in sicurezza e contattare uno specialista, il suo psichiatra, un familiare affidabile o un servizio di emergenza. Questo viene prima di tutto il resto.
    Lei non sembra un “caso perso”. Sembra una persona molto stanca, molto ferita e anche molto lucida nel capire che ha bisogno di un aiuto diverso da quelli vissuti finora. Questa lucidità, anche se oggi non basta a farla stare bene, è già un punto da cui ripartire.
    Un caro saluto.
    Gabriele


    Buonasera, scrivo su questo forum perché ho bisogno di capire cosa sta passando per la testa di questo ragazzo con cui mi frequento da 7 mesi ma non c'è mai stata un'etichetta ufficiale.
    Lui è una persona difficile, è adhd, ha sofferto di depressione, carenze affettive dalla mamma e nella sua ultima relazione (6 mesi) è stato tradito, e quanto mi dice quella relazione per lui è stata pesante sia a livello psicologico che fisico.
    Noi ci siamo conosciuti a novembre, poco dopo che lui si era lasciato, accordandoci con una scopamicizia. I primi mesi scorrono molto lineari ma da febbraio in poi le cose iniziano a farsi più pesanti. Si sentiva che entrambi ci stavamo legando in modo non indifferente, gite fuori porta insieme, appuntamenti, tutto bene, ma l'etichetta non arrivava mai. Quando lui è via per il weekend (siamo studenti fuorisede ma lui vive vicino) mi scrive poco, tante volte sono io che comincio la conversazione. Quando siamo insieme invece va tutto bene, come se fossimo fidanzati. A marzo siamo ufficialmente diventati esclusivi ma comunque senza dire "fidanzati", nonostante chiunque attorno a noi ci vede come fidanzati. I mesi successivi li passiamo nel migliore dei modi, si sta benissimo insieme. Qualche litigio qua e là ma che nella sostanza non conta nulla, anzi credo che le discussioni ogni tanto facciano bene alla coppia perché entrambi mettono impegno nel risolvere e quindi non si è indifferenti all'altro. Nell'effettivo continuiamo a comportarci come una coppia, buon sesso, baci, carezze, effort ecc.
    Nell'ultima settimana è cambiato tutto. Eravamo a casa di una nostra amica che, parlando al telefono con una sua amica a sua volta, menziona questo ragazzo come il mio fidanzato, senza nemmeno pensarci perché appunto tutti ormai lo danno per scontato. Quella sera prosegue in modo normale e anche i giorni successivi, fino a ieri che, dopo avermi invitato dove abita lui (io non c'ero mai stata quindi è un evento non da poco) mi dice "ma noi siamo fidanzati?" io lo guardo e ovviamente gli dico di no, ma perché appunto nell'effettivo non lo siamo, lui come se tirasse un sospiro di sollievo e gli dico "ti farebbe così schifo l'idea?" lui mi dice di no, ma che secondo lui non ci potrà mai essere nulla perché secondo lui siamo incompatibili, nel mentre mi diceva che non aveva mai voluto così bene ad una persona come che a me. Io chiedo spiegazioni su questa "incompatibilità" e mi risponde in modo vago "eh perché a me delle cose di te non piacciono, come viceversa", che a me come spiegazione non regge granché perché in 7 mesi le volte che abbiamo discusso si contano sulle dita di una mano e quindi raramente ci siamo trovati in situazioni difficili per la coppia. Io martedì andrò comunque da lui, ma non so come iniziare a prendere questa cosa, perché dopo mesi e mesi che va avanti sto iniziando ad avere bisogno di più chiarezza. Io non credo alla sua favoletta dell'essere incompatibili, quando fino a qualche giorno fa mi diceva che siamo una coppia bilanciata. La sera poi è tutto tornato alla normalità e lui si è comportato come suo solito, ovvero come una persona che vedendola pensi "questa ragazza gli piace".
    Come dovrei gestirla? Grazie in anticipo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente,
    da quello che racconta, il punto non sembra tanto capire se lei gli piaccia oppure no. Dai comportamenti che descrive, il legame c’è ed è anche significativo. Il nodo sembra piuttosto un altro: lui riesce a stare nella relazione finché resta “vissuta”, meno quando va nominata. Quando il rapporto viene implicitamente definito come “fidanzamento”, lì sembra attivarsi qualcosa in lui: timore, resistenza, bisogno di prendere distanza, forse anche paura di un vincolo più chiaro.
    La spiegazione dell’“incompatibilità”, così vaga e improvvisa come la descrive, ha il sapore di una razionalizzazione: un modo per mettere una barriera senza entrare davvero nel merito di ciò che lo spaventa. Il fatto che subito dopo sia tornato a comportarsi come sempre va nella stessa direzione: non sembra un rifiuto netto di lei, quanto piuttosto una difficoltà a tollerare ciò che la relazione rappresenta quando diventa più definita.
    Questo non significa che lei debba “curare” le sue paure o aspettare indefinitamente che si chiarisca. Dopo sette mesi è comprensibile che lei senta il bisogno di capire dove si trova. Più che cercare di smontare la sua teoria dell’incompatibilità, può essere utile riportare la questione su un piano semplice e concreto: “Io ho bisogno di capire se per te questa relazione può avere una forma chiara, oppure no.” Non tanto per ottenere un’etichetta a tutti i costi, quanto per capire se i suoi comportamenti e le sue intenzioni stanno nella stessa direzione.
    In sintesi, più che chiedersi “cosa gli passa per la testa”, forse ora è il momento di chiedersi quanto questa ambiguità è sostenibile per lei.
    Un caro saluto.
    Gabriele


    Ho 29 anni e ho iniziato a lavorare a 21. Ho sempre fatto quel che capitava ho lavorato in una società sportiva, ho fatto la commessa ecc. per due anni circa (2024/2025) non ho lavorato. Non perché non volessi ma perché non trovavo niente. È stato davvero deprimente. Ora ho trovato un lavoro in un ufficio io posto non è male e mi trovo anche bene ma a trent’anni sono in stage… 800€… all’inizio ho accettato entusiasta perché venivo da un periodo di niente ma ora che sono passati un paio di mesi mi rendo conto che è una miseria. Il prossimo passo dovrebbe essere un apprendistato ma onestamente ora, riflettendoci, farmi almeno 6 mesi se non anni a prendere 1000/1100€ a trent’anni chi me lo fa fare. Mi dispiace perché non sono mai durata tanto in un posto, sempre per problemi di soldi ma in precedenza ero più giovane e per assurdo non in stage ma con contratti part-time. Io non so che fare. Alcune amiche, più grandi di me, mi avevano suggerito di specializzarmi in qualcosa ma onestamente non so in cosa. Io non mi aspetto di fare carriera.
    Chiarisco: non sono una stronza. A lavoro dove sono adesso per esempio mi impegno e ho imparato molto in fretta ma sento che non è il mio posto, nonostante, per assurdo io non mi trovi nemmeno male.
    Preferirei un lavoro tranquillo, con una paga decente se il part time (30/36 ore a settimana) mi permettesse di guadagnare bene non ci penserei due volte. Non mi aspetto di prendere 3000€ al mese sia chiaro, ma 800/1200€ massimo sono una miseria. 1200€ li prendevo lavorando in negozio e facendo straordinari.
    Sono disperata perché non so cosa fare. Da una parte vorrei guardarmi intorno dall’altra sento di dover tenere stretto questo posto dato il mondo del lavoro oggi d’altro canto mi sento in colpa, in questa azienda mi hanno dato una possibilità e lasciarli mi dispiacerebbe ma vorrei prendere qualcosa di più e trovare un posto più equilibrato tra vita privata e lavoro. Qua mi chiedono anche sacrifici (vieni mezz’ora prima, eh ma andare via alle 18 precise, eh ma qualche sabato…) mi dispiacerebbe davvero anche perché faccio la figura di quella che non ha voglia di lavorare.. ma io non voglio “morire” (solo spiritualmente si intende) a lavoro.
    Sono davvero triste perché non so come comportarmi. Sono pentita perché avrei dovuto cercare qualcosa di più concreto in passato. Lavorare per qualche anno e poi cambiare. Non avrei nemmeno dovuto fare l’università per prendere una laurea inutile, che non ho conseguito ancora per problemi personali.
    Credevo che ritrovare un lavoro dopo anni di disoccupazione mi avrebbe resa davvero felice e lontana dal mostro della depressione invece…
    Per esempio mi piaceva fare al commessa ma almeno la domenica vorrei starmene a casa con amici o parenti. Non sono più disposta a sacrificare il mio tempo per quattro spicci.
    Esiste qualcuno in Italia che paga bene e mi permette di non impazzire? Ho paura sia solo un miraggio. Alla mia età tutti sanno “cosa vogliono fare da grandi” io no… non voglio fare pena su questo social poi in tanti sono cattivi hahaha ma
    Mi sento di aver sbagliato tutto, mi sento una fallita. Quella a cui le persone guardano per consolarsi… mi sento in crisi mi sembra di non sapere più chi sono e cosa voglia. Anche le persone da cui sono circondata da sempre metto in dubbio. Non ho tanta voglia di vederle o frequentarle. Mi sembra di essere diversa non capisco cosa mi accade. Non mi sembra di aver bisogno di terapia, anche perché economicamente sarebbe un problema, e nessun psicologo potrebbe dirmi "devi fare questo o quello". non capisco se sono in crisi o è pigrizia o.... grazie a chi risponderà

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Gabriele Lungarella

    Gentile utente,
    da quello che scrive non emerge pigrizia quanto piuttosto una fatica profonda nel tenere insieme dignità, realtà economica e bisogno di non sacrificare tutta la vita al lavoro. È una crisi molto contemporanea e molto più diffusa di quanto sembri. Il fatto che lei abbia ritrovato un impiego dopo un lungo periodo di disoccupazione e non si senta comunque sollevata non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in lei: significa che il lavoro, da solo, non basta se viene vissuto come precario, poco remunerato e potenzialmente invasivo.
    Lei sta vedendo con lucidità un punto importante: non le pesa lavorare, le pesa l’idea di consumarsi per una prospettiva che sente povera, poco sostenibile e poco sua. E questo è diverso dal “non aver voglia”, è una domanda di senso, di equilibrio, di possibilità concreta di vivere.
    In questo momento forse la cosa più utile non è decidere subito se restare o mollare ma fare un passaggio intermedio: tenere questo lavoro come base temporanea, senza viverlo come una scelta definitiva e intanto iniziare a guardarsi intorno con più metodo. Non per trovare “il lavoro della vita” ma per capire quali condizioni per lei sono davvero non negoziabili: orari, stabilità, stipendio minimo, contatto col pubblico o no, contesto più tranquillo o più dinamico. A volte la confusione si riduce quando si smette di chiedersi “chi voglio essere?” e si inizia da “in che condizioni riesco a stare bene abbastanza?”.
    Il senso di fallimento che sente è molto pesante e rischia di farle leggere tutto in negativo, anche ciò che negativo non è. A 29 anni, con una storia lavorativa frammentata, non è affatto tardi per orientarsi meglio. È un’età in cui molte persone stanno ancora cercando una forma possibile, solo che spesso lo fanno in silenzio.
    Non serve avere subito una vocazione, può essere utile trovare un passo successivo più vivibile del presente, e da come scrive, lei le risorse per osservare, capire e scegliere le ha. Adesso ha bisogno di usarle non contro di sé ma a suo favore.
    Un caro saluto.
    Gabriele


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