Domande del paziente (12)

    buongiorno, MI STO SEPARANDO DAL MIO COMPAGNO. aBBIAMO UNA CONVIVENZA DI FATTO DALLA QUALE è NATOUN BAMBINO CHE PGG HA QUASI 4 ANNI. IL MIO EX COMPAGNO ANCORA NON VA VIA DA CASA MIA, SOSTIENE DI AVERE UNA SITUAZIONE PRECARIA E NON RIUSCIRE A TROVARE SOLUZIONI IN AFFITTO.
    iO MI SENTO AVVILITA PERCHè NON SO COME GESTIRE LA SITUAZIONE SENZA CREARE DANNI ULTERIORI A MIO FIGLIO E ASENZA DOVER RICORRERE AD AVVOCATI E TRIBUNALI. ABBIAMO CONTATTATO GIà UN MEDIATORE PER CERCARE DI STABILIRE ACCORDI CHIARI ALMENO PER IL BAMBINO. SIAMO IN ATTESA CHE ARRIVI L'ACCORDO SCRITTO.
    D'ALTRO CANTO LA MIA FAMIGLIA DI ORIGINE NON HA DI BUON OCCHIO IL MIO EX COMPAGNO E STO SUBENDO PRESSIONI AFFINCHè ESCA DALLA MIA CASA ANCHE CON GUERRE INFINITE E SOPRATUTTO MI SENTO COSTANTEMENTE CONTROLLATA DA MIA MADRE CHE NON ACCETTA COME MI STO MUOVENDO PER CERCARE DI LIMITARE I DANNI.
    MI SENTO SOPRAFFATTA DA TUTTA QUESTA SITUAZIONE, NELLA QUALE TUTTI SONO VITTIME TRANNE IO E MIO FIGLIO.
    NON RIESCO ATROVARE ACCORDI RAGIONEVOLI CHE NESSUNO DEI DUE.
    cOSA DEVO FARE?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Gentile,
    quello che descrive è una situazione emotivamente molto complessa e comprendo il senso di sopraffazione che sta vivendo. Sta affrontando contemporaneamente una separazione, una convivenza forzata, la gestione di un bambino piccolo, tensioni familiari e una forte pressione emotiva esterna. È comprensibile che il suo sistema nervoso sia in uno stato di stress elevato e che lei si senta senza spazio, senza tregua e senza una direzione chiara.

    Da ciò che scrive, mi sembra che lei stia cercando con grande responsabilità di evitare una separazione conflittuale e di proteggere suo figlio da dinamiche distruttive (aver già coinvolto un mediatore familiare è un passo molto importante e maturo e Significa che, nonostante la fatica, sta cercando accordi funzionali e una forma di co-genitorialità sufficientemente stabile!).

    Allo stesso tempo però, c’è un aspetto fondamentale che spesso in queste situazioni viene trascurato ovvero il rischio che la persona che tiene insieme tutto finisca per annullare completamente i propri bisogni. Mi ha colpita la sua frase : “tutti sono vittime tranne io e mio figlio”. Dentro questa frase si sente una profonda solitudine emotiva, una sofferenza, una stanchezza che hanno bisogno di trovare uno spazio di ascolto.
    Reputo importante non focalizzarsi solo sul “cosa fare”, ma anche sul carico psicologico che sta sostenendo. Il senso di colpa, troppe responsabilità, pressione familiare, difficoltà a mettere confini chiari senza sentirsi cattiva o distruttiva.
    Inoltre, quando una madre d’origine entra in modo così forte nelle decisioni, può diventare molto difficile distinguere ciò che sente davvero lei da ciò che sente di dover fare per non deludere o non essere giudicata.

    Un bambino di quasi 4 anni non ha bisogno di genitori perfetti o di una separazione “senza dolore” - cosa purtroppo impossibile . ma ha bisogno di adulti emotivamente sufficientemente stabili, coerenti e capaci di ridurre il livello di guerra psicologica attorno a lui.

    Credo che in questo momento lei abbia bisogno di uno spazio che la aiuti a ritrovare ordine, lucidità, confini, centratura. Perché da ciò che scrive emerge una donna che sta cercando disperatamente di proteggere tutti, mentre nessuno sembra proteggere lei.

    Si dia il permesso di chiedere aiuto anche per sé, non solo per “gestire la separazione”.
    Le auguro davvero di riuscire a ritrovare uno spazio in cui sentirsi finalmente ascoltata senza pressioni, senza dover scegliere tra “essere buona” o “essere cattiva”, ma iniziando a capire cosa è sano per lei e per suo figlio nel lungo periodo.
    Se desidera può riservare una call gratuita con me per comprendere insieme quale sia la strada migliore
    Dr.ssa Alessandra Scarci


    Domande su Borderline

    Come fare a dire a una figlia che soffre di disturbo borderline, che si deve curare.?Ho già provato su consiglio di una psicologa da cui vado, ma mi sono sentita rispondere che ho bisogno io di curarmi. Mia figlia ha una bimba di due anni e sono molto preoccupata!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Gentile,
    comprendo profondamente la sua preoccupazione. Quando si vede una figlia soffrire, soprattutto se ci sono comportamenti impulsivi, instabilità emotiva, rabbia intensa o dinamiche difficili e in più è presente una bambina piccola, è naturale sentirsi impotenti, spaventati e con il bisogno urgente di “farle capire” che ha bisogno di aiuto.

    Tuttavia c’è un punto molto importante da considerare, una persona con una possibile organizzazione borderline di personalità o con un Disturbo Borderline di Personalità spesso vive ogni tentativo esterno di “correzione” come un attacco, un controllo o una conferma del fatto di essere sbagliata, rifiutata o non amata. Per questo motivo frasi come “devi curarti” ( anche se dette con amore e preoccupazione) rischiano di produrre l’effetto opposto cioè chiusura, rabbia o allontanamento.

    Lei non può obbligare sua figlia a intraprendere un percorso terapeutico se lei non riconosce una difficoltà o non è pronta a farlo. Questa è una verità molto dura da accettare per un genitore. Ma può lavorare su un’altra cosa ovvero modificare IL MODO in cui entra nella relazione con lei.

    Potrebbe essere più utile cercare momenti in cui sua figlia si sente compresa nel suo dolore, senza sentirsi immediatamente definita da una diagnosi. Una persona con tratti borderline spesso soffre enormemente di vuoto, paura dell’abbandono, instabilità emotiva e relazionale, ma dietro comportamenti molto difficili da gestire c’è quasi sempre una sofferenza profonda e non solo “cattiveria” o opposizione.

    Allo stesso tempo, la sua preoccupazione per la bambina è assolutamente legittima. Una madre emotivamente molto instabile può fare fatica a mantenere continuità, regolazione e sicurezza relazionale. Proprio per questo credo che il supporto psicologico a lei, in questo momento, sia estremamente importante. Non come “ripiego” perché sua figlia non vuole andarci, ma perché avere uno spazio per capire come muoversi, come mettere confini sani e come non farsi travolgere dall’angoscia può fare una differenza enorme anche indirettamente sulla situazione familiare.

    A volte il primo cambiamento in questi contesti non avviene nella persona che “sta peggio”, ma nel sistema relazionale attorno a lei. E questo, nel tempo, può aprire spiragli che oggi sembrano impossibili.
    Per approfondire ulteriormente quali vie è possibili percorrere, può riservare un primo colloquio gratuito con me.
    Dr.ssa Alessandra Scarci


    Salve, volevo un opinione. Cercherò di essere breve. Sono 4 anni circa che faccio terapia. Con la mia dottoressa mi sono sempre trovata bene. Infatti le ho voluto un bene Dell anima. E ho sempre avuto fiducia in lei. A lei ho aperto il mio cuore
    Le ho confidato tutto, anche le cose più intime. Pero pensavo che x come ci fossi andato da lei 4 anni fa, e x come sto messo adesso, un po si affezionasse a me. Invece ho notato il contrario ci sono stati episodi che mi hanno fatto pensare che x lei ero uno scoccio e un numero da poter incastrare nei suoi orari . Forse siccome ho qualche altro problema purtroppo, credo di essere stato molto ossessivivo con lei x una cosa che Nn mi poteva aiutare. X questo mi sono sentito abbandonato, xche quando cercavo un appiglio nel monento più buio, ho trovato la sua porta chiusa. Molte volte Nn rispondeva ai messaggi, e se li faceva, andava subito al sodo, In Seduta certe volte sembrava annoiata, qualche vita mi dava gli appuntamenti, certe volte li spostava con poco preavviso, oppure Nn si faceva sentire x mesi., neanche x chiedere "cmsta? Nonostante sapesse le mie difficoltà di salute e non. Ora le ho scritto un sms, spunmtandoke la mia rabbia una fiducia che è venuta a mancare da parte mia. Ho sbagliato secondo voi. Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Buongiorno,la leggo e mi arriva con chiarezza quanto questa esperienza per Lei sia stata emotivamente significativa e, allo stesso tempo, fonte di sofferenza e disorientamento.

    Quando si intraprende un percorso terapeutico lungo, è naturale che si sviluppi un legame importante e che emergano aspettative di continuità, presenza e riconoscimento. In alcuni momenti, ciò che viene vissuto come distanza o mancanza di risposta può attivare vissuti molto profondi di solitudine, abbandono o perdita di fiducia.

    Sono aspetti delicati, che meritano di essere accolti con rispetto, perché parlano più del Suo mondo interno e dei Suoi bisogni che non di un semplice “episodio”.

    In una terapia, quando questo tipo di emozioni emerge, è spesso importante poterle portare all’interno dello spazio terapeutico stesso, così da poterle comprendere insieme e dar loro un senso all’interno della relazione.

    Se però in questo momento sente che la fiducia è molto compromessa o che non riesce più a trovare uno spazio sicuro in quel percorso, è altrettanto legittimo fermarsi e riconsiderare ciò di cui ha bisogno oggi.

    Se lo desidera, può anche cercare un ulteriore spazio di confronto per chiarire meglio ciò che sta vivendo e orientarsi con più serenità. Sono disponibile, qualora sentisse il bisogno, per un primo colloquio di consulenza.
    Dr.ssa Alessandra Scarci


    Salve dottori mi chiedo se il Buddha o altri maestri avessero ragione che l unica strada per la serenità sia la via spirituale , anche se personalmente io mi sento sereno anche se da qualche giorno vedendo alcuni video sto mettendo un po in dubbio la mia situazione, mi chiedo allora chi come me non fa questi tipi di percorsi non può essere felice ? Non può essere una brava persona ? E se anche voi psicologi in futuro vi rendete conto che l unica strada è la spiritualità e tutto il resto è fuffa

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Gentile, la domanda che pone è importante e contiene già dentro di sé alcuni presupposti che vale la pena osservare con attenzione.

    Intanto no, non esiste alcuna evidenza che l’essere umano possa essere felice o “una brava persona” solo attraverso un percorso spirituale in senso stretto. La storia umana, la psicologia clinica e anche le tradizioni contemplative più profonde mostrano una cosa più complessa ovvero che la serenità non nasce da una sola via, ma da un’integrazione di livelli diversi dell’esperienza umana.
    Il Buddha non proponeva una fuga dalla vita o un’adesione ideologica alla “spiritualità”, ma un lavoro molto concreto centrato sulla sofferenza, sulla consapevolezza e sulla libertà interiore. In questo senso, anche molte psicoterapie moderne - come la psicoterapia traspersonale della quale faccio parte - convergono su aspetti simili, ovvero presenza, spiritualità come componente altrettando importante e a pari livello del mentale, dell'emotivo e corporeo in noi esseri umani.

    Detto questo, c’è un punto sul quale mi sofferemerei ovvero “se non è spirituale, allora è fuffa” oppure che esista una sola via valida. Questo è un movimento della mente che quando entra in contatto con contenuti molto suggestivi tende a cercare una verità assoluta che escluda tutto il resto. Ma la psiche umana raramente funziona in modo così lineare.

    In una prospettiva integrata, che è anche quella del mio lavoro clinico, non si tratta quinid di scegliere tra psicologia e spiritualità, ma di metterle in dialogo. La psicologia permette di dare struttura, comprensione e integrazione alla psiche; la dimensione spirituale, quando autentica e non ideologica, apre a uno spazio di consapevolezza più ampio. L’incontro tra queste due dimensioni può diventare un terreno molto fertile di crescita, perché evita sia il riduzionismo psicologico sia la fuga spirituale.

    Il mio approccio unisce gli strumenti della psicologia con una dimensione di consapevolezza più ampia, in modo che la persona non debba scegliere “da che parte stare”, ma possa costruire una propria integrazione autentica.

    Infine la serenità autentica non dipende dall’adesione a un sistema di credenze, ma dalla qualità della sua esperienza diretta, qui e ora, e dalla capacità di restare in contatto con sé senza essere trascinato da confronti assoluti o ideali esterni.

    Dr.ssa Alessandra Scarci


    Buonasera, avevo già scritto in passato. Spiego brevemente la situazione. Ho 27 anni sono fidanzato da circa 6 anni con una ragazza mia coetanea, ma da circa 3 anni la nostra relazione è in stallo a causa della scoperta da parte sua di alcune chat avvenute tra me ed una collega universitaria per un progetto durato un mese. Nonostante abbia interrotto i rapporti e la relazione è andata avanti con il tentativo da parte mia di essere più aperto nei suoi confronti, sembra che la nostra vita sia ferma a quell'episodio, non facciamo altro che parlarne e rileggere quelle conversazioni. La mia ragazza dice che l'unico modo per andare avanti sarebbe quello di leggere quelle chat con l'aiuto di un professionista e capire realmente il significato dietro quei messaggi. Mi chiedo se questa cosa è plausibile e se c'è qualcuno/na che possa aiutarci, magari leggendo quelle chat anche durante le sedute terapeutiche. Purtroppo abbiamo fatti già diversi tentativi anche di terapia che sono stati vani

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Gentile, da ciò che leggo ho la sensaizone che la situazione si sia un po’ “bloccata” su un unico episodio, come se la relazione non fosse riuscita più a tornare pienamente nel presente. Da un lato tutto ciò è comprensibile nel momento in cui un evento che ha ferito la fiducia non si chiuda con facilità poichè forse non veramente elaborato, nonostante la terapia. Quando qualcosa scardina la sicurezza in una relazione non basta “chiarirlo” una volta per farlo sparire, ma spesso ha bisogno di essere attraversato più volte, in modi diversi.
    Rispetto all’idea di rileggere insieme le chat in terapia, può avere senso portare ciò che è concreto dentro uno spazio guidato, ma non tanto per “decifrare” parola per parola o trovare un significato nascosto nei messaggi o stabilire chi ha torro o ragione. Il punto di solito non è lì, il punto è individuare cosa si è rotto, cosa si è attivato dentro entrambi e cosa succede oggi ogni volta che si torna su quell’episodio.
    Mi viene anche da dirle inoltre che quando si fanno diversi tentativi di terapia senza sentire un reale cambiamento, può essere utile fermarsi un attimo e chiedersi non solo “se la terapia funziona”, ma che tipo di lavoro si sta facendo dentro quello spazio. Se si sta andando verso una reale ricostruzione della fiducia oppure se si continua a girare intorno allo stesso nodo senza riuscire ad attraversarlo davvero.
    Se sente che da soli è difficile orientarsi e può avere senso farsi accompagnare da qualcuno che lavori in modo più ampio sulla dinamica tra voi due e su come si ricostruisce fiducia nel tempo, non solo sulla ricostruzione del fatto in sé, potete contattarmi per una prima call gratuita.
    A presto,
    Dr.ssa Scarci Alessandra


    Salve, sono 4 anni che sto insieme a un uomo separato con una figlia. Da un anno non abbiamo rapporti sessuali perché io ho avuto problemi di ciclo ma anche problemi emotivo con lui. Non mi sento vista, ne quando siamo a cena e lui sta davanti al telefono, ne quando la madre (che nn mi conosce) ha voluto partecipare a un evento con la ex nuora, il figlio e la nipote e lui non si è minimamente opposto. Invalidando il mio dolore con "si spreca meno energie facendo così". Stessa risposta che ritrovo dopo più di un anno (dopo terapia mia personale, terapia di coppia, dopo tanti litigi dove ho capito il suo analfabetismo emotivo), oggi, davanti a un esigenza lavorativa dove sarebbe stata reintrodotta la sua ex moglie pubblicamente (e questa donna non lavora dove lavoriamo noi). Sono crollata e ho pianto davanti a lui, lui ha visto il mio dolore, ha detto di averlo capito ma c'è sempre il suo "non so che fare, e fare niente è la scelta meno dolorosa". Per lui. Io sto soffrendo tanto per questo suo atteggiamento e gli ho scritto un messaggio dicendo che nn scegliendo me (ancora) era lui che perdeva me. Lui non ha risposto e a lavoro mi evita (è passato solo un giorno) io voglio dargli il tempo per riflettere, capire...ma non ce la faccio, mi sono messa a piangere per i corridoi del lavoro. Vorrei capire cosa fare. Se sono stata cattiva, egoista, frettolosa. Abbiamo entrambi quasi 50 anni...ed entrambi veniamo da famiglie disfunzionali...e io vorrei solo avere qualche strumento per capire cosa mi sta succedendo (sono dipendente?) e cosa potrei fare. Grazie a chi mi risponderà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Gentilissima, se sente di dover essere sempre forte fuori, ma si sente stanca dentro, credo che già questo mio primo scritto possa aiutarla.
    Da ciò che leggo quello che sta raccontando è una situazione che emotivamente può diventare molto pesante da sostenere nel tempo. Percepisco chiaramente quanto lei sia coinvolta e quanto stia vivendo un dolore legato al sentirsi poco considerata, poco vista e spesso non al centro della relazione.
    Per prima cosa, la sua reazione ha senso. Il pianto, il crollo, la difficoltà a stare al lavoro dopo un episodio così non sono “troppo”, sono il segnale che dentro di lei si è accumulata molta tensione e molta frustrazione.
    Rispetto ibvece alla sua domanda se sia stata cattiva o egoista, reputo non sia questo l'aspetto che emerge. Ciò che mi arriva piuttosto è una persona che sta cercando in modo molto diretto e umano, di ottenere qualcosa di fondamentale ovvero sentirsi scelta, tenuta in considerazione, riconosciuta nella relazione, amata
    Quando questo bisogno viene espresso più volte nel tempo e non trova un cambiamento concreto,è normale che inizi a generare dolore e anche momenti di forte reazione emotiva, non perché lei stia esagerando, ma perché sta cercando di proteggere qualcosa che per lei è importante.
    Inoltre quando si resta a lungo dentro una dinamica in cui si parla, ci si chiarisce, si prova a capire, ma poi nella realtà quotidiana le cose non cambiano davvero, si può entrare in una forma di stanchezza emotiva molto profonda e in quella stanchezza diventa sempre più difficile distinguere cosa si vuole, cosa si tollera e cosa invece non è più sostenibile.
    In questi casi, in questi momenti di passaggio, la cosa migliore. credo sia fermarsi un attimo e trovare uno spazio esterno che aiuti a mettere ordine può essere molto utile, perché permette di vedere la situazione con più chiarezza e meno confusione emotiva.
    Se lo desidera, può contattarmi per un confronto possiamo lavorare insieme per capire con più lucidità cosa sta accadendo e quali passi possono essere più rispettosi di lei in questo momento.
    A presto,
    Dr.ssa Alessandra Scarci


    Salve, sono una lavoratrice freelance da 7 anni e ho 34 anni.
    Durante questi anni il mio percorso lavorativo è stato fatto di alti e bassi ma comunque costante.
    Da tre mesi però non ricevo lavoro nonostante mi stia impegnando attivamente, e questo ultimo episodio sento che sta facendo "traboccare il vaso", mi spiego meglio.

    In realtà è da circa un anno che mi sento esausta e inutile, con la sensazione continua di non trovare una via d'uscita. Questo sconforto viene dal fatto di essermi impegnata moltissimo negli anni per migliorare sia il mio lavoro che me stessa, ma sembra che questo impegno non abbia portato i frutti che mi aspettavo.
    Questa sensazione costante mi ha portato anche a pensare di abbandonare completamente il mio lavoro, nato da una passione, perché non lo vedo più funzionale e non sento più la spinta di volerlo fare. Forse identificando troppo me stessa con il mio lavoro, questo momento mi ha fatto cadere nell'idea di una vita senza uno scopo, senza qualcosa che mi faccia guardare al futuro.
    Vivo con dei risparmi che sento come l'unico capitale che ho, e ogni piccola spesa per me stessa la vivo come una colpa profonda. Non riesco a godermi nulla con vera serenità, ci sono piccoli momenti di sollievo, ma tre secondi dopo ripenso alla mia situazione e mi rimetto subito all'opera. Non mi fermo, mi attivo ancora di più nonostante la stanchezza, e poi ricado nella frustrazione perché il mio impegno non genera nulla. È come se la mia testa fosse in una fase e il mio corpo in un'altra.

    So benissimo che questa situazione non mi identifica, che non sono il mio lavoro o i soldi che guadagno. So che crescere personalmente e socialmente è quello che dà scopo alla mia vita. Ma per tanto tempo questa consapevolezza mi ha spinto ad andare avanti, adesso non spinge più niente. Sono esausta. La sensazione è di essere ingolfata. Pensare e rimuginare mi stanca e basta, non riesco più a reggere le ipotesi, cerco solo soluzioni concrete. Sono in uno stato di sopravvivenza? O è altro? Come posso uscire da questo impasse?

    Grazie per l'eventuali risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Buonasera,
    leggendo le sue parole non mi arriva l'immagine di una persona che non ha voglia di fare o che si è arresa, mi arriva piuttosto l'immagine di una donna che ha continuato a spingere per molto tempo (forse anche oltre i propri limiti) e che adesso si ritrova profondamente stanca. Conosco molto bene questa sensazione in quanto la maggior parte dei miei clienti descrive la medesima situaizone.
    C'è una frase che mi ha colpito: "non mi fermo, mi attivo ancora di più nonostante la stanchezza". A volte quando attraversiamo periodi di forte incertezza, soprattutto sul lavoro, la risposta spontanea è fare di più, impegnarsi di più, controllare di più. Ma quando questo dura a lungo, il rischio è di consumare energie senza avere il tempo di recuperarle.
    Da ciò che scrive, non ho l'impressione che il problema sia soltanto la mancanza di lavoro degli ultimi mesi, mi sembra che questa situazione abbia toccato qualcosa di più profondo ovvero il rapporto con il suo valore personale, con il riconoscimento dei propri sforzi e con il futuro che aveva immaginato per sé.

    E quando per molto tempo si investe tutto in una direzione senza vedere i risultati sperati, beh.. è naturale che emerga una domanda dolorosa: "ha avuto davvero senso tutto questo?". È una domanda che fa soffrire , soprattutto quando si è molto più responsabili e determinate.
    Più che chiederle se si trova in uno stato di sopravvivenza o meno, le direi che oggi mi sembra una persona molto affaticata, che sta cercando di uscire da questa situazione utilizzando le stesse risorse che l'hanno aiutata finora, ma che forse in questo momento non bastano più.
    In questi casi il primo passo non è fare ancora di più, spingere ancora di più, capire ancora di più.. ma fermarsi abbastanza da comprendere cosa sta cercando di dirle questa stanchezza.
    Se sente il bisogno di uno spazio in cui poter fare ordine senza sentirsi giudicata o dover trovare subito una soluzione, resto a disposizione. Può prenotare un primo contatto gratuito dalla mia pagina.

    Dr.ssa Alessandra Scarci


    Salve, scriverò qui per avere una delucidazione su come è meglio agire nel mio caso specifico. Sono abbastanza in crisi con me stessa per via del fatto che riconosco che ho dei comportamenti ossessivi ed altalenanti riguardo sia situazioni relazionali. Questi pensieri sono giornalieri e tolgono molta energia mentale, soprattutto mi fanno stancare a tal punto che mentre stavo cercando uno psicoterapeuta in zona sono scoppiata a piangere dal nulla. Sono consapevole che dentro di me c’è qualcosa che non va me non so esattamente cosa, devo affrontare la cosa anche se non capisco perché reagisco così. Chiaramente a 25 anni non posso stare così ma non so come affrontare la cosa in modo sereno. Qualcuno sa cosa è meglio fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Buonasera,
    da quello che scrive la cosa che mi colpisce non è tanto la presenza di questi pensieri, quanto la stanchezza che sta provando nel portarli da sola da così tanto tempo ed è comprensibile.
    Capita che quando ci sentiamo travolti da reazioni che non comprendiamo fino in fondo, tendiamo a pensare che ci sia "qualcosa che non va" in noi. In realtà molto spesso c'è una parte di noi che sta cercando di esprimere un disagio, un bisogno o una ferita che ancora non ha trovato il modo di essere ascoltata e compresa.
    Il fatto che sia scoppiata a piangere mentre cercava uno psicoterapeuta mi fa pensare che una parte di lei sia molto affaticata e che forse stia chiedendo aiuto da più tempo di quanto immagini.
    Vorrei rassicurarla sul fatto che non è necessario avere già capito cosa le sta succedendo per iniziare un percorso. Anzi, molte persone arrivano proprio con la sensazione di sentirsi confuse, sopraffatte o incapaci di dare un senso a ciò che provano.
    Concedersi uno spazio in cui poter esplorare con calma ciò che sta accadendo, senza giudicarsi e senza pretendere di risolvere tutto da sole, è cosa buona e il fatto che lei stia cercando un aiuto è già un segnale importante, non di debolezza, ma di grande consapevolezza.

    Se sente che questo momento sta diventando troppo pesante da sostenere da sola, resto a disposizione per un confronto e per aiutarla a comprendere con maggiore chiarezza ciò che sta vivendo.
    Può riservare un primo contatto gratuito.

    Dr.ssa Alessandra Scarci


    Allora, è successo un casino. Venerdì sera ho iniziato a non dormire ,non riuscivo ad addormentarmi risultato 3 ore di sonno. Sabato uguale. Domenica e lunedì notte completamente in bianco ,solo martedì ho recuperato un po’. Dal nulla. Prima dormivo 10 ore a notte e mi addormentavo anche in macchina. Possibile? Da qui son nati i miei dubbi. A lavoro ci sono due gruppetti e ammetto che con amiche colleghe abbiamo parlato un po’ male delle altre su teams sul pc nelle chat che abbiamo solo noi.. le altre sono perfide sono veramente invidiose e cattive come persone. La mia paura è che in qualche modo abbiano letto cosa abbiamo detto o ce l’abbiano con noi a prescindere . Io sto molto attenta a lasciare acqua e cibo incustoditi e l’unica volta che ricordo di aver lasciato la bottiglietta è stato venerdì. Lasciata in ufficio mentre scendevo in pausa e guarda caso due di loro erano in ufficio per una call e sono rimaste con la bottiglietta. Ho paura e penso fermamente che mi abbiano messo dentro qualche farmaco tipo per i narcolettici da lì si spiega come mai mi sentivo sempre attiva tremori agitata e tutto il resto e che inoltre mi abbia causato sovradosaggio magari mettendo più di una pastiglia e ora il mio cervello non riesca a recuperare la capacità di dormire di prima. Non so cosa fare, son passati giorni, la cosa non è più probabile tramite esami e non ho prove contro di loro, ma questa cosa mi agita e non poco e non posso pensare che per una volta che non sono stata attenta mi sia stato fatto un danno del genere. Come posso proceder?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Buonasera,
    da quello che racconta la prima cosa che mi viene da dirle è che sta vivendo una situazione di forte allarme e preoccupazione e questo merita attenzione indipendentemente da quale sia l'origine del problema.
    La mancanza di sonno per più notti consecutive può essere molto impattante sul piano fisico ed emotivo. Quando siamo molto stanchi inoltre è normale che la mente cerchi spiegazioni e che alcuni pensieri diventino sempre più presenti e difficili da mettere da parte.

    Leggendo il suo racconto, noto che oggi gran parte della sua sofferenza sembra concentrarsi sull'ipotesi che qualcuno possa averle fatto del male, comprendo quanto questa possibilità possa spaventare. Allo stesso tempo è importante distinguere ciò che sappiamo con certezza da ciò che stiamo cercando di ricostruire per dare un senso a ciò che è accaduto.
    Proprio perché il cambiamento del sonno è stato così improvviso e significativo il mio consiglio è di non affrontare la situazione da sola e di confrontarsi quanto prima con un professionista della salute, che possa aiutarla a valutare in modo accurato sia gli aspetti fisici sia il forte stato di agitazione che sta vivendo in questi giorni.
    In questo momento credo sia importante aiutarla a ritrovare un senso di sicurezza e stabilità, perché quando paura, insonnia e preoccupazione si alimentano a vicenda si può entrare in un circolo molto faticoso da sostenere.
    Se sente il bisogno di approfondire ciò che sta vivendo, resto a disposizione per un confronto gratuito. Può riservare dal mio profilo

    Dr.ssa Alessandra Scarci


    Buonasera, come posso fare a farmi meno paranoie? Noto che ho una tendenza ad avere un pensiero quasi ossessivo ed è da un mese che penso con estrema ansia ad una situazione in ambito relazionale che in sostanza non può avere delle risposte immediate. Il problema è che un giorno vacillo e sto “tranquilla” mentre il giorno successivo ci penso così tante volte che mi sembra di uscire pazza. Purtroppo è un pensiero costante che ha preso una brutta piega da ormai quasi un mese e non so che fare

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Buonasera,
    Quando teniamo molto a qualcosa o a qualcuno la mente prova spesso a fare ciò che sa fare meglio ovvero cercare soluzioni, prevedere scenari, trovare certezze. Il problema è che nelle situazioni relazionali ci sono domande a cui non possiamo rispondere immediatamente. E più cerchiamo di forzare una risposta, più rischiamo di rimanere intrappolati nello stesso pensiero.

    Mi colpisce che lei dica di avere giorni in cui riesce a stare meglio. Questo significa che il suo equilibrio non è scomparso, c'è ancora, ma in alcuni momenti viene coperto dall'ansia e dalla preoccupazione!
    Molte persone, quando si trovano in una situazione emotivamente importante e incerta, finiscono per pensare di stare "impazzendo" quando in realtà spesso stanno semplicemente soffrendo e cercando, come possono, di ritrovare un senso di sicurezza.

    Se questo stato dura da settimane e sente che sta occupando sempre più spazio nella sua vita quotidiana, potrebbe essere utile non concentrarsi solo sul pensiero che la preoccupa, ma comprendere cosa lo alimenta così intensamente e quale bisogno profondo sta cercando di esprimere per cercare di stare meglio.

    Se lo desidera, resto a disposizione per approfondire la situazione in uno spazio dedicato, dove poterla aiutare a ritrovare maggiore serenità e chiarezza.
    Può riservare un primo contatto gratuito.

    Dr.ssa Scarci Alessandra
    psicologa


    Buona sera, è da 16 anni che sto con una persona . E sono 16 lunghi anni che quando si fissa , mi dice e ripete sempre le stesse cose .. mi accusa , per non aver creato una famiglia , mi addossa tutte le colpe .. me ne dice tante cose .. e anche molto pesanti .. io ho un carattere allegro e magari mi pongo anche in modo un po’ xhe può dare fastidio ma non manco di rispetto .. è così forte questa cosa che vorrebbe il controllo di tutto.. non ho potuto scegliere un lavoro e mi sono accontentata per lui , per non parlare delle altre cosa .. non faccio nulla se non con lui .. cosa mi dite , xhe è così ogni due tre settimane ,? Mi toglie anche telefonate e messaggi .. ma cosa può essere. ? Grazie mille dott

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Buonasera,
    da quello che racconta più che chiedermi cosa possa avere il suo compagno, mi viene da chiedermi come stia lei.
    Leggendo le sue parole comprendo lo spazione che ha avuto questa relazione, sotto forma di rinunce, adattamenti, scelte messe da parte per cercare di mantenere un equilibrio. Eppure nonostante questo mi sembra che periodicamente si ritrovi a sentirsi accusata, colpevolizzata e messa sotto pressione.
    Al di là delle etichette o delle diagnosi, credo sia importante focalizzarsi sul fatto che una relazione dovrebbe essere un luogo in cui poter essere sé stessi senza vivere costantemente nel timore di essere giudicati, controllati o rimessi in discussione.

    Mi sembra che oggi la sua sofferenza non derivi tanto dai singoli litigi, quanto dal fatto che questa dinamica si ripeta da molti anni e la lasci sempre più sola, confusa e svuotata.

    Dunque le chiedo di cosa avrebbe bisogno per tornare a sentirsi libera di esistere, scegliere e respirare?
    Se sente il bisogno di approfondire questi aspetti in uno spazio protetto e senza giudizio, resto a disposizione per un primo contatto gratuito.

    Dr.ssa Alessandra Scarci
    psicologa


    Salve dottori, sono una ragazza di 25 anni, ho avuto una relazione di tre anni circa con una persona piu grande di 21 anni di differenza..diciamo che sono stata io a prendere la decisione perché purtroppo non andavano più le cose tra noi, non mi sentivo ascoltata, non riuscivamo neanche a comunicare, anche per delle piccole cose, io volevo il parlare, cercavo il confronto ma lui niente, non voleva neanche mai iniziare, poi altre cose tra cui stessi conportamente, like sui social a foto di ragazze che si mettono in mostra, e io cercavo di chiedergli se poteva evitare ma nulla..ora nonostante ci siamo lasciati abbiamo continuato a vederci, ora lui ha iniziato da un pò a lavorare dove sono io, quindi lavoriamo anche insieme, purtroppo per il fatto "gelosia" o like, può essere che sia io? Cioè mi accorgo che magari lui mi ripeteva sempre che era una cosa normale, ma a me dava fastidio e non riuscivo a passarci sopra..io so come sono, magari non ho una grande autostima, però so di essere una brava persona, carina, e che sa essere a modo ecco, ora dovrà iniziare una ragazza a lavorare con noi e io non so perché ho subito pensato a lui, e a come possa guardarla, soprattutto ora che essendo "libero" potrebb farlo, o provarci ecco..volevo capire perché si attiva dentro tipo un meccanismo di "pensieri" e paure, come se la mia testa vada in modalità "allarme" perché pensa che lui possa guardarle il dietro o insomma provarci, nonostante magari io sappia di essere "meglio" diciamo..come faccio a non avere questi pensieri e paranoie? Come lo supero, ho paura di non riuscire a superarlo, e ad avere questo tipo di "problema" con altri magari..

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Alessandra Scarci

    Buonasera,
    leggendo il suo messaggio, la sensazione che ho non è quella di una ragazza "paranoica" o eccessivamente gelosa. Mi sembra piuttosto una persona che per molto tempo ha cercato di farsi ascoltare su qualcosa che per lei era importante e che invece si è sentita spesso dire che il problema non esisteva o che avrebbe dovuto semplicemente accettarlo.
    Quando accade questo, non si mette in discussione solo il comportamento dell'altro, ma a volte si inizia a dubitare anche delle proprie emozioni chiedendosi "ma non è che sto esagerando?", "sono io il problema?", "dovrei farmelo andare bene?". E alla lunga questo può creare molta confusione e molto stress.
    Inoltre da quello che racconta non sembra che il suo dolore nascesse dal fatto che esistessero altre donne, ma dal fatto di non sentirsi rassicurata, compresa e accolta quando esprimeva il suo disagio.
    Per questo oggi non mi sorprende che l'idea di una nuova collega attivi immediatamente paure e pensieri, non perché ci sia necessariamente un pericolo reale, ma perché tocca una ferita che per lei è ancora aperta e che merita di essere ascoltata.
    La buona notizia è che il fatto che questi pensieri esistano oggi non significa che la accompagneranno per sempre, né che li ritroverà inevitabilmente in tutte le relazioni future. Infatti molto spesso, quando comprendiamo davvero cosa ci ha fatto soffrire e impariamo a fidarci di più delle nostre percezioni questi meccanismi iniziano gradualmente a perdere forza.
    Le suggerirei quindi di essere meno severa con sé stessa..In questo momento non vedo una ragazza che deve correggersi, ma una ragazza che sta cercando di capire e dare un senso a qualcosa che l'ha fatta soffrire più di quanto forse abbia potuto ammettere fino ad oggi!
    Se sente che questo tema continua a pesare nella sua vita e nelle sue relazioni, parlarne in uno spazio dedicato può aiutarla a ritrovare maggiore serenità e fiducia, prima di tutto in sé stessa.
    Sono disponibile per un primo contatto gratuito.
    Dr.ssa Alessandra Scarci


Autore

psicologo, psicoterapeuta, psicologo clinico

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