Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non usc
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Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.
Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.
La ringrazio per aver condiviso un’esperienza così articolata e significativa. Dal suo racconto emerge chiaramente un percorso importante: partire da una condizione di forte limitazione e arrivare a un funzionamento più ampio è già indicativo di un cambiamento reale. Allo stesso tempo, è assolutamente comprensibile il desiderio di ottenere un miglioramento più concreto, soprattutto sul piano della serenità e della qualità delle relazioni.
La “rigidità” che descrive non è un elemento unico, ma un insieme di processi: bisogno di controllo, difficoltà a tollerare l’incertezza, attenzione costante ai propri stati interni (pensieri e sensazioni corporee) e una quota residua di rimuginio. In questi casi, il “lasciar andare” non è un atto immediato di volontà, ma una competenza che si costruisce progressivamente.
Il punto che le è stato restituito rispetto al “modellare” la rigidità è clinicamente fondato: alcune caratteristiche, come la precisione, la costanza e l’organizzazione, possono rappresentare risorse importanti. L’obiettivo non è eliminarle, ma renderle più flessibili, in modo che non diventino l’unica modalità possibile di funzionamento.
Allo stesso tempo, è del tutto legittimo il suo bisogno di strumenti pratici. Il lavoro sulla flessibilità, infatti, può essere accompagnato anche da interventi concreti tra una seduta e l’altra, come ad esempio: introdurre piccole e graduali variazioni nella routine quotidiana, allenare la tolleranza a minimi margini di incertezza o imperfezione, lavorare sul corpo per ridurre l’ipercontrollo,utilizzare strategie mirate per gestire il rimuginio
Nel caso che riporta (l’uscita serale), non si tratta necessariamente di “omologarsi” o stravolgere i propri ritmi, ma di ampliare gradualmente il proprio margine di flessibilità in modo sostenibile e coerente con il proprio equilibrio.
Portare in seduta il bisogno di maggiore concretezza e di esercizi pratici può essere un passaggio utile per rendere il lavoro ancora più aderente alle sue esigenze attuali, integrando la riflessione con l’esperienza diretta.
Il cambiamento che sta cercando non implica diventare una persona diversa, ma sviluppare una maggiore flessibilità mantenendo le proprie risorse. Si tratta di un processo possibile, che può essere costruito nel tempo anche attraverso piccoli passi concreti.
Cordiali Saluti
La “rigidità” che descrive non è un elemento unico, ma un insieme di processi: bisogno di controllo, difficoltà a tollerare l’incertezza, attenzione costante ai propri stati interni (pensieri e sensazioni corporee) e una quota residua di rimuginio. In questi casi, il “lasciar andare” non è un atto immediato di volontà, ma una competenza che si costruisce progressivamente.
Il punto che le è stato restituito rispetto al “modellare” la rigidità è clinicamente fondato: alcune caratteristiche, come la precisione, la costanza e l’organizzazione, possono rappresentare risorse importanti. L’obiettivo non è eliminarle, ma renderle più flessibili, in modo che non diventino l’unica modalità possibile di funzionamento.
Allo stesso tempo, è del tutto legittimo il suo bisogno di strumenti pratici. Il lavoro sulla flessibilità, infatti, può essere accompagnato anche da interventi concreti tra una seduta e l’altra, come ad esempio: introdurre piccole e graduali variazioni nella routine quotidiana, allenare la tolleranza a minimi margini di incertezza o imperfezione, lavorare sul corpo per ridurre l’ipercontrollo,utilizzare strategie mirate per gestire il rimuginio
Nel caso che riporta (l’uscita serale), non si tratta necessariamente di “omologarsi” o stravolgere i propri ritmi, ma di ampliare gradualmente il proprio margine di flessibilità in modo sostenibile e coerente con il proprio equilibrio.
Portare in seduta il bisogno di maggiore concretezza e di esercizi pratici può essere un passaggio utile per rendere il lavoro ancora più aderente alle sue esigenze attuali, integrando la riflessione con l’esperienza diretta.
Il cambiamento che sta cercando non implica diventare una persona diversa, ma sviluppare una maggiore flessibilità mantenendo le proprie risorse. Si tratta di un processo possibile, che può essere costruito nel tempo anche attraverso piccoli passi concreti.
Cordiali Saluti
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Gentile utente, quello che porta è molto chiaro: lei ha fatto strada rispetto ai 19 anni, però sente che il lavoro è arrivato a un punto in cui le servono strumenti più concreti e una direzione operativa. È una richiesta legittima, soprattutto dopo tanti anni di percorso.
Da ciò che descrive, la “rigidità” per lei non è solo un tratto caratteriale, è anche un modo di regolazione: le dà controllo, prevedibilità, riduce l’ansia, protegge energia e funzionamento. Per questo l’idea di “lasciar andare e basta” può suonare impossibile, perché togliere quel controllo senza alternative fa sentire esposto. E quando il terapeuta propone esempi come “fai tardi una sera”, lei coglie subito il punto pratico: il costo per lei è alto e non è un capriccio.
Una strada percorribile potrebbe essere quella di provare a chiarire con l’attuale terapeuta un cambio di metodo: lavorare sulla flessibilità in modo graduale e misurabile. Può chiedere esplicitamente di definire un obiettivo (es. ridurre la rigidità in 1–2 contesti specifici), scegliere micro-esperimenti settimanali a basso rischio, e verificare i risultati. Non necessariamente la discoteca: può essere qualcosa come tollerare un piccolo disordine, cambiare leggermente routine, accettare una variazione di orario minima. La flessibilità si allena per gradi, non per salto.
Se questa via non fosse percorribile o non dovesse portare i risultati attesi potrà certamente valutare un secondo parere o un cambio di terapeuta.
In ogni caso, la domanda giusta non è “come smetto di essere rigido”, quanto piuttosto “come divento più flessibile senza perdere stabilità”. Se il lavoro che sta facendo oggi non riesce a tradurre questo in passi concreti, ha senso rinegoziare il percorso.
Un caro saluto
Gabriele
Da ciò che descrive, la “rigidità” per lei non è solo un tratto caratteriale, è anche un modo di regolazione: le dà controllo, prevedibilità, riduce l’ansia, protegge energia e funzionamento. Per questo l’idea di “lasciar andare e basta” può suonare impossibile, perché togliere quel controllo senza alternative fa sentire esposto. E quando il terapeuta propone esempi come “fai tardi una sera”, lei coglie subito il punto pratico: il costo per lei è alto e non è un capriccio.
Una strada percorribile potrebbe essere quella di provare a chiarire con l’attuale terapeuta un cambio di metodo: lavorare sulla flessibilità in modo graduale e misurabile. Può chiedere esplicitamente di definire un obiettivo (es. ridurre la rigidità in 1–2 contesti specifici), scegliere micro-esperimenti settimanali a basso rischio, e verificare i risultati. Non necessariamente la discoteca: può essere qualcosa come tollerare un piccolo disordine, cambiare leggermente routine, accettare una variazione di orario minima. La flessibilità si allena per gradi, non per salto.
Se questa via non fosse percorribile o non dovesse portare i risultati attesi potrà certamente valutare un secondo parere o un cambio di terapeuta.
In ogni caso, la domanda giusta non è “come smetto di essere rigido”, quanto piuttosto “come divento più flessibile senza perdere stabilità”. Se il lavoro che sta facendo oggi non riesce a tradurre questo in passi concreti, ha senso rinegoziare il percorso.
Un caro saluto
Gabriele
Buongiorno, da ciò che racconta sembra esserci soprattutto una grande fatica nel sentirsi compreso nel percorso. La rigidità che descrive non si modifica con la semplice volontà, perché spesso rappresenta un modo costruito nel tempo per proteggersi e mantenere un senso di controllo.
Proprio per questo può essere utile parlare apertamente con il terapeuta del suo vissuto di incomprensione e del bisogno di obiettivi più concreti e condivisi. Se continua a percepire che ciò che le viene proposto è per lei irrealistico o poco utile, può avere senso anche chiedere un secondo parere. Il cambiamento non dovrebbe passare dall’omologarsi, ma dal trovare modalità più flessibili e vivibili, rispettando i suoi tempi.
Proprio per questo può essere utile parlare apertamente con il terapeuta del suo vissuto di incomprensione e del bisogno di obiettivi più concreti e condivisi. Se continua a percepire che ciò che le viene proposto è per lei irrealistico o poco utile, può avere senso anche chiedere un secondo parere. Il cambiamento non dovrebbe passare dall’omologarsi, ma dal trovare modalità più flessibili e vivibili, rispettando i suoi tempi.
Lei comprenderà che è difficile, e richiede molta attenzione, interferire nell'opera di un collega che la conosce da anni, mentre io la conosco solo in base alla sua lettera. Cercherò di proporle una riflessione su quello che lei scrive, e su quello che, secondo il suo racconto, le dice il collega.E' vero che la sua rigidità non è nei suoi muscoli,ma è comandata dalla sua mente, e quindi lei potrà liberarsene quando avrà decifrato i pensieri che la convincono che "deve" essere rigido. Esercizi ben calibrati sul suo caso potrebbero anche essere utili ( non risolutivi! ), ma non tutti gli orientamenti terapeutici li usano. Il suo tearpeuta le propone di guardare anche agli aspetti positivi della sua rigidità: ciò non toglie che in qualche caso possa anche rappresentare un limite. E qui veniamo alla discoteca fino alle 3 di notte.Lei ha ragione ha sottolineare il suo diritto a scegliere lo stile di vita che trova più rispondente per lei.Non penso che il suo terapeuta voglia che lei si "omologhi" ai comportamenti più abituali.Immagino che pensi che per un uomo di 33 anni andare in discoteca sia una possibilità utile di socializzazione. Ma naturalmente non è una legge assoluta, è una prospettiva da confrontare con quello che lei vive. Se su questo punto, o su altri, lei non è d'accordo col suo terapeuta, è utile un confronto esplicito, piuttosto che concludere che quel terapeuta non la può aiutare. Anche la terapia è uno spazio di comunicazione, e in ogni comunicazione è possibile non comprendersi, e chiarirsi poi..
Gentile utente,
Quello che descrive come “rigidità” può essere letto non come un difetto da eliminare, ma come una modalità con cui, nel tempo, ha organizzato la Sua esperienza per mantenere un senso di controllo e continuità. In una prospettiva fenomenologica, non si tratta tanto di cambiarla direttamente, quanto di comprendere come si manifesta nel Suo vissuto (nel corpo, nei pensieri, nelle situazioni) e quale funzione ha per Lei.
Il lavoro terapeutico non è quindi “omologarla” a fare ciò che sente impossibile, ma ampliare gradualmente il Suo margine di esperienza: introdurre piccole variazioni tollerabili e osservare, in modo più aperto, cosa accade quando non segue rigidamente le Sue regole.
La Sua richiesta di indicazioni pratiche è legittima, ma queste hanno senso se inserite in un lavoro di consapevolezza dell’esperienza, non solo come esercizi da eseguire. Le suggerisco di portare in seduta anche il senso di non essere compreso: è parte centrale del processo terapeutico.
Il cambiamento, in questa direzione, non avviene per imposizione, ma attraverso una progressiva trasformazione del modo in cui vive e abita le Sue esperienze.
Resto a disposizione
Quello che descrive come “rigidità” può essere letto non come un difetto da eliminare, ma come una modalità con cui, nel tempo, ha organizzato la Sua esperienza per mantenere un senso di controllo e continuità. In una prospettiva fenomenologica, non si tratta tanto di cambiarla direttamente, quanto di comprendere come si manifesta nel Suo vissuto (nel corpo, nei pensieri, nelle situazioni) e quale funzione ha per Lei.
Il lavoro terapeutico non è quindi “omologarla” a fare ciò che sente impossibile, ma ampliare gradualmente il Suo margine di esperienza: introdurre piccole variazioni tollerabili e osservare, in modo più aperto, cosa accade quando non segue rigidamente le Sue regole.
La Sua richiesta di indicazioni pratiche è legittima, ma queste hanno senso se inserite in un lavoro di consapevolezza dell’esperienza, non solo come esercizi da eseguire. Le suggerisco di portare in seduta anche il senso di non essere compreso: è parte centrale del processo terapeutico.
Il cambiamento, in questa direzione, non avviene per imposizione, ma attraverso una progressiva trasformazione del modo in cui vive e abita le Sue esperienze.
Resto a disposizione
Comprendo il suo senso di frustrazione, dopo un percorso così lungo sentire il bisogno di una svolta pratica è molto ragionevole.
Emerge un conflitto tra il suo bisogno di sicurezza e l'invito del terapeuta a una maggiore flessibilità. Se la rigidità la aiuta a raggiungere obiettivi, diventa però un limite quando impedisce di vivere con serenità.
Se un paziente chiede un piano operativo e riceve una risposta centrata sulla "volontà", può sentirsi non compreso o bloccato. Le consiglio è di affrontare una ultima volta l'argomento con lui, esprimendo chiaramente che la sua non è mancanza di volontà, ma una reale difficoltà funzionale. Se sente che la visione del professionista è inconciliabile con il suo bisogno di cambiamento, potrebbe essere possibile valutare un secondo parere con un approccio diverso, orientato all'azione e a suggerimenti pratici.
Emerge un conflitto tra il suo bisogno di sicurezza e l'invito del terapeuta a una maggiore flessibilità. Se la rigidità la aiuta a raggiungere obiettivi, diventa però un limite quando impedisce di vivere con serenità.
Se un paziente chiede un piano operativo e riceve una risposta centrata sulla "volontà", può sentirsi non compreso o bloccato. Le consiglio è di affrontare una ultima volta l'argomento con lui, esprimendo chiaramente che la sua non è mancanza di volontà, ma una reale difficoltà funzionale. Se sente che la visione del professionista è inconciliabile con il suo bisogno di cambiamento, potrebbe essere possibile valutare un secondo parere con un approccio diverso, orientato all'azione e a suggerimenti pratici.
Quello che descrive è un percorso lungo e impegnativo, in cui alcuni cambiamenti importanti ci sono già stati (uscire di casa, riduzione del rimuginio), ma permane una sensazione di “blocco” legata soprattutto alla rigidità e alla difficoltà nelle relazioni. Questo è un punto molto importante, e merita di essere chiarito bene.
La rigidità di cui parla non è, in sé, qualcosa di “sbagliato”: spesso rappresenta una strategia che nel tempo ha avuto una funzione protettiva (tenere sotto controllo l’ansia, evitare errori, sentirsi più sicuri). Il problema nasce quando questa modalità diventa troppo pervasiva e poco flessibile, limitando la spontaneità, le relazioni e il benessere.
Il messaggio del suo terapeuta — da come lo riporta — sembra andare in una direzione corretta ma forse poco concreta: non si tratta di “omologarsi” o diventare qualcun altro, bensì di aumentare la flessibilità, cioè la capacità di scegliere quando mantenere il controllo e quando lasciarlo andare, senza esserne “prigioniero”.
Capisco però la sua frustrazione: sentirsi dire “è una questione di volontà” o “lasciare andare i pensieri” senza strumenti pratici può far sentire bloccati. In realtà, esistono approcci che lavorano proprio in modo operativo su questi aspetti. Ad esempio:
Esporsi gradualmente alla flessibilità: non si tratta di stravolgere le sue abitudini (es. fare le 3 di notte), ma di introdurre piccoli cambiamenti sostenibili (es. restare fuori mezz’ora in più, accettando il lieve disagio).
Lavorare sul rapporto con i pensieri, più che sul loro contenuto: imparare a notarli senza doverli seguire o controllare (tecniche di mindfulness o defusione cognitiva).
Allenare il corpo alla spontaneità: la rigidità che descrive nei movimenti è spesso collegata a tensione interna; esercizi corporei o esperienziali possono aiutare.
Distinguere tra valore e regola: ad esempio, dormire bene è un valore (cura di sé), ma “devo sempre coricarmi alla stessa ora” può diventare una regola rigida che limita la vita sociale.
Un altro punto importante riguarda la relazione terapeutica: è fondamentale che lei si senta compreso e guidato anche con strumenti concreti. Se la richiesta di un piano operativo è per lei importante, è legittimo esplicitarlo ancora e verificare se il vostro modo di lavorare può integrarlo. In alcuni casi può essere utile un approccio più strutturato (come quello cognitivo-comportamentale o integrato con tecniche esperienziali).
Infine, il dubbio che esprime (“non potrà mai portarmi a un cambiamento”) non va ignorato: più che una risposta immediata, può essere utile portarlo apertamente in seduta, perché è parte del lavoro terapeutico stesso.
In sintesi, non si tratta di cambiare chi è, ma di diventare più flessibile rispetto ai suoi schemi, mantenendo ciò che funziona e ampliando le possibilità di scelta. Questo, però, richiede un lavoro guidato e graduale, non solo “volontà”.
Le consiglierei quindi di approfondire questi aspetti con uno specialista, così da costruire insieme un percorso più concreto e adatto alle sue esigenze.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
La rigidità di cui parla non è, in sé, qualcosa di “sbagliato”: spesso rappresenta una strategia che nel tempo ha avuto una funzione protettiva (tenere sotto controllo l’ansia, evitare errori, sentirsi più sicuri). Il problema nasce quando questa modalità diventa troppo pervasiva e poco flessibile, limitando la spontaneità, le relazioni e il benessere.
Il messaggio del suo terapeuta — da come lo riporta — sembra andare in una direzione corretta ma forse poco concreta: non si tratta di “omologarsi” o diventare qualcun altro, bensì di aumentare la flessibilità, cioè la capacità di scegliere quando mantenere il controllo e quando lasciarlo andare, senza esserne “prigioniero”.
Capisco però la sua frustrazione: sentirsi dire “è una questione di volontà” o “lasciare andare i pensieri” senza strumenti pratici può far sentire bloccati. In realtà, esistono approcci che lavorano proprio in modo operativo su questi aspetti. Ad esempio:
Esporsi gradualmente alla flessibilità: non si tratta di stravolgere le sue abitudini (es. fare le 3 di notte), ma di introdurre piccoli cambiamenti sostenibili (es. restare fuori mezz’ora in più, accettando il lieve disagio).
Lavorare sul rapporto con i pensieri, più che sul loro contenuto: imparare a notarli senza doverli seguire o controllare (tecniche di mindfulness o defusione cognitiva).
Allenare il corpo alla spontaneità: la rigidità che descrive nei movimenti è spesso collegata a tensione interna; esercizi corporei o esperienziali possono aiutare.
Distinguere tra valore e regola: ad esempio, dormire bene è un valore (cura di sé), ma “devo sempre coricarmi alla stessa ora” può diventare una regola rigida che limita la vita sociale.
Un altro punto importante riguarda la relazione terapeutica: è fondamentale che lei si senta compreso e guidato anche con strumenti concreti. Se la richiesta di un piano operativo è per lei importante, è legittimo esplicitarlo ancora e verificare se il vostro modo di lavorare può integrarlo. In alcuni casi può essere utile un approccio più strutturato (come quello cognitivo-comportamentale o integrato con tecniche esperienziali).
Infine, il dubbio che esprime (“non potrà mai portarmi a un cambiamento”) non va ignorato: più che una risposta immediata, può essere utile portarlo apertamente in seduta, perché è parte del lavoro terapeutico stesso.
In sintesi, non si tratta di cambiare chi è, ma di diventare più flessibile rispetto ai suoi schemi, mantenendo ciò che funziona e ampliando le possibilità di scelta. Questo, però, richiede un lavoro guidato e graduale, non solo “volontà”.
Le consiglierei quindi di approfondire questi aspetti con uno specialista, così da costruire insieme un percorso più concreto e adatto alle sue esigenze.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Quello che descrive non è semplicemente una “rigidità” da correggere, ma qualcosa che per lei ha avuto — e ha ancora — una funzione importante nel tenere insieme il suo equilibrio.
In un’ottica analitica, non si tratta di omologarsi o fare esercizi per cambiare, ma di comprendere il senso di questa modalità e il rapporto che ha con i suoi pensieri, il corpo e le relazioni. Da lì può emergere un cambiamento possibile, non imposto.
Se sente che il lavoro attuale è fermo o le viene chiesto qualcosa di “impossibile”, è un punto importante da ascoltare.
Se desidera approfondire, può contattarmi.
Un cordiale saluto.
In un’ottica analitica, non si tratta di omologarsi o fare esercizi per cambiare, ma di comprendere il senso di questa modalità e il rapporto che ha con i suoi pensieri, il corpo e le relazioni. Da lì può emergere un cambiamento possibile, non imposto.
Se sente che il lavoro attuale è fermo o le viene chiesto qualcosa di “impossibile”, è un punto importante da ascoltare.
Se desidera approfondire, può contattarmi.
Un cordiale saluto.
Gentile utente di mio dottore,
continui pure il lavoro terapeutico con il suo terapeuta, e parli dei suoi dubbi all'interno della prossima seduta. Sarebbe un interessante spunto di riflessione su cui soffermarsi da cui ripartire.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
continui pure il lavoro terapeutico con il suo terapeuta, e parli dei suoi dubbi all'interno della prossima seduta. Sarebbe un interessante spunto di riflessione su cui soffermarsi da cui ripartire.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Buon pomeriggio,
potendo basarmi solo su ciò che scrive e non conoscendo la sua storia clinica, credo che la cosa migliore sia confrontarsi apertamente con il suo terapeuta; riguardo ai dubbi e alle perplessità che descrive, sugli obiettivi concreti della terapia e sul tipo di cambiamento atteso ad oggi; specie se si sente in un momento di stallo. Questo, anche a fronte del fatto che parliamo di un percorso terapeutico lungo. In casi come questo, può essere "fisiologico" attraversare fasi in cui i bisogni si modificano e può essere utile riformulare insieme la richiesta di aiuto o rivedere le modalità di lavoro. A volte, può emergere la possibilità che un percorso abbia raggiunto i principali obiettivi per cui era nato, o una fase di naturale conclusione, che va però sempre valutata insieme al terapeuta. Auguri per tutto,
Dott.ssa G.T.
potendo basarmi solo su ciò che scrive e non conoscendo la sua storia clinica, credo che la cosa migliore sia confrontarsi apertamente con il suo terapeuta; riguardo ai dubbi e alle perplessità che descrive, sugli obiettivi concreti della terapia e sul tipo di cambiamento atteso ad oggi; specie se si sente in un momento di stallo. Questo, anche a fronte del fatto che parliamo di un percorso terapeutico lungo. In casi come questo, può essere "fisiologico" attraversare fasi in cui i bisogni si modificano e può essere utile riformulare insieme la richiesta di aiuto o rivedere le modalità di lavoro. A volte, può emergere la possibilità che un percorso abbia raggiunto i principali obiettivi per cui era nato, o una fase di naturale conclusione, che va però sempre valutata insieme al terapeuta. Auguri per tutto,
Dott.ssa G.T.
Le rispondo in modo diretto, ma restando dentro quello che lei porta. Lei dice che non si sente sciolto, che qualcosa si è mosso negli anni ma che resta una rigidità che passa dal corpo, dai pensieri, dal modo di stare nelle relazioni. E quando chiede qualcosa di concreto, si sente rispondere con qualcosa che per lei è troppo lontano dalla sua esperienza. Il punto è questo: lei non è uno che “non vuole cambiare”.
Lei è uno che ha trovato un modo per reggersi, e quel modo non può semplicemente essere tolto. Quando lei dice che se va a dormire tardi il giorno dopo non funziona, sta dicendo qualcosa di serio. Non è una giustificazione, è una conoscenza di sé. E ha ragione a non volerla ignorare. Allo stesso tempo però lei stesso riconosce che questo modo di funzionare la limita. Che la tiene in piedi, sì, ma la stringe. E qui sta il nodo. Perché il rischio, se resta così com’è, è che lei continui a vivere dentro un equilibrio che funziona solo a patto di non essere mai messo alla prova. E un equilibrio così, col tempo, diventa sempre più stretto. Quando il terapeuta le parla di “lasciar andare”, lei lo vive come qualcosa di impossibile. E fa bene, in un certo senso, perché detto così è troppo. Per lei lasciar andare non è un piccolo gesto, è esporsi al rischio di perdere il controllo. Allora forse la questione va spostata. Non si tratta di lasciar andare tutto.
Si tratta di capire se lei può permettersi di lasciare andare qualcosa di molto piccolo. Non quello che la destabilizza. Quello che è appena al limite. Per esempio, lei dice che non può fare le tre di notte. Bene, quello non è il punto. Il punto è: esiste uno scarto minimo che lei può tollerare senza pagarlo il giorno dopo? Anche solo mezz’ora? Anche solo in una situazione controllata? Non per dimostrare qualcosa.
Ma per vedere se il suo sistema regge una variazione minima. Lo stesso vale per il corpo. Lei dice che controlla i movimenti, i vestiti. Non deve smettere. Ma può, ogni tanto, non correggere subito un piccolo disallineamento? Può restare qualche secondo in quella sensazione? Sono cose piccole, ma per lei non lo sono affatto.
Sono esperimenti. E qui si capisce anche la sua frustrazione. Lei non sta chiedendo una soluzione magica. Sta chiedendo un modo per lavorare concretamente. E se questo non arriva, è normale che inizi a pensare che il percorso non porterà dove spera. Allora c’è una cosa che diventa importante: che questa difficoltà la porti dentro la terapia così com’è. Non spiegata, non addolcita. Ma detta in modo chiaro: che quello che le viene proposto, così, non è praticabile per lei. Che ha bisogno di qualcosa di più graduale, più aderente alla sua esperienza. Da come il terapeuta risponde a questo, lei capirà molto. Perché il punto non è cambiare terapeuta o restare a priori. Il punto è vedere se lì dentro può nascere un lavoro che tenga insieme due cose: il rispetto del suo funzionamento e la possibilità, anche minima, di allargarlo. Perché lei non è bloccato. Lei funziona ma, sembrerebbe, in un solo modo.
E quando c’è un solo modo, ogni variazione fa paura. Si passa dalla comfort zone alla panic zone saltando completamente la zona di sfida, al cambiamento possibile.
Il lavoro vero non è diventare diverso. È costruire, poco alla volta, la possibilità di avere almeno un’altra opzione. Anche piccola. Anche imperfetta. Ma sua. Un piccolo passo verso il cambiamento.. Buon lavoro!
Lei è uno che ha trovato un modo per reggersi, e quel modo non può semplicemente essere tolto. Quando lei dice che se va a dormire tardi il giorno dopo non funziona, sta dicendo qualcosa di serio. Non è una giustificazione, è una conoscenza di sé. E ha ragione a non volerla ignorare. Allo stesso tempo però lei stesso riconosce che questo modo di funzionare la limita. Che la tiene in piedi, sì, ma la stringe. E qui sta il nodo. Perché il rischio, se resta così com’è, è che lei continui a vivere dentro un equilibrio che funziona solo a patto di non essere mai messo alla prova. E un equilibrio così, col tempo, diventa sempre più stretto. Quando il terapeuta le parla di “lasciar andare”, lei lo vive come qualcosa di impossibile. E fa bene, in un certo senso, perché detto così è troppo. Per lei lasciar andare non è un piccolo gesto, è esporsi al rischio di perdere il controllo. Allora forse la questione va spostata. Non si tratta di lasciar andare tutto.
Si tratta di capire se lei può permettersi di lasciare andare qualcosa di molto piccolo. Non quello che la destabilizza. Quello che è appena al limite. Per esempio, lei dice che non può fare le tre di notte. Bene, quello non è il punto. Il punto è: esiste uno scarto minimo che lei può tollerare senza pagarlo il giorno dopo? Anche solo mezz’ora? Anche solo in una situazione controllata? Non per dimostrare qualcosa.
Ma per vedere se il suo sistema regge una variazione minima. Lo stesso vale per il corpo. Lei dice che controlla i movimenti, i vestiti. Non deve smettere. Ma può, ogni tanto, non correggere subito un piccolo disallineamento? Può restare qualche secondo in quella sensazione? Sono cose piccole, ma per lei non lo sono affatto.
Sono esperimenti. E qui si capisce anche la sua frustrazione. Lei non sta chiedendo una soluzione magica. Sta chiedendo un modo per lavorare concretamente. E se questo non arriva, è normale che inizi a pensare che il percorso non porterà dove spera. Allora c’è una cosa che diventa importante: che questa difficoltà la porti dentro la terapia così com’è. Non spiegata, non addolcita. Ma detta in modo chiaro: che quello che le viene proposto, così, non è praticabile per lei. Che ha bisogno di qualcosa di più graduale, più aderente alla sua esperienza. Da come il terapeuta risponde a questo, lei capirà molto. Perché il punto non è cambiare terapeuta o restare a priori. Il punto è vedere se lì dentro può nascere un lavoro che tenga insieme due cose: il rispetto del suo funzionamento e la possibilità, anche minima, di allargarlo. Perché lei non è bloccato. Lei funziona ma, sembrerebbe, in un solo modo.
E quando c’è un solo modo, ogni variazione fa paura. Si passa dalla comfort zone alla panic zone saltando completamente la zona di sfida, al cambiamento possibile.
Il lavoro vero non è diventare diverso. È costruire, poco alla volta, la possibilità di avere almeno un’altra opzione. Anche piccola. Anche imperfetta. Ma sua. Un piccolo passo verso il cambiamento.. Buon lavoro!
Buongiorno,
si sente la fatica di tanti anni di lavoro e anche la frustrazione di non vedere un cambiamento come vorrebbe, soprattutto quando sente il bisogno di indicazioni più concrete.
Quello che chiama “rigidità” sembra avere per lei una doppia funzione: da un lato la protegge (le dà ordine, controllo, efficienza), dall’altro però la limita nelle relazioni e nella spontaneità. È comprensibile quindi che l’idea di “lasciarla andare” suoni irrealistica o persino minacciosa.
Il suo terapeuta, da quello che riporta, sembra muoversi nell’ottica di non eliminare questa parte, ma di renderla più flessibile. Tuttavia è altrettanto importante che lei senta il lavoro come comprensibile e praticabile, non come qualcosa di vago o impossibile.
La sua richiesta di strumenti concreti è legittima. In alcuni percorsi si lavora proprio con piccoli esperimenti graduali, che non stravolgono tutto (come fare le 3 di notte), ma introducono minime variazioni sostenibili, per allenare la flessibilità senza perdere equilibrio.
Forse il punto non è “omologarsi”, ma trovare un modo per allargare un po’ il range, senza rinunciare a ciò che per lei è importante.
Se sente che questo non sta avvenendo, può essere utile portare apertamente in seduta questo dubbio sulla direzione del lavoro. A volte anche valutare un approccio diverso, più strutturato, può aiutare a sentirsi più guidati.
Non è che lei “non cambia”: è possibile che abbia bisogno di modalità più adatte a come funziona.
Un caro saluto.
si sente la fatica di tanti anni di lavoro e anche la frustrazione di non vedere un cambiamento come vorrebbe, soprattutto quando sente il bisogno di indicazioni più concrete.
Quello che chiama “rigidità” sembra avere per lei una doppia funzione: da un lato la protegge (le dà ordine, controllo, efficienza), dall’altro però la limita nelle relazioni e nella spontaneità. È comprensibile quindi che l’idea di “lasciarla andare” suoni irrealistica o persino minacciosa.
Il suo terapeuta, da quello che riporta, sembra muoversi nell’ottica di non eliminare questa parte, ma di renderla più flessibile. Tuttavia è altrettanto importante che lei senta il lavoro come comprensibile e praticabile, non come qualcosa di vago o impossibile.
La sua richiesta di strumenti concreti è legittima. In alcuni percorsi si lavora proprio con piccoli esperimenti graduali, che non stravolgono tutto (come fare le 3 di notte), ma introducono minime variazioni sostenibili, per allenare la flessibilità senza perdere equilibrio.
Forse il punto non è “omologarsi”, ma trovare un modo per allargare un po’ il range, senza rinunciare a ciò che per lei è importante.
Se sente che questo non sta avvenendo, può essere utile portare apertamente in seduta questo dubbio sulla direzione del lavoro. A volte anche valutare un approccio diverso, più strutturato, può aiutare a sentirsi più guidati.
Non è che lei “non cambia”: è possibile che abbia bisogno di modalità più adatte a come funziona.
Un caro saluto.
Buongiorno, ogni nostro sintomo ha una valenza e un'utilità per noi, spesso le nostre difficoltà a superare e cambiare certi atteggiamenti derivano appunto da vantaggi secondari che non siamo disposti a modificare. Le indicazioni del suo terapeuta sono corrette e sono , ma se dopo tutto questo tempo, sente che la terapia è in un momento di stallo, ne parli con il suo terapeuta e valutate insieme possibili soluzioni.
Buongiorno,
quello che descrivi racconta un percorso lungo, impegnativo e anche molto faticoso, in cui qualcosa nel tempo è cambiato, ma senti che restano aspetti di rigidità e di rimuginio che continuano a pesarti nella vita quotidiana e nelle relazioni.
È comprensibile che tu possa sentirti confuso rispetto a indicazioni che, da un lato, ti invitano ad “accettare” alcune caratteristiche di te e, dall’altro, sembrano suggerire di modificarle o “ammorbidirle”. Quando queste due direzioni non si integrano in modo chiaro, è facile vivere frustrazione, o la sensazione di non sapere bene “cosa fare”.
In questi casi, spesso il punto centrale non è tanto “diventare meno rigido” in senso generico, quanto comprendere insieme al terapeuta quali sono le funzioni di questa rigidità nella tua vita (cosa ti protegge, cosa ti permette di evitare, cosa ti costa) e costruire gradualmente, in modo condiviso e sostenibile, delle piccole possibilità di flessibilità dentro i tuoi limiti di tolleranza. Non si tratta di omologarsi o di forzarti in esperienze che senti incompatibili con il tuo funzionamento, ma di trovare un equilibrio più vivibile per te.
Il fatto che tu senta il bisogno di un “piano operativo” è un’informazione importante: può essere utile portarla esplicitamente nella relazione terapeutica, esplorando insieme cosa per te significa “lavorare in modo concreto” e come questo possa integrarsi nel tuo percorso. A volte, infatti, il lavoro terapeutico richiede proprio di costruire un linguaggio condiviso sugli obiettivi e sulle modalità del cambiamento.
Se però senti che questa difficoltà di allineamento persiste e che non riesci a riconoscere una direzione di lavoro che ti sia chiara e condivisibile, può essere utile affrontare apertamente anche questo aspetto all’interno delle sedute, perché la qualità dell’alleanza terapeutica è una parte centrale del processo di cambiamento.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
quello che descrivi racconta un percorso lungo, impegnativo e anche molto faticoso, in cui qualcosa nel tempo è cambiato, ma senti che restano aspetti di rigidità e di rimuginio che continuano a pesarti nella vita quotidiana e nelle relazioni.
È comprensibile che tu possa sentirti confuso rispetto a indicazioni che, da un lato, ti invitano ad “accettare” alcune caratteristiche di te e, dall’altro, sembrano suggerire di modificarle o “ammorbidirle”. Quando queste due direzioni non si integrano in modo chiaro, è facile vivere frustrazione, o la sensazione di non sapere bene “cosa fare”.
In questi casi, spesso il punto centrale non è tanto “diventare meno rigido” in senso generico, quanto comprendere insieme al terapeuta quali sono le funzioni di questa rigidità nella tua vita (cosa ti protegge, cosa ti permette di evitare, cosa ti costa) e costruire gradualmente, in modo condiviso e sostenibile, delle piccole possibilità di flessibilità dentro i tuoi limiti di tolleranza. Non si tratta di omologarsi o di forzarti in esperienze che senti incompatibili con il tuo funzionamento, ma di trovare un equilibrio più vivibile per te.
Il fatto che tu senta il bisogno di un “piano operativo” è un’informazione importante: può essere utile portarla esplicitamente nella relazione terapeutica, esplorando insieme cosa per te significa “lavorare in modo concreto” e come questo possa integrarsi nel tuo percorso. A volte, infatti, il lavoro terapeutico richiede proprio di costruire un linguaggio condiviso sugli obiettivi e sulle modalità del cambiamento.
Se però senti che questa difficoltà di allineamento persiste e che non riesci a riconoscere una direzione di lavoro che ti sia chiara e condivisibile, può essere utile affrontare apertamente anche questo aspetto all’interno delle sedute, perché la qualità dell’alleanza terapeutica è una parte centrale del processo di cambiamento.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Salve, nel suo racconto si coglie uno sforzo importante, portato avanti per molti anni, nel cercare di comprendere e modificare alcuni aspetti del suo funzionamento che le creano sofferenza. Allo stesso tempo emerge una sensazione di frustrazione attuale, come se le richieste che percepisce dal terapeuta fossero poco praticabili o non sufficientemente concrete rispetto al tipo di difficoltà che vive.
La “rigidità” che descrive può essere letta non tanto come un difetto da eliminare, ma come una modalità organizzata nel tempo per mantenere un senso di controllo, prevedibilità e coerenza interna. Il fatto che lei presti attenzione ai movimenti del corpo, all’ordine, ai ritmi, o che tenda a preservare alcune condizioni (come il sonno) non è casuale: sono tutti elementi che contribuiscono a stabilizzare il suo equilibrio. In questo senso, ciò che il suo terapeuta prova a restituirle — cioè che questa rigidità ha anche una funzione e non è semplicemente “sbagliata” — va nella direzione di riconoscerne il valore adattivo.
Allo stesso tempo, lei porta con chiarezza l’altra faccia della medaglia: questa stessa modalità, quando diventa troppo pervasiva, limita la spontaneità, riduce la flessibilità e può far perdere occasioni relazionali o esperienziali. È proprio in questa tensione tra protezione e limitazione che si colloca il lavoro terapeutico.
La sua richiesta di strumenti concreti è comprensibile e legittima. Tuttavia, quando il terapeuta parla di “lasciar andare” alcuni pensieri, probabilmente non si riferisce a un atto volontario immediato, ma a un processo più graduale di modifica del rapporto che lei ha con quei pensieri e con il bisogno di controllo che li sostiene. In molti casi, la rigidità non si modifica attraverso esercizi diretti sul comportamento, ma attraverso piccole esperienze correttive che permettono, nel tempo, di tollerare una quota maggiore di incertezza senza che questo produca un crollo del funzionamento.
L’esempio che lei riporta sulla discoteca è interessante perché mette in evidenza un punto cruciale: per lei non si tratta semplicemente di “omologarsi” o fare come gli altri, ma di mantenere un equilibrio che sente fragile. La difficoltà, però, potrebbe stare nel fatto che questo equilibrio è mantenuto attraverso regole molto strette, che non ammettono variazioni. Il lavoro terapeutico, in questi casi, non è tanto spingerla a fare ciò che fanno gli altri, quanto aiutarla a esplorare se esistono margini, anche molto piccoli, in cui sperimentare una flessibilità senza sentirsi disorganizzato il giorno dopo o senza viverlo come un fallimento.
La sensazione che il cambiamento richiesto sia “impossibile” è un elemento importante da portare dentro la relazione terapeutica. Potrebbe indicare che il modo in cui le viene proposta la trasformazione non è ancora sufficientemente sintonizzato con il suo funzionamento, oppure che si sta toccando un punto in cui il cambiamento viene percepito come troppo rischioso rispetto alla funzione protettiva della rigidità.
In questo senso, più che concludere che il percorso non possa portarla a un cambiamento, potrebbe essere utile soffermarsi proprio su questa distanza che sente: tra ciò che le viene proposto e ciò che percepisce come realizzabile. È spesso dentro questa distanza, se esplorata insieme al terapeuta, che si costruiscono passaggi più graduali e sostenibili. Il cambiamento, in queste configurazioni, non avviene per sostituzione (“diventare meno rigido”), ma per integrazione: mantenere ciò che funziona per lei, iniziando però a creare spazi, anche limitati, in cui non sia solo la rigidità a guidare le sue scelte.
La “rigidità” che descrive può essere letta non tanto come un difetto da eliminare, ma come una modalità organizzata nel tempo per mantenere un senso di controllo, prevedibilità e coerenza interna. Il fatto che lei presti attenzione ai movimenti del corpo, all’ordine, ai ritmi, o che tenda a preservare alcune condizioni (come il sonno) non è casuale: sono tutti elementi che contribuiscono a stabilizzare il suo equilibrio. In questo senso, ciò che il suo terapeuta prova a restituirle — cioè che questa rigidità ha anche una funzione e non è semplicemente “sbagliata” — va nella direzione di riconoscerne il valore adattivo.
Allo stesso tempo, lei porta con chiarezza l’altra faccia della medaglia: questa stessa modalità, quando diventa troppo pervasiva, limita la spontaneità, riduce la flessibilità e può far perdere occasioni relazionali o esperienziali. È proprio in questa tensione tra protezione e limitazione che si colloca il lavoro terapeutico.
La sua richiesta di strumenti concreti è comprensibile e legittima. Tuttavia, quando il terapeuta parla di “lasciar andare” alcuni pensieri, probabilmente non si riferisce a un atto volontario immediato, ma a un processo più graduale di modifica del rapporto che lei ha con quei pensieri e con il bisogno di controllo che li sostiene. In molti casi, la rigidità non si modifica attraverso esercizi diretti sul comportamento, ma attraverso piccole esperienze correttive che permettono, nel tempo, di tollerare una quota maggiore di incertezza senza che questo produca un crollo del funzionamento.
L’esempio che lei riporta sulla discoteca è interessante perché mette in evidenza un punto cruciale: per lei non si tratta semplicemente di “omologarsi” o fare come gli altri, ma di mantenere un equilibrio che sente fragile. La difficoltà, però, potrebbe stare nel fatto che questo equilibrio è mantenuto attraverso regole molto strette, che non ammettono variazioni. Il lavoro terapeutico, in questi casi, non è tanto spingerla a fare ciò che fanno gli altri, quanto aiutarla a esplorare se esistono margini, anche molto piccoli, in cui sperimentare una flessibilità senza sentirsi disorganizzato il giorno dopo o senza viverlo come un fallimento.
La sensazione che il cambiamento richiesto sia “impossibile” è un elemento importante da portare dentro la relazione terapeutica. Potrebbe indicare che il modo in cui le viene proposta la trasformazione non è ancora sufficientemente sintonizzato con il suo funzionamento, oppure che si sta toccando un punto in cui il cambiamento viene percepito come troppo rischioso rispetto alla funzione protettiva della rigidità.
In questo senso, più che concludere che il percorso non possa portarla a un cambiamento, potrebbe essere utile soffermarsi proprio su questa distanza che sente: tra ciò che le viene proposto e ciò che percepisce come realizzabile. È spesso dentro questa distanza, se esplorata insieme al terapeuta, che si costruiscono passaggi più graduali e sostenibili. Il cambiamento, in queste configurazioni, non avviene per sostituzione (“diventare meno rigido”), ma per integrazione: mantenere ciò che funziona per lei, iniziando però a creare spazi, anche limitati, in cui non sia solo la rigidità a guidare le sue scelte.
Gentile paziente, la tua rigidità (controllare i vestiti, il rimuginio, gli orari) è il modo in cui hai cercato di rassicurarti. Ma il controllo che controlla troppo diventa un carcere. Se non puoi trasgredire una regola, quella regola non è tua: tu sei suo schiavo.
Capire non serve a cambiare: Spiegarti perché sei rigido o dirti che la rigidità ha dei vantaggi è "filosofia", non terapia. Nella Terapia Breve Strategica non si chiede alla persona di avere la "volontà di lasciar andare" (che è un paradosso: più ci provi, più resti contratto), ma si usano prescrizioni comportamentali per farti fare esperienza del cambiamento.
Il cambiamento è performativo: La rigidità fisica e mentale si sblocca con piccoli esercizi paradossali. Se il tuo terapeuta dice che "non ci sono esercizi", parla un linguaggio diverso dalla Strategica, dove il piano operativo è il cuore della cura.
A disposizione,
saluti
Cosa fare: Se senti che ti viene chiesto l'impossibile (omologarti o avere forza di volontà), è perché manca la tecnica per rendere il cambiamento spontaneo. Se in 14 anni la "serratura" non è scattata, forse serve un'altra chiave.
Consiglio sintetico: Se cerchi un piano d'azione e protocolli specifici per sbloccare la rigidità (DOC o disturbi da ansia), rivolgiti a un terapeuta specializzato in Terapia Breve Strategica (Modello Giorgio Nardone). Lì gli esercizi sono il pane quotidiano.
Capire non serve a cambiare: Spiegarti perché sei rigido o dirti che la rigidità ha dei vantaggi è "filosofia", non terapia. Nella Terapia Breve Strategica non si chiede alla persona di avere la "volontà di lasciar andare" (che è un paradosso: più ci provi, più resti contratto), ma si usano prescrizioni comportamentali per farti fare esperienza del cambiamento.
Il cambiamento è performativo: La rigidità fisica e mentale si sblocca con piccoli esercizi paradossali. Se il tuo terapeuta dice che "non ci sono esercizi", parla un linguaggio diverso dalla Strategica, dove il piano operativo è il cuore della cura.
A disposizione,
saluti
Cosa fare: Se senti che ti viene chiesto l'impossibile (omologarti o avere forza di volontà), è perché manca la tecnica per rendere il cambiamento spontaneo. Se in 14 anni la "serratura" non è scattata, forse serve un'altra chiave.
Consiglio sintetico: Se cerchi un piano d'azione e protocolli specifici per sbloccare la rigidità (DOC o disturbi da ansia), rivolgiti a un terapeuta specializzato in Terapia Breve Strategica (Modello Giorgio Nardone). Lì gli esercizi sono il pane quotidiano.
Buonasera, quello che descrive non è solo rigidità, ma una struttura che nel tempo l’ha anche protetta e aiutata a funzionare. È comprensibile quindi che una parte di Lei faccia fatica a lasciarla andare: non è un nemico, ma qualcosa che ha avuto un senso.
In chiave junghiana, non si lavora forzando un cambiamento diretto (“diventi meno rigido”), ma cercando di comprendere cosa quella rigidità rappresenta: spesso è un modo per mantenere ordine interno, per evitare una sensazione di caos o perdita di controllo.
Quando il Suo terapeuta parla di “modellarla”, sembra muoversi in questa direzione: non eliminarla, ma renderla più flessibile. Allo stesso tempo, è importante che Lei si senta compreso. Se vive certe proposte come impossibili o lontane, questo è un elemento importante da portare nel lavoro terapeutico.
La flessibilità non nasce imponendosi cambiamenti drastici, ma attraverso piccole variazioni sostenibili, che rispettino il Suo equilibrio e lo amplino gradualmente.
Potrebbe essere utile esprimere apertamente in seduta proprio questo vissuto: “sento che mi viene chiesto qualcosa che per me è troppo”. La relazione terapeutica è anche lo spazio in cui dare voce a queste difficoltà.
Non si tratta di omologarsi, ma di trovare una forma di sé più vivibile e meno costretta. E questo è un percorso che si costruisce insieme, non per imposizione.
In chiave junghiana, non si lavora forzando un cambiamento diretto (“diventi meno rigido”), ma cercando di comprendere cosa quella rigidità rappresenta: spesso è un modo per mantenere ordine interno, per evitare una sensazione di caos o perdita di controllo.
Quando il Suo terapeuta parla di “modellarla”, sembra muoversi in questa direzione: non eliminarla, ma renderla più flessibile. Allo stesso tempo, è importante che Lei si senta compreso. Se vive certe proposte come impossibili o lontane, questo è un elemento importante da portare nel lavoro terapeutico.
La flessibilità non nasce imponendosi cambiamenti drastici, ma attraverso piccole variazioni sostenibili, che rispettino il Suo equilibrio e lo amplino gradualmente.
Potrebbe essere utile esprimere apertamente in seduta proprio questo vissuto: “sento che mi viene chiesto qualcosa che per me è troppo”. La relazione terapeutica è anche lo spazio in cui dare voce a queste difficoltà.
Non si tratta di omologarsi, ma di trovare una forma di sé più vivibile e meno costretta. E questo è un percorso che si costruisce insieme, non per imposizione.
Salve,
quello che porta è molto chiaro e anche molto importante: dopo tanti anni di percorso, si trova in un punto in cui non mette in discussione solo i sintomi, ma l’efficacia e la direzione della terapia stessa. Questo è un passaggio delicato, ma anche potenzialmente molto utile.
Parto da un punto diretto: la sensazione che le venga chiesto qualcosa di “impossibile” merita di essere presa sul serio. Quando in terapia si crea questa distanza tra ciò che il paziente sente come fattibile e ciò che percepisce come richiesto, il rischio è di rimanere bloccati.
Allo stesso tempo, però, può esserci anche un possibile fraintendimento su cosa il terapeuta intenda per “lasciar andare” o “modellare” la rigidità.
Da come descrive la situazione, la sua rigidità sembra avere una funzione protettiva molto forte:
le permette di mantenere controllo e prevedibilità
evita il rischio di “scompensi” (es. dormire male → giornata compromessa)
riduce l’incertezza
Il problema è che, parallelamente, limita spontaneità, relazioni e libertà personale.
Quando il terapeuta dice che non va eliminata ma “modellata”, probabilmente si riferisce proprio a questo: non si tratta di diventare una persona completamente diversa o “omologarsi”, ma di rendere quella rigidità più flessibile, dove possibile.
Il punto critico, però, è che lei sta chiedendo qualcosa di molto concreto (“cosa devo fare, operativamente?”), mentre la risposta che riceve è percepita come astratta. E qui c’è un nodo reale: alcune difficoltà come il rimuginio e la rigidità possono essere affrontate anche con strumenti pratici, non solo con un lavoro riflessivo.
Ad esempio (solo per darle un’idea del tipo di lavoro possibile):
esercizi graduali di flessibilità comportamentale (piccole variazioni controllate della routine)
esposizione a situazioni “non perfette” senza correggerle
lavoro specifico sul rimuginio (interromperlo, rimandarlo, osservarlo senza entrarci)
esercizi corporei per sciogliere la tensione e la iper-consapevolezza dei movimenti
Se questo tipo di lavoro non è presente, è comprensibile che lei senta di non avere strumenti sufficienti.
Sul tema della discoteca che riporta: il punto non è tanto “fare le 3 di notte”, ma quanto è tollerabile per lei uscire, fare un’eccezione, e gestire le conseguenze senza che questo diventi catastrofico. La rigidità spesso si mantiene proprio perché ogni deviazione viene vissuta come troppo costosa o ingestibile.
Detto questo, c’è un aspetto centrale:
dopo così tanti anni di terapia, è assolutamente legittimo chiedersi se questo percorso, così com’è, sia ancora utile per il cambiamento che desidera.
Prima di pensare a un’interruzione, potrebbe essere molto utile fare un passaggio chiaro in seduta, ad esempio esplicitando:
che ha bisogno di strumenti più concreti
che si sente bloccato
che teme di non poter cambiare con questo approccio
La risposta del terapeuta a questa richiesta le darà già molte informazioni.
In alcuni casi, integrare o affiancare un approccio più pratico (ad esempio maggiormente orientato al lavoro su comportamenti e pensieri) può fare la differenza, soprattutto quando il problema principale diventa la rigidità e il rimuginio persistente.
Non è detto che debba “forzarsi a essere diverso”, ma nemmeno che debba rimanere esattamente così: esiste uno spazio intermedio, fatto di piccoli spostamenti graduali, che però vanno resi concreti.
Se desidera, può prenotare una prima consulenza on line direttamente dal mio profilo, così da approfondire meglio la situazione e capire come strutturare un lavoro più operativo e mirato.
quello che porta è molto chiaro e anche molto importante: dopo tanti anni di percorso, si trova in un punto in cui non mette in discussione solo i sintomi, ma l’efficacia e la direzione della terapia stessa. Questo è un passaggio delicato, ma anche potenzialmente molto utile.
Parto da un punto diretto: la sensazione che le venga chiesto qualcosa di “impossibile” merita di essere presa sul serio. Quando in terapia si crea questa distanza tra ciò che il paziente sente come fattibile e ciò che percepisce come richiesto, il rischio è di rimanere bloccati.
Allo stesso tempo, però, può esserci anche un possibile fraintendimento su cosa il terapeuta intenda per “lasciar andare” o “modellare” la rigidità.
Da come descrive la situazione, la sua rigidità sembra avere una funzione protettiva molto forte:
le permette di mantenere controllo e prevedibilità
evita il rischio di “scompensi” (es. dormire male → giornata compromessa)
riduce l’incertezza
Il problema è che, parallelamente, limita spontaneità, relazioni e libertà personale.
Quando il terapeuta dice che non va eliminata ma “modellata”, probabilmente si riferisce proprio a questo: non si tratta di diventare una persona completamente diversa o “omologarsi”, ma di rendere quella rigidità più flessibile, dove possibile.
Il punto critico, però, è che lei sta chiedendo qualcosa di molto concreto (“cosa devo fare, operativamente?”), mentre la risposta che riceve è percepita come astratta. E qui c’è un nodo reale: alcune difficoltà come il rimuginio e la rigidità possono essere affrontate anche con strumenti pratici, non solo con un lavoro riflessivo.
Ad esempio (solo per darle un’idea del tipo di lavoro possibile):
esercizi graduali di flessibilità comportamentale (piccole variazioni controllate della routine)
esposizione a situazioni “non perfette” senza correggerle
lavoro specifico sul rimuginio (interromperlo, rimandarlo, osservarlo senza entrarci)
esercizi corporei per sciogliere la tensione e la iper-consapevolezza dei movimenti
Se questo tipo di lavoro non è presente, è comprensibile che lei senta di non avere strumenti sufficienti.
Sul tema della discoteca che riporta: il punto non è tanto “fare le 3 di notte”, ma quanto è tollerabile per lei uscire, fare un’eccezione, e gestire le conseguenze senza che questo diventi catastrofico. La rigidità spesso si mantiene proprio perché ogni deviazione viene vissuta come troppo costosa o ingestibile.
Detto questo, c’è un aspetto centrale:
dopo così tanti anni di terapia, è assolutamente legittimo chiedersi se questo percorso, così com’è, sia ancora utile per il cambiamento che desidera.
Prima di pensare a un’interruzione, potrebbe essere molto utile fare un passaggio chiaro in seduta, ad esempio esplicitando:
che ha bisogno di strumenti più concreti
che si sente bloccato
che teme di non poter cambiare con questo approccio
La risposta del terapeuta a questa richiesta le darà già molte informazioni.
In alcuni casi, integrare o affiancare un approccio più pratico (ad esempio maggiormente orientato al lavoro su comportamenti e pensieri) può fare la differenza, soprattutto quando il problema principale diventa la rigidità e il rimuginio persistente.
Non è detto che debba “forzarsi a essere diverso”, ma nemmeno che debba rimanere esattamente così: esiste uno spazio intermedio, fatto di piccoli spostamenti graduali, che però vanno resi concreti.
Se desidera, può prenotare una prima consulenza on line direttamente dal mio profilo, così da approfondire meglio la situazione e capire come strutturare un lavoro più operativo e mirato.
Buongiorno comprendo la Sua difficoltà del momento in terapia, ma forse bisognerebbe chiarire meglio con il Suo terapeuta il tema dell'omologazione che sembra esserLe stato rimandato in terapia dal professionista che La segue. Non deve , a mio parere, assolutamente omologarsi a nessuno, ma se ha sentito un invito a farlo è bene parlarne in terapia e chiedere chiarimenti ulteriori. Quanto al tema della rigidità, esso mi sembra un pò riduttivo di altre problematiche psicologiche che sento affiorare nelle parole che scrive: paura della solitudine per es., difficoltà ad accettare il Suo modo di essere, forse bassa autostima? La inviterei quindi a chiarire meglio in terapia ciò di cui ha scritto, cercando di spiegare all'analista e a se stesso i motivi della Sua perplessità. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Dr. Maria Tiziana Maricchiolo
Psicologo, Psicoterapeuta, Professional counselor
San Giovanni la Punta
Buon pomeriggio, potrebbe essere utile un lavoro psico-corporeo e l'approccio psicoterapeutico fornito dall'Analisi Bioenergetica che la aiutino a rilasciare rigidità e rimuginio, e restituirle ritrovata energia e vitalità.
Salve caro/a utente è da tanti anni che fa terapia, potrebbe iniziare a parlare con lo specialista di avviarvi alla conclusione e di travare il modo e gli accordi finale per concludere la terapia. Così almeno saprà di aver finito un percorso. Buon proseguimento
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