Salve a tutti. Da qualche anno mi sono trasferito in una città che mi fa stare male e dove non sono

Salve a tutti. Da qualche anno mi sono trasferito in una città che mi fa stare male e dove non sono mai riuscito ad integrarmi. Nel frattempo con la mia compagna abbiamo preso casa con rispettivi prestiti e da poco siamo diventati genitori. Sulla carta dovrei essere felice, o almeno realizzato, e invece mi sento in una trappola senza via di fuga. Mi sveglio ogni mattina con la nausea solo al pensiero di affrontare la giornata qui. Mi sento letteralmente morto dentro. La mia testa pensa a questo da quando mi sveglio a quando vado a dormire, arrivo a sperare di morire o che mi prenda qualche malattia, perché al momento mi sembra l'unica via d'uscita. Sono bloccato. Andarmene adesso è impossibile con gli impegni economici e la famiglia appena creata, e ho il terrore che non lo sarà mai. In più ho la paura costante che sia comunque troppo tardi per stare bene, anche se un giorno dovessi riuscire a cambiare città. In passato ho provato psicofarmaci (SSRI e stabilizzatori) ma non mi hanno fatto nulla, e di terapia ne ho fatta poca 4 o 5 incontri. Non so più cosa fare o come gestire le giornate senza farmi distruggere da questo soffocamento. Dato che i farmaci mi hanno fatto addirittura peggio, Un percorso di terapia continuativo può davvero servire a qualcosa quando ci si sente così?

17 risposte


Buongiorno, credo che lei si stia trovando a vivere una situazione faticosa a cui si è aggiunto un elemento che, comunque sia, comporta una fatica ulteriore: essere genitore è certamente impegnativo, e può alimentare il senso generale di fatica. Visto che mi sembra che parli di una situazione che va avanti da tempo, e che ha già coinvolto l'utilizzo di farmaci, iniziare una psicoterapia vera e propria, potrebbe essere un modo diverso e utile di approcciare la questione: potrà valutare direttamente con il/la professionista l'eventuale necessità di riprendere coi farmaci, e intanto avviare un percorso di supporto a lungo termine che possa darle anche una maggiore autoconsapevolezza sul suo funzionamento, e di questo ne gioverebbe sia lei che il suo contesto. In questi casi agire invece di farsi investire dal blocco è un buon inizio.

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Buona sera, torni in terapia, le sedute l'aiuteranno sicuramente. Sarà un contesto utile alla sua situazione. Dottoressa Teresita Forlano.


Buongiorno e grazie per la condivisione, vorrei partire da un punto che considero importante per provare a leggere, anche se parzialmente la sua situazione: il pensiero a sfondo anticonservativo per quanto lei lo descriva come derivante dalla disperazione senza iuna vera intenzionalità, è un segnale clinico che va preso sul serio e affrontato direttamente, non minimizzato o messo sullo sfondo rispetto alle altre difficoltà che racconta. Le chiedo quindi, prima di continuare a leggere, di tenere presente che se questo pensiero dovesse in qualunque momento diventare più intenso, più insistente, o avvicinarsi a un'idea concreta di azione, è fondamentale rivolgersi immediatamente a un pronto soccorso o contattare una linea di ascolto dedicata come Telefono Amico. Detto questo, vorrei rispondere con precisione alla sua domanda specifica, perché è una domanda legittima e merita una risposta fondata sui dati disponibili, non su rassicurazioni generiche. Il fatto che gli SSRI e gli stabilizzatori dell'umore non abbiano funzionato per lei, e che in un caso l'abbiano fatta stare addirittura peggio, è un dato clinico importante che merita di essere approfondito con uno specialista, ma non equivale, sul piano scientifico, a dire che nessun trattamento possa esserle utile. La letteratura sulla depressione resistente al trattamento definisce come tale una condizione in cui il paziente non risponde adeguatamente ad almeno due farmaci antidepressivi di classi diverse, somministrati a dosaggio corretto per un tempo sufficiente, e mostra con chiarezza che, anche in questi casi, la combinazione con un percorso psicoterapeutico strutturato, produce miglioramenti clinicamente significativi che tendono a mantenersi nel tempo, indipendentemente dalla scarsa risposta ai farmaci sperimentata in precedenza. Un dato che trovo poi importante condividerle, seppur da maneggiare con la giusta cautela clinica perché ogni percorso è individuale, è che circa tre casi su quattro di depressione inizialmente resistente arrivano comunque, nel tempo, a un miglioramento significativo attraverso strategie terapeutiche mirate e persistenti, spesso combinando approcci diversi tra loro piuttosto che affidandosi a un solo tentativo isolato e interrotto precocemente. Ed è proprio su questo punto che voglio essere chiaro con lei riguardo al tentativo terapeutico già fatto: quattro o cinque incontri non costituiscono, secondo nessuno standard clinico riconosciuto, un vero ciclo terapeutico completo. La letteratura sulla depressione indica che un primo episodio richiede tipicamente diversi mesi di lavoro continuativo per mostrare un effetto stabile, e che l'efficacia della psicoterapia, specialmente nei casi più radicati o già segnati da fallimenti farmacologici, si osserva generalmente dopo un numero di sedute ben superiore a quello che lei ha potuto sperimentare finora. Tenga poi presente, che i farmaci, da soli non “curano” il disturbo di per se, il lavoro finale ed effettivo è poi sulla sua esistenza e deve affrontarlo lei e solo lei. Certo, con il supporto di specialisti e farmaci che lo rendano possibile. Vorrei tentare ora offrirle una lettura più stratificata di ciò che racconta di star vivendo, poichè credo che le parole che usa raccontino qualcosa di più radicale di una semplice difficoltà pratica legata al mutuo, al lavoro o alla città in cui si trova. Quando si racconta come in trappola, sta descrivendo, un'esistenza che ha smesso di percepirsi aperta a un futuro diverso da oggi: esistere significa sempre, in una certa misura, essere gettati in un orizzonte di possibilità, per quanto limitate, potersi immaginare almeno astrattamente un domani differente. Quando questo orizzonte si chiude completamente, quando ogni mattina si presenta identica alla precedente senza alcuna apertura percepibile, l'esistenza perde la sua struttura viva e si irrigidisce in un presente che si ripete senza scampo apparente: non credo sia un'esagerazione retorica quando dice di sentirsi morto dentro, ma la descrizione più precisa che ha trovato per raccontare esattamente questo tipo di irrigidimento esistenziale. Anche la nausea che sperimenta al risveglio, prima ancora di qualunque pensiero cosciente sulla giornata che la attende, è un dato che merita attenzione: è il suo corpo che comunica un rifiuto della situazione attuale, ancora prima che la mente abbia il tempo di elaborarlo razionalmente, come se ogni giorno vissuto in quel contesto fosse, per il suo organismo, un'esperienza di violenza sottile e continua contro cui non trova più difese sufficienti. Ricordi sempre, che mente è corpo, sono un unicum indissolubile. Questo segnala che il conflitto che vive non riguarda solo un problema pratico da risolvere con più pianificazione economica, ma qualcosa che il corpo stesso sta rifiutando ogni giorno, in modo automatico e non più controllabile con la sola volontà. Vorrei toccare anche sul un pensiero specifico che lei nomina con lucidità, la paura che, anche riuscendo un giorno a cambiare città, sia comunque troppo tardi per stare bene. Questo tipo di pensiero è tipico degli stati di sofferenza psichica profonda e prolungata, in cui la disperazione del presente proietta se stessa anche sul futuro, facendo apparire come certezza ciò che in realtà è solo un'ipotesi generata dallo stato emotivo attuale, non una previsione realmente affidabile. Non è possibile, né scientificamente né esistenzialmente, sapere oggi con certezza come si sentirebbe dopo un cambiamento reale della propria situazione di vita e dopo un lavoro terapeutico serio e prolungato: questo pensiero merita di essere riconosciuto per quello che è, un sintomo della sofferenza che sta attraversando ora, non un dato di realtà su cui basare decisioni definitive. Vale la pena anche leggere con attenzione il senso di quei quattro o cinque incontri di terapia già tentati: in qualunque percorso terapeutico, specialmente in un approccio che voglia lavorare in profondità e non solo sui sintomi più superficiali, la relazione tra paziente e terapeuta ha bisogno di tempo per costituirsi come uno spazio realmente sicuro, in cui la persona possa gradualmente abbassare le difese costruite per sopravvivere alla sofferenza quotidiana. Un numero così limitato di incontri si colloca, nella maggior parte dei casi, ancora nella fase in cui questa fiducia relazionale si sta appena formando, non nella fase in cui il lavoro terapeutico vero e proprio può dispiegarsi pienamente: è quindi possibile, e direi probabile, che quel tentativo precedente si sia interrotto proprio nel momento in cui avrebbe potuto iniziare a produrre un cambiamento reale, il che rende la sua esperienza attuale non un dato definitivo sull'inefficacia della terapia per lei, ma un tentativo rimasto incompleto. Le consiglio quindi, con convinzione, di intraprendere un percorso psicoterapeutico serio e continuativo, distinto per intensità e durata dal breve tentativo già fatto, dove poter lavorare sia sulla gestione immediata di questo stato di soffocamento quotidiano, con particolare attenzione al pensiero di morte che ha condiviso e che merita monitoraggio costante, sia, con più tempo a disposizione, sulla possibilità reale di ricostruire un senso di apertura verso il futuro, cosa che oggi le appare preclusa ma che la sofferenza attuale, per sua stessa natura, tende a far apparire più definitiva e irreversibile di quanto realisticamente sia. Specifico che queste quattro righe scritte online non sono una lettura completa e approfondita di una vita che andrebbe approfondita e contestualizzata per bene in una consulenza, Spero comunque di essere stato d’aiuto, Rimango a disposizione Dott. Marco Scaramuzzino


Penso di poterle essere utile anche perchè io stesso mi sono trovato in una situazione molto simile, dopo un trasferimento, tra l'altro non deciso da me! Quindi comprendo perfettamente il suo sentire. da un punto di vista clinico, si trova, come avrà capito in una forma un pò depressiva. Ora, è vero che ci sono farmaci antidepressivi, però, se il problema è la non integrazione, il fatto che non si è riuscito a conoscere persone ... comprende bene che la sola " pillola " farà ben poco! Il problema principale qui è una socializzazione che non è arrivata. E' questo che bisogna risolvere. Ora poi, è anche vero che ci possono essere città più " accoglienti " o più " chiuse ". Però è qui che dobbiamo lavorare, soprattutto perchè lei dice che un passo indietro non si può fare! Allora, per affrontare questa cosa, occorre cercare di inserirsi in "luoghi " dove naturalmente ci sia gente. faccio alcuni esempi: se a lui piace fare sport o movimento, ecco, questo può essere un canale, facendo attenzione a scegliere bene; mi spiego: se va in palestra a fare per conto suo attività fisica, il rischio di restare soli è molto altro, perchè la palestra di per se stessa è poco socializzante " le persone entrano, ognuno fa la scheda che un preparatore a fornito, poi esce! nessuna socialità. Scelga sport di squadra: calcio, pallacanestro, oallavolo ... dove per forza occorre integrarsi! Oppure il treking in gruppo .... Naturalmente non c'è solo lo sport! Se una persona è religiosa, potrebbe non limitarsi solo alla messa, ma impegnarsi in qualche attività! Poi, veramente in una città ci sono tante cose! Possono esserci vari corsi, dalla pittura, al gioco degli scacchi ...quello che le vorrei passare è informarsi, poi partecipare. naturalmente devono essere cose che le interessano. Questo vale sia per lei che per sua moglie. Naturalmente consiglierei vivamente di farsi seguire da una persona ( collega ), perchè può aiutarla in questa scelta, può incoraggiarla, sostenerla ... Naturalmente in questo processo potrebbe essere utile, a seconda di quello che pensare il mio collega se ci possa essere una integrazione farmacologica. Quest'ultima forma come vede, non sarà sperare in " una pillola ", ma inserire "la pillola " in un processo. Spero di averle dato consigli utili che sperò seguirà! In bocca al lupo !


Buongiorno, certamente un percorso psicoterapeutico continuativo può essere utile anche quando la situazione appare così bloccata. Quattro o cinque incontri sono generalmente troppo pochi per poter valutare realmente l’efficacia di una terapia. Quello che descrive sembra andare oltre il semplice disagio legato alla città: la sensazione di essere intrappolato, la nausea quotidiana, il sentirsi “morto dentro” e soprattutto il pensiero della morte come unica possibile via d’uscita indicano una sofferenza importante, che merita di essere affrontata senza aspettare che siano le circostanze esterne a cambiare. Le suggerirei quindi di rivolgersi a uno psicoterapeuta e, parallelamente, a uno psichiatra per una nuova valutazione, anche se precedenti terapie farmacologiche non hanno dato beneficio. L’obiettivo iniziale non deve necessariamente essere decidere subito se restare o cambiare città, ma aiutarla a recuperare uno spazio mentale nel quale possa tornare a percepire delle possibilità, laddove oggi vede soltanto una trappola. Infine, non sottovaluti i pensieri di morte: se dovessero diventare più insistenti o trasformarsi nel timore concreto di potersi fare del male, cerchi immediatamente aiuto rivolgendosi al Pronto Soccorso o ai Centri di salute mentale.


Buongiorno certamente affrontare un percorso di psicoterapia Le gioverebbe molto per fare chiarezza all' interno di se'. Credo che abbia un forte conflitto interiore con se stesso che Le impedisce di vivere la Sua vita con soddisfazione e felicita' e cio' puo' essere chiarito con una psicoterapia di tipo psicodinamico che dovrebbe seguire con costanza e rigore nel tempo.Lei vorrebbe interrompere credo le dure responsabilita' della vita adulta e cercare un proprio senso altrove. Seguire un processo paicoterapeutico significherebbe guardarsi dentro e comprendere le ragioni del proprio conflitto che al momento rende la Sua vita difficile, quasi senza scampo, ma da cosa in realta'? Le auguro di trovare la pace interiore che cerca, affrontando i nodi vitali del suo Se', e la psicoterapia fatta con costanza e continuita' La aiutera" a ritrovare se stesso.Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo


Buongiorno, intraprenda un percorso di psicoterapia, la aiuterà con il tempo a guardare ad un benessere al lungo termine. Non interrompa dopo pochi incontri, e si affidi allo specialista che scegliera. Cordiali saluti Dott. Diego Ferrara


occorre fare un pò di sedute di psicoterapia

Dr. Simonetta Fabbri

Dr. Simonetta Fabbri

psicoterapeuta

Anzola dell'Emilia

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Buon pomeriggio, grazie per la condivisione. In tutta sincerità le dico che la terapia può servire, e molto, ma solo se lei è convinto di affrontarla e di cambiare. La terapia è un percorso, non sempre lineare, percorrendo il quale si può stare anche molto male, non è detto, ma può succedere. Inoltre è basata su una relazione di fiducia reciproca in cui, se lei non si sente capito, deve parlarne al tersapeuta. Secondo me dovrebbe prendere seriamente in considerazione l'idea di affrontarne una, anche per avere un po' più di sollievo e serenità, qualunque decisione scelga di prendere.


Gentile utente, mi spiace che lei si trovi in questa situazione di disagio, per poter fare luce sulle motivazioni di questo stato emotivo occorrerebbe approfondire la questione per cui mi sento di confermarle con sicurezza che alcuni incontri di stampo psicologico potrebbero esserle d'aiuto. Forse fermarsi in quella città non è stata sentita come una sua scelta oppure è in relazione a questioni di relazione con la compagna. Un'altra ipotesi è che sia avvenuto qualche evento particolarmente spiacevole che ha portato la città in cui vive ad essere sentita da lei come negativa. Potrebbe essere una questione relativa al tema della liberta o del senso di oppressione. Se qualcuna delle cose che ho detto le fanno venire in mente qualcosa della sua storia, forse c'è un nesso rispetto al sentito, altrimenti occorre indagare con maggiore attenzione. Se lo ritenesse opportuno ricevo anche online. Le auguro serenità. Dott. Fabrizio Capra


Buongiorno, guardi, quello che racconta farebbe riflettere su questa domanda: che cosa le sta facendo cosi male, da farla sentire in trappola? E' la città dove sta attualmente che sente estranea? Oppure si nasconde un altro disagio più sommerso, oltre al trasferimento? Cioè una difficoltà che possa centrare con il cambiamento di vita, il diventare genitori, o il rapporto con la sua donna? Le suggerirei la ripresa anche di un breve percorso psicologico, che possa aiutarlo a superare il periodo depressivo (ci sono sintomi depressivi), con il supporto di un professionista. Auguri, doc Vittorio C.

Dr. Vittorio Cameriero

Dr. Vittorio Cameriero

psicologo

Calderara di Reno

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Buongiorno, da ciò che descrive emerge una sofferenza molto intensa e un forte senso di intrappolamento. Immagino sia molto difficile sentirsi cosi. Le rispondo alla sua domanda. Sì, un percorso psicoterapeutico continuativo può essere utile: quattro o cinque incontri sono generalmente troppo pochi per comprendere e lavorare in profondità su una situazione che dura da anni. Il fatto che alcuni farmaci non abbiano avuto l’effetto sperato, inoltre, non significa che non ci siano possibilità di stare meglio. In questo momento, però, è importante non sottovalutare i pensieri legati alla morte che descrive: se dovessero diventare più insistenti o sentisse di poter perdere il controllo, si rivolga tempestivamente a un servizio di emergenza o al Pronto Soccorso. Le consiglierei di iniziare un percorso di terapia, lavorando non solo sull’idea di “dover cambiare città”, ma soprattutto sul senso di soffocamento e di assenza di alternative che sta vivendo oggi. Le auguro un buon inizio. Un saluto. I.


Capisco quanto tu stia soffrendo e quanto sia importante il modo in cui affronti questa fase. Quello che descrivi, la sensazione di trappola, la nausea al risveglio, il pensiero costante che non ti abbandona e il desiderio che qualcosa ti liberi da questa situazione anche a costo della tua salute, è un dolore reale e va preso sul serio, non solo come segnale di disagio psicologico ma come una condizione che merita una valutazione clinica ravvicinata, meglio se in presenza, per capire con precisione l'intensità di questi pensieri di morte e la tua sicurezza nell'immediato. Se in qualsiasi momento questi pensieri dovessero farsi più insistenti o vicini a un'idea concreta di farti del male, ti chiedo di contattare subito un pronto soccorso, oppure un servizio di ascolto come Telefono Amico: non è un segno di debolezza, è la prima cosa da fare per proteggerti mentre lavoriamo sul resto. Sul fatto che SSRI e stabilizzatori non abbiano funzionato, non significa che la farmacologia non possa aiutarti: significa che va rivista la diagnosi e la scelta della molecola con più attenzione, magari partendo da un inquadramento diverso rispetto al passato, perché quello che racconti assomiglia più a uno stato di intrappolamento esistenziale con forte componente ansiosa e anedonica che a una semplice fase depressiva da trattare in modo standard. Sulla domanda che mi fai, sì: un percorso di psicoterapia continuativo può davvero fare la differenza, ma cinque incontri non bastano quasi mai per arrivarci. Non si tratta di convincerti che la tua vita va bene così com'è, ma di costruire uno spazio dove imparare a reggere questo peso senza esserne travolto, distinguere cosa puoi cambiare adesso da cosa richiede tempo, e capire se dietro questa sensazione di trappola ci sono anche significati più profondi legati a scelte, identità, appartenenza, che meritano di essere elaborati con calma invece che risolti d'impulso. Nel frattempo prova a non prendere decisioni definitive ora, in questo stato di sofferenza acuta la mente tende a vedere solo due estremi, restare intrappolato per sempre o dover risolvere tutto subito, mentre nella realtà quasi sempre esiste uno spazio intermedio che però si vede meglio quando si comincia a stare un po' meno male. Ti incoraggio a cercare a breve un colloquio psichiatrico in presenza per rivalutare insieme sia il piano farmacologico sia l'avvio di una psicoterapia strutturata, e a non restare solo con questo peso nei prossimi giorni.


Buona sera. Sì, un percorso psicoterapeutico continuativo può essere molto utile e 4-5 incontri sono troppo pochi per valutarne realmente l'efficacia. Nel suo racconto, però, c'è qualcosa che viene prima: quando scrive di arrivare a sperare di morire o di ammalarsi perché le sembra l'unica via d'uscita, questa sofferenza merita una valutazione professionale tempestiva. Se questi pensieri diventassero più concreti o sentisse di poter agire contro di sé, non rimanga solo e si rivolga immediatamente ai servizi di emergenza. C'è poi una frase molto significativa: “Sulla carta dovrei essere felice.” Ha costruito casa, coppia, famiglia, è diventato padre, eppure si sente intrappolato. Forse la domanda non è soltanto “come faccio a sopportare questa città?”, ma “come sono arrivato a costruire una vita dalla quale oggi sento di dover fuggire per poter respirare?” È proprio qui che una psicoterapia continuativa può lavorare: non convincendola ad adattarsi a una vita che la fa soffrire, né dicendole semplicemente di andarsene, ma aiutandola a comprendere quali possibilità oggi la disperazione non le permette più di vedere. Non aspetterei che cambi città per iniziare a stare meglio. Cercherei subito un professionista con cui avviare quanto prima un percorso stabile, anche online in quanto facilita l'accesso e la continuità. Un caro saluto

Dott.ssa Michelina Silvestri

Dott.ssa Michelina Silvestri

psicoterapeuta

San Nicola la Strada

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Buongiorno, da quello che racconta sembra che lei stia vivendo una sofferenza molto intensa, che non riguarda semplicemente il fatto di non trovarsi bene in una città, ma che sembra ormai aver invaso gran parte delle sue giornate e del suo modo di guardare al futuro. Il fatto di avere una casa, una compagna e un figlio non significa necessariamente sentirsi bene. A volte possiamo avere una vita che “sulla carta” sembra realizzata e, contemporaneamente, sentirci profondamente intrappolati. Questo non rende meno autentica la sua sofferenza e non significa che lei sia ingrato o che non ami la sua famiglia. Mi colpisce soprattutto quello che dice rispetto al desiderio di morire o di ammalarsi come possibile via d'uscita. In una situazione del genere credo sia importante non rimanere solo con questi pensieri e chiedere quanto prima un aiuto professionale, anche attraverso una valutazione psichiatrica, soprattutto considerando le precedenti esperienze farmacologiche. Il fatto che alcuni farmaci non abbiano funzionato o siano stati vissuti negativamente non significa necessariamente che non esistano altre possibilità. Rispetto alla psicoterapia, sì: un percorso continuativo potrebbe avere senso. Quattro o cinque incontri, soprattutto quando si sta vivendo una situazione così complessa, difficilmente permettono di capire fino in fondo cosa stia accadendo. Un percorso potrebbe innanzitutto aiutarla a fare chiarezza: quanto del suo malessere è legato alla città, quanto alla situazione attuale, quali sono i vincoli reali e quali invece sono legati alla sensazione di non avere alternative. E, soprattutto, potrebbe aiutarla a prendere decisioni importanti senza farlo esclusivamente sotto la spinta della disperazione. Non è necessario decidere oggi se vendere casa, trasferirsi o stravolgere la propria vita. Forse il primo obiettivo può essere recuperare un po' di spazio mentale, così da poter tornare a vedere delle possibilità là dove adesso vede soltanto una trappola. E non darei per scontato che sia “troppo tardi” per stare bene. Quando si soffre da molto tempo è comprensibile che anche il futuro venga percepito attraverso la lente della sofferenza presente, ma ciò che oggi sembra immutabile non necessariamente lo è. Chiedere aiuto, in questo momento, potrebbe essere proprio il primo passo per tornare a sentirsi meno in trappola e iniziare a costruire una vita che possa essere vissuta con maggiore serenità. In bocca al lupo!


Buongiorno, da quello che racconta emerge una sofferenza importante, che sembra protrarsi da tempo e che oggi sta diventando molto difficile da sostenere. Il senso di essere “in trappola” e il pensiero della morte come possibile via d’uscita sono aspetti che meritano di essere presi sul serio e condivisi con qualcuno, senza doverli affrontare da solo. Alla sua domanda, sì: un percorso psicoterapeutico continuativo può essere utile anche quando ci si sente così. Il fatto di aver fatto soltanto 4-5 incontri in passato non permette di capire se la terapia possa essere efficace per lei. Un percorso più continuativo può permettere di comprendere meglio cosa sta alimentando questa sofferenza, quanto è legato alla situazione attuale e quanto invece si è progressivamente strutturato nel tempo, e soprattutto di recuperare un senso di possibilità che oggi sembra molto lontano. Non è necessario decidere subito se lasciare la città, vendere casa o cambiare completamente vita. Prima può essere importante lavorare sul sentirsi meno intrappolato e trovare un modo per affrontare il presente senza che ogni giornata diventi una lotta. Anche l’esperienza negativa con i farmaci merita di essere raccontata al medico o allo psichiatra che la segue: una risposta negativa a precedenti trattamenti non significa necessariamente che non esistano altre possibilità, ma è qualcosa che va valutato individualmente. Prenderei però con particolare attenzione quello che scrive rispetto alla morte. Se questi pensieri dovessero diventare più frequenti o intensi, se comparisse l'intenzione di farsi del male o sentisse di non riuscire a mantenersi al sicuro, è importante chiedere aiuto immediatamente rivolgendosi ai servizi di emergenza o a un Pronto Soccorso. Il fatto che oggi si senta senza via d’uscita non significa che non esistano alternative. Significa che, in questo momento, può essere molto difficile riuscire a vederle da solo. Un percorso terapeutico può essere proprio uno spazio in cui iniziare, con gradualità, a ritrovarle. Un caro saluto! Dott.ssa Cinzia Pirrotta


la risposta sta nelle prime righe della sua domanda: ""Da qualche anno mi sono trasferito in una città che mi fa stare male e dove non sono mai riuscito ad integrarmi". La mia domanda è come mai questo non è stato ritenuto importante? perchè li c'è possibilità di lavoro? perchè lì potete avere maggiori servizi? Sono questi i punti da indagare per capire come trovare delle ancore a cui aggrapparsi per riuscire a trovare soluzioni con una certa lucidità. Chieda aiuto e faccia un percorso anche rivolgendosi al consultorio familiare o alla Psicologia clinica dell'azienda sanitaria del luogo in cui risiede

Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.