Sto cercando uno psicoterapeuta e mi farebbe piacere avere un vostro parere. Ho già svolto un percor

Sto cercando uno psicoterapeuta e mi farebbe piacere avere un vostro parere. Ho già svolto un percorso di terapia di circa un anno che mi ha aiutata a comprendere molti dei miei schemi di funzionamento. Oggi, però, sento il bisogno di fare un passo in più: non solo capire, ma riuscire a vivere le emozioni in modo diverso. Mi accorgo che tendo ad analizzare continuamente me stessa, ho paura del giudizio, mi sento spesso in colpa, faccio fatica a mettere confini e, nelle relazioni, sono sempre molto attenta ai segnali degli altri, quasi da mettere in secondo piano ciò che sento io. Il mio desiderio è imparare a sentirmi soprattutto più centrata, rafforzare l’autostima, vivere le relazioni con maggiore serenità e imparare ad ascoltare davvero le mie emozioni e anche il mio corpo. Mi piacerebbe conoscere il vostro modo di leggere una situazione come questa. Se vi va, mi farebbe piacere sapere quale sarebbe la vostra prima impressione e come immaginereste, in generale, un percorso terapeutico. Vi ringrazio fin da ora per il tempo che vorrete dedicarmi.

31 risposte


La distinzione che fa, tra capire e sentire, è un punto di partenza molto chiaro, e immagino che arrivi da un lavoro già serio fatto su se stessa. Capire i propri schemi è prezioso, ma non sempre sufficiente: a volte la mente ha già compreso quello che il corpo e le emozioni non hanno ancora integrato davvero. Ed è esattamente lì che si apre lo spazio più interessante. Gli elementi che porta, la tendenza all'autoanalisi continua, la difficoltà con i confini, l'attenzione costante ai segnali degli altri a scapito dei propri, la paura del giudizio, sono spesso interconnessi e tendono a raccontare qualcosa di comune: una difficoltà a fidarsi di ciò che si sente internamente come punto di riferimento valido, preferendo cercare quella validazione all'esterno. Un percorso che lavori non solo sulla comprensione ma anche sul contatto con le emozioni e con il corpo può essere particolarmente indicato per quello che descrive. Non è possibile immaginare un percorso specifico senza una valutazione diretta, ma quello che racconta suggerisce che ci sia ancora molto spazio prezioso da esplorare, e che Lei abbia già gli strumenti e la consapevolezza per farlo.

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Buon pomeriggio, mi sembra che Lei abbia raggiunto un livello di consapevolezza e conoscenza di se stessa molto buono con il percorso fatto finora mi chiedo perchè non continuare con il medesimo professionista. Se, invece, si sente alla ricerca di nuovi obiettivi terapeutici da raggiungere potrebbe comunque farsi guidare partendo da quello che Lei ha già immaginato scrivendo e descrivendosi: sa già cosa vorrebbe essere e dove vorrebbe arrivare, le serve solo qualcuno che la incoraggi a percorrere la strada e le tortuosità senza giudizio di sè. Un saluto


Mi arriva una grande energia di consapevolezza e, insieme, il desiderio di continuare a camminare per dare forma e direzione a tale energia, per un vivere autentico. Sento, come tema centrale, il bisogno di dare spazio alla tua espressività e di sviluppare una maggiore padronanza del mondo emotivo-corporeo. Forse ancora prima c'è un passo-passaggio piu profondo: quello di imparare ad ascoltare, riconoscere e dare un nome a cio' che senti, come una vera alfabetizzazione emotiva. Mi arriva cosi' il desiderio di fare quel passo in piu': concederti il diritto di radicarti, quindi confinarti, di sentirti presente nel tuo corpo, centrata, e di occupare il tuo spazio con sicurezza e autenticità. SENTIRE E ABITARE la VITA.


Buongiorno, gli aspetti che vorrebbe approfondire andrebbero meglio snocciolati all'interno di uno spazio di ascolto più ampio come quello di un colloquio clinico. Pensi alla possibilità di richiedere un consulto, sarei disponibile. Ricevo anche online. Cordiali Saluti Dott. Diego Ferrara


Buongiorno, comprendo il suo bisogno di andare oltre la pura consapevolezza del proprio funzionamento. Quello che si potrebbe fare in un percorso terapeutico di questo tipo è quello di avviare un lavoro mirato a quelle situazioni dove si sente in difficoltà. Attivamente in seduta, agendo sul corpo, si possono ricreare, attraverso tecniche come il role-play, il gioco delle due sedie o con l’immaginazione guidate, quelle situazioni più difficili. Lì attraverso la regolazione emotiva e del corpo si possono esplorare quelle difficoltà e provare a mettere in atto dei comportamenti diversi prima in seduta e poi al di fuori. é importante inoltre esplorare lo scenario temuto, se lei mette dei confini cosa potrebbe succedere? Perchè lì si scopre come mai le mette in atto questi meccanismi di coping. Da un lato la tutelano dallo scenario negativo, ma dall’altro non le consentono di andare incontro ai suoi scopi. Anche l’esplorazione dei suoi desideri è un aspetto importante, in quanto è solo recuperando quella parte sana che possiamo ottenere le risorse emotive e somatiche necessarie per cambiare il proprio comportamento. A questo lavoro si aggiungono diverse tecniche di regolazione con la mindfulness, il grounding che ci possono aiutare a non ricadere negli schemi. Le auguro una buona giornata


Buongiorno, dal modo in cui si racconta emerge un aspetto molto importante: ha già fatto un primo lavoro di consapevolezza. Ha compreso alcuni dei suoi schemi di funzionamento e oggi sente che questo, da solo, non le basta più. È un passaggio frequente e molto significativo. Le persone che tendono ad analizzarsi continuamente possiedono spesso ottime capacità riflessive, ma la comprensione razionale non sempre modifica il modo in cui il sistema nervoso continua a reagire. Si può sapere perfettamente perché si prova paura del giudizio o senso di colpa e, nonostante questo, continuare a viverli con la stessa intensità. Mi colpisce una frase del suo messaggio: "sono sempre molto attenta ai segnali degli altri, quasi da mettere in secondo piano ciò che sento io." Questo orientamento costante verso l'esterno è spesso una strategia appresa nel tempo, utile in passato per adattarsi a relazioni percepite come imprevedibili o molto esigenti. Il rischio è che si perda progressivamente il contatto con i propri bisogni, le proprie emozioni e persino con i segnali del corpo. Per questo motivo immaginerei un percorso che non sia soltanto "di parola", ma che integri il lavoro cognitivo con quello emotivo e corporeo. Approcci come l'EMDR, quando indicati, permettono di lavorare sulle esperienze che hanno contribuito a costruire questi schemi relazionali, aiutando il cervello a rielaborarle e a sviluppare modalità più adattive di vivere se stessi e gli altri. L'obiettivo non sarebbe semplicemente aumentare l'autostima, ma qualcosa di ancora più profondo: sentirsi sufficientemente al sicuro da poter essere se stessa, riconoscere i propri confini, dare valore ai propri bisogni senza sentirsi in colpa e costruire relazioni in cui non sia necessario monitorare continuamente l'altro per sentirsi al sicuro. Il fatto che oggi senta il desiderio di passare dal "capire" al "sentire in modo diverso" mi sembra un ottimo punto di partenza. Spesso è proprio in questa fase che il lavoro terapeutico può diventare davvero trasformativo. Un caro saluto.


Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza il suo vissuto. Da quello che racconta, ho l'impressione che abbia già svolto un importante lavoro di consapevolezza. Ha compreso molti dei suoi schemi di funzionamento e oggi sente il bisogno di trasformare questa consapevolezza in un modo diverso di vivere le emozioni, le relazioni e il rapporto con se stessa. Anch'io sono psicologo e, nel corso della mia esperienza professionale, mi sono reso conto che la sola analisi, pur essendo fondamentale, a volte non è sufficiente a produrre un cambiamento profondo. Per questo ho intrapreso un percorso di formazione e di consapevolezza omeosinergetico, che integra la comprensione psicologica con un lavoro volto a dare un significato alle esperienze vissute e a costruire nuove chiavi di lettura della propria storia. La realtà e ciò che abbiamo vissuto non possono essere cambiati. Può però cambiare il modo in cui li leggiamo, li integriamo e il significato che attribuiamo loro. Ed è proprio questo cambiamento di prospettiva che, nella mia esperienza, permette spesso di sciogliere blocchi emotivi, ritrovare maggiore centratura, rafforzare l'autostima e vivere le relazioni con più libertà e autenticità. Dal suo racconto mi colpisce soprattutto il desiderio di passare dal "capire" al "sentire": imparare ad ascoltare il corpo, dare spazio ai propri bisogni, mettere confini senza sensi di colpa e vivere le relazioni senza essere costantemente orientata al giudizio o alle aspettative degli altri. Ritengo che questo rappresenti un obiettivo terapeutico molto importante e assolutamente raggiungibile attraverso un percorso che non si limiti all'analisi, ma favorisca una reale integrazione dei vissuti emotivi. Se lo desidera, sarò lieto di conoscerla e di valutare insieme, previa visita medica, quale percorso possa essere più adatto alle sue esigenze. Al piacere di rendermi utile nel frattempo le auguro una buona vita


Buongiorno, comprendo a pieno il suo bisogno. Spesso purtroppo terapie troppo analitiche e cognitive tendono ad aumentare solo la nostra conoscenza, ma non ci permettono di affrontare a pieno le nostre difficoltà. Freud in una sua freddura racconta di un paziente che in terapia per problemi con l'alcool, un giorno incontra un suo amico che gli chiede come andasse e al quale rispose, “Bene! Sto continuando a bere, ma ora so perché lo faccio”. Le consiglio di provare con una terapia che integri la mente e il corpo, attraverso il quale poter imparare ad accogliere e non solo conoscere le sue emozioni. La sola conoscenza delle nostre emozioni e degli schemi ad esse legati non è sufficiente per imparare a viverle, ma può persino diventare un modo con cui continuare a difenderci e allontanarci sempre di più da noi stessi. Una buona terapia è anche una palestra dove poter imparare a conoscere e vivere le nostre emozioni in un ambiente protetto per poter poi portare questa esperienza nella vita reale.


La ringrazio per aver condiviso con chiarezza il punto in cui sente di trovarsi oggi. Ciò che descrive – la tendenza ad analizzarsi continuamente, la paura del giudizio, il senso di colpa, la difficoltà a porre confini e la costante attenzione ai bisogni e ai segnali dell'altro – può essere letto, da una prospettiva psicoanalitica, come l'espressione di modalità relazionali profonde sviluppatesi nel corso della propria storia che hanno avuto una funzione di adattamento ma che oggi sembrano limitare la possibilità di sentirsi autenticamente in contatto con se stessa. L’approccio psicoanalitico non si propone soltanto di offrire nuove spiegazioni, ma di creare uno spazio nel quale queste modalità possano essere riconosciute mentre si manifestano nella relazione terapeutica. È proprio attraverso questa esperienza, vissuta e non solo compresa intellettualmente, che possono gradualmente modificarsi. La relazione con il terapeuta diventa infatti il luogo in cui antiche aspettative, timori e modi di stare con l'altro possono essere osservati, pensati insieme e progressivamente trasformati. Quando parla del desiderio di sentirsi più centrata, rafforzare l'autostima, vivere le relazioni con maggiore serenità e imparare ad ascoltare le proprie emozioni e il proprio corpo, mi sembra che stia esprimendo il bisogno di costruire un rapporto più saldo con il proprio mondo interno. In termini psicoanalitici, questo significa favorire una maggiore integrazione tra pensieri, emozioni e vissuti corporei, affinché non sia necessario controllare costantemente ciò che accade dentro di sé o cercare continuamente conferme all'esterno. Immaginerei quindi un percorso orientato non solo a comprendere l'origine di questi schemi, ma soprattutto a esplorare insieme come prendono forma nel presente, nelle relazioni e anche nel rapporto terapeutico. L'obiettivo non sarebbe eliminare emozioni come il senso di colpa o la paura del giudizio, ma comprenderne il significato, ridurne il potere e ampliare progressivamente la libertà di scegliere come stare nelle relazioni, senza dover sacrificare i propri bisogni o la propria autenticità. Naturalmente questa è solo una prima impressione, basata sulle poche informazioni che mi ha condiviso. Un primo colloquio avrebbe proprio la funzione di conoscere meglio la sua storia, comprendere ciò che l'ha portata fin qui e valutare insieme se questo tipo di lavoro possa corrispondere alle sue esigenze e ai suoi obiettivi. La ringrazio ancora per la fiducia e resto a disposizione per un eventuale incontro conoscitivo.


Grazie per la chiarezza e la profondità con cui ha descritto sia il suo percorso precedente sia quello che desidera ora, è una richiesta che dice già molto della consapevolezza che ha raggiunto, e proprio per questo merita una risposta altrettanto pensata. è naturale voler andare a comprendere in modo più profonodo come si è e cme ci si muove nel mondo. Mi permetto di dire che quelli che mettiamo in pratica nella vita non sono semplici funzionamenti, non funizoniamo come le macchine, quelli che stai iniziando a capire sono veri e propri modi di essere che si mettono in pratica nel mondo ogni giorno. La distinzione che fa tra capire e vivere diversamente le emozioni è, dal nostro punto di vista, il punto più importante di tutta la sua descrizione: sono infatti due processi profondamente diversi, e non è affatto scontato che il primo porti automaticamente al secondo, anzi, in molte persone che hanno una forte tendenza a riflettere e analizzare, come sembra essere il suo caso, il pensiero può addirittura diventare un modo per tenere a distanza il sentire più che per accoglierlo, proprio perché è più familiare e più controllabile rispetto all'emozione vissuta direttamente nel corpo. Quello che lei chiama analizzare continuamente me stessa, insieme alla paura del giudizio, al senso di colpa, alla difficoltà con i confini e all'attenzione costante spostata sui segnali altrui più che sui propri, sembra disegnare un modo di stare nel mondo in cui il sentire immediato, quello che accade prima di ogni pensiero, viene sistematicamente filtrato o rimandato attraverso l'analisi, come se fosse più sicuro capire una emozione che permettersi semplicemente di provarla, e come se il proprio valore e la propria sicurezza dipendessero più da come viene percepiti dagli altri che da un centro stabile dentro di sé. Questo tipo di configurazione ha quasi sempre una storia relazionale precedente, spesso legata a contesti in cui il sentire spontaneo di una persona, specialmente da bambina, non trovava uno spazio di accoglienza sufficiente, magari perché veniva giudicato, minimizzato o doveva sempre passare al vaglio dell'approvazione di qualcun altro prima di poter essere semplicemente vissuto come legittimo, e questo può portare, nel tempo, a costruire un'abitudine molto radicata a controllare, prevedere e correggersi in anticipo, proprio per proteggersi da un giudizio che si teme sempre imminente. La buona notizia è che il lavoro che desidera fare ora, dal capire al sentire diversamente, è esattamente ciò su cui un approccio fenomenologico può essere più efficace rispetto a un lavoro puramente cognitivo o interpretativo, perché il punto non è aggiungere altre spiegazioni a quelle che già possiede, che sono già solide e ben integrate dal suo percorso precedente, ma aiutarla gradualmente a recuperare la fiducia nel proprio sentire immediato, quello che accade nel corpo prima ancora di essere pensato, senza che debba subito passare attraverso l'analisi per essere considerato valido. In pratica, un percorso così tenderebbe a lavorare molto sul presente della seduta stessa, su cosa accade nel suo corpo mentre parla, su cosa sente realmente prima di descriverlo o spiegarlo, rallentando volutamente il suo automatismo di andare subito a capire per lasciare invece più spazio al semplice stare con l'esperienza emotiva così come si presenta, anche quando è scomoda o poco chiara; lavorerebbe anche sul tema dei confini non come una tecnica comportamentale da imparare, ma come una conseguenza naturale di sentirsi più centrata, perché quando si riprende contatto con un proprio centro di sentire stabile, la capacità di dire no o di proteggere i propri spazi tende a emergere con più naturalezza, senza dover essere forzata; infine terrebbe conto con attenzione della paura del giudizio, non come qualcosa da correggere direttamente, ma come un segnale di quanto per lei, storicamente, il rapporto con gli altri sia stato più sicuro quando riusciva ad anticiparne le aspettative piuttosto che fidarsi di potersi mostrare semplicemente per come è. È un lavoro che richiede tempo, pazienza e soprattutto una relazione terapeutica che non la spinga a continuare a fare quello che già sa fare benissimo, cioè capire, ma che la accompagni piano piano verso qualcosa di nuovo e meno familiare, cioè fidarsi di ciò che sente prima ancora di doverlo comprendere del tutto, ed è esattamente questo il terreno su cui un lavoro fenomenologico centrato sul corpo e sull'esperienza immediata può offrirle quel passo in più che sta cercando. Come è ovvio che sia, quello che le ho scritto oggi è solo un idea abbozzata di quello che potrebbe essere un percorso e per forza di cose impreciso. Se desidera possiamo organizzare una consulenza più strutturata per capire cosa si può fare e chiarire i suoi dubbi. Un saluto Dott. Marco Scaramuzzino


il lavoro svolto ha sicuramente aperto ad una serie di quesiti che chiedono una risposta di consapevolezza . Sicuramente intrapprendere un percorso che permetta di instaurare la giusta distanza per osservare certi meccanismi e decidere consapevolmente di lavorare sui più invalidanti rispetto alle proprie aspettative mi sembra già un buon programma di lavoro.


Buongiorno curiosa ricercatrice, senza un incontro rimane pura speculazione, teme forse le relazioni? Un saluto cordiale Dott.ssa Marzia Sellini


Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Credo che le sue riflessioni facciano capire che ha già sviluppato una buona conoscenza di sè e una buona capacità di autoanalisi, mi sembra che abbia chiare le sue fatiche e i suoi punti di debolezza. Credo che in questo momento le sarebbe utile un lavoro di costruzione e rafforzamento della sua autostima, che si rifletterebbe innanzitutto nelle relazioni: per poter lavorare sulla possibilità di mettere confini e non iper analizzare continuamente i segnali degli altri c'è bisogno di capire a fondo le sue insicurezze, la loro storia e la loro origine, contestualizzandole nel suo percorso e nella sua fase di vita. Immagino per lei un percorso di terapia che vada nel profondo, riveda la sua storia per comprenderne le fragilità e le debolezze, e costruisca una nuova possibilità di vivere le relazioni e se stessa, a partire dal lavoro sulla relazione terapeutica. Se avesse domande o dubbi mi trova a disposizione, anche online. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti


Gentile utente, innanzitutto desidero dirle che le difficoltà che descrive sono comuni, comprensibili e meritano attenzione. Dalle sue parole emerge una buona capacità di osservare se stessa e una chiara motivazione a stare meglio. Mi colpisce molto il fatto che lei non stia cercando semplicemente di "capire", ma di vivere in modo diverso ciò che prova: spesso è proprio questo il passaggio più importante di un percorso terapeutico. Da terapeuta cognitivo-comportamentale, il mio modo di leggere una situazione come la sua parte dal presupposto che pensieri, emozioni e comportamenti si influenzino reciprocamente. Lavorare su uno di questi aspetti produce inevitabilmente dei cambiamenti anche negli altri. Tuttavia, prima ancora di intervenire sulle difficoltà, credo sia fondamentale partire dalle risorse. Nel suo messaggio, ad esempio, ne leggo già diverse. Aver intrapreso un precedente percorso terapeutico, avere il desiderio di continuare a crescere, la capacità introspettiva che emerge dal modo in cui si racconta, la sensibilità emotiva e il saper chiedere aiuto sono tutte risorse preziose. Diventare consapevoli delle proprie risorse, sia interne che esterne, significa riconoscere tutto ciò che ci ha sostenuto fino ad oggi e che potrà continuare a sostenerci anche nelle difficoltà future. Parallelamente lavorerei sul dialogo interno. Spesso il senso di colpa, la paura del giudizio o la difficoltà a mettere confini sono alimentati da una voce interna molto severa e critica. Uno degli obiettivi della terapia è imparare a riconoscere quella voce e svilupparne un'altra, più comprensiva, equilibrata e gentile. Comprendere se stessi non significa giustificare tutto, ma smettere di guardarsi esclusivamente attraverso il filtro del giudizio. Parallelamente, lavorerei sulla ristrutturazione cognitiva, aiutandola a individuare quei pensieri automatici negativi che spesso orientano il modo di interpretare se stessa, gli altri e le situazioni. Non si tratta di sostituire un pensiero negativo con uno positivo, ma di costruire interpretazioni più realistiche, flessibili e bilanciate. Un altro aspetto che ritengo importante riguarda l'assertività. Imparare a riconoscere e comunicare i propri bisogni, pensieri ed emozioni in modo chiaro e rispettoso permette gradualmente di uscire da modalità troppo passive, in cui si mettono costantemente al primo posto i bisogni degli altri, oppure da modalità più aggressive quando la tensione diventa eccessiva. L'assertività è la capacità di prendersi il proprio spazio senza togliere spazio all'altro. Infine, credo che un lavoro di mindfulness potrebbe essere molto utile rispetto al desiderio che esprime di sentirsi più centrata e di ascoltare maggiormente le proprie emozioni e il proprio corpo. Imparare a riportare l'attenzione al momento presente, osservando ciò che accade dentro di sé senza giudicarlo, può rappresentare uno strumento prezioso per sviluppare maggiore radicamento, consapevolezza e contatto con se stessi. Naturalmente queste sono soltanto riflessioni generali basate su poche righe. La parte più bella del lavoro terapeutico è proprio questa: non esistono percorsi standardizzati. Esistono protocolli, tecniche e strumenti validati scientificamente, ma ogni persona porta con sé una storia unica, caratteristiche, risorse e bisogni differenti. Credo che il compito del terapeuta sia proprio quello di costruire, insieme alla persona, un percorso "su misura", adattando gli strumenti al suo modo di essere e accompagnandola nel cambiamento con rispetto dei suoi tempi e della sua individualità. Le auguro il meglio e resto a disposizione. Dott.ssa Arianna Savastio


Gentile utente, leggo tanto bisogno di investire su di sè in direzione di un'identità delineata e precisa. A mio modo di vedere, "capire perchè" si reagisce o si sente qualcosa in determinate situazioni, è la direzione che conduce al significato personale delle dinamiche stesse. Arrivati a tale comprensione, la trasformazione vien da sè e si vive in modo più coerente con se stessi. Le consiglierei, se ho ben compreso il suo bisogno, di soffermarsi prendendosi del tempo per un lavoro psicoterapeutico. Se desidera approfondire, può scrivermi o contattarmi. Buona vita!


Salve. Il fatto di riconoscere i propri schemi di funzionamento, è già un primo passo che muove nella giusta direzione. Ma, per proseguire oltre, in questo processo di smantellamento degli schemi, bisogna in primis legittimarsi che ciò che prova e ciò che sente è giusto per lei , a prescindere da ciò che gli altri potrebbero pensare, altrimenti la sua vita rimarrà comunque condizionata da ciò che pensa sia giusto per gli altri. Ma no, bisogna qui mettere un limite, lei non è gli altri e non deve essere come gli altri, per fortuna ciascuno porta dentro una ricchezza e una diversità che animano e abbelliscono questo mondo, altrimenti diventerebbe un piattume. Tornando a noi, deve imparare a legittimarsi e a rafforzare la sua autostima, ad avere sempre più fiducia i se stesso/a, magari andando più in profondità, scoprendo parti di sè che ha anestetizzato, ma che quasi sicuramente scalpitano per venire fuori. Credo che dovrebbe proseguire un altro pò in questo cammino di conoscenza di sè, non sarà facile, ma di sicuro non impossibile. Le auguro il meglio, non si arrenda!

Dott.ssa Noemi Maccariello

Dott.ssa Noemi Maccariello

psicoterapeuta

Santa Maria Capua Vetere

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Gentile, la ringrazio per aver condiviso il suo percorso. Mi colpisce la distinzione che fa tra il comprendere e il vivere diversamente le proprie emozioni: è un passaggio molto importante. Da ciò che scrive, ho l'impressione che oggi il punto non sia acquisire nuove spiegazioni su di sé, ma interrogare il modo in cui si pone nelle relazioni e rispetto al desiderio dell'altro. La tendenza ad analizzarsi continuamente, la paura del giudizio, il senso di colpa e la difficoltà a mettere confini sembrano indicare quanto lo sguardo dell'altro abbia un peso nella sua esperienza. In una prospettiva psicoanalitica lacaniana, il lavoro terapeutico non consiste tanto nel fornire strumenti o aumentare l'autostima, quanto nel creare uno spazio in cui, attraverso la sua parola, possa emergere qualcosa di nuovo sul suo desiderio e sulla posizione che occupa nelle relazioni. L'obiettivo non è smettere di sentire ciò che gli altri si aspettano da lei, ma riuscire progressivamente a dare più spazio a ciò che desidera e sente davvero, anche nel corpo. I primi colloqui servirebbero proprio a comprendere insieme se questa lettura risuona con la sua esperienza e quale direzione possa prendere il percorso.


Buongiorno gentilissima, grazie per questa richiesta così puntuale e matura. Intanto sono molto contenta che il percorso intrapreso in precedenza sia stato utile e soddisfacente, avverto che ora abbia bisogno di qualcosa di più completo per poter comprendere come accordare quello che sa di sé con il mondo in cui vive e con le relazioni a cui appartiene. Il percorso sistemico-relazionale è proprio incentrato su questo: accompagnare la persona a guardare i vari volti che compongono il suo essere e la sua storia per poterla trasformare. In fondo, ci ammaliamo nelle relazioni, ma è proprio la relazione che sa curare. Le auguro di compiere un percorso trasformativo ed illuminante, qualora volesse sarei ben lieta di poterla accompagnare. Un caro saluto


Buongiorno, dalle sue parole emerge una riflessione molto consapevole sul percorso che ha già intrapreso e, allo stesso tempo, il desiderio di andare oltre la sola comprensione razionale di sé. Spesso accade proprio questo: arriviamo a riconoscere i nostri schemi, a capire da dove derivano alcuni modi di reagire o di stare nelle relazioni, ma il passaggio successivo può essere imparare a fare un'esperienza diversa, più vicina ai propri bisogni e alle proprie emozioni. Quello che descrive — la tendenza ad analizzarsi continuamente, la paura del giudizio, il senso di colpa, la difficoltà a mettere confini e l'attenzione molto rivolta ai segnali degli altri — sembra indicare un'importante sensibilità verso l'esterno, che può però portare a perdere il contatto con ciò che si sente e si desidera. Un percorso terapeutico potrebbe orientarsi proprio nella direzione che lei individua: non soltanto comprendere "perché sono così", ma imparare gradualmente a riconoscere le proprie emozioni, dare loro spazio e costruire una maggiore fiducia nella propria capacità di scegliere. Il lavoro potrebbe riguardare il rapporto con il giudizio degli altri, il senso di colpa, la possibilità di esprimere i propri bisogni senza sentirsi egoista e la costruzione di un senso di sé più stabile e centrato. Naturalmente ogni percorso viene costruito sulla storia e sulle caratteristiche della persona, ma il punto di partenza che porta è già molto significativo: la consapevolezza dei propri meccanismi e la motivazione a trasformarli. Un caro saluto. Dott.ssa Cinzia Pirrotta


Buongiorno, mi sembra che lei abbia le idee piuttosto chiare su ciò che desidera dalla terapia, mi sembra che si sia presa il suo tempo per riflettere su se stessa e su quelle che sono le sue risorse e i punti su cui desidera lavorare ancora, ciò che le resta da fare è proprio trovare il professionista con cui iniziare questo percorso. Di per sé è estremamente difficile dare indicazioni o farsi una vera e propria idea su come potrebbe essere una terapia in questa fase, ma un primo passo potrebbe essere quello di informarsi un po' sui diversi approcci e capire quello che le risuona di più, che la incuriosisce e che sente più adatto a sé. In bocca al lupo per questo nuovo inizio!


Buonasera, la sua richiesta è molto lucida. Si sente che il percorso già effettuato le è stato utile ad approfondire la conoscenza di sè, focalizzando i suoi punti deboli. E' maturo il bisogno che esprime, andare a fondo, fare un passo in più. Accrescere la propria autostima è un ottimo obiettivo, conoscere meglio quella parte di sè giudicante che non la autorizza ad essere proprio così com'è, chiedersi da dove deriva, magari è ereditata... Inoltre esplorare le sue risorse, sicuramente presenti, i i suoi punti di forza, le sue fonti di benessere. Mi immaginerei un percorso alla scoperta della ricchiezza del suo mondo interno e della sua unicità di persona. Le auguro di trovare un professionista con cui sentirsi in sintonia e con cui co-costruire il suo nuovo modo di narrarsi. Dott.ssa Franca Vocaturi


Buongiorno, è stata chiarissima rispetto alle sue esigenze e a come si aspetta un percorso. Per quanto riguarda il mio modo di lavorare, le proporrei di lavorare in modo pratico e per obiettivi, in modo da fornirle strumenti concreti per affrontare le situazioni relazionali o intrapsichiche che le creano più difficoltà. Rimango a disposizione per approfondire, se vorrà.


Buongiorno, non è facile darle un parere senza conoscere almeno una parte della sua storia. Immagino quanto possa essere faticoso sentirsi continuamente impegnata ad analizzare se stessa. Leggendo le sue parole, più che una persona che non comprende ciò che le accade, mi arriva l'immagine di qualcuno che ha già sviluppato una buona consapevolezza di sé, ma che sente che questa comprensione non basta più. A volte capire perché ci succede qualcosa è un passaggio importante, ma il cambiamento prende forma soprattutto quando si può vivere un'esperienza relazionale diversa, che permetta di sentire e non solo di comprendere. I temi che porta come il timore del giudizio, il senso di colpa, la difficoltà a mettere confini e la tendenza a dare molto spazio ai bisogni degli altri mi farebbero venire la curiosità di conoscere la storia delle sue relazioni e il contesto in cui questi modi di stare con gli altri si sono costruiti. Più che considerarli difetti da eliminare, cercherei di capire che funzione abbiano avuto nella sua vita e se oggi continuino ad avere un senso oppure rappresentino un limite. Il percorso che immagino è uno spazio in cui poter osservare insieme questi schemi, ma anche sperimentare nella pratica del vita quotidiana nuovi modi di stare in relazione con sé stessa e con gli altri, affinché ciò che oggi comprende possa diventare anche qualcosa che sente e vive in modo diverso. Un caro saluto, Gianluca Vitelli


Buongiorno da quello che scrive a me viene in mente Fonagy, un autore che ha molto parlato della capacità di mentalizzare. Mentalizzazione è per lui "la capacità di comprendere e interpretare i comportamenti propri e altrui attribuendoli a stati mentali interni, come pensieri, emozioni, desideri, credenze e intenzioni". Alcune persone, per vari motivi, hanno sviluppato una capacità mentalizzante più pronunciata verso gli altri rispetto a sè stessi. Comprendere il proprio stato mentale, i pensieri, le emozioni ed i vissuti del proprio corpo, può risultare importante per sentirsi più sicuri di sè, per aiutare a mettere confini senza sentimenti di colpa o vergogna, vivendo le relazioni con un maggior senso di benessere. Data la sua richiesta, rivolta ad approfindire il vissuto emotivo, le suggerisco un percorso ad orientamento psicodinamico, nel quale potrà lavorare sulla sua domanda, dopo una iniziale valutazione del suo particolare funzionamento mentale, in modo tale che il percorso possa essere personalizzato sul suo caso specifico. Spero di essere stato utile, un cordiale saluto Antonio Pagni Fedi


Buongiorno sono psicoterapeuta ad indirizzo umanistico integrato. La mia lettura superficiale basata su quanto scritto è che nel mio approccio mi focalizzerei con la ACT terapia dell'accettazione e dell'impegno,cioè meno mente pensante e più mente osservante. Si impara con un percorso guidato ad accettare i propri pensieri senza identificarsi con essi. Io integro anche con tecniche di mindfulness e centratura interiore con meditazioni sul qui e ora attraverso il contatto con il corpo. in generale occorre mettere a dieta i pensieri. Grazie e spero in parte di aver risposto alle sue domande.

Erika De Brasi

Erika De Brasi

psicoterapeuta

Imola

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Buongiorno. La comprensione e il riconoscimento dei propri schemi di comportamento. soprattutto se disfunzionali, può essere il primo passo per avviare dei cambiamenti. Tuttavia è importante anche acquisire delle abilità di regolazione delle proprie emozioni e delle relazioni interpersonali. A questo punto del suo percorso puo' esserle di aiuto una psicoterapia centrata anche sul corpo come la DBT(Dialectical Behaviour therapy) che è centrata sull'acquisizione di abilità come la Mindfulness, la Regolazione emotiva e l'Efficacia interpersonale. Naturalmente ce ne sono anche delle altre di psicoterapie con queste caratteristiche ma la DBT si è dimostrata molto efficace per questo tipo di problematiche. Dott.ssa Alessandra Marra


Gentile Paziente, da quello che scrive colgo il suo desiderio di approcciarsi in modo nuovo al suo mondo emotivo interno e migliorare la qualità delle sue relazioni. La psicoterapia è un percorso di apprendimento che si compie attraverso la conoscenza delle proprie modalità, da dove originano e che funzione hanno, e l’adozione di strategie funzionali ai propri bisogni attuali. Rinunciare a schemi noti, a favore di modi nuovi, può essere faticoso e richiedere periodi di psicoterapia più o meno lunghi. Lo psicoterapeuta è il professionista idoneo a sostenere il paziente nel percorso che consente di prendere gradualmente le distanze dagli apprendimenti passati e imparare modalità in linea con i bisogni del presente. Nel suo caso sembra che attualmente i suoi schemi di funzionamento non si adattino alle sue necessità e possa esserle utile comprenderne l’origine e la funzione per accogliere nuove opportunità e apprendere modalità funzionali a ciò che oggi desidera per sé.

Dott. Marco Leone

Dott. Marco Leone

psicoterapeuta

Cagliari

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il mio primo consiglio è quello di parlarne con la/il suo/a terapeuta: dopo un anno di terapia è normale fare insieme il punto della situazione e porsi nuovi obbiettivi. Insieme valuterete come proseguire insieme o se, eventualmente, integrare con qualche tecnica corporea o indirizzarla, ad un altro tipo di psicoterapia. Direi sicuramente che è sulla strada giusta!


Buongiorno, è possibile che si inizi e si concluda un percorso di psicoterapia che consente di comprendere alcuni dei propri schemi di funzionamento, ma che altre aree rimangano ancora da esplorare. Talvolta, può essere utile anche modificare il tipo di orientamento teorico del terapeuta che potrebbe favorire l'esplorazione di nuovi aspetti. Nella sua richiesta lei esplicita già quali sono le domande e gli obiettivi che vorrebbe porsi in un nuovo percorso terapeutico, volto ad una maggior esplorazione delle proprie emozioni e in generale, come lei stessa, scrive, passare dal capirle al viverle. Quindi, forse è proprio da questi obiettivi che dovrebbe svilupparsi il suo percorso terapeutico, esplorando le diverse aree che le interessa approfondire.


Ciao, un aspetto molto importante di un lavoro terapeutico passa dalla scoperta del se'esperenziale, e cioè dalla possibilità di agire concretamente comportamenti nuovi, che a volte sono i comportamenti non più evitati. Queste esperienze, all'interno di un percorso terapeutico e guidato, diventano "esperienze emotive correttive" (come diceva lo psicoanalista Alexander). Ed hanno il potere di trasformare convinzioni precedenti, accrescendo autonomia ed autostima. Penso che sia questo un orientamento giusto per te. Dopo, le consapevolezze si consolidano da sole. Auguri auguri Doc Vittorio C

Dr. Vittorio Cameriero

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psicologo

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ha ragione occorre una valutazione psichiatrica e psicoterapeutica

Dr. Francesco Botti

Dr. Francesco Botti

psichiatra

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Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.