Mi chiamo Sara, ho quasi 26 anni e il mio fidanzato 31, sto vivendo una relazione che da circa un an

20 risposte
Mi chiamo Sara, ho quasi 26 anni e il mio fidanzato 31, sto vivendo una relazione che da circa un anno e mezzo mi provoca confusione, tristezza e una forte stanchezza emotiva, sono anche felice ovviamente, ma ci sono dubbi che non riesco a risolvere.
Scrivo perché non riesco più a capire se il problema sono io, se sto esagerando, o se invece mi sto adattando troppo a una relazione che non mi fa sentire davvero vista e compresa a livello mentale.
Fin dall’inizio io sono stata la parte più coinvolta emotivamente. Avevo paura di perderlo e tendevo a cercarlo molto e a voler risolvere se c'erano discussioni spesso mettendo da parte me stessa pur di non crearne altre. Con il tempo ho cercato di lavorare su questo: oggi sono più paziente, meno impulsiva e meno reattiva rispetto all’inizio. Tuttavia, più cerco di controllarmi, più mi sento spenta e svuotata.

Una delle difficoltà principali riguarda la comunicazione emotiva. Io sento il bisogno di confrontarmi quando qualcosa mi ferisce. Non cerco lo scontro, ma il chiarimento. Lui invece tende a evitare i conflitti: non ama discutere, non ama le domande, non ama parlare di sé. Quando provo a fargli notare qualcosa che mi ha fatta stare male, spesso si chiude, minimizza oppure conclude dicendo frasi come “hai ragione tu”, “basta così”, “non andiamo avanti giorni su ste cose”.
Questo atteggiamento mi fa sentire non ascoltata e non capita, perché la discussione si chiude senza che io mi senta davvero compresa.

Ho notato che per lui “litigare” e “discutere” coincidono, mentre per me sono due cose diverse: discutere significa cercare di capirsi, non attaccarsi. Io non voglio litigare continuamente, ma sento il bisogno di un confronto quando qualcosa si ripete nel tempo.

Un altro aspetto importante è che fa fatica a modificare comportamenti che sa già mi danno fastidio. Un esempio sono i “like” sui social (soprattutto lo scorso anno): anche dopo avergli spiegato che per me erano fonte di disagio, ha fatto fatica a smettere, facendomi sentire esagerata o insicura. Questo mi ha fatto sentire poco considerata nei miei limiti.

In generale, racconta pochissimo di sé, del suo passato, delle sue emozioni. Odia le domande e spesso, quando provo a conoscerlo più a fondo, si infastidisce o si chiude. Questo crea in me una distanza emotiva: mi sembra di stare con una persona che tengo per mano, ma che non mi fa davvero entrare dentro il suo mondo.
Un tema ricorrente nella relazione è lo sbilanciamento negli sforzi. Nella quotidianità e soprattutto nei weekend, sono quasi sempre io a muovermi per vederlo, ad andare a dormire da lui. Da quando vive da solo, lui viene molto raramente da me. Se io non prendo l’iniziativa, spesso lui non propone di vederci. Anche quando discutiamo, non è mai lui a dirmi “vengo da te così ne parliamo”. Al contrario, tende a chiudersi nel silenzio, ad aspettare che passi, oppure a darmi ragione pur di chiudere il discorso e se mi aspetto che venga lui verso di me, sia durante una discussione o vederci normalmente, mi dice che è più comodo stare a casa sua

Questo atteggiamento mi fa sentire sola nella gestione dei problemi di coppia. Ho la sensazione che il peso emotivo della relazione ricada più su di me, mentre lui preferisce evitare qualsiasi tensione, anche a costo di non affrontare davvero ciò che non va.

Nel tempo ho iniziato a chiudermi io per prima, perché so già che parlare con lui spesso porta a un muro o a una chiusura. Ho paura del confronto, perché quando provo ad aprirmi temo che lui si spenga, si allontani o minimizzi. Questo mi porta a trattenermi, a non dire tutto, e a somatizzare molta frustrazione.

In una recente videochiamata, scherzando, mi ha chiesto quando andrò a vivere da lui. Io ho risposto che vorrei sentirmi pronta, sia a livello personale (lavoro, stabilità) sia a livello di coppia. Ho espresso il bisogno di una base emotiva più solida, dove anche lui venga verso di me nei momenti di difficoltà. Lui ha risposto che se me la vivo così, “non me la vivo più”. Questa frase non mi ha rassicurata, anzi mi ha fatta sentire sbagliata nel mio modo di sentire.

Non so più se sto chiedendo troppo o se, al contrario, sto chiedendo il minimo indispensabile in una relazione.
Chiedo aiuto per capire cosa mi sta succedendo, se i miei bisogni sono legittimi e come posso muovermi senza annullarmi ulteriormente.
Dicendo così sembra quasi che lui non faccia niente, lui dimostra molto a gesti, cosa rara oggi, è molto tenero, rispettoso, educato, fisicamente è sempre attaccato a me e sembra davvero un orsacchiotto. Il problema diventa se ci sono discorsi seri, diventa un'altra persona. Mi son posta la domanda, dovessi andar a convivere con lui, quando ci sarà la pioggia starà sotto con me o dovrò cercare l'ombrello da sola?
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Gentile Sara,
da ciò che racconta emerge con molta chiarezza una sofferenza emotiva reale e coerente, non una “esagerazione”. I suoi dubbi non nascono dal nulla, ma da una relazione in cui, nel tempo, lei ha progressivamente ridotto i suoi bisogni emotivi per mantenere il legame, pagando però un prezzo interno molto alto: stanchezza, svuotamento, senso di solitudine pur essendo in coppia.

Un punto centrale riguarda la diversa modalità di gestione delle emozioni e dei conflitti. Lei cerca il confronto per sentirsi compresa e ristabilire vicinanza; il suo partner, invece, tende all’evitamento: chiude, minimizza, “dà ragione” per interrompere il discorso. Questo non è dialogo, è una chiusura che la lascia sola con ciò che sente. Quando il confronto viene sistematicamente evitato, chi ha più bisogno di parlare finisce spesso per zittirsi, adattarsi, spegnersi, proprio come descrive lei.

Anche il tema dei confini (come l’episodio dei social) e quello degli sforzi sbilanciati nella quotidianità sembrano rafforzare la sensazione che il carico emotivo della relazione ricada prevalentemente su di lei. Il fatto che lui dimostri affetto con i gesti e con la presenza fisica non annulla il problema: una relazione sana ha bisogno sia di tenerezza che di disponibilità emotiva nei momenti complessi. Sono due piani diversi, entrambi fondamentali.

La domanda che si pone sulla convivenza è molto significativa e matura: non parla di paura, ma di bisogno di sicurezza emotiva. Chiedersi se, nelle difficoltà, l’altro sarà “sotto la pioggia con lei” è una domanda profondamente legittima.

In sintesi: i suoi bisogni non appaiono eccessivi, ma inermi in una relazione che fatica ad accoglierli. Il rischio, continuando così, è quello di adattarsi sempre di più, perdendo il contatto con se stessa.

Per questo le suggerisco di non restare sola in questa riflessione: un percorso con uno specialista può aiutarla a fare chiarezza sui suoi bisogni, sui suoi limiti e sulle possibilità reali di questa relazione, senza colpevolizzarsi né annullarsi ulteriormente.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

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Gentile Sara,

la stanchezza che provi è il segnale che stai investendo troppe energie nel tentativo di adattarti a un partner che ti offre vicinanza fisica, ma ti nega quella emotiva. Non stai affatto esagerando: il bisogno di essere ascoltata e di sentire reciprocità negli sforzi è il requisito minimo di ogni legame sano. Se per evitare lo scontro arrivi a spegnere te stessa, la relazione smette di essere un rifugio e diventa una fonte di solitudine.

La tua metafora dell’ombrello centra il punto: una convivenza non può reggersi solo sulla tenerezza dei momenti sereni, ma richiede la capacità di restare uniti anche sotto la pioggia dei conflitti. Se lui reagisce ai tuoi bisogni chiudendosi o minimizzando, non sta proteggendo il rapporto, ma sta lasciando a te l’intero carico emotivo. Prima di progettare un futuro insieme, è fondamentale che tu legittimi il tuo sentire: meriti un compagno che non si limiti a tenerti la mano, ma che sia disposto ad abitare davvero il tuo mondo.
Dott. Davide Lanfranchi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Vigevano
Buongiorno Sara. Anzitutto complimenti per l'esposizione delle difficoltà che sente, è stata molto chiara. E'normale sentire stanchezza emotiva quando è spesso lei in prima persona a cercare di chiarire o capire meglio come comportarsi all'interno della relazione. L'impressione è che più lei cerchi di entrare nel mondo del suo compagno, più lui indietreggi o si chiuda, tenendola a distanza dal suo mondo personale. Il dubbio con cui chiude ritengo sia perfettamente sensato, i suoi bisogni sono legittimi e penso faccia bene a volersi confrontare con lui. A volte ha senso fare dei passi indietro quando ci accorgiamo che l'altra persona si chiude o non risponde ripetutamente alle nostre domande. Come esseri umani, abbiamo bisogno di proteggerci dalle invalidazioni emotive e dal non sentirci accolti nei nostri bisogni.
Il punto penso che stia sull'accettazione o meno da parte sua di questi comportamenti da parte del compagno; se li accetta o tollera il modo in cui la fanno sentire. In fin dei conti non possiamo lavorare per qualcun altro, al quale spetta la responsabilità di conoscersi e capire meglio come si ''funziona'' nelle relazioni. Ritengo potrebbe essere utile per lui cominciare un percorso di terapia.

Cordialmente,
Dott. Davide Lanfranchi
Dott.ssa Denise Cavalieri
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Ravenna
Cara Sara,
leggendo le tue parole sento tutta la fatica di chi sta cercando, con grande amore e impegno, di costruire un ponte verso l'altro, trovando però spesso il passaggio sbarrato. Non guarderei a ciò che è 'giusto' o 'sbagliato' in assoluto, ma a come tu e lui co-create la vostra relazione e a quanto spazio c'è per il tuo 'Io' in questo 'Noi'.
Ci sono alcuni punti che vorrei esplorare insieme a te, partendo da ciò che senti:
1. L'adattamento che toglie il respiro
Tu scrivi che più cerchi di controllarti per non creare conflitto, più ti senti 'spenta e svuotata'. Questo è quello che chiamiamo un adattamento creativo che è diventato rigido. All'inizio ti è servito per non perdere l'altro, ma oggi quel silenzio che ti imponi sta diventando una prigione. Stai 'retroflettendo': invece di dirigere la tua energia e i tuoi bisogni verso l'esterno (verso di lui), li ricacci dentro di te, e questo ti porta a somatizzare e a sentirti stanca. La domanda per te è: quale parte di te muore ogni volta che scegli il silenzio per mantenere la pace?
2. Il confine di contatto: parole vs gesti
Sembra che tra voi ci sia una discrepanza nel modo di 'incontrarvi'.
Lui ti cerca nel contatto fisico (l'orsacchiotto), ma si ritira quando il contatto diventa verbale o emotivo.
È come se aveste due linguaggi diversi: lui si ferma alla superficie della pelle, tu hai bisogno di un incontro tra anime. Quando lui dice 'non me la vivo più', sta mettendo un confine netto che ti impedisce di entrare. Questo tuo sentirti 'non vista' non è un'esagerazione: è il tuo organismo che ti segnala che manca nutrimento emotivo in quella zona della relazione.
3. La polarità tra 'accudente' e 'bisognosa'
Ti sei fatta carico di quasi tutto il peso logistico ed emotivo (vai sempre tu da lui, cerchi tu il chiarimento). In questo modo, lo hai abituato a un ruolo passivo. Se tu occupi tutto lo spazio del 'fare' e del 'risolvere', per lui non resta spazio per muoversi verso di te.
La tua paura che lui si allontani se tu ti fermi è reale, ma restare nell'ombrello da sola ti sta logorando.
4. I tuoi bisogni sono legittimi?
Ogni bisogno è un'espressione della tua esistenza. Chiedere reciprocità, ascolto e presenza non è 'troppo': è la base per un contatto sano. La sensazione di essere 'sbagliata' nasce dal fatto che lui non convalida il tuo sentire. Ma la tua verità non dipende dalla sua approvazione.
Un esperimento per te:
Prova, per un momento, a chiudere gli occhi e a sentire questa 'stanchezza' nel corpo. Dove la senti? Nel petto? Nelle spalle? Respira dentro quella sensazione. Se quella stanchezza potesse parlare, cosa direbbe al tuo fidanzato in questo momento, senza filtri e senza paura di perderlo?
Sara, il tuo dubbio sulla convivenza è molto saggio: una casa non si regge solo sulla tenerezza dei momenti sereni, ma sulla capacità di stare insieme sotto la pioggia.
Se lui non è disposto a tenere l'ombrello con te ora, la convivenza rischia di diventare un luogo dove ti sentirai ancora più sola, ma con meno vie di fuga.
Il mio invito è di iniziare a restituirgli la sua parte di responsabilità. Smettere di andare sempre tu verso di lui non è un atto di guerra, ma un esperimento per vedere se, lasciato il vuoto, lui deciderà di riempirlo o meno. Hai il diritto di abitare una relazione dove non devi rimpicciolirti per poter entrare."
Con affetto Denise
Dott.ssa Marzia Sellini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno Sara,
le sue domande e i suoi dubbi sono più che legittimi, oggi le conoscenze sviluppate in merito alla relazione di coppia dalla scienza psicologica, possono risultare utili per risolverli e avere qualche certezza in più.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Marzia Sellini
Dott.ssa Greta Pisano
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
La ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata. Da ciò che descrive emergono bisogni emotivi chiari e legittimi, in particolare di ascolto, reciprocità e sicurezza nel confronto. La stanchezza e la confusione che prova sembrano legate più a uno sbilanciamento nella gestione emotiva della relazione che a un suo “esagerare”.

Per comprendere meglio cosa le sta accadendo e come muoversi senza annullarsi, sarebbe utile approfondire questi aspetti insieme. Resto quindi disponibile per un colloquio conoscitivo.

un saluto,
dott.ssa G. Pisano
Dott.ssa Maria Rosa Biondo
Psicologo, Psicoterapeuta
Vizzini
Cara Sara,
leggendo le tue parole ai sente quanto tu stia cercando di proteggere questo legame, ma anche quanto sia faticoso farlo da sola. E' normale sentirsi smarrite quando il partner è presente nei momenti di dolcezza, ma diventa un muro quando subentra la complessità emotiva.
Voglio dirti una cosa importante: non stai chiedendo troppo. Chiedere di essere ascoltati e di non sentirsi soli davanti ai problemi non è un lusso, è l'ABC di una storia d'amore sana. Quando ti dice:" se la vivi così, non me la vivo più" sta usando una difesa che sposta tutta la colpa su di te, facendoti sentire sbagliata o pesante, ma esprimere un bisogno non è una colpa.
Il punto è che la dolcezza e i gesti carini sono belli, ma non bastano a costruire un futuro. La tua domanda sull'ombrello descrive perfettamente la paura che, nel momento del bisogno vero, tu possa ritrovarti sola a gestire tutto il carico.
Al momento per evitare che lui si allontani, tu ti stai annullando. Ma quanto può durare una relazione se per farla funzionare devi smettere di essere te stessa e iniziare a nascondere ciò che provi?
Il mio consiglio per un piccolo passo è: prova a non pensare a ciò che non va in lui, ma concentrati su di te. Prova a dirgli in un momento di calma: "mi manca poterti raccontare tutto ciò che ho dentro senza avere paura di perderti". Se anche davanti a questa vulnerabilità lui continua ad alzare un muro, allora avrai una risposta molto chiara su quanto lui sia disposto a camminare davvero al tuo fianco.
Dott.ssa Ilaria Innocenti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Firenze
Cara Sara, non è mai sbagliato il proprio modo di sentire, anzi è molto importante ascoltarsi. Se la storia con il tuo ragazzo non ti soddisfa e non ti fa stare bene le ragioni possono essere varie: lui non è adatto a te (non c'è giudizio né nei tuoi né nei suoi confronti: non tutti siamo affini) oppure lui è adatto a te ma metti in atto un autosabotaggio (a volte, si combatte proprio ciò che ci fa stare bene, perché intervengono nostre angosce che hanno origine ben più antica rispetto a questa relazione). In generale, ci si può sempre domandare come mai si sceglie un certo tipo di persona, soprattutto se è molto diversa da noi e poi la sua differenza magari ci risulta poco tollerabile. Comprendo di aver posto delle questioni "da psicoterapia", ma quando una situazione genera molto peso emotivo e non si è convinti di una decisione da prendere, credo sia utile soffermarsi e approfondire cosa ci sta dietro. Spero di esserti stata d'aiuto almeno un po'. Un saluto, Ilaria Innocenti
Dott.ssa Noemi Maccariello
Psicoterapeuta, Psicologo
Santa Maria Capua Vetere
Salve Sara. Sembra che la relazione improntata in questo modo, senza uno scambio emotivo profondo, le generi molta insicurezza. Si chieda come mai ha "paura di perderlo"? Come mai sente di doversi "controllare"? Come mai la infastidisce se mette dei "like"?
Le relazioni e le persone che ci scegliamo, non sono mai casuali; forse deve "accorgersi" di se stessa e di qualche parte di sè che tiene nascosta o bada. Sarebbe interessante andare più in profondità dentro se stessa per comprendere meglio questa dinamica. Intanto le auguro di poter portare fuori ciò che sente senza remore e senza paure, perchè ne ha il diritto! I
Cara Sara,
leggendo quello che scrivi si avverte con molta chiarezza quanto tu stia cercando, da tempo, di tenere insieme due movimenti opposti: da una parte il legame, l’affetto, la tenerezza reale che senti e che riconosci nel tuo fidanzato; dall’altra una fatica profonda, che non è solo stanchezza ma un senso di svuotamento, come se per restare nella relazione tu avessi dovuto progressivamente ridurre parti di te.
La confusione che descrivi non è un segnale di debolezza né di “esagerazione”. Spesso nasce proprio quando una persona prova ad adattarsi molto, forse troppo, nel tentativo di non perdere l’altro. Tu racconti che all’inizio eri più coinvolta, più bisognosa, più spaventata all’idea di perderlo, e che col tempo hai lavorato su questo, diventando più contenuta, più paziente, meno reattiva. Ma è interessante che il risultato non sia stato un maggiore benessere, bensì una sensazione di spegnimento. Come se il prezzo di questo controllo fosse stato rinunciare a una parte viva di te.
Dal punto di vista psicoanalitico, il tema che attraversa tutto il tuo racconto è quello del contatto emotivo. Tu sembri cercare un incontro che non sia solo corporeo o quotidiano, ma mentale, simbolico: il sentirti pensata, capita, accolta anche quando porti un disagio. Lui, invece, sembra vivere il confronto emotivo come qualcosa di minaccioso, da evitare, da chiudere in fretta. Non è tanto una questione di giusto o sbagliato, ma di linguaggi affettivi diversi, che rischiano però di produrre un forte squilibrio.
Quando lui dice “hai ragione tu” o “basta così”, non sembra davvero riconoscerti, quanto piuttosto cercare di spegnere la tensione. E tu, restando con un’emozione che non trova parola dall’altra parte, rimani sola con ciò che senti. È comprensibile che, col tempo, questo produca ritiro, paura di parlare, somatizzazione. Non perché tu sia “troppo sensibile”, ma perché il tuo bisogno di essere vista non trova uno spazio stabile dove posarsi.
Colpisce anche il tema dello spostamento: sei quasi sempre tu a muoverti, ad andare verso di lui, ad prendere iniziativa. Questo movimento fisico sembra rispecchiare un movimento psichico più profondo: sei tu che vai incontro, che cerchi, che reggi, che provi a tenere insieme. E quando ti chiedi, pensando alla convivenza, se “quando pioverà starà sotto con te”, stai forse dando voce a una domanda che va oltre il presente: posso contare su di lui quando la relazione entrerà in zone meno comode, meno leggere, meno evitabili?
Forse il dubbio che ti abita non riguarda tanto se stai chiedendo troppo o troppo poco, ma se stai chiedendo qualcosa a una persona che, per come è strutturata oggi, può davvero incontrarti su quel piano. E ancora: quanto di quello che stai vivendo ti è familiare? Quanto questo adattarti, questo trattenerti, questo aver paura che l’altro si spenga se tu parli, assomiglia a modalità che hai già conosciuto altrove, prima di lui?
Il fatto che tu riconosca le sue qualità, la sua dolcezza, il suo esserci fisico, rende il conflitto ancora più doloroso. Perché non stai parlando di una relazione “sbagliata”, ma di una relazione in cui qualcosa di essenziale per te resta fuori campo. E quando dici che nei discorsi seri “diventa un’altra persona”, forse stai cogliendo proprio il punto: lì, dove per te si gioca l’intimità più profonda, lui non riesce a restare.
Non c’è una risposta immediata su cosa fare. Ma forse può essere utile continuare a interrogarti non su chi ha torto o ragione, ma su cosa ti sta succedendo: che effetto ha su di te dover continuamente modulare i tuoi bisogni? Che immagine di te stai costruendo restando in questa posizione? E che tipo di legame desideri davvero, al di là della paura di perdere questa relazione?
A volte la confusione è il modo in cui la psiche segnala che qualcosa di importante chiede ascolto, prima ancora di una decisione. E il fatto che tu stia cercando di dare parola a tutto questo è già un primo passo per non annullarti ulteriormente.
Un caro saluto,
Dott.ssa Raffaella Pia Testa
Dott.ssa Maria Carla del Vaglio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Napoli
Gentile Sara,
da ciò che descrive emerge un vissuto di profonda stanchezza emotiva, più che una semplice fase di dubbio. La confusione che prova non sembra derivare da una sua “esagerazione”, ma dal tentativo prolungato di adattarsi a una relazione in cui i bisogni emotivi dei partner appaiono molto diversi.

Lei descrive un lavoro importante su di sé: ha ridotto l’impulsività, ha imparato a contenersi, a non cercare il confronto in modo reattivo. Tuttavia, quando il contenimento diventa costante rinuncia a sé stessa, il risultato non è equilibrio, ma svuotamento. Questo è un segnale clinicamente rilevante: una relazione che richiede di spegnere parti di sé per poter funzionare genera, nel tempo, tristezza e senso di solitudine, anche in presenza di affetto e tenerezza.

Un nodo centrale riguarda la comunicazione emotiva. Per lei discutere significa cercare comprensione e riparazione del legame; per il suo partner, invece, il confronto viene vissuto come conflitto da evitare. Questa differenza non è di per sé patologica, ma diventa problematica quando uno dei due si ritrova sistematicamente non ascoltato. Le risposte che lei riporta (“hai ragione tu”, “basta così”) chiudono formalmente il dialogo senza offrire un reale riconoscimento emotivo, lasciandola sola con ciò che sente.

Anche il tema dello sbilanciamento negli sforzi appare significativo. Non si tratta solo di chi si sposta fisicamente, ma di chi si muove emotivamente verso l’altro. Quando il peso della cura della relazione ricade quasi sempre su una sola persona, è comprensibile che emergano frustrazione, ritiro e somatizzazione.

È importante sottolineare che il fatto che il suo partner sia affettuoso, rispettoso e presente sul piano fisico non invalida le sue difficoltà. Le relazioni non si nutrono solo di gesti, ma anche di disponibilità a stare nei momenti di “pioggia”, come lei stessa ha efficacemente rappresentato. La sua domanda sulla convivenza non è un’anticipazione catastrofica, ma una riflessione matura sulla tenuta emotiva del legame.

I suoi bisogni non appaiono eccessivi: chiedere ascolto, reciprocità e possibilità di confronto rientra nel minimo indispensabile di una relazione sufficientemente sicura. Il punto non è stabilire chi ha torto o ragione, ma riconoscere che, allo stato attuale, lei sta pagando un costo emotivo elevato per mantenere l’equilibrio di coppia.

Un percorso psicologico individuale potrebbe aiutarla a chiarire meglio i suoi bisogni, i suoi limiti e a capire se questa relazione può evolvere verso una maggiore reciprocità o se, invece, il rischio è quello di continuare ad adattarsi perdendo progressivamente contatto con sé stessa. Non per cambiare lui, ma per capire cosa è sostenibile per lei.

Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti.
Dott.ssa Mariella Schwederski
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Seriate
Buongiorno Sara,
grazie per aver affidato a noi un pezzettino della sua storia.
Mi sembra di comprendere che si stia ponendo molte domande sulle relazioni, non solo in termini di “coppia”, ma a un livello più profondo: come mi muovo nelle relazioni?
Si tratta di interrogativi importanti, che possono aiutarla a prendere maggiore consapevolezza dei propri bisogni e desideri e, in un secondo momento, a compiere scelte che tengano insieme la dimensione razionale e quella emotiva.
Non esistono risposte universali alle domande che pone, perché ognuno di noi è unico: ciò che funziona per una persona può non essere adatto per un’altra. Attraverso un percorso di psicoterapia sarebbe possibile esplorare insieme le sue specificità e comprendere quale modalità relazionale sia più in linea con il suo modo di essere.
Le auguro il meglio.
Dott.ssa Mariella
Dott.ssa Enrica Casalvieri
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Roma
Il primo passo lo ha fatto: si è ascoltata. Dal suo racconto emerge una dinamica relazionale che si ripete nel tempo e che la porta a rinunciare a parti importanti di sé, ha imparato a controllarsi, a non disturbare e si è fatta carico dell'aspetto emotivo della coppia per paura di perderlo. Ma questo ha un prezzo: sente che sta spegnendosi.
Mentre lei è partecipe emotivamente al legame, cerca il confronto, la parola, lui evita il conflitto, preferisce la chiusura, si ritira. Il suo comportamento sembra un meccanismo difensivo quando dice:"hai ragione tu"o "basta così" sta interrompendo il legame perché diventa troppo impegnativo. Spesso con una persona che evita troppe spiegazioni peggiorano la chiusura, dovrebbe comunicare con lui in maniera più ferma e semplice non negoziabile. In una comunicazione adulta si elicita un bisogno e si osserva quello che accade. Quando comunica il suo bisogno di averlo attivo emotivamente non lo sta accusando sta semplicemente evidenziando la realtà. E' importante che lei non perda se stessa mentre cerca di capire se è una relazione che può reggere e che significa proteggersi emotivamente senza però chiudersi. Sarebbe opportuno crearsi uno spazio personale, un luogo dove poter essere ascoltata ( amiche, lavoro ecc), in modo che lui non risulti l'unico canale per ogni sua tensione emotiva. Può non decidere ora di convivere e comunque continuare ad amarlo, spesso la convivenza amplifica i funzionamenti, non li risolve.
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

lei è portatrice di una istanza di coppia ed è in un percorso di coppia che andrebbero affrontate le tematiche qui riportate. Ne parli anche con il suo compagno, sarebbe una occasione di crescita per entrambi.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Elisa Oliveri
Psicoterapeuta, Psicologo
Torino
Cara Sara,
da quanto racconti sembrerebbe esistere uno sbilanciamento di investimento emotivo tra te e il tuo ragazzo: minimizza il tuo sentire, sei sempre tu a andare a casa sua, evita il confronto e ti domandi, con l'ultima domanda, se ti troverai, una volta andati a convivere, a gestire tutto da sola. Credo che i tuoi dubbi siano legittimi e forse dovresti cercare di parlarne con lui in modo pacato e franco.
Ti consiglierei inoltre di intraprendere un percorso di terapia per capire se questa relazione sia per te nutritiva o invece fonte di insicurezza. Ti auguro buona vita.
Dr. Stefano Pischiutta
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
È evidente che lei il suo fidanzato siete su due piani diversi sia di intelligenza emotiva che di capacità di confrontarsi sui temi emotivi. Cosa è meglio fare in questo caso? Lavorare su di sé o cercare di far sì che l’altro cambi? La soluzione migliore è sempre cominciare a lavorare su di sé, soprattutto se si è in una relazione dove non ci si sente compresi, e poiché è quasi impossibile far cambiare un'altra persona a meno che non lo voglia, il lavoro più fruttuoso è quello di cominciare da se stessi. Lavorando su se stessi infatti si può capire che, ad esempio, si stanno avendo aspettative troppo alte rispetto a quella persona; ovvero, si può arrivare a capire che quella persona non è in grado, anche volendolo, di comprenderci. Forse, può essere utile sorvolare su questioni che l’altro non riesce ad affrontare, magari lasciargli il tempo di elaborare e aspettare che torni lui sulla questione con nuove consapevolezze o proposte. Il tempo per il chiarimento di alcune questioni spinose non dovrebbe prendere la maggior parte del tempo in cui si sta insieme; la relazione dovrebbe scorrere in modo fluido. Magari, talvolta ci possono essere degli intoppi o delle incomprensioni, ma fermarsi sullo scoglio dell'altro che non cambia non fa altro che inasprire la resistenza dell'altro e la propria frustrazione nell'attendersi che l'altro cambi.
Dott. Emiliano Perulli
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Lecce
Gentile,
Quello che descrive è un vissuto relazionale molto articolato, in cui bisogni diversi convivono e a volte entrano in conflitto: da una parte il desiderio di vicinanza, dialogo e reciprocità emotiva, dall’altra la sensazione di doversi trattenere per non incontrare chiusure o silenzi. È comprensibile che questo generi confusione e stanchezza, perché quando in una relazione una persona tende a esprimersi e l’altra tende a evitare il confronto, si crea facilmente uno sbilanciamento che pesa soprattutto su chi prova a tenere aperto il dialogo.
In questi casi non si tratta di stabilire chi ha ragione o torto, ma di comprendere meglio quali sono i suoi bisogni, come si attivano nelle dinamiche di coppia e cosa succede dentro di lei quando non trova una risposta che la faccia sentire vista e raggiunta.
Un percorso psicoterapeutico può aiutarla a esplorare questi aspetti con maggiore chiarezza, a riconoscere cosa le appartiene e cosa invece nasce dalla dinamica relazionale, e a capire come muoversi senza rinunciare a parti importanti di sé.
Dott.ssa Gabriella Elmo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Cara penso che Lei in prima persona debba crearsi un ombrello emotivo e non contare sempre e troppo sulla protezione degli altri. E credo sia successo proprio questo. Si è appoggiata molto al Suo fidanzato, quasi annullandosi pur di mantenere il legame con lui. Nel fondo si intuisce l'angoscia di essere abbandonata e la necessità di compiacere l'altro. Ma questo non può portarLa alla felicità! Sarebbe utile fare una psicoterapia per acquistare un maggiore senso di sicurezza ed anche maggiore inipendenza affettiva. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Ciao Sara, grazie per aver raccontato la sua esperienza. In generale costruire una relazione di coppia può essere impegnativo, soprattutto se a distanza, in quanto si tratta di due individualità che si incontrano e che devono imparare a condividere la propria emotività e la propria storia e soprattutto lavorare insieme per costruirne una nuova di coppia. Questo aspetto può risultare complesso soprattutto se non ci si sente pienamente compresi e accolti; quindi credo possa essere d'aiuto provare ad iniziare un percorso psicologico di coppia così da avere uno spazio protetto di condivisione e riflessione, nel quale entrambi i membri della coppia possano sentirsi ascoltati.
Un caro saluto
Dr. Lorenzo Cella
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
La domanda che porta — "il problema sono io o la relazione?" — è una delle più comuni e al tempo stesso più dolorose che una persona possa porsi quando è dentro una dinamica di coppia sbilanciata. La risposta onesta è che raramente il problema è "solo" una delle due cose.

Quello che descrive sul piano comunicativo ha una sua logica precisa. Lei ha un bisogno profondo di connessione emotiva — il confronto, per lei, non è attacco ma avvicinamento. È il modo in cui elabora le esperienze, si sente vista, costruisce intimità.

C'è una dinamica che lei descrive con grande precisione e che merita attenzione: più lei cerca connessione, più lui si chiude; più lui si chiude, più lei sente il bisogno di cercare. È un circolo che si autoalimenta, in cui entrambi finiscono per sentirsi incompresi — lei perché non ottiene risposta, lui probabilmente perché vive ogni richiesta come una pressione difficile da sostenere.

La scelta che ha fatto di diventare "meno reattiva, più paziente" è comprensibile — nasce dal desiderio di non perdere la relazione. Ma c'è un costo che lei stessa identifica con esattezza: sentirsi spenta, svuotata. Quando moduliamo continuamente le nostre emozioni non per crescere ma per adattarci all'altro, finiamo per perdere contatto con noi stesse.

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