Mi chiamo Sara, ho quasi 26 anni e il mio fidanzato 31, sto vivendo una relazione che da circa un an
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Mi chiamo Sara, ho quasi 26 anni e il mio fidanzato 31, sto vivendo una relazione che da circa un anno e mezzo mi provoca confusione, tristezza e una forte stanchezza emotiva, sono anche felice ovviamente, ma ci sono dubbi che non riesco a risolvere.
Scrivo perché non riesco più a capire se il problema sono io, se sto esagerando, o se invece mi sto adattando troppo a una relazione che non mi fa sentire davvero vista e compresa a livello mentale.
Fin dall’inizio io sono stata la parte più coinvolta emotivamente. Avevo paura di perderlo e tendevo a cercarlo molto e a voler risolvere se c'erano discussioni spesso mettendo da parte me stessa pur di non crearne altre. Con il tempo ho cercato di lavorare su questo: oggi sono più paziente, meno impulsiva e meno reattiva rispetto all’inizio. Tuttavia, più cerco di controllarmi, più mi sento spenta e svuotata.
Una delle difficoltà principali riguarda la comunicazione emotiva. Io sento il bisogno di confrontarmi quando qualcosa mi ferisce. Non cerco lo scontro, ma il chiarimento. Lui invece tende a evitare i conflitti: non ama discutere, non ama le domande, non ama parlare di sé. Quando provo a fargli notare qualcosa che mi ha fatta stare male, spesso si chiude, minimizza oppure conclude dicendo frasi come “hai ragione tu”, “basta così”, “non andiamo avanti giorni su ste cose”.
Questo atteggiamento mi fa sentire non ascoltata e non capita, perché la discussione si chiude senza che io mi senta davvero compresa.
Ho notato che per lui “litigare” e “discutere” coincidono, mentre per me sono due cose diverse: discutere significa cercare di capirsi, non attaccarsi. Io non voglio litigare continuamente, ma sento il bisogno di un confronto quando qualcosa si ripete nel tempo.
Un altro aspetto importante è che fa fatica a modificare comportamenti che sa già mi danno fastidio. Un esempio sono i “like” sui social (soprattutto lo scorso anno): anche dopo avergli spiegato che per me erano fonte di disagio, ha fatto fatica a smettere, facendomi sentire esagerata o insicura. Questo mi ha fatto sentire poco considerata nei miei limiti.
In generale, racconta pochissimo di sé, del suo passato, delle sue emozioni. Odia le domande e spesso, quando provo a conoscerlo più a fondo, si infastidisce o si chiude. Questo crea in me una distanza emotiva: mi sembra di stare con una persona che tengo per mano, ma che non mi fa davvero entrare dentro il suo mondo.
Un tema ricorrente nella relazione è lo sbilanciamento negli sforzi. Nella quotidianità e soprattutto nei weekend, sono quasi sempre io a muovermi per vederlo, ad andare a dormire da lui. Da quando vive da solo, lui viene molto raramente da me. Se io non prendo l’iniziativa, spesso lui non propone di vederci. Anche quando discutiamo, non è mai lui a dirmi “vengo da te così ne parliamo”. Al contrario, tende a chiudersi nel silenzio, ad aspettare che passi, oppure a darmi ragione pur di chiudere il discorso e se mi aspetto che venga lui verso di me, sia durante una discussione o vederci normalmente, mi dice che è più comodo stare a casa sua
Questo atteggiamento mi fa sentire sola nella gestione dei problemi di coppia. Ho la sensazione che il peso emotivo della relazione ricada più su di me, mentre lui preferisce evitare qualsiasi tensione, anche a costo di non affrontare davvero ciò che non va.
Nel tempo ho iniziato a chiudermi io per prima, perché so già che parlare con lui spesso porta a un muro o a una chiusura. Ho paura del confronto, perché quando provo ad aprirmi temo che lui si spenga, si allontani o minimizzi. Questo mi porta a trattenermi, a non dire tutto, e a somatizzare molta frustrazione.
In una recente videochiamata, scherzando, mi ha chiesto quando andrò a vivere da lui. Io ho risposto che vorrei sentirmi pronta, sia a livello personale (lavoro, stabilità) sia a livello di coppia. Ho espresso il bisogno di una base emotiva più solida, dove anche lui venga verso di me nei momenti di difficoltà. Lui ha risposto che se me la vivo così, “non me la vivo più”. Questa frase non mi ha rassicurata, anzi mi ha fatta sentire sbagliata nel mio modo di sentire.
Non so più se sto chiedendo troppo o se, al contrario, sto chiedendo il minimo indispensabile in una relazione.
Chiedo aiuto per capire cosa mi sta succedendo, se i miei bisogni sono legittimi e come posso muovermi senza annullarmi ulteriormente.
Dicendo così sembra quasi che lui non faccia niente, lui dimostra molto a gesti, cosa rara oggi, è molto tenero, rispettoso, educato, fisicamente è sempre attaccato a me e sembra davvero un orsacchiotto. Il problema diventa se ci sono discorsi seri, diventa un'altra persona. Mi son posta la domanda, dovessi andar a convivere con lui, quando ci sarà la pioggia starà sotto con me o dovrò cercare l'ombrello da sola?
Scrivo perché non riesco più a capire se il problema sono io, se sto esagerando, o se invece mi sto adattando troppo a una relazione che non mi fa sentire davvero vista e compresa a livello mentale.
Fin dall’inizio io sono stata la parte più coinvolta emotivamente. Avevo paura di perderlo e tendevo a cercarlo molto e a voler risolvere se c'erano discussioni spesso mettendo da parte me stessa pur di non crearne altre. Con il tempo ho cercato di lavorare su questo: oggi sono più paziente, meno impulsiva e meno reattiva rispetto all’inizio. Tuttavia, più cerco di controllarmi, più mi sento spenta e svuotata.
Una delle difficoltà principali riguarda la comunicazione emotiva. Io sento il bisogno di confrontarmi quando qualcosa mi ferisce. Non cerco lo scontro, ma il chiarimento. Lui invece tende a evitare i conflitti: non ama discutere, non ama le domande, non ama parlare di sé. Quando provo a fargli notare qualcosa che mi ha fatta stare male, spesso si chiude, minimizza oppure conclude dicendo frasi come “hai ragione tu”, “basta così”, “non andiamo avanti giorni su ste cose”.
Questo atteggiamento mi fa sentire non ascoltata e non capita, perché la discussione si chiude senza che io mi senta davvero compresa.
Ho notato che per lui “litigare” e “discutere” coincidono, mentre per me sono due cose diverse: discutere significa cercare di capirsi, non attaccarsi. Io non voglio litigare continuamente, ma sento il bisogno di un confronto quando qualcosa si ripete nel tempo.
Un altro aspetto importante è che fa fatica a modificare comportamenti che sa già mi danno fastidio. Un esempio sono i “like” sui social (soprattutto lo scorso anno): anche dopo avergli spiegato che per me erano fonte di disagio, ha fatto fatica a smettere, facendomi sentire esagerata o insicura. Questo mi ha fatto sentire poco considerata nei miei limiti.
In generale, racconta pochissimo di sé, del suo passato, delle sue emozioni. Odia le domande e spesso, quando provo a conoscerlo più a fondo, si infastidisce o si chiude. Questo crea in me una distanza emotiva: mi sembra di stare con una persona che tengo per mano, ma che non mi fa davvero entrare dentro il suo mondo.
Un tema ricorrente nella relazione è lo sbilanciamento negli sforzi. Nella quotidianità e soprattutto nei weekend, sono quasi sempre io a muovermi per vederlo, ad andare a dormire da lui. Da quando vive da solo, lui viene molto raramente da me. Se io non prendo l’iniziativa, spesso lui non propone di vederci. Anche quando discutiamo, non è mai lui a dirmi “vengo da te così ne parliamo”. Al contrario, tende a chiudersi nel silenzio, ad aspettare che passi, oppure a darmi ragione pur di chiudere il discorso e se mi aspetto che venga lui verso di me, sia durante una discussione o vederci normalmente, mi dice che è più comodo stare a casa sua
Questo atteggiamento mi fa sentire sola nella gestione dei problemi di coppia. Ho la sensazione che il peso emotivo della relazione ricada più su di me, mentre lui preferisce evitare qualsiasi tensione, anche a costo di non affrontare davvero ciò che non va.
Nel tempo ho iniziato a chiudermi io per prima, perché so già che parlare con lui spesso porta a un muro o a una chiusura. Ho paura del confronto, perché quando provo ad aprirmi temo che lui si spenga, si allontani o minimizzi. Questo mi porta a trattenermi, a non dire tutto, e a somatizzare molta frustrazione.
In una recente videochiamata, scherzando, mi ha chiesto quando andrò a vivere da lui. Io ho risposto che vorrei sentirmi pronta, sia a livello personale (lavoro, stabilità) sia a livello di coppia. Ho espresso il bisogno di una base emotiva più solida, dove anche lui venga verso di me nei momenti di difficoltà. Lui ha risposto che se me la vivo così, “non me la vivo più”. Questa frase non mi ha rassicurata, anzi mi ha fatta sentire sbagliata nel mio modo di sentire.
Non so più se sto chiedendo troppo o se, al contrario, sto chiedendo il minimo indispensabile in una relazione.
Chiedo aiuto per capire cosa mi sta succedendo, se i miei bisogni sono legittimi e come posso muovermi senza annullarmi ulteriormente.
Dicendo così sembra quasi che lui non faccia niente, lui dimostra molto a gesti, cosa rara oggi, è molto tenero, rispettoso, educato, fisicamente è sempre attaccato a me e sembra davvero un orsacchiotto. Il problema diventa se ci sono discorsi seri, diventa un'altra persona. Mi son posta la domanda, dovessi andar a convivere con lui, quando ci sarà la pioggia starà sotto con me o dovrò cercare l'ombrello da sola?
Gentile Sara,
da ciò che racconta emerge con molta chiarezza una sofferenza emotiva reale e coerente, non una “esagerazione”. I suoi dubbi non nascono dal nulla, ma da una relazione in cui, nel tempo, lei ha progressivamente ridotto i suoi bisogni emotivi per mantenere il legame, pagando però un prezzo interno molto alto: stanchezza, svuotamento, senso di solitudine pur essendo in coppia.
Un punto centrale riguarda la diversa modalità di gestione delle emozioni e dei conflitti. Lei cerca il confronto per sentirsi compresa e ristabilire vicinanza; il suo partner, invece, tende all’evitamento: chiude, minimizza, “dà ragione” per interrompere il discorso. Questo non è dialogo, è una chiusura che la lascia sola con ciò che sente. Quando il confronto viene sistematicamente evitato, chi ha più bisogno di parlare finisce spesso per zittirsi, adattarsi, spegnersi, proprio come descrive lei.
Anche il tema dei confini (come l’episodio dei social) e quello degli sforzi sbilanciati nella quotidianità sembrano rafforzare la sensazione che il carico emotivo della relazione ricada prevalentemente su di lei. Il fatto che lui dimostri affetto con i gesti e con la presenza fisica non annulla il problema: una relazione sana ha bisogno sia di tenerezza che di disponibilità emotiva nei momenti complessi. Sono due piani diversi, entrambi fondamentali.
La domanda che si pone sulla convivenza è molto significativa e matura: non parla di paura, ma di bisogno di sicurezza emotiva. Chiedersi se, nelle difficoltà, l’altro sarà “sotto la pioggia con lei” è una domanda profondamente legittima.
In sintesi: i suoi bisogni non appaiono eccessivi, ma inermi in una relazione che fatica ad accoglierli. Il rischio, continuando così, è quello di adattarsi sempre di più, perdendo il contatto con se stessa.
Per questo le suggerisco di non restare sola in questa riflessione: un percorso con uno specialista può aiutarla a fare chiarezza sui suoi bisogni, sui suoi limiti e sulle possibilità reali di questa relazione, senza colpevolizzarsi né annullarsi ulteriormente.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
da ciò che racconta emerge con molta chiarezza una sofferenza emotiva reale e coerente, non una “esagerazione”. I suoi dubbi non nascono dal nulla, ma da una relazione in cui, nel tempo, lei ha progressivamente ridotto i suoi bisogni emotivi per mantenere il legame, pagando però un prezzo interno molto alto: stanchezza, svuotamento, senso di solitudine pur essendo in coppia.
Un punto centrale riguarda la diversa modalità di gestione delle emozioni e dei conflitti. Lei cerca il confronto per sentirsi compresa e ristabilire vicinanza; il suo partner, invece, tende all’evitamento: chiude, minimizza, “dà ragione” per interrompere il discorso. Questo non è dialogo, è una chiusura che la lascia sola con ciò che sente. Quando il confronto viene sistematicamente evitato, chi ha più bisogno di parlare finisce spesso per zittirsi, adattarsi, spegnersi, proprio come descrive lei.
Anche il tema dei confini (come l’episodio dei social) e quello degli sforzi sbilanciati nella quotidianità sembrano rafforzare la sensazione che il carico emotivo della relazione ricada prevalentemente su di lei. Il fatto che lui dimostri affetto con i gesti e con la presenza fisica non annulla il problema: una relazione sana ha bisogno sia di tenerezza che di disponibilità emotiva nei momenti complessi. Sono due piani diversi, entrambi fondamentali.
La domanda che si pone sulla convivenza è molto significativa e matura: non parla di paura, ma di bisogno di sicurezza emotiva. Chiedersi se, nelle difficoltà, l’altro sarà “sotto la pioggia con lei” è una domanda profondamente legittima.
In sintesi: i suoi bisogni non appaiono eccessivi, ma inermi in una relazione che fatica ad accoglierli. Il rischio, continuando così, è quello di adattarsi sempre di più, perdendo il contatto con se stessa.
Per questo le suggerisco di non restare sola in questa riflessione: un percorso con uno specialista può aiutarla a fare chiarezza sui suoi bisogni, sui suoi limiti e sulle possibilità reali di questa relazione, senza colpevolizzarsi né annullarsi ulteriormente.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
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Gentile Sara,
la stanchezza che provi è il segnale che stai investendo troppe energie nel tentativo di adattarti a un partner che ti offre vicinanza fisica, ma ti nega quella emotiva. Non stai affatto esagerando: il bisogno di essere ascoltata e di sentire reciprocità negli sforzi è il requisito minimo di ogni legame sano. Se per evitare lo scontro arrivi a spegnere te stessa, la relazione smette di essere un rifugio e diventa una fonte di solitudine.
La tua metafora dell’ombrello centra il punto: una convivenza non può reggersi solo sulla tenerezza dei momenti sereni, ma richiede la capacità di restare uniti anche sotto la pioggia dei conflitti. Se lui reagisce ai tuoi bisogni chiudendosi o minimizzando, non sta proteggendo il rapporto, ma sta lasciando a te l’intero carico emotivo. Prima di progettare un futuro insieme, è fondamentale che tu legittimi il tuo sentire: meriti un compagno che non si limiti a tenerti la mano, ma che sia disposto ad abitare davvero il tuo mondo.
la stanchezza che provi è il segnale che stai investendo troppe energie nel tentativo di adattarti a un partner che ti offre vicinanza fisica, ma ti nega quella emotiva. Non stai affatto esagerando: il bisogno di essere ascoltata e di sentire reciprocità negli sforzi è il requisito minimo di ogni legame sano. Se per evitare lo scontro arrivi a spegnere te stessa, la relazione smette di essere un rifugio e diventa una fonte di solitudine.
La tua metafora dell’ombrello centra il punto: una convivenza non può reggersi solo sulla tenerezza dei momenti sereni, ma richiede la capacità di restare uniti anche sotto la pioggia dei conflitti. Se lui reagisce ai tuoi bisogni chiudendosi o minimizzando, non sta proteggendo il rapporto, ma sta lasciando a te l’intero carico emotivo. Prima di progettare un futuro insieme, è fondamentale che tu legittimi il tuo sentire: meriti un compagno che non si limiti a tenerti la mano, ma che sia disposto ad abitare davvero il tuo mondo.
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