Ho affrontato più percorsi di terapia diversi ma mi assilla sempre un pensiero: potrò diventare prod
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risposte
Ho affrontato più percorsi di terapia diversi ma mi assilla sempre un pensiero: potrò diventare produttiva e funzionale sforzandomi e trovando tutte le strategie utili del caso, ma quello che sento davvero è incompatibile con l'idea di "guarigione" che avevo e che in genere gli altri si aspettano da me. Sono cinica e pessimista e analitica e sinceramente non trovo motivi per cambiare al di fuori di compiacere gli altri. Per non essere etichettata come arida o misantropa o ribelle. Devo considerarmi bacata o provare l'ennesimo nuovo approccio e cercare di internalizzare tutte quelle premesse che trovo sentimentali e banalizzanti e basta? Trovo molta libertà e sazietà nel pessimismo ma evidentemente le persone che mi criticano vogliono spingermi a mirare ad altro come una specie di imperativo biologico naturale che non ho mai provato
Gentilissima,
da quello che racconta sembra che un aspetto fondamentale sia la dicotomia che si crea tra ciò che lei percepisce autentico di sé stessa e l'aspettativa che invece hanno le altre persone. Pare che questi due elementi non possano integrarsi.
Lei ha tutto il diritto di vivere ed approcciarsi alle esperienze, alle relazioni e al mondo nel modo che ritiene la faccia stare meglio.
Quindi più che domandarsi se sia "meglio" o più "giusto" essere diversa, potrebbe essere utile chiedersi se questo modo di vivere la vita le causa limiti, le impedisce di provare esperienze o di vivere con serenità le relazioni. Le uniche aspettative che deve soddisfare sono le sue.
Non si tratta di essere “bacata”, ma di trovare uno spazio in cui poter pensare se stessa senza dover scegliere tra compiacere gli altri o restare rigidamente ancorata a un’unica posizione.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
da quello che racconta sembra che un aspetto fondamentale sia la dicotomia che si crea tra ciò che lei percepisce autentico di sé stessa e l'aspettativa che invece hanno le altre persone. Pare che questi due elementi non possano integrarsi.
Lei ha tutto il diritto di vivere ed approcciarsi alle esperienze, alle relazioni e al mondo nel modo che ritiene la faccia stare meglio.
Quindi più che domandarsi se sia "meglio" o più "giusto" essere diversa, potrebbe essere utile chiedersi se questo modo di vivere la vita le causa limiti, le impedisce di provare esperienze o di vivere con serenità le relazioni. Le uniche aspettative che deve soddisfare sono le sue.
Non si tratta di essere “bacata”, ma di trovare uno spazio in cui poter pensare se stessa senza dover scegliere tra compiacere gli altri o restare rigidamente ancorata a un’unica posizione.
Le auguro il meglio,
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Buongiorno,
nelle sue parole si avverte una riflessione molto lucida e anche una certa stanchezza rispetto all’idea di doversi adattare a un modello di guarigione che non sente davvero suo.
Da ciò che racconta, sembra prendere forma una distanza tra quello che sente autentico — il suo modo di pensare, anche cinico o pessimista, che sembra saziarla — e ciò che percepisce come aspettativa esterna: essere diversa, più aderente a un ideale di positività, apertura, cambiamento.
In queste situazioni può accadere che il percorso terapeutico venga vissuto come un tentativo di correzione, più che come uno spazio di comprensione. E allora il rischio è che ogni proposta venga sentita come qualcosa da interiorizzare forzatamente, perdendo di vista il senso personale che potrebbe avere.
Da una parte c’è quindi una posizione interna che sembra darle coerenza e anche una forma di libertà, dall’altra il confronto con uno sguardo esterno che la definisce — “arida”, “misantropa”, “ribelle” — e che sembra spingerla verso una direzione che non riconosce come propria. È una tensione che può diventare faticosa, soprattutto se il cambiamento viene percepito solo come un modo per compiacere.
Uno spazio psicologico può avere valore proprio quando non impone una direzione, ma permette di esplorare sé stessi senza giudizio: il pessimismo, il cinismo, l’analiticità possono essere modalità autentiche di stare nel mondo che hanno una loro funzione e una loro storia, più che qualcosa da “aggiustare”.
Col tempo, il cambiamento — se prende forma — tende ad emergere non come adesione a un modello imposto, ma come un movimento interno verso ciò che si riconosce come proprio, anche quando inizialmente sembra lontano dalle aspettative degli altri.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
nelle sue parole si avverte una riflessione molto lucida e anche una certa stanchezza rispetto all’idea di doversi adattare a un modello di guarigione che non sente davvero suo.
Da ciò che racconta, sembra prendere forma una distanza tra quello che sente autentico — il suo modo di pensare, anche cinico o pessimista, che sembra saziarla — e ciò che percepisce come aspettativa esterna: essere diversa, più aderente a un ideale di positività, apertura, cambiamento.
In queste situazioni può accadere che il percorso terapeutico venga vissuto come un tentativo di correzione, più che come uno spazio di comprensione. E allora il rischio è che ogni proposta venga sentita come qualcosa da interiorizzare forzatamente, perdendo di vista il senso personale che potrebbe avere.
Da una parte c’è quindi una posizione interna che sembra darle coerenza e anche una forma di libertà, dall’altra il confronto con uno sguardo esterno che la definisce — “arida”, “misantropa”, “ribelle” — e che sembra spingerla verso una direzione che non riconosce come propria. È una tensione che può diventare faticosa, soprattutto se il cambiamento viene percepito solo come un modo per compiacere.
Uno spazio psicologico può avere valore proprio quando non impone una direzione, ma permette di esplorare sé stessi senza giudizio: il pessimismo, il cinismo, l’analiticità possono essere modalità autentiche di stare nel mondo che hanno una loro funzione e una loro storia, più che qualcosa da “aggiustare”.
Col tempo, il cambiamento — se prende forma — tende ad emergere non come adesione a un modello imposto, ma come un movimento interno verso ciò che si riconosce come proprio, anche quando inizialmente sembra lontano dalle aspettative degli altri.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso con tanta lucidità e onestà il suo vissuto.
Quello che emerge dalle sue parole è una riflessione molto profonda su di sé, ma anche una certa fatica nel sentirsi “fuori sintonia” rispetto a ciò che gli altri definiscono come benessere o guarigione. Questo può generare un senso di distanza, se non addirittura di pressione, come se ci fosse un modo “giusto” di essere verso cui doversi adeguare.
Vorrei dirle con chiarezza che non esiste un unico modello valido di funzionamento emotivo o di realizzazione personale. Essere analitica, critica o avere una visione più pessimistica non significa essere “bacata”: sono modalità di leggere il mondo che, in molti casi, possono anche rappresentare una risorsa, soprattutto in termini di lucidità e profondità di pensiero.
Il punto, forse, non è cambiare per aderire alle aspettative degli altri, né forzarsi a interiorizzare visioni che sente lontane o artificiali. Piuttosto, può essere utile chiedersi: il modo in cui vivo e penso mi permette di stare sufficientemente bene? Mi consente di costruire relazioni e una vita che sento autentica, oppure, al di là della coerenza con me stessa, mi crea anche una forma di isolamento o sofferenza?
Lei descrive una certa “libertà” nel pessimismo, ed è importante riconoscerla. Allo stesso tempo, però, porta anche il tema del giudizio esterno e, forse, di una tensione interna tra il restare fedele a sé e il bisogno (più o meno consapevole) di essere compresa o accettata.
La terapia, in questo senso, non dovrebbe essere un tentativo di “normalizzarla” o renderla conforme, ma uno spazio in cui esplorare queste parti senza giudizio: non per cancellarle, ma per capire se esistono modi più ampi e flessibili di stare nel mondo che non le facciano perdere sé stessa.
Non si tratta quindi di sostituire il suo modo di essere con qualcosa di “più positivo”, ma eventualmente di integrare nuove possibilità, se e solo se le sente utili per sé, non per compiacere gli altri.
Se i percorsi fatti finora le sono sembrati poco aderenti, potrebbe essere importante anche interrogarsi sul tipo di approccio terapeutico: non tutti parlano allo stesso modo a tutte le persone, e trovare un modello che rispetti la sua struttura di pensiero può fare una grande differenza.
Resto a disposizione, anche per consulenze online, qualora desiderasse approfondire questi aspetti in uno spazio che valorizzi la sua autenticità senza forzarla in schemi predefiniti.
Un caro saluto,
Psicologa Alessia Mariosa
(ricevo anche online)
la ringrazio per aver condiviso con tanta lucidità e onestà il suo vissuto.
Quello che emerge dalle sue parole è una riflessione molto profonda su di sé, ma anche una certa fatica nel sentirsi “fuori sintonia” rispetto a ciò che gli altri definiscono come benessere o guarigione. Questo può generare un senso di distanza, se non addirittura di pressione, come se ci fosse un modo “giusto” di essere verso cui doversi adeguare.
Vorrei dirle con chiarezza che non esiste un unico modello valido di funzionamento emotivo o di realizzazione personale. Essere analitica, critica o avere una visione più pessimistica non significa essere “bacata”: sono modalità di leggere il mondo che, in molti casi, possono anche rappresentare una risorsa, soprattutto in termini di lucidità e profondità di pensiero.
Il punto, forse, non è cambiare per aderire alle aspettative degli altri, né forzarsi a interiorizzare visioni che sente lontane o artificiali. Piuttosto, può essere utile chiedersi: il modo in cui vivo e penso mi permette di stare sufficientemente bene? Mi consente di costruire relazioni e una vita che sento autentica, oppure, al di là della coerenza con me stessa, mi crea anche una forma di isolamento o sofferenza?
Lei descrive una certa “libertà” nel pessimismo, ed è importante riconoscerla. Allo stesso tempo, però, porta anche il tema del giudizio esterno e, forse, di una tensione interna tra il restare fedele a sé e il bisogno (più o meno consapevole) di essere compresa o accettata.
La terapia, in questo senso, non dovrebbe essere un tentativo di “normalizzarla” o renderla conforme, ma uno spazio in cui esplorare queste parti senza giudizio: non per cancellarle, ma per capire se esistono modi più ampi e flessibili di stare nel mondo che non le facciano perdere sé stessa.
Non si tratta quindi di sostituire il suo modo di essere con qualcosa di “più positivo”, ma eventualmente di integrare nuove possibilità, se e solo se le sente utili per sé, non per compiacere gli altri.
Se i percorsi fatti finora le sono sembrati poco aderenti, potrebbe essere importante anche interrogarsi sul tipo di approccio terapeutico: non tutti parlano allo stesso modo a tutte le persone, e trovare un modello che rispetti la sua struttura di pensiero può fare una grande differenza.
Resto a disposizione, anche per consulenze online, qualora desiderasse approfondire questi aspetti in uno spazio che valorizzi la sua autenticità senza forzarla in schemi predefiniti.
Un caro saluto,
Psicologa Alessia Mariosa
(ricevo anche online)
Buongiorno,
quello che porta è molto interessante, perché mette in discussione un’idea spesso data per scontata: che “stare meglio” significhi necessariamente diventare più ottimisti, più morbidi o più aderenti a ciò che gli altri si aspettano.
Dal suo racconto sembra che una parte di lei abbia trovato un equilibrio, seppur particolare, in una posizione più analitica, disincantata e anche pessimista. Non necessariamente questo è qualcosa da “correggere” in sé.
Allo stesso tempo, emerge una tensione: non tanto rispetto a come è fatta, ma rispetto allo scarto tra il suo modo di sentire e le aspettative esterne, che sembrano spingerla verso un cambiamento che non riconosce come autentico.
In questi casi, più che chiedersi se sia “bacata” o se debba adattarsi a un modello di guarigione predefinito, può essere utile interrogarsi su un altro punto: quanto questo modo di stare nel mondo, al di là dei giudizi degli altri, le permette davvero di vivere come desidera.
Non è detto che il lavoro psicologico debba portare a diventare diversi da sé, ma può aiutare a comprendere meglio le proprie posizioni interne: cosa è una scelta autentica e cosa, invece, può essere diventato nel tempo una modalità che protegge ma allo stesso tempo limita.
Il punto non è aderire a un ideale di cambiamento “positivo”, ma trovare una forma che sia più propria e meno dettata dall’esterno.
Un saluto
quello che porta è molto interessante, perché mette in discussione un’idea spesso data per scontata: che “stare meglio” significhi necessariamente diventare più ottimisti, più morbidi o più aderenti a ciò che gli altri si aspettano.
Dal suo racconto sembra che una parte di lei abbia trovato un equilibrio, seppur particolare, in una posizione più analitica, disincantata e anche pessimista. Non necessariamente questo è qualcosa da “correggere” in sé.
Allo stesso tempo, emerge una tensione: non tanto rispetto a come è fatta, ma rispetto allo scarto tra il suo modo di sentire e le aspettative esterne, che sembrano spingerla verso un cambiamento che non riconosce come autentico.
In questi casi, più che chiedersi se sia “bacata” o se debba adattarsi a un modello di guarigione predefinito, può essere utile interrogarsi su un altro punto: quanto questo modo di stare nel mondo, al di là dei giudizi degli altri, le permette davvero di vivere come desidera.
Non è detto che il lavoro psicologico debba portare a diventare diversi da sé, ma può aiutare a comprendere meglio le proprie posizioni interne: cosa è una scelta autentica e cosa, invece, può essere diventato nel tempo una modalità che protegge ma allo stesso tempo limita.
Il punto non è aderire a un ideale di cambiamento “positivo”, ma trovare una forma che sia più propria e meno dettata dall’esterno.
Un saluto
Buonasera,
da ciò che scrivi si percepisce quanta riflessione e onestà ci sia nel tuo modo di guardarti dentro. Il fatto che tu ti stia ponendo queste domande non parla affatto di qualcosa di “bacato”, ma piuttosto di una ricerca autentica di senso rispetto a ciò che senti davvero.
A volte l’idea di “guarigione” che circola intorno a noi può sembrare molto rigida: come se stare meglio significasse necessariamente diventare più ottimisti, più entusiasti o più simili alle aspettative degli altri. In realtà un percorso psicoterapeutico non dovrebbe forzarti a cambiare ciò che senti per compiacere qualcuno. Piuttosto può essere uno spazio in cui comprendere meglio il tuo modo di stare al mondo, dare dignità anche alle parti più ciniche o pessimiste e capire se e come queste posizioni ti proteggono, ti sostengono o talvolta ti fanno soffrire.
Non si tratta quindi di sostituire il tuo modo di vedere la vita con uno più “sentimentale”, ma di esplorarlo con rispetto e curiosità, senza giudizio. Spesso, quando ci si sente davvero compresi, alcune prospettive possono trasformarsi spontaneamente — non perché “si deve”, ma perché diventano più libere.
Se lo vorrai, potrebbe essere utile confrontarti con un professionista proprio a partire da queste riflessioni, senza l’obiettivo di cambiare chi sei, ma di capire meglio cosa per te ha davvero valore.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
da ciò che scrivi si percepisce quanta riflessione e onestà ci sia nel tuo modo di guardarti dentro. Il fatto che tu ti stia ponendo queste domande non parla affatto di qualcosa di “bacato”, ma piuttosto di una ricerca autentica di senso rispetto a ciò che senti davvero.
A volte l’idea di “guarigione” che circola intorno a noi può sembrare molto rigida: come se stare meglio significasse necessariamente diventare più ottimisti, più entusiasti o più simili alle aspettative degli altri. In realtà un percorso psicoterapeutico non dovrebbe forzarti a cambiare ciò che senti per compiacere qualcuno. Piuttosto può essere uno spazio in cui comprendere meglio il tuo modo di stare al mondo, dare dignità anche alle parti più ciniche o pessimiste e capire se e come queste posizioni ti proteggono, ti sostengono o talvolta ti fanno soffrire.
Non si tratta quindi di sostituire il tuo modo di vedere la vita con uno più “sentimentale”, ma di esplorarlo con rispetto e curiosità, senza giudizio. Spesso, quando ci si sente davvero compresi, alcune prospettive possono trasformarsi spontaneamente — non perché “si deve”, ma perché diventano più libere.
Se lo vorrai, potrebbe essere utile confrontarti con un professionista proprio a partire da queste riflessioni, senza l’obiettivo di cambiare chi sei, ma di capire meglio cosa per te ha davvero valore.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buonasera, trovo molto interessante il suo quesito. Non credo che le ragioni del cambiamento possano essere esterne (compiacere gli altri). Se davvero lei sta bene nel modo in cui conduce la sua vita, nel suo atteggiamento che definisce cinico e pessimista, perchè mai dovrebbe cambiarlo? Ma il punto è che cosa intende con cinismo e pessimismo? Sono termini generali che potrebbero riferirsi a molte cose diverse...
Ma soprattutto chi la spinge a cambiare e con quale scopo? Dott.ssa Franca Vocaturi
Ma soprattutto chi la spinge a cambiare e con quale scopo? Dott.ssa Franca Vocaturi
Ciao! Da quello che scrivi, sembra che il conflitto non sia tanto nella tua capacità di funzionare, quanto tra quello che senti dentro e le aspettative di “guarigione” degli altri. Il cinismo e il pessimismo che provi ti danno coerenza, lucidità e una sorta di libertà interiore, e non è detto che debbano essere cambiati. È comprensibile sentirsi spinti a desiderare qualcosa di diverso soprattutto per rispondere alle pressioni esterne, ma può essere utile distinguere tra ciò che vuoi davvero per te stesso e ciò che senti imposto dagli altri. In questo modo è possibile vivere il proprio modo di essere in maniera più autentica, senza sentirsi obbligati a trasformarsi per compiacere o rassicurare gli altri.
Ti invio un caro saluto e resto a disposizione per eventuali chiarimenti.
Ti invio un caro saluto e resto a disposizione per eventuali chiarimenti.
Gentile Utente, capire cosa lei intenda con la ‘propria guarigione’ e non quello che intendono le persone che la circondano mi sembrerebbe un buon traguardo terapeutico. Dalle sue parole sembra che lei abbia sofferto di troppe etichette poste dagli altri e abbia bisogno di liberare il campo da tutto questo per trovare e legittimare la propria visione di se stessa e del mondo. Vivere in un ambiente denso di critiche può essere paragonato a una situazione in cui arrivano proiettili da tutte le parti e non è facile trovare riparo e la ‘sazietà’ si cui parla. Trovo il concetto di sazietà molto efficace per descrivere il suo bisogno di nutrimento psichico di qualità. Essere cinica non è certo un disvalore, ricordiamo che nell’antica Grecia i cinici proclamavamo l’autonomia spirituale dalla materia e i suoi desideri e si avviavano a un sentiero di liberazione della propria natura. Viene da pensare che lei abbia proprio necessità di trovare la propria natura indipendente e in armonia con il proprio Sè. La psicoterapia, soprattutto a indirizzo analitico (altra parola chiave del suo scritto), può essere una via ricca di risorse e nutrimento vero, autentico.
Gentile utente,
compiacere gli altri è la strada più rapida per arrivare all'infelicità. Anche perché, diciamocelo chiaramente, "come fai sbagli"!
Ciascuno di noi ha un temperamento, un carattere e una personalità. Un po' li scegliamo, un po' no. Quello che scegliamo, lo possiamo modificare; quello che è innato fa parte di noi, e non c'è nulla che possiamo fare per cambiarlo. Possiamo imparare a conoscerlo, a conviverci, a volergli persino bene; ma non possiamo cambiarlo.
Lei è ciò che è, e nessuno può dirle come essere, cosa pensare o cosa fare. Se Lei vive bene, se la Sua vita scorre come ritiene sia giusto che faccia, se non riscontra difficoltà o problematiche su cui desidera lavorare, lasci stare come gli altri la vorrebbero e resti com'è.
Non c'è il giusto assoluto né lo sbagliato assoluto. C'è il giusto per Lei, e tanto basta.
compiacere gli altri è la strada più rapida per arrivare all'infelicità. Anche perché, diciamocelo chiaramente, "come fai sbagli"!
Ciascuno di noi ha un temperamento, un carattere e una personalità. Un po' li scegliamo, un po' no. Quello che scegliamo, lo possiamo modificare; quello che è innato fa parte di noi, e non c'è nulla che possiamo fare per cambiarlo. Possiamo imparare a conoscerlo, a conviverci, a volergli persino bene; ma non possiamo cambiarlo.
Lei è ciò che è, e nessuno può dirle come essere, cosa pensare o cosa fare. Se Lei vive bene, se la Sua vita scorre come ritiene sia giusto che faccia, se non riscontra difficoltà o problematiche su cui desidera lavorare, lasci stare come gli altri la vorrebbero e resti com'è.
Non c'è il giusto assoluto né lo sbagliato assoluto. C'è il giusto per Lei, e tanto basta.
Buonasera.
Quello che descrive ha senso, il suo cinismo, pessimismo e modo analitico di pensare fanno parte di come dà senso al mondo e si protegge, quindi non è sbagliato né ‘bacato’. È utile però chiedersi se queste caratteristiche le creano disagio o le pesano: se sì, allora può valere la pena esplorare strategie coerenti con chi è davvero, per vivere in modo più funzionale e sentirsi meglio. Se invece le stanno bene così, non c’è bisogno di cambiarle solo per compiacere gli altri. La sfida è trovare un equilibrio tra protezione di sé e benessere, senza tradire il suo modo autentico di sentire.
Quello che descrive ha senso, il suo cinismo, pessimismo e modo analitico di pensare fanno parte di come dà senso al mondo e si protegge, quindi non è sbagliato né ‘bacato’. È utile però chiedersi se queste caratteristiche le creano disagio o le pesano: se sì, allora può valere la pena esplorare strategie coerenti con chi è davvero, per vivere in modo più funzionale e sentirsi meglio. Se invece le stanno bene così, non c’è bisogno di cambiarle solo per compiacere gli altri. La sfida è trovare un equilibrio tra protezione di sé e benessere, senza tradire il suo modo autentico di sentire.
Buongiorno, comprendo bene il senso di frustrazione e di conflitto interiore che emerge dalle sue parole. Quello che lei descrive è una situazione comune a molte persone che si trovano a confrontarsi con le proprie emozioni, convinzioni e aspettative altrui. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, il fulcro non è il giudizio di “giusto” o “sbagliato” sul proprio modo di essere, né tantomeno il conformarsi a un’idea di guarigione esterna, ma la consapevolezza dei propri schemi di pensiero e di come essi influenzino le emozioni e i comportamenti nella vita quotidiana. È comprensibile che lei provi una forma di piacere o di senso di libertà nel pessimismo e nella cinicità: questi possono essere modi di proteggersi o di sentirsi coerenti con se stessi, ma possono anche generare conflitti con le richieste sociali e le aspettative degli altri, portando a un senso di insoddisfazione o di obbligo verso un cambiamento che non sente autentico. La prospettiva cognitivo-comportamentale invita a osservare questi schemi senza giudizio, a capire quando e perché emergono, e a valutare se e come possono essere modificati per ridurre la sofferenza e aumentare il benessere, senza dover rinunciare a ciò che sente autentico in sé. Un percorso di questo tipo può aiutarla a distinguere tra ciò che sente realmente e ciò che sente di dover essere per compiacere gli altri, a sperimentare strategie funzionali per vivere con maggiore serenità, e a individuare piccoli cambiamenti pratici che non comportino tradire se stessi ma permettano comunque di sentirsi più efficaci nella vita quotidiana. Non si tratta di abbandonare il pessimismo o la propria analiticità, ma di comprendere come usarli in modo che non diventino fonte di conflitto interiore o di frustrazione costante. Un approccio cognitivo-comportamentale può quindi offrirle strumenti concreti per osservare i propri pensieri, metterli alla prova, e valutare quali mantenere e quali modificare, sempre nel rispetto della sua autenticità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno. No, non sei "bacata". Il cinismo e il pessimismo analitico possono essere tratti della tua personalità o strumenti conoscitivi, non necessariamente sintomi da eliminare. Spesso il concetto di "guarigione" viene confuso con l'adesione a un ottimismo performativo che non appartiene a tutti. Se trovi libertà nel tuo sguardo critico, il problema non è la tua visione del mondo, ma l'eventuale sforzo logorante per compiacere le aspettative altrui. Un approccio come la Terapia dell'Accettazione e dell'Impegno (ACT) potrebbe esserti utile non per "diventare solare", ma per imparare a essere funzionale restando chi sei. L'obiettivo non è internalizzare premesse sentimentali, ma agire in base ai tuoi valori, anche se avvolti nel pessimismo. Hai il diritto di non essere "ottimista" e di abitare la tua lucidità senza sentirti in errore. Un caro saluto.
Questa è una delle domande più oneste e sofisticate che si possano portare in terapia. Merita una risposta altrettanto diretta.
No, non sei "bacata". Cinismo, pessimismo e pensiero analitico non sono patologie — sono stili cognitivi che in molti contesti funzionano bene e danno una lettura lucida della realtà. Il problema clinico non è il pessimismo in sé, ma il fatto che tu stia chiedendo se c'è qualcosa che non va in te, il che suggerisce che qualcosa ti pesa davvero, al di là della libertà che descrivi.
Un punto che vale la pena esplorare: dici di trovare "libertà e sazietà" nel pessimismo, ma anche che hai fatto più percorsi terapeutici. Le persone che stanno davvero bene nel loro sistema non cercano ripetutamente aiuto. Questo non è un giudizio è un'osservazione clinica che potrebbe valere la pena guardare.
Riguardo alla "guarigione": hai ragione che il modello standard ovvero diventare ottimista, funzionale, soddisfatta, può essere una premessa sentimentale e non adatta a te. La CBT moderna, e ancora di più l'ACT, non chiede di cambiare come ti senti o cosa pensi, ma di capire se il tuo modo di stare nel mondo ti porta verso quello che conta per te qualunque cosa sia.
La domanda clinica reale non è "devo diventare ottimista?" ma "cosa voglio davvero, indipendentemente da quello che gli altri si aspettano?"
Se non hai ancora esplorato l'ACT in modo approfondito, potrebbe essere l'approccio più compatibile con il tuo stile, non chiede di credere a premesse che trovi false.
Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.
No, non sei "bacata". Cinismo, pessimismo e pensiero analitico non sono patologie — sono stili cognitivi che in molti contesti funzionano bene e danno una lettura lucida della realtà. Il problema clinico non è il pessimismo in sé, ma il fatto che tu stia chiedendo se c'è qualcosa che non va in te, il che suggerisce che qualcosa ti pesa davvero, al di là della libertà che descrivi.
Un punto che vale la pena esplorare: dici di trovare "libertà e sazietà" nel pessimismo, ma anche che hai fatto più percorsi terapeutici. Le persone che stanno davvero bene nel loro sistema non cercano ripetutamente aiuto. Questo non è un giudizio è un'osservazione clinica che potrebbe valere la pena guardare.
Riguardo alla "guarigione": hai ragione che il modello standard ovvero diventare ottimista, funzionale, soddisfatta, può essere una premessa sentimentale e non adatta a te. La CBT moderna, e ancora di più l'ACT, non chiede di cambiare come ti senti o cosa pensi, ma di capire se il tuo modo di stare nel mondo ti porta verso quello che conta per te qualunque cosa sia.
La domanda clinica reale non è "devo diventare ottimista?" ma "cosa voglio davvero, indipendentemente da quello che gli altri si aspettano?"
Se non hai ancora esplorato l'ACT in modo approfondito, potrebbe essere l'approccio più compatibile con il tuo stile, non chiede di credere a premesse che trovi false.
Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.
Gentile utente, grazie per la sua condivisione.
Quello che descrive non suona affatto come qualcosa di "bacato", ma piuttosto come una forma di lucidità molto sviluppata, che si è trovata spesso in un mondo che premia e valida più facilmente altri registri emotivi, forse più ottimisti, più caldi, più rassicuranti per gli altri. E allora quella lucidità finisce per essere letta come difetto quando in realtà può anche diventare una risorsa molto preziosa.
Il punto non è aderire a un'idea standard di guarigione, ma capire se questo suo modo di essere e di sentire sia limitante per lei, a prescindere dal pensiero più comune, oppure no. Se le dà un senso di libertà e la rappresenta, non c'è nulla di sbagliato nel riconoscerlo come parte della sua identità: un cambiamento ha senso solo se nasce da una curiosità o da un bisogno personale, non dal timore di essere etichettata. Non si tratta di reinventare una versione differente di sé, ma al massimo di ampliare le possibilità, restando comunque se stessa.
Quello che descrive non suona affatto come qualcosa di "bacato", ma piuttosto come una forma di lucidità molto sviluppata, che si è trovata spesso in un mondo che premia e valida più facilmente altri registri emotivi, forse più ottimisti, più caldi, più rassicuranti per gli altri. E allora quella lucidità finisce per essere letta come difetto quando in realtà può anche diventare una risorsa molto preziosa.
Il punto non è aderire a un'idea standard di guarigione, ma capire se questo suo modo di essere e di sentire sia limitante per lei, a prescindere dal pensiero più comune, oppure no. Se le dà un senso di libertà e la rappresenta, non c'è nulla di sbagliato nel riconoscerlo come parte della sua identità: un cambiamento ha senso solo se nasce da una curiosità o da un bisogno personale, non dal timore di essere etichettata. Non si tratta di reinventare una versione differente di sé, ma al massimo di ampliare le possibilità, restando comunque se stessa.
Il punto non è diventare ottimista o aderire a un’idea standard di “guarigione”, ma capire se il tuo modo di stare al mondo ti fa soffrire o ti limita nelle relazioni. La terapia non dovrebbe cambiarti per compiacere, ma aiutarti a scegliere consapevolmente chi vuoi essere. Il lavoro da fare è integrare, non diventare altro da te.
Gentile utente,
La sua riflessione è molto profonda: La terapia non dovrebbe essere un tentativo di conformarsi a un modello standard di "produttività" ma un percorso verso l'integrità personale.
Il fatto che lei trovi "libertà e sazietà" nel suo modo d'essere suggerisce che questa sia una parte autentica della sua identità e non necessariamente qualcosa da riparare. Il disagio sembra nascere dal conflitto con le aspettative esterne.
Un approccio terapeutico mira ad aiutarla a vivere bene con sé stessa libera dal peso del giudizio altrui e dalla fatica di dover simulare sentimenti che non prova. Resto a sua disposizone.
La sua riflessione è molto profonda: La terapia non dovrebbe essere un tentativo di conformarsi a un modello standard di "produttività" ma un percorso verso l'integrità personale.
Il fatto che lei trovi "libertà e sazietà" nel suo modo d'essere suggerisce che questa sia una parte autentica della sua identità e non necessariamente qualcosa da riparare. Il disagio sembra nascere dal conflitto con le aspettative esterne.
Un approccio terapeutico mira ad aiutarla a vivere bene con sé stessa libera dal peso del giudizio altrui e dalla fatica di dover simulare sentimenti che non prova. Resto a sua disposizone.
Gentile,
la sua riflessione è molto lucida e, soprattutto, molto autentica. Non è così scontato riuscire a mettere in parole con tanta chiarezza la distanza tra ciò che si sente davvero e ciò che gli altri si aspettano quando parlano di “guarigione”.
Parto da un punto importante: non c’è nulla di “bacato” in ciò che descrive. Il suo modo di pensare – analitico, disincantato, tendenzialmente pessimista – è una modalità di stare al mondo che ha una sua coerenza e che, come dice lei, può anche dare un senso di lucidità e persino di stabilità.
Il nodo, però, non è tanto cambiare per aderire a un modello esterno, quanto chiedersi:
questo modo di essere è davvero in sintonia con ciò che desidera per sé?
Non con le aspettative degli altri, né con un’idea ideale di come “dovrebbe” sentirsi, ma con la sua esperienza più personale.
Lei stessa nota un aspetto molto significativo: la spinta al cambiamento sembra nascere più dal desiderio di non essere giudicata o etichettata che da un bisogno interno. Ed è comprensibile che, in queste condizioni, ogni tentativo di cambiamento risulti forzato o poco convincente.
Allo stesso tempo, quello che racconta apre uno spazio interessante: parla di riuscire a essere funzionale e produttiva, ma di sentire una distanza rispetto a ciò che prova dentro. Questo non indica necessariamente qualcosa da “correggere”, ma qualcosa da comprendere meglio.
Ad esempio, il suo pessimismo potrebbe avere anche una funzione: proteggere dalle delusioni, mantenere una forma di controllo, evitare aspettative che poi potrebbero ferire. In questo senso non è un difetto da eliminare, ma una modalità che ha avuto (e forse ha ancora) un senso.
Il punto non è quindi sostituire il pessimismo con una positività forzata o “sentimentale”, ma capire se questa posizione è diventata rigida, se lascia spazio ad altre possibilità oppure no.
Un buon percorso terapeutico, infatti, non dovrebbe chiederle di diventare diversa da sé, ma di diventare più libera rispetto a ciò che è, anche nel scegliere di restare in parte così com’è.
Forse la domanda più utile, senza fretta, è questa:
questo modo di stare al mondo la rappresenta davvero fino in fondo, oppure la protegge da qualcosa al costo di rinunciare anche a qualcos’altro?
Resto a disposizione, se desidera approfondire.
Un cordiale saluto
la sua riflessione è molto lucida e, soprattutto, molto autentica. Non è così scontato riuscire a mettere in parole con tanta chiarezza la distanza tra ciò che si sente davvero e ciò che gli altri si aspettano quando parlano di “guarigione”.
Parto da un punto importante: non c’è nulla di “bacato” in ciò che descrive. Il suo modo di pensare – analitico, disincantato, tendenzialmente pessimista – è una modalità di stare al mondo che ha una sua coerenza e che, come dice lei, può anche dare un senso di lucidità e persino di stabilità.
Il nodo, però, non è tanto cambiare per aderire a un modello esterno, quanto chiedersi:
questo modo di essere è davvero in sintonia con ciò che desidera per sé?
Non con le aspettative degli altri, né con un’idea ideale di come “dovrebbe” sentirsi, ma con la sua esperienza più personale.
Lei stessa nota un aspetto molto significativo: la spinta al cambiamento sembra nascere più dal desiderio di non essere giudicata o etichettata che da un bisogno interno. Ed è comprensibile che, in queste condizioni, ogni tentativo di cambiamento risulti forzato o poco convincente.
Allo stesso tempo, quello che racconta apre uno spazio interessante: parla di riuscire a essere funzionale e produttiva, ma di sentire una distanza rispetto a ciò che prova dentro. Questo non indica necessariamente qualcosa da “correggere”, ma qualcosa da comprendere meglio.
Ad esempio, il suo pessimismo potrebbe avere anche una funzione: proteggere dalle delusioni, mantenere una forma di controllo, evitare aspettative che poi potrebbero ferire. In questo senso non è un difetto da eliminare, ma una modalità che ha avuto (e forse ha ancora) un senso.
Il punto non è quindi sostituire il pessimismo con una positività forzata o “sentimentale”, ma capire se questa posizione è diventata rigida, se lascia spazio ad altre possibilità oppure no.
Un buon percorso terapeutico, infatti, non dovrebbe chiederle di diventare diversa da sé, ma di diventare più libera rispetto a ciò che è, anche nel scegliere di restare in parte così com’è.
Forse la domanda più utile, senza fretta, è questa:
questo modo di stare al mondo la rappresenta davvero fino in fondo, oppure la protegge da qualcosa al costo di rinunciare anche a qualcos’altro?
Resto a disposizione, se desidera approfondire.
Un cordiale saluto
Il cercatore sa che c'è qualcosa da trovare. Il trovatore ha trovato e non ha bisogno di cercare. Si è fermato, ha compreso dopo tanta strada che è dentro di lui quello che lo renderà cosciente della sua straordinarietà.
Se non lo hai letto, ti consiglio il libro "L'alchimista"di Paulo Coelho.
Buona lettura
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Buongiorno,
quello che porta è molto profondo e, soprattutto, molto onesto. Non sta descrivendo un “problema da correggere”, ma una frattura tra ciò che sente autentico dentro di sé e l’idea di come dovrebbe essere per essere considerata “guarita” o accettabile dagli altri.
La prima cosa importante è questa: non è “bacata”. Il suo modo di pensare – analitico, lucido, anche pessimista – non è di per sé patologico. Esistono persone che hanno una visione della realtà meno idealizzata, più disincantata, e questo può essere anche una forma di adattamento, di protezione o semplicemente un tratto del proprio funzionamento. Il problema nasce quando questa modalità entra in conflitto con le aspettative esterne, più che con un suo reale disagio interno.
Lei dice una cosa molto chiara: non sente un motivo interno per cambiare, se non quello di compiacere gli altri o evitare etichette. Questo è un punto cruciale. Qualsiasi cambiamento autentico, in terapia o fuori, può avvenire solo se ha un senso per lei, non per aderire a un modello di “come si dovrebbe essere”. Cercare di internalizzare visioni che percepisce come forzate o “banalizzanti” rischia solo di aumentare il senso di distanza da sé stessa.
Allo stesso tempo, però, vale la pena fare una distinzione sottile ma importante: il fatto che lei trovi una certa “sazietà” nel pessimismo non significa automaticamente che questa posizione sia neutra o priva di effetti. A volte ciò che percepiamo come libertà è anche una zona conosciuta, stabile, che non ci espone al rischio di delusione, coinvolgimento o vulnerabilità. Non è un errore, ma può essere utile chiedersi se questa posizione la protegge da qualcosa o se, in alcuni momenti, la limita.
Non si tratta quindi di diventare improvvisamente ottimista o “più calda” per aderire a un ideale esterno, ma di capire se il suo modo di stare nel mondo le permette davvero tutte le possibilità che vorrebbe avere, oppure se, in modo più sottile, ne esclude alcune.
La terapia, in questo senso, non dovrebbe imporle un modello di guarigione, ma aiutarla a chiarire questo: cosa è davvero suo e cosa invece è diventato una posizione rigida nel tempo. Non per cambiarla a tutti i costi, ma per darle più scelta.
Lei non deve diventare qualcosa che non sente. Ma può essere interessante esplorare se quel “non sentire” è una posizione definitiva… o una forma molto raffinata di difesa che nel tempo è diventata identità.
Se vuole, possiamo anche provare a entrare più a fondo proprio in questo punto, senza forzarla in nessuna direzione, ma cercando di capire cosa c’è sotto quella sensazione di coerenza che oggi sente così forte.
quello che porta è molto profondo e, soprattutto, molto onesto. Non sta descrivendo un “problema da correggere”, ma una frattura tra ciò che sente autentico dentro di sé e l’idea di come dovrebbe essere per essere considerata “guarita” o accettabile dagli altri.
La prima cosa importante è questa: non è “bacata”. Il suo modo di pensare – analitico, lucido, anche pessimista – non è di per sé patologico. Esistono persone che hanno una visione della realtà meno idealizzata, più disincantata, e questo può essere anche una forma di adattamento, di protezione o semplicemente un tratto del proprio funzionamento. Il problema nasce quando questa modalità entra in conflitto con le aspettative esterne, più che con un suo reale disagio interno.
Lei dice una cosa molto chiara: non sente un motivo interno per cambiare, se non quello di compiacere gli altri o evitare etichette. Questo è un punto cruciale. Qualsiasi cambiamento autentico, in terapia o fuori, può avvenire solo se ha un senso per lei, non per aderire a un modello di “come si dovrebbe essere”. Cercare di internalizzare visioni che percepisce come forzate o “banalizzanti” rischia solo di aumentare il senso di distanza da sé stessa.
Allo stesso tempo, però, vale la pena fare una distinzione sottile ma importante: il fatto che lei trovi una certa “sazietà” nel pessimismo non significa automaticamente che questa posizione sia neutra o priva di effetti. A volte ciò che percepiamo come libertà è anche una zona conosciuta, stabile, che non ci espone al rischio di delusione, coinvolgimento o vulnerabilità. Non è un errore, ma può essere utile chiedersi se questa posizione la protegge da qualcosa o se, in alcuni momenti, la limita.
Non si tratta quindi di diventare improvvisamente ottimista o “più calda” per aderire a un ideale esterno, ma di capire se il suo modo di stare nel mondo le permette davvero tutte le possibilità che vorrebbe avere, oppure se, in modo più sottile, ne esclude alcune.
La terapia, in questo senso, non dovrebbe imporle un modello di guarigione, ma aiutarla a chiarire questo: cosa è davvero suo e cosa invece è diventato una posizione rigida nel tempo. Non per cambiarla a tutti i costi, ma per darle più scelta.
Lei non deve diventare qualcosa che non sente. Ma può essere interessante esplorare se quel “non sentire” è una posizione definitiva… o una forma molto raffinata di difesa che nel tempo è diventata identità.
Se vuole, possiamo anche provare a entrare più a fondo proprio in questo punto, senza forzarla in nessuna direzione, ma cercando di capire cosa c’è sotto quella sensazione di coerenza che oggi sente così forte.
Gentile utente, la sua riflessione è estremamente lucida e pone l'accento su un punto fondamentale: la terapia non dovrebbe mai essere un processo di "normalizzazione" o di adattamento forzato a standard esterni di allegria o ottimismo.
Dalle sue parole emerge una stanchezza comprensibile verso un'idea di "guarigione" che sembra somigliare più a una recita per compiacere gli altri che a un reale benessere personale.
Essere una persona analitica, cinica e pessimista non significa essere "bacata". Esiste una lunga tradizione filosofica e psicologica che vede nel pessimismo una forma di realismo e di onestà intellettuale. Se lei trova "libertà e sazietà" in questa visione, significa che questa è la sua lente sul mondo. Il problema sorge solo se questo pessimismo le impedisce di agire nel proprio interesse o se le provoca una sofferenza che desidera eliminare.
Forse, per lei, la guarigione non consiste nel diventare "solare", ma nel rivendicare il diritto di essere cinica e analitica senza sentirsi in colpa o "sbagliata". Molti percorsi terapeutici falliscono quando cercano di trasformare un carattere introspettivo e critico in qualcosa di edulcorato. Una terapia efficace per lei potrebbe essere quella che non cerca di "correggerla", ma che l'aiuta a navigare il mondo con la sua natura, rendendola funzionale ai suoi obiettivi, non a quelli degli altri.
Le critiche che riceve dalle persone vicine spesso nascono da una loro difficoltà nel gestire la sua visione del mondo, che forse percepiscono come una minaccia alla loro idea di serenità. È importante distinguere tra:
• Il desiderio degli altri: che lei sia più "morbida" per non turbare loro.
• Il suo bisogno: stare bene con la propria mente, anche se questa mente è meno "sentimentale" della media.
In conclusione le posso dire che non è obbligata a internalizzare premesse che sente banali. La sfida non è sforzarsi di essere diversa, ma capire se questo suo cinismo è una corazza che la isola troppo (e se questo isolamento le pesa) o se è semplicemente la sua pelle. Si può essere cinici, analitici e profondamente funzionali senza dover aderire a modelli di felicità prestampati. Forse il prossimo "approccio" non dovrebbe essere un nuovo metodo, ma la ricerca di uno spazio in cui la sua natura sia rispettata e non vista come un errore da riparare.
Un cordiale saluto.
Dalle sue parole emerge una stanchezza comprensibile verso un'idea di "guarigione" che sembra somigliare più a una recita per compiacere gli altri che a un reale benessere personale.
Essere una persona analitica, cinica e pessimista non significa essere "bacata". Esiste una lunga tradizione filosofica e psicologica che vede nel pessimismo una forma di realismo e di onestà intellettuale. Se lei trova "libertà e sazietà" in questa visione, significa che questa è la sua lente sul mondo. Il problema sorge solo se questo pessimismo le impedisce di agire nel proprio interesse o se le provoca una sofferenza che desidera eliminare.
Forse, per lei, la guarigione non consiste nel diventare "solare", ma nel rivendicare il diritto di essere cinica e analitica senza sentirsi in colpa o "sbagliata". Molti percorsi terapeutici falliscono quando cercano di trasformare un carattere introspettivo e critico in qualcosa di edulcorato. Una terapia efficace per lei potrebbe essere quella che non cerca di "correggerla", ma che l'aiuta a navigare il mondo con la sua natura, rendendola funzionale ai suoi obiettivi, non a quelli degli altri.
Le critiche che riceve dalle persone vicine spesso nascono da una loro difficoltà nel gestire la sua visione del mondo, che forse percepiscono come una minaccia alla loro idea di serenità. È importante distinguere tra:
• Il desiderio degli altri: che lei sia più "morbida" per non turbare loro.
• Il suo bisogno: stare bene con la propria mente, anche se questa mente è meno "sentimentale" della media.
In conclusione le posso dire che non è obbligata a internalizzare premesse che sente banali. La sfida non è sforzarsi di essere diversa, ma capire se questo suo cinismo è una corazza che la isola troppo (e se questo isolamento le pesa) o se è semplicemente la sua pelle. Si può essere cinici, analitici e profondamente funzionali senza dover aderire a modelli di felicità prestampati. Forse il prossimo "approccio" non dovrebbe essere un nuovo metodo, ma la ricerca di uno spazio in cui la sua natura sia rispettata e non vista come un errore da riparare.
Un cordiale saluto.
Gentile utente, dal suo racconto emergono alcuni aspetti importanti: da un lato la capacità di “funzionare”, di essere produttiva e adattata; dall’altro una distanza interna rispetto a un’idea di “guarigione” che percepisce come imposta, poco autentica, quasi estranea. È come se le venisse richiesto non solo di stare meglio, ma di sentire in un certo modo, e questo le risulta forzato, artificiale. Il fatto che lei trovi una forma di equilibrio, o addirittura di “sazietà”, nel pessimismo non significa che ci sia qualcosa di “sbagliato” in lei. Piuttosto, potrebbe indicare che quel modo di guardare il mondo ha avuto (e forse ha tuttora) una funzione: proteggerla da aspettative deludenti, darle un senso di controllo e lucidità, mantenerla coerente con la sua esperienza interna.
Quando parla del rischio di essere “bacata”, si percepisce quanto lo sguardo degli altri pesi: sembra esserci una tensione tra ciò che lei sente autentico e ciò che viene socialmente considerato “sano”, “positivo” o “evoluto”. Questo può generare una sensazione di alienazione, come se dovesse scegliere tra essere se stessa o essere accettabile.
Il cambiamento non dovrebbe mai ridursi a un adeguamento a un modello emotivo predefinito (essere più ottimisti, più “caldi”, più entusiasti), ma piuttosto a una maggiore libertà interna. Libertà, ad esempio, di riconoscere il proprio modo di funzionare senza giudicarlo patologico ma comprendere da dove nasce. Il fatto che lei non trovi motivazioni al cambiamento “per sé” è un elemento molto significativo, che merita di essere esplorato con attenzione, non corretto o forzato.
Per questo motivo, potrebbe esserle utile intraprendere (o riprendere) un percorso con un terapeuta ad orientamento sistemico-relazionale. Questo approccio non lavora sull’idea di “aggiustare” la persona o renderla conforme a un ideale di benessere, ma si concentra sui significati che certi modi di pensare e sentire hanno nella sua storia, le dinamiche relazionali in cui il suo “pessimismo” e la sua posizione trovano senso.
Quando parla del rischio di essere “bacata”, si percepisce quanto lo sguardo degli altri pesi: sembra esserci una tensione tra ciò che lei sente autentico e ciò che viene socialmente considerato “sano”, “positivo” o “evoluto”. Questo può generare una sensazione di alienazione, come se dovesse scegliere tra essere se stessa o essere accettabile.
Il cambiamento non dovrebbe mai ridursi a un adeguamento a un modello emotivo predefinito (essere più ottimisti, più “caldi”, più entusiasti), ma piuttosto a una maggiore libertà interna. Libertà, ad esempio, di riconoscere il proprio modo di funzionare senza giudicarlo patologico ma comprendere da dove nasce. Il fatto che lei non trovi motivazioni al cambiamento “per sé” è un elemento molto significativo, che merita di essere esplorato con attenzione, non corretto o forzato.
Per questo motivo, potrebbe esserle utile intraprendere (o riprendere) un percorso con un terapeuta ad orientamento sistemico-relazionale. Questo approccio non lavora sull’idea di “aggiustare” la persona o renderla conforme a un ideale di benessere, ma si concentra sui significati che certi modi di pensare e sentire hanno nella sua storia, le dinamiche relazionali in cui il suo “pessimismo” e la sua posizione trovano senso.
Buongiorno,
quello che porta è molto lucido, e anche molto onesto. Non c’è nulla, nelle sue parole, che suoni “bacato”: c’è piuttosto una tensione forte tra ciò che sente autentico e ciò che percepisce come aspettativa esterna.
Il punto che mi sembra centrale è questo: lei non sta dicendo “non riesco a cambiare”, ma “non riconosco come mio ciò che mi viene proposto come cambiamento”. È diverso. E spesso, dopo più percorsi, può nascere una sorta di rigetto verso modelli di “guarigione” che suonano standardizzati, un po’ semplificati, o lontani dalla propria esperienza interna. Quando parla di premesse “sentimentali e banalizzanti”, sta segnalando proprio una distanza: non è che non capisce, è che non le risuonano come vere.
Il suo pessimismo, così come lo descrive, non è solo un limite: è anche una forma di organizzazione del pensiero che le dà coerenza, forse protezione, forse anche una sensazione di controllo e lucidità. È comprensibile che ci sia una certa “sazietà” lì dentro. Il rischio, però, non è il pessimismo in sé, ma quando diventa l’unico registro possibile, quello che chiude altre possibilità prima ancora che possano essere sentite.
Mi sembra importante anche ciò che dice sulla motivazione: “al di fuori di compiacere gli altri”. Qui c’è un nodo delicato. Se il cambiamento è vissuto come un adeguarsi a un ideale altrui, è quasi inevitabile che venga rifiutato o vissuto come forzatura. Ma questo non significa che non esista una direzione di lavoro che parta davvero da lei. Forse, finora, le è stato proposto un “come dovrebbe sentirsi”, più che un’esplorazione autentica di come si sente e di cosa, dentro quel modo di funzionare, le costa oppure no.
Non si tratta quindi di convincerla a diventare più “ottimista” o più “calda” per aderire a un modello. Piuttosto, la domanda potrebbe spostarsi: il suo modo di essere, così com’è oggi, le permette di vivere come desidera? Le lascia margine, scelta, possibilità? Oppure, accanto alla libertà che sente, ci sono anche aspetti di rigidità, isolamento o fatica che in qualche modo la limitano?
Un percorso psicologico che potrebbe esserle utile non è quello che cerca di sostituire il suo pessimismo con qualcosa di più accettabile socialmente, ma uno che lo prenda sul serio, che lo rispetti come parte di lei, e allo stesso tempo lo metta in dialogo con altre parti. Senza imporre “premesse”, ma lavorando sull’esperienza concreta: su cosa prova, su come costruisce significato, su dove si sente libera e dove invece forse meno di quanto sembra.
Non deve considerarsi “bacata”, ma nemmeno fermarsi a un autodefinirsi immutabile. Piuttosto, può concedersi un lavoro più fine: non cambiare per piacere agli altri, ma capire se e dove desidera davvero avere più spazio interno rispetto a un unico modo di leggere il mondo.
Rimango a disposizione nel caso volesse approfondire.
Un saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
quello che porta è molto lucido, e anche molto onesto. Non c’è nulla, nelle sue parole, che suoni “bacato”: c’è piuttosto una tensione forte tra ciò che sente autentico e ciò che percepisce come aspettativa esterna.
Il punto che mi sembra centrale è questo: lei non sta dicendo “non riesco a cambiare”, ma “non riconosco come mio ciò che mi viene proposto come cambiamento”. È diverso. E spesso, dopo più percorsi, può nascere una sorta di rigetto verso modelli di “guarigione” che suonano standardizzati, un po’ semplificati, o lontani dalla propria esperienza interna. Quando parla di premesse “sentimentali e banalizzanti”, sta segnalando proprio una distanza: non è che non capisce, è che non le risuonano come vere.
Il suo pessimismo, così come lo descrive, non è solo un limite: è anche una forma di organizzazione del pensiero che le dà coerenza, forse protezione, forse anche una sensazione di controllo e lucidità. È comprensibile che ci sia una certa “sazietà” lì dentro. Il rischio, però, non è il pessimismo in sé, ma quando diventa l’unico registro possibile, quello che chiude altre possibilità prima ancora che possano essere sentite.
Mi sembra importante anche ciò che dice sulla motivazione: “al di fuori di compiacere gli altri”. Qui c’è un nodo delicato. Se il cambiamento è vissuto come un adeguarsi a un ideale altrui, è quasi inevitabile che venga rifiutato o vissuto come forzatura. Ma questo non significa che non esista una direzione di lavoro che parta davvero da lei. Forse, finora, le è stato proposto un “come dovrebbe sentirsi”, più che un’esplorazione autentica di come si sente e di cosa, dentro quel modo di funzionare, le costa oppure no.
Non si tratta quindi di convincerla a diventare più “ottimista” o più “calda” per aderire a un modello. Piuttosto, la domanda potrebbe spostarsi: il suo modo di essere, così com’è oggi, le permette di vivere come desidera? Le lascia margine, scelta, possibilità? Oppure, accanto alla libertà che sente, ci sono anche aspetti di rigidità, isolamento o fatica che in qualche modo la limitano?
Un percorso psicologico che potrebbe esserle utile non è quello che cerca di sostituire il suo pessimismo con qualcosa di più accettabile socialmente, ma uno che lo prenda sul serio, che lo rispetti come parte di lei, e allo stesso tempo lo metta in dialogo con altre parti. Senza imporre “premesse”, ma lavorando sull’esperienza concreta: su cosa prova, su come costruisce significato, su dove si sente libera e dove invece forse meno di quanto sembra.
Non deve considerarsi “bacata”, ma nemmeno fermarsi a un autodefinirsi immutabile. Piuttosto, può concedersi un lavoro più fine: non cambiare per piacere agli altri, ma capire se e dove desidera davvero avere più spazio interno rispetto a un unico modo di leggere il mondo.
Rimango a disposizione nel caso volesse approfondire.
Un saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Salve, grazie della condivisione del suo pensiero. Le lascerei una riflessione, qualora possa essere uno spunto per lei:
“Normalmente i pruni, come tutti gli alberi, sono verticali al terreno, ma quel
pruno specifico in là con gli anni, ha il suo tronco serpeggiante per più di un
metro in orizzontale, aderente al terreno. Eppure è vivo e vegeto e fa delle
prugne squisite”. Spero che in qualche modo questo possa essere un punto di partenza, saluti, dott.ssa MM
“Normalmente i pruni, come tutti gli alberi, sono verticali al terreno, ma quel
pruno specifico in là con gli anni, ha il suo tronco serpeggiante per più di un
metro in orizzontale, aderente al terreno. Eppure è vivo e vegeto e fa delle
prugne squisite”. Spero che in qualche modo questo possa essere un punto di partenza, saluti, dott.ssa MM
Buonasera, la "guarigione" non implica il compiacere gli altri. La domanda che l'ha spinta ad intraprendere dei percorsi era cambiare in che modo? Se vive bene nel pessimismo perchè voler cambiare? Se le etichette che le danno la infastidiscono tanto da porsi dei dubbi forse non è libertà e sazietà iò che sente.
Cara utente,
quello che descrivi non suona come qualcosa di “bacato”, ma come una posizione interna piuttosto definita, che nel tempo hai costruito e nella quale funzioni.
Il punto che porti è molto interessante perchè ha a che fare con una distanza tra ciò che senti autentico e l’idea di cambiamento che senti ti venga richiesta. Un’idea che vivi come normativa, poco tua, e per questo facilmente respingente.
Il pessimismo che descrivi può avere anche una funzione: dare coerenza, mettere distanza, difenderti da aspettative percepite come invasive o non aderenti. In questo senso, è comprensibile che le richieste esterne vengano sentite come minacciose, possiamo anche dire espulsive (?) più che come possibilità.
Nel punto di vista che ti do, senza conoscerti quindi sulla base di poche informazioni e della mia personale esperienza, la domanda si sposta leggermente: non tanto se devi cambiare o meno, questo passa in secondo piano, ma come mai una posizione così solida debba entrare in conflitto così forte con ciò che arriva dall’esterno. Cosa rischierebbe, cosa verrebbe messo in discussione, se quelle richieste non fossero vissute solo come qualcosa da respingere.
Non credo che tu debba aderire a un modello più “positivo” o forzarti a sentire ciò che non senti, penso che una ipotesi interessante sarebbe capire se questa posizione ti lascia spazio oppure se, nel proteggerla, finisce anche per chiudere alcune possibilità.
Un caro saluto
quello che descrivi non suona come qualcosa di “bacato”, ma come una posizione interna piuttosto definita, che nel tempo hai costruito e nella quale funzioni.
Il punto che porti è molto interessante perchè ha a che fare con una distanza tra ciò che senti autentico e l’idea di cambiamento che senti ti venga richiesta. Un’idea che vivi come normativa, poco tua, e per questo facilmente respingente.
Il pessimismo che descrivi può avere anche una funzione: dare coerenza, mettere distanza, difenderti da aspettative percepite come invasive o non aderenti. In questo senso, è comprensibile che le richieste esterne vengano sentite come minacciose, possiamo anche dire espulsive (?) più che come possibilità.
Nel punto di vista che ti do, senza conoscerti quindi sulla base di poche informazioni e della mia personale esperienza, la domanda si sposta leggermente: non tanto se devi cambiare o meno, questo passa in secondo piano, ma come mai una posizione così solida debba entrare in conflitto così forte con ciò che arriva dall’esterno. Cosa rischierebbe, cosa verrebbe messo in discussione, se quelle richieste non fossero vissute solo come qualcosa da respingere.
Non credo che tu debba aderire a un modello più “positivo” o forzarti a sentire ciò che non senti, penso che una ipotesi interessante sarebbe capire se questa posizione ti lascia spazio oppure se, nel proteggerla, finisce anche per chiudere alcune possibilità.
Un caro saluto
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