Domande del paziente (40)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, sono la psicologa Marika, piacere.
Quello che descrive non è “un semplice conflitto tra colleghe”: è una situazione in cui lei ha provato più volte a mantenere collaborazione e rispetto, mentre...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, sono la psicologa clinica Marika, piacere.
Ti rispondo come farei nel mio studio, con rispetto e senza giudizio.
Quello che racconti non parla di “incapacità di amare”, ma di un copione relazionale...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Signore, sono la psicologa Marika e quella che descrive è una dinamica tipica di "gelosia insicura": non nasce dai fatti oggettivi, ma da una paura interna di essere messa da parte o tradita. Quando... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Signora, sono la psicologa Marika e lavoro sull'autostima (nodo centrale di sua figlia). La ringrazio per aver condiviso con tanta attenzione la situazione di sua figlia. Da ciò che descrive, sembra... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, sono la psicologa Marika, piacere.
Rispondo come farei in studio, con molta sincerità ma anche con delicatezza.
Quello che descrivi non è immaturità, non è “essere esagerata” e non è nemmeno “volere...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, piacere Marika, psicologa clinica.
Ti rispondo come farei in un primo spazio di consultazione psicologica, con attenzione ma senza trarre conclusioni affrettate.
Da quello che descrivi emergono diversi...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, sono la psicologa Marika e da ciò che racconta emerge una situazione piuttosto comune nelle relazioni: due persone che si vogliono bene ma che hanno modi diversi di esprimere l’affetto. Il fatto... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao Matteo, provo a risponderti in modo diretto.
Mi presento, sono la psicologa Marika.
Quello che descrivi non è amore da parte sua, ma un forte bisogno emotivo di averti vicino senza assumersi una...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, piacere. Sono la psicologa Marika e ti rispondo in modo diretto.
No, non stai facendo qualcosa di “sbagliato”: sei single, sei stata chiara con entrambi, quindi non stai tradendo nessuno.
Il punto...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao carissima, sono la psicologa Marika e soprattutto grazie per aver condiviso qualcosa di così profondo. Quello che descrivi non è affatto raro, ma quando lo si vive in prima persona può sembrare un... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, sono la psicologa Marika, piacere.
Intanto, grazie per aver condiviso la tua situazione con tanta sincerità.
Quello che racconti non è affatto “strano” o incoerente: è molto umano. Dopo un traguardo...
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Salve, sto attraversando un periodo “buio” nella relazione di convivenza con la mia compagna.
Conviviamo da 13 anni, abbiamo un figlio di 6 anni ed abbiamo fatto i nostri sbagli e avuto i nostri alti e bassi nella relazione, ma recentemente la mia compagna mi ha comunicato di non essere felice ed avere dubbi sui sentimenti nei miei confronti.
Questo pare sia dovuto a tante piccole cose che nel tempo le hanno dato fastidio, non riesce ad essere se stessa per paura di non so cosa e ora è arrivata ad essere “piena” e forse anche un pochino chiusa in se stessa.
Per me è stato un fulmine a ciel sereno, arrivato cosi dal niente e invece a quanto pare è una situazione che si porta avanti da tempo, senza che io mi accorgessi di niente e senza che lei ne parlasse con me per cercare una soluzione. Ovviamente mi sento vuoto, sconfitto, ma anche speranzoso che la situazione possa risolversi positivamente per poter tornare ad essere la famiglia che eravamo, anzi forse anche migliore andando a correggere quelli aspetti che potrebbero aver portato a questa situazione.
La mia più grande paura è ovviamente la sofferenza che potrebbe avere il bimbo, ma anche il fatto di “buttar via” quello che è stato costruito con fatica e impegno in tutti questi anni.
Non credo di averle mai fatto mancare niente, anzi è sempre stata libera di fare le sue cose, anche se alcune mi creavano delle preoccupazioni/perplessità che non ho mai nascosto, ma lei spesso ignorato.
Io mi sono reso più che disponibile a cercare di trovare una soluzione, a lavorare su noi per cercare di migliorare sugli aspetti che hanno portato a questo e ho teso la mano, ma da parte sua non capisco se questa volontà ci sia o meno, come se fosse intrappolata in un limbo e non riesco a comprendere come sia possibile questa freddezza dopo 13 anni e una famiglia costruita.
Sto cominciando ad avere grandi dubbi, tipo che sia stata con me fino ad oggi, nonostante questo suo “disagio”, solo per comodità e per paura di non restare sola, visto che i genitori vivono in un altro stato e quindi di essere stato utilizzato e preso in giro.
Come dovrei comportarmi adesso? Potremmo provare ad intraprendere inizialmente un percorso di coppia insieme ed eventualmente, se reputato necessario, in seguito anche singolarmente per poter affrontare questa problematica che stiamo vivendo?
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissimo, sono la psicologa Marika e da ciò che descrive emerge un momento di grande dolore, ma anche di forte attivazione emotiva e desiderio di comprendere e “riparare”. È importante riconoscere questo aspetto: la sua disponibilità a mettersi in discussione e a lavorare sulla relazione è una risorsa preziosa.
Quello che sta vivendo è spesso molto destabilizzante: quando uno dei partner esprime un malessere che si è costruito nel tempo senza essere condiviso, l’altro può sentirsi spiazzato, escluso e persino tradito nella fiducia (“perché non me ne sono accorto?”, “perché non me lo ha detto prima?”). Le sue reazioni – senso di vuoto, paura, ma anche speranza – sono comprensibili e umanamente coerenti.
Allo stesso tempo, è utile provare a leggere anche il vissuto della sua compagna non come un attacco o un inganno, ma come il possibile esito di difficoltà nel comunicare bisogni, paure o insoddisfazioni. Alcune persone, per timore del conflitto o per difficoltà a riconoscere ciò che provano, tendono ad accumulare nel tempo piccoli disagi fino a sentirsi “piene”, come lei stessa ha detto.
Rispetto ai dubbi che sta sviluppando (ad esempio l’idea di essere stato “usato”), è importante trattarli con cautela: in momenti di forte incertezza emotiva la mente cerca spiegazioni nette, ma spesso queste ipotesi rischiano di aumentare la distanza e la sofferenza, senza necessariamente essere aderenti alla realtà.
Venendo alla sua domanda su come comportarsi, le propongo alcuni punti di lavoro in chiave terapeutica:
1. Creare uno spazio di dialogo sicuro:
Più che cercare subito soluzioni, può essere utile aprire uno spazio in cui entrambi possiate parlare senza sentirvi giudicati o messi sotto pressione. Ad esempio, provando a comunicare ciò che sente (“mi sono sentito spiazzato e triste”) piuttosto che chiedere spiegazioni o rassicurazioni immediate.
2. Accogliere l’incertezza senza forzarla:
La sua compagna sembra essere in una fase di ambivalenza (“limbo”). Forzarla a prendere una posizione rischia di irrigidire ancora di più la situazione. A volte è necessario tollerare temporaneamente questa incertezza per permettere all’altro di chiarirsi.
3. Distinguere tra responsabilità e colpa:
In una relazione lunga, le dinamiche si costruiscono insieme. Più che cercare “chi ha sbagliato”, può essere utile chiedersi: “quali dinamiche abbiamo creato nel tempo che oggi non funzionano più?”
4. Considerare seriamente un percorso di coppia:
Sì, la terapia di coppia è assolutamente indicata in situazioni come questa. Può offrire uno spazio mediato in cui:
* dare voce ai vissuti di entrambi
* comprendere i bisogni non espressi
* ricostruire modalità comunicative più efficaci
Eventualmente, come giustamente intuisce, un percorso individuale può affiancarsi per lavorare sui vissuti personali.
5. Tenere presente il benessere di suo figlio, ma senza usarlo come unica guida:
Il desiderio di proteggere vostro figlio è molto importante. Tuttavia, i bambini stanno meglio in contesti emotivamente autentici: non necessariamente in famiglie “intatte”, ma in relazioni (anche separate) in cui gli adulti sono consapevoli e rispettosi.
In sintesi, la situazione che descrive non è necessariamente la fine della relazione, ma è chiaramente un punto di crisi che richiede un cambiamento. Le crisi, se affrontate, possono diventare momenti di trasformazione profonda della coppia.
Il passo che ha già fatto – fermarsi, chiedere aiuto e interrogarsi – è un segnale importante. Ora il lavoro sarà capire se questo percorso può essere condiviso anche dalla sua compagna.
Rimango a sua disposizione.
Dott.ssa Marika
Buongiorno,
devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.
Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.
Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.
Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.
Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.
Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.
Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.
Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, sono la dott.ssa Marika, psicologa clinica e di coppia e
quello che descrive è molto comune: quando ci si avvicina alla terapia di coppia dall’esterno si ha l’impressione di entrare in un “labirinto” di scuole, sigle e linguaggi poco trasparenti. Provo a darle una bussola pratica, da psicologa di coppia, per orientarsi senza dover “scegliere a caso”.
1) Psicologo o psicoterapeuta?
Per una terapia di coppia strutturata, è preferibile rivolgersi a uno **psicoterapeuta** (psicologo o medico con specializzazione in psicoterapia).
Lo psicologo non necessariamente è formato per fare psicoterapia: può fare consulenza, sostegno, valutazione. La terapia vera e propria richiede una specializzazione ulteriore.
2) Gli orientamenti: contano meno di quanto sembra (ma non zero)
È vero: esistono molti approcci (cognitivo-comportamentale, sistemico-relazionale, psicodinamico, ecc.). Ma la ricerca mostra da anni che le differenze di efficacia tra approcci sono molto meno rilevanti di quanto si pensi, soprattutto nella terapia di coppia.
Quello che incide davvero è:
* la qualità dell’alleanza terapeutica (se vi sentite compresi entrambi)
* la capacità del terapeuta di restare equidistante (non “allearsi” con uno dei due)
* la chiarezza del metodo di lavoro
* la capacità di gestire i conflitti senza semplificarli o schierarsi
Detto questo, per la coppia alcuni orientamenti sono più frequentemente utilizzati e hanno strumenti specifici:
* **sistemico-relazionale** (molto diffuso in Italia, guarda alle dinamiche tra voi)
* **cognitivo-comportamentale di coppia** (più strutturato, orientato a comunicazione e comportamenti)
* approcci integrati (molti terapeuti oggi non lavorano “in purezza”)
3) Non deve “credere” nella teoria del terapeuta
Capisco il fastidio per frasi tipo “credo in…”. Non è religione, ma linguaggio un po’ maldestro per dire: “questo è il modello che uso”.
A lei non è richiesto di condividere una teoria: deve capire se quel professionista sa lavorare con voi.
4) Come scegliere davvero (in concreto)
Più che studiare le scuole, le suggerisco un processo in 3 passi:
a) Prima selezione (razionale)
Scelga 2–3 terapeuti che:
- lavorano **esplicitamente con le coppie**
- sono **psicoterapeuti**
-presentano in modo chiaro cosa fanno (non solo teoria astratta)
b) Colloquio iniziale (fondamentale)
Il primo incontro serve anche a valutare il terapeuta. Può osservare:
dà spazio a entrambi in modo equilibrato?
evita di “diagnosticare” subito chi ha torto?
spiega come lavorerete?
vi fa sentire ascoltati **entrambi**, anche se avete posizioni diverse?
c) Decisione condivisa
5) Età e caratteristiche personali del terapeuta: Non sono irrilevanti, ma neanche decisive:
l’esperienza può aiutare nella gestione delle dinamiche complesse, ma anche terapeuti più giovani possono essere molto competenti
Più utile chiedersi: **ha esperienza specifica con coppie?** (questa sì è una variabile importante)
6) Il punto chiave (che spesso si sottovaluta)
Non esiste “la scuola giusta in assoluto” per voi.
Esiste un terapeuta capace di lavorare con **questa specifica coppia**, in questo momento.
Spero sia stata chiara e di aiuto
Dott.ssa Marika
Ho appena terminato una relazione con una ragazza di 26 anni, di cui sono innamorato perso. (Io ne ho 12 in più )
Ed a suo dire anche lei, 3 settimane fa abbiamo prenotato le ferie estive insieme, la settimana scorsa mi ha presentato tutti i suoi parenti, e due settimane fa mi lasciava bigliettini per casa dicendomi che mi ama, che mi scieglierebbe ogni giorno, che nei momenti bui sono la sua luce e che sono il suo tutto eccetera.
Ora, a distanza di una settimana mi dice che il sentimento è cambiato, che non sa più quello che vuole, che prima era sicura di volere una famiglia, ora no. Che vuole stare sola, che non è mai stata sola in vita sua, e che ha bisogno di tempo per sé!
Da un giorno all’altro, senza spiegazioni, senza litigate, dalla mattina alla sera.
Non riesco a darmi spiegazioni
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, sono la dott.ssa Marika, psicologa clinica e di coppia. Quello che descrive è un cambiamento molto brusco, e proprio per questo così destabilizzante. In una relazione, soprattutto quando i segnali sono stati fino a poco prima coerenti, affettuosi e progettuali, una svolta improvvisa come questa può lasciare senza punti di riferimento e generare un forte bisogno di “capire”.
Provo a offrirle una lettura da un punto di vista relazionale.
Non sempre i tempi emotivi delle persone coincidono con ciò che esprimono a parole. È possibile che la sua ex compagna abbia vissuto sentimenti autentici quando le scriveva quei messaggi e faceva progetti, ma che parallelamente stesse maturando – magari anche in modo inconsapevole – un bisogno diverso: autonomia, spazio personale, o una riflessione sulla propria identità e sul futuro. Questo tipo di conflitto interno, quando emerge, può portare a decisioni repentine che dall’esterno sembrano incomprensibili.
Il fatto che lei dica di “non essere mai stata sola” è un elemento importante: per alcune persone, arrivare a un certo punto della vita può attivare il bisogno di sperimentarsi fuori dalla coppia, anche se la relazione è significativa. Non è necessariamente un giudizio sul valore del legame o su ciò che lei rappresenta.
Capisco però che, per chi resta, questo non allevia il dolore né la confusione. Anzi, l’assenza di una spiegazione lineare può alimentare pensieri ricorrenti (“cosa è successo davvero?”, “c’è qualcun altro?”, “ho sbagliato qualcosa?”). È una reazione del tutto umana, ma spesso non porta a risposte soddisfacenti, perché il cambiamento è avvenuto dentro l’altra persona.
Un punto centrale, in questo momento, è distinguere tra:
* il bisogno di capire (legittimo),
* e la possibilità reale di ottenere una spiegazione che la rassicuri.
Non sempre le due cose coincidono.
Dal punto di vista relazionale, quello che lei può fare ora è:
* riconoscere che il cambiamento appartiene a lei, non è qualcosa che lei può controllare o “correggere”;
* evitare di rincorrere spiegazioni a tutti i costi, se l’altra persona non è in grado di darle in modo chiaro;
* dare spazio al proprio vissuto emotivo, che è di perdita, delusione e probabilmente anche incredulità.
Il dolore che prova è proporzionale all’investimento affettivo che c’è stato, e al fatto che fino a pochi giorni prima c’era una progettualità condivisa. Questo rende la rottura più simile a uno “strappo” che a una separazione graduale.
Se posso lasciarle una riflessione: più che cercare una spiegazione perfetta del suo comportamento, può essere utile, col tempo, chiedersi che tipo di relazione desidera costruire, e quanto per lei sia importante la stabilità e la coerenza nel tempo dell’altro.
Se sente che il bisogno di capire resta molto forte o che la situazione la blocca emotivamente, un confronto con un professionista può aiutarla a rielaborare questa esperienza senza restarne incastrato.
Se vuole, può raccontarmi qualcosa di più su come sta vivendo questi giorni: spesso è da lì che si può iniziare a rimettere insieme i pezzi.
Rimango a sua disposizione
Dott.ssa Marika
Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, sono la dottoressa Marika, psicologa clinica e da quello che racconta emerge innanzitutto un ragazzo sensibile, con un forte bisogno di essere visto, accettato e riconosciuto dal gruppo. E emerge anche una mamma molto presente e attenta, che prova davvero a comprenderlo e non solo a correggerlo. Questo è già un elemento molto importante.
A 13-14 anni il gruppo dei pari ha un peso enorme nella costruzione dell’identità e dell’autostima. Se un ragazzo percepisce anche solo in parte di essere “meno integrato” o di dover conquistare il proprio posto, può iniziare a usare il ruolo del “simpatico”, del “giullare” o di quello che fa ridere per sentirsi accettato. Spesso dietro questi comportamenti non c’è superficialità, ma la paura di non essere abbastanza interessante o amabile così com’è.
Il punto importante è che suo figlio sembra già avere una buona consapevolezza quando dice: “Se non faccio ridere mi sento non valido”. Questa frase racconta una fragilità dell’autostima, non un problema educativo grave o un “carattere sbagliato”.
Le suggerisco alcune cose pratiche che possono aiutarlo:
- Cerchi di valorizzarlo non solo quando “si comporta bene”, ma soprattutto per aspetti legati alla sua persona: sensibilità, gentilezza, capacità, impegno, creatività, modo di stare con gli altri. I ragazzi che cercano continuamente attenzione spesso finiscono inconsapevolmente per identificarsi solo con il ruolo che ricoprono nel gruppo.
- Eviti troppi richiami sul “fare il pagliaccio”, soprattutto nei momenti di tensione. Se si sente continuamente corretto, rischia di consolidare ancora di più l’idea di essere “quello problematico”. È più utile aiutarlo a riflettere dopo, con calma, su cosa provava in quel momento e su cosa stesse cercando dagli altri.
- Lo aiuti a sperimentare relazioni anche fuori dal “gruppo storico” della classe e del basket. A questa età i gruppi molto chiusi possono diventare difficili e far sentire alcuni ragazzi sempre “in rincorsa”. Nuovi contesti possono permettergli di sentirsi visto in modo diverso.
- Quando racconta episodi di esclusione o disagio, provi prima a validare l’emozione (“Capisco che ti faccia stare male sentirti così”) prima di rassicurarlo o spiegargli cosa dovrebbe fare. Sentirsi compreso riduce molto il bisogno di attirare attenzione.
-Cerchi anche momenti in cui stare con lui senza parlare di scuola, comportamento o problemi. Attività semplici condivise aiutano tantissimo l’autostima relazionale dei ragazzi.
Infine, la sua paura che possa “restare così per tutta la vita” è comprensibile, ma probabilmente oggi sta guardando una fase evolutiva ancora molto aperta. L’adolescenza è proprio il periodo in cui molti ragazzi oscillano tra bisogno di approvazione, eccessi, goffaggine sociale e ricerca del proprio posto nel mondo. Non tutto ciò che vediamo a 14 anni diventa una caratteristica definitiva della personalità adulta.
Se però nei prossimi anni dovesse vedere una sofferenza crescente, forte dipendenza dal giudizio altrui, tristezza persistente o comportamenti sempre più estremi per ottenere attenzione, allora potrebbe essere utile un piccolo percorso psicologico di supporto, non perché ci sia “qualcosa che non va”, ma per aiutarlo a costruire un senso di valore personale più stabile.
Rimango a disposizione per qualsiasi dubbio.
Dott.ssa Marika
Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto conflittuale tra desiderio e repulsione. Ho fatto diete, di tutti i tipi possibili, che ho sempre portato a termine con successo, ma vivendole come una privazione dalla mia “dipendenza” ne annullavo l’effetto non appena le terminavo, riprendendo tutti i chili che avevo perso. Sono pienamente consapevole delle mie difficoltà e dell’approccio adeguato per poter raggiungere il peso e la forma fisica che vorrei ma mi rendo conto che le mie emozioni, sempre di più, bloccano la mia parte razionale e prendono il sopravvento. Sono entrata in un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Ho consultato specialisti che mi hanno sempre indirizzato su metodi pratici invece di lavorare sulle emozioni e sulla dipendenza per il cibo. Vorrei arrivare ad eliminare questa dipendenza e considerare il cibo come un mezzo di sussistenza e basta. Come posso fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, sono la dottoressa Marika e mi occupo del problema da lei citato e
dal suo racconto emerge un aspetto molto importante: lei non sta descrivendo semplicemente “mancanza di volontà” o difficoltà a seguire una dieta, ma un rapporto emotivo profondo e faticoso con il cibo, presente da moltissimo tempo. E spesso, quando il problema viene affrontato solo sul piano alimentare o del controllo del peso, il circolo vizioso continua a ripetersi.
Lei parla infatti di “desiderio e repulsione”, di privazione, di perdita di controllo dopo le diete, di emozioni che prendono il sopravvento sulla parte razionale. Questo è molto tipico di una relazione con il cibo costruita non solo sulla fame fisica, ma anche sulla regolazione emotiva, sul conforto, sul controllo e talvolta sul tentativo di colmare stati interni difficili da sostenere.
Più ci imponiamo regole rigide e restrizioni, più spesso il cervello vive il cibo come qualcosa di proibito e potentissimo. Per questo molte diete funzionano inizialmente ma poi, terminata la fase di controllo, riportano verso abbuffate, senso di colpa o perdita del senso di equilibrio. Non perché lei “fallisca”, ma perché il problema non è solo nutrizionale.
Vorrei però soffermarmi su una frase che scrive: “Vorrei eliminare questa dipendenza e considerare il cibo solo un mezzo di sussistenza”.
Capisco profondamente il desiderio di liberarsi dalla sofferenza, ma l’obiettivo non dovrebbe essere diventare una persona “senza desiderio” o emotivamente neutra rispetto al cibo. Il cibo non è solo carburante: è piacere, relazione, cultura, conforto, esperienza corporea. Il punto non è eliminare il coinvolgimento emotivo, ma costruire una relazione più libera, consapevole e meno compulsiva.
Ed è qui che approcci come la mindful eating possono essere molto utili, soprattutto se integrati in un percorso psicologico. La mindful eating non insegna a “controllarsi di più”, ma quasi il contrario: aiuta a interrompere l’automatismo. A riconoscere:
* la differenza tra fame fisica e fame emotiva;
* i momenti in cui il cibo serve a calmare, anestetizzare o riempire;
* i segnali corporei di fame, sazietà e soddisfazione;
* i pensieri di colpa, punizione e restrizione che spesso alimentano il problema.
Molte persone con una lunga storia di diete hanno perso fiducia nel proprio corpo e vivono oscillando tra controllo rigido e perdita di controllo. Il lavoro terapeutico serve proprio a ricostruire sicurezza interna e regolazione emotiva, non semplicemente a “mangiare meno”.
Le suggerirei quindi di orientarsi verso un percorso che integri:
- supporto psicologico focalizzato sul rapporto emotivo con il cibo;
-eventualmente una figura nutrizionale non prescrittiva e non centrata sulle diete punitive;
- pratiche di mindful eating e consapevolezza corporea.
E soprattutto provi a guardare le sue difficoltà non come un difetto personale, ma come una strategia emotiva che negli anni ha avuto una funzione. Finché il cibo verrà vissuto come “nemico” o “droga da eliminare”, il conflitto rischia di restare acceso. Il cambiamento spesso inizia quando si smette di combattere contro di sé e si comincia ad ascoltare cosa quel comportamento sta cercando di comunicare.
Se desidera fare un incontro conoscitivo per parlarne mi considera presente.
Rimango a disposizione per qualsiasi dubbio.
Dott.ssa Marika
Salve dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da circa qualche mese, abbiamo 22 anni di differenza, stavamo insieme da 3 anni circa, diciamo che da circa inizio anno ho iniziato a risentire un mio amico con cui mi frequentavo a distanza diciamo circa prima del mio ex, con lui mi sono sempre sfogata, sentita capita e forse questo, che non trovavo nel mio ex, mi ha fatto avvicinare a lui, e tutt'ora ho un non so quale sentimento nei suoi confronti, con lui oltretutto ci dobbiamo rivedere in questi giorni, dopo esserci visto un mese fa già, in amicizia anche se c'è stato qualche bacio. Inoltre però col mio ex ci continuavamo a vedere perché io non riuscivo a distaccarmi, a lasciarlo andare, nonostante continuassi a non vedere cambiamenti da parte sua, nonostante continuassimo a discutere, a vedere cose che non mi stavano bene..con questo amico ora mi devo rivedere ma ho paura, perché in questo periodo ho di nuovo riprovato qualcosa per lui, ma è come se andassi a periodi, non so come sentirmi, come riconoscere ciò che provo..mi piace ma allo stesso tempo voglio essere libera o comunque ho paura che poi ci sono atteggiamenti o comportamenti anche banali che non mi piacciono..quindi ritorno sui miei passi e non mi piace più, ma è ovvio che se lo vedo magari vorrei baciarlo, parlare, stare insieme ecc..mi spaventa questo perché non so come riconoscere il tutto, cosa fare, lasciare che le cose vadano da se e vedere come va oppure cosa? non riesco a dare un nome a tutto ciò, a come mi sento...a cosa provo, ho paura di non so neanche cosa, di vederlo e non sapere cosa fare per paura..non lo so
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, sono la dottoressa Marika, nonchè psicologa clinica e quello che descrive è molto frequente dopo una relazione importante, soprattutto quando il legame non si è realmente chiuso sul piano emotivo. In questo momento sembra che dentro di lei convivano bisogni diversi: il desiderio di vicinanza, comprensione e complicità, ma anche il bisogno di libertà, autonomia e protezione dalla sofferenza. Per questo i suoi sentimenti appaiono così altalenanti.
Da ciò che racconta, non emerge tanto l’assenza totale di interesse verso questo ragazzo, quanto piuttosto una forte ambivalenza: quando lui è distante sente il desiderio di cercarlo, di stare bene con lui, di condividere; quando invece la relazione potrebbe diventare più concreta e reale, emergono dubbi, paura, fastidio per alcuni aspetti e il bisogno di prendere le distanze. Questo movimento di avvicinamento e allontanamento spesso non significa “non provare niente”, ma piuttosto avere difficoltà a sentirsi emotivamente sicuri dentro una relazione.
Inoltre lei sta ancora elaborando la fine del rapporto con il suo ex, con cui il distacco sembra non essere stato netto. Finché una relazione resta emotivamente aperta, può essere difficile capire davvero cosa si prova per un’altra persona, perché una parte di energie emotive resta ancora legata al passato.
Non credo che in questo momento lei debba forzarsi a “dare subito un nome” a ciò che prova. I sentimenti raramente sono chiari e definitivi da subito, soprattutto quando ci sono confusione, paura e bisogno di protezione. Più cerca una certezza immediata (“mi piace davvero oppure no?”), più rischia di aumentare l’ansia e il controllo su ogni emozione o comportamento.
Potrebbe invece essere utile provare a vivere questo incontro con meno pressione, senza sentirsi obbligata a decidere subito cosa sarà questa relazione. Osservi come si sente quando è con lui: se riesce ad essere spontanea, serena, ascoltata, libera di essere se stessa. Le emozioni spesso diventano più comprensibili quando vengono vissute, non analizzate continuamente nella mente.
Si dia anche il permesso di avere paura e dubbi: non significa necessariamente che sta sbagliando qualcosa. Sta attraversando una fase di cambiamento emotivo e di ridefinizione dei suoi bisogni affettivi, ed è normale sentirsi confusi.
Rimango a disposizione
Dott.ssa Marika
Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, sono la dott.ssa Marika e dal suo racconto emerge una grande sofferenza, ma anche una notevole capacità di osservarsi e di cercare aiuto. Quello che descrive non sembra riducibile semplicemente al fatto che il suo compagno “non sia quello giusto”. Colpisce invece un funzionamento relazionale caratterizzato da forte ansia, paura del rifiuto e dell’intimità, oscillazioni tra idealizzazione e repulsione, bisogno di approvazione esterna e pensieri intrusivi molto intensi riguardo all’aspetto fisico, alla pulizia e al valore dell’altro.
Le esperienze che racconta — l’umiliazione subita da ragazzina, l’episodio con il ragazzo insistente e svalutante, la vergogna legata al giudizio degli altri, il clima familiare ansioso e poco contenitivo — possono avere contribuito a creare un’associazione tra vicinanza affettiva, ansia e pericolo emotivo. In molte persone questo porta a desiderare profondamente l’amore ma, quando il legame diventa reale e concreto, a sperimentare improvvisamente disgusto, dubbi, irritazione o impulso alla fuga.
I pensieri che descrive sembrano avere anche caratteristiche ossessive: attenzione continua ai difetti del partner, controllo delle proprie sensazioni (“lo amo davvero?”, “mi piace abbastanza?”, “è abbastanza pulito/carino/intelligente?”), bisogno di certezza assoluta sul sentimento e forte disagio quando questa certezza manca. Quando l’ansia aumenta, la mente tende a concentrarsi sempre di più sui particolari negativi del partner fino a farli sembrare intollerabili. Questo però non significa automaticamente che il sentimento sia falso o che la relazione sia necessariamente sbagliata.
Anche il peggioramento dopo la sospensione della paroxetina è un elemento importante da considerare con lo specialista che la segue, senza modificare autonomamente la terapia.
Il fatto più positivo del suo messaggio è che ha già iniziato una psicoterapia. Credo sia la strada corretta: non per decidere rapidamente se lasciare o meno il suo compagno, ma per comprendere più a fondo il suo funzionamento emotivo, il rapporto con l’intimità, la paura del giudizio, il bisogno di controllo e l’origine di questi pensieri intrusivi. In questo momento prendere decisioni drastiche basandosi solo sull’ansia rischierebbe di aumentare la confusione.
Cerchi quindi di non trasformare la terapia in una “sentenza” sul fatto che il suo ragazzo sia giusto o sbagliato per lei. Il lavoro più importante sarà capire cosa accade dentro di lei quando entra in una relazione affettiva stabile e significativa.
Un caro saluto.
Rimango a disposizione
Dott.ssa Marika
Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, sono la dott.ssa Marika, psicologa clinica e dal suo messaggio emerge una forte stanchezza emotiva, ma anche una grande determinazione. In pochi mesi ha affrontato contemporaneamente un trasferimento, un cambiamento di vita, un’esperienza lavorativa deludente e la pressione di dover costruire autonomia economica e personale lontano da casa. È comprensibile che oggi si senta spaventata e fragile.
L’esperienza dello stage sembra aver colpito soprattutto la sua autostima. Quando veniamo criticati o umiliati in un contesto nuovo e importante, la mente tende facilmente a trasformare quell’episodio in una valutazione globale di sé: “non sono capace”, “fallirò anche altrove”, “non riuscirò a costruirmi una vita”. Ma il fatto di essersi trovata male in un ambiente non significa essere inadatta al lavoro o incapace di integrarsi. Esistono contesti professionali molto diversi tra loro, e alcune dinamiche possono diventare realmente tossiche e svalutanti, soprattutto per chi è già sensibile all’ansia e al giudizio.
Nel suo racconto si vede chiaramente il meccanismo dell’ansia anticipatoria: prima ancora di iniziare un nuovo lavoro, la sua mente sta già vivendo il possibile fallimento, le critiche, il disagio, il sentirsi esclusa. Questo porta il cervello a percepire ogni nuovo inizio non come un’opportunità, ma come un rischio emotivo enorme. Più l’ansia aumenta, più si riduce la fiducia nelle proprie capacità, e più ci si sente bloccati.
Inoltre sta vivendo un confronto molto duro con i tempi degli altri (“le mie amiche si sposano…”), ma la vita non procede in modo lineare né uguale per tutti. A 30 anni non è affatto “troppo tardi” per costruire stabilità lavorativa e identità personale. Anzi, molte persone iniziano davvero a capire cosa vogliono proprio dopo esperienze frustranti o cambiamenti importanti.
Credo sia importante che in questo momento lei provi a separare due piani:
- il valore personale;
- la situazione lavorativa attuale.
Oggi è in una fase precaria, ma questo non definisce il suo valore né il suo futuro. Il rischio è che la paura del “fallimento” la porti a leggere ogni difficoltà come la prova definitiva di non essere abbastanza.
Più che chiedersi “quanto tempo posso restare qui?”, forse sarebbe utile domandarsi: “Qual è il prossimo piccolo passo concreto che posso fare?”. Quando ci si sente sopraffatti, pensare all’intera vita futura aumenta il senso di panico. Concentrarsi invece su obiettivi ravvicinati e realistici aiuta a recuperare senso di efficacia: inviare candidature mirate, creare una routine, mantenere alcuni spazi di benessere, continuare — se possibile — il supporto psicologico anche con una frequenza ridotta.
Il fatto che lei voglia restare, costruirsi una vita autonoma e continuare a provarci è già un segnale importante: dentro la paura c’è comunque una parte di lei che desidera crescere e non arrendersi. È quella parte che andrebbe sostenuta adesso, senza pretendere da sé sicurezza assoluta o perfezione.
Rimango a disposizione
Dott.ssa Marika
Ho sempre pensato di essere una persona equilibrata, pur con i normali alti e bassi.
Di recente, però, dopo una brutta litigata, il mio compagno mi ha confessato tutto il malessere che ha accumulato in questi anni a causa dei miei comportamenti.
Tutto è partito da una mia forte scenata di gelosia; una volta sfogata, mi sono resa conto che era del tutto infondata, ho capito l'errore e ho chiesto subito scusa. Ma ormai il danno era fatto.
Il problema è che mi vengono dei momenti, dal nulla, in cui il mio umore crolla drasticamente. In quei frangenti emerge il mio lato peggiore: rabbia, gelosia, rancore, antipatia.
Non sono una persona cattiva, anzi mi ritengo molto sensibile ed empatica, ma in quei minuti tutto il mio lato positivo svanisce.
La cosa assurda è che così come questo malessere arriva, altrettanto velocemente se ne va, e io torno la persona tranquilla di sempre, come se non fosse successo nulla.
Il mio compagno mi ha fatto giustamente notare che per lui è devastante: si sente come su un campo minato, dove deve stare attento a dove cammina per non fare esplodere la miccia. Io non voglio assolutamente una relazione così, e non avevo idea di fargli così male.
Ho deciso che voglio affrontare questa cosa e cercare aiuto per capire perché mi succede e imparare a gestire queste tempeste emotive.
A questo proposito, vorrei un consiglio: c'è una figura professionale specifica per questa cosa? Ed è meglio un percorso da sola, individuale, o devo coinvolgere anche il mio compagno, quindi fare terapia di coppia?
Grazie di cuore a chiunque vorrà rispondermi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Piacere, sono la psicologa Marika e mi permetto di risponderle cercando di essere chiara e di aiuto.
Quello che descrive è molto più comune di quanto pensi, e il fatto che oggi riesca a guardarsi con lucidità e a voler capire cosa accade dentro di sé è già un passaggio molto importante. Dal suo racconto non emerge “cattiveria”, ma piuttosto una difficoltà nella regolazione emotiva in alcuni momenti di forte attivazione interna. Quando queste emozioni arrivano — rabbia, gelosia, rancore — sembrano prendere temporaneamente il controllo, facendole perdere quella capacità di valutare con equilibrio che invece sente di avere nella quotidianità.
Il suo compagno le ha restituito un vissuto doloroso, ma prezioso: sentirsi “su un campo minato” significa probabilmente vivere nell’incertezza di quando arriverà un’altra esplosione emotiva. Questo non vuol dire che la relazione sia compromessa, ma che la sofferenza accumulata merita attenzione e ascolto serio.
La figura professionale più indicata, in prima battuta, è uno psicologo o psicoterapeuta che lavori sui temi della gestione emotiva, delle relazioni affettive e delle dinamiche di attaccamento. Un percorso individuale sarebbe molto utile per capire meglio:
-cosa scatena questi crolli improvvisi dell’umore;
- se ci sono ferite emotive, paure di abbandono o insicurezze profonde che si attivano;
- come imparare a riconoscere i segnali prima che l’emozione esploda;
- come costruire strumenti concreti per gestire rabbia e gelosia senza distruggere il dialogo.
Il fatto che lei “torni normale” poco dopo non cancella l’impatto che quei momenti hanno sull’altro: questo è un aspetto importante da comprendere, non per colpevolizzarsi, ma per assumersi responsabilmente la cura della relazione.
La terapia di coppia potrebbe essere un secondo passaggio molto utile, soprattutto se il suo compagno si sente ormai ferito, spaventato o emotivamente stanco. La coppia, infatti, non ha bisogno solo di evitare i conflitti, ma di imparare a viverli in modo sicuro. Tuttavia, spesso è più efficace iniziare da un percorso individuale, così da comprendere meglio se stessa e arrivare poi eventualmente alla coppia con maggiore consapevolezza.
Le suggerisco di non aspettare che si ripetano altri episodi importanti prima di chiedere aiuto. Il fatto che lei oggi dica “non voglio essere così” è già un segnale di grande motivazione al cambiamento, e questo è uno degli elementi che più favoriscono un buon percorso terapeutico.
Si conceda la possibilità di approfondire ciò che prova senza giudicarsi solo attraverso i momenti peggiori. Le persone non sono le loro esplosioni emotive, ma diventano responsabili di ciò che scelgono di farne. E lei, oggi, sta scegliendo di affrontarle.
In quanto psicologa di coppia, rimango a disposizione per maggiori chiarimenti
Dott.ssa Marika
Domande più frequenti
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Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…