Domande del paziente (95)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Salve,
    capisco che si trovi a vivere una situazione complessa e dolorosa all'interno della sua relazione coniugale, caratterizzata da comportamenti ambivalenti e apparentemente contraddittori da parte... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Capisco profondamente il peso e la fatica di questo percorso. La sua esperienza con la terapia si è trasformata in una lunga ricerca che, per certi versi, può sembrare più un’ossessione che una soluzione,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Grazie per la sua apertura, credo che sia un passo difficile e molto importante rendersi conto di avere una problematica con il gioco e poter chiedere aiuto.
    la ludopatia è una dipendenza e in quanto tale... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Grazie per aver condiviso tutto questo. È evidente che lei stia vivendo un periodo di grande pressione e cambiamento, e ci sono molteplici elementi che si intrecciano, rendendo difficile orientarsi. È... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Buongiorno,
    grazie per aver condiviso con me ciò che sente e per essersi espressa in modo così autentico. Colgo nelle sue parole un grande desiderio di cambiamento, una tensione verso la libertà, ma anche... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Gentile signora,
    mi permetta di dirle che ha scritto con un coraggio e una profondità che meritano rispetto e attenzione. La situazione che descrive è complessa e, comprensibilmente, porta con sé emozioni... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Buongiorno,
    prima di tutto, desidero riconoscere la delicatezza e la profondità della situazione che sta vivendo. È evidente che tiene molto alla sua ex compagna e che il suo desiderio di supportarla... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Capisco quanto questo nuovo pensiero l’abbia spaventata, soprattutto dopo settimane in cui era finalmente riuscito a trovare sollievo. Ma vorrei rassicurarla: ciò che sta vivendo non è affatto raro. Quando... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Gentile utente,
    mi dispiace davvero molto per la situazione che sta vivendo. Dalle sue parole emerge quanta fatica, paura e solitudine stia portando sulle spalle ogni giorno. È comprensibile che in questo... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Cara utente,
    prima di tutto desidero dirle che ciò che descrive non è affatto raro e non significa che sia “rotta” o senza speranza.
    La derealizzazione è un sintomo dissociativo. Non è una malattia in... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Buonasera,
    la ringrazio per aver trovato le parole per raccontarsi: non è affatto scontato.
    Da ciò che dice, sento quanto questa angoscia sia antica e profonda, come se avesse radici in esperienze precoci... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    gentile utente,
    Quello che lei sta vivendo può essere compreso come qualcosa che ha radici profonde nella sua storia emotiva, e che oggi si riattiva in un momento di particolare fragilità. Non si tratta... Altro


    Salve a tutti, sono una studentessa universitaria che ora più che mai sta avendo a che fare con pensieri che definirei "ossessivi" per quanto riguarda le relazioni sociali (amicizie, conoscenze, ecc.): dopo ogni interazione non sentita al 100% riuscita, riavvolgo continuamente nella mia testa ogni piccolo dettaglio della situazione per capire cosa avrei potuto sbagliare, cercando continue rassicurazioni, e spendendoci la notte in pianti. Oltre a questo, sospetto da sempre di essere neurodivergente/essere nello spettro autistico.
    Mi sto chiedendo quindi se non sia necessario partire da una valutazione psicodiagnostica per l'autismo/AuDHD. Ho il forte sospetto che i miei pensieri ossessivi siano il risultato di un sovraccarico cognitivo dovuto al masking e alla mancanza di strumenti adatti al mio funzionamento reale. Temo che un percorso generico, non formato sulla neurodivergenza, possa rivelarsi inefficace o invalidante, come già accaduto in passato. Dunque, quale percorso pensate sia meglio affrontare per prima (a fronte dei soldi)? Un percorso "generico" per risolvere inanzitutto i miei pensieri ossessivi, o un percorso psicodiagnostico (forse un po' più lungo?) per partire dalla radice?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Gentile,
    da ciò che descrive emerge quanto le relazioni sociali siano per lei fonte di intensa angoscia, che sembra poi cercare di gestire attraverso il controllo esercitato dai pensieri ossessivi (il riavvolgere, analizzare, cercare rassicurazioni). Più che un semplice sintomo da eliminare, questi pensieri appaiono come un tentativo di dare ordine e contenimento a un vissuto interno molto faticoso.
    Ci tengo a sottolineare che un percorso psicoterapeutico non è mai “generico”: è sempre costruito sulla specificità della persona e sul significato che i sintomi assumono nella sua esperienza. Lavorare sui pensieri ossessivi, quindi, non significa trascurare la radice del problema, ma iniziare ad avvicinarla.
    Rispetto al dubbio sulla neurodivergenza, credo possa essere utile valutare, proprio all’interno di un percorso terapeutico, il senso e l’utilità per lei di una valutazione psicodiagnostica per l’ADHD (o altri aspetti del funzionamento). Se emergerà come indicata, potrà eventualmente affiancare al percorso una valutazione specialistica mirata.
    Per questo, le direi che potrebbe essere più utile iniziare da uno spazio terapeutico che le permetta di comprendere più a fondo ciò che le accade – nelle relazioni, nei pensieri, nell’angoscia – e, da lì, decidere insieme se e quale tipo di approfondimento diagnostico intraprendere. Questo le consentirebbe di non ridurre la complessità della sua esperienza a una sola etichetta, ma allo stesso tempo di non escludere strumenti che potrebbero esserle utili.
    Resto con l’impressione che, più che trovare subito “la risposta giusta”, sia importante che lei possa trovare un luogo in cui sentirsi pensata e compresa nella sua esperienza, senza doversi adattare o “mascherare”.
    Un caro saluto.


    Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Buonasera,
    da ciò che descrive, il dolore che prova non riguarda solo la distanza attuale, ma anche il modo in cui questa distanza viene espressa: l’essere ignorata, non vista, come se la relazione fosse stata cancellata. È un’esperienza che può toccare aspetti molto profondi, legati al sentirsi riconosciuti e significativi per l’altro.
    Il comportamento del suo ex partner, così evitante e apparentemente freddo, può non essere tanto “paura di lei”, quanto una modalità , forse immatura o difensiva , di gestire qualcosa che per lui è difficile sostenere emotivamente. Alcune persone, di fronte a legami intensi o a separazioni non del tutto elaborate, reagiscono ritirandosi in modo rigido, quasi negando l’esistenza dell’altro per proteggersi.
    Comprendo il suo desiderio di ristabilire almeno una cordialità, anche per poter lavorare serenamente, ma al momento sembra che lui non sia disponibile a questo tipo di contatto. Forzare un riavvicinamento rischierebbe di esporla a ulteriori ferite.
    Forse, più che cercare di modificare il suo comportamento, potrebbe essere utile interrogarsi su come proteggere se stessa dentro questa situazione: trovare una forma di presenza dignitosa, anche silenziosa, che non dipenda dal suo sguardo o dal suo riconoscimento. Un semplice saluto, se sentito come autentico, può essere un gesto che parla di lei, non necessariamente di lui o della sua risposta.
    Un cordiale saluto


    Buongiorno, sto vivendo una situazione molto dolorosa , dalla quale non vedo uscita. Mia figlia , 32 anni, sposata e con un bimbo di due , si vuole separare . Non l ha detto direttamente, ma vedendola diversa, ho provato a chiederle se ci fosse qualcosa che non andava e alla fine è uscito questo.
    Praticamente le ho anche spianato la strada nel dirmelo. Non ne aveva parlato neanche con il marito. Solo con un' amica e un cugino. Vivono in un appartamento sopra al nostro, che le ho donato parecchi anni fa. Dice che con lui non ha più dialogo, non sa più guardarla negli occhi ecc. Lui è impegnato molto con il lavoro, ma quando è a casa prepara il bimbo, gli fa il bagnetto, cucina, avvia lavatrice, pulisce casa, prepara pranzo e cena per tutti. Lei mi dice che anche fra noi , madre e figlia non c è stato dialogo, che si è sempre sentita giudicata e controllata, e non l ho lasciata sbagliare. Io le ho lasciato fare le sue scelte, tipo di scuola, sede più lontana con costi di appartamento e trasporto, ho accolto i suoi fidanzati con apertura, ammetto che cercavo che studiasse con buoni risultati e le chiedevo della sua vita .ora dice che vuole fare le sue scelte , andare via col bambino, ma non dice dove, le ho chiesto se ha un altro, lei nega, ma passa giornate fuori, o ritarda di molte ore a rientrare dai turni di lavoro. Di mattina il bimbo è al nido, pomeriggio con noi. Frequenta una palestra , body buildyng, all inizio era saltuario, fino a diventare ogni giorno. Mangia in modo ristretto, solo certi alimenti, ed è dimagrita, molto.
    Sicuramente io e il padre l avremo iperprotetta ,abbiamo cercato di evitarle errori, controllandola, ma abbiamo anche sempre cercato di parlare, anche se non era facile visto il suo temperamento. Non ci informa nemmeno dei suoi orari, tanto noi siamo a disposizione, sa che noi amiamo tanto il bimbo. Sembra abbia un' insoddisfazione cronica , dice che lei è giovane, vuole fare due anni di specializzazione, vuole viaggiare, da notare che hanno girato mezzo mondo. La vita ora le sta stretta. Dice che devo lasciarle vivere la sua vita , ma non informa nessuno circa le sue intenzioni come sarebbe giusto, visto la presenza di un figlio .Quando si cerca di parlare, di capire , si finisce sempre per discutere, sembra voglia nascondere qualcosa, anche al marito. Noi siamo preoccupati oltre che per il bimbo, anche per lei, perché non sappiamo quando e dove finirà la sua ricerca di quello che magari è solo nella sua mente. È già successo con il precedente fidanzato con cui è stata per 5 anni. Non sappiamo più come approcciarsi e siamo nella più totale sofferenza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Buongiorno,
    Si sente quanto questa situazione la stia facendo soffrire, e quanto le sia difficile stare davanti a qualcosa che non riesce a comprendere né a fermare. C’è una sensazione di smarrimento, ma anche di ferita profonda, perché lei ha dato tanto e ora si trova esclusa, come se il suo ruolo non venisse più riconosciuto.
    Quello che sua figlia sta vivendo sembra più di una semplice crisi di coppia. È come se stesse attraversando una fase in cui sente il bisogno urgente di ridefinire se stessa, di sentirsi libera, autonoma, non più contenuta dentro ruoli e aspettative. Quando dice che la vita le sta stretta, probabilmente non parla solo del marito o della famiglia, ma di un disagio più interno, difficile da esprimere e da mettere a fuoco. In questi momenti le persone possono cambiare abitudini, corpo, ritmi, diventare più chiuse e anche più distanti.
    Quando le restituisce che si è sentita controllata o non libera di sbagliare, non sta tanto facendo un bilancio oggettivo del passato, quanto esprimendo un bisogno attuale: sentirsi finalmente padrona delle proprie scelte. Anche un amore molto presente e protettivo può essere stato vissuto, da parte sua, come limitante, indipendentemente dalle intenzioni. Questo non toglie valore a quello che lei ha fatto, ma aiuta a capire perché oggi sua figlia reagisca così.
    Più lei prova a capire, a chiederle spiegazioni, a riportarla su qualcosa di condiviso e chiaro, più probabilmente sua figlia si sente spinta a chiudersi, perché in questo momento è molto sensibile a tutto ciò che percepisce come pressione o giudizio. È un meccanismo doloroso, perché più lei si avvicina, più l’altra si allontana.
    Forse l’unico modo per non perdere del tutto il contatto è cambiare leggermente posizione, senza smettere di esserci ma rinunciando a entrare troppo. Comunicarle che la vede, che immagina stia vivendo qualcosa di importante, che è disponibile se e quando vorrà condividere, senza forzarla. È un modo per riconoscerla come adulta, anche dentro una scelta che fa soffrire e che lei non condivide.
    Capisco anche la preoccupazione per il bambino, ma entrare troppo in quel piano rischia di aumentare il conflitto e di farla sentire ancora più invasa. In questo momento sua figlia sembra voler affermare con forza uno spazio personale, e ogni tentativo di contenerla può essere vissuto come una minaccia a quello spazio.
    Il punto più difficile, forse, è tollerare di non sapere e di non poter controllare dove andrà questa ricerca. Ma questo non significa che lei abbia perso sua figlia. Significa che la relazione sta attraversando una fase in cui ha bisogno di trasformarsi.
    Se riesce, provi a spostarsi da un tentativo di “capire e sistemare” a un modo di restare presente senza invadere. Non è una rinuncia, è un’altra forma di vicinanza. E nel frattempo è importante che anche lei trovi uno spazio per il suo dolore


    Salve, sono una ragazza di meno di trent'anni e sto facendo un percorso di psicoterapia da molti anni ormai.
    Soffro di ansia, DOC e ipocondria.
    Sono in un periodo in cui nonostante conosca i meccanismi che mi portano a sviluppare i sintomi e i pensieri ossessivi mi sento bloccata e spesso sono in balia delle mie paranoie. Mi viene istintivo chiedere rassicurazioni mediche perché ho troppa paura di morire o di poter far male agli altri senza volerlo.
    Queste paranoie mi stanno cambiando la vita e non so come affrontarle. Avete dei consigli da darmi? So che non è facile con un consulto a distanza, ma qualsiasi spunto potrebbe essermi utile.
    Come posso fare per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni mediche? Questa è la cosa che mi sta dando più problemi in assoluto. Spesso penso che delle abitudini normali che ho o cose che ho fatto in passato possano mettere a rischio la mia salute attuale (ad esempio aver usato prodotti chimici anni fa senza protezioni, oppure la muffa in casa), solo che il pensiero non si risolve rassicurandomi con l'assenza di sintomi, ho sempre bisogno di cercare spiegazioni sempre più cavillose per potermi preoccupare di qualcosa che in quel momento fa più presa su di me. Quando analizzo un pensiero ossessivo e mi tranquillizzo questo passa, ma poi me ne viene un altro poco dopo. Non sono mai veramente tranquilla e ho paura che questo possa davvero farmi ammalare.
    Avreste dei consigli da darmi? Io davvero non so più cosa fare. Le persone intorno a me cercano di rassicurarmi ma ovviamente non basta, non basta nemmeno farmi esami e vedere che non ho nulla di evidente perché ho paura di qualcosa di nascosto. Secondo voi ha senso ricercare danni nascosti in assenza di sintomi o è del tutto inutile? Una delle cose che più mi terrorizzano sono i danni silenti a lungo termine.
    Scusate se posso sembrare paranoica ma spero di aver reso l'idea di quale sia la mia situazione psicologica. Aggiungo che non sono in terapia farmacologica.
    Grazie per il vostro tempo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Gentile utente,
    la ringrazio per come ha descritto la sua esperienza, perché si sente chiaramente quanto sia faticoso vivere in questo stato continuo di allerta. Quello che racconta ha una logica molto precisa, anche se dolorosa: non è tanto il contenuto dei pensieri a essere il problema, quanto il meccanismo che li genera e li mantiene.
    Lei stessa lo dice molto bene: quando riesce a tranquillizzarsi su un pensiero, ne arriva subito un altro. Questo è un punto centrale, perché indica che la mente non sta davvero cercando una risposta, ma sta cercando una certezza assoluta che purtroppo non può trovare. Per questo motivo ogni rassicurazione funziona solo per poco e poi perde effetto, lasciando spazio a un nuovo dubbio.
    Il bisogno di controllare, verificare, chiedere pareri medici o cercare spiegazioni sempre più dettagliate nasce proprio dal tentativo di spegnere l’ansia. Il problema è che, senza volerlo, questo tentativo la alimenta. Ogni volta che si rassicura, la mente impara che quello è il modo per stare meglio, e quindi continuerà a proporle nuovi dubbi da risolvere.
    Quando si chiede se abbia senso cercare danni nascosti in assenza di sintomi, la risposta è no sul piano medico, ma soprattutto è importante capire che questa domanda nasce dall’ansia, non da un reale bisogno di salute. In altre parole, non è il rischio reale a guidarla, ma la difficoltà a tollerare anche una minima incertezza.
    Ed è proprio qui che si gioca il cambiamento. Non si tratta di trovare la risposta giusta o di essere completamente sicura di stare bene, ma di iniziare a tollerare il fatto che una certezza totale non esiste. Questo è molto difficile, perché va contro l’impulso spontaneo, ma è anche ciò che gradualmente indebolisce il meccanismo ossessivo.
    Nel concreto, può iniziare semplicemente a riconoscere quando si attiva questo circuito, provando a dirsi che si tratta di un pensiero generato dall’ansia e non di un segnale affidabile di pericolo. Allo stesso tempo, può allenarsi a non rispondere subito con una rassicurazione, anche solo rimandandola di poco. Non è necessario farlo in modo perfetto, ma iniziare a creare un piccolo spazio tra il pensiero e la risposta.
    Un altro passaggio importante è smettere di cercare soluzioni “perfette” ai pensieri. Più entra nel dettaglio e più la mente troverà nuove possibilità di dubbio. Lasciare un pensiero in sospeso, senza risolverlo completamente, è scomodo ma è proprio ciò che permette al ciclo di indebolirsi.
    Quello che sta vivendo non significa che lei sia irrazionale o “paranoica”. È un sistema mentale molto attivo che cerca di proteggerla dal rischio e dall’incertezza, ma lo fa in modo che finisce per intrappolarla. Il fatto che lei riconosca questi meccanismi è già una base importante su cui lavorare.
    Se c’è una direzione su cui provare a orientarsi, non è tanto quella di sentirsi finalmente tranquilla, ma quella di riuscire, un po’ alla volta, a non reagire ogni volta al bisogno di controllo. È un passaggio graduale, ma è quello che può davvero restituirle spazio e libertà.


    Salve a tutti, sono una ragazza di 21 anni, da circa luglio 2025 ho iniziato a sviluppare un'ansia incontrollabile. E' iniziato tutto da una semplice settimana a casa da sola in quanto i miei in vacanza, dove avevo la costante paura che dei ladri potessero entrarmi in casa, e da lì per una settimana andavo a dormire alle 6 di mattina per accertarmi che durante la notte nessuno cercasse di entrare in casa, a termine di questa settimana mi viene un forte dolore al braccio, vado in ps e mi dicono semplicemente di calmarmi, facendomi un’elettriocardiogramma in cui era tutto ok. Passa l’estate, torno nella mia città dove vivo da fuorisede, e resto sola di nuovo per due settimane, in cui di nuovo vivo con angoscia la cosa, avendo mille paure, nonostante non fosse la prima volta che fossi sola. A termine di queste sue settimane di nuovo mi viene dolore la braccio sinistro per giorni, sono molto preoccupata, vado in ps ed è tutto ok, analisi ed elettrocardiogramma. Da quel momento in poi inizio a sviluppare continua ansia per ogni sensazione del mio corpo, più mi informo e più sto male, ho paura di qualsiasi cosa, questo va a peggiorare anche il mio rapporto sentimentale. A febbraio litigo pesantemente con il mio ragazzo, finendo per avere un attacco di panico con tremore, conati di vomito, dolore braccio sinistro e confusione, vado in ps, tutto okay come al solito e mi danno semplicemente un tranquillante. Un mese dopo torno al ps per emorroidi, le quali non avendole mai avute e avendo una certa perdita di sangue mi hanno fatto preoccupare. Tralasciando queste varie esperienze in questi mesi ho fatto vari elettrocardiogrammi, ecografie, hotler, analisi del sangue, tutto ok, ma ho sempre ansia. Ieri ho litigato di nuovo col mio ragazzo e di nuovo stessi sintomi di attacchi di panico, sto male, è difficile riprendersi. Io non so più cosa fare, non so se può essere correlato ma ho un ritardo del ciclo di 10 gg (uso precauzioni) e al posto del ciclo ho perdite marroni, non vorrei fosse collegato allo stess, non so cosa fare e non riesco nemmeno a parlarne con i miei, il mio ragazzo soffre anche lui per tutte le mie ansie e attacchi di panico, avrei bisogno di un consiglio, grazie in anticipo

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Gentile utente, capisco quanto possa essere vantata da quello che le sta accadendo e dalle sue sensazioni fisiche e psichiche. quello che lei descrive non appare casuale ma segue un filo abbastanza chiaro, come se alcune situazioni come il restare sola o i momenti di tensione nella relazione attivassero in lei un senso profondo di insicurezza e di allarme, che poi il corpo esprime in modo molto intenso attraverso sintomi fisici reali. Il fatto che tutti gli esami siano risultati nella norma è un elemento importante, perché sposta l’attenzione dal “cosa ho” al “cosa mi sta succedendo dentro”.
    Sembra che in questi momenti si attivi qualcosa che ha a che fare con il sentirsi esposta, senza appoggio, o con la paura di perdere un equilibrio nelle relazioni, e il controllo sul sonno, sulla casa, sul corpo, diventa un tentativo di ristabilire sicurezza, ma finisce per alimentare l’ansia stessa. Anche il ritardo del ciclo può essere coerente con questo stato di tensione prolungata.
    Il punto non è che lei non riesca a gestire l’ansia, ma che sta cercando di farlo da sola mentre qualcosa dentro di lei avrebbe bisogno di essere compreso, contenuto e pensato insieme a qualcuno. Continuare a cercare rassicurazioni mediche o a controllare i sintomi probabilmente la terrà in questo circolo.
    Il consiglio che mi sento di darle è di iniziare un percorso di psicoterapia, perché in uno spazio protetto potrebbe dare un senso a ciò che le accade, capire cosa si attiva davvero nelle situazioni che la fanno stare male e trovare modalità più stabili per sentirsi al sicuro, sia quando è sola sia nelle relazioni.


    Buongiorno è da circa un anno che sto andando dallo psicologo per un cambiamento che volevo attuare nella mia vita, fino a dicembre andava tutto bene e mi sembrava di aver fatto progressi, ma da febbraio dopo ogni seduta non mi sento meglio.... anzi mi sento più confusa e persa e in agitazione,
    in particolare nelle ultime sedute mi sono sentita attaccata perché non stavo facendo nulla di pratica per cambiare (però stavo vivendo un periodo di stanchezza emotiva e fisica veramente difficile) e sentirmi dire che se non mi fossi decisa a fare qualcosa non avrei concluso niente, sarei stata infelice etc mi sono sentita veramente male; ho sentito che c'erano su di me aspettative che avevo deluso, deadline non rispettate etc ma io in quel periodo mi sentivo proprio immobile e non nello stato mentale per cambiare.
    Quando le ho esposto il mio stato d'animo riguardo le sue pressioni mi ha detto che l'aveva fatto per istigarmi, per smuovermi un po' ma io mi son sentita attaccata, non sicura e forzata a fare cose che nel momento non riuscivo, inoltre poi parlando di altre cose che avevo scoperto su di me in questo periodo etc mi ha chiesto se le parole che dicevo erano mie o di altri e questo mi ha fatto sentire umiliata e messa in dubbio (durante il percorso ci sono state anche alcune occasioni in cui non percepito di esser compresa appieno)
    inoltre sento di non riuscire più a dire certe cose perché percepisco la sua agitazione
    per il resto non ci sono stati atteggiamenti sbagliati nei miei confronti, mi appare comunque come una persona disponibile e aperta all'ascolto
    ma dopo queste sedute io continuo a ripensare alle sue parole e sento che metto in dubbio in me stessa, e mi agito
    l'idea di proseguire mi mette agitazione perché temo di sentirmi di nuovo male e giudicata, mi sento osservata e sotto esame
    e invece il pensiero di cambiare terapeuta mi fa sentire meglio
    spero di essermi spiegata,
    cosa dovrei fare?
    Vi ringrazio

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Buongiorno,
    da quello che racconta sembra che in terapia si sia attivato qualcosa di significativo a livello relazionale , che riguarda le sue paure e il modo in cui percepisce le aspettative degli altri nei suoi confronti.
    Questi momenti, anche se faticosi e dolorosi, possono essere molto importanti nel percorso terapeutico, perché permettono di osservare e comprendere “in diretta” come lei vive le relazioni, proprio all’interno del rapporto con la terapeuta.
    È comprensibile che si sia sentita ferita, sotto pressione o non compresa, soprattutto considerando il periodo di stanchezza emotiva e fisica che stava attraversando. E ha senso che alcune modalità della terapeuta (come il tentativo di “smuoverla”) siano state vissute da lei come attacco o forzatura.
    Allo stesso tempo, ciò che queste situazioni hanno attivato in lei , il sentirsi giudicata, sotto esame, inadeguata o in dubbio, rappresenta un materiale molto prezioso per comprendere più a fondo le sue dinamiche relazionali e il modo in cui interpreta ciò che accade nelle relazioni.
    Il fatto che ora senta difficoltà ad aprirsi e percepisca agitazione è un segnale importante, che meriterebbe di essere portato apertamente in seduta, se possibile.
    Rispetto al dubbio sul proseguire o cambiare terapeuta: è comprensibile che l’idea di interrompere le dia un senso di sollievo, ma potrebbe anche rappresentare un modo per allontanarsi da qualcosa di difficile ma significativo da affrontare. Proprio per questo, prima di prendere una decisione, potrebbe essere utile provare a condividere con la terapeuta ciò che sta provando, così da capire insieme cosa sta accadendo nella relazione e se è possibile lavorarci.
    Se invece dovesse sentire che non ci sono le condizioni di sicurezza e fiducia per farlo, allora anche la scelta di cambiare terapeuta può essere legittima.
    Le auguro il meglio


    Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Quello che racconta non mi sembra affatto una banalità. Anzi, il bisogno di amare ed essere amati è uno dei bisogni più profondi dell’essere umano, e quando ci si sente esclusi da questa possibilità si può arrivare a vivere un dolore molto intenso, fatto di solitudine, confronto continuo con gli altri e senso di inadeguatezza.
    Sembra che nel tempo si sia consolidata in lei un’immagine di sé come “non abbastanza”: non abbastanza interessante, non abbastanza scelto, non abbastanza degno di essere amato. Quando questi vissuti si radicano profondamente, spesso la persona finisce per aspettarsi il rifiuto ancora prima che accada davvero, e questo porta lentamente a bloccarsi, evitare, trattenersi, proteggersi dal rischio di soffrire. È un meccanismo comprensibile, ma che alla lunga rischia di confermare proprio quell’immagine negativa di sé da cui tutto parte.
    Più che concentrarsi esclusivamente sul “trovare una ragazza”, credo potrebbe essere importante iniziare un lavoro di comprensione e cura di questi vissuti: provare a capire da dove nascono questa sensazione di non essere abbastanza, questa paura del rifiuto, questa convinzione così radicata di essere “il problema”. Spesso queste percezioni hanno origini profonde e antiche, che non riguardano soltanto le relazioni sentimentali ma il modo in cui si è imparato a guardare sé stessi nel tempo.
    Un percorso terapeutico potrebbe aiutarla proprio in questo: non a “insegnarle delle tecniche” per piacere agli altri, ma a modificare gradualmente l’immagine negativa che ha di sé e sostituirla con una narrazione più realistica, più benevola e autentica. Quando cambia il modo in cui una persona percepisce sé stessa, cambia inevitabilmente anche il modo di stare con gli altri: ci si sente meno giudicati, meno costantemente in difetto, più liberi di mostrarsi e di entrare in relazione.
    Ed è spesso lì che le relazioni iniziano a diventare più reciproche, spontanee e soddisfacenti. Non perché si diventa “perfetti”, ma perché non ci si sente più costretti a partire dall’idea di non valere abbastanza per essere scelti.


    Non so più cosa fare....
    Sono una donna di 30 anni e sono stanca....
    Voi penserete che mi stia riferendo ad un determinato periodo della mia vita, ebbene qui si parla di anni. Dall'età di 14 anni soffro d'ansia che si manifesta nel corpo con sudorazioni fredde, nausea, borborigmi, meteorismo, tremori e forte senso di vergogna. Nel corso del tempo ho fatto 4 anni di psicoterapia di tipo psicodinamico, 2 anni di psicoterapia sistemico-relazionale, 3 anni di psicoterapia della gestalt, 1 anno di psicoterapia cognitivo comportamentale. Ho provato la mindfullness, ho provato a scrivere un diario, ho provato infiniti psicofarmaci (si, di mia spontanea volontà mi sono rivolta ad uno psichiatra), ho provato a stare a contatto con le mie paure ma sono finita per ammalarmi ancora di più. Sono seguiti pensieri suicidi (da quando avevo 14 anni), nel 2025 ingerisco un bel po di pillole, volevo solo spegnere il cervello, al mio risveglio sento scosse in tutto il corpo e spasmi muscolari, lo riferisco a mia madre, la corsa in ospedale e il primo ricovero (in sicilia), il secondo a distanza di qualche mese (Milano). Infinite diagnosi ricevute ed io che ho sempre più voglia di sparire, mollare tutto e stare da sola.
    Il mio corpo e la mia mente si rifiutano di sopportare altro dolore, sono satura, avete presente quando si fa un trapianto e il corpo lo rigetta?
    Ecco, io credo di essere diventata intollerante e allergica ad ogni forma di dolore, la solitudine è il mio rifugio ma anche la mia condanna.
    Credevo che l'amore potesse curarmi ma mi sbagliavo, da mesi ho intrapreso una relazione con il ragazzo più buono di questo mondo ma ho commesso un grosso errore, per la prima volta mi sono lasciata andare all'amore e adesso ne pago le conseguenze......
    Non ho i soldi a sufficienza per permettermi un altro percorso di psicoterapia, ma devo assolutamente andare dallo psichiatra e aiutarmi con i farmaci, l'unica mia vera salvezza, lo so che è triste dirlo, ma solo così riconosco di poter andare avanti.
    Vi chiederete come mai tutti questi anni di psicoterapia non hanno sortito alcun effetto positivo su di me? Ho preso consapevolezza che io non voglio cambiare (mi è stato detto più volte in terapia), è questa trappola mentale che mi porta ad avere pensieri suicidi: Non vuoi cambiare, ti piace soffrire, tanto vale morire e cancellare tutto, porre fine a tutto questo schifo.

    La cosa che più di tutte mi fa male è che in 30 anni di vita non sono mai riuscita a fidarmi davvero di nessuno, e non lo dico tanto per ma è la verità.
    Non ce la faccio a ri-raccontarmi da capo, fa troppo male.....per questo non ce la faccio più ad andare avanti.
    Sono davvero stanca.....non ce la faccio....è tutto così pesante e difficile nella mia testa. Non me la sento di continuare ad andare avanti, io non riesco a reagire, ad essere costante, ad avere forza di volontà, quello in cui sono brava è riuscire ad annientarmi, a fare la vittima come tutti mi hanno sempre detto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Anna Maria Gioia

    Gentilissima utente,
    quello che descrive non mi fa pensare ad una persona che “non vuole cambiare”, ma ad una persona profondamente esausta. Sono molti anni che vive in uno stato di sofferenza continua, con un corpo sempre in allarme e una mente che ha dovuto combattere troppo a lungo. Ad un certo punto non si tratta più di mancanza di volontà: è saturazione emotiva.
    Il fatto che tante terapie non abbiano portato il sollievo che sperava non significa che lei sia irrecuperabile o che “le piaccia soffrire”. Spesso chi soffre da molto tempo sviluppa un modo molto duro e colpevolizzante di guardarsi, fino a convincersi di essere il problema. Ma il dolore non è una scelta.
    Nelle sue parole si sente soprattutto vergogna, paura, sfiducia e un bisogno enorme di smettere di stare male. E quando una persona arriva a pensare di voler sparire, molto spesso non desidera davvero la morte ma desidera che finisca questa fatica insopportabile.
    Anche il fatto che la relazione la stia facendo soffrire non significa che abbia sbagliato ad amare. A volte, quando ci si lascia andare davvero per la prima volta, emergono paure profondissime che prima erano rimaste sotto controllo.
    Credo che in questo momento lei abbia bisogno di smettere, almeno per un attimo, di trattarsi come qualcuno da accusare o da correggere. Sta male da tanto tempo, e una parte di lei è semplicemente stanca di reggere tutto questo dolore da sola.
    Per questo non c’è nulla di “triste” nel riconoscere che i farmaci possano esserle utili. Non è una sconfitta morale e non significa essere deboli. Significa forse riconoscere che il suo organismo è esausto e ha bisogno di un contenimento biologico, non solo psicologico. Nelle condizioni che descrive, credo sia importante che lei si faccia aiutare da uno psichiatra serio e umano, soprattutto perché i pensieri suicidari sono presenti da molto tempo e lei stessa dice di sentirsi al limite. E' importante che non affronti tutto questo da sola e che possa chiedere aiuto, se in questo momento è in difficoltà economica può rivolgersi al centro di salute mentale della sua zona e chiedere una visita con uno psichiatra. Cari saluti


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