Gentili dottori, avevo un'amicizia con questa ragazza, che per me era importante. Le volevo bene ma

19 risposte
Gentili dottori, avevo un'amicizia con questa ragazza, che per me era importante. Le volevo bene ma avevo delle mie difficoltà non stavo bene e così pian piano questa amicizia si è rotta.
Non è finita bene, anzi da un giorno all'altro è scoppiata come una bolla di sapore.
Naturalmente io sono stato molto male e continuo a stare male, ma adesso la situazione è migliorata tanto che sono due anni che non sento questa persona.
Nel frattempo ho iniziato un percorso di psicoterapia mi sono laureato ma fatto gli esami della magistrale e sto facendo le mie attività.
Come ho già detto in precedenti messaggi adesso mi ritrovo questa ragazza all'università perché siamo colleghi lavoriamo con la stessa professoressa.
A questo punto io mi sarei aspettato un Ciao come stai e invece zero il comportamento di questa persona è assolutamente di evitamento totale.
Di conseguenza anche io non faccio altro che evitare situazioni e luoghi per non stare male, mi metto fuori seduto su una panchina non sa più nemmeno al secondo piano così evito ansia paura ecc.
Io lo so che sono fatto in un certo modo e non posso pretendere che anche gli altri siano uguali a me.
Ma desidero essere riconosciuto per quello che sono cioè una persona che sì ha sbagliato in passato ma è stata anche molto male e che adesso sta cercando di ricostruire una vita.
Il fatto che oggi non ci parliamo e non ci salutiamo, mi fa abbastanza male.
Pensate che due anni fa questa persona ha detto Poi ci sentiamo prenditi questo tempo per riflettere eccetera eccetera ed è sparita.
Capisco che non si può tornare indietro e che non posso pretendere di riavere un'amicizia, ma tutto questo comportamento è un po' una ferita per me.
Mi sento costantemente sotto processo giudicato virgole come se questa persona mi butti una condanna per quello che ho fatto, è come se tutto quello che è successo in passato cioè la nostra amicizia non fosse mai avvenuta, allora mi chiedo Era solo per me l'amicizia?
Questa persona non mi vuole più bene?
Allora c'è odio c'è rabbia?
Prima era una persona così disponibile gentile ducata adesso invece è totalmente diversa Come mai?
Se io sono amico di una persona che stava male e che adesso sta bene sta facendo tante cose io ne sarei contento e felice e se lo vedo in giro mi fermo lo saluto ne conosco i suoi progressi, Perché invece Lei no?
Sia chiaro io mi sono laureato e sto andando avanti perché lo devo fare e perché sto bene, ma mi piacerebbe anche avere un minimo di riconoscimento per dire È vero hai sbagliato ma adesso io ti vedo e vedo che stai bene mi fa piacere.
Invece lei non solo non mi saluta non mi guarda si gira di spalle abbassa lo sguardo questo mi fa male mi ferisce.
Ecco che io vado all'università solo se strettamente indispensabile mi metto fuori su una panchina per non incontrare vedere per non stare male per Non attivare nuovamente tutto questo.
Allora mi domando perché?
Non sono mostro non ho commesso reati gravi o fatto degli sbagli perché non stavo purtroppo bene psicologicamente, dopo due anni io mi sto comportando benissimo Non sto facendo più nulla eppure devo subire queste cose.
Non merito un po' di rispetto anche io?
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Gentile utente,
quello che descrive è una sofferenza comprensibile e umanamente molto intensa. La rottura di un legame significativo, soprattutto quando non c’è stata una vera chiusura né un confronto, può lasciare ferite profonde che si riattivano ogni volta che l’altra persona viene incontrata o anche solo pensata.

È importante però distinguere alcuni piani. Da un lato c’è il suo percorso: lei riconosce di aver attraversato un periodo di forte difficoltà, si è curato, ha intrapreso una psicoterapia, ha portato avanti gli studi e oggi sta cercando di costruire una vita più stabile. Questo è un lavoro enorme e va riconosciuto, prima di tutto da lei stesso. Dall’altro lato c’è la reazione dell’altra persona, che può essere vissuta come fredda, evitante o giudicante, ma che in realtà parla dei suoi limiti, delle sue difese o delle sue modalità di protezione, non necessariamente di una “condanna” verso di lei.

Il comportamento di evitamento che lei osserva può avere molte spiegazioni: difficoltà a gestire le emozioni, bisogno di distanza, incapacità di affrontare il passato o semplicemente una scelta personale. Non sempre l’assenza di un saluto equivale a odio o rabbia; a volte è un modo, magari immaturo, per non riattivare qualcosa che l’altra persona non riesce a tollerare. Purtroppo, per quanto doloroso, non possiamo pretendere riconoscimento, comprensione o rispetto nella forma che desideriamo: questo non toglie valore a ciò che siamo o al percorso che abbiamo fatto.

Il punto centrale, oggi, sembra essere quanto questa situazione continui a condizionare la sua vita: l’evitamento dei luoghi, l’ansia, il senso di essere “sotto processo”. Qui non si tratta di stabilire chi abbia ragione o torto, ma di aiutarla a recuperare libertà emotiva e presenza, senza dover restringere i suoi spazi per proteggersi dal dolore. Il rischio, altrimenti, è che quella relazione continui ad avere potere su di lei, anche se è finita da tempo.

Sta già facendo un lavoro importante in terapia, e probabilmente questo tema merita di essere approfondito ulteriormente con uno specialista, per elaborare il lutto di questa amicizia, il bisogno di riconoscimento e il senso di ingiustizia che sente. Non per cambiare l’altra persona, ma per permettere a lei di stare meglio, indipendentemente dalle sue reazioni.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

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Dott.ssa Teresita Forlano
Psicologo clinico, Sessuologo, Psicoterapeuta
Roma
Buona sera.
Ha scritto che ha iniziato un percorso terapeutico. Bene, questa situazione che le comporta un vissuto così intenso emotivamente e che ha dell'irrisolto dentro e fuori di lei, va affrontata nelle sue sedute. Insieme al suo terapeuta può comprendere e capire come meglio gestire quanto riportato qui rispetto a quest'amicizia.
Un saluto, dottoressa Teresita Forlano
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,
potrebbe provare a fermarla e a parlarle, esprimendo quanto qui scritto dandosi la possibilità di farsi ascoltare. Chissà che con questa sua conoscenza non possa almeno tornare a salutarsi.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Selina Moretti
Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo
Cantù
Gentile utente, la cosa più adulta è semplice che lei possa fare e' chiedere a questa persona di poterle parlare e chiarire tutto ciò che sente. Se ha scritto questo messaggio probabilmente non ha fatto questo passo, ma è il più semplice , maturo e rispettoso che lei possa fare per se stesso. Prenda coraggio! Cordiali saluti. Dott.ssa Moretti
Dott.ssa Erica Giuliani
Psicologo, Psicoterapeuta
Latina
Salve, dal suo racconto emerge chiaramente la sua sofferenza. Quello che mi permetto di dirle, e che non vuole essere un'interpretazione della situazione, soprattutto perché non la conosco e non rientra nella mia professione, è che sembra vivere tutto questo come se fosse lei la causa primaria del comportamento della sua amica. Non possiamo sapere cosa pensa realmente la sua amica e il perché sceglie di comportarsi in questo modo descritto da lei.
Le spiego, però, che l' evitamento di cui lei parla e che mette in atto è un comportamento di difesa, comprensibile ai fini di non voler star male, ma a lungo termine può diventare una strategia di risoluzione immediata che può portare ad auto alimentare le sue preoccupazioni e a renderle più intense, impedendole (in questo caso) di comprendere l'esistenza di alternative che potrebbero, al contrario, portarla ad una comprensione del comportamento della sua amica.
Mi permetto di rimanere sul generico, poiché non è chiara la sua richiesta di aiuto a noi professionisti, ma posso consigliarle di poter ricontattare eventualmente il suo psicoterapeuta (se ha terminato la terapia) o trovarne uno nuovo che la possa aiutare a gestire in modo più funzionale la situazione e ridurre il suo stato di sofferenza.
Per maggiori approfondimenti non esiti a contattarmi, resto a disposizione.
Saluti Dott.ssa Erica Giuliani
Dott.ssa Mariella Schwederski
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Seriate
Buongiorno, grazie per aver condiviso la sua storia.
Il rispetto è alla base del benessere sociale e molti di noi condividono un’idea simile di ciò che esso rappresenta. Eppure, ciascuno attribuisce a questo concetto una sfumatura personale. Per questo, la prima domanda che mi viene spontanea è: che cosa significa per lei “essere rispettati”?
Le amicizie, quando finiscono, possono lasciare un grande vuoto e un dolore profondo. Non a caso rientrano in quella che viene definita la categoria dei “lutti di cui non si parla mai”; dal punto di vista emotivo, però, il dolore che si vive è reale e significativo. Forse lei è riuscito a integrare questo cambiamento nella sua vita, mentre l’altra persona non ancora. È possibile che abbiate semplicemente tempi diversi.
Che cosa accadrebbe se fosse lei a prendere l’iniziativa e a salutare per primo l’altra persona?
Le auguro il meglio.
Dott.ssa Immacolata Caldarese
Psicoterapeuta, Psicologo
Salerno
Qualsiasi comportamento ha una risposta sia verbale che non verbale. La sua ex amica le sta dicendo con la comunicazione non verbale che non vuole alcun rapporto con lei, non è interessata. Ora deve accettare la decisione espressa dalla sua ex amica altrimenti può prendere l’iniziativa di chiedere ulteriori spiegazioni e verificare se è disponibile ad una riapertura nei suoi confronti senz’altro riceverà informazioni utili per bloccare la sua rimuginazione in negativo che fa nei suoi confronti.
Dott. Salvatore Augello
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Palermo
Salve. Come mai si pone queste domande senza esplicitarle alla diretta interessata?Come mai reagisce in questa maniera invece che disinteressarsene? Noto come la distanza netta che ha posto questa ragazza alimenti in lei quasi un ossessione per la stessa alimentata dall'incomprensibilità del suo comportamento. Ha mai pensato a delle ipotesi del tipo, questa ragazza non ha interesse per lei che non significa che la odi; la sua distanza alimenta la distanza relazionale e non incentiva la comunicazione reciproca. Noto in lei una chiusura e mi auguro che posso aprirsi con qualcuno, non solo utilizzando questo canale.
Se ha bisogno di approfondimenti può contattarmi in privato.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello
Dott.ssa Irene Massobrio
Psicologo, Psicoterapeuta
Alessandria
Buongiorno, dal suo racconto emerge un vissuto di profonda sofferenza, un ferita relazionale che ancora non si è rimarginata, e che ha toccato profondamente il suo senso di valore personale e di esistenza per l'altro.
Quello che davvero la ferisce è il fatto di non sentirsi riconosciuto come soggetto che ha sofferto, che è cambiato, e che è in grado di ricostruirsi.
Consideri tuttavia che l'atteggiamento dell'altra persona non necessariamente deve essere letto come una condanna o un giudizio nei suoi confronti, ma come una difesa, un modo per evitare emozioni troppo complesse o dolorose.
Il processo terapeutico per lei consiste nel cercare di separare il suo valore personale dallo sguardo dell'altro, perchè finchè il suo valore dipenderà dallo sguardo altrui il suo dolore resterà vivo.
Dott.ssa Marzia Sellini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno,
sta facendo ancora un percorso di psicoterapia?
Dott.ssa Marzia Sellini
Dott.ssa Sabrina Germi
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Castegnero
Ciao, sono la Dott.ssa Sabrina Germi. Capisco profondamente il tuo dolore: sentirti trattato come un "fantasma" o, peggio, come un colpevole dopo tutto l'impegno che hai messo nel tuo percorso di rinascita è una ferita che brucia.

Dal punto di vista della Psicoterapia Breve Strategico, la situazione che descrivi è un esempio di come il passato torni a "mordere" il presente attraverso una dinamica di evitamento reciproco.

Ecco alcuni punti per aiutarti a cambiare prospettiva e smettere di sentirti sotto processo:

1. Il paradosso dell'evitamento
Tu eviti lei per non stare male, lei evita te (forse) perché non sa come gestire l'imbarazzo, il senso di colpa o il ricordo di una rottura dolorosa. L'evitamento è una "tentata soluzione" che però conferma il problema: più vi evitate, più il muro tra voi diventa alto e mostruoso. Per lei, abbassare lo sguardo potrebbe non essere un giudizio su di te, ma una difesa per non affrontare una conversazione che non sa gestire.

2. Il bisogno di riconoscimento: la trappola del "giudice esterno"
Tu dici: "Vorrei essere riconosciuto per quello che sono". È un desiderio umano e legittimo, ma metti la chiave della tua serenità nelle mani di lei. Se aspetti che sia lei a darti il "diploma di persona guarita", le dai il potere di confermare o annullare i tuoi progressi. La tua laurea, il tuo percorso e la tua nuova vita sono fatti reali, esistono a prescindere dal suo saluto.

3. "Perché lei non fa come farei io?"
Questo è il punto che ti fa più soffrire. Tu useresti empatia, lei usa il silenzio. Ma proiettare i tuoi valori su di lei ti porta a concludere che lei sia "cattiva" o che "non ti abbia mai voluto bene". La verità potrebbe essere più banale: le persone reagiscono al dolore della rottura in modi diversi. Il suo silenzio parla di lei, dei suoi limiti e della sua incapacità di gestire il passato, non necessariamente di un tuo demerito.

4. La panchina e il "posto nel mondo"
Stare fuori dall'università sulla panchina per non incontrarla è un modo per punirti di nuovo. Stai rimpicciolendo il tuo spazio vitale per paura di un'ombra. Come diciamo in ambito strategico: "La paura guardata in faccia si trasforma in coraggio, la paura evitata diventa timore di panico".

Cosa puoi fare concretamente (Piccoli passi strategici):
Smetti di nasconderti: Torna a frequentare il secondo piano o i luoghi dell'università. Non per cercare lei, ma per riprenderti il tuo diritto di studente. Se la incontri, non serve un discorso: un cenno del capo (un saluto neutro, quasi "professionale") è sufficiente. Tu non sei più quel ragazzo di due anni fa; comportati come l'uomo laureato e consapevole che sei oggi.

Datti tu il riconoscimento: Ogni volta che senti il bisogno che lei ti veda, ripeti a te stesso: "Io so quanta fatica ho fatto. I miei esami e la mia salute sono la prova del mio valore, non ho bisogno di un testimone".

Trasforma la "condanna" in "libertà": Se lei ha deciso che per lei l'amicizia è finita, accetta questa perdita come si accetta un dato di fatto. Non sei sotto processo: il processo è finito due anni fa e tu hai già scontato la tua pena lavorando su di te.

Se senti che questa ansia di "essere visto" sta bloccando la tua vita universitaria, valuta qualche seduta (anche online) per "smontare" questa paura del giudizio e riprenderti i tuoi spazi con sicurezza.
A disposizione,
saluti
Dr. Lorenzo Cella
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Il dolore che prova oggi non nasce tanto dal fatto che questa persona non voglia riprendere l’amicizia, quanto dall’esperienza di non essere riconosciuto nella sua storia e nel suo cambiamento. Lei sente di essere ridotto, nello sguardo dell’altro, a un errore passato, come se tutto ciò che è stato costruito prima e tutto il lavoro fatto dopo non avessero più valore. Questo vissuto di “essere sotto processo” è particolarmente doloroso per chi, come lei, ha attraversato un periodo di sofferenza psicologica e ha poi investito energie importanti per rimettersi in piedi, curarsi, formarsi, andare avanti. In questi casi il bisogno non è di giustificazione, ma di essere visti nella propria complessità: una persona che ha sbagliato, sì, ma anche una persona che ha sofferto e che ha lavorato per stare meglio.
Il comportamento di evitamento totale da parte di questa ragazza, per quanto ferente, non è necessariamente una condanna o un giudizio morale su di lei. Spesso l’evitamento è una modalità di protezione, un modo per non riattivare emozioni, conflitti o ambivalenze che l’altra persona non si sente in grado di gestire. Questo non rende il suo dolore meno legittimo, ma può aiutare a spostare il significato: ciò che lei legge come disprezzo o cancellazione potrebbe parlare più delle difficoltà emotive dell’altro che di una volontà di punirla. Tuttavia, quando si è dall’altra parte, questa distinzione è difficile da sentire davvero, perché ciò che arriva è solo il vuoto, l’assenza, lo sguardo negato.
Il rispetto che lei cerca oggi è legato al bisogno di essere visto come una persona che è cambiata, che sta facendo del suo meglio, che non coincide più con il momento peggiore della sua vita. Purtroppo, il riconoscimento da parte dell’altro non è qualcosa che possiamo ottenere per merito o per correttezza, e questo è uno degli aspetti più dolorosi delle relazioni interrotte. Quando l’altro non è in grado o non vuole riconoscerci, il lavoro più difficile diventa quello di costruire internamente quel riconoscimento, senza delegarlo completamente allo sguardo altrui.
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buon pomeriggio,
dal suo racconto emerge con chiarezza quanto questa situazione sia ancora emotivamente attiva e dolorosa per lei, nonostante il tempo trascorso e il lavoro personale che sta facendo. Il fatto che lei riesca a riconoscere i propri limiti passati, il malessere che stava vivendo e il percorso di cambiamento intrapreso è già un segnale importante di consapevolezza e crescita.

È comprensibile desiderare un riconoscimento, soprattutto quando si è investito affettivamente in un legame e quando si sente di essere oggi una persona diversa. Tuttavia, è altrettanto importante considerare che ognuno elabora le relazioni interrotte secondo tempi e modalità proprie. Il comportamento di evitamento dell’altra persona, per quanto per lei doloroso, parla probabilmente più del suo modo di proteggersi o di gestire il passato che di un giudizio attuale su di lei come persona.

Un nodo centrale che emerge è la sofferenza legata al bisogno di essere “visti” e legittimati dall’altro. Quando questo riconoscimento non arriva, può riattivarsi un senso di ingiustizia, di colpa o di condanna che rischia di mantenere viva la ferita. In questi casi, il lavoro psicologico può aiutare proprio a spostare il baricentro: dal bisogno di conferma esterna alla costruzione di un riconoscimento interno più stabile e meno dipendente dalle reazioni altrui.

Il fatto che oggi lei modifichi le sue abitudini (evitando luoghi, situazioni, contatti) per non stare male è comprensibile nel breve periodo, ma a lungo andare può rinforzare l’ansia e il senso di limitazione. Questo è un aspetto importante da continuare a esplorare nel suo percorso terapeutico, per aiutarla a riappropriarsi gradualmente dei suoi spazi senza che il passato condizioni il presente.

Infine, non tutto ciò che è stato significativo per noi lo è stato allo stesso modo per l’altro, o lo resta nel tempo. Questo non toglie valore a ciò che lei ha provato né al percorso che sta facendo oggi. Il rispetto che giustamente desidera merita di diventare prima di tutto qualcosa che lei può riconoscere e concedere a se stesso, indipendentemente dal comportamento altrui.

Continui a portare questi vissuti in terapia: sono temi profondi, legati al senso di sé, al valore personale e alla capacità di stare nelle relazioni anche quando non offrono le risposte che vorremmo.

Un saluto

Fabio
Dott.ssa Gabriella Elmo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Penso che quella ragazza si sia sentita abbandonata da Lei e non c'e' da stupirsi che non voglia parlarle. Tutto dipende da come il vostro rapporto si è concluso. Ma mi chiedo perché Lei si nasconda e non voglia incontrare questa persona Forse nutre vergogna e colpa verso di lei? bisognerebbe fare maggiore chiarezza in se stesso. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Dott.ssa Anna Periz
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Verona
Gentile Utente, dalle sue parole sembra emergere una sua difficoltà a chiudere con il se stesso del passato. Il passato è passato, lei non è più quello che ha commesso degli errori, che non stava bene: quella persona non esiste più.
É importante segnalarci psicologicamente le nostre trasformazioni e la psicoterapia spesso è un luogo in cui si esce trasformati dal processo. Sembra pertanto lei il primo a non fare questo profondo riconoscimento a se stesso. Il primo a dover testimoniare il cambiamento è lei: non c’è nessuno che le darà l’investitura della trasformazione. Non avendo lei un rapporto di amicizia con la ragazza, non può sapere i motivi per i quali si tiene a distanza. È legittimo non voler più frequentare una persona e alle volte dobbiamo accettare che gli altri non vogliano più la nostra amicizia, che preferiscano altre frequentazioni senza necessariamente essere ostili nei nostri confronti.
Quello che però bisogna preservare è la sua vita professionale/relazionale/ identitaria: l’autoesclusione che descrive (evito situazioni, luoghi, sto fuori seduto sulla panchina.. ecc) è un sintomo di insofferenza serio che dichiara la sua difficoltà nella propria autolegittimazione. Le consiglio di prendere seriamente questi sintomi per avere fiducia di poter andare a testa alta nella propria vita e nella propria socialità.
Dott. Massimo Martucci
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Milano
La situazione che descrive è comprensibilmente dolorosa, soprattutto perché tocca temi profondi come il bisogno di riconoscimento, il senso di colpa per il passato e il desiderio di essere accettato per i progressi fatti. È evidente che questa amicizia aveva per lei un grande valore, e il comportamento di questa persona, che ora sembra evitarla, riapre ferite emotive legate al passato.

È importante ricordare che ognuno elabora le relazioni e le rotture in modo diverso. La sua ex amica potrebbe avere le sue ragioni per mantenere le distanze, che non necessariamente riflettono un giudizio su di lei o sui suoi progressi. Potrebbe trattarsi di un suo modo di proteggersi o di gestire le emozioni legate a ciò che è accaduto. Questo, però, non significa che il valore della vostra amicizia fosse unilaterale o che lei non abbia significato nulla per questa persona.

Il suo desiderio di essere riconosciuto per i progressi fatti è del tutto legittimo, ma è importante ricordare che il valore del suo percorso non dipende dal riconoscimento degli altri. Il fatto che lei stia andando avanti, si sia laureato e stia ricostruendo la sua vita è già un grande risultato, indipendentemente dal comportamento di questa persona.

Se il dolore legato a questa situazione continua a influenzare il suo benessere, potrebbe essere utile esplorare questi sentimenti più a fondo in terapia, per comprendere meglio come gestire il senso di rifiuto e il bisogno di riconoscimento. È naturale desiderare rispetto e considerazione, ma è altrettanto importante imparare a non dipendere da questi per il proprio equilibrio emotivo.
Dott.ssa Francesca Panzali
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Cagliari
Ciao, mi dispiace tanto che ti trovi in una situazione di difficoltà nell'esprimere te stesso. Quello che ho percepito dalle tue parole è un grande bisogno di essere riconosciuto e validato dalle altre persone, ma mi chiedo... tu cosa pensi di te? Tu ti dai valore? Tu come ti percepisci? Un lavoro su di te è necessario per poterti presentare al mondo con sicurezza. Tu ti meriti il rispetto degli altri, ma soprattutto il tuo.
Dott.ssa Alessandra Domigno
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Buongiorno, mi dispiace per tutta la situazione che sta vivendo e capisco quanto le cose siano cambiate per lei ora. La questione è che un'amicizia è tra 2 persone e, alla luce di quel che ci ha scritto, la sua amica al momento non è disposta a ricondividere la vs. amicizia. Fa male immagino e le dispiace ma quello che può fare è solo cercare di accogliere questo evento della sua vita accettarlo, elaborarlo ed andare oltre. Non possiamo imporre agli altri la ns. presenza; indipendentemente dalle motivazioni ognuno ha il diritto di relazionarsi o meno con l'altro. Saluti. Dott.ssa Alessandra Domigno
Dott.ssa Maria Grazia Nuzzo
Psicoterapeuta, Psicologo
Maddaloni
Buongiorno. Capisco quanto sia doloroso sentire questo "muro" di silenzio, soprattutto quando lei ha lavorato così duramente su se stesso e vorrebbe che i suoi progressi fossero visti.
Quello che lei prova è il bisogno di una validazione: vorrebbe che il suo cambiamento venisse riconosciuto per chiudere finalmente quel capitolo doloroso. Tuttavia, il comportamento di questa ragazza dice molto più di lei che di lei: il suo evitamento, il girarsi di spalle o l'abbassare lo sguardo sono spesso segnali di un'incapacità di gestire il disagio o i ricordi legati a quella rottura. Non è una condanna verso di lei, ma un limite emotivo di lei.
Continuare a "nascondersi" sulle panchine fuori dall'università, purtroppo, alimenta la sua ansia e le dà la sensazione di essere ancora colpevole. Il rispetto che cerca deve partire da lei: lei sa quanta fatica ha fatto per laurearsi e stare bene. Non permetta al silenzio di un'altra persona di sabotare i suoi spazi universitari. Insieme, in terapia, si può lavorare per trasformare questo dolore in una serena indifferenza, riprendendosi il diritto di camminare a testa alta in quegli uffici, a prescindere dal saluto di chiunque altro. Un caro saluto.

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