FAMIGLIA STREMATA DA SORELLA BORDERLINE Un saluto ai medici dello staff e grazie per il vostro se

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FAMIGLIA STREMATA DA SORELLA BORDERLINE

Un saluto ai medici dello staff e grazie per il vostro servizio.
Sono un uomo di 43 anni e Vi scrivo per chiedervi, più che un consulto psicologico in quanto tale, un consulto psichiatrico/legale, su una situazione familiare stremata da mia sorella affetta da grave disturbo della personalità borderline, dove a breve si rischierà la tragedia. Mi scuso già da ora per la lunghezza.

La storia parte da lontano, siamo 3 fratelli, io di 43 anni , mia sorella Border di 38, e un'altra sorella di 30.
Quella di mezzo, la border, é da oltre 20 anni che rovina la vita a tutti.

Era "particolare" e viziata fin da bambina, poi la situazione é peggiorata dopo la morte di nostra madre nel 2002.
Da lì ha cominciato a soffrire di strane e violente crisi isteriche dove a volte può finire in stato di semi-coscienza, ricordano a vederle delle crisi epilettiche ma non hanno origine organica, sono state definite "disturbo di conversione".

Dopo la morte di nostra madre, abbiamo continuato a vivere con nostro padre e nostra nonna, con entrambi mia sorella ha sempre avuto un rapporto conflittuale, arrivando anche ad alzare le mani alla nonna.

Data la situazione sempre più insostenibile, su sua stessa richiesta le abbiamo comprato una casetta dove vivere da sola, salvo poi sentirci accusati di averla abbandonata.

É in cura, per modo di dire, presso il CIM della nostra città, ma va quando le pare e non assume le medicine che le prescrivono per paura di ingrassare.

Percepisce una pensione di invalidità, é diplomata e ha tentato di lavorare in passato, ma si é sempre fatta cacciare da tutti i posti di lavoro per rapporti conflittuali con capo e/o colleghi o tentati suicidi sul posto di lavoro stesso.

Sempre a proposito di tentati suicidi, non basterebbero le dita di un millepiedi per contare quanti ne ha fatti, uno per ogni fidanzato che la lasciava appena si accorgeva della sua pazzia. Alcune volte é stata ricoverata in regime di PS presso qualche reparto psichiatrico ospedaliero, ma, essendo giurudicamente ancora considerata capace di intendere e di volere , quando si scocciava, firmava e usciva.

Economicamente siamo ancora tutti noi ad aiutarla, così come cerchiamo di aiutarla per farla uscire e svagarsi un po', altro che dice che la abbandoniamo (lei non guida e non prende i mezzi sempre per il disturbo che ha, le mettono ansia entrambe le cose).

Nonostante ciò é una accusa continua, anche con minacce e gesti violenti auto ed etero-lesionisti. Ricordo una volta che voleva andare a un centro commerciale, avevamo tutti da fare e non potevamo accompagnarla (io ad esempio ero a lavoro) , le le fu proposto di uscire il giorno dopo, cominciò a spaccare tutto dentro casa, piatti, bicchieri, ecc, furono i vicini a chiamare l'ambulanza, e il personale sanitario ovviamente chiese il nostro intervento, in quanto sempre noi figuriamo come j familiari più stretti.

Mia sorella più piccola é stata lasciata di recente dal fidanzato per questa situazione,e ancora non ha un lavoro stabile, io ci ho rimesso pure una relazione e un lavoro.... perché il tempo dedicato ad assistere nostra sorella border é molto maggiore rispetto a quello che dedichiamo ai nostri partner, e sul lavoro i permessi che dovevo prendere erano troppi, e il mio titolare non mi rinnovò il contratto.

In tutto ciò lei, grazie alla sua malattia, si sente creditrice verso tutti, come se tutto le sia dovuto. Rifiuta di curarsi seriamente e lo psichiatra dice che se non vuole andare in comunità, nessuno può costringerla.

Ma a questo punto, cari dottori, perché dobbiamo sentirci costretti noi?
Nostro padre é anziano e ancora lavora nonostante sia in pensione, per mantenerla.

Io e l'altra mia sorella , pur aiutandola come possiamo, ormai la odiamo, e siamo arrivati a dirle anche frasi molto forti sul fatto (vero) che ci ha rovinato l'esistenza, e che quando morirà forse torneremo a nascere. Dovrei vergognarmi forse a dirlo, e forse ci considererete dei mostri, ma bisogna vivere quello che viviamo noi per capire cosa si prova.

Gli psichiatri la vedono una volta al mese, gli uomini con cui si relaziona, la abbandonano tutti perché non sa gestire una relazione, alla fine chi é rimasto in tutti questi anni, IN TRINCEA annullando la propria vita siamo noi, la famiglia, su cui sputa pure continuamente in faccia.

Per quale motivo se per la legge é capace di intendere e di volere , per noi deve restare un cancro che NON VUOLE FARSI CURARE ma vuole capitalizzare le attenzioni di tutti?

Non rispondete per cortesia di andare dallo psicologo per un aiuto perché dallo psicologo ci siamo già stati tutti noi altri familiari, ed é stato proprio lui a dirci di mollarla.

Ricordo la sua frase: "SE CI SONO ANCHE CIECHI CHE SONO IN GRADO DI VIVERE DA SOLI, PERCHÈ VOSTRA SORELLA NON DOVREBBE?"

Grazie.
Dott. Luca Vocino
Psicologo clinico, Psicologo
Trezzano Rosa
Salve gentile Utente, posso immaginare quanto sia devastante vivere una situazione come quella che descrive. La stanchezza, il senso di ingiustizia e la rabbia che emergono dalle sue parole sono del tutto comprensibili, considerando gli anni di sacrifici e rinunce che lei e la sua famiglia avete affrontato per cercare di sostenere sua sorella. È evidente che vi trovate in un contesto estremamente complesso, dove il peso delle responsabilità si è accumulato al punto da generare un senso di esaurimento emotivo e fisico.

Il primo punto da chiarire è che la gestione di un disturbo della personalità borderline come quello di sua sorella richiede un impegno terapeutico costante, che però non può e non deve dipendere unicamente dalla famiglia. Se sua sorella rifiuta di curarsi e la legge la considera capace di intendere e di volere, ciò significa che non può essere obbligata a sottoporsi a trattamenti o a ricoveri contro la sua volontà, a meno che non vi siano condizioni di pericolo imminente per sé stessa o per gli altri. Questo aspetto può essere frustrante, ma è una limitazione legale pensata per tutelare i diritti della persona. Tuttavia, la famiglia non è obbligata ad annullarsi per sopperire alle sue mancanze, soprattutto se queste derivano dal rifiuto di collaborare nel processo di cura.

In situazioni come questa, il concetto di "aiutare" spesso viene confuso con quello di "sacrificarsi". Aiutare significa offrire supporto in un modo che sia sostenibile e rispettoso anche dei vostri bisogni e limiti. Il sacrificio totale, al contrario, genera risentimento e, come sta accadendo nel vostro caso, rischia di danneggiare gravemente la vostra qualità di vita, le vostre relazioni e la vostra salute.

Un passo importante potrebbe essere quello di stabilire dei confini chiari. Questo significa decidere fino a che punto siete disposti a intervenire e quali responsabilità non siete più in grado di assumervi. Ad esempio, potrebbe essere necessario farle capire che non potrete più essere sempre disponibili per ogni sua richiesta, soprattutto se queste sono dettate da capricci o comportamenti manipolatori. Imporre confini non è un atto di egoismo, ma un modo per proteggere voi stessi e, paradossalmente, per aiutare sua sorella a confrontarsi con le conseguenze delle sue scelte.

Dal punto di vista pratico, vi consiglio di rivolgervi a un servizio di assistenza sociale o a un avvocato esperto in diritto di famiglia o tutela legale. Potreste valutare l’opzione di richiedere una amministrazione di sostegno, una misura legale che consente di affiancare una persona nelle decisioni quotidiane senza toglierle del tutto la capacità di agire. Questo strumento, se approvato dal tribunale, potrebbe aiutare a garantire che sua sorella segua un percorso di cura o che almeno si creino condizioni più gestibili per voi come famiglia.

Infine, non c’è nulla di mostruoso nel provare rabbia o addirittura nel desiderare una vita senza sua sorella. Questi sentimenti nascono dalla sofferenza e dalla consapevolezza di aver dato tutto senza vedere risultati. È importante che non vi sentiate colpevoli per questo, ma piuttosto che lavoriate per creare una situazione che sia il più possibile equilibrata per tutti. Voi meritate di vivere la vostra vita, di costruire relazioni sane e di recuperare quel tempo che avete sacrificato.

Se avrà bisogno di ulteriori chiarimenti o di esplorare altre opzioni, resto a disposizione.

Dott. Luca Vocino

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Dott.ssa Laura Messina
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentilissimo, comprendo il profondo disagio e l’esasperazione che traspaiono dal suo racconto. Affrontare una situazione così complessa, può mettere a dura prova anche le famiglie più unite. È evidente che lei e i suoi familiari avete fatto del vostro meglio per aiutare sua sorella, spesso a costo di sacrificare il vostro benessere personale e relazionale.
I disturbi di personalità, soprattutto se gravi e non adeguatamente trattati, possono purtroppo avere un forte impatto sull’intero nucleo familiare. Tuttavia, è importante ricordare che nessun membro della famiglia può o deve farsi carico da solo della responsabilità di un percorso di cura che la persona stessa non vuole intraprendere.
Da un punto di vista legale e psichiatrico, le consiglio di esplorare la possibilità di un percorso giuridico mirato, come l’attivazione dell’amministrazione di sostegno o la revisione della capacità di intendere e di volere, sempre sotto il consiglio di un avvocato esperto in diritto di famiglia e di uno psichiatra. Questo potrebbe consentirvi di limitare il peso della gestione pratica e, in alcuni casi, favorire l’inserimento in una struttura adeguata anche contro la volontà della persona.
Sebbene sia difficile, è cruciale che lei e i suoi familiari impariate a stabilire confini sani e sostenibili. La presenza di un mediatore familiare o di un terapeuta specializzato in gestione dei disturbi di personalità potrebbe essere di grande aiuto per valutare il da farsi e alleggerire il carico emotivo.
La invito a non perdere la speranza e a rivolgersi a professionisti qualificati che possano supportarvi in questo difficile percorso. Un caro saluto.
Dott.ssa Giulia Burgalassi
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buongiorno caro signore.

Dalle sue parole traspare tutta l'amarezza di una situazione molto delicata.
Mi dispiace sapere che ciò che affligge sua sorella riesca a tenere in scacco tutta la famiglia, ed è comprensibile che allontanarsi da lei non è ciò che desiderate fare.
Ciò che sembra a me è che ognuno di voi abbia un gran bisogno di trovare uno spazio che sia tutto suo, per poter stare sereno e coltivarsi la propria vita. Vi auguro di riuscire piano piano a conquistarlo e a proteggerlo.
Un caro saluto,
Giulia Burgalassi
Dott. Matteo Mossini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Parma
Infatti concorderei proprio sull'ultima frase che ha scritto. Il problema che vedo, da un punto di vista di dinamica famigliare, è che se riesce ancora a ricattarvi vuol dire che in qualche modo non siete arrivati al punto in cui descrive. Cosa tutt'altro che facile dal momento che la minaccia di suicidio è in grado di attivare un enorme senso di colpa. Però vi porterei a riflettere proprio su questa questione.
Dott.ssa Aurora Quaranta
Psicologo, Psicologo clinico
Vimodrone
La situazione che descrivi è estremamente complessa e dolorosa, e ciò che state vivendo come famiglia è un peso enorme, sia a livello emotivo che pratico. Nessuno dovrebbe giudicare i vostri sentimenti, perché il disagio che provate è il risultato di anni di sacrifici, frustrazioni e difficoltà. È evidente che avete fatto tutto il possibile per sostenere tua sorella, anche oltre i limiti del ragionevole.

Chiariamo alcuni punti fondamentali e possibili percorsi:
1. Distinzione tra responsabilità legale e morale
Tua sorella è legalmente considerata capace di intendere e di volere, il che significa che non può essere obbligata a seguire un percorso di cura o a essere ricoverata contro la sua volontà, salvo casi eccezionali (vedi sotto). Questo mette voi in una situazione insostenibile, perché la responsabilità di gestire le conseguenze delle sue scelte ricade su di voi.

La domanda centrale che poni è: "Perché dobbiamo essere costretti noi, se lei non vuole curarsi?" La risposta è che non siete obbligati. Legalmente, non avete il dovere di assisterla o di mantenere la sua vita attuale. Tuttavia, il legame affettivo e morale che sentite verso vostra sorella vi ha portati a farlo, spesso a discapito della vostra salute mentale e delle vostre vite personali. A un certo punto, è necessario stabilire confini per proteggere voi stessi.

2. Strumenti legali e psichiatrici disponibili
In Italia, ci sono alcune opzioni legali che potrebbero essere esplorate, anche se hanno limiti pratici. Ti consiglio di consultare un avvocato esperto in diritto di famiglia e psichiatria legale per valutare queste strade:

Amministrazione di sostegno (ADS): Se tua sorella non è in grado di gestire adeguatamente la propria vita (economicamente, legalmente, o nel prendere decisioni relative alla salute), puoi richiedere al giudice tutelare la nomina di un amministratore di sostegno. Questo non le toglie del tutto la capacità di agire, ma permette a una figura (anche esterna alla famiglia) di gestire alcuni aspetti della sua vita per il suo bene, ad esempio il controllo del denaro, l’organizzazione delle cure, o la decisione su un eventuale ricovero.

Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO): Il TSO può essere applicato solo in situazioni di emergenza, quando tua sorella rappresenta un pericolo immediato per sé stessa o per gli altri. Tuttavia, il TSO è temporaneo e limitato a interventi urgenti, quindi non risolve il problema a lungo termine.

Richiesta di ricovero in una comunità protetta: Anche se tua sorella rifiuta il ricovero, potrebbe essere utile cercare una comunità terapeutica che sia in grado di gestire casi di disturbi borderline. Alcune di queste comunità hanno un approccio più flessibile e meno coercitivo, che potrebbe essere accettato da tua sorella con il giusto supporto.

3. Protezione e cura della famiglia
È fondamentale che voi, come famiglia, vi tuteliate. Non potete continuare a sacrificare le vostre vite, relazioni e carriere per una situazione che non può essere risolta solo con i vostri sforzi. Alcune strategie possono includere:

Limitare il sostegno economico: Se vostra sorella riceve una pensione di invalidità, potete valutare di ridurre gli aiuti economici diretti e incoraggiarla a gestire da sola le sue risorse. Questo potrebbe portarla a rendersi conto delle conseguenze delle sue azioni.

Stabilire confini chiari: Dovete stabilire quali sono i limiti del vostro aiuto. Ad esempio, potreste decidere che non la accompagnerete più ovunque, o che non interverrete più nei momenti di crisi, a meno che non sia un’emergenza sanitaria.

Delegare la gestione: Considerate l’opzione di coinvolgere un amministratore di sostegno o i servizi sociali, per togliere a voi il peso della gestione quotidiana.

4. Supporto emotivo per voi
Le parole dello psicologo che vi ha seguito ("mollatela") possono sembrare dure, ma vanno interpretate come un invito a mettere la vostra salute mentale al primo posto. Non c’è nulla di sbagliato nel decidere di prendere le distanze, almeno in parte, per proteggervi. Non potete aiutare vostra sorella se questo significa distruggere voi stessi nel processo.

Conclusione
Questa situazione non ha una soluzione semplice, ma ci sono passi concreti che potete intraprendere per recuperare un minimo di serenità:

Consultate un avvocato per valutare l’amministrazione di sostegno.
Coinvolgete i servizi sociali per scaricare parte del peso gestionale.
Stabilite confini chiari e smettete di sentirvi in dovere di sacrificare tutto per vostra sorella.
Continuate a prendervi cura di voi stessi, anche attraverso percorsi psicologici per gestire il senso di colpa e la rabbia.
Non siete mostri. Siete esseri umani che hanno raggiunto un limite umano e comprensibile.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
La situazione che descrive è estremamente complessa e carica di emozioni, non solo per sua sorella, ma anche per voi come famiglia. È evidente che il disturbo borderline di personalità di sua sorella ha avuto un impatto devastante sulle vostre vite e sulle vostre relazioni. Il DBP è caratterizzato da instabilità emotiva, difficoltà nelle relazioni interpersonali e comportamenti impulsivi, che possono manifestarsi in modi distruttivi, sia per chi ne soffre sia per chi gli sta intorno. È importante riconoscere che sua sorella vive una realtà molto difficile; le crisi emotive e le reazioni violente che descrive possono essere il risultato di una profonda paura dell'abbandono e di un senso di vuoto interiore. Questi sintomi non sono semplicemente "comportamenti problematici", ma riflettono un dolore e una vulnerabilità che spesso non sono visibili dall'esterno. Tuttavia, ciò non giustifica il comportamento distruttivo nei confronti della famiglia. La vostra frustrazione è comprensibile; sentirsi intrappolati in una situazione in cui il benessere di un membro della famiglia sembra compromettere la qualità della vita degli altri è estremamente difficile. La sensazione di essere "in trincea" è comune tra le famiglie che vivono con una persona affetta da DBP. È fondamentale considerare che, mentre sua sorella può percepire la sua condizione come un modo per attirare l'attenzione o ottenere supporto, in realtà potrebbe non avere consapevolezza del danno che provoca agli altri. In questo contesto, potrebbe essere utile esplorare alcune strategie per affrontare la situazione. La terapia familiare potrebbe fornire uno spazio sicuro per esprimere le vostre emozioni e migliorare la comunicazione all'interno della famiglia. Anche se avete già consultato uno psicologo, un approccio diverso potrebbe rivelarsi utile. Stabilire dei confini chiari è essenziale; ciò significa proteggere il vostro benessere emotivo senza sentirvi in colpa per questo. È importante anche ricordare che non siete soli in questo percorso; ci sono gruppi di supporto per familiari di persone con disturbi della personalità, dove potete condividere esperienze e strategie con chi vive situazioni simili. Questi spazi possono offrire conforto e nuove prospettive su come affrontare il dolore e la frustrazione che provate. In conclusione, la vostra esperienza è valida e merita attenzione. È legittimo cercare aiuto e supporto per voi stessi mentre cercate di gestire questa situazione complessa. La salute mentale è un viaggio difficile, ma ci sono risorse disponibili per aiutarvi a navigarlo. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Francesca Romana Casinghini
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
buonasera, esistono i TSO (trattamenti sanitari obbligatori) che sarebbero ricoveri coatti per chi si rifiuta di curarsi o che può recare danni a persone o cose. Si informi presso gli spdc degli ospedali o provi a parlare con lo psichiatra per le modalità di ricovero.
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buonasera, da ex facilitatrice di un gruppo di auto mutuo aiuto per familiari di pazienti psichiatrici, le confermo che finché sua sorella non capirà che deve farsi aiutare, nessuno potrà aiutarla veramente. Non dimentichi però, che anche sua sorella, come voi, è vittima della propria malattia. Per voi familiari quindi, è indispensabile trovare un supporto, che sia da parte di un gruppo AMA o terapeutico, che vi faccia uscire dalla sensazione di solitudine che lo stigma sulla malattia mentale spesso porta con sé. Con la consapevolezza che prima o poi tutto passa, vi auguro di ritrovare presto la serenità che meritate. Cordiali saluti.
Dott.ssa Mariella Losavio
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Bari
Sicuramente è molto complessa la situazione, ma siete voi che dovete avere voglia di vivere! Come hai scritto è stata viziata e voi continuate, so che il senso di colpa per un probabile suicidio vi frena, ma più le date, più siete infelici e non giungete a nulla. Pian pianino ridimensionare le attenzioni e la disponibilità, monitorare vedere ciò che accade. Anche il CIM non aiuta, per loro è in grado di intendere e volere, e se lo dicono ... perchè non fidarsi di professionisti predisposti alla cura della malattia mentale? Ti\vi capisco, ma forse è tempo di prendere il toro per le corna, il tempo passa e i vostri rimpianti non troveranno risposte nel futuro.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Gentile utente,

Comprendo quanto questa situazione familiare sia estremamente complessa e fonte di grande sofferenza per tutti voi. La convivenza con una persona affetta da un grave disturbo della personalità borderline può mettere a dura prova i legami familiari, specialmente quando il disagio psichico non viene affrontato in modo adeguato dalla persona stessa. La tua frustrazione, esasperazione e il senso di impotenza sono del tutto comprensibili e validi.

Purtroppo, il disturbo borderline di personalità spesso si manifesta con dinamiche relazionali disfunzionali, esplosioni emotive e una tendenza a riversare la propria sofferenza sugli altri. Tuttavia, è importante sottolineare che, nonostante il dolore che provoca, questa condizione è una vera e propria malattia, con radici profonde che richiedono un trattamento multidisciplinare e continuativo.

Alcuni aspetti che emergono dal vostro racconto meritano una riflessione:

La gestione farmacologica e psicoterapeutica sembra essere discontinua, il che è un ostacolo significativo al miglioramento.
Il ruolo della famiglia, seppur cruciale, non dovrebbe diventare un “peso esclusivo” che vi impedisce di vivere le vostre vite.
Le soluzioni più strutturate, come l'inserimento in una comunità terapeutica, potrebbero essere utili, ma necessitano della volontà della persona o di un percorso legale specifico (ad esempio, un'amministrazione di sostegno).
Vi consiglio caldamente di valutare con un avvocato e uno psichiatra esperto l'opportunità di iniziare un percorso legale per richiedere l'amministrazione di sostegno o, se necessario, un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) qualora la situazione lo richieda. Questi strumenti legali, se applicati in modo etico e appropriato, possono proteggere sia vostra sorella sia la famiglia, cercando di arginare comportamenti pericolosi o dannosi.

Infine, nonostante il vostro percorso con uno psicologo, potrebbe essere utile per voi familiari considerare un supporto continuativo, come gruppi di auto mutuo aiuto specifici per famiglie di persone con disturbo di personalità. Questi possono offrire strategie pratiche e sostegno emotivo per affrontare le difficoltà quotidiane.

Data la complessità della situazione, vi invito a non affrontarla da soli. Rivolgersi a uno specialista che possa guidarvi nel trovare soluzioni adatte e sostenibili è non solo utile ma consigliato.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa, Psicoterapeuta, Sessuologa
Dr. ENZO MARIA ADDONIZIO
Psicologo, Psicologo clinico
Nepi
Buongiorno, intanto il quadro che mi ha descritto di sua sorella mi fa pensare a un disturbo psicotico (gli atti di autolesionismo, le esplosioni di rabbia, i tentativi di suicidio, l'instabilità relazionale) più cha a un disturbo borderline della personalità, che può essere gestito con una terapia farmacologica e un supporto psicologico. Comprendo la vostra insofferenza e la difficoltà di gestire una situazione del genere. Di solito, non mi esprimo mai sui colleghi, ma se davvero ha pronunciato quella frase, mi dispiace dirlo, dovrebbe cambiare professione. Sua sorella dovrebbe vivere in una comunità terapeutica per pazienti psichiatrici. Voi potete aiutarla fino a un certo punto e non è giusto che rinunciate alla vostra vita.
Dott.ssa Maria Carla del Vaglio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Napoli
Buonasera,

grazie per aver condiviso la vostra storia, così complessa e dolorosa. Posso immaginare quanto possa essere difficile, dopo anni di sacrifici e sofferenze, convivere con una situazione che sembra non lasciare spazio alla serenità e in cui il peso della gestione ricade quasi interamente sulle vostre spalle. La vostra sofferenza, la frustrazione e persino i sentimenti di rabbia sono del tutto comprensibili, perché nascono da una condizione di estremo logoramento e dal senso di impotenza che questa vicenda porta con sé.

Non c’è nulla di vergognoso nel provare le emozioni che avete descritto; sono il riflesso di una fatica immensa e del desiderio legittimo di recuperare una vita più equilibrata per voi stessi e per gli altri membri della vostra famiglia. È evidente quanto abbiate cercato di fare per aiutare vostra sorella, nonostante le difficoltà e i sacrifici personali.

Esistono diverse possibilità per affrontare una situazione come questa, anche se nessuna appare semplice o immediata. È fondamentale non solo continuare a cercare soluzioni per il bene di vostra sorella, ma anche proteggere il vostro equilibrio emotivo e quello della vostra famiglia. In questi casi, il supporto di professionisti esperti, sia in ambito legale che psicologico, può aiutare a individuare il percorso più adatto.

Comprendo quanto sia estenuante sentirsi intrappolati, ma non siete soli in questa battaglia. Se desiderate approfondire o esplorare le opzioni che potrebbero alleggerire questa situazione, sono a disposizione per aiutarvi e orientarvi al meglio.

Un caro saluto.
Dott.ssa Marika Fiori
Psicologo, Psicoterapeuta
Forlì
Io vi consiglio di denunciare vostra sorella nel caso in cui sia violenta nei vostri confronti , purtroppo in questi casi solo attraverso una misura di sicurezza a livello giuridico può obbligare vostra sorella a curarsi, come tra l altro è giusto che sia.
Dottoressa Marika Fiori
Dott.ssa Chiara Ruggeri
Psicologo, Psicologo clinico
Gela
La situazione che sta descrivendo con sua sorella affetta da disturbo borderline della personalità (BPD) è incredibilmente difficile e dolorosa per tutta la famiglia. Il disturbo, che porta a una profonda instabilità emotiva e a comportamenti impulsivi e distruttivi, come le crisi violente e i tentativi di suicidio, crea una dinamica familiare di co-dipendenza, dove i membri della famiglia finiscono per sacrificare il proprio benessere per cercare di "salvare" la persona malata. Questo tipo di dinamica è tipico nelle famiglie che vivono con una persona con BPD, che tende a manipolare e proiettare sugli altri le sue paure di abbandono, pur essendo proprio lei a sabotare ogni relazione.
Il rifiuto di sua sorella di ricevere trattamento, nonostante sia consapevole della sua condizione, è un altro aspetto doloroso. Il rifiuto della cura, spesso legato alla paura degli effetti collaterali dei farmaci o alla resistenza al cambiamento, rende difficile ogni tipo di aiuto. Purtroppo, senza la sua volontà di migliorare, l'intervento psichiatrico si limita a un'inefficace gestione dei sintomi, senza una vera possibilità di cura. La legge, che stabilisce che sia capace di intendere e volere, impedisce azioni più drastiche come il trattamento sanitario obbligatorio (TSO), rendendo il tutto ancora più frustrante.
Questa situazione porta inevitabilmente a un profondo burnout familiare, dove il continuo supporto emotivo e pratico richiesto da sua sorella mina la vostra vita quotidiana. Il sacrificio della propria vita privata, dei lavori e delle relazioni personali è spesso il prezzo che si paga per cercare di stare dietro a una persona con disturbo borderline, che non sembra mai davvero riconoscere l’aiuto che riceve, anzi, accusa continuamente di abbandono. In questo contesto, il distacco emotivo e la necessità di porre dei limiti diventano essenziali per preservare il proprio benessere.
Non è un "mostro" per provare rabbia o per esprimere la frustrazione che sta vivendo. La responsabilità di una persona con BPD non può ricadere solo sui familiari, e lei non è obbligato a sacrificare la sua vita per qualcuno che non è disposto a curarsi. Nonostante l'amore che potrebbe ancora provare per sua sorella, è importante capire che la sua salute mentale e fisica devono venire prima, e che non c'è colpa nel prendere le distanze per proteggerti. Il supporto legale, come la consulenza con un avvocato per esplorare opzioni come la curatela o il TSO, potrebbe essere un passo utile per comprendere meglio i suoi diritti e quelli della sua famiglia in questa situazione complessa.







La situazione con sua sorella affetta da disturbo borderline di personalità è molto complessa e logorante per tutta la famiglia. Nonostante il rifiuto di cure e comportamenti distruttivi, ci sono alcune azioni che potreste valutare:
1. Interventi psichiatrici: Considerare il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) in caso di pericolo per sé o gli altri e insistere con il CSM per un piano terapeutico efficace.
2. Tutela legale: Richiedere un’amministrazione di sostegno per gestire gli aspetti economici e decisionali della sua vita.
3. Definire confini chiari: Limitare il coinvolgimento diretto e orientarla verso risorse come comunità terapeutiche o servizi sociali.
4. Protezione per voi: Cercare supporto legale ed emotivo per preservare il vostro benessere e ridurre il peso economico e psicologico.
5. Supporto continuativo: Valutare l’importanza di un aiuto psicologico per voi stessi, per affrontare rabbia e sensi di colpa.

Non siete obbligati a sacrificare la vostra vita: il peso della gestione deve essere condiviso con le istituzioni e i professionisti competenti.
Dott.ssa Martina Panzeri
Psicologo, Psicologo clinico
Cusano Milanino
Gentile utente, innanzitutto grazie per aver condiviso un pezzo della sua storia familiare così intimo e delicato. Si legge tutta la fatica e la sofferenza nello stare in una situazione così complessa. Credo che un percorso con un professionista potrebbe aiutarla a capirci di più della situazione che sta vivendo e ritrovare le risorse per andare avanti. Se ne avesse voglia, può contattarmi. Resto a disposizione anche attraverso consulenze online. Dott.ssa Martina Panzeri
Dott. Francesco Damiano Logiudice
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè comprendo il disagio che può sperimentare e quanto sia impattante sulla sua vita quotidiana. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stesso utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL
Dott.ssa Paola Baldo
Psicologo, Psicologo clinico
Pozzonovo
Gentile signore, le sue parole fanno capire la drammaticità della vostra situazione, mi viene da pensare che sia utile un consulto presso il CSM che la segue in modo da valutare insieme all'equipe quale possa essere la via più giusta da seguire sentendo anche la vostra situazione. Se la sorella non è autonoma economicamente ed è emotivamente instabile tanto da non volersi curare, sarebbe secondo me opportuno interdirla o quantomeno inabilitarla in modo da farla seguire da un tutore. Per ovvi motivi vi consiglio una persona esterna alla famiglia, inoltre secondo me vi sarebbe utile un percorso familiare di natura psicoeducativa ma anche di sostegno, per aiutarvi a risollevarvi. Facendovi i miei migliori auguri vi saluto cordialmente. Dott.ssa Baldo Paola
Dott.ssa Tatiana Pasino
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buondì,
capisco profondamente la difficoltà della situazione che sta descrivendo, che comporta un notevole carico emotivo e pratico per tutta la famiglia. La legge prevede che una persona affetta da disturbi psichiatrici, anche gravi, sia trattata in base al principio della capacità di intendere e di volere, a meno che non vi siano evidenti incapacità che giustifichino una tutela legale (come l’amministrazione di sostegno). Se sua sorella non desidera seguire un trattamento psichiatrico o essere ricoverata in una struttura, purtroppo, la legge le permette di rifiutare tali trattamenti, salvo che non rappresenti un pericolo imminente per sé stessa o per gli altri. In questo caso, potrebbero esserci gli estremi per chiedere una valutazione psichiatrica forzata, ma questo dipenderebbe da un'accurata valutazione clinica.

Le consiglio di rivolgervi a un avvocato specializzato in diritto sanitario e familiare, che possa aiutarvi a esplorare le possibili azioni legali, come l'eventuale richiesta di una perizia psichiatrica per accertare lo stato di sua sorella, e, se necessario, l'istituzione di una misura di protezione legale che possa tutelare i suoi diritti e quelli della famiglia.

Non è facile affrontare una situazione simile, ma la legge prevede strumenti per supportare le famiglie che si trovano in contesti di tale gravità. Un caro saluto
Dott.ssa Irene Ferrara
Psicologo
San Martino Buon Albergo
Buongiorno, grazie per aver condiviso qui l'esperienza. Comprendo quanto questa situazione sia dolorosa e quanto vi sentiate sopraffatti. La condizione di vostra sorella, affetta da disturbo borderline di personalità, è complessa e caratterizzata da instabilità emotiva, difficoltà relazionali e comportamenti spesso manipolativi. Tuttavia, è importante ricordare che il suo dolore profondo non vi obbliga a sacrificare completamente le vostre vite. Lei è una persona adulta che può scegliere per se stessa, e talvolta proprio per la sua libertà di scelta potreste non essere d'accordo con le sue decisioni.

La sensazione di essere "in trincea" deriva dal portare un peso che va oltre ciò che una famiglia dovrebbe sopportare. Il diritto legale di vostra sorella a rifiutare le cure complica ulteriormente la situazione, ma esistono strumenti come il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) o la possibilità di richiedere un’amministrazione di sostegno, se le sue decisioni mettono a rischio la sua sicurezza o quella degli altri. Anche l’inserimento in una comunità terapeutica potrebbe essere un’opzione da discutere con i servizi psichiatrici, anche se lei attualmente lo rifiuta. Rivolgetevi o contattate qualche specialista che l'ha seguita in passato o il suo medico di base se doveste vedere situazioni o se vostra sorella dovesse fare delle scelte oggettivamente pericolose per sè o gli altri (di natura economica, comportamentale ecc)

È fondamentale che proteggiate voi stessi stabilendo confini chiari. Non potete annullare le vostre vite per una persona che, nonostante la sofferenza, rifiuta di impegnarsi per migliorare. Avete già fatto moltissimo e non dovete sentirvi in colpa per decidere di limitare il vostro coinvolgimento. Continuate a cercare supporto esterno, come già state facendo, sia nei servizi sociali che in gruppi di familiari con esperienze simili, dove potrete trovare comprensione e consigli utili.
Dott.ssa Veronica Sarno
Psicologo, Psicologo clinico
Luino
Gentile, grazie per la condivisione della sua storia, leggendola pare di vedere che lei abbia già delle idee molto chiare, deve fare quello che reputa giusto.
Distinti Saluti
Dott.ssa Sarno
Dott. Leonardo Nencioli
Psicologo, Psicologo clinico
Viareggio
Salve, mi colpisce molto la storia della sua famiglia in relazione a sua sorella, mi sembra veramente terribile e angosciato il vissuto che aleggia tra voi familiari. Non saprei cosa dirti su tua sorella, ne hai già sentite tante, ma sicuramente un percorso psicologico, in questo caso per te, potrebbe aiutarti a alleggerire il tuo vissuto personale, con la speranza di avere altre e nuove competenze relazionali, per vivere la tua vita. Se ti interessa, io ti do la mia disponibilità per un colloquio conoscitivo. Buona fortuna
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologo, Psicologo clinico
Pomezia
Caro utente,
grazie per aver condiviso in modo così dettagliato e onesto la vostra situazione familiare. Non c'è nulla di mostruoso nelle emozioni che provate: vivere accanto a una persona con un grave disturbo borderline può logorare anche le relazioni più solide e l'amore più profondo.

Il senso di colpa, la rabbia, il risentimento, la stanchezza emotiva e la sensazione di impotenza che esprimete sono umane e legittime, specialmente quando ogni tentativo di aiutare sembra vano e ricade sempre sulle stesse spalle.

Il punto che sollevi – e che colpisce profondamente – è questo: se una persona non vuole curarsi, fino a che punto può trascinare nel baratro chi la circonda?
Purtroppo, la legge e la psichiatria attuale tutelano l’autodeterminazione dell’individuo finché è ritenuto capace di intendere e volere, anche se le sue scelte sono autolesive o disfunzionali. Questo significa che non si può imporre un trattamento o un ricovero se non c’è un reale pericolo imminente per sé o per gli altri. Ma questo lascia le famiglie sole a gestire l’insostenibile.

Hai usato parole forti, ma vere: siete in trincea. E nessuno può giudicarvi per aver provato anche odio verso una persona che amate, ma che vi ha travolto.

Quello che potete fare oggi,se non lo avete già fatto,è cercare un confronto diretto con l’équipe psichiatrica del CIM, esplicitando per iscritto la gravità della situazione e la pericolosità per la vostra incolumità e quella di vostra sorella, chiedendo una valutazione urgente sul suo stato di rischio, o chiedere l'intervento dei servizi sociali e legali territoriali (es. assistente sociale, amministratore di sostegno, giudice tutelare).

Un altro passo – che già state facendo – è mettere un limite chiaro e netto: non è egoismo, è sopravvivenza. Non si può salvare chi non vuole essere salvato, ma si può salvaguardare se stessi. E forse, solo da lì, qualcosa può cambiare davvero anche per lei.

Un forte abbraccio a voi che, pur stremati, avete trovato il coraggio di raccontare questa verità scomoda ma necessaria. Non siete soli, anche se spesso lo sembra.

Un caro saluto. Dott.ssa A.Mustatea
Dott.ssa Martina Scandola
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Leggere una "lettera" come questa significa incontrare un dolore che spesso rimane nascosto: quello delle famiglie che vivono per anni accanto a una persona con un disturbo di personalità grave, in un alternarsi di crisi, richieste, paura e sensi di colpa. Un dolore che raramente trova riconoscimento. Vorrei partire da questo: non siete mostri. Siete una famiglia che ha sopportato a lungo un carico enorme, senza strumenti adeguati, spesso in solitudine. E quando si convive a contatto costante con un disturbo grave, è normale che emergano rabbia, esasperazione, colpa, sentimenti che non si vorrebbero mai provare verso una persona amata. È umano che accada.
Il disturbo borderline di personalità è una condizione molto complessa, caratterizzata da emozioni che esplodono e si regolano con enorme fatica, paura dell’abbandono che può generare comportamenti estremi, rapporti instabili, idealizzazioni e svalutazioni, impulsività, episodi autolesivi o tentativi di suicidio e difficoltà nel mantenere cure regolari. Per chi convive accanto a una persona con questo disturbo, la vita può diventare un ciclo senza tregua: crisi improvvise, richieste di aiuto assoluto, paure che si trasformano in aggressività, manipolazioni che non nascono dalla cattiveria, ma da un disperato tentativo di gestire un vuoto interno intollerabile. E spesso la famiglia diventa l’unico contenitore possibile. Questo può durare anni, logorando ogni energia emotiva, economica e relazionale.
Dire “ci ha rovinato la vita” o “quando morirà forse torneremo a vivere” non vi rende cattivi. Vi rende esausti. Quando la sofferenza mentale di una persona occupa l’intero spazio familiare, può nascere un vissuto di intrappolamento, di vita sospesa, di impotenza. Questi sentimenti sono più comuni di quanto si creda; semplicemente non se ne parla, per paura di giudizio.
Uno degli aspetti più dolorosi del disturbo borderline è proprio questo: la persona soffre, ma allo stesso tempo spesso rifiuta le cure, le contrasta, interrompe i percorsi, non assume i farmaci, fugge dai luoghi che potrebbero aiutarla. Non lo fa per capriccio. Lo fa perché la cura richiede una stabilità interna che la persona, in quel momento, non possiede. Il rifiuto della cura è una parte del disturbo stesso. Ma questo non rende meno reale la fatica devastante di chi prova a sostenerla.
È legittimo chiedersi: “Perché noi siamo costretti e lei no?” È una domanda che nasce da un punto di rottura: voi siete arrivati oltre le vostre possibilità, mentre il sistema attorno a voi non sta offrendo una protezione sufficiente. La verità è che, oggi, senza una reale compromissione della capacità di intendere e di volere o senza un rischio immediato e documentato per sé o per gli altri, la legge non consente trattamenti o percorsi comunitari obbligatori prolungati. È un limite oggettivo dei sistemi sanitari, che spesso lascia le famiglie sole in una funzione impossibile: prendersi cura senza strumenti e senza potere.
Il suggerimento dello psicologo che vi seguiva — “dovete mollare” — non significa abbandonare vostra sorella. Significa riconoscere che il vostro ruolo familiare non può sostituire un percorso terapeutico serio, e che continuare a svolgere tutto da soli vi sta annientando. “Mettere un limite” non è punizione. È l’unico modo, spesso, per non distruggere completamente la vostra vita insieme alla sua.
In situazioni come queste, ciò che è possibile non riguarda la “guarigione” della persona malata, ma la protezione della famiglia. Alcune direzioni realistiche sono: stabilire confini chiari e non negoziabili su aiuti economici, interventi nelle crisi e disponibilità quotidiana, senza improvvisazioni né sensi di colpa; non sostituirvi più ai servizi, affidando ogni crisi a chi è incaricato di gestirla; riconoscere che la responsabilità della cura non può ricadere su di voi; continuare il vostro percorso di supporto psicologico, non per “resistere”, ma per elaborare la rabbia, il lutto, la colpa e la sensazione di vita rubata.
Nessuna famiglia può contenere per anni una sofferenza psichica così intensa da sola. Questa non è debolezza: è realtà. Prendersi distanza non è abbandono: è un atto di tutela, anche verso la persona malata, perché impedisce di alimentare dinamiche distruttive. A volte, il cambiamento avviene proprio quando la famiglia smette di essere l’unico argine.
Quello che state vivendo è condiviso, in silenzio, da moltissime famiglie. Raccontarlo, come avete fatto, è già un passo importante: significa riconoscere che nessuno può fare da solo un lavoro che richiederebbe un’intera équipe multidisciplinare. Non vi giudico. Vi vedo. E vedo la fatica immensa che portate da anni.

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