"Dall'ansia non si esce, al massimo la si gestisce". La cosa peggiore da sentirsi dire quando se ne
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"Dall'ansia non si esce, al massimo la si gestisce". La cosa peggiore da sentirsi dire quando se ne soffre.
Soffrire d'ansia, attacchi di panico, disturbi fobici... non si sta parlando, chiaramente, dall'ansia "funzionale". Non si parla di quel picco adrenalinico che si ha prima di un esame o di qualsiasi prestazione.. si parla di quel perenne stato d'allerta che ti accompagna 24h su 24, di quella morsa allo stomaco che ti leva l'appetito per giorni e giorni interi.. si parla di avere il terrore di uscire di casa, di allontanarsi troppo, di andare a cena fuori, di farsi anche solo una giornata fuori porta. Tachicardia a mille, gambe che tremano e che cedono, annebbiamento della vista, nausea, respiro corto, pensieri ossessivi, sensazione di impazzire.. Lo specifico perché di 7 terapeuti avuti (in 8 anni di terapia), tutti specificavano questa cosa. Sentivano l'esigenza di specificare la differenza tra l'ansia "normale" da quella "disfunzionale", come se noi che ci rivolgiamo a un professionista lo facessimo in maniera incosciente e superficiale.
Dopo 8 anni di terapia, estremamente faticosi, credevo di aver raggiunto una parvenza di equilibrio. Dopo neanche un anno, sono da capo a dodici. Ho provato gli approcci più disparati: cognitivo-comportamentale, strategico-integrato, sistemico-relazionale, breve-strategico, psicodinamico... Nessuno che mi abbia veramente fatto "vedere la luce". Ho seguito un percorso farmacologico di 3 anni che, in parte, mi ha aiutato, ma sempre con dei compromessi da dover sopportare (effetti collaterali).
Il fatto è che non mi sono mai sentito capito fino in fondo, come se fossi uno dei tanti pazienti standard, su cui applicare procedure altrettanto standardizzate. Spesso mi sono sentito giudicato, o dato per "scontato". Dopo tanti terapeuti cambiati, alla fine, pensi che il problema sia tu.. che il tuo disagio funzioni in maniera "diversa", stramba, tale per cui da non poter essere veramente curato. E inizi a perdere le speranze, e a iniziare a credere a quella cosa che molti dicono "la terapia è un palliativo, e solo momentaneo. Non serve a niente, non ti risolve i problemi". Frase che ho sempre rifiutato di credere, ma, visti i fatti, mi sto chiedendo, davvero, se forse non debba iniziare a valutarla seriamente. C'è una parte di me, profonda, che non vuole arrendersi, che vuole disperatamente stare bene: condurre, cioè, una vita normale.
Infine, vi chiedo: si può, realmente, sperare di uscire da questa condanna? O devo mettermi l'anima in pace una volta e per sempre?
Soffrire d'ansia, attacchi di panico, disturbi fobici... non si sta parlando, chiaramente, dall'ansia "funzionale". Non si parla di quel picco adrenalinico che si ha prima di un esame o di qualsiasi prestazione.. si parla di quel perenne stato d'allerta che ti accompagna 24h su 24, di quella morsa allo stomaco che ti leva l'appetito per giorni e giorni interi.. si parla di avere il terrore di uscire di casa, di allontanarsi troppo, di andare a cena fuori, di farsi anche solo una giornata fuori porta. Tachicardia a mille, gambe che tremano e che cedono, annebbiamento della vista, nausea, respiro corto, pensieri ossessivi, sensazione di impazzire.. Lo specifico perché di 7 terapeuti avuti (in 8 anni di terapia), tutti specificavano questa cosa. Sentivano l'esigenza di specificare la differenza tra l'ansia "normale" da quella "disfunzionale", come se noi che ci rivolgiamo a un professionista lo facessimo in maniera incosciente e superficiale.
Dopo 8 anni di terapia, estremamente faticosi, credevo di aver raggiunto una parvenza di equilibrio. Dopo neanche un anno, sono da capo a dodici. Ho provato gli approcci più disparati: cognitivo-comportamentale, strategico-integrato, sistemico-relazionale, breve-strategico, psicodinamico... Nessuno che mi abbia veramente fatto "vedere la luce". Ho seguito un percorso farmacologico di 3 anni che, in parte, mi ha aiutato, ma sempre con dei compromessi da dover sopportare (effetti collaterali).
Il fatto è che non mi sono mai sentito capito fino in fondo, come se fossi uno dei tanti pazienti standard, su cui applicare procedure altrettanto standardizzate. Spesso mi sono sentito giudicato, o dato per "scontato". Dopo tanti terapeuti cambiati, alla fine, pensi che il problema sia tu.. che il tuo disagio funzioni in maniera "diversa", stramba, tale per cui da non poter essere veramente curato. E inizi a perdere le speranze, e a iniziare a credere a quella cosa che molti dicono "la terapia è un palliativo, e solo momentaneo. Non serve a niente, non ti risolve i problemi". Frase che ho sempre rifiutato di credere, ma, visti i fatti, mi sto chiedendo, davvero, se forse non debba iniziare a valutarla seriamente. C'è una parte di me, profonda, che non vuole arrendersi, che vuole disperatamente stare bene: condurre, cioè, una vita normale.
Infine, vi chiedo: si può, realmente, sperare di uscire da questa condanna? O devo mettermi l'anima in pace una volta e per sempre?
buongiorno. lavorare su di sé non è mai un percorso semplice, facile, in discesa. possibile incontrare vincoli, qualche bivio, qualche personale resistenza ed è lì che magari bisogna soffermarsi di più. non bisogna mai arrendersi, ci sono svolte che avvengono nel flusso della mente quando meno ce lo aspettiamo. mai misurare il lavoro su di sé in anni o mesi di psicoterapia, ma avvalersi dei cambiamenti nella struttura mentale, nei progetti, nelle convinzioni, nelle dinamiche relazionali dove possono nascondersi gli agganci con lo stato mentale attuale. si è persone in relazione al mondo fuori di noi, comprese le persone, e siamo in relazione a quel mondo sottile che abita in noi. talvolta crediamo che questo mondo interno ci guidi, ma altre volte siamo noi a costruirlo in modo attivo creando trappole mentali sulle quali inciampare. noi siamo costruttori di noi stessi, bisogna vedere con quali mattoni edifichiamo il nostro mondo. abbandoniamo le definizioni: ansia, ossessioni, paranoie, ecc, a volte contribuiscono a creare vincoli, ostacoli. guardiamo il dito e perdiamo la luna. osserviamo l'ansia e perdiamo il fulcro su cui agire il nostro focus attentivo. continui il suo lavoro. non si perda nel mondo caotico dei pensieri. capita che siamo vittime di troppe riflessioni razionali e perdiamo il mondo delle emozioni. cerchi di sentire. SENTIRE. diventa la parola d'ordine. sentire e pensare di meno. cosa può nascondere l'ansia? quale emozione? quale mondo ci impedisce di incontrare? cosa blocca? e le ossessioni? insomma cerchi di entrare col cuore in quel nucleo che impedisce di sentire accelerando il cuore e i ragionamenti, piroettando la visione che si fa confusa. e crei significato. attribuzione di senso a quanto smuove la sua natura.
le auguro buon natale e che possa nascere in Lei il nuovo...
buona giornata
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Gentile utente, leggo con profonda attenzione quanto scrive, la sua è una descrizione molto interessante e potente del tema della "gabbia". In una organizzazione "fobica", l'oscillazione perenne tra desiderio di libertà e bisogno di sicurezza caratterizzano la maggior parte dei legami, a volte anche quello terapeutico. Io sono uno psicoterapeuta cognitivo-interpersonale, il mio approccio contempla si l'uso di tecniche cognitive per lavorare nell'immediato, ma accompagnate da un'indagine sistemica che aiuti a risalire alle cause ed origini. Qualora volesse, mi piacerebbe poterci confrontare attraverso un primo colloquio conoscitivo gratuito (anche online) in cui discutere insieme più approfonditamente di quanto ha ben descritto nel suo messaggio. La lascio con una domanda: lei sembra cercare una "via di fuga?", ma è una sua scelta o una necessità che non decide lei di provare?
Un saluto, auguri per tutto.
Dott. Marco Feola
Un saluto, auguri per tutto.
Dott. Marco Feola
Gentile Utente. Come ha già avuto modo di sperimentare, la psicoterapia è un percorso delicato che risente del momento di vita in cui ci troviamo e al quale dobbiamo affidarci dando tempo, ma anche tante energie personali. Il benessere non è una costante, poiché risente di tantissime influenze, ed è per questo che la psicoterapia può inserirsi in modi diversi in momenti diversi, supportando la gestione delle dinamiche sia interne che esterne. Spero che possa continuare a darsi le stesse opportunità che si è garantito fin ora, con la medesima determinazione e costanza.
Buongiorno, tutti i terapeuti per definizione pensano e devono pensare che si può uscire dai problemi che curiamo, ivi compresi la più grave ansia, i più gravi attacchi di panico, la più grave agorafobia, eccetera. La domanda che mi sorge, leggendo le sue righe sconsolate, è: quale vantaggio trae, ovviamente inconscio, da questa sofferenza? Da che cosa, da quale opportunità, da quale cambiamento, questa ansia la "difende"? Ma ovviamente è una domanda che le avranno già rivolto più terapeuti. Mi farebbe piacere che mi scrivesse. Intanto l'unico consiglio da qui posso darle è la frase di Calvino: mettere il piede nella porta, dove inferno non è, e pian piano riuscire ad aprirla. E questo lo si può fare solo con costanza e pazienza. Credo che anche la più appropriata forma di meditazione potrebbe aiutarla.
Buongiorno,
leggo quanto sia stato faticoso convivere per anni con un’ansia intensa e pervasiva. Ha ragione a distinguere tra ansia “funzionale” e quella invalidante, che accompagna 24h su 24, con tachicardia, nausea, pensieri ossessivi e paura di uscire. Questo tipo di ansia non si sopporta semplicemente: cambia profondamente la vita.
Capisco anche la frustrazione dopo tanti percorsi terapeutici e tentativi farmacologici: sentirsi “uno dei tanti casi standard” è doloroso e scoraggiante. Ma questo non significa che il problema sia “strano” o irrisolvibile, né che la speranza sia vana.
Spesso la chiave non è eliminare completamente l’ansia, ma recuperare una vita che non ruoti attorno ad essa. Significa costruire sicurezza interna, fiducia nel corpo e nelle proprie risorse, e imparare a convivere con i momenti difficili senza che tutto si blocchi.
La parte di lei che non vuole arrendersi è preziosa: indica che una vita più libera dall’ansia è possibile. Non si tratta di “sparire dai sintomi”, ma di trasformare il modo in cui l’ansia influisce sulle scelte e sulle esperienze quotidiane.
Non è semplice, richiede tempo e un percorso fatto su misura, ma non è una condanna definitiva. La possibilità di migliorare e di vivere in maniera più piena esiste, anche dopo anni di difficoltà.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
leggo quanto sia stato faticoso convivere per anni con un’ansia intensa e pervasiva. Ha ragione a distinguere tra ansia “funzionale” e quella invalidante, che accompagna 24h su 24, con tachicardia, nausea, pensieri ossessivi e paura di uscire. Questo tipo di ansia non si sopporta semplicemente: cambia profondamente la vita.
Capisco anche la frustrazione dopo tanti percorsi terapeutici e tentativi farmacologici: sentirsi “uno dei tanti casi standard” è doloroso e scoraggiante. Ma questo non significa che il problema sia “strano” o irrisolvibile, né che la speranza sia vana.
Spesso la chiave non è eliminare completamente l’ansia, ma recuperare una vita che non ruoti attorno ad essa. Significa costruire sicurezza interna, fiducia nel corpo e nelle proprie risorse, e imparare a convivere con i momenti difficili senza che tutto si blocchi.
La parte di lei che non vuole arrendersi è preziosa: indica che una vita più libera dall’ansia è possibile. Non si tratta di “sparire dai sintomi”, ma di trasformare il modo in cui l’ansia influisce sulle scelte e sulle esperienze quotidiane.
Non è semplice, richiede tempo e un percorso fatto su misura, ma non è una condanna definitiva. La possibilità di migliorare e di vivere in maniera più piena esiste, anche dopo anni di difficoltà.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Salve,
quello che descrive è un vissuto di sofferenza profonda e autentica, e la sua fatica è comprensibile. Non sta parlando di “ansia comune”, ma di un’esperienza che invade la vita quotidiana, il corpo, le relazioni e l’identità. È importante dirlo chiaramente: non è debolezza, né mancanza di impegno, e certamente non è “incoscienza” nel chiedere aiuto.
Dopo molti anni di terapia e diversi approcci, è naturale arrivare a sentirsi scoraggiati e a dubitare non solo dei trattamenti, ma anche di sé. Questo però non significa che lei sia “incurabile” o che la sua sofferenza funzioni in modo strano: spesso significa che non è ancora avvenuto l’incontro giusto, o che alcuni livelli (emotivi, corporei, traumatici, relazionali) non sono stati davvero integrati nel lavoro terapeutico.
L’ansia di cui parla non è solo da “gestire”: è spesso il segnale di qualcosa che chiede ascolto, regolazione e rielaborazione più profonda. Il fatto che una parte di lei non voglia arrendersi è un elemento clinicamente molto importante: indica risorse ancora presenti, anche se oggi sono stanche.
Alla sua domanda finale rispondo con onestà: sì, si può stare meglio, ma non sempre nel modo lineare o rapido che si spera, e non con soluzioni standardizzate. La terapia non è un palliativo quando riesce davvero a essere un percorso su misura, rispettoso della storia e del funzionamento specifico della persona.
Il suo desiderio di “una vita normale” non è irrealistico né ingenuo. Forse oggi è solo offuscato dalla stanchezza. Continuare a cercare aiuto, anche dopo tante delusioni, non è un fallimento: è una forma di cura verso se stessi.
Cordialmente
Dr.ssa Tiziana Guidi
quello che descrive è un vissuto di sofferenza profonda e autentica, e la sua fatica è comprensibile. Non sta parlando di “ansia comune”, ma di un’esperienza che invade la vita quotidiana, il corpo, le relazioni e l’identità. È importante dirlo chiaramente: non è debolezza, né mancanza di impegno, e certamente non è “incoscienza” nel chiedere aiuto.
Dopo molti anni di terapia e diversi approcci, è naturale arrivare a sentirsi scoraggiati e a dubitare non solo dei trattamenti, ma anche di sé. Questo però non significa che lei sia “incurabile” o che la sua sofferenza funzioni in modo strano: spesso significa che non è ancora avvenuto l’incontro giusto, o che alcuni livelli (emotivi, corporei, traumatici, relazionali) non sono stati davvero integrati nel lavoro terapeutico.
L’ansia di cui parla non è solo da “gestire”: è spesso il segnale di qualcosa che chiede ascolto, regolazione e rielaborazione più profonda. Il fatto che una parte di lei non voglia arrendersi è un elemento clinicamente molto importante: indica risorse ancora presenti, anche se oggi sono stanche.
Alla sua domanda finale rispondo con onestà: sì, si può stare meglio, ma non sempre nel modo lineare o rapido che si spera, e non con soluzioni standardizzate. La terapia non è un palliativo quando riesce davvero a essere un percorso su misura, rispettoso della storia e del funzionamento specifico della persona.
Il suo desiderio di “una vita normale” non è irrealistico né ingenuo. Forse oggi è solo offuscato dalla stanchezza. Continuare a cercare aiuto, anche dopo tante delusioni, non è un fallimento: è una forma di cura verso se stessi.
Cordialmente
Dr.ssa Tiziana Guidi
Quello che descrive non è “semplice ansia”, e lei lo sa molto bene. È una sofferenza profonda, totalizzante, che invade il corpo, i pensieri e la vita quotidiana, fino a restringerla sempre di più. La frustrazione, la stanchezza e il senso di fallimento che emergono dalle sue parole sono comprensibili, soprattutto dopo anni di percorsi affrontati con impegno e speranza.
Alla frase “dall’ansia non si esce, al massimo la si gestisce” va però fatta una precisazione importante: non è una verità assoluta. È vero che l’ansia fa parte dell’esperienza umana e che una certa vulnerabilità può rimanere, ma i disturbi d’ansia, anche gravi e cronici, possono ridursi in modo significativo fino a non essere più invalidanti, permettendo di tornare a vivere una vita piena e scelta, non guidata dalla paura. Non si tratta di “imparare a sopportare”, ma di modificare i meccanismi che mantengono il disturbo.
Quando una persona ha provato molti approcci senza beneficio duraturo, il problema raramente è “il paziente che non funziona”, ma piuttosto un percorso che non è riuscito a essere davvero cucito su quella specifica storia, sui traumi, sulle esperienze corporee della paura, sulle modalità con cui l’ansia si è strutturata nel tempo. In questi casi, sentirsi non visti, standardizzati o giudicati può diventare esso stesso un fattore che alimenta la sfiducia e il senso di impotenza.
Le ricadute, anche dopo periodi di equilibrio, non significano che tutto sia stato inutile. Spesso indicano che alcune radici del problema non sono state ancora affrontate fino in fondo, oppure che eventi recenti hanno riattivato vulnerabilità più antiche. Questo non toglie valore al lavoro fatto, né cancella la possibilità di stare meglio.
La parte di lei che “non vuole arrendersi” è un segnale prezioso: è la parte sana, motivata, che merita ascolto e rispetto. Non è una condanna a vita, e non è necessario “mettersi l’anima in pace”. Esistono percorsi mirati, integrati e profondi che possono fare la differenza, soprattutto quando tengono insieme mente, corpo, storia personale e relazioni, senza ridurre la persona a un protocollo.
Proprio per la complessità e la durata della sofferenza che descrive, è consigliabile approfondire la sua situazione con uno specialista esperto nei disturbi d’ansia, che possa valutare attentamente la sua storia e costruire un percorso realmente personalizzato.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Alla frase “dall’ansia non si esce, al massimo la si gestisce” va però fatta una precisazione importante: non è una verità assoluta. È vero che l’ansia fa parte dell’esperienza umana e che una certa vulnerabilità può rimanere, ma i disturbi d’ansia, anche gravi e cronici, possono ridursi in modo significativo fino a non essere più invalidanti, permettendo di tornare a vivere una vita piena e scelta, non guidata dalla paura. Non si tratta di “imparare a sopportare”, ma di modificare i meccanismi che mantengono il disturbo.
Quando una persona ha provato molti approcci senza beneficio duraturo, il problema raramente è “il paziente che non funziona”, ma piuttosto un percorso che non è riuscito a essere davvero cucito su quella specifica storia, sui traumi, sulle esperienze corporee della paura, sulle modalità con cui l’ansia si è strutturata nel tempo. In questi casi, sentirsi non visti, standardizzati o giudicati può diventare esso stesso un fattore che alimenta la sfiducia e il senso di impotenza.
Le ricadute, anche dopo periodi di equilibrio, non significano che tutto sia stato inutile. Spesso indicano che alcune radici del problema non sono state ancora affrontate fino in fondo, oppure che eventi recenti hanno riattivato vulnerabilità più antiche. Questo non toglie valore al lavoro fatto, né cancella la possibilità di stare meglio.
La parte di lei che “non vuole arrendersi” è un segnale prezioso: è la parte sana, motivata, che merita ascolto e rispetto. Non è una condanna a vita, e non è necessario “mettersi l’anima in pace”. Esistono percorsi mirati, integrati e profondi che possono fare la differenza, soprattutto quando tengono insieme mente, corpo, storia personale e relazioni, senza ridurre la persona a un protocollo.
Proprio per la complessità e la durata della sofferenza che descrive, è consigliabile approfondire la sua situazione con uno specialista esperto nei disturbi d’ansia, che possa valutare attentamente la sua storia e costruire un percorso realmente personalizzato.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentile Utente, grazie per la sua condivisione. Dal messaggio che ho letto, mi è arrivata tutta la sua frustrazione. Sono d'accordo con lei: c'è differenza tra ansia patologica e ansia funzionale. La prima deve essere depotenziata e curata, fino a che non torna ad essere la seconda. Non conoscendo precisamente la sua situazione, non posso darle indicazioni precise. Posso dirle però che una buona psicoterapia, a volte corroborata da una buona farmacoterapia, possono far sì che lei possa riacquistare la sua libertà. Se ha bisogno, non esiti a contattarmi. Dottoressa Monica Mugnai
Buongiorno! Sono consapevole di muovermi su un terreno scivoloso, ma proverò ad offrirle un contributo di pensiero. Rabbia, incomprensione, senso di impotenza, solitudine, disperazione arrivano forti. Posso solo provare ad immaginare come si sente. Una premessa è doverosa. Da una malattia seria, specie se della psiche, non si guarisce. Bisogna diffidare di chi promette il pieno recupero del precedente stato di salute. L’ansia, ma non solo, sembra aver caratterizzato i precedenti tentativi di terapia. Ho pensato ad una sorta di ansia di riconoscimento, una disperata ricerca di qualcuno che le restituisse tutta la sua unicità e tutto il suo valore. Ho “sognato” che passava da uno studio all’altro con il cuore pieno di speranza, ma anche di paura che si potesse ripetere ancora, come sempre, lo stesso destino (in terapia e forse in famiglia, con gli amici, con i partners). La “conferma” dolorosa di non essere visto, riconosciuto, accettato, amato per quello che è. Allora, perché curarsi, assumere farmaci, intraprendere un percorso lungo, impegnativo e costoso come la psicoterapia? La buona notizia è che se non si guarisce, almeno si cambia, si cresce, si impara a tollerare i propri limiti, ad accettare la fragilità. Si diventa più umani, più autentici, più sé stessi. Certo, non basta "entrare" in terapia. "Essere" in terapia significa condividere lo spazio dell'incontro con l'altro. Accettare l'incertezza, il mistero, il dubbio, il non sapere per tutto il tempo necessario a costruire insieme una modalità di scambio reciproco. Sembra aver perso la speranza, ma mi lasci avere fiducia in lei e sperare che possa finalmente concedersi la possibilità di affidarsi e fidarsi di una seconda mente con cui sentire il diritto di crescere, di essere null'altro che quello che è. In bocca al lupo per tutto
Buongiorno, grazie per essersi aperto pubblicamente con noi professionisti su un tema per lei fonte di sofferenza.
La frustrazione e lo scoraggiamento che emergono dalle sue parole sono comprensibili, soprattutto dopo anni di tentativi in percorsi che non hanno dato i risultati da lei sperati.
Immagino quanto possa essere stato complesso sentirsi dire che dall'ansia non si esce, ma la si gestisce, solo che è effettivamente così e ciò lo dimostra il fatto che ha elencato terapeuti di orientamenti completamente diversi, perchè è ciò che ci viene insegnato. Dal punto di vista clinico, i colleghi non penso negassero la possibilità di stare meglio, ma piuttosto spostassero l’attenzione da un’idea di “eliminazione definitiva” del sintomo a un lavoro più profondo sul rapporto che si costruisce con l’ansia e con ciò che rappresenta nella sua storia personale. Anche la differenza tra ansia funzionale e non, è proprio per spiegare perchè l'ansia ha un ruolo importante nel nostro sistema evolutivo e deve esserci, anche se in maniera non ingombrante.
Il fatto che lei dica che una parte di sé non voglia arrendersi è fondamentale, da lì si può ripartire, magari non cercando l’ennesima “tecnica giusta”, ma uno spazio in cui sentirsi accolti, con la giusta aspettativa, fiducia e senza promesse irrealistiche.
Quali sono i suoi obiettivi? Quanta fiducia ha al momento verso i professionisti? Quanto è disposto a mettersi in discussione? Quale può essere un punto di partenza per stare meglio?
Lasciandola con queste domande, le auguro una buona giornata e un buon percorso, dott.ssa Covri Annalisa.
La frustrazione e lo scoraggiamento che emergono dalle sue parole sono comprensibili, soprattutto dopo anni di tentativi in percorsi che non hanno dato i risultati da lei sperati.
Immagino quanto possa essere stato complesso sentirsi dire che dall'ansia non si esce, ma la si gestisce, solo che è effettivamente così e ciò lo dimostra il fatto che ha elencato terapeuti di orientamenti completamente diversi, perchè è ciò che ci viene insegnato. Dal punto di vista clinico, i colleghi non penso negassero la possibilità di stare meglio, ma piuttosto spostassero l’attenzione da un’idea di “eliminazione definitiva” del sintomo a un lavoro più profondo sul rapporto che si costruisce con l’ansia e con ciò che rappresenta nella sua storia personale. Anche la differenza tra ansia funzionale e non, è proprio per spiegare perchè l'ansia ha un ruolo importante nel nostro sistema evolutivo e deve esserci, anche se in maniera non ingombrante.
Il fatto che lei dica che una parte di sé non voglia arrendersi è fondamentale, da lì si può ripartire, magari non cercando l’ennesima “tecnica giusta”, ma uno spazio in cui sentirsi accolti, con la giusta aspettativa, fiducia e senza promesse irrealistiche.
Quali sono i suoi obiettivi? Quanta fiducia ha al momento verso i professionisti? Quanto è disposto a mettersi in discussione? Quale può essere un punto di partenza per stare meglio?
Lasciandola con queste domande, le auguro una buona giornata e un buon percorso, dott.ssa Covri Annalisa.
Quello che scrivi è il racconto di una sofferenza vera, profonda e stancante, non di una semplice “ansia da prestazione”. E hai ragione: quando si vive in uno stato di allerta costante, con il corpo che sembra non spegnersi mai, sentirsi dire che “al massimo la si gestisce” può suonare come una condanna.
Voglio dirti una cosa con molta chiarezza: non è vero che tutte le ansie sono destinate solo a essere gestite, e non è vero che, se i percorsi fatti non hanno funzionato, il problema sei tu. Spesso ciò che non ha funzionato è stato l’incontro tra il tuo modo specifico di soffrire e approcci applicati in modo troppo standardizzato.
Quando l’ansia è così pervasiva, cronica e somatica, non basta “capire” né applicare tecniche isolate: serve un lavoro che tenga insieme corpo, storia personale, sistema di allerta, significati e relazioni, rispettando i tempi e la complessità della persona. Se questo non accade, è comprensibile sentirsi giudicati, ridotti a un protocollo, o “uno dei tanti”.
Il fatto che, nonostante tutto, ci sia ancora in te una parte che non vuole arrendersi è un segnale clinico importantissimo: non di illusione, ma di vitalità. Non indica debolezza, indica che il tuo sistema non è rotto, ma probabilmente iper-adattato a qualcosa che un tempo è stato necessario.
Alla tua domanda finale rispondo con onestà: sì, si può uscire da questa condizione, ma non nel senso di “non provare mai più ansia”. Uscirne significa non esserne più prigionieri, non vivere più con la paura costante della paura, non dover restringere la propria vita per sopravvivere. Questo è possibile quando il lavoro terapeutico smette di chiederti di adattarti a un metodo e inizia ad adattarsi davvero a te.
Se senti il bisogno di essere finalmente ascoltato nella tua unicità, senza etichette né frasi preconfezionate, puoi prenotare una visita: valuteremo insieme cosa ha mantenuto attiva questa sofferenza e se, e come, costruire un percorso che abbia senso per te.
Se vuoi, posso:
accorciarla leggermente (restando intensa),
renderla ancora più esplicita sul tema “non sei incurabile”,
oppure adattarla a un tono più istituzionale MioDottore.
Dimmi tu. Qui il punto non è “convincere”, ma restituire dignità alla sofferenza.
Voglio dirti una cosa con molta chiarezza: non è vero che tutte le ansie sono destinate solo a essere gestite, e non è vero che, se i percorsi fatti non hanno funzionato, il problema sei tu. Spesso ciò che non ha funzionato è stato l’incontro tra il tuo modo specifico di soffrire e approcci applicati in modo troppo standardizzato.
Quando l’ansia è così pervasiva, cronica e somatica, non basta “capire” né applicare tecniche isolate: serve un lavoro che tenga insieme corpo, storia personale, sistema di allerta, significati e relazioni, rispettando i tempi e la complessità della persona. Se questo non accade, è comprensibile sentirsi giudicati, ridotti a un protocollo, o “uno dei tanti”.
Il fatto che, nonostante tutto, ci sia ancora in te una parte che non vuole arrendersi è un segnale clinico importantissimo: non di illusione, ma di vitalità. Non indica debolezza, indica che il tuo sistema non è rotto, ma probabilmente iper-adattato a qualcosa che un tempo è stato necessario.
Alla tua domanda finale rispondo con onestà: sì, si può uscire da questa condizione, ma non nel senso di “non provare mai più ansia”. Uscirne significa non esserne più prigionieri, non vivere più con la paura costante della paura, non dover restringere la propria vita per sopravvivere. Questo è possibile quando il lavoro terapeutico smette di chiederti di adattarti a un metodo e inizia ad adattarsi davvero a te.
Se senti il bisogno di essere finalmente ascoltato nella tua unicità, senza etichette né frasi preconfezionate, puoi prenotare una visita: valuteremo insieme cosa ha mantenuto attiva questa sofferenza e se, e come, costruire un percorso che abbia senso per te.
Se vuoi, posso:
accorciarla leggermente (restando intensa),
renderla ancora più esplicita sul tema “non sei incurabile”,
oppure adattarla a un tono più istituzionale MioDottore.
Dimmi tu. Qui il punto non è “convincere”, ma restituire dignità alla sofferenza.
Salve,
intanto empatizzo profondamente con la sua frustrazione e il suo dolore. Le sue parole sono probabilmente generate dal disperato tentativo di trovare una via d’uscita, una luce, senza esserci riuscito dopo molti anni di sacrifici sia economici che emotivi. La terapia può indubbiamente aiutare negli stati ansiosi e si possono ottenere ottimi miglioramenti. Il percorso terapeutico è un percorso cucito su misura sulla persona che si ha di fronte. Non si mette a fuoco il disturbo in sé, quanto il disturbo calato in quello specifico ingranaggio che la persona stessa rappresenta e che, probabilmente, purtroppo da troppi anni si è bloccato. È difficile dare una risposta certa alla sua domanda, perché, come specificavo prima, ogni persona rappresenta un meccanismo a sé stante, sul quale la terapia interviene di volta in volta con risultati non sempre uguali. Quello che le posso assicurare è che si possono migliorare le condizioni di vita, e credo che già questo potrebbe essere un primo obiettivo da raggiungere. Lì dove lo desiderasse, potremmo approfondire queste dinamiche insieme. Per qualunque cosa resto a disposizione.
Cordialmente,
Dott.ssa Luciana Bastianini
intanto empatizzo profondamente con la sua frustrazione e il suo dolore. Le sue parole sono probabilmente generate dal disperato tentativo di trovare una via d’uscita, una luce, senza esserci riuscito dopo molti anni di sacrifici sia economici che emotivi. La terapia può indubbiamente aiutare negli stati ansiosi e si possono ottenere ottimi miglioramenti. Il percorso terapeutico è un percorso cucito su misura sulla persona che si ha di fronte. Non si mette a fuoco il disturbo in sé, quanto il disturbo calato in quello specifico ingranaggio che la persona stessa rappresenta e che, probabilmente, purtroppo da troppi anni si è bloccato. È difficile dare una risposta certa alla sua domanda, perché, come specificavo prima, ogni persona rappresenta un meccanismo a sé stante, sul quale la terapia interviene di volta in volta con risultati non sempre uguali. Quello che le posso assicurare è che si possono migliorare le condizioni di vita, e credo che già questo potrebbe essere un primo obiettivo da raggiungere. Lì dove lo desiderasse, potremmo approfondire queste dinamiche insieme. Per qualunque cosa resto a disposizione.
Cordialmente,
Dott.ssa Luciana Bastianini
“Dall’ansia non si esce, la si gestisce”, la frase che riporta e che commenta come qualcosa di terribile da sentirsi dire quando si soffre di ansia, è il concetto che sta alla base di tutti gli approcci terapeutici, e quindi anche quelli che lei ha abbracciato per un lasso di tempo, che in realtà vuol semplicemente dire che, esattamente come tutte le altre emozioni, anche l’ansia ha un suo ruolo nel prepararci ad affrontare i problemi e pertanto non si può eliminare, ma innanzitutto deve essere accettata, che in qualche modo significa anche accettare il proprio funzionamento psicologico. Gli altri colleghi quando parlano di ansia disfunzionale, si riferiscono invece proprio a quell’ipertrofismo di ansia, come dice lei quello “stato d'allerta che ti accompagna 24h su 24”. Il fatto di fare la distinzione con l’ansia funzionale, non è effettuare una sottostima delle consapevolezze del paziente, ma cercare di stimolare in esso una presa di coscienza circa non un distanziamento verso quello che si è in questo momento, ma al contrario ripeto accettarlo, comprendere bene da dove trae origine, perché inizialmente è stato utile, come si è mantenuto nel tempo, quanto sta compromettendo la nostra vita, etc.. per poi con molta calma iniziare a vedere dove si può lavorare a livello cognitivo, emozionale, e comportamentale per creare una breccia che possa farci rivedere la luce della quale abbiamo bisogno, e rinforzarla poi ogni giorno attraverso impegno, pazienza, umiltà, e anche affidandosi. Nel momento in cui si arriverà ad avere quella percezione di equilibrio, è lì il momento in cui bisogna consolidarla, continuando ancora ad impegnarsi, senza darsi un limite di tempo, non escludendo anche un sostegno farmacologico se dovesse occorrere, come lei ha giustamente tentato.
Dal suo messaggio capisco la frustrazione del fatto di aver cambiato 7 terapeuti in 8 anni, ed è giustificabile, oltre ad essere dispendioso. Sarebbe interessante sapere come sono stati i suoi percorsi, con quale frequenza si vedeva con i suoi terapeuti, quale è stata l’alleanza e la relazione con loro, come è avvenuta l’interruzione, etc…
Credo che nella sue domande finali: “si può uscire da questa condanna o debbo mettermi l’anima in pace” oppure “la psicoterapia è un palliativo oppure è il metodo che ho al momento per ritrovare un po' di equilibrio” lei esprima proprio il conflitto tra fidarsi e essere capito dagli altri , oppure fare da solo, e qui potrebbe esserci la chiave circa i suoi dubbi.
Certo è che se ha voluto comunque scrivere questo messaggio, probabilmente come dice anche lei “C'è una parte di me, profonda, che non vuole arrendersi, che vuole disperatamente stare bene: condurre, cioè, una vita normale..”
Dal suo messaggio capisco la frustrazione del fatto di aver cambiato 7 terapeuti in 8 anni, ed è giustificabile, oltre ad essere dispendioso. Sarebbe interessante sapere come sono stati i suoi percorsi, con quale frequenza si vedeva con i suoi terapeuti, quale è stata l’alleanza e la relazione con loro, come è avvenuta l’interruzione, etc…
Credo che nella sue domande finali: “si può uscire da questa condanna o debbo mettermi l’anima in pace” oppure “la psicoterapia è un palliativo oppure è il metodo che ho al momento per ritrovare un po' di equilibrio” lei esprima proprio il conflitto tra fidarsi e essere capito dagli altri , oppure fare da solo, e qui potrebbe esserci la chiave circa i suoi dubbi.
Certo è che se ha voluto comunque scrivere questo messaggio, probabilmente come dice anche lei “C'è una parte di me, profonda, che non vuole arrendersi, che vuole disperatamente stare bene: condurre, cioè, una vita normale..”
Conoscere la differenza tra l'ansia "normale" e quella “disfunzionale" non è scontato. Perciò, è giusto che uno psicoterapeuta, nel lavorare con una persona che soffre di ansia, così forte che arriva al punto di bloccarla, si accerti che la persona comprenda questa differenza. Infatti, a volte la conoscenza può di per sé alleviare lo stato di ansia e avviare il processo di guarigione. Certamente, si tratta di un primo step, a cui dovrebbe seguire un lavoro da fare insieme, tra la persona e il suo/la sua psicoterapeuta. E questo lavoro si basa sull’alleanza terapeutica. E’ la relazione che cura, al di là dell’approccio seguito dal terapeuta. Nel lavoro di terapia con l’ansia, si può arrivare a trasformare quell’ansia bloccante in un’energia proattiva, che inizialmente può anche essere simile all’ansia, ma, man mano che la persona si conosce nel suo funzionamento, diviene attività ed energia pura, da applicare alle varie situazioni della propria vita. Spesso, alla base dell’ansia vi è una scarsa conoscenza (intendo una conoscenza profonda, basata sul contatto con le emozioni) dei propri conflitti, che in quanto sconosciuti alla persona costruiscono pensieri ripetitivi e autodistruttivi. Ma ci vuole una base di lavoro solida, costruita sull’alleanza terapeutica, che consente alla persona di fidarsi, per poi aprirsi al terapeuta, e conseguentemente a sé stessa. Come è vero che non ci si può aprire a un altro se non ci si apre a sé stessi, cioè se non si è autentici con sé stessi, è vero anche l'opposto. In definitiva, la psicoterapia è un metodo di autoconoscenza che ha la finalità di autocurarsi, attraverso la facilitazione del professionista.
Gentile utente di mio dottore,
dai disturbi d' ansia è possibile guarire attraverso l ausilio integrato di farmacoterapia e psicoterapia. Il fatto che dopo tutto questo tempo sia al punto di partenza deve fare riflettere sul fatto che qualcosa non funzioni all' interno della relazione terapeutica. Dovrebbe riflettere sulle premesse da cui è accompagnato e dalle aspettative riversato nel terapista per poter meglio comprendere l origine delle sue difficoltà.
Un caro saluto.
Dott. Diego Ferrara
dai disturbi d' ansia è possibile guarire attraverso l ausilio integrato di farmacoterapia e psicoterapia. Il fatto che dopo tutto questo tempo sia al punto di partenza deve fare riflettere sul fatto che qualcosa non funzioni all' interno della relazione terapeutica. Dovrebbe riflettere sulle premesse da cui è accompagnato e dalle aspettative riversato nel terapista per poter meglio comprendere l origine delle sue difficoltà.
Un caro saluto.
Dott. Diego Ferrara
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