Buongiorno, sono una studentessa universitaria di 20 anni e vorrei chiedervi se un mio sospetto è fo

Buongiorno, sono una studentessa universitaria di 20 anni e vorrei chiedervi se un mio sospetto è fondato. Sto cercando di capire se ciò che sperimento possa rientrare in un profilo di neurodivergenza (come l'ADHD) o se sia riconducibile a una disregolazione emotiva e ansiosa. Ho provato a fare una lista di ciò che provo/che ho passato: —Talvolta soffro di insonnia causata da pensieri stupidi che non riesco a fermare. Riesco ad addormentarmi solo se sono veramente esausta. —In merito ai pensieri che non riesco a fermare, mi sento come se avessi una sottospecie di disco rotto nel cervello che non smette mai di suonare. —Mi capita molte volte di sentirmi 'fuori luogo' e di ripensare a ciò che dico/faccio. Se commetto un errore ci rimurgino sopra per ore. —Ho sempre avuto difficoltà a seguire le lezioni sia scolastiche che universitarie. Dopo un po' il mio cervello si disconnette, e perdo il filo. A tal proposito, mi capita di dimenticare le cose sul momento e di interrompere una conversazione prima che mi scordo qualcosa. —Sotto forte stress tendo a dissociarmi. —A causa di molti di questi punti mi è capitato di avere episodi depressivi. Vorrei solo sapere se sia opportuno intraprendere un percorso diagnostico specifico o meno. Vi ringrazio per la disponibilità.

26 risposte


Gentile utente, Ciò che lei ha descritto può riferirsi sia a caratteristiche presenti nell’ADHD sia a difficoltà di tipo ansioso, purtroppo non mi è possibile essere più specifica perchè non conosco a fondo il suo caso. La sintomatologia collegata all’ADHD con il passare degli anni e la crescita si compensa con strategie che la persona sviluppa per adeguarsi ai compiti che svolge, pur restando in essere alcune difficoltà attentive. Mi sento di consigliarle di intraprendere un percorso che l’aiuti sopratutto a fronteggiare i pensieri intrusivi e ridondanti che ha descritto. Intraprendere, per l’appunto, un percorso che le consenta di capirne l’origine e le renda più consapevole e padrona del suo vissuto emotivo. Le auguro il meglio, Dott.ssa Chiara Roselletti

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Gentile utente, i suoi dubbi sono legittimi e degni di cura clinica. Iniziare una valutazione psicodiagnostica non le toglie nulla. Ciò che riceverà saranno sicuramente risposte e letture di senso su ciò che è e su come funziona. Un'ipotesi non esclude l'altra ma solo un'accurata valutazione psicofignostica tramite test, raccolta clinica e storia di vita potrà darle le risposte che sta cercando. Cordialmente Dott.ssa Alessia D'Angelo


Gentile paziente, sulla base di quanto ha descritto, Le consiglio di rivolgersi a un professionista (psichiatra o psicologo esperto in neurodivergenze nell'adulto) per diversi motivi: Diagnosi differenziale: Un esperto può comprendere se l'ansia sia la causa della Sua disattenzione o se, al contrario, rappresenti la conseguenza di un ADHD non diagnosticato. Gestione della Ruminazione: Esistono tecniche specifiche, come la Terapia Breve Strategica (TBS) o la Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC), per interrompere il "disco rotto" della ruminazione e migliorare la Sua qualità della vita nel presente. Comprensione del profilo: Sapere come funzioni il Suo cervello Le permetterebbe di smettere di colpevolizzarsi per i Sui "errori", riducendo il carico emotivo che La spinge verso stati depressivi. A disposizione, dr. Germi


Salve, ha il sospetto che si tratti di ADHD perché si è informata a riguardo o qualcuno le ha suggerito che potrebbe trattarsi di questo? Dato che lei racconta di insonnia, pensieri che non riesce a fermare, il rimuginio su errori che può commettere e così via, il mio consiglio è di chiedere un supporto psicologico nel quale, in primis, può affrontare la situazione di disagio che sente e poi con il professionista parlare circa la possibilità di attivare un percorso diagnostico. Le due cose non sono separate, camminano di pari passo. Se vuole mi può scrivere in privato per altre domande. Un saluto.


Gentilissima in base a cio' che ha scritto di se' , e' urgente una valutazione psicodiagnostica . Lei puo' scegliere se fare una prima visita da uno specialista neurologo o psichiatra, in libera professione ( a pagamento) o un professionista ASL. Ne vale il suo presente ed il suo futuro. Resto a disposizione e la saluto cordialmente Dott.ssa Adriana Gaspari


Buongiorno, grazie per aver condiviso la sua esperienza. I vissuti che descrive sono complessi e possono avere diverse chiavi di lettura: alcune caratteristiche possono ricordare profili come l’ADHD, ma anche essere legate a stati d’ansia, rimuginio o difficoltà nella regolazione emotiva. Per questo motivo, più che focalizzarsi su una specifica etichetta diagnostica, può essere utile intraprendere un percorso psicologico che permetta di esplorare in modo approfondito il suo funzionamento, comprendere l’origine di queste difficoltà e individuare strategie efficaci per stare meglio. Se necessario, sarà poi il professionista a valutare l’opportunità di un eventuale approfondimento diagnostico. Dott.ssa Valentina Asso


Gentilissima, il bisogno di dare un nome a ciò che sta vivendo è assolutamente comprensibile. I segnali che descrive — difficoltà di concentrazione, ruminazione, insonnia, sensazione di “mente sempre accesa”, episodi depressivi, dissociazione sotto stress — possono appartenere a quadri diversi, e non è possibile distinguerli in modo affidabile solo da un elenco di sintomi. È importante sottolineare che una diagnosi di ADHD in età adulta richiede sempre una valutazione strutturata, che comprende test psicodiagnostici specifici, colloqui clinici e un’osservazione accurata della storia personale. Allo stesso modo, anche la disregolazione emotiva o l’ansia possono spiegare parte delle difficoltà che riporta, e spesso le due cose possono sovrapporsi. Il fatto che Lei si stia ponendo queste domande è già un segnale di attenzione verso sé stessa. Se sente che questi vissuti stanno interferendo con lo studio, il sonno o il benessere emotivo, un percorso di valutazione psicologica potrebbe aiutarLa a fare chiarezza, senza dare nulla per scontato e senza incasellare prematuramente ciò che prova. A prescindere dall'etichetta diagnostica però, un approfondimento clinico resta un passo utile per comprendere meglio il Suo funzionamento e orientarsi con maggiore serenità. Resto a disposizione, cordialmente, dott.ssa Michelle Borrelli


Buongiorno, molti dei sintomi che elenchi (la difficoltà a concentrarsi, il dimenticare le cose, perdere il filo...) sono presenti sia in un quadro di ADHD che in un quadro di disturbo ansioso, sebbene la ruminazione sugli errori, sulle cose dette e fatte sia più un tratto caratteristico dell'ansia sociale e dei disturbi d'ansia in generale. Per capire meglio la natura delle difficoltà che stai riscontrando, è necessaria una valutazione professionale. Quindi si, è opportuno intraprendere un percorso diagnostico e terapeutico, soprattutto perché i sintomi di cui parli stanno influenzando la tua vita quotidiana e il tuo percorso universitario.


Buongiorno, la descrizione che porta è molto chiara e mostra una buona capacità di osservazione di sé, che è già un primo passo importante. I vissuti che riporta — pensieri ripetitivi difficili da interrompere, insonnia legata al rimuginio, difficoltà di concentrazione, sensazione di “disconnessione”, tendenza a ripensare a ciò che si è detto o fatto, fino ad arrivare a momenti di dissociazione sotto stress ed episodi depressivi — possono avere più possibili spiegazioni, e non sono riconducibili automaticamente a un unico quadro. Alcuni aspetti, come: la difficoltà a mantenere l’attenzione e il “perdere il filo” la dimenticanza e il bisogno di dire subito le cose per non scordarle la sensazione di mente sempre attiva possono essere presenti in un profilo di ADHD nell’adulto, soprattutto nella forma con prevalente disattenzione. Allo stesso tempo, però, altri elementi che descrive — come: il rimuginio costante (il “disco rotto”) il ripensare a errori o situazioni sociali l’insonnia legata ai pensieri la sensazione di essere “fuori luogo” sono molto tipici anche dei disturbi d’ansia e della disregolazione emotiva. In particolare, il rimuginio è un meccanismo centrale nell’ansia e può interferire molto con attenzione, memoria e sonno, dando l’impressione di un problema attentivo primario. La dissociazione sotto stress, inoltre, è una risposta che può comparire quando il sistema emotivo è sovraccarico, e non è specifica dell’ADHD. Un punto importante da considerare è che: difficoltà attentive, agitazione mentale e stanchezza possono essere secondarie all’ansia o all’umore, e non necessariamente indice di una neurodivergenza. allo stesso modo, ADHD e ansia possono anche coesistere. Per questo motivo, la sua domanda è assolutamente sensata: ha senso intraprendere un approfondimento diagnostico, ma non tanto per “darsi un’etichetta”, quanto per capire l’origine e il funzionamento di ciò che sta vivendo. Un percorso adeguato dovrebbe prevedere: una valutazione clinica approfondita (storia personale, scolastica ed emotiva) eventualmente test specifici per l’attenzione e l’ADHD un’analisi del funzionamento ansioso ed emotivo Questo permetterà di distinguere se si tratta di: un profilo ADHD una difficoltà principalmente ansiosa/emotiva oppure una combinazione di più fattori e soprattutto di individuare il percorso più utile per stare meglio (che può includere psicoterapia e, se necessario, altri interventi mirati). In sintesi: i suoi dubbi sono fondati, ma i sintomi che descrive sono trasversali e richiedono una valutazione accurata per essere compresi correttamente. Le consiglio quindi di approfondire con uno specialista, così da ottenere una lettura chiara e personalizzata della sua situazione. Un caro saluto, Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


Buonasera, a mio modesto parere credo che possa intanto essere intrapreso un percorso di supporto psicologico al fine di meglio comprendere il malessere che descrive. Credo che il fatto di dare un nome e cognome con relativa diagnosi a una patologia stia diventando un'urgenza per molte persone, che tuttavia non ci aiuta a capire come convivere con la patologia stessa (ammesso che ci sia) - la fase forse più complessa e delicata di qualsiasi processo di accettazione. Per spostare il focus attentivo da "ciò che accade" a "cosa posso fare per", occorre rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta. Spero di esserle stata utile, un caro saluto


Buonasera, per una diagnosi di adhd servono dei criteri specifici e una valutazione professionale.....se vuole essere più sicura potrebbe fare una valutazione così da capire eventualmente il percorso più idoneo da intraprendere, non ci sono controindicazioni a voler capire il proprio funzionamento :-)


Buongiorno, quello che descrive è un insieme di esperienze che può risultare molto faticoso da sostenere, soprattutto perché sembra coinvolgere diversi ambiti della sua vita, dal sonno alla concentrazione, fino al modo in cui vive i suoi pensieri e le sue emozioni. È comprensibile che, trovandosi davanti a questa complessità, senta il bisogno di dare un nome a ciò che sta vivendo e di capire se rientra in un quadro specifico oppure no. Al di là dell’etichetta, che spesso attira molto l’attenzione quando si cercano risposte, ciò che emerge con chiarezza è un funzionamento in cui la mente tende a rimanere molto attiva, a volte anche troppo. I pensieri che si ripetono come un disco rotto, il rimuginare sugli errori, la difficoltà a “staccare” e a lasciar andare ciò che è successo, sono tutti segnali di un sistema che fatica a regolare il proprio flusso interno. Questo può portare sia alla sensazione di essere sopraffatti, sia a momenti in cui sembra avvenire l’opposto, come quando si descrive quella sorta di disconnessione durante le lezioni o sotto stress. In una prospettiva cognitivo comportamentale, questi aspetti vengono letti come parti di uno stesso meccanismo. Da un lato una mente molto attenta, sensibile e attivata, che tende a monitorare, anticipare, controllare. Dall’altro, proprio per questo sovraccarico, momenti in cui le risorse si esauriscono e si verifica una sorta di “spegnimento”, come se il sistema andasse in pausa. Non è raro che queste due modalità convivano, anche se possono sembrare opposte. Il dubbio che si pone rispetto a un possibile profilo specifico è comprensibile e legittimo. Tuttavia, ciò che può fare davvero la differenza non è soltanto capire se rientra o meno in una categoria, ma comprendere come funziona il suo modo di pensare, reagire e gestire le emozioni nella quotidianità. Due persone possono avere difficoltà simili in apparenza, ma per motivi diversi e con modalità differenti, e questo è ciò che guida poi un eventuale percorso di aiuto. Il fatto che lei abbia già osservato così bene se stessa è un punto molto importante, perché indica una buona capacità di consapevolezza. Allo stesso tempo, però, quando questa osservazione si trasforma in rimuginio continuo o autocritica, rischia di diventare parte del problema invece che della soluzione. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla proprio in questo: non tanto a darle una risposta rigida e definitiva, ma a mettere ordine in ciò che sta vivendo, a riconoscere i meccanismi che mantengono queste difficoltà e a trovare modi più efficaci per gestirle. In particolare, un lavoro cognitivo comportamentale può essere utile per imparare a interrompere il circolo dei pensieri ripetitivi, migliorare la concentrazione e regolare meglio gli stati emotivi, senza sentirsi in balia di essi. In questo senso, valutare un approfondimento con un professionista può essere una scelta utile non solo per chiarire i suoi dubbi, ma anche per iniziare a stare meglio concretamente nella sua quotidianità, indipendentemente dall’etichetta che eventualmente verrà data. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


Buongiorno, nonostante percepisco la sofferenza che riporta, da quanto emerge non è possibile inquadrare immediatamente i sintomi che cita né in una né nell'altra ipotesi di diagnosi, poiché servirebbero un paio di colloqui per approfondire questo quadro sintomatologico. A mio parere sarebbe opportuno intraprendere un percorso diagnostico specifico, breve, per definire il quadro. Se vuole sono a disposizione. Cordiali saluti.


Buongiorno, grazie per aver condiviso in modo così chiaro quello che sta vivendo, perché si sente che c’è già una grande attenzione verso se stessa e il proprio funzionamento. Mi occupo spesso di queste difficoltà, sia legate all’attenzione come nell’ADHD, sia a quadri più ansiosi ed emotivi, e quello che descrive è qualcosa che incontro molto frequentemente proprio in persone che stanno cercando di capire “come funzionano”. Il suo dubbio è assolutamente legittimo, perché molti dei sintomi che riporta possono appartenere a più aree e, proprio per questo, è facile sentirsi confusi. Da una parte ci sono elementi che possono ricordare un funzionamento attentivo particolare, come la difficoltà a mantenere la concentrazione durante le lezioni, quella sensazione di “disconnessione” dopo un po’ e il bisogno di interrompersi per paura di dimenticare ciò che si sta dicendo. Dall’altra, però, emerge molto chiaramente anche una componente di pensiero che fatica a fermarsi, quel “disco rotto” che continua a girare, insieme al rimuginare sugli errori, al sentirsi fuori luogo e all’insonnia legata ai pensieri: tutti aspetti che spesso hanno molto a che fare con l’ansia e con una forte autocritica. Quello che è importante capire non è tanto “o è ADHD o è ansia”, ma come queste cose si intrecciano nel suo caso specifico. Ci sono persone che hanno sempre avuto una certa difficoltà attentiva fin da piccole e che poi, crescendo, sviluppano anche ansia proprio a causa delle difficoltà che incontrano. Altre invece partono da una base più ansiosa e, sotto carico mentale, iniziano a sperimentare difficoltà di concentrazione e memoria che somigliano molto all’ADHD. Anche la dissociazione che descrive sotto stress va nella direzione di un sistema che, quando è sovraccarico, tende a “staccare” per proteggersi. Per questo motivo la sua idea di fare chiarezza è molto sensata. Un percorso di valutazione non serve a incasellarsi in un’etichetta, ma a comprendere meglio il proprio funzionamento e trovare strumenti più adatti. Da quello che racconta, ci sono tutti i presupposti per approfondire, senza dare per scontata una direzione o l’altra. Le farei solo una domanda, che spesso aiuta a orientarsi: queste difficoltà di attenzione e questa sensazione di mente “sempre accesa” le riconosce anche nella sua infanzia, oppure sono diventate più evidenti negli ultimi anni? Questo piccolo dettaglio può dire già molto. Se sente che queste difficoltà stanno iniziando a pesare nella sua quotidianità, nello studio o nel modo in cui vive se stessa, non è qualcosa da rimandare o minimizzare. È qualcosa che merita uno spazio di comprensione. Se vuole, può anche valutare un confronto con me: lavoro molto su queste tematiche e possiamo iniziare insieme a mettere ordine tra questi segnali, senza forzare conclusioni ma cercando di capire davvero cosa sta succedendo e da dove partire per stare meglio.


Buongiorno, grazie per aver condiviso quello che sta vivendo. Al di là delle possibili etichette, ciò che arriva forte è il disagio che descrive: i pensieri che non si fermano, la fatica a concentrarsi, il rimuginare sugli errori, la sensazione di “disconnessione”… sono tutte esperienze che possono essere molto pesanti da portare avanti ogni giorno, e meritano di certo ascolto, attenzione e cura. Comprendo il bisogno di capire se si tratti di ADHD o di altro, ma queste caratteristiche possono comparire in situazioni diverse e una lista di sintomi da sola non è sufficiente ad orientarsi davvero. Il passo più utile, in questo momento, potrebbe essere concedersi uno spazio con un/una psicologo/a che si occupi sia di ansia/disregolazione emotiva sia di ADHD: insieme potrete approfondire con calma la sua storia e il suo funzionamento, e valutare se ha senso intraprendere un percorso diagnostico specifico. Sicuramente può essere utile lavorare direttamente su ciò che oggi le crea più fatica, al di là delle definizioni. Non è necessario avere subito un’etichetta per iniziare a stare meglio: partire dal suo vissuto e dal suo benessere è già un ottimo punto di inizio.


Buongiorno, leggendo il suo messaggio si coglie uno sforzo attento nel cercare di osservare e dare un senso a ciò che sta vivendo. Da ciò che descrive, sembrano prendere forma diverse esperienze: pensieri che faticano a fermarsi, una sensazione di mente sempre attiva, difficoltà a mantenere l’attenzione, momenti in cui si sente fuori luogo o tende a rimuginare, fino ad arrivare, sotto stress, a vissuti di distacco. Tutti questi elementi, messi insieme, possono risultare faticosi e anche disorientanti. In questi casi può accadere che si cerchi una cornice chiara — come quella dell’ADHD o della neurodivergenza — per comprendere meglio ciò che si sta vivendo. Allo stesso tempo, esperienze simili possono anche prendere forma all’interno di una regolazione emotiva più complessa, in cui ansia, pensiero ripetitivo e difficoltà attentive si intrecciano tra loro. Da una parte quindi emerge il bisogno di dare un nome e un ordine a ciò che sente; dall’altra il rischio è che una definizione troppo rapida non riesca a cogliere fino in fondo la complessità della sua esperienza. Uno spazio psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: esplorare con più calma questi aspetti, comprendere come funzionano insieme e valutare, all’interno di un percorso, se abbia senso orientarsi anche verso un approfondimento diagnostico più specifico. Un caro saluto, Dott.ssa Silana Grilli


Da quello che descrivi emerge un insieme di esperienze che possono diventare davvero faticose da gestire da soli, soprattutto quando si intrecciano aspetti emotivi, difficoltà di concentrazione, insonnia e momenti di forte stress. È comprensibile che tu senta il bisogno di dare un nome a tutto questo e di capire meglio da dove possa arrivare. Il fatto che tu stia osservando, ascoltando con attenzione ciò che accade dentro di te è già un passo importante. Imparare ad ascoltarsi e sentirsi come ci si sente in quel momento è un passo fondamentale per analizzarsi e comprendere il cosa ci sia dietro. A volte, quando si vivono periodi intensi o quando alcune caratteristiche personali si manifestano in modo più evidente, può diventare difficile distinguere se si tratti di una forma di neurodivergenza, di una risposta allo stress o di una combinazione di fattori. Per questo motivo, un percorso diagnostico specifico può essere utile non tanto per “etichettare”, quanto per fare chiarezza e trovare strumenti più adatti a te. Se senti che questo bisogno di capire sta diventando pressante o desideri uno spazio in cui esplorare con calma ciò che stai vivendo, possiamo parlarne insieme. Uno spazio dedicato potrebbe aiutarti a orientarti meglio e a capire quale direzione sia più adatta per te.


Buongiorno, da quello che descrive, il sospetto di un approfondimento specifico ha senso, ma non tanto per arrivare subito a una definizione come ADHD, quanto per fare una valutazione seria e ordinata del funzionamento complessivo. Alcuni aspetti che riporta possono far pensare a difficoltà attentive e di regolazione che meritano di essere esplorate, soprattutto se sono presenti da molti anni e non solo nei momenti di stress. Allo stesso tempo, nel suo racconto sono molto forti anche ansia, rimuginio, insonnia e tendenza a dissociarsi sotto pressione, tutti elementi che da soli possono interferire molto con concentrazione, memoria e stabilità emotiva. Per questo non mi orienterei su un aut-aut troppo rapido tra “neurodivergenza” e “ansia”. Piuttosto, direi che una valutazione specialistica può essere opportuna proprio per distinguere meglio: cosa appartiene a un possibile profilo attentivo di lunga data; cosa invece è sostenuto o amplificato da ansia, insonnia, rimuginio e stress. In sintesi: sì, ha senso approfondire, soprattutto se queste difficoltà sono persistenti, incidono sulla vita universitaria e relazionale e non si spiegano solo con un periodo di stress. L’obiettivo però non dovrebbe essere rincorrere un’etichetta, ma capire meglio il funzionamento, così da trovare un intervento più adatto. Un caro saluto.

Dott. Roberto Barbieri

Dott. Roberto Barbieri

psicologo

Montecchio Precalcino

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Salve cara, la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e profondità la sua esperienza. Da ciò che descrive emergono alcune difficoltà significative — in particolare legate alla gestione dei pensieri, dell’attenzione, dell’ansia e delle emozioni — che meritano sicuramente uno spazio di ascolto e approfondimento. È comprensibile chiedersi se questi vissuti possano rientrare in un profilo di neurodivergenza, come l’ADHD, oppure essere collegati a una disregolazione emotiva o ansiosa. Tuttavia, una valutazione di questo tipo non può essere effettuata tramite scambio scritto, ma richiede un percorso diagnostico strutturato, che includa colloqui clinici e, se necessario, strumenti specifici. Alla luce di quanto riporta, può essere utile intraprendere un percorso di valutazione, non solo per chiarire l’origine delle difficoltà, ma anche per individuare strategie mirate che possano aiutarla a stare meglio nella quotidianità. Se lo desidera, possiamo fissare un primo colloquio conoscitivo, in cui approfondire insieme questi aspetti e valutare il percorso più adatto alle sue esigenze. Resto a disposizione per eventuali domande o per concordare un appuntamento. Un cordiale saluto Filomena Guida

Dott.ssa FIlomena Guida

Dott.ssa FIlomena Guida

psicologo

Castellammare di Stabia

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Salve, comprendo il dubbio e la fatica che sta vivendo nel cercare di capire ciò che le sta accadendo. I vissuti che descrive possono essere legati a fattori diversi, come difficoltà attentive, ansia, stress o momenti di particolare sovraccarico emotivo, per questo è importante non trarre conclusioni da soli. Considerando l’impatto sul sonno, sul percorso universitario e sul benessere generale, potrebbe essere utile rivolgersi a un professionista per un approfondimento mirato. Un percorso psicologico può aiutarla sia a comprendere meglio il suo funzionamento sia a individuare strategie efficaci per stare meglio. Un caro saluto.


Buonasera, ti ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e coraggio il tuo vissuto. Comprendo quanto possa essere estenuante sentire la propria mente come un "disco rotto" che non concede tregua, specialmente in una fase delicata e densa di impegni come quella universitaria. Quello che descrivi (la difficoltà a sostenere l'attenzione, l'iperattività mentale notturna, l'impulsività nel parlare e la tendenza alla ruminazione) delinea un quadro che merita un approfondimento. Neurodivergenza o Ansia? Spesso questi due mondi non sono separati, ma si intrecciano. Le persone neurodivergenti (con un profilo ADHD, Autistico, con alto potenziale cognitivo o gifted, ad esempio) vivono in un mondo non sempre progettato per il loro modo di processare le informazioni. Questo può portare a: - Sovraccarico cognitivo che si manifesta con la "disconnessione" o la dissociazione che descrivi. - Ansia secondaria: il sentirsi "fuori luogo" e il rimuginio costante sugli errori sociali sono spesso strategie di difesa (o conseguenze) del tentativo di adattarsi a standard neurotipici. - Episodi depressivi: derivanti dal senso di colpa o dalla fatica cronica di dover gestire un cervello che sembra funzionare in una modalità diversa rispetto al resto del mondo. Il tuo sospetto è fondato e merita una risposta clinica certa. Non sei "sbagliata" o "pigra"; è possibile che il tuo sistema nervoso funzioni semplicemente in modo atipico. 1. Percorso Diagnostico Specialistico: Ti suggerisco caldamente di rivolgerti a un centro o a professionisti specializzati nella diagnosi della neurodivergenza nell'adulto. Una valutazione accurata ti permetterebbe di dare un nome a ciò che provi, trasformando un "senso di colpa" in una "caratteristica da gestire". 2. Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT): Parallelamente, intraprendere un percorso di psicoterapia CBT è fondamentale. Questo approccio è estremamente efficace per: - Fornirti strumenti pratici per gestire la ruminazione e l'insonnia. - Lavorare sulla regolazione emotiva e sulla gestione dello stress. - Sviluppare strategie di organizzazione e studio cucite su misura per il tuo modo di processare le informazioni. Dare un nome ai propri processi interni è il primo passo per smettere di combattere contro se stessi e iniziare a collaborare con la propria mente. Hai 20 anni e sei nel momento ideale per acquisire questa consapevolezza e vivere con maggiore serenità i tuoi prossimi passi.


Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Gli aspetti che lei ha notato sono sicuramenti importanti, sarebbe opportuno approfondire quanto spesso tali situazioni si presentano nella quotidianità e come questo inficia sulle proprie giornate. Le consiglierei di intraprendere inizialmente un percorso psicologico che possa supportarla nell'approfondire tali dinamiche e poter valutare insieme la situazione. Rimango a disposizione per ulteriori domande e se dovesse essere interessata ad approfondire attraverso una consulenza psicologica, anche in modalità online. Le auguro una buona giornata. Cordiali saluti, Dott.ssa Angelica Venanzetti


Buongiorno, da quello che racconta non è facile fare una distinzione netta, ci sono dei criteri che sarebbero da approfondire. Se vuole avere una risposta certa è il caso di fare un approfondimento diagnostico e intraprendere un percorso con uno specialista. Grazie per la sua condivisione


Salve, da quanto descrive sarebbe opportuno cominciare un percorso psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta che possa eventualmente fare diagnosi specifica rispetto a cosa siano dovuti i sintomi d lei riportati. Saluti. Dr. Francesco Rossi.

Dr. Francesco Rossi

Dr. Francesco Rossi

psicologo

Ozzano dell'Emilia

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Buongiorno, un percorso psicologico potrebbe certamente aiutarti ad avere strategie utili ad affrontare i momenti di difficoltà e a capire, nello stesso tempo, se si rivela necessario un percorso parallelo di altro tipo, diagnostico ad esempio. Per quanto riguarda il percorso psicologico, mi rendo disponibile. Grazie! Dr.ssa Jenny Pauselli


Buongiorno, dalle sue parole emerge una sofferenza che merita di essere ascoltata e approfondita. I sintomi che descrive, i pensieri persistenti, le difficoltà di concentrazione, il rimuginio, il sentirsi "fuori luogo", la fatica sotto stress e gli episodi depressivi, possono essere presenti in condizioni diverse e, presi singolarmente, non permettono di concludere se si tratti di ADHD, di un disturbo d'ansia, di difficoltà nella regolazione emotiva o di altro. Negli ultimi anni si parla molto di neurodivergenza, ed è comprensibile cercare una spiegazione ai propri vissuti. Tuttavia, è importante ricordare che una diagnosi non si basa solo sulla presenza di alcuni sintomi, ma sulla loro storia nel tempo, sul modo in cui si manifestano fin dall'infanzia e sull'impatto che hanno nelle diverse aree della vita. Per questo motivo, se questi aspetti stanno influenzando il suo benessere e il suo percorso universitario, ritengo che possa essere utile rivolgersi a uno psicologo o a uno psicoterapeuta per una prima valutazione. Sarà poi il professionista, se lo riterrà opportuno, a orientarla verso un eventuale approfondimento diagnostico specifico. Al di là dell'etichetta diagnostica, ciò che conta è comprendere il significato della sua esperienza e individuare gli strumenti più adatti per aiutarla a stare meglio. Il fatto che lei stia osservando con attenzione il proprio funzionamento e si ponga queste domande rappresenta già un importante punto di partenza. Un cordiale saluto, Dott.ssa Donatella De Marco

Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.