Buongiorno a tutti stimati dottori, ripropongo la mia domanda avendo ricevuto una sola risposta, sep
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Buongiorno a tutti stimati dottori, ripropongo la mia domanda avendo ricevuto una sola risposta, seppur con buoni spunti di riflessione. E' da qualche anno che ho diciamo l'idea di ingrandire il mio pene con metodi chirurgici. Nonostante io abbia ricevuto anche qualche commento molto positivo, le ultime 2 esperienze mi hanno riacceso in tutta la sua chiarezza quell' intento. Devo precisare che ho un pene di 17 cm di lunghezza e 13 di circonferenza, quindi l'intervento sarebbe incentrato sull'estetica. Ho 37 anni sono bruttarello, viso segnato d acne e magrezza genetica, 174cm x 58 kg. Ed anche questo quadro ha sicuramente aggravato complessi e sentimenti che se no non mi avrebbero sfiorato, ma la realtà è questa. Ed ora devo prendere una decisione, accettarmi così come sono o operare?
Dal punto di vista psicologico la questione non è il pene in sé, ma il significato che gli attribuisci rispetto al tuo valore e alla tua identità. Quando il corpo diventa il luogo su cui si concentrano frustrazioni più ampie, un intervento rischia di non risolvere il disagio di fondo. Prima di decidere, sarebbe utile chiederti se l’operazione risponderebbe a un desiderio autentico o al tentativo di riparare una ferita legata all’autostima e allo sguardo su di te. Un percorso di riflessione o terapeutico può aiutarti a chiarire questo punto, qualunque scelta tu faccia.
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Sei sicuro che dopo l'operazione estetica al pene non ci sia altro da modificare, e poi altro, e poi altro, in una catena infinita di interventi chirurgici estetici? (per finire come certi attori o star dello spettacolo, esempio Mickael Jackson?
Gentile utente, immagino perché questa decisione ti sembri così cruciale. Quando ci si guarda allo specchio e si vede un insieme di caratteristiche che non ci soddisfano (l'acne, la magrezza, il viso), è naturale cercare un "punto di forza" o un intervento che possa riequilibrare la percezione che abbiamo di noi stessi. Tuttavia accettarsi non significa rassegnarsi, ma investire dove conta davvero. Inoltre le ultime esperienze negative potrebbero essere state influenzate dalla tua insicurezza e non dalle tue dimensioni, pertanto potrebbe essere utile valutare un percorso di supporto psicologico in cui lavorare su tali insicurezze.
Gentile utente, da quello che scrive posso immaginare che sia una questione che si porta dentro da diverso tempo e che le ultime esperienze, come sottolinea, abbiano riacceso questo interesse in maniera più urgente. Mi colpisce molto la consapevolezza che ha mostrato nel tracciare un quadro più ampio della situazione. Quando parla dell'acne, della magrezza, del sentirsi "bruttarello", è come se avesse sottolineato, in realtà, un disagio più ampio che riguarda tutta l'immagine che ha di sé stesso. Mi domando, però, se modificare quella parte del corpo, nel suo caso il pene, cambierebbe davvero il modo in cui si vede e si osserva o se sposterebbe sempliciemente altrove il problema. Perché vede, la chirurgia può modificare l'anatomia, ma non cura aspetti più profondi ed emotivi. Credo che, in questo caso, affrontare queste domande in uno spazio protetto come un percorso di psicoterapia, dove può sentirsi libero di esplorare e portare fuori i suoi vissuti, potrebbe davvero essere importante. In questo modo potrà comprendere da dove arriva questa sofferenza e arrivare ad una scelta più consapevole sulla possibilità o meno di fare quell'intervento. Un caro saluto
Buongiorno,
leggendo le sue parole arriva con chiarezza quanto questo tema sia carico di peso emotivo, non solo legato al corpo ma anche allo sguardo che sente addosso e a quello, forse ancora più severo, che rivolge a se stesso. Non parla solo di un pene, ma di un’immagine di sé costruita negli anni, fatta di confronti, ferite, tentativi di sentirsi abbastanza.
In una prospettiva gestaltica, ciò che colpisce è il momento in cui questo desiderio si riattiva: dopo alcune esperienze relazionali che sembrano aver toccato un punto sensibile. Come se qualcosa dentro di lei chiedesse di essere visto, riconosciuto, preso sul serio. Il corpo diventa il luogo in cui questo bisogno si manifesta, quasi fosse l’unico linguaggio disponibile per dire un disagio più ampio.
Lei descrive il suo aspetto con parole dure. È come se si guardasse attraverso occhi che giudicano, misurano, confrontano. Questo sguardo, prima ancora di qualsiasi scelta, è già una presenza molto viva nella sua esperienza quotidiana. In Gestalt diremmo che il conflitto non è tra “accettarmi o operarmi”, ma tra parti di sé che chiedono cose diverse: una che desidera sentirsi finalmente adeguata, desiderabile, riconosciuta; un’altra che forse è stanca di dover cambiare per valere.
Non c’è nulla di sbagliato nel desiderio di modificare il proprio corpo, così come non c’è nulla di debole nel sentire complessi. Quello che emerge è la profondità della sua domanda: “Chi sono io, al di là di ciò che vedo allo specchio? E cosa sto cercando davvero quando penso a questo intervento?”. Restare a contatto con queste domande, senza forzarle, permette spesso di ascoltare bisogni che non riguardano solo l’estetica, ma il senso di dignità, appartenenza, sicurezza.
La sento in un momento delicato, in cui sta cercando di prendersi sul serio e di non ignorare più ciò che prova. Questo, di per sé, è già un atto di rispetto verso di sé. Qualunque strada prenderà forma, il valore del suo vissuto non dipende da una misura, da un giudizio esterno o da un ideale di perfezione.
La ringrazio per la fiducia con cui ha condiviso qualcosa di così intimo.
Un cordiale saluto.
leggendo le sue parole arriva con chiarezza quanto questo tema sia carico di peso emotivo, non solo legato al corpo ma anche allo sguardo che sente addosso e a quello, forse ancora più severo, che rivolge a se stesso. Non parla solo di un pene, ma di un’immagine di sé costruita negli anni, fatta di confronti, ferite, tentativi di sentirsi abbastanza.
In una prospettiva gestaltica, ciò che colpisce è il momento in cui questo desiderio si riattiva: dopo alcune esperienze relazionali che sembrano aver toccato un punto sensibile. Come se qualcosa dentro di lei chiedesse di essere visto, riconosciuto, preso sul serio. Il corpo diventa il luogo in cui questo bisogno si manifesta, quasi fosse l’unico linguaggio disponibile per dire un disagio più ampio.
Lei descrive il suo aspetto con parole dure. È come se si guardasse attraverso occhi che giudicano, misurano, confrontano. Questo sguardo, prima ancora di qualsiasi scelta, è già una presenza molto viva nella sua esperienza quotidiana. In Gestalt diremmo che il conflitto non è tra “accettarmi o operarmi”, ma tra parti di sé che chiedono cose diverse: una che desidera sentirsi finalmente adeguata, desiderabile, riconosciuta; un’altra che forse è stanca di dover cambiare per valere.
Non c’è nulla di sbagliato nel desiderio di modificare il proprio corpo, così come non c’è nulla di debole nel sentire complessi. Quello che emerge è la profondità della sua domanda: “Chi sono io, al di là di ciò che vedo allo specchio? E cosa sto cercando davvero quando penso a questo intervento?”. Restare a contatto con queste domande, senza forzarle, permette spesso di ascoltare bisogni che non riguardano solo l’estetica, ma il senso di dignità, appartenenza, sicurezza.
La sento in un momento delicato, in cui sta cercando di prendersi sul serio e di non ignorare più ciò che prova. Questo, di per sé, è già un atto di rispetto verso di sé. Qualunque strada prenderà forma, il valore del suo vissuto non dipende da una misura, da un giudizio esterno o da un ideale di perfezione.
La ringrazio per la fiducia con cui ha condiviso qualcosa di così intimo.
Un cordiale saluto.
Buongiorno. Sono la dottoressa Nunzia Sasso e accolgo con attenzione la sua richiesta, comprendendo quanto questo peso influisca sulla sua serenità quotidiana.
Le parlo con la schiettezza che si deve a un paziente che sta affrontando un dilemma così intimo. Analizzando i dati che lei riporta, 17 centimetri di lunghezza per 13 di circonferenza, siamo di fronte a misure che non solo sono perfettamente nella norma, ma si collocano nella fascia alta delle medie anatomiche. Questo ci dice qualcosa di fondamentale: il suo disagio non nasce da una mancanza oggettiva, ma da una percezione soggettiva che la porta a sentirsi "meno" degli altri.
Mi permetta di andare oltre il dato fisico. Lei descrive se stesso con parole dure — "bruttarello", segnato dall'acne, troppo magro — e sembra che questa insoddisfazione generale sia colata, come in un imbuto, verso l'idea dell'intervento chirurgico. In psicologia questo meccanismo è noto: si sceglie un punto del corpo da "riparare" illudendosi che, una volta sistemato quello, tutto il resto del dolore e del senso di inadeguatezza svanirà. Ma la chirurgia agisce sulla carne, non sull'identità.
Le ultime due esperienze negative che ha vissuto sono state probabilmente il detonatore di un'insicurezza che covava da tempo. Tuttavia, dovrebbe chiedersi se quegli incontri sono andati male per una questione di misure o se, invece, la sua preoccupazione costante e il suo senso di inferiorità non abbiano creato una barriera comunicativa e sessuale con l'altra persona. Quando noi non ci sentiamo "abbastanza", trasmettiamo questa vibrazione, e spesso il fallimento relazionale diventa una profezia che si autoavvera.
Operarsi su un corpo sano e già funzionale è un rischio non da poco, non solo per le possibili complicanze fisiche, ma soprattutto per quelle psicologiche. Se dopo l'operazione lei continuasse a sentirsi quel ragazzo segnato dall'acne e dalla magrezza, dove sposterebbe il suo malessere? L'accettazione non è una rassegnazione passiva, ma un atto di forza che consiste nel dire: "Io non sono solo la somma dei miei centimetri o la grana della mia pelle".
Prima di affidarsi al bisturi, le chiedo di riflettere su questo: è sicuro che stia cercando un chirurgo e non, invece, un modo per iniziare finalmente a volersi bene nonostante i segni che la vita le ha lasciato sul viso e nel corpo?
Se le va, potremmo provare a esplorare cosa è successo davvero in quelle ultime due esperienze: vorrebbe raccontarmi meglio che tipo di reazioni o situazioni l'hanno portata a sentirsi così ferito? La saluto cordialmente
Le parlo con la schiettezza che si deve a un paziente che sta affrontando un dilemma così intimo. Analizzando i dati che lei riporta, 17 centimetri di lunghezza per 13 di circonferenza, siamo di fronte a misure che non solo sono perfettamente nella norma, ma si collocano nella fascia alta delle medie anatomiche. Questo ci dice qualcosa di fondamentale: il suo disagio non nasce da una mancanza oggettiva, ma da una percezione soggettiva che la porta a sentirsi "meno" degli altri.
Mi permetta di andare oltre il dato fisico. Lei descrive se stesso con parole dure — "bruttarello", segnato dall'acne, troppo magro — e sembra che questa insoddisfazione generale sia colata, come in un imbuto, verso l'idea dell'intervento chirurgico. In psicologia questo meccanismo è noto: si sceglie un punto del corpo da "riparare" illudendosi che, una volta sistemato quello, tutto il resto del dolore e del senso di inadeguatezza svanirà. Ma la chirurgia agisce sulla carne, non sull'identità.
Le ultime due esperienze negative che ha vissuto sono state probabilmente il detonatore di un'insicurezza che covava da tempo. Tuttavia, dovrebbe chiedersi se quegli incontri sono andati male per una questione di misure o se, invece, la sua preoccupazione costante e il suo senso di inferiorità non abbiano creato una barriera comunicativa e sessuale con l'altra persona. Quando noi non ci sentiamo "abbastanza", trasmettiamo questa vibrazione, e spesso il fallimento relazionale diventa una profezia che si autoavvera.
Operarsi su un corpo sano e già funzionale è un rischio non da poco, non solo per le possibili complicanze fisiche, ma soprattutto per quelle psicologiche. Se dopo l'operazione lei continuasse a sentirsi quel ragazzo segnato dall'acne e dalla magrezza, dove sposterebbe il suo malessere? L'accettazione non è una rassegnazione passiva, ma un atto di forza che consiste nel dire: "Io non sono solo la somma dei miei centimetri o la grana della mia pelle".
Prima di affidarsi al bisturi, le chiedo di riflettere su questo: è sicuro che stia cercando un chirurgo e non, invece, un modo per iniziare finalmente a volersi bene nonostante i segni che la vita le ha lasciato sul viso e nel corpo?
Se le va, potremmo provare a esplorare cosa è successo davvero in quelle ultime due esperienze: vorrebbe raccontarmi meglio che tipo di reazioni o situazioni l'hanno portata a sentirsi così ferito? La saluto cordialmente
Caro utente,
in quello che scrivi non si sente tanto una richiesta di “consiglio” su cosa fare, quanto il tentativo di dare finalmente una risposta a qualcosa che da tempo ti abita e che sembra tornare ciclicamente, soprattutto dopo alcune esperienze relazionali. Ed è forse proprio questo ritorno, questa riaccensione dell’intento, a meritare attenzione più ancora dell’intervento in sé.
Tu porti numeri, misure, dati oggettivi, come se stessi cercando una legittimazione razionale a un disagio che però appare muoversi su un altro piano. È come se una parte di te dicesse: “se dimostro che c’è qualcosa di insufficiente, allora il mio sentire ha diritto di esistere”. Ma il sentire non ha bisogno di prove: se è lì, se fa male, un motivo c’è, anche se non coincide con ciò che sembra in superficie.
Colpisce come il focus cada su una parte del corpo molto investita simbolicamente: il pene, luogo di potenza, valore, conferma identitaria, soprattutto nello sguardo dell’altro. Viene da chiedersi se questo desiderio di modificarlo non parli meno di estetica e più di una ferita narcisistica più antica, forse legata al sentirsi visti, scelti, desiderabili, riconosciuti come uomini prima ancora che come partner sessuali. Quando descrivi il tuo aspetto complessivo e la storia dei complessi che ne sono derivati, sembra emergere un vissuto di “non abbastanza” che attraversa il corpo intero, ma che oggi trova lì il suo punto di condensazione.
La domanda che poni — accettarmi o operare — sembra allora nascondere un’altra domanda, forse più scomoda e meno formulabile: cosa sto cercando davvero di riparare? E soprattutto, da chi? Dallo sguardo delle donne? Da uno sguardo interiorizzato che giudica e svaluta? Da una parte di te che non ha mai smesso di misurarsi, di confrontarsi, di sentirsi in difetto?
È possibile che l’intervento venga caricato, anche inconsciamente, della promessa di una pacificazione interna: “se cambio questo, forse smetterò di sentirmi così”. Ma l’esperienza clinica mostra spesso che quando il corpo diventa il luogo privilegiato della soluzione, è perché qualcosa di psichico non ha ancora trovato parole. Non significa che l’operazione non possa essere fatta, ma che forse non è lì che si gioca la posta più importante.
Forse il dubbio che potrebbe essere utile instillare non è se tu debba accettarti o cambiare, ma se questa urgenza parli davvero del tuo corpo o piuttosto di una storia di sguardi mancati, di riconoscimenti insufficienti, di un’identità maschile che ha dovuto appoggiarsi molto sull’esterno per sentirsi valida. E se così fosse, vale la pena chiedersi cosa accadrebbe se, prima di intervenire sul corpo, si desse spazio a quel racconto, a quel nodo, a quella domanda rimasta finora senza interlocutore.
Non per arrivare a una risposta giusta o sbagliata, ma per fare in modo che qualunque scelta, anche chirurgica, non sia una risposta silenziosa a una domanda che non è mai stata davvero ascoltata.
Dott.ssa Raffaella Pia Testa
in quello che scrivi non si sente tanto una richiesta di “consiglio” su cosa fare, quanto il tentativo di dare finalmente una risposta a qualcosa che da tempo ti abita e che sembra tornare ciclicamente, soprattutto dopo alcune esperienze relazionali. Ed è forse proprio questo ritorno, questa riaccensione dell’intento, a meritare attenzione più ancora dell’intervento in sé.
Tu porti numeri, misure, dati oggettivi, come se stessi cercando una legittimazione razionale a un disagio che però appare muoversi su un altro piano. È come se una parte di te dicesse: “se dimostro che c’è qualcosa di insufficiente, allora il mio sentire ha diritto di esistere”. Ma il sentire non ha bisogno di prove: se è lì, se fa male, un motivo c’è, anche se non coincide con ciò che sembra in superficie.
Colpisce come il focus cada su una parte del corpo molto investita simbolicamente: il pene, luogo di potenza, valore, conferma identitaria, soprattutto nello sguardo dell’altro. Viene da chiedersi se questo desiderio di modificarlo non parli meno di estetica e più di una ferita narcisistica più antica, forse legata al sentirsi visti, scelti, desiderabili, riconosciuti come uomini prima ancora che come partner sessuali. Quando descrivi il tuo aspetto complessivo e la storia dei complessi che ne sono derivati, sembra emergere un vissuto di “non abbastanza” che attraversa il corpo intero, ma che oggi trova lì il suo punto di condensazione.
La domanda che poni — accettarmi o operare — sembra allora nascondere un’altra domanda, forse più scomoda e meno formulabile: cosa sto cercando davvero di riparare? E soprattutto, da chi? Dallo sguardo delle donne? Da uno sguardo interiorizzato che giudica e svaluta? Da una parte di te che non ha mai smesso di misurarsi, di confrontarsi, di sentirsi in difetto?
È possibile che l’intervento venga caricato, anche inconsciamente, della promessa di una pacificazione interna: “se cambio questo, forse smetterò di sentirmi così”. Ma l’esperienza clinica mostra spesso che quando il corpo diventa il luogo privilegiato della soluzione, è perché qualcosa di psichico non ha ancora trovato parole. Non significa che l’operazione non possa essere fatta, ma che forse non è lì che si gioca la posta più importante.
Forse il dubbio che potrebbe essere utile instillare non è se tu debba accettarti o cambiare, ma se questa urgenza parli davvero del tuo corpo o piuttosto di una storia di sguardi mancati, di riconoscimenti insufficienti, di un’identità maschile che ha dovuto appoggiarsi molto sull’esterno per sentirsi valida. E se così fosse, vale la pena chiedersi cosa accadrebbe se, prima di intervenire sul corpo, si desse spazio a quel racconto, a quel nodo, a quella domanda rimasta finora senza interlocutore.
Non per arrivare a una risposta giusta o sbagliata, ma per fare in modo che qualunque scelta, anche chirurgica, non sia una risposta silenziosa a una domanda che non è mai stata davvero ascoltata.
Dott.ssa Raffaella Pia Testa
Gentile utente di mio dottore,
Lei qui porta un tema molto importante che riguarda l' austima e la percezione di se. Sono aspetti su cui varrebbe la pena lavorare vista la sua giovane età. Un percorso di psicoterapia la potrebbe aiutare ad affrontare tutto questo e a guardare alle sue vicessitudini interiori da angolazioni differenti.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Lei qui porta un tema molto importante che riguarda l' austima e la percezione di se. Sono aspetti su cui varrebbe la pena lavorare vista la sua giovane età. Un percorso di psicoterapia la potrebbe aiutare ad affrontare tutto questo e a guardare alle sue vicessitudini interiori da angolazioni differenti.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Gentile utente,
la sua domanda è molto profonda e merita di essere affrontata senza semplificazioni. Da ciò che scrive non sta chiedendo solo se “conviene” un intervento chirurgico quanto piuttosto se sia possibile sentirsi finalmente a proprio agio con se stessi.
È importante partire da un dato oggettivo: le misure che riporta rientrano pienamente nella norma. Questo, come lei stesso intuisce, non è il punto centrale. Il disagio che prova non nasce da una reale insufficienza fisica ma dal modo in cui il suo corpo è diventato il luogo su cui si sono concentrate insicurezze più ampie legate all’autostima, all’immagine di sé, al sentirsi desiderabile e adeguato.
Quando il pensiero dell’intervento ritorna con forza dopo esperienze relazionali, spesso non è il pene a essere “inadeguato” ma la ferita che quelle esperienze riattivano: il bisogno di sentirsi scelti, desiderati, confermati. In questi casi, la chirurgia rischia di offrire una risposta concreta a una domanda che è soprattutto emotiva. Non a caso, molte persone che ricorrono a interventi puramente estetici continuano a sentirsi insoddisfatte anche dopo.
La vera decisione, più che operare o accettarsi, potrebbe essere: vuole lavorare su ciò che la fa sentire sbagliato o tentare di correggere il corpo sperando che il resto segua?
Non c’è una risposta giusta in assoluto, è fondamentale tuttavia che una scelta così delicata non venga presa come soluzione a un dolore più profondo.
Per questo, prima di qualunque decisione chirurgica, sarebbe molto utile un confronto con uno psicologo o psicoterapeuta, non per giudicare il suo desiderio, ma per capire che funzione ha questo intervento nella sua storia personale. Spesso, quando si lavora sull’immagine di sé, sulla vergogna e sul confronto, il bisogno di “modificarsi” perde forza o cambia significato.
Accettarsi non significa rassegnarsi ma conoscersi meglio. E decidere di non operarsi oggi non le chiude alcuna porta: le permette di scegliere con maggiore libertà e consapevolezza.
Un caro saluto
Gabriele
la sua domanda è molto profonda e merita di essere affrontata senza semplificazioni. Da ciò che scrive non sta chiedendo solo se “conviene” un intervento chirurgico quanto piuttosto se sia possibile sentirsi finalmente a proprio agio con se stessi.
È importante partire da un dato oggettivo: le misure che riporta rientrano pienamente nella norma. Questo, come lei stesso intuisce, non è il punto centrale. Il disagio che prova non nasce da una reale insufficienza fisica ma dal modo in cui il suo corpo è diventato il luogo su cui si sono concentrate insicurezze più ampie legate all’autostima, all’immagine di sé, al sentirsi desiderabile e adeguato.
Quando il pensiero dell’intervento ritorna con forza dopo esperienze relazionali, spesso non è il pene a essere “inadeguato” ma la ferita che quelle esperienze riattivano: il bisogno di sentirsi scelti, desiderati, confermati. In questi casi, la chirurgia rischia di offrire una risposta concreta a una domanda che è soprattutto emotiva. Non a caso, molte persone che ricorrono a interventi puramente estetici continuano a sentirsi insoddisfatte anche dopo.
La vera decisione, più che operare o accettarsi, potrebbe essere: vuole lavorare su ciò che la fa sentire sbagliato o tentare di correggere il corpo sperando che il resto segua?
Non c’è una risposta giusta in assoluto, è fondamentale tuttavia che una scelta così delicata non venga presa come soluzione a un dolore più profondo.
Per questo, prima di qualunque decisione chirurgica, sarebbe molto utile un confronto con uno psicologo o psicoterapeuta, non per giudicare il suo desiderio, ma per capire che funzione ha questo intervento nella sua storia personale. Spesso, quando si lavora sull’immagine di sé, sulla vergogna e sul confronto, il bisogno di “modificarsi” perde forza o cambia significato.
Accettarsi non significa rassegnarsi ma conoscersi meglio. E decidere di non operarsi oggi non le chiude alcuna porta: le permette di scegliere con maggiore libertà e consapevolezza.
Un caro saluto
Gabriele
Dal suo racconto emerge una sofferenza legata all’immagine di sé più ampia della sola questione estetica del pene. I dati che riporta indicano una dimensione nella norma, per cui l’intervento sembrerebbe rispondere più a un bisogno emotivo che funzionale. Prima di prendere una decisione irreversibile, può essere utile fermarsi e chiedersi cosa si aspetta davvero che cambi nella sua vita attraverso l’operazione. Un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla a comprendere l’origine di questi vissuti, lavorare sull’autostima e valutare con maggiore chiarezza se il disagio riguarda il corpo o il modo in cui si percepisce. Accettarsi o operarsi non è una scelta “giusta o sbagliata”, ma è importante che sia consapevole e non guidata dal dolore o dal confronto con ideali irrealistici, si dia la possibilità ed il diritto di riflettere in uno spazio psicoterapico in cui c'è un luogo sicuro ed uno spazio sicuro in cui poter essere pienamente se stessi in modo tale che la sua scelta sia "davvero sua" in cui lei possa essere "pienamente libero di scegliere"
Caro signore,
mi sembra che la sua insoddisfazione verso il suo corpo sia generalizzata e non riconducibile esclusivamente alle dimensioni del pene che oltretutto mi sembrano nella norma.
Non conosco la storia della sua vita e non so se abbia ricevuto rifiuti per questi aspetti.
Prima di prendere una decisione così importante che potrebbe avere anche risultati non così soddisfacenti o che potrebbero anche crearle disfunzioni fisiche le consiglierei di intraprendere un percorso di psicoterapia che la aiuti a conseguire una maggiore autostima e accettazione di sè stesso. Le auguro il meglio.
mi sembra che la sua insoddisfazione verso il suo corpo sia generalizzata e non riconducibile esclusivamente alle dimensioni del pene che oltretutto mi sembrano nella norma.
Non conosco la storia della sua vita e non so se abbia ricevuto rifiuti per questi aspetti.
Prima di prendere una decisione così importante che potrebbe avere anche risultati non così soddisfacenti o che potrebbero anche crearle disfunzioni fisiche le consiglierei di intraprendere un percorso di psicoterapia che la aiuti a conseguire una maggiore autostima e accettazione di sè stesso. Le auguro il meglio.
salve, consiglio un percorso di psicoterapia grazie
Ciao,
la domanda che poni è complessa.
Come si può rispondere solo valutando il corpo e non la realtà affettiva che lo accompagna? Servirebbe un valido rapporto di terapia dove andare a comprendere il senso profondo di ciò che proponi e di quello che ti affligge.
A quel punto potresti trovare le risposte che cerchi.
Un caro saluto
Lavinia
la domanda che poni è complessa.
Come si può rispondere solo valutando il corpo e non la realtà affettiva che lo accompagna? Servirebbe un valido rapporto di terapia dove andare a comprendere il senso profondo di ciò che proponi e di quello che ti affligge.
A quel punto potresti trovare le risposte che cerchi.
Un caro saluto
Lavinia
Buongiorno,
provo a risponderle adottando uno sguardo sistemico–relazionale, quindi meno centrato sul dato corporeo in sé e più sui significati che questo assume nella sua storia personale e nelle relazioni.
La domanda che pone — “accettarmi così come sono o operare?” — appare come un bivio pratico, ma dal suo messaggio emerge che si tratta in realtà dell’esito di un percorso emotivo complesso. Non sta parlando solo di un aspetto fisico, bensì di identità, desiderabilità, valore personale e riconoscimento da parte dell’altro.
Il corpo, nel suo racconto, sembra diventare il luogo privilegiato attraverso cui leggere se stesso e sentirsi letto nelle relazioni intime. Le esperienze recenti hanno riattivato un vissuto già presente, e la descrizione severa che fa di sé (“bruttarello”, segnato, magro) suggerisce una narrazione interna in cui il senso di inadeguatezza ha trovato nel corpo un punto di condensazione. In questa cornice, il desiderio di un intervento sul pene — che lei stesso definisce estetico — può essere letto come un tentativo di riequilibrare l’immagine di sé e il senso di valore personale, più che come un bisogno funzionale.
In ottica sistemico–relazionale, il pensiero insistente su una modifica corporea non è mai isolato, ma svolge una funzione. Può rappresentare, ad esempio, una risposta a ferite narcisistiche, a vissuti di confronto o a esperienze relazionali in cui ci si è sentiti “meno”, poco desiderabili o non sufficientemente riconosciuti. È significativo che, nonostante commenti positivi ricevuti, l’immagine di sé non riesca a stabilizzarsi: questo suggerisce che il nodo non sia tanto nello sguardo dell’altro, quanto nel modo in cui quello sguardo viene interiorizzato.
Più che chiedersi se operarsi o accettarsi, potrebbe allora essere utile domandarsi:
che cosa immagino cambierebbe, nel mio modo di sentirmi uomo e nel mio modo di stare in relazione, se il mio corpo fosse diverso?
E ancora a chi dovrebbe “parlare” questo cambiamento? In quali contesti sento maggiormente il mio corpo come insufficiente?
Dal punto di vista simbolico, il rischio di un intervento non è tanto chirurgico quanto relazionale: se il disagio riguarda il sentirsi visti, scelti o adeguati, una modifica corporea può alleviare temporaneamente il dolore senza risolverne l’origine, che potrebbe poi spostarsi su un altro aspetto di sé.
Questo non significa escludere a priori l’intervento, ma distinguere se la spinta nasce da un desiderio autentico oppure dal tentativo di riparare un senso profondo di inadeguatezza. L’accettazione, in questa prospettiva, non coincide con la rassegnazione, bensì con la possibilità di integrare limiti, risorse e fragilità senza che una sola parte definisca l’intero valore personale.
Prima di qualsiasi decisione definitiva, potrebbe essere utile uno spazio di riflessione terapeutica che le consenta di esplorare il significato relazionale di questo desiderio, così che qualunque scelta — compresa un’eventuale operazione — non sia guidata dalla vergogna o dal bisogno di “aggiustarsi”, ma da una posizione più libera e consapevole.
Spero di esserle stato utile e le auguro una buona giornata.
provo a risponderle adottando uno sguardo sistemico–relazionale, quindi meno centrato sul dato corporeo in sé e più sui significati che questo assume nella sua storia personale e nelle relazioni.
La domanda che pone — “accettarmi così come sono o operare?” — appare come un bivio pratico, ma dal suo messaggio emerge che si tratta in realtà dell’esito di un percorso emotivo complesso. Non sta parlando solo di un aspetto fisico, bensì di identità, desiderabilità, valore personale e riconoscimento da parte dell’altro.
Il corpo, nel suo racconto, sembra diventare il luogo privilegiato attraverso cui leggere se stesso e sentirsi letto nelle relazioni intime. Le esperienze recenti hanno riattivato un vissuto già presente, e la descrizione severa che fa di sé (“bruttarello”, segnato, magro) suggerisce una narrazione interna in cui il senso di inadeguatezza ha trovato nel corpo un punto di condensazione. In questa cornice, il desiderio di un intervento sul pene — che lei stesso definisce estetico — può essere letto come un tentativo di riequilibrare l’immagine di sé e il senso di valore personale, più che come un bisogno funzionale.
In ottica sistemico–relazionale, il pensiero insistente su una modifica corporea non è mai isolato, ma svolge una funzione. Può rappresentare, ad esempio, una risposta a ferite narcisistiche, a vissuti di confronto o a esperienze relazionali in cui ci si è sentiti “meno”, poco desiderabili o non sufficientemente riconosciuti. È significativo che, nonostante commenti positivi ricevuti, l’immagine di sé non riesca a stabilizzarsi: questo suggerisce che il nodo non sia tanto nello sguardo dell’altro, quanto nel modo in cui quello sguardo viene interiorizzato.
Più che chiedersi se operarsi o accettarsi, potrebbe allora essere utile domandarsi:
che cosa immagino cambierebbe, nel mio modo di sentirmi uomo e nel mio modo di stare in relazione, se il mio corpo fosse diverso?
E ancora a chi dovrebbe “parlare” questo cambiamento? In quali contesti sento maggiormente il mio corpo come insufficiente?
Dal punto di vista simbolico, il rischio di un intervento non è tanto chirurgico quanto relazionale: se il disagio riguarda il sentirsi visti, scelti o adeguati, una modifica corporea può alleviare temporaneamente il dolore senza risolverne l’origine, che potrebbe poi spostarsi su un altro aspetto di sé.
Questo non significa escludere a priori l’intervento, ma distinguere se la spinta nasce da un desiderio autentico oppure dal tentativo di riparare un senso profondo di inadeguatezza. L’accettazione, in questa prospettiva, non coincide con la rassegnazione, bensì con la possibilità di integrare limiti, risorse e fragilità senza che una sola parte definisca l’intero valore personale.
Prima di qualsiasi decisione definitiva, potrebbe essere utile uno spazio di riflessione terapeutica che le consenta di esplorare il significato relazionale di questo desiderio, così che qualunque scelta — compresa un’eventuale operazione — non sia guidata dalla vergogna o dal bisogno di “aggiustarsi”, ma da una posizione più libera e consapevole.
Spero di esserle stato utile e le auguro una buona giornata.
Carissimo,
comprendo il disagio del vissuto che porti ma mi permetto di dire che il fulcro da cui esso nasce possa non essere il pene. Non lo dico per minimizzare il tuo vissuto, ma perché l’organo diventa il luogo simbolico su cui si concentra un disagio più ampio. Le dimensioni che riporti rientrano pienamente nella media, e anche sopra la media; questo ci dice che non stiamo parlando di una difficoltà funzionale né di una reale “mancanza”, ma di un tema di immagine di sé, valore personale e desiderabilità. Non a caso colleghi questo pensiero al sentirti “bruttarello”, segnato dall’acne, molto magro: il corpo, nel suo insieme, sembra essere vissuto come qualcosa che ti espone, più che come qualcosa che ti rappresenta.
Le ultime esperienze che hanno riattivato questo desiderio non vanno lette come un'evidenza che devi cambiare, ma come situazioni che hanno toccato una ferita narcisistica: il bisogno di sentirti scelto, desiderabile, sufficientemente “uomo”. In questi momenti la mente cerca una soluzione concreta, rapida, chirurgica appunto, perché dà l’illusione di poter risolvere con un gesto tecnico qualcosa che in realtà è emotivo. Il rischio, però, è che anche dopo l’intervento l’asse del problema semplicemente si sposti altrove.
La vera decisione potrebbe non essere “mi accetto o mi opero”, ma: sto cercando di prendermi cura di me o di correggermi per sentirmi finalmente all’altezza? Se la spinta nasce dal dolore, dalla vergogna o dal confronto, la chirurgia difficilmente porterà pace. Se invece fosse una scelta libera, non carica di aspettative salvifiche, il discorso sarebbe diverso. Ma da come scrivi, oggi, non sembra questo il caso.
La chirurgia estetica può modificare una parte del corpo, ma non guarisce le ferite interne: se il disagio non viene riconosciuto e affrontato sul piano emotivo, tenderà semplicemente a spostarsi su un altro aspetto di sé, cercando lì una nuova correzione.
Il lavoro più utile ora non è sul corpo, ma sullo sguardo che hai su di te. Non per rassegnarti, ma per capire perché il tuo valore venga così facilmente messo in discussione. Se vuoi, questo è un tema che merita uno spazio terapeutico serio: non per dirti “va tutto bene così”, ma per aiutarti a non dover dipendere da un bisturi per sentirti finalmente sufficiente.
Se vuoi puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo e cercheremo insieme di capirci di più.
Un caro saluto
Dott.ssa Bacchi
comprendo il disagio del vissuto che porti ma mi permetto di dire che il fulcro da cui esso nasce possa non essere il pene. Non lo dico per minimizzare il tuo vissuto, ma perché l’organo diventa il luogo simbolico su cui si concentra un disagio più ampio. Le dimensioni che riporti rientrano pienamente nella media, e anche sopra la media; questo ci dice che non stiamo parlando di una difficoltà funzionale né di una reale “mancanza”, ma di un tema di immagine di sé, valore personale e desiderabilità. Non a caso colleghi questo pensiero al sentirti “bruttarello”, segnato dall’acne, molto magro: il corpo, nel suo insieme, sembra essere vissuto come qualcosa che ti espone, più che come qualcosa che ti rappresenta.
Le ultime esperienze che hanno riattivato questo desiderio non vanno lette come un'evidenza che devi cambiare, ma come situazioni che hanno toccato una ferita narcisistica: il bisogno di sentirti scelto, desiderabile, sufficientemente “uomo”. In questi momenti la mente cerca una soluzione concreta, rapida, chirurgica appunto, perché dà l’illusione di poter risolvere con un gesto tecnico qualcosa che in realtà è emotivo. Il rischio, però, è che anche dopo l’intervento l’asse del problema semplicemente si sposti altrove.
La vera decisione potrebbe non essere “mi accetto o mi opero”, ma: sto cercando di prendermi cura di me o di correggermi per sentirmi finalmente all’altezza? Se la spinta nasce dal dolore, dalla vergogna o dal confronto, la chirurgia difficilmente porterà pace. Se invece fosse una scelta libera, non carica di aspettative salvifiche, il discorso sarebbe diverso. Ma da come scrivi, oggi, non sembra questo il caso.
La chirurgia estetica può modificare una parte del corpo, ma non guarisce le ferite interne: se il disagio non viene riconosciuto e affrontato sul piano emotivo, tenderà semplicemente a spostarsi su un altro aspetto di sé, cercando lì una nuova correzione.
Il lavoro più utile ora non è sul corpo, ma sullo sguardo che hai su di te. Non per rassegnarti, ma per capire perché il tuo valore venga così facilmente messo in discussione. Se vuoi, questo è un tema che merita uno spazio terapeutico serio: non per dirti “va tutto bene così”, ma per aiutarti a non dover dipendere da un bisturi per sentirti finalmente sufficiente.
Se vuoi puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo e cercheremo insieme di capirci di più.
Un caro saluto
Dott.ssa Bacchi
Buongiorno,
la sua riflessione è molto articolata e merita di essere presa sul serio, al di là della scelta finale.
Dal punto di vista medico, le dimensioni che riporta rientrano pienamente nella norma. Questo però non significa che il disagio che prova non sia reale: l’insoddisfazione corporea non nasce solo da dati oggettivi, ma dal modo in cui il proprio corpo viene vissuto, guardato e valutato, soprattutto nelle esperienze relazionali e sessuali.
Gli interventi di ingrandimento del pene, quando hanno una finalità esclusivamente estetica, non sempre portano al sollievo psicologico atteso. In molti casi il rischio è che il focus sul corpo si sposti su altri aspetti, o che le aspettative (spesso molto alte) non vengano soddisfatte. È importante inoltre considerare che tali interventi non sono privi di rischi e complicanze, sia fisiche sia psicologiche.
Dalle sue parole emerge come il tema del pene sembri inserirsi in un quadro più ampio di autostima, immagine corporea e percezione di sé (aspetto fisico, magrezza, viso, esperienze di rifiuto o conferma). In questi casi la domanda “operare o accettarmi?” spesso non è solo chirurgica, ma profondamente emotiva: che cosa penso di me? quanto valgo? cosa temo di non essere abbastanza?
Prima di prendere una decisione irreversibile, è fortemente consigliabile un approfondimento con uno specialista della salute mentale, possibilmente con competenze in ambito sessuologico. Un percorso di questo tipo può aiutarla a capire se il desiderio di intervento nasce da un bisogno autentico e stabile o se rappresenta un tentativo di risolvere un disagio più profondo che merita ascolto e cura.
Prendersi il tempo per comprendere se stessi non è rinunciare a una scelta, ma fare in modo che qualunque scelta sia davvero consapevole.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la sua riflessione è molto articolata e merita di essere presa sul serio, al di là della scelta finale.
Dal punto di vista medico, le dimensioni che riporta rientrano pienamente nella norma. Questo però non significa che il disagio che prova non sia reale: l’insoddisfazione corporea non nasce solo da dati oggettivi, ma dal modo in cui il proprio corpo viene vissuto, guardato e valutato, soprattutto nelle esperienze relazionali e sessuali.
Gli interventi di ingrandimento del pene, quando hanno una finalità esclusivamente estetica, non sempre portano al sollievo psicologico atteso. In molti casi il rischio è che il focus sul corpo si sposti su altri aspetti, o che le aspettative (spesso molto alte) non vengano soddisfatte. È importante inoltre considerare che tali interventi non sono privi di rischi e complicanze, sia fisiche sia psicologiche.
Dalle sue parole emerge come il tema del pene sembri inserirsi in un quadro più ampio di autostima, immagine corporea e percezione di sé (aspetto fisico, magrezza, viso, esperienze di rifiuto o conferma). In questi casi la domanda “operare o accettarmi?” spesso non è solo chirurgica, ma profondamente emotiva: che cosa penso di me? quanto valgo? cosa temo di non essere abbastanza?
Prima di prendere una decisione irreversibile, è fortemente consigliabile un approfondimento con uno specialista della salute mentale, possibilmente con competenze in ambito sessuologico. Un percorso di questo tipo può aiutarla a capire se il desiderio di intervento nasce da un bisogno autentico e stabile o se rappresenta un tentativo di risolvere un disagio più profondo che merita ascolto e cura.
Prendersi il tempo per comprendere se stessi non è rinunciare a una scelta, ma fare in modo che qualunque scelta sia davvero consapevole.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, diverse cose mi hanno colpito di quanto hai scritto. Parli di due esperienze che ti hanno nuovamente spinto verso la decisione di operarti, decisione che, al termine della tua domanda, mi sembra rappresentare una delle due strade di un bivio, arrivato al quale tu devi decidere se andare avanti operandoti o rimanere allo stato attuale. Mi chiedo allora se non sia possibile, prima di arrivare a una decisione, qualunque essa sia, inserire altri pensieri nelle tue vicende e capire cosa rappresenti per te "accettarmi così come sono". Magari parlare con qualcuno potrebbe aiutarti, visti i tuoi dubbi. un saluto, Dott.ssa Rachele Petrini
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