Buonasera sono un ragazzo di 28 anni e mi sento inferiore e in ritardo rispetto agli altri, sento un
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Buonasera sono un ragazzo di 28 anni e mi sento inferiore e in ritardo rispetto agli altri, sento una forte rabbia e frustrazione perché non ho mai avuto una relazione con una ragazza e non ho amici, purtroppo sto h 24 nel negozio che voglio vendere al più presto, mi da fastidio sentire le solite frasi ognuno ha i suoi tempi perché i miei tempi non arrivano mai se non mi do da fare, la cosa strana e che la rabbia è tanta ma tanta che sono diventato autodistruttivo come se mi odiassi quindi non mi va più di fare nulla su questo, ad agosto compio 29 anni i ragazzi di 18/20 anni stanno più avanti di me io ho bruciato i migliori anni perché a 28 anni se caso remoto succede non posso fare il bambino di 15 anni, ma comunque detto questo con il negozio non ho libertà e poco utile economico, non mi va di rialzarmi perché mi sento molto stanco e nervoso faccio cattivi pensieri, preferisco piuttosto che vivere nel umiliazione! Solo io sono inferiore o gli sfigati come me. Grazie a chi mi darà un consiglio.
Gentile utente,
dalle sue parole emerge una sofferenza intensa, fatta di rabbia, frustrazione e senso di inferiorità. È importante dirle con chiarezza che ciò che sta vivendo, per quanto doloroso, non la rende “inferiore” né definisce il suo valore come persona. Quando ci si confronta continuamente con gli altri, soprattutto su aspetti come relazioni e vita sociale, è facile sentirsi “indietro”, ma questo confronto rischia di diventare molto duro e ingiusto verso sé stessi.
La rabbia che descrive sembra essersi trasformata nel tempo in qualcosa di rivolto contro di sé, fino a farle perdere energia e motivazione. Questo è un segnale importante: non va ignorato, ma accolto come un campanello che merita attenzione e cura. La rabbia per quanto venga etichettata come emozione negativa è in realtà un'emozione sana che emerge quando sentiamo di star vivendo un senso di ingiustizia. I “cattivi pensieri” di cui parla non sono qualcosa da affrontare da solo.
In questo momento, più che cercare risposte sul confronto con gli altri, potrebbe essere utile fare un primo passo concreto verso un supporto diretto: rivolgersi a un professionista o anche solo parlarne con il suo medico di base può aiutarla a non restare solo con questo peso. Non è un segno di debolezza, ma un modo per interrompere questo circolo di rabbia e autosvalutazione.
La sua situazione attuale (il lavoro che la blocca, la sensazione di mancanza di libertà) contribuisce sicuramente a farla sentire intrappolato, ma non è una condizione definitiva. Anche piccoli cambiamenti, graduali, possono nel tempo aprire nuove possibilità.
Non si definisca con etichette dure come “inferiore” o “sfigato”: sono pensieri che nascono dalla sofferenza, non dalla realtà della sua persona. In questo momento ha bisogno di supporto, non di giudizio.
Un cordiale saluto.
dalle sue parole emerge una sofferenza intensa, fatta di rabbia, frustrazione e senso di inferiorità. È importante dirle con chiarezza che ciò che sta vivendo, per quanto doloroso, non la rende “inferiore” né definisce il suo valore come persona. Quando ci si confronta continuamente con gli altri, soprattutto su aspetti come relazioni e vita sociale, è facile sentirsi “indietro”, ma questo confronto rischia di diventare molto duro e ingiusto verso sé stessi.
La rabbia che descrive sembra essersi trasformata nel tempo in qualcosa di rivolto contro di sé, fino a farle perdere energia e motivazione. Questo è un segnale importante: non va ignorato, ma accolto come un campanello che merita attenzione e cura. La rabbia per quanto venga etichettata come emozione negativa è in realtà un'emozione sana che emerge quando sentiamo di star vivendo un senso di ingiustizia. I “cattivi pensieri” di cui parla non sono qualcosa da affrontare da solo.
In questo momento, più che cercare risposte sul confronto con gli altri, potrebbe essere utile fare un primo passo concreto verso un supporto diretto: rivolgersi a un professionista o anche solo parlarne con il suo medico di base può aiutarla a non restare solo con questo peso. Non è un segno di debolezza, ma un modo per interrompere questo circolo di rabbia e autosvalutazione.
La sua situazione attuale (il lavoro che la blocca, la sensazione di mancanza di libertà) contribuisce sicuramente a farla sentire intrappolato, ma non è una condizione definitiva. Anche piccoli cambiamenti, graduali, possono nel tempo aprire nuove possibilità.
Non si definisca con etichette dure come “inferiore” o “sfigato”: sono pensieri che nascono dalla sofferenza, non dalla realtà della sua persona. In questo momento ha bisogno di supporto, non di giudizio.
Un cordiale saluto.
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Buongiorno, da quanto dice il suo lavoro ha occupato tutto il suo tempo e questo è ovvio che impedisca di creare relazioni, socialità, ecc. un cambio in qualche modo è necessario per non sentirsi impotente nei confronti della vita. Crei le condizioni perchè le opportunità possano trovarla..aspettare il proprio tempo solamente non basta.
Buonasera,
da quello che racconti si sente quanta rabbia, stanchezza e frustrazione stai portando avanti da tanto tempo… e quanto ti faccia male sentirti “indietro” rispetto agli altri.
Ti dico una cosa importante: non sei “inferiore” né uno “sfigato”. Quando una persona arriva a sentirsi così, di solito è perché è rimasta troppo tempo da sola dentro una situazione che la blocca (come il negozio, l’isolamento, la mancanza di relazioni), non perché “vale meno”.
Capisco anche il fastidio per frasi tipo “ognuno ha i suoi tempi”: dette così suonano vuote. Ma il punto non è aspettare… è creare le condizioni perché qualcosa cambi, e farlo da soli, quando si è così arrabbiati e stanchi, è davvero difficile.
La cosa che mi colpisce di più è quando dici che stai diventando autodistruttivo e pieno di cattivi pensieri: questo è un segnale importante, non da ignorare. Più che “darti da fare”, qui serve non restare da solo con tutto questo.
Un primo passo concreto potrebbe essere proprio quello di parlarne con un professionista, per avere uno spazio dove non sentirti giudicato e iniziare a rimettere ordine, un pezzetto alla volta.
Non sei bloccato per sempre, anche se adesso ti sembra così. Ma uscirne da soli, in queste condizioni, è davvero troppo pesante.
Scrivere è stato il primo passo...ora c'è bisogno di uno spazio sicuro dove portare tutto ciò che vivi.
Un caro saluto,
Dott.ssa Filomena Petrone
da quello che racconti si sente quanta rabbia, stanchezza e frustrazione stai portando avanti da tanto tempo… e quanto ti faccia male sentirti “indietro” rispetto agli altri.
Ti dico una cosa importante: non sei “inferiore” né uno “sfigato”. Quando una persona arriva a sentirsi così, di solito è perché è rimasta troppo tempo da sola dentro una situazione che la blocca (come il negozio, l’isolamento, la mancanza di relazioni), non perché “vale meno”.
Capisco anche il fastidio per frasi tipo “ognuno ha i suoi tempi”: dette così suonano vuote. Ma il punto non è aspettare… è creare le condizioni perché qualcosa cambi, e farlo da soli, quando si è così arrabbiati e stanchi, è davvero difficile.
La cosa che mi colpisce di più è quando dici che stai diventando autodistruttivo e pieno di cattivi pensieri: questo è un segnale importante, non da ignorare. Più che “darti da fare”, qui serve non restare da solo con tutto questo.
Un primo passo concreto potrebbe essere proprio quello di parlarne con un professionista, per avere uno spazio dove non sentirti giudicato e iniziare a rimettere ordine, un pezzetto alla volta.
Non sei bloccato per sempre, anche se adesso ti sembra così. Ma uscirne da soli, in queste condizioni, è davvero troppo pesante.
Scrivere è stato il primo passo...ora c'è bisogno di uno spazio sicuro dove portare tutto ciò che vivi.
Un caro saluto,
Dott.ssa Filomena Petrone
Buongiorno ragazzo di 28 che si sente sfigato e inferiore. Sono lieto di darLe un consiglio, perché mi spiace sentirla così scoraggiato e anche con poca disponibilità economica e di tempo. Il mio primo consiglio è quello di darsi valore e prenotare comunque un primo colloquio con uno specialista. So che Le potrà sembrare denaro che avrebbe potuto risparmiarsi, allo stesso tempo penso che già come gesto, nei Suoi confronti, possa essere molto salutare. Le darò anche altri consigli, non si preoccupi, che vanno proprio in questa direzione. Capisco la Sua rabbia e frustrazione quando cercano di rassicurarLa dicendole che ognuno ha i suoi tempi. Lei vorrebbe che il suo tempo fosse ora e, forse, che il suo tempo fosse già iniziato 10 anni fa.
- Un consiglio è quello di ripartire comunque da oggi. Indietro non si torna, il passato non si cambia, e tenere questa rabbia nei confronti del passato così presente potrebbe compromettere le Sue relazioni affettive attuali. Parta dal bisogno attuale e lasci stare i 18enni o i 20enni. So che arrabbiarsi con chi è più giovane è una forma di dare sfogo alle proprie insoddisfazioni ma non risolve il problema.
- Altro consiglio è entrare in contatto con l'amor proprio, ossia, cos'è che Lei apprezza e ama di sé. Per essere apprezzati è importante apprezzarsi, altrimenti si risulta poco credibili, o meglio, si rischia di cadere in relazioni sbilanciate in cui noi apprezziamo l'altro ma non noi stessi, per cui, alla fine, apprezziamo qualcuno che apprezza ciò che noi non apprezziamo. Quindi trovi qualcosa che le piace di Lei, la Sua dedizione al lavoro, il suo senso di responsabilità nei confronti delle spese da pagare o altro (per questo anche è utile lo psicologo, per trovare punti a proprio favore e non solo cosa c'è che non va...).
- Altro consiglio, trasformi la paura e la rabbia in curiosità e non si conformi con soluzioni standard. Lei è una persona unica. I suoi standard la mortificano, perché parlano ci ciò che non è e non di ciò che è. Lo stesso vale per l'altro. Chi le piace e perché le piace. Se cerca qualcuno solo perché si sente solo, l'altro non potrebbe non sentirsi valorizzato da Lei. Se invece, nei suoi approcci, dimostra un sano interesse per l'altro, per capire chi è e restituirgli cosa Le piace di lei o di lui, allora la conversazione si fa autentica, l'altro si sente visto e, allo stesso tempo, permette all'altro di vederla e apprezzarla per ciò che è, senza tirare in mezzo chi dovrebbe essere o sarebbe dovuto essere.
Per ora mi fermo qui. Spero che questi consigli Le siano serviti e non esiti nel chiamarmi e prenotare un appuntamento. C'è sempre una soluzione ed è più facile trovarla smascherando i propri punti ciechi.
- Un consiglio è quello di ripartire comunque da oggi. Indietro non si torna, il passato non si cambia, e tenere questa rabbia nei confronti del passato così presente potrebbe compromettere le Sue relazioni affettive attuali. Parta dal bisogno attuale e lasci stare i 18enni o i 20enni. So che arrabbiarsi con chi è più giovane è una forma di dare sfogo alle proprie insoddisfazioni ma non risolve il problema.
- Altro consiglio è entrare in contatto con l'amor proprio, ossia, cos'è che Lei apprezza e ama di sé. Per essere apprezzati è importante apprezzarsi, altrimenti si risulta poco credibili, o meglio, si rischia di cadere in relazioni sbilanciate in cui noi apprezziamo l'altro ma non noi stessi, per cui, alla fine, apprezziamo qualcuno che apprezza ciò che noi non apprezziamo. Quindi trovi qualcosa che le piace di Lei, la Sua dedizione al lavoro, il suo senso di responsabilità nei confronti delle spese da pagare o altro (per questo anche è utile lo psicologo, per trovare punti a proprio favore e non solo cosa c'è che non va...).
- Altro consiglio, trasformi la paura e la rabbia in curiosità e non si conformi con soluzioni standard. Lei è una persona unica. I suoi standard la mortificano, perché parlano ci ciò che non è e non di ciò che è. Lo stesso vale per l'altro. Chi le piace e perché le piace. Se cerca qualcuno solo perché si sente solo, l'altro non potrebbe non sentirsi valorizzato da Lei. Se invece, nei suoi approcci, dimostra un sano interesse per l'altro, per capire chi è e restituirgli cosa Le piace di lei o di lui, allora la conversazione si fa autentica, l'altro si sente visto e, allo stesso tempo, permette all'altro di vederla e apprezzarla per ciò che è, senza tirare in mezzo chi dovrebbe essere o sarebbe dovuto essere.
Per ora mi fermo qui. Spero che questi consigli Le siano serviti e non esiti nel chiamarmi e prenotare un appuntamento. C'è sempre una soluzione ed è più facile trovarla smascherando i propri punti ciechi.
Gentilissimo, grazie per aver espresso il suo pensiero.
La descrizione che propone è molto chiara sul senso di stanchezza e rabbia che prova, immagino si possa sentire esausto.
Il fatto che lei si senta insoddisfatto della sua vita sembra essere collegato a scelte sbagliate o mancanza di iniziativa, ma forse più che un ritardo oggettivo quello in cui lei si trova è un duro confronto con gli altri.
La sua situazione è in realtà molto comune.
A volte la rabbia che sente può avere anche la funzione di segnalare un bisogno frustrato di contatto, appartenenza e riconoscimento.
Non va sottovalutata la sensazione che questa rabbia senta che stia diventando autodistruttiva poiché rischia di toglierle ancora più possibilità.
Le frasi come “ognuno ha i suoi tempi” possono suonare vuote se non tengono conto della sua esperienza concreta, ma questo non significa che la sua situazione sia immobile o definita una volta per tutte. Piuttosto, potrebbe essere utile avere uno spazio in cui poter dare senso a questa fatica, senza giudizio.
Prenda in considerazione la possibilità di intraprendere un percorso psicologico che le consenta di esprimere questa sofferenza in maniera trasformativa, che le conceda anche di riconoscersi delle risorse (come quella che dimostra nel chiedere un confronto adesso), e soprattutto di ottenere la serenità che merita.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
La descrizione che propone è molto chiara sul senso di stanchezza e rabbia che prova, immagino si possa sentire esausto.
Il fatto che lei si senta insoddisfatto della sua vita sembra essere collegato a scelte sbagliate o mancanza di iniziativa, ma forse più che un ritardo oggettivo quello in cui lei si trova è un duro confronto con gli altri.
La sua situazione è in realtà molto comune.
A volte la rabbia che sente può avere anche la funzione di segnalare un bisogno frustrato di contatto, appartenenza e riconoscimento.
Non va sottovalutata la sensazione che questa rabbia senta che stia diventando autodistruttiva poiché rischia di toglierle ancora più possibilità.
Le frasi come “ognuno ha i suoi tempi” possono suonare vuote se non tengono conto della sua esperienza concreta, ma questo non significa che la sua situazione sia immobile o definita una volta per tutte. Piuttosto, potrebbe essere utile avere uno spazio in cui poter dare senso a questa fatica, senza giudizio.
Prenda in considerazione la possibilità di intraprendere un percorso psicologico che le consenta di esprimere questa sofferenza in maniera trasformativa, che le conceda anche di riconoscersi delle risorse (come quella che dimostra nel chiedere un confronto adesso), e soprattutto di ottenere la serenità che merita.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Buongiorno, sono la dottoressa Federica Tropea, quello che descrive è molto intenso, ma non è raro: sentirsi “indietro”, arrabbiati e frustrati quando la propria vita non corrisponde a quella degli altri può diventare davvero pesante, soprattutto se si è isolati e bloccati in una situazione (come il negozio) che toglie energie. Non vorrei dirle le solite frasi che magari avrà già sentito sui "tempi" etc ma la rabbia e questo sua tendenza ad isolarsi sono comunque dei fattori da non trascurare. Se posso permettermi, non è una questione di essere “inferiore” o “sfigato”. La stanchezza e i “cattivi pensieri” meritano attenzione: non vanno affrontati da soli. Un supporto psicologico può aiutarla a gestire rabbia e autostima e a rimettere in moto le energie.
Resto a sua disposizione, buona giornata.
Resto a sua disposizione, buona giornata.
Salve, quello che riporta è molto intenso: rabbia, frustrazione, senso di inferiorità e una stanchezza profonda. Non è poco da sostenere da solo e il fatto che ne parli è già un segnale importante.
Il confronto continuo con gli altri sembra diventare una misura molto dura con cui valuta se stesso, fino a farla sentire “indietro” o “sbagliato”. Ma questa lettura, per quanto comprensibile, rischia di schiacciarla e di alimentare proprio quella rabbia che poi si rivolge contro di lei.
Mi colpisce anche quanto il negozio la tenga bloccata: come se una parte della sua vita fosse ferma lì, limitando energie e possibilità, e contribuendo al senso di impotenza.
Quando dice che compaiono pensieri autodistruttivi, è un segnale da non sottovalutare. In questi momenti è importante che lei non resti solo: un confronto con un professionista può aiutarla a dare un senso a ciò che prova e a trovare piccoli passi concreti per uscire da questa spirale.
Non è “inferiore”: sta attraversando una fase in cui si è sentito fermo e solo troppo a lungo. Da qui si può ripartire, ma non forzandosi con durezza, piuttosto costruendo gradualmente spazi diversi, anche piccoli, in cui rimettersi in gioco.
Se vuole, possiamo provare a capire insieme da dove iniziare, senza pretendere tutto subito.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Il confronto continuo con gli altri sembra diventare una misura molto dura con cui valuta se stesso, fino a farla sentire “indietro” o “sbagliato”. Ma questa lettura, per quanto comprensibile, rischia di schiacciarla e di alimentare proprio quella rabbia che poi si rivolge contro di lei.
Mi colpisce anche quanto il negozio la tenga bloccata: come se una parte della sua vita fosse ferma lì, limitando energie e possibilità, e contribuendo al senso di impotenza.
Quando dice che compaiono pensieri autodistruttivi, è un segnale da non sottovalutare. In questi momenti è importante che lei non resti solo: un confronto con un professionista può aiutarla a dare un senso a ciò che prova e a trovare piccoli passi concreti per uscire da questa spirale.
Non è “inferiore”: sta attraversando una fase in cui si è sentito fermo e solo troppo a lungo. Da qui si può ripartire, ma non forzandosi con durezza, piuttosto costruendo gradualmente spazi diversi, anche piccoli, in cui rimettersi in gioco.
Se vuole, possiamo provare a capire insieme da dove iniziare, senza pretendere tutto subito.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Salve, grazie per la condivisione del suo vissuto personale. Quello che vive sembra davvero bloccante, magari parlare di "possibilità" mi sembrerebbe un modo di uscire da questa sensazione di rabbia e frustrazione che dice di sentire; ma si potrebbe parlare anche di questi sentimenti, così come della probabile sensazione di "solitudine" che prova in questo periodo. Questo richiede spazio e tempo e mi auguro che lei riesca a trovarlo, condividere questo suo vissuto molto delicato è già un primo passo. Saluti,
MM
MM
Buonasera,
Buonasera,
nelle sue parole si sente una sofferenza molto intensa, fatta di rabbia, frustrazione e anche di una grande durezza verso sé stesso. Non sta semplicemente dicendo “sono indietro”, ma sta arrivando a definirsi “inferiore”, e questo è un passaggio molto pesante, perché trasforma una difficoltà in un giudizio globale su di sé.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, quello che lei vive non nasce nel vuoto, ma dentro un contesto, ovvero quel del lavoro che la tiene bloccato, la mancanza di relazioni significative, il confronto continuo con gli altri. Quando una persona resta per molto tempo in una situazione percepita come chiusa, senza possibilità di movimento, è frequente che l’energia si trasformi in rabbia. E quando questa rabbia non trova uno spazio di espressione verso l’esterno o verso un cambiamento concreto, può rivolgersi contro sé stessi, diventando autodistruttiva, proprio come lei descrive.
Un punto, a mio avviso, importante è che la rabbia che sente non è il problema, è un segnale. Le sta dicendo che qualcosa nella sua vita così com’è non le sta più bene. Il rischio è che invece di usarla come spinta al cambiamento, la utilizzi per attaccarsi e svalutarsi, bloccandosi ancora di più.
Quando dice che gli altri sono “più avanti”, sta usando un metro di confronto molto rigido, come se esistesse una linea unica della vita valida per tutti. Ma le traiettorie personali non sono mai così lineari. Piuttosto le farei una domanda: se una persona esterna guardasse la sua vita oggi, vedrebbe davvero una persona “inferiore”, o vedrebbe qualcuno che è rimasto incastrato in una situazione (il negozio, l’isolamento) che limita le possibilità di esperienza e relazione?
Lei stesso individua un nodo importante che è il negozio. Lo descrive come qualcosa che la tiene fermo, senza libertà e con poco ritorno. Questo non è un dettaglio, è un elemento centrale del sistema in cui vive. È difficile costruire relazioni, conoscere persone o anche solo sentirsi vivi quando si è chiusi 24 ore in un contesto che non si sente più proprio. In questo senso, più che “non mi do da fare”, sembra che lei sia bloccato in una struttura che le toglie energia e possibilità.
Un altro aspetto che colpisce è la durezza con cui si giudica, fino a usare parole molto pesanti verso sé stesso. Le chiederei: da dove ha imparato a parlarsi in questo modo? Chi, nella sua storia, ha usato questo tipo di linguaggio o questo tipo di aspettative? Perché spesso quella voce interna così critica non nasce da sola, ma è qualcosa che abbiamo interiorizzato.
Rispetto alle relazioni, capisco il dolore del non averne avute, ma attenzione a non trasformarlo in una sentenza definitiva. Il fatto che finora non sia successo non significa che non possa succedere, ma è importante creare le condizioni perché accada. E questo riporta ancora una volta alla sua vita concreta, rispetto a spazi, tempo, contatti, possibilità di uscire da quell’isolamento.
Quando dice “non mi va più di fare nulla” e “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione”, lì emerge una stanchezza profonda, ma anche un pensiero molto estremo. Questo è un punto delicato, perché quando la mente si muove su questi estremi, si riducono le alternative. E invece è proprio sulle alternative, anche piccole, che si può ricominciare.
Non è “solo lei” e non esistono categorie come “gli sfigati”. Esistono persone che in alcuni momenti della vita si trovano bloccate, isolate e senza direzione. La differenza non sta nel valore personale, ma nelle condizioni e nelle possibilità di movimento.
Forse il primo passo non è risolvere tutto insieme, ma iniziare a riaprire uno spazio per lei, qualcuno con cui parlare dal vivo, un contesto diverso anche piccolo, una decisione concreta rispetto al negozio. Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per uscire da questo circuito in cui la rabbia si trasforma in attacco verso sé stesso.
Quello che sente è forte, ma non è una condanna. È un punto di partenza, anche se adesso le sembra solo un punto di rottura.
Spero esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buonasera,
nelle sue parole si sente una sofferenza molto intensa, fatta di rabbia, frustrazione e anche di una grande durezza verso sé stesso. Non sta semplicemente dicendo “sono indietro”, ma sta arrivando a definirsi “inferiore”, e questo è un passaggio molto pesante, perché trasforma una difficoltà in un giudizio globale su di sé.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, quello che lei vive non nasce nel vuoto, ma dentro un contesto, ovvero quel del lavoro che la tiene bloccato, la mancanza di relazioni significative, il confronto continuo con gli altri. Quando una persona resta per molto tempo in una situazione percepita come chiusa, senza possibilità di movimento, è frequente che l’energia si trasformi in rabbia. E quando questa rabbia non trova uno spazio di espressione verso l’esterno o verso un cambiamento concreto, può rivolgersi contro sé stessi, diventando autodistruttiva, proprio come lei descrive.
Un punto, a mio avviso, importante è che la rabbia che sente non è il problema, è un segnale. Le sta dicendo che qualcosa nella sua vita così com’è non le sta più bene. Il rischio è che invece di usarla come spinta al cambiamento, la utilizzi per attaccarsi e svalutarsi, bloccandosi ancora di più.
Quando dice che gli altri sono “più avanti”, sta usando un metro di confronto molto rigido, come se esistesse una linea unica della vita valida per tutti. Ma le traiettorie personali non sono mai così lineari. Piuttosto le farei una domanda: se una persona esterna guardasse la sua vita oggi, vedrebbe davvero una persona “inferiore”, o vedrebbe qualcuno che è rimasto incastrato in una situazione (il negozio, l’isolamento) che limita le possibilità di esperienza e relazione?
Lei stesso individua un nodo importante che è il negozio. Lo descrive come qualcosa che la tiene fermo, senza libertà e con poco ritorno. Questo non è un dettaglio, è un elemento centrale del sistema in cui vive. È difficile costruire relazioni, conoscere persone o anche solo sentirsi vivi quando si è chiusi 24 ore in un contesto che non si sente più proprio. In questo senso, più che “non mi do da fare”, sembra che lei sia bloccato in una struttura che le toglie energia e possibilità.
Un altro aspetto che colpisce è la durezza con cui si giudica, fino a usare parole molto pesanti verso sé stesso. Le chiederei: da dove ha imparato a parlarsi in questo modo? Chi, nella sua storia, ha usato questo tipo di linguaggio o questo tipo di aspettative? Perché spesso quella voce interna così critica non nasce da sola, ma è qualcosa che abbiamo interiorizzato.
Rispetto alle relazioni, capisco il dolore del non averne avute, ma attenzione a non trasformarlo in una sentenza definitiva. Il fatto che finora non sia successo non significa che non possa succedere, ma è importante creare le condizioni perché accada. E questo riporta ancora una volta alla sua vita concreta, rispetto a spazi, tempo, contatti, possibilità di uscire da quell’isolamento.
Quando dice “non mi va più di fare nulla” e “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione”, lì emerge una stanchezza profonda, ma anche un pensiero molto estremo. Questo è un punto delicato, perché quando la mente si muove su questi estremi, si riducono le alternative. E invece è proprio sulle alternative, anche piccole, che si può ricominciare.
Non è “solo lei” e non esistono categorie come “gli sfigati”. Esistono persone che in alcuni momenti della vita si trovano bloccate, isolate e senza direzione. La differenza non sta nel valore personale, ma nelle condizioni e nelle possibilità di movimento.
Forse il primo passo non è risolvere tutto insieme, ma iniziare a riaprire uno spazio per lei, qualcuno con cui parlare dal vivo, un contesto diverso anche piccolo, una decisione concreta rispetto al negozio. Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per uscire da questo circuito in cui la rabbia si trasforma in attacco verso sé stesso.
Quello che sente è forte, ma non è una condanna. È un punto di partenza, anche se adesso le sembra solo un punto di rottura.
Spero esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
quello che descrive è un vissuto molto intenso, fatto di rabbia, frustrazione e senso di fallimento. È comprensibile che, sentendosi bloccato e solo, possa arrivare a pensieri molto duri verso sé stesso.
Vorrei dirle però con chiarezza che non è inferiore né sbagliato, ma sta vivendo una fase di forte fatica, probabilmente legata anche a una situazione concreta (il lavoro che la tiene fermo e insoddisfatto) che alimenta il senso di stallo.
La rabbia che sente, anche se dolorosa, è un segnale importante, in quanto parla di bisogni non soddisfatti (relazioni, libertà, realizzazione). Il rischio è che, invece di diventare una spinta al cambiamento, si trasformi in qualcosa di autodistruttivo.
In questo momento non è necessario recuperare il tempo perso o fare tutto subito, ma iniziare da piccoli passi concreti e realistici, soprattutto per uscire dall’isolamento.
Dato che accenna anche a cattivi pensieri e a una grande stanchezza, le consiglierei di non restare solo con tutto questo. un supporto psicologico può aiutarla a rimettere ordine, gestire la rabbia e ricostruire gradualmente una direzione.
Non è solo, e questa condizione può cambiare, ma è importante che non la affronti da solo.
Vorrei dirle però con chiarezza che non è inferiore né sbagliato, ma sta vivendo una fase di forte fatica, probabilmente legata anche a una situazione concreta (il lavoro che la tiene fermo e insoddisfatto) che alimenta il senso di stallo.
La rabbia che sente, anche se dolorosa, è un segnale importante, in quanto parla di bisogni non soddisfatti (relazioni, libertà, realizzazione). Il rischio è che, invece di diventare una spinta al cambiamento, si trasformi in qualcosa di autodistruttivo.
In questo momento non è necessario recuperare il tempo perso o fare tutto subito, ma iniziare da piccoli passi concreti e realistici, soprattutto per uscire dall’isolamento.
Dato che accenna anche a cattivi pensieri e a una grande stanchezza, le consiglierei di non restare solo con tutto questo. un supporto psicologico può aiutarla a rimettere ordine, gestire la rabbia e ricostruire gradualmente una direzione.
Non è solo, e questa condizione può cambiare, ma è importante che non la affronti da solo.
Gentile utente,
La frustrazione che descrive è il riflesso di un dolore profondo alimentato dal confronto costante con standard esterni che la fanno sentire in"ritardo". Quando il lavoro assorbe energia e la vita relazionale appare ferma, è naturale provare rabbia e stanchezza estrema.
Tuttavia, sentirsi inferiori è spesso l'esito di un dialogo interno severo che non le permette di vedere vie d'uscita. Un supporto psicologico potrebbe aiutarla a canalizzare questa rabbia in modo costruttivo e a ritrovare la spinta per ripartire. Resto a sua disposizione.
La frustrazione che descrive è il riflesso di un dolore profondo alimentato dal confronto costante con standard esterni che la fanno sentire in"ritardo". Quando il lavoro assorbe energia e la vita relazionale appare ferma, è naturale provare rabbia e stanchezza estrema.
Tuttavia, sentirsi inferiori è spesso l'esito di un dialogo interno severo che non le permette di vedere vie d'uscita. Un supporto psicologico potrebbe aiutarla a canalizzare questa rabbia in modo costruttivo e a ritrovare la spinta per ripartire. Resto a sua disposizione.
Salve, comprendo la sua frustrazione e la rabbia che né deriva.
La frase da lei citata "ognuno ha i suoi tempi", per quanto fastidiosa possa essere, è sensata e le spiego perché. Per fortuna ognuno di noi è unico e speciale e per quanto adesso lei non ci creda, anche lei lo è. Le cose che vogliamo a volte o nella maggior parte dei casi, purtroppo, non accade mai quando noi vogliamo che accada e questo comporta molta frustrazione, soprattutto quando non si arriva mai all'obiettivo sperato.
Oggi ci mettiamo molto a confronto con gli altri e le loro vite, conseguenza anche dei social, che ci pognono davanti dei modelli che "spacciano" per tutti ma che non rispecchiano la vita di tutti i giorni, né tanto meno la vita di tutti.
Non dobbiamo uniformare le nostre vite a quelle degli altri, per quanto possano sembrarci meravigliose dietro ad uno schermo, ma dobbiamo lavorare per migliorare la nostra vita rispettando gli standard e gli obiettivi che noi stessi abbiamo deciso.
Quando ci sono diverse cose che non ci piacciono nella nostra vita, tendiamo a vedere "tutto nero" ed entriamo in un loop negativo che non fa altro che portare altra negatività perché il nostro cervello si abitua a cercare solo informazioni in linea con il nostro pensiero disfunzionale.
Se non siamo noi i primi a credere nel cambiamento e quindi, non ci attiviamo affinché questo avvenga, nessuno può farlo al posto nostro. Le dico questo perché, giusto ieri un paziente mi ha espresso alcune cose simili a quelle da lei scritte e, nonostante sia difficile accettarlo, gli ho detto esattamente ciò che sto dicendo a lei. Perchè che ci piaccia o no, dobbiamo esserne consapevoli.
Questo anche per dirle che non è il solo a trovarsi purtroppo in questa situazione.
Sicuramente le consiglio di approfondire, con un professionista, questi pensieri cattivi e autodistruttivi che ha riportato, come anche questa rabbia esplosiva che sente.
Il mio consiglio è di non aspettare di stare peggio per chiedere un supporto, né tanto meno si vergogni a farlo. Ha avuto coraggio a condivedere con noi come si sente, ed è un primo passo di cui si deve prendere il merito.
Rimango a disposizione.
Un caro saluto
La frase da lei citata "ognuno ha i suoi tempi", per quanto fastidiosa possa essere, è sensata e le spiego perché. Per fortuna ognuno di noi è unico e speciale e per quanto adesso lei non ci creda, anche lei lo è. Le cose che vogliamo a volte o nella maggior parte dei casi, purtroppo, non accade mai quando noi vogliamo che accada e questo comporta molta frustrazione, soprattutto quando non si arriva mai all'obiettivo sperato.
Oggi ci mettiamo molto a confronto con gli altri e le loro vite, conseguenza anche dei social, che ci pognono davanti dei modelli che "spacciano" per tutti ma che non rispecchiano la vita di tutti i giorni, né tanto meno la vita di tutti.
Non dobbiamo uniformare le nostre vite a quelle degli altri, per quanto possano sembrarci meravigliose dietro ad uno schermo, ma dobbiamo lavorare per migliorare la nostra vita rispettando gli standard e gli obiettivi che noi stessi abbiamo deciso.
Quando ci sono diverse cose che non ci piacciono nella nostra vita, tendiamo a vedere "tutto nero" ed entriamo in un loop negativo che non fa altro che portare altra negatività perché il nostro cervello si abitua a cercare solo informazioni in linea con il nostro pensiero disfunzionale.
Se non siamo noi i primi a credere nel cambiamento e quindi, non ci attiviamo affinché questo avvenga, nessuno può farlo al posto nostro. Le dico questo perché, giusto ieri un paziente mi ha espresso alcune cose simili a quelle da lei scritte e, nonostante sia difficile accettarlo, gli ho detto esattamente ciò che sto dicendo a lei. Perchè che ci piaccia o no, dobbiamo esserne consapevoli.
Questo anche per dirle che non è il solo a trovarsi purtroppo in questa situazione.
Sicuramente le consiglio di approfondire, con un professionista, questi pensieri cattivi e autodistruttivi che ha riportato, come anche questa rabbia esplosiva che sente.
Il mio consiglio è di non aspettare di stare peggio per chiedere un supporto, né tanto meno si vergogni a farlo. Ha avuto coraggio a condivedere con noi come si sente, ed è un primo passo di cui si deve prendere il merito.
Rimango a disposizione.
Un caro saluto
Buonasara, la ringrazio per aver condiviso i suoi pensieri e la fatica che prova.
Capisco perché quel "rispetto dei tempi" possa sembrare una presa in giro. Quando si è chiusi tra quattro mura tutto il giorno, con un'attività che non dà soddisfazione, sentire che "ognuno ha il suo percorso" suona come un insulto alla fatica. La verità è che ci si sente in trappola, e quando questo sentimento dura per molto tempo, la rabbia smette di essere una spinta per cambiare e diventa un veleno che verso te stesso. È quel meccanismo per cui, siccome non si riesce a distruggere la situazione che fa soffrire, e si finisce per distruggere l'unica cosa su cui si ha potere: sè stessi.
Questa stanchezza non è pigrizia, è un esaurimento profondo delle risorse emotive; probabilmente vivendo per anni un'esperienza non adatta a te e che non trovi appagante.
Per quanto riguarda il sentirti "indietro" con le ragazze o con gli amici, il rischio è quello di mitizzare quello che hanno gli altri e di sentirti un eterno adolescente mancato, ma la vita non è un treno che passa una volta sola. Certo, non avrai i 15 anni di un quindicenne, ma avrai l'intensità di un uomo che ha desiderato quella libertà per quasi trent'anni. Quella fame, se riesci a non usarla per odiarti, può diventare una forza incredibile quando finalmente uscirai da quella prigione commerciale. La rabbia che provi è in realtà un'energia vitale che ha perso la bussola. Il fatto che tu provi questo odio feroce dimostra che c'è una parte di te che vuole disperatamente vivere e che ti sta inviando un segnale d'allarme estremo perché il limite è stato superato da un pezzo. Non sei uno "sfigato" e non sei solo; ci sono molte persone nella tua situazione che però rimangono invisibili, chiuse come te nel proprio isolamento.
La priorità assoluta ora non è trovare la ragazza o l'amico, ma riprenderti l'aria.
Non vergognarti di cercare un supporto professionale per quei pensieri bui, perché quando la rabbia diventa autodistruttiva serve qualcuno che ti aiuti a disinnescare la miccia.
Cordialmente
Dott.ssa Tornaghi
Capisco perché quel "rispetto dei tempi" possa sembrare una presa in giro. Quando si è chiusi tra quattro mura tutto il giorno, con un'attività che non dà soddisfazione, sentire che "ognuno ha il suo percorso" suona come un insulto alla fatica. La verità è che ci si sente in trappola, e quando questo sentimento dura per molto tempo, la rabbia smette di essere una spinta per cambiare e diventa un veleno che verso te stesso. È quel meccanismo per cui, siccome non si riesce a distruggere la situazione che fa soffrire, e si finisce per distruggere l'unica cosa su cui si ha potere: sè stessi.
Questa stanchezza non è pigrizia, è un esaurimento profondo delle risorse emotive; probabilmente vivendo per anni un'esperienza non adatta a te e che non trovi appagante.
Per quanto riguarda il sentirti "indietro" con le ragazze o con gli amici, il rischio è quello di mitizzare quello che hanno gli altri e di sentirti un eterno adolescente mancato, ma la vita non è un treno che passa una volta sola. Certo, non avrai i 15 anni di un quindicenne, ma avrai l'intensità di un uomo che ha desiderato quella libertà per quasi trent'anni. Quella fame, se riesci a non usarla per odiarti, può diventare una forza incredibile quando finalmente uscirai da quella prigione commerciale. La rabbia che provi è in realtà un'energia vitale che ha perso la bussola. Il fatto che tu provi questo odio feroce dimostra che c'è una parte di te che vuole disperatamente vivere e che ti sta inviando un segnale d'allarme estremo perché il limite è stato superato da un pezzo. Non sei uno "sfigato" e non sei solo; ci sono molte persone nella tua situazione che però rimangono invisibili, chiuse come te nel proprio isolamento.
La priorità assoluta ora non è trovare la ragazza o l'amico, ma riprenderti l'aria.
Non vergognarti di cercare un supporto professionale per quei pensieri bui, perché quando la rabbia diventa autodistruttiva serve qualcuno che ti aiuti a disinnescare la miccia.
Cordialmente
Dott.ssa Tornaghi
Buonasera,
nelle sue parole si avverte un livello di sofferenza molto intenso, fatto di rabbia, frustrazione e anche di una fatica profonda che sembra aver preso spazio nel tempo.
Da ciò che racconta, sembra che si sia costruita dentro di lei una narrazione molto dura su di sé: il sentirsi indietro, inferiore, come se ci fosse un confronto continuo con gli altri che la lascia sempre in una posizione di svantaggio. In questo confronto, ogni esperienza mancata — le relazioni, le amicizie, la libertà — sembra diventare la prova di qualcosa che “non va” in lei.
Allo stesso tempo, emerge un altro movimento molto forte: la rabbia. Una rabbia che inizialmente sembra rivolta verso l’esterno — verso le situazioni, verso ciò che non è accaduto — ma che poi sembra rivolgersi contro di lei, trasformandosi in pensieri autodistruttivi e in quella sensazione di non avere più energia per reagire.
In queste condizioni può accadere che si crei una sorta di blocco: da una parte il desiderio di cambiare, di darsi da fare per non restare fermi; dall’altra una stanchezza emotiva così intensa da togliere la spinta, come se ogni tentativo fosse già segnato da una previsione di fallimento o umiliazione.
Da una parte quindi c’è una richiesta molto forte di movimento, di vita, di possibilità; dall’altra una parte che sembra sentirsi già sconfitta, che si ritira e si attacca duramente. Questo conflitto interno può diventare estremamente logorante.
Quando scrive “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione”, sembra emergere quanto il vissuto non sia solo di mancanza, ma anche di dolore identitario, come se il valore di sé fosse messo continuamente in discussione.
Uno percorso psicologico potrebbe aiutarla a dare senso ai suoi vissuti e a questa rabbia così intensa, a comprendere cosa ha preso forma nella sua storia e come si è costruito questo sguardo così severo su di sé. Col tempo, lavorare su ciò che accade dentro di lei può permettere che quella rabbia trovi una direzione meno distruttiva e che si riapra uno spazio in cui non sia già tutto deciso in partenza.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
nelle sue parole si avverte un livello di sofferenza molto intenso, fatto di rabbia, frustrazione e anche di una fatica profonda che sembra aver preso spazio nel tempo.
Da ciò che racconta, sembra che si sia costruita dentro di lei una narrazione molto dura su di sé: il sentirsi indietro, inferiore, come se ci fosse un confronto continuo con gli altri che la lascia sempre in una posizione di svantaggio. In questo confronto, ogni esperienza mancata — le relazioni, le amicizie, la libertà — sembra diventare la prova di qualcosa che “non va” in lei.
Allo stesso tempo, emerge un altro movimento molto forte: la rabbia. Una rabbia che inizialmente sembra rivolta verso l’esterno — verso le situazioni, verso ciò che non è accaduto — ma che poi sembra rivolgersi contro di lei, trasformandosi in pensieri autodistruttivi e in quella sensazione di non avere più energia per reagire.
In queste condizioni può accadere che si crei una sorta di blocco: da una parte il desiderio di cambiare, di darsi da fare per non restare fermi; dall’altra una stanchezza emotiva così intensa da togliere la spinta, come se ogni tentativo fosse già segnato da una previsione di fallimento o umiliazione.
Da una parte quindi c’è una richiesta molto forte di movimento, di vita, di possibilità; dall’altra una parte che sembra sentirsi già sconfitta, che si ritira e si attacca duramente. Questo conflitto interno può diventare estremamente logorante.
Quando scrive “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione”, sembra emergere quanto il vissuto non sia solo di mancanza, ma anche di dolore identitario, come se il valore di sé fosse messo continuamente in discussione.
Uno percorso psicologico potrebbe aiutarla a dare senso ai suoi vissuti e a questa rabbia così intensa, a comprendere cosa ha preso forma nella sua storia e come si è costruito questo sguardo così severo su di sé. Col tempo, lavorare su ciò che accade dentro di lei può permettere che quella rabbia trovi una direzione meno distruttiva e che si riapra uno spazio in cui non sia già tutto deciso in partenza.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Leggendo le tue parole si sente forte e chiaro quanto tu sia esausto. Non è solo stanchezza fisica per le ore passate in negozio, è una stanchezza dell'anima, quella di chi sente di correre su un tapis roulant che non porta da nessuna parte mentre gli altri, fuori, sembrano volare.
Capisco profondamente il fastidio per le frasi fatte come "ognuno ha i suoi tempi". Quando sei immerso nella frustrazione, suonano come una presa in giro, perché tu senti che i tuoi tempi sono bloccati da una realtà che ti sta mangiando vivo: quel negozio che oggi non è solo un lavoro, ma una gabbia che ti toglie l'aria e la libertà di essere un ventottenne.
Da psicologo, vorrei dirti che la rabbia che provi, anche se ora è diventata autodistruttiva e ti fa fare "cattivi pensieri", in realtà è un segnale di ribellione. Una parte di te sa che meriti di meglio e sta urlando perché non accetta più questa umiliazione. Il problema è che, restando chiuso lì dentro h24, non hai lo spazio fisico e mentale per incontrare nessuno, e questo alimenta l'idea di essere "inferiore" o "sfigato". Ma non è un difetto di fabbrica tuo: è l'isolamento che produce questi mostri.
Non hai "bruciato" i tuoi anni, li hai impiegati in un modo che ora non ti somiglia più. A 28 o 29 anni non devi fare il quindicenne, devi semplicemente darti il permesso di iniziare a vivere alle tue condizioni. Vendere quel negozio non sarà solo un affare economico, ma il primo passo per riprenderti la tua vita e uscire da quel ruolo di "vittima del dovere" in cui sei incastrato.
Ti senti così a terra che rialzarti da solo sembra impossibile, ed è normale che sia così. Non restare solo con questi pensieri oscuri: a volte serve una mano esterna per vedere che fuori da quella vetrina c'è un mondo che ti aspetta e che non ti giudica come fai tu. Se pensi di non farcela da solo o le persone vicino a te non ti bastano, chiedi aiuto ad un professionista del settore che saprà sicuramente aiutarti passo passo nel tuo percorso personale
Capisco profondamente il fastidio per le frasi fatte come "ognuno ha i suoi tempi". Quando sei immerso nella frustrazione, suonano come una presa in giro, perché tu senti che i tuoi tempi sono bloccati da una realtà che ti sta mangiando vivo: quel negozio che oggi non è solo un lavoro, ma una gabbia che ti toglie l'aria e la libertà di essere un ventottenne.
Da psicologo, vorrei dirti che la rabbia che provi, anche se ora è diventata autodistruttiva e ti fa fare "cattivi pensieri", in realtà è un segnale di ribellione. Una parte di te sa che meriti di meglio e sta urlando perché non accetta più questa umiliazione. Il problema è che, restando chiuso lì dentro h24, non hai lo spazio fisico e mentale per incontrare nessuno, e questo alimenta l'idea di essere "inferiore" o "sfigato". Ma non è un difetto di fabbrica tuo: è l'isolamento che produce questi mostri.
Non hai "bruciato" i tuoi anni, li hai impiegati in un modo che ora non ti somiglia più. A 28 o 29 anni non devi fare il quindicenne, devi semplicemente darti il permesso di iniziare a vivere alle tue condizioni. Vendere quel negozio non sarà solo un affare economico, ma il primo passo per riprenderti la tua vita e uscire da quel ruolo di "vittima del dovere" in cui sei incastrato.
Ti senti così a terra che rialzarti da solo sembra impossibile, ed è normale che sia così. Non restare solo con questi pensieri oscuri: a volte serve una mano esterna per vedere che fuori da quella vetrina c'è un mondo che ti aspetta e che non ti giudica come fai tu. Se pensi di non farcela da solo o le persone vicino a te non ti bastano, chiedi aiuto ad un professionista del settore che saprà sicuramente aiutarti passo passo nel tuo percorso personale
Le sue parole restituiscono una sofferenza profonda, fatta di frustrazione, rabbia e senso di confronto costante con gli altri. È comprensibile che, vivendo una situazione che percepisce come bloccata e insoddisfacente, queste emozioni diventino così intense.
Allo stesso tempo, può essere utile soffermarsi proprio sulla rabbia che descrive: la rabbia, di per sé, non è un’emozione “sbagliata”. Anzi, è un segnale potente che indica che qualcosa nella propria vita non sta andando nella direzione desiderata. Il punto è come viene utilizzata: può diventare distruttiva, quando si trasforma in autosvalutazione e blocco, oppure trasformativa, quando viene canalizzata come energia per il cambiamento.
In questo momento sembra che la sua rabbia si stia rivolgendo contro di lei, portandola a sentirsi “inferiore” e a perdere motivazione. Ma quella stessa energia potrebbe, gradualmente, essere orientata verso piccoli passi concreti: modificare una situazione lavorativa che non la soddisfa, creare occasioni nuove, esporsi con gradualità a contesti diversi.
Il confronto con gli altri, soprattutto in termini di “ritardo”, rischia di diventare una trappola che alimenta solo il senso di inadeguatezza. Non esiste un’unica linea temporale valida per tutti, ma esiste la possibilità, in ogni momento, di rimettere in movimento qualcosa, anche partendo da condizioni difficili.
Considerata l’intensità dei pensieri che descrive (stanchezza, autosvalutazione, pensieri negativi ricorrenti), potrebbe essere molto importante non affrontare tutto questo da solo. Uno spazio di supporto psicologico potrebbe aiutarla a trasformare questa rabbia in una risorsa e a ricostruire un senso di direzione più sostenibile.
Un cordiale saluto.
Allo stesso tempo, può essere utile soffermarsi proprio sulla rabbia che descrive: la rabbia, di per sé, non è un’emozione “sbagliata”. Anzi, è un segnale potente che indica che qualcosa nella propria vita non sta andando nella direzione desiderata. Il punto è come viene utilizzata: può diventare distruttiva, quando si trasforma in autosvalutazione e blocco, oppure trasformativa, quando viene canalizzata come energia per il cambiamento.
In questo momento sembra che la sua rabbia si stia rivolgendo contro di lei, portandola a sentirsi “inferiore” e a perdere motivazione. Ma quella stessa energia potrebbe, gradualmente, essere orientata verso piccoli passi concreti: modificare una situazione lavorativa che non la soddisfa, creare occasioni nuove, esporsi con gradualità a contesti diversi.
Il confronto con gli altri, soprattutto in termini di “ritardo”, rischia di diventare una trappola che alimenta solo il senso di inadeguatezza. Non esiste un’unica linea temporale valida per tutti, ma esiste la possibilità, in ogni momento, di rimettere in movimento qualcosa, anche partendo da condizioni difficili.
Considerata l’intensità dei pensieri che descrive (stanchezza, autosvalutazione, pensieri negativi ricorrenti), potrebbe essere molto importante non affrontare tutto questo da solo. Uno spazio di supporto psicologico potrebbe aiutarla a trasformare questa rabbia in una risorsa e a ricostruire un senso di direzione più sostenibile.
Un cordiale saluto.
Buonasera, è positivo che abbia iniziato a fare delle riflessioni su se stesso e su ciò che vorrebbe.
Buonasera,
quello che descrive è molto doloroso e comprensibile: sentirsi “indietro” rispetto agli altri può generare una forte frustrazione, soprattutto quando si ha la sensazione di non avere occasioni per cambiare le cose. La rabbia che prova, così intensa da diventare autodiretta, è spesso il segnale di una sofferenza profonda e di un senso di ingiustizia accumulato nel tempo.
È importante chiarire un punto: il fatto di non aver avuto ancora relazioni o una vita sociale soddisfacente non la rende inferiore. Questa è una convinzione che nasce dal confronto continuo con gli altri, ma ogni percorso di vita è influenzato da molte variabili (contesto, opportunità, esperienze, momenti di difficoltà). Quando però il confronto diventa costante e rigido, finisce per alimentare pensieri molto duri verso sé stessi, come quelli che descrive.
La rabbia che sente potrebbe essere legata a più fattori:
senso di blocco (lavorativo e personale)
mancanza di spazi e libertà
isolamento sociale
aspettative su come “dovrebbe” essere la sua vita a 28 anni
Quando questa rabbia non trova uno sfogo costruttivo, può trasformarsi in autocritica, autosvalutazione e pensieri autodistruttivi, come se si rivolgesse contro di sé. Questo è un meccanismo psicologico abbastanza frequente: invece di dirigere la frustrazione verso il cambiamento, si finisce per colpevolizzarsi e sentirsi “sbagliati”.
Un altro aspetto importante è la stanchezza e la demotivazione che descrive: il fatto di sentirsi senza energie e di non avere più voglia di “rialzarsi” può indicare uno stato di esaurimento emotivo o anche un inizio di umore depresso, soprattutto se accompagnato da pensieri negativi ricorrenti.
Rispetto alle relazioni: non esiste un “tempo giusto” valido per tutti. È vero che dirsi “ognuno ha i suoi tempi” può suonare vuoto, ma è altrettanto vero che le relazioni non si sviluppano in modo lineare né seguono tappe obbligatorie. Inoltre, iniziare più tardi non significa essere “inadeguati”: spesso significa avere meno esperienza, ma non meno valore o possibilità.
In questo momento, più che forzarsi a “recuperare il tempo perso”, potrebbe essere utile:
lavorare sul modo in cui si percepisce e si giudica
ridurre il confronto costante con gli altri
creare piccoli spazi di cambiamento concreti (anche minimi)
comprendere e gestire la rabbia senza rivolgerla contro sé stesso
Infine, voglio sottolineare con attenzione ciò che scrive: “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione” e “faccio cattivi pensieri”. Questi segnali meritano ascolto e supporto, perché indicano una sofferenza che non va affrontata da soli.
Per questo motivo, le consiglio vivamente di rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta, per avere uno spazio in cui poter esprimere liberamente queste emozioni, comprendere cosa sta succedendo e costruire gradualmente un percorso di cambiamento concreto e sostenibile.
Non è solo in quello che sta vivendo, e soprattutto non è “inferiore”: è una persona in difficoltà che ha bisogno di strumenti e supporto adeguati.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrive è molto doloroso e comprensibile: sentirsi “indietro” rispetto agli altri può generare una forte frustrazione, soprattutto quando si ha la sensazione di non avere occasioni per cambiare le cose. La rabbia che prova, così intensa da diventare autodiretta, è spesso il segnale di una sofferenza profonda e di un senso di ingiustizia accumulato nel tempo.
È importante chiarire un punto: il fatto di non aver avuto ancora relazioni o una vita sociale soddisfacente non la rende inferiore. Questa è una convinzione che nasce dal confronto continuo con gli altri, ma ogni percorso di vita è influenzato da molte variabili (contesto, opportunità, esperienze, momenti di difficoltà). Quando però il confronto diventa costante e rigido, finisce per alimentare pensieri molto duri verso sé stessi, come quelli che descrive.
La rabbia che sente potrebbe essere legata a più fattori:
senso di blocco (lavorativo e personale)
mancanza di spazi e libertà
isolamento sociale
aspettative su come “dovrebbe” essere la sua vita a 28 anni
Quando questa rabbia non trova uno sfogo costruttivo, può trasformarsi in autocritica, autosvalutazione e pensieri autodistruttivi, come se si rivolgesse contro di sé. Questo è un meccanismo psicologico abbastanza frequente: invece di dirigere la frustrazione verso il cambiamento, si finisce per colpevolizzarsi e sentirsi “sbagliati”.
Un altro aspetto importante è la stanchezza e la demotivazione che descrive: il fatto di sentirsi senza energie e di non avere più voglia di “rialzarsi” può indicare uno stato di esaurimento emotivo o anche un inizio di umore depresso, soprattutto se accompagnato da pensieri negativi ricorrenti.
Rispetto alle relazioni: non esiste un “tempo giusto” valido per tutti. È vero che dirsi “ognuno ha i suoi tempi” può suonare vuoto, ma è altrettanto vero che le relazioni non si sviluppano in modo lineare né seguono tappe obbligatorie. Inoltre, iniziare più tardi non significa essere “inadeguati”: spesso significa avere meno esperienza, ma non meno valore o possibilità.
In questo momento, più che forzarsi a “recuperare il tempo perso”, potrebbe essere utile:
lavorare sul modo in cui si percepisce e si giudica
ridurre il confronto costante con gli altri
creare piccoli spazi di cambiamento concreti (anche minimi)
comprendere e gestire la rabbia senza rivolgerla contro sé stesso
Infine, voglio sottolineare con attenzione ciò che scrive: “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione” e “faccio cattivi pensieri”. Questi segnali meritano ascolto e supporto, perché indicano una sofferenza che non va affrontata da soli.
Per questo motivo, le consiglio vivamente di rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta, per avere uno spazio in cui poter esprimere liberamente queste emozioni, comprendere cosa sta succedendo e costruire gradualmente un percorso di cambiamento concreto e sostenibile.
Non è solo in quello che sta vivendo, e soprattutto non è “inferiore”: è una persona in difficoltà che ha bisogno di strumenti e supporto adeguati.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, dalle tue parole emerge una sofferenza intensa, fatta di rabbia, frustrazione, senso di inferiorità e stanchezza profonda. Quando questi sentimenti si accumulano, è comprensibile arrivare a pensieri autodistruttivi o alla convinzione di essere “indietro” rispetto agli altri. Tuttavia, il dolore che descrivi non indica che tu sia inferiore: indica che stai attraversando un momento molto difficile, in cui diversi fattori (isolamento, lavoro che ti limita, mancanza di relazioni, aspettative su te stesso) si sono sommati e hanno pesato enormemente sul tuo benessere. Il confronto continuo con gli altri, soprattutto sull’età e sulle relazioni, può diventare particolarmente doloroso. Spesso vediamo solo l’apparenza dei percorsi altrui e questo aumenta la sensazione di essere fuori tempo. In realtà, le traiettorie di vita non sono lineari e non esiste un’età “giusta” per costruire relazioni o cambiare direzione. La sensazione di aver “perso gli anni migliori” è molto comune quando si è bloccati, ma non corrisponde alla realtà: ciò che conta è la possibilità di rimettersi in movimento, anche con piccoli passi. La rabbia che descrivi è importante: non è qualcosa da reprimere, ma un segnale. Spesso nasce quando ci si sente impotenti o intrappolati. Nel tuo caso, il lavoro nel negozio che ti assorbe h24 e non ti dà soddisfazione sembra contribuire molto alla sensazione di blocco. Non avere spazi personali, relazionali e di svago rende difficile anche solo immaginare un cambiamento. È comprensibile che tu ti senta stanco e demotivato. Quello che preoccupa maggiormente, però, sono i pensieri autodistruttivi e il senso di odio verso te stesso. Quando si arriva a questo livello di sofferenza, è davvero importante non restare soli. Parlare con un professionista della salute mentale (psicologo o psicoterapeuta) potrebbe offrirti uno spazio sicuro per elaborare la rabbia, la frustrazione e la sensazione di fallimento, e per costruire strategie concrete per uscire da questa fase. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un atto di responsabilità verso se stessi. Potrebbe essere utile iniziare con obiettivi molto piccoli e realistici, senza pretendere di cambiare tutto subito:
- ritagliarti anche poco tempo fuori dal negozio, se possibile
- introdurre una singola attività settimanale che ti metta in contatto con altre persone
- lavorare su un piano concreto per la vendita del negozio, passo dopo passo
- ridurre il confronto continuo con gli altri, che alimenta il senso di inferiorità
Non sei l’unico a vivere queste difficoltà, anche se ora ti senti isolato. Molte persone attraversano periodi in cui si sentono “bloccate” e lontane dai traguardi desiderati. Questo non definisce il tuo valore personale. Il fatto stesso che tu abbia espresso tutto questo indica che una parte di te desidera ancora cambiare e stare meglio.
Se i pensieri autodistruttivi diventano più intensi o senti di perdere il controllo, è importante contattare subito qualcuno di fiducia o un servizio di supporto. Non devi affrontare tutto da solo. Meriti di costruire una vita che non sia basata sull’umiliazione, ma sul rispetto di te stesso e sulle tue possibilità. Anche se ora sembra difficile, il cambiamento può iniziare da piccoli passi concreti e dal chiedere il supporto giusto.
- ritagliarti anche poco tempo fuori dal negozio, se possibile
- introdurre una singola attività settimanale che ti metta in contatto con altre persone
- lavorare su un piano concreto per la vendita del negozio, passo dopo passo
- ridurre il confronto continuo con gli altri, che alimenta il senso di inferiorità
Non sei l’unico a vivere queste difficoltà, anche se ora ti senti isolato. Molte persone attraversano periodi in cui si sentono “bloccate” e lontane dai traguardi desiderati. Questo non definisce il tuo valore personale. Il fatto stesso che tu abbia espresso tutto questo indica che una parte di te desidera ancora cambiare e stare meglio.
Se i pensieri autodistruttivi diventano più intensi o senti di perdere il controllo, è importante contattare subito qualcuno di fiducia o un servizio di supporto. Non devi affrontare tutto da solo. Meriti di costruire una vita che non sia basata sull’umiliazione, ma sul rispetto di te stesso e sulle tue possibilità. Anche se ora sembra difficile, il cambiamento può iniziare da piccoli passi concreti e dal chiedere il supporto giusto.
Caro,
la sua rabbia sembra il segno di un tempo che si è fermato tra le mura di un negozio, mentre fuori la vita degli altri corre. Forse questo odiarsi è l'unico modo che ha trovato per rispondere a un'attesa che le sembra infinita.
Proprio perché questi pensieri si fanno pesanti, potrebbe essere utile portare questa stanchezza a un professionista. Trasformare il silenzio del negozio in una parola rivolta a qualcuno potrebbe aiutarla a ritrovare un suo spazio.
Un cordiale saluto.
la sua rabbia sembra il segno di un tempo che si è fermato tra le mura di un negozio, mentre fuori la vita degli altri corre. Forse questo odiarsi è l'unico modo che ha trovato per rispondere a un'attesa che le sembra infinita.
Proprio perché questi pensieri si fanno pesanti, potrebbe essere utile portare questa stanchezza a un professionista. Trasformare il silenzio del negozio in una parola rivolta a qualcuno potrebbe aiutarla a ritrovare un suo spazio.
Un cordiale saluto.
Buonasera,
quello che sta esprimendo ha un’intensità molto forte, e merita di essere preso sul serio senza sminuirlo con frasi fatte. La rabbia, la frustrazione e quel senso di essere “indietro” rispetto agli altri non nascono dal nulla: sembrano il risultato di anni vissuti con poche possibilità di apertura, con un lavoro che la tiene bloccata lì tutto il giorno e con pochi spazi per costruire relazioni o esperienze diverse. In queste condizioni, è quasi inevitabile iniziare a confrontarsi con gli altri in modo duro e sentirsi penalizzati.
Il punto però è che, a un certo momento, questa rabbia invece di restare diretta verso la situazione si è rivolta contro di lei. Quando parla di sentirsi “inferiore”, di definirsi in modo così svalutante, e di avere pensieri autodistruttivi, si percepisce proprio questo passaggio: non è più solo la vita che non le sta dando quello che vorrebbe, ma è come se fosse diventato lei stesso il bersaglio. Ed è lì che la sofferenza si amplifica molto.
Capisco anche il rifiuto di sentirsi dire “ognuno ha i suoi tempi”, perché quando si è dentro questa fatica quella frase suona vuota, quasi come una giustificazione passiva. Allo stesso tempo però, il confronto che fa con ragazzi più giovani la intrappola in una logica rigida: come se esistesse una linea unica e chi non la segue fosse automaticamente “indietro” o “sbagliato”. La realtà è che il suo percorso è stato diverso, più limitato sotto certi aspetti, e questo ha avuto delle conseguenze concrete, non è una colpa né una inferiorità.
C’è anche un altro aspetto importante: vivere h24 dentro un negozio che non le piace e che vuole vendere significa stare costantemente in un ambiente che le ricorda ciò che non va. È molto difficile costruire motivazione, relazioni o energia mentale quando si è immersi tutto il giorno in qualcosa che si percepisce come una gabbia. La stanchezza e il nervosismo che descrive non sono segni di debolezza, ma il risultato di una pressione continua senza vie di sfogo.
Quando dice “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione”, si sente quanto sia diventata intollerabile per lei questa percezione di sé. Ed è proprio qui che serve fare attenzione: quella che vive come “umiliazione” non è un dato oggettivo, ma uno sguardo durissimo che ha interiorizzato su di sé. Non è l’unico a trovarsi in questa situazione, anche se in questo momento può sembrarle così isolata e unica.
Più che chiedersi se è “inferiore”, può essere utile iniziare a distinguere tra ciò che è davvero sotto il suo controllo e ciò che non lo è stato finora. Non ha avuto molte occasioni per costruire relazioni, ma questo non significa che non ne sarà mai capace. Tuttavia, prima ancora di pensare a una relazione o agli altri, c’è da lavorare su questo livello di rabbia e auto-ostilità, perché altrimenti qualunque tentativo rischia di spegnersi subito, come sta già succedendo.
In questo momento, il fatto che dica di non avere più voglia di rialzarsi e di avere pensieri cattivi è un segnale importante. Non è qualcosa da gestire da solo stringendo i denti. Parlare con un professionista potrebbe aiutarla a dare una direzione a tutta questa energia che ora è bloccata e rivolta contro di sé, e a trasformarla in qualcosa di più costruttivo. Non perché lei sia “sbagliato”, ma perché sta affrontando una fase molto pesante e ha bisogno di un supporto reale.
Non è definito da ciò che non è successo finora. In questo momento è una persona stanca, arrabbiata e frustrata, ma questo non esaurisce quello che può diventare, soprattutto se riesce a non restare da solo dentro questi pensieri.
quello che sta esprimendo ha un’intensità molto forte, e merita di essere preso sul serio senza sminuirlo con frasi fatte. La rabbia, la frustrazione e quel senso di essere “indietro” rispetto agli altri non nascono dal nulla: sembrano il risultato di anni vissuti con poche possibilità di apertura, con un lavoro che la tiene bloccata lì tutto il giorno e con pochi spazi per costruire relazioni o esperienze diverse. In queste condizioni, è quasi inevitabile iniziare a confrontarsi con gli altri in modo duro e sentirsi penalizzati.
Il punto però è che, a un certo momento, questa rabbia invece di restare diretta verso la situazione si è rivolta contro di lei. Quando parla di sentirsi “inferiore”, di definirsi in modo così svalutante, e di avere pensieri autodistruttivi, si percepisce proprio questo passaggio: non è più solo la vita che non le sta dando quello che vorrebbe, ma è come se fosse diventato lei stesso il bersaglio. Ed è lì che la sofferenza si amplifica molto.
Capisco anche il rifiuto di sentirsi dire “ognuno ha i suoi tempi”, perché quando si è dentro questa fatica quella frase suona vuota, quasi come una giustificazione passiva. Allo stesso tempo però, il confronto che fa con ragazzi più giovani la intrappola in una logica rigida: come se esistesse una linea unica e chi non la segue fosse automaticamente “indietro” o “sbagliato”. La realtà è che il suo percorso è stato diverso, più limitato sotto certi aspetti, e questo ha avuto delle conseguenze concrete, non è una colpa né una inferiorità.
C’è anche un altro aspetto importante: vivere h24 dentro un negozio che non le piace e che vuole vendere significa stare costantemente in un ambiente che le ricorda ciò che non va. È molto difficile costruire motivazione, relazioni o energia mentale quando si è immersi tutto il giorno in qualcosa che si percepisce come una gabbia. La stanchezza e il nervosismo che descrive non sono segni di debolezza, ma il risultato di una pressione continua senza vie di sfogo.
Quando dice “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione”, si sente quanto sia diventata intollerabile per lei questa percezione di sé. Ed è proprio qui che serve fare attenzione: quella che vive come “umiliazione” non è un dato oggettivo, ma uno sguardo durissimo che ha interiorizzato su di sé. Non è l’unico a trovarsi in questa situazione, anche se in questo momento può sembrarle così isolata e unica.
Più che chiedersi se è “inferiore”, può essere utile iniziare a distinguere tra ciò che è davvero sotto il suo controllo e ciò che non lo è stato finora. Non ha avuto molte occasioni per costruire relazioni, ma questo non significa che non ne sarà mai capace. Tuttavia, prima ancora di pensare a una relazione o agli altri, c’è da lavorare su questo livello di rabbia e auto-ostilità, perché altrimenti qualunque tentativo rischia di spegnersi subito, come sta già succedendo.
In questo momento, il fatto che dica di non avere più voglia di rialzarsi e di avere pensieri cattivi è un segnale importante. Non è qualcosa da gestire da solo stringendo i denti. Parlare con un professionista potrebbe aiutarla a dare una direzione a tutta questa energia che ora è bloccata e rivolta contro di sé, e a trasformarla in qualcosa di più costruttivo. Non perché lei sia “sbagliato”, ma perché sta affrontando una fase molto pesante e ha bisogno di un supporto reale.
Non è definito da ciò che non è successo finora. In questo momento è una persona stanca, arrabbiata e frustrata, ma questo non esaurisce quello che può diventare, soprattutto se riesce a non restare da solo dentro questi pensieri.
Buonasera,
grazie per aver condiviso così apertamente ciò che sta vivendo. È comprensibile sentirsi frustrati, arrabbiati e sopraffatti quando ci si confronta con gli altri e si percepisce di essere “in ritardo” nella vita o nelle relazioni. Questi sentimenti non indicano che lei sia “inferiore” o “sbagliato”; sono reazioni naturali di fronte a momenti di stallo o insoddisfazione.
Per comprendere meglio la sua esperienza e trovare modi per affrontarla, potrebbe essere utile riflettere su alcune domande:
- Ci sono momenti o attività in cui sente di avere un po’ di energia o soddisfazione, anche minima?
- Quali valori o desideri sente più importanti per la sua vita, al di là dei confronti con gli altri?
- C’è qualche esperienza passata che sente di non aver elaborato e che influenza il modo in cui si guarda oggi?
Rispondere a queste domande può aiutare a mettere ordine nei pensieri e capire da dove partire per ritrovare motivazione e fiducia
grazie per aver condiviso così apertamente ciò che sta vivendo. È comprensibile sentirsi frustrati, arrabbiati e sopraffatti quando ci si confronta con gli altri e si percepisce di essere “in ritardo” nella vita o nelle relazioni. Questi sentimenti non indicano che lei sia “inferiore” o “sbagliato”; sono reazioni naturali di fronte a momenti di stallo o insoddisfazione.
Per comprendere meglio la sua esperienza e trovare modi per affrontarla, potrebbe essere utile riflettere su alcune domande:
- Ci sono momenti o attività in cui sente di avere un po’ di energia o soddisfazione, anche minima?
- Quali valori o desideri sente più importanti per la sua vita, al di là dei confronti con gli altri?
- C’è qualche esperienza passata che sente di non aver elaborato e che influenza il modo in cui si guarda oggi?
Rispondere a queste domande può aiutare a mettere ordine nei pensieri e capire da dove partire per ritrovare motivazione e fiducia
Buonasera, mi dispiace per ciò che sta vivendo.
Mi colpisce il dialogo che lei ha con se stesso, è molto svalutante, severo e aggressivo.
Sicuramente questo incide negativamente sul raggiungimento dei suoi risultati ed è fonte di sofferenza per lei. Può succedere in giovane età di vivere periodi forti crisi dai quali si può ripartire. Per sciogliere la rabbia, la frustrazione e l'insoddisfazione è necessario riprendere contatto con se stessi in un tempo e in uno spazio dedicati, anche grazie all'aiuto di un professionista, prima di ripartire pragmaticamente nella costruzione di progetti e obiettivi da raggiungere. Da qui si può ripartire, anche considerando la sua giovane età. Rimango disponibile, cordiali saluti
Mi colpisce il dialogo che lei ha con se stesso, è molto svalutante, severo e aggressivo.
Sicuramente questo incide negativamente sul raggiungimento dei suoi risultati ed è fonte di sofferenza per lei. Può succedere in giovane età di vivere periodi forti crisi dai quali si può ripartire. Per sciogliere la rabbia, la frustrazione e l'insoddisfazione è necessario riprendere contatto con se stessi in un tempo e in uno spazio dedicati, anche grazie all'aiuto di un professionista, prima di ripartire pragmaticamente nella costruzione di progetti e obiettivi da raggiungere. Da qui si può ripartire, anche considerando la sua giovane età. Rimango disponibile, cordiali saluti
Buonasera, grazie per aver condiviso in modo così diretto quello che sta vivendo. Le sue parole trasmettono una sofferenza intensa, fatta di rabbia, frustrazione e anche di una stanchezza profonda, come se si sentisse bloccato in una situazione che non ha scelto e dalla quale non riesce a uscire. Quando queste sensazioni si accumulano nel tempo, è comprensibile che possano trasformarsi anche in pensieri molto duri verso se stessi. Il punto da cui partire è proprio questo: il modo in cui si sta raccontando la sua storia. Definirsi “inferiore” o usare etichette così pesanti non è un dato oggettivo, ma una lettura che la mente costruisce nel tentativo di dare un senso a ciò che sta vivendo. Il problema è che più questi pensieri vengono ripetuti, più diventano credibili e più influenzano il modo in cui si sente e si comporta. È come entrare in un circolo in cui la rabbia alimenta il blocco, il blocco alimenta la frustrazione, e la frustrazione rafforza l’idea di essere indietro o sbagliato. Quando si confronta con gli altri, soprattutto con chi sembra più avanti nelle relazioni o nella vita sociale, il rischio è quello di fare paragoni che non tengono conto del contesto. Ognuno arriva a certe esperienze attraverso percorsi diversi, ma soprattutto con condizioni di partenza diverse. Il fatto che lei sia rimasto per tanto tempo in una situazione lavorativa che la tiene impegnato tutto il giorno, con poca libertà e poca soddisfazione, non è un dettaglio da poco. Ha inciso concretamente sulle possibilità di fare esperienze, conoscere persone, costruire relazioni. La rabbia che sente non è un nemico da eliminare, ma un segnale. Indica che qualcosa, dentro la sua vita, non le sta più bene. Il rischio, però, è che questa rabbia invece di diventare una spinta al cambiamento si rivolga contro di lei, trasformandosi in autosvalutazione e in quella sensazione di non avere più energie per fare nulla. È proprio questo passaggio che spesso mantiene il blocco. Anche i pensieri più estremi, quelli che parlano di non voler vivere certe condizioni, meritano molta attenzione. Non vanno ignorati né presi alla leggera, perché raccontano quanto la sofferenza sia diventata pesante. Allo stesso tempo, il fatto che lei sia qui a scrivere indica che una parte di lei sta ancora cercando una via d’uscita, anche se adesso può sembrare lontana. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, il lavoro non parte dal cambiare tutto subito, ma dal comprendere come funzionano questi meccanismi. Capire come nasce il senso di inferiorità, come si alimenta nel tempo, quali situazioni lo attivano e quali comportamenti lo mantengono. Spesso si scopre che non è una caratteristica della persona, ma il risultato di esperienze, abitudini e pensieri che si sono strutturati nel tempo e che possono essere modificati. In questo momento lei si trova in una fase in cui sente di non avere energia per reagire. Forzarsi a fare grandi cambiamenti potrebbe risultare ancora più frustrante. Può essere più utile iniziare a spostare leggermente lo sguardo, provando a interrompere quel dialogo interno così duro e automatico, anche solo riconoscendolo per quello che è, cioè un pensiero, non una verità assoluta. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla proprio in questo, a fare ordine, a capire da dove nasce questa sensazione di ritardo e inferiorità, e a costruire gradualmente un modo diverso di stare nelle situazioni e nelle relazioni. Non si tratta di recuperare il tempo perso o di diventare come gli altri, ma di costruire una traiettoria che abbia senso per lei, partendo da dove si trova oggi. Quello che sta vivendo non la definisce come persona. È una fase difficile, intensa, ma che può essere compresa e affrontata con gli strumenti giusti e con il giusto supporto. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, le consiglio un percorso psicologico che l'auti a ritrovare fiducia in se stesso. Cordiali saluti.
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