Buonasera,ci tengo a ringraziarvi anticipatamente per l’attenzione e mi scuso se mi dilungo nel racc
Buonasera,ci tengo a ringraziarvi anticipatamente per l’attenzione e mi scuso se mi dilungo nel raccontare la mia storia.. É un’anno che soffro di ansia,all’inizio visto i dolori e fastidi generici,ho fatto visite su visite per non parlare di tutte le volte che sono andato in ospedale convinto di morire da un momento all’altro. Da 5 mesi sono arrivati i cosiddetti sintomi psicosomatici e praticamente ho sempre dolori/pressioni alla zona del cuore,alla spalla, fiato corto e lo stomaco praticamente non funziona più come prima.Ho costantemente dolori addominali,digestione lenta o veloce,pressione forte allo stomaco che mi spezza il fiato,spasmi,nausea,vomito, sbandamenti e mal di testa in più noto che le feci non sono più come prima. (Colore giallo o marrone chiaro a grumi) c’è stato un periodo che l’ansia mi ha causato un Fecaloma e non sono riuscito ad andare in bagno per 10 giorni. Ho intrapreso un percorso psicologico e oltre alle sedute sto prendendo delle gocce alle erbe prescritte da lei (Rescue Remedy) (Rock Rose) Non noto miglioramenti quindi il dubbio di aver mancato qualche visita non nego che mi passa per la testa. Penso anche di non aver trovato la strada giusta che attualmente fa per me e vorrei chiedervi in questi casi come si fa a spegnere questo interruttore che porta tutto questo malessere?? Secondo voi dovrò ricorrere ai farmaci per riuscire a risolvere questa fase orribile della mia vita? I sintomi sono talmente forti che ci sono giorni che non riesco a stare in nessun modo ma nonostante tutto mi faccio forza ed esco di casa pur stando malissimo e vado a lavorare. Vi chiedo anche se tutti i sintomi da me elencati sono normali quando si ha l’ansia e cosa può portare nel tempo al mio corpo e alla mia testa uno stato così stremante quotidiano. Grazie ancora per l’attenzione e spero di ricevere risposte non scontate. Vi ringrazio ancora per l’attenzione e buon Ferragosto💛
18 risposte
Gentile Utente, capisco perché, quando il corpo sembra parlare continuamente attraverso dolore, nausea, pressione e mancanza d’aria, diventi difficile distinguere ciò che appartiene all’ansia da ciò che richiede un approfondimento medico. E dopo mesi così, è comprensibile sentirsi stanchi e spaventati. L’ansia può effettivamente produrre manifestazioni fisiche molto intense, soprattutto a livello gastrointestinale e muscolare, e può instaurare un circolo in cui la paura aumenta le sensazioni e le sensazioni alimentano ulteriormente la paura. Tuttavia, non sarebbe corretto attribuire automaticamente tutti i sintomi all’ansia: alcuni disturbi che descrive, in particolare le modificazioni persistenti dell’alvo e della digestione, meritano di essere discussi con il medico curante, che potrà valutare se siano necessari ulteriori accertamenti. Allo stesso tempo, credo sia importante non continuare a cercare continuamente una nuova visita come risposta all'ansia: se ogni sensazione diventa una possibile malattia, la rassicurazione dura poco e il circuito ricomincia. Il percorso psicologico che ha iniziato può essere una buona strada, ma forse è il momento di rivalutarne insieme alla professionista l'impostazione, soprattutto considerando quanto il problema stia incidendo sulla sua vita. Se i sintomi sono così intensi e persistenti, può essere utile anche un consulto psichiatrico, per valutare se un eventuale trattamento farmacologico possa affiancare la psicoterapia. Non significa aver fallito: a volte è necessario aiutare il sistema nervoso a rallentare prima di riuscire a lavorare efficacemente su ciò che mantiene l'ansia. Più che cercare di "spegnere l'interruttore", l'obiettivo terapeutico sarà imparare a non vivere continuamente con il dito sopra quell'interruttore. E una cosa importante la sta già facendo: nonostante la paura e il malessere, continua ad uscire, lavorare e provare a vivere. Questo non è poco. È un segnale che dentro questa fase difficile esiste ancora una parte di lei che vuole tornare alla propria vita. Rimango a disposizione per eventuali chiarimenti. Dott.ssa Veronica Savio
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Buongiorno, da quello che racconta si sente quanto questa situazione sia diventata estenuante. Non parla solo di ansia, ma di un corpo che sembra essere costantemente in allarme: cuore, respiro, stomaco, intestino, testa. Quando si vive così per mesi, è comprensibile arrivare a chiedersi se sia stato trascurato qualcosa o se non si sia ancora trovata la strada giusta. L’ansia può certamente produrre sintomi fisici molto intensi. Può dare senso di oppressione al petto, fiato corto, tensioni muscolari, nausea, spasmi, alterazioni intestinali, sbandamenti, mal di testa, digestione difficile. Questo accade perché il sistema nervoso resta come acceso, in modalità pericolo, anche quando non c’è un pericolo reale immediato. Il problema è che più i sintomi spaventano, più il corpo si attiva, e più l’attivazione produce altri sintomi. Questo crea un circuito che si autoalimenta nella sofferenza. Detto questo, prima di liquidare tutto con “è solo ansia”, è necessario valutare alcuni sintomi a livello medico, soprattutto quelli gastrointestinali importanti, i cambiamenti persistenti dell’alvo, il vomito, il fecaloma e il dimagrimento se presente. Non per continuare a fare visite infinite, ma per avere un riferimento preciso che dica cosa va escluso, cosa va monitorato e cosa invece può essere ricondotto al quadro ansioso. Rispetto alla domanda sui farmaci, non è possibile stabilirlo da qui. Però, quando l’ansia è così intensa da compromettere da mesi il corpo, il sonno, l’alimentazione e la qualità della vita, una valutazione psichiatrica può essere molto utile. Non significa essere gravi o dover prendere farmaci per sempre. Significa capire se, in questa fase, un supporto farmacologico possa aiutare ad abbassare l’attivazione, rendendo anche la psicoterapia più efficace. Le gocce alle erbe possono dare a qualcuno un piccolo sostegno, ma se il quadro è così invalidante forse è comprensibile che non bastino. Lo “spegnere l’interruttore" raramente avviene di colpo. Più spesso si lavora per ridurre progressivamente l’allarme: imparare a non controllare continuamente il corpo, interrompere il bisogno di rassicurazione medica continua, riconoscere i pensieri catastrofici, recuperare routine, alimentazione, sonno e fiducia nelle sensazioni corporee. Il fatto che lei continui ad andare al lavoro e a uscire, pur stando malissimo, mostra una parte sana e resistente. Però non deve trasformare questa forza in solitudine. Forse il passo più utile ora è costruire un lavoro integrato: medico di base o specialista per il piano fisico, psicoterapia per il circuito ansia-corpo-paura, e valutazione psichiatrica se i sintomi restano così alti. Resto a disposizione, Dott. Marco Zuccon Psicologo Online - Firenze
La ringrazio per aver condiviso la sua storia con così tanta apertura e fiducia. Come psicologo clinico ad approccio relazionale-sistemico, ci tengo a offrirle una chiave di lettura diversa da quella a cui siamo abituati, che non guardi al suo malessere come a un mero "difetto da riparare", bensì come a un messaggio potente che parla della sua vita attuale. I sintomi che descrive, dalle forti tensioni e pressioni nella zona del cuore e della spalla fino ai severi disordini gastrointestinali, sono manifestazioni estremamente frequenti e tipiche delle somatizzazioni d'ansia. Lo stomaco e l'intestino vengono spesso definiti il nostro "secondo cervello" perché sono densamente popolati da terminazioni nervose e risentono in modo immediato e amplificato dei nostri stati emotivi e dello stress accumulato. L'episodio del fecaloma che ha menzionato descrive in modo quasi letterale, sia a livello fisico che psicologico, una forte tendenza inconscia a "trattenere" e a tollerare un carico emotivo eccessivo. Nel tempo, uno stato così stremante non danneggia gli organi in modo irreversibile, ma consuma una quantità enorme di energia vitale, logorando la testa e il corpo e lasciando un senso di profonda spossatezza quotidiana. Proprio per questo motivo, purtroppo non esiste un interruttore magico per spegnere istantaneamente il malessere, perché l'ansia non è un nemico esterno da eliminare, ma un segnale d'allarme interno. Nel mio modello di lavoro relazionale-sistemico non ci limitiamo ad analizzare il sintomo isolato, ma ci domandiamo a cosa serva questa ansia in questo preciso momento della sua vita, da cosa la stia proteggendo o quale stallo nelle sue relazioni quotidiane stia portando alla luce. Lei sta dimostrando una forza e un coraggio immensi nel continuare a uscire di casa e ad andare al lavoro nonostante si senta malissimo, ma a volte l'ansia arriva prepotentemente proprio quando per troppo tempo ci si è "fatti forza" da soli, ignorando i propri limiti e bisogni. È del tutto naturale che, non notando miglioramenti significativi con i rimedi naturali a base di erbe, si insinui il dubbio logorante di aver mancato qualche visita medica o di non aver intrapreso la strada terapeutica più adatta a lei. Il mio consiglio è di parlarne apertamente all'interno del suo percorso attuale per capire se vi sia la necessità di rimodulare il lavoro, focalizzandosi maggiormente sulla comprensione profonda delle sue dinamiche relazionali e sullo sblocco delle sue risorse personali per restituirle una reale autonomia. Per quanto riguarda i farmaci, non deve vederli come una sconfitta: quando i sintomi fisici sono talmente invalidanti da impedire il normale svolgimento della vita e da togliere la serenità necessaria per lavorare stabilmente su di sé in terapia, con l'aiuto di uno psichiatra può valutare un supporto farmacologico mirato; questo non risolverà da solo il problema, ma aiuterà temporaneamente ad "abbassare il volume" delle reazioni del corpo, permettendole di affrontare il percorso psicologico con maggiore lucidità e meno sofferenza. Le auguro di trovare presto uno spazio protetto, sicuro e totalmente privo di giudizio in cui accogliere questa sofferenza e trasformarla in un cambiamento positivo. Ricambio di cuore gli auguri di un sereno proseguimento.
Buonasera, e non deve assolutamente scusarsi per essersi dilungato: da quello che racconta si percepisce quanto questa situazione sia diventata invasiva e quanto sia faticoso convivere quotidianamente con la paura che possa esserci qualcosa di grave. Da un punto di vista psicologico, il meccanismo che descrive è molto compatibile con un'ansia fortemente centrata sulle sensazioni corporee e sulla paura per la propria salute. Il fatto che lei sia arrivato più volte in ospedale convinto di stare per morire e che, nonostante le visite, continui a chiedersi se sia stato trascurato qualcosa, è un elemento importante. Nell'ansia per la salute è frequente controllare il corpo, cercare rassicurazioni, fare esami e, una volta ricevuta una rassicurazione, tornare a dubitare che sia stato scoperto tutto. E c'è un aspetto fondamentale: i sintomi che sente sono reali. Non significa affatto che se sono legati all'ansia allora siano “immaginari”. L'ansia può produrre manifestazioni fisiche molto intense: dolore o pressione al petto, fiato corto, capogiri, mal di testa, nausea, crampi e disturbi intestinali, alterazioni dell'appetito e diarrea o stitichezza sono tutti sintomi che possono comparire in condizioni ansiose. Questo può creare un circolo particolarmente difficile: sensazione fisica → paura che sia qualcosa di grave → aumento dell'attenzione sul corpo → maggiore attivazione fisiologica → aumento delle sensazioni → ulteriore paura. A quel punto il corpo diventa quasi un “monitor” che lei controlla continuamente. E più lo ascolta alla ricerca di qualcosa che non va, più è facile accorgersi di ogni variazione. Detto questo, non sarebbe corretto attribuire automaticamente tutti i suoi sintomi all'ansia, soprattutto perché parla di disturbi gastrointestinali persistenti, vomito, cambiamenti delle feci e dolore/pressione toracica. Il fatto di avere già effettuato degli accertamenti è rassicurante, ma non posso stabilire da qui se siano stati sufficienti. Se alcuni sintomi sono nuovi, persistenti o stanno cambiando, è giusto parlarne con il medico di base e farsi guidare da lui sugli eventuali accertamenti necessari, senza però entrare nel ciclo di visite ed esami ripetuti esclusivamente per ottenere rassicurazione. Il dolore toracico, in particolare, non va autodiagnosticato come ansia. “Come si spegne questo interruttore?” Probabilmente non cercando di spegnerlo con la forza. L'obiettivo terapeutico non è arrivare a non sentire più alcuna sensazione fisica o non avere mai più paura. È imparare progressivamente a non interpretare ogni sensazione come un pericolo e a non reagire ad essa con controlli, rassicurazioni e fuga. Ed è molto importante quello che dice alla fine: “nonostante tutto mi faccio forza, esco e vado a lavorare”. Non sottovaluterei questo aspetto. Significa che, nonostante la paura, sta continuando a fare le cose. È una risorsa terapeutica molto importante. Quanto al percorso psicologico, non è detto che lei abbia semplicemente bisogno di “più sedute”: potrebbe essere importante capire che tipo di approccio sta utilizzando il professionista. Per l'ansia e soprattutto per il panico e l'ansia legata alla salute, gli interventi cognitivo-comportamentali hanno un ruolo importante e lavorano proprio sull'interpretazione delle sensazioni corporee, sui comportamenti di controllo e sull'esposizione graduale alle situazioni che vengono evitate. E i farmaci? Non significa che abbia “fallito” se dovesse averne bisogno. In alcuni casi psicoterapia e trattamento farmacologico possono essere utilizzati insieme. La scelta, però, deve essere fatta da medico o psichiatra, valutando la diagnosi, la gravità dei sintomi, la durata e la risposta al percorso psicologico. Per il disturbo di panico, ad esempio, le linee guida considerano gli SSRI tra le opzioni farmacologiche a lungo termine, mentre le benzodiazepine non sono raccomandate come trattamento di fondo. Infine, non penserei al suo corpo come a qualcosa che sta inevitabilmente “deteriorandosi” perché vive un periodo di ansia. Un periodo prolungato di stress può certamente essere estremamente debilitante, con stanchezza, tensione muscolare, problemi digestivi, mal di testa, difficoltà di concentrazione e un senso generale di esaurimento. Ma questo non significa che lei stia danneggiando irreversibilmente il corpo o la mente. Forse il lavoro più importante, nel suo caso, non è trovare l'esame che finalmente le dia la certezza assoluta che non ha nulla, perché quella certezza probabilmente non sarebbe mai sufficiente a lungo. È arrivare gradualmente a poter dire: “Sento qualcosa nel corpo, mi fa paura, ma non devo necessariamente scoprire subito che cosa significa. Posso tollerare questa sensazione senza trasformarla automaticamente in un'emergenza.” Questo è un obiettivo realistico della terapia. E il fatto che oggi, pur stando male, continui ad uscire, lavorare e affrontare le sue giornate mi fa pensare che una parte di lei sia già molto più forte dell'ansia che sta vivendo. Deve essere aiutata a riconoscerla e ad allenarla, anziché continuare a combattere ogni singola sensazione. Le mando un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Perugia
Salve, i farmaci aiutano nella gestione della sintomatologia, pertanto potrebbe essere utile nel breve periodo ricorrervi per abbassare il livello generale di stress e affaticamento che le sta togliendo qualità della vita; detto questo però sarebbe importante avere una diagnosi più precisa a cui fare riferimento, pertanto, suggerirei di chiedere al suo psicologo se può eventualmente fargliene una, oppure rivolgersi ad altro specialista quale uno Psicologo Clinico in grado di fargliela o uno Psicoterapeuta Funzionale (o comunque ad approccio Psico-Corporeo Integrato) formato in tal senso e in grado di prendere in considerazione e gestire l'intera gamma della sintomatologia che descrive. Saluti. Dr. Francesco Rossi.
Salve, da quello che racconta si percepisce quanto sia diventato faticoso vivere quotidianamente con questa continua paura e con sintomi così invasivi. Il fatto che, nonostante tutto, continui ad uscire e ad andare al lavoro racconta anche quanta forza stia mettendo in campo. L’ansia può manifestarsi attraverso moltissimi sintomi fisici e può creare un circolo difficile da interrompere: più si avverte un sintomo, più ci si allarma, più lo si controlla e più il corpo rimane in allerta. Questo non significa però che ogni sintomo debba essere automaticamente attribuito all’ansia: se alcuni disturbi persistono, è importante confrontarsi con il proprio medico per escludere e valutare adeguatamente eventuali cause organiche. Sul percorso psicologico, non si scoraggi se ancora non vede risultati: trovare il modo di lavorare che sia realmente adatto a lei può richiedere tempo. Anche l'eventuale utilizzo di farmaci va valutato esclusivamente con un medico o con uno psichiatra, considerando la sua situazione specifica. Forse, più che cercare di “spegnere l’interruttore” immediatamente, l’obiettivo può essere imparare gradualmente a non vivere ogni sensazione del corpo come un pericolo. È un percorso possibile, anche se adesso può sembrarle molto lontano. Le auguro davvero di ritrovare presto un po’ di quella serenità che oggi sente così distante. Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Buonasera, da ciò che racconta emerge quanto questo stato di allerta sia diventato molto pervasivo e quanto il suo corpo sia ormai diventato un “luogo” attraverso cui l’ansia si esprime e viene continuamente monitorata. In una prospettiva cognitivo-costruttivista, più che cercare di spegnere l’interruttore con la forza, può essere utile comprendere il significato che questi segnali corporei assumono per lei e il circolo che si crea tra sensazioni, interpretazioni, paura e ulteriore attivazione. L’ansia può effettivamente produrre numerosi sintomi fisici, anche gastrointestinali, ma non è possibile attribuire a distanza tutti quelli descritti all’ansia: è importante che gli accertamenti medici necessari siano stati effettuati e che eventuali nuovi o persistenti sintomi vengano valutati dal medico. Il fatto che continui a uscire e lavorare nonostante la paura rappresenta già una risorsa importante. Più che chiedersi se debba necessariamente assumere farmaci, valuterei con il curante e con lo psicologo se il percorso attuale sia sufficientemente mirato e, qualora i sintomi siano molto intensi, se sia opportuno un confronto con uno psichiatra. L’obiettivo non è eliminare ogni sensazione sgradevole, ma recuperare progressivamente la possibilità di viverla senza sentirsi costantemente in pericolo.
Buongiorno, da ciò che racconta si comprende quanto quest'ultimo anno sia stato estenuante. Vivere quasi quotidianamente sensazioni fisiche intense, temerle, cercare di capire che cosa significhino e ritrovarsi più volte con la paura che possa accadere qualcosa di grave può assorbire una quantità enorme di energie. Il fatto che, nonostante tutto, continui a uscire, andare al lavoro e cercare una soluzione mostra quanto stia provando a non lasciare che questa situazione occupi completamente la sua vita. La prima cosa importante è evitare due estremi opposti. Il primo è pensare che ogni sensazione sia necessariamente il segnale di una malattia grave. Il secondo è decidere autonomamente che qualunque sintomo sia "soltanto ansia". Ansia e stress possono effettivamente accompagnarsi a manifestazioni fisiche molto concrete, tra cui tensione o dolore al petto, sensazione di fiato corto, nausea, disturbi dello stomaco, capogiri, mal di testa e tensione muscolare. Tuttavia questo non consente, attraverso un messaggio, di attribuire automaticamente alla componente psicologica tutto ciò che riferisce. Per questo sarebbe preferibile mantenere un riferimento medico chiaro per i sintomi fisici persistenti o che cambiano, soprattutto quando riferisce vomito, importanti alterazioni intestinali o manifestazioni che la preoccupano particolarmente. L'obiettivo non dovrebbe però diventare trovare sempre un nuovo esame capace di darle finalmente la certezza assoluta di essere al sicuro. È proprio qui che, nelle persone molto preoccupate per la propria salute, può iniziare un meccanismo difficile da interrompere. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, infatti, il problema potrebbe non essere soltanto ciò che sente nel corpo, ma tutto ciò che accade immediatamente dopo averlo sentito. Immagini, per esempio, che compaia una pressione allo stomaco. La sensazione è reale. Subito dopo, però, potrebbe arrivare il pensiero: "E se questa volta ci fosse davvero qualcosa che non è stato scoperto?". A quel punto l'attenzione viene concentrata sul corpo. Si controlla il respiro, si osserva se il dolore cambia, si analizzano le feci, si ripensa alle visite effettuate, si cerca di ricordare se un determinato sintomo fosse già presente e magari nasce l'impulso di cercare informazioni, chiedere rassicurazioni o programmare un'altra visita. Per qualche momento una rassicurazione può farla stare meglio. Poi compare una nuova sensazione, oppure la stessa si presenta in una forma leggermente diversa, e il dubbio riparte: "Sì, però questa volta è differente". Questo tipo di controllo corporeo e di ricerca ripetuta di rassicurazioni può mantenere molto attiva la preoccupazione per la salute proprio perché insegna alla mente che ogni sensazione debba essere verificata prima di poter essere considerata tollerabile. È importante sottolineare che questo non significa inventarsi i sintomi. Il dolore, la nausea, la tensione, lo sbandamento possono essere percepiti in maniera assolutamente concreta. Il punto è che quando il cervello considera il corpo una possibile fonte continua di pericolo, l'attenzione diventa estremamente sensibile a ogni variazione. Sensazioni che in altri momenti sarebbero state notate per pochi secondi possono diventare il centro dell'intera giornata. La sua domanda su come "spegnere l'interruttore" è quindi molto comprensibile, ma probabilmente contiene già una parte del problema. Più cerca un sistema per spegnere immediatamente ogni sensazione e ogni pensiero ansioso, più rischia di comunicare a se stesso che quelle sensazioni sono intollerabili e devono scomparire prima di poter continuare a vivere normalmente. Forse il lavoro non consiste tanto nello spegnere l'interruttore, quanto nell'imparare progressivamente a non reagire a ogni accensione come se fosse un'emergenza. Potrebbe essere molto utile iniziare a osservare gli episodi in maniera strutturata. Quando compare un sintomo, provi a notare che cosa stava facendo, quale è stato il primo pensiero che le è passato per la mente, quale conseguenza ha temuto e che cosa ha fatto immediatamente dopo. Non serve annotare ogni minima sensazione del corpo, perché questo potrebbe aumentare ulteriormente il controllo. L'obiettivo è comprendere il meccanismo psicologico. Potrebbe accorgersi, per esempio, che una sensazione allo stomaco conduce al pensiero "c'è qualcosa che non va", che quel pensiero produce paura, che la paura aumenta il controllo del corpo e che il controllo porta a percepire altri segnali. Si crea così un circolo nel quale è sempre più difficile capire che cosa sia venuto prima, perché corpo e paura iniziano ad alimentarsi reciprocamente. Anche il fatto che sia andato molte volte in ospedale convinto di morire merita attenzione. La paura di morire, la sensazione di fiato corto, il dolore toracico, la nausea e le vertigini possono comparire durante episodi di intensa attivazione ansiosa. Tuttavia, ancora una volta, sapere che l'ansia può produrre queste sensazioni non dovrebbe diventare un'autodiagnosi. La distinzione tra ciò che richiede valutazione medica e ciò che fa parte del circolo ansioso va concordata con i professionisti che la seguono. Potrebbe essere utile proprio stabilire con il suo medico una sorta di criterio condiviso: quali cambiamenti meritano una nuova valutazione e quali, dopo gli accertamenti già effettuati, possono essere gestiti senza ricominciare ogni volta l'intero percorso di rassicurazione. Avere un riferimento stabile può essere molto diverso dal passare continuamente da un controllo all'altro seguendo l'urgenza del momento. Per quanto riguarda il percorso psicologico, il fatto che dopo alcuni mesi non percepisca miglioramenti significativi merita di essere discusso apertamente con la professionista che la segue. Non significa necessariamente che il percorso sia inutile, ma è legittimo chiedersi quale sia l'obiettivo del lavoro, che cosa state cercando di modificare concretamente e come state valutando se qualcosa sta cambiando. Se sente che il lavoro rimane soprattutto sul livello del "cerchi di rilassarsi" o del tentativo di calmare i sintomi nel momento in cui arrivano, potrebbe essere utile approfondire maggiormente ciò che mantiene il problema. Una prospettiva cognitivo comportamentale, in situazioni come quella che racconta, presterebbe particolare attenzione al modo in cui interpreta le sensazioni corporee, alla ricerca di certezza, ai controlli, alle rassicurazioni, agli evitamenti e al rapporto che ha sviluppato con l'idea stessa di poter stare male. Non sarebbe quindi soltanto un lavoro per sentirsi più tranquillo. Sarebbe soprattutto un lavoro per capire perché una determinata sensazione diventa immediatamente così minacciosa e quali comportamenti, pur essendo messi in atto per proteggersi, finiscono per mantenere l'allarme. Anche la frase "non noto miglioramenti" potrebbe essere approfondita. Come misura il miglioramento? Si aspetta che i sintomi spariscano completamente? Se un giorno prova un fastidio al petto, lo considera automaticamente una giornata nella quale la terapia non sta funzionando? A volte il primo cambiamento non consiste nella scomparsa delle sensazioni, ma nel fatto che una sensazione riesca a rimanere una sensazione senza trasformarsi immediatamente in ore di controllo, paura e ricerca di spiegazioni. Questo potrebbe essere un obiettivo molto più concreto. Non arrivare necessariamente a "non sentire più nulla", ma arrivare a pensare: "Sto avvertendo questo fastidio, so quali sono i criteri concordati con il medico e adesso non devo dedicare le prossime tre ore a stabilire che cosa significhi". Rispetto alla domanda sui farmaci, non sarebbe corretto indicare attraverso un forum se debba o meno utilizzarli. Questa è una valutazione che appartiene al medico competente e dipende dalla sua situazione complessiva. Dal punto di vista psicologico, però, il fatto che stia pensando "forse ormai mi servono necessariamente i farmaci per uscirne" potrebbe essere un altro pensiero da osservare, senza trasformarlo immediatamente nella conclusione che la situazione sia diventata irrecuperabile. Non è possibile prometterle quanto tempo servirà né dirle che tutto scomparirà. Sarebbe però importante non interpretare l'intensità attuale dei sintomi come la prova che dovrà necessariamente vivere così per sempre. Quanto alle conseguenze di uno stato di ansia prolungato, è comprensibile che si preoccupi anche di questo, ma faccia attenzione a non trasformare la domanda "cosa mi farà tutta questa ansia?" in un nuovo capitolo della stessa paura per la salute. Stress e ansia protratti possono essere molto faticosi e associarsi, tra le altre cose, a difficoltà di concentrazione, stanchezza, tensione e disturbi del sonno o dello stomaco. Ma trascorrere le giornate a controllare se l'ansia stia "danneggiando" il corpo rischierebbe di aggiungere un'altra fonte di allarme. Forse, quindi, la direzione più utile in questo momento non è trovare un singolo interruttore da spegnere. È costruire progressivamente un rapporto diverso con il proprio corpo e con l'incertezza. Continui a prendersi cura degli aspetti fisici attraverso riferimenti sanitari appropriati, ma parallelamente valuti con attenzione il percorso psicologico che sta seguendo. Se sente che non sta affrontando in maniera sufficientemente concreta questi meccanismi, può parlarne apertamente con la professionista e, se necessario, valutare anche un percorso maggiormente orientato in senso cognitivo comportamentale. Il fatto che continui a lavorare e a uscire nonostante giornate molto difficili è importante, perché evitare completamente la vita in attesa di sentirsi finalmente bene rischierebbe di consegnare ancora più spazio alla paura. L'obiettivo può essere, gradualmente, tornare a vivere senza aspettare che il corpo le garantisca continuamente che non succederà nulla. E forse la domanda da portare in terapia potrebbe essere proprio questa: "Quando il mio corpo produce una sensazione che mi spaventa, che cosa faccio per cercare di sentirmi al sicuro e quanto queste strategie mi aiutano davvero nel lungo periodo?". Da lì può emergere una comprensione molto più utile rispetto alla semplice ricerca dell'ennesima rassicurazione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, l’ansia può manifestarsi anche attraverso sintomi fisici e gastrointestinali molto intensi, ma nel suo caso è importante non attribuire automaticamente tutto all’ansia. Vista la varietà e la persistenza dei disturbi, le consiglierei di confrontarsi con il medico curante che la segue e che conosce la sua storia clinica, così da valutare se siano necessari ulteriori accertamenti. Per quanto riguarda il percorso psicologico, ne parlerei apertamente con il suo psicologo: potrà aiutarla a capire se il percorso intrapreso è quello più adatto e, se necessario, valutare insieme eventuali alternative o il coinvolgimento di uno psichiatra. Le consiglierei quindi di proseguire il percorso psicologico e di confrontarsi con i professionisti che già la seguono, che conoscono la sua situazione. Cordiali saluti.
Salve, quando la sofferenza psicologica è così intensa, peggio, se vi sono serie somatizzazzioni, come in questo caso, lo psicologo non basta. Trovo molto strano che la sua psicologa non le abbia consigliato di consultare uno psichiatra. Sicuramente potrà esserle di aiuto una cura farmacologica. Cordiali saluti. Dott. Francesco Romano
Gentile utente, l’ansia può effettivamente produrre manifestazioni fisiche molto intense, soprattutto a livello gastrointestinale, respiratorio e muscolare, ma la presenza di molti sintomi non permette di stabilire che siano tutti dovuti all’ansia. È quindi corretto mantenere un confronto con il medico curante per valutare se siano necessari ulteriori accertamenti, senza però trasformare ogni sensazione in una ricerca continua di una nuova malattia. Nel suo racconto sembra esserci anche un circolo tipico dell’ansia per la salute: percezione del sintomo, interpretazione catastrofica, controllo e ricerca di rassicurazioni, che aumentano ulteriormente l’attivazione fisica. È come un allarme che, dopo essere rimasto acceso a lungo, diventa talmente sensibile da reagire anche a stimoli innocui. Per quanto riguarda eventuali farmaci, non è possibile stabilire a distanza se siano indicati: può discuterne con il medico o con uno psichiatra, soprattutto considerando quanto i sintomi stiano incidendo sulla Sua vita. Continui il percorso psicologico, ma valuti anche se l’approccio utilizzato sia specificamente orientato alla gestione dell’ansia e dell’ansia per la salute. Se compaiono sintomi nuovi, intensi o significativamente diversi dal solito, è comunque importante rivolgersi al medico. Un percorso psicologico adeguato può aiutarla a spezzare progressivamente questo circolo e a recuperare fiducia nelle sensazioni del proprio corpo.
Prima di tutto, desidero accogliere il tuo ringraziamento e rassicurarti: non devi affatto scusarti per esserti dilungato. Descrivere con precisione ciò che provi è un segno di grande consapevolezza e un passo fondamentale per fare chiarezza. Riconosco il carico enorme che stai portando. Vivere ogni singolo giorno con una presenza così invasiva di sofferenza fisica ed emotiva richiede un dispendio di energie immenso, ed è davvero notevole la forza con cui continua a rialzarti per andare a lavorare e portare avanti la tua vita. Risposte ai tuoi dubbi e chiarezza sui passi futuri La risposta del corpo allo stress cronico: Quando l'organismo vive in uno stato di allarme prolungato, il sistema nervoso autonomo rimane costantemente attivato. L'asse cervello-intestino è uno dei primi a risentirne: la digestione rallenta o accelera bruscamente, la muscolatura gastrica e addominale si contrae (causando spasmi, senso di soffocamento e alterazioni dell'alvo come quelle che descrivi), e la tensione muscolare diffusa genera dolori al petto, alla spalla e sbandamenti. Nel tempo, questo stato di iperattivazione strema il corpo e affatica la mente, ma rappresenta una risposta fisiologica d'allarme, non un "danno" irreparabile. L'effetto "interruttore" e il percorso attuale: Non esiste un interruttore unico da spegnere all'istante, ma piuttosto un processo graduale di decondizionamento dell'allarme. Se dopo diversi mesi di percorso non noti benefici e continui a dubitare delle visite effettuate, significa che lo strumento attuale non sta rispondendo appieno ai tuoi bisogni di questo momento. È un tuo pieno diritto ridiscutere l'impostazione del percorso o valutare un approccio psicoterapeutico differente (ad esempio orientato alla gestione dei sintomi psicosomatici o di tipo cognitivo-comportamentale). Il ruolo dei farmaci e il consulto medico: L'uso di gocce alle erbe o integratori può non essere sufficiente quando il livello di attivazione ansiosa è così elevato da compromettere la qualità della vita quotidiana. In questi casi, la strada elettiva non è l'automedicazione, bensì una valutazione specialistica con un medico psichiatra o con il proprio medico di medicina generale. Una terapia farmacologica mirata e prescritta da un medico non è una "sconfitta", ma uno strumento terapeutico validato che aiuta a "abbassare il volume" dei sintomi fisici, permettendo alla mente di ritrovare la lucidità necessaria per lavorare sulle cause dell'ansia. I sintomi che descrivi sono manifestazioni estremamente comuni nelle condizioni di forte ansia e somatizzazione, ma è fondamentale che ogni sintomo fisico (specialmente se nuovo o persistente) venga sempre inquadrato e monitorato dal tuo medico curante per garantirti la massima serenità.
Salve, certo il quadro descritto rientra in una sintomatologia ansiosa. Non so se è accaduto qualche avvenimento particolare o se sta attraversando un momento di stress, poichè l'ansia costituisce un campanello di allarme di un disagio.Se questa situazione è tale da compromettere la sua vita quotidiana potrebbe essere utile un piccolo aiuto farmacologico perchè per poterla gestire bisogna agire su tre livelli di corpo, pensiero e comportamento. Ci sono alcune tecniche efficaci di intervento immediato (rilassamento muscolare, respirazione..) e a medio e lungo termine. Se l'ansia perdura però un percorso psicologico come l'approccio cognitivo- comportamentale offre gli strumenti più efficaci per comprendere le radici del problema e strutturare un cambiamento duraturo. Cordialmente
Utilizzo un metodo integrato che da molto spazio al corpo, integrandolo con specializzazioni in Naturopatia e Omeopatia ed è per questo che leggo con attenzione il tuo racconto. Voglio rassicurarti subito su un punto fondamentale: tutti i sintomi che hai elencato sono assolutamente tipici ed emblematici di uno stato di allarme neurovegetativo severo e cronicizzato. Non stai "impazzendo" e non hai mancato nessuna visita medica (gli esami e i continui accessi in Pronto Soccorso con esito negativo ne sono la prova reale). Tuttavia, la domanda che ti poni è fondamentale: come si fa a spegnere questo interruttore? L'interruttore non si spegne con la sola forza di volontà né con un approccio unicamente verbale o con fiori di Bach presi in modo generico. Quando l'ansia attacca con questa violenza il tratto gastrointestinale (stomaco, intestino, evacuazione... fino al fecaloma) e l'area cardiaca/respiratoria, significa che il tuo sistema nervoso autonomo è rimasto bloccato in una modalità di iper-attivazione simpato-tonica. Hai sofferto abbastanza ed hai dimostrato fin troppo coraggio nel portare questo peso da solo. È giunto il momento di cambiare strada e di affidarti a un metodo che parli sia alla tua mente che al tuo corpo. Ti invito a contattarmi per un primo colloquio online per valutare insieme la tua situazione, imposteremo le prime manovre corporee di decompressione per lo stomaco e il respiro associando un piano naturopatico personalizzato per ripristinare la mucosa gastrica, regolare l'asse intestino-cervello costruendo la strada concreta per spegnere questo interruttore e ritrovare benessere.
Buongiorno, grazie per aver raccontato con tanta precisione quello che sta vivendo. Si percepisce quanto sia diventato faticoso convivere quotidianamente con il timore che possa esserci qualcosa di grave e con la necessità di interpretare continuamente ciò che accade nel suo corpo. Una cosa che mi sembra importante chiarire è che non è necessario scegliere tra “è tutto fisico” e “è tutto psicologico”. L’ansia può produrre manifestazioni corporee molto intense e reali: può modificare la respirazione, aumentare la tensione muscolare, alterare la motilità intestinale e rendere molto più evidente ogni sensazione proveniente dal corpo. Questo non significa che i sintomi siano immaginari: significa che mente e corpo comunicano continuamente tra loro. Nel suo racconto, però, noto anche un altro elemento: quando compare un sintomo, sembra attivarsi rapidamente il pensiero “e se avessi trascurato qualcosa?”. Da lì può iniziare il bisogno di controllare, cercare conferme, ripensare alle visite già fatte o temere di averne saltata una. La rassicurazione dà sollievo, ma spesso solo temporaneamente; poco dopo può comparire un’altra sensazione fisica e il dubbio ricomincia. È un meccanismo che può mantenere l’ansia molto a lungo. Per questo non credo che l’obiettivo debba essere arrivare a sentirsi sicuri al 100% che non ci sia mai nulla che non va nel proprio corpo. Quella certezza, purtroppo, non è possibile e cercarla continuamente può alimentare ancora di più il problema. Il lavoro psicologico può invece aiutare a tollerare l’incertezza, ridurre l’iperattenzione verso il corpo e interrompere progressivamente il meccanismo di controllo e allarme. Detto questo, proprio perché i sintomi che descrive sono numerosi e alcuni persistono da mesi, non sarebbe corretto attribuirli a distanza esclusivamente all’ansia. È importante che continui a fare riferimento al suo medico per stabilire quali accertamenti siano effettivamente indicati, senza però entrare nel circolo di visite ed esami ripetuti soltanto per ottenere una rassicurazione momentanea. Anche il fatto che abbia già intrapreso un percorso psicologico è un passo importante. Se sente però di non stare ottenendo miglioramenti, non significa necessariamente che “non ci sia una soluzione” o che dovrà convivere per sempre con questa condizione. Può significare che è necessario comprendere meglio il meccanismo che mantiene la sua ansia e verificare se l’approccio terapeutico che sta seguendo sia quello più adatto alle sue difficoltà. E soprattutto: il fatto che oggi faccia fatica, che alcuni giorni non riesca a fare le cose come vorrebbe o che il corpo le sembri continuamente in allarme, non significa che questa sarà la sua vita per sempre. Il recupero, in questi casi, spesso non consiste nello svegliarsi un giorno senza più alcun sintomo, ma nel riuscire gradualmente a non vivere più ogni sensazione come una minaccia. È un cambiamento possibile, ma richiede tempo e un lavoro mirato.
Grazie per aver raccontato così dettagliatamente la sua esperienza. Da quello che descrive emerge quanto questa situazione sia diventata faticosa e quanto i sintomi fisici siano ormai entrati in modo importante nella sua quotidianità. È positivo, nonostante questo, che lei continui a lavorare, uscire e stia cercando di affrontare il problema attraverso un percorso psicologico. L'ansia può effettivamente accompagnarsi a numerose manifestazioni fisiche, soprattutto a livello gastrointestinale, cardiovascolare e respiratorio. Quando però si sviluppa una forte attenzione verso le sensazioni corporee, può instaurarsi un circolo vizioso: avverto una sensazione → la interpreto come possibile segnale di qualcosa che non va → aumenta l'ansia → il corpo si attiva ulteriormente → percepisco ancora più sintomi → torno a controllare e preoccuparmi. Questo può rendere le sensazioni fisiche sempre più presenti e difficili da ignorare. Questo non significa però che sia corretto attribuire automaticamente tutti i sintomi all'ansia. Considerata la quantità e la varietà delle manifestazioni che descrive, è importante continuare a fare riferimento al medico curante per valutare gli eventuali approfondimenti medici necessari, soprattutto rispetto ai sintomi gastrointestinali. Una volta escluse o trattate eventuali cause organiche, può diventare particolarmente importante lavorare sul modo in cui lei interpreta, controlla e reagisce alle sensazioni corporee. Le consiglierei quindi di non interrompere il percorso psicologico solo perché non vede ancora i risultati che sperava. Può essere utile parlare apertamente con la sua terapeuta del fatto che sente di non stare migliorando, così da valutare insieme se l'approccio e gli obiettivi del trattamento siano quelli più adatti alle sue difficoltà. In presenza di un'ansia così intensa, anche una valutazione da parte di uno psichiatra può essere presa in considerazione per capire se possa essere indicato affiancare alla psicoterapia un trattamento farmacologico; questa decisione, però, va presa con un medico sulla base della sua situazione specifica. L'obiettivo non è “spegnere” l'interruttore dei sintomi dall'oggi al domani, ma interrompere progressivamente il circolo che li mantiene e recuperare la possibilità di vivere senza essere costantemente in allerta rispetto al proprio corpo. Rimango a disposizione.
Gentile utente, da ciò che racconta emerge una sofferenza molto intensa, nella quale ansia e sensazioni corporee sembrano essersi alimentate a vicenda. L’ansia può certamente produrre manifestazioni fisiche importanti, ma non è prudente attribuire automaticamente tutti i sintomi descritti all’ansia, soprattutto quando sono persistenti o nuovi. È quindi corretto mantenere un confronto con il medico per valutare i disturbi gastrointestinali e gli altri sintomi e capire se siano necessari ulteriori accertamenti. Parallelamente, nel percorso psicologico potrebbe essere importante lavorare non soltanto sulla riduzione dei sintomi, ma sul circolo che li mantiene: la sensazione fisica, la paura che indichi qualcosa di grave, il controllo del corpo, la ricerca di rassicurazioni e l'aumento dell'allarme. Anche il rapporto tra ciò che sta vivendo e il periodo della sua vita merita di essere esplorato. Per quanto riguarda i farmaci, non è possibile stabilire a distanza se siano necessari: può parlarne con il medico o con uno psichiatra, valutando insieme benefici, rischi e alternative. Le gocce che sta assumendo non vanno considerate equivalenti a una terapia farmacologica per un disturbo d'ansia, e sarebbe opportuno discutere con il professionista che la segue dell'assenza di miglioramenti. Non cercherei quindi un modo per “spegnere l'interruttore” immediatamente, ma una strada che le permetta progressivamente di sentirsi meno in balia delle proprie sensazioni e di recuperare fiducia nel proprio corpo. Il fatto che, nonostante tutto, continui ad andare al lavoro e a uscire di casa racconta anche una capacità di funzionare che può diventare una risorsa nel percorso. Un caro saluto.
Buongiorno, comprendo quanto possa essere faticoso vivere ogni giorno con sintomi così intensi e con la paura che ci sia qualcosa che non è stato individuato. L’ansia può manifestarsi in modo molto concreto attraverso il corpo. Se però il malessere persiste, oltre a confrontarsi con il medico, ne parlerei apertamente con la psicoterapeuta e valuterei anche un consulto psichiatrico: non necessariamente per assumere farmaci, ma per capire insieme quale possa essere il percorso più adatto a Lei.
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