Domande del paziente (293)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la situazione che sta vivendo è molto delicata e comprensibilmente carica di emozioni. Dopo 20 anni di matrimonio e due figlie, quello che è successo non è un episodio leggero, né per lei né... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che ha fatto con suo figlio è esattamente nella direzione giusta, e merita di essere riconosciuto: ha rispettato i suoi tempi, non lo ha forzato e gli ha trasmesso un messaggio fondamentale,... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
la ringrazio per la confidenza. Comprendo molto bene quanto questi pensieri possano spaventarla, soprattutto quando qualcuno le ha nominato parole come “psicosi” o “schizofrenia”, perché è...
Altro
Salve a tutti, sono una studentessa universitaria che ora più che mai sta avendo a che fare con pensieri che definirei "ossessivi" per quanto riguarda le relazioni sociali (amicizie, conoscenze, ecc.): dopo ogni interazione non sentita al 100% riuscita, riavvolgo continuamente nella mia testa ogni piccolo dettaglio della situazione per capire cosa avrei potuto sbagliare, cercando continue rassicurazioni, e spendendoci la notte in pianti. Oltre a questo, sospetto da sempre di essere neurodivergente/essere nello spettro autistico.
Mi sto chiedendo quindi se non sia necessario partire da una valutazione psicodiagnostica per l'autismo/AuDHD. Ho il forte sospetto che i miei pensieri ossessivi siano il risultato di un sovraccarico cognitivo dovuto al masking e alla mancanza di strumenti adatti al mio funzionamento reale. Temo che un percorso generico, non formato sulla neurodivergenza, possa rivelarsi inefficace o invalidante, come già accaduto in passato. Dunque, quale percorso pensate sia meglio affrontare per prima (a fronte dei soldi)? Un percorso "generico" per risolvere inanzitutto i miei pensieri ossessivi, o un percorso psicodiagnostico (forse un po' più lungo?) per partire dalla radice?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che descrive è molto profondo e anche molto lucido: si vede chiaramente quanto stia cercando di capire davvero come funziona la sua mente, non solo di “togliere il sintomo”. E questo è già un punto di partenza importante.
Quello che vive dopo le interazioni sociali – il rimuginare continuo, il riavvolgere ogni dettaglio, il bisogno di rassicurazione, fino ad arrivare al pianto e a passarci la notte – ha tutte le caratteristiche di un funzionamento ossessivo legato all’ansia sociale. È come se la mente cercasse di “risolvere” qualcosa che percepisce come errore o imperfezione, ma più ci lavora sopra, più si blocca e si amplifica il disagio.
Allo stesso tempo, il dubbio sulla neurodivergenza, sul possibile spettro autistico o AuDHD, è una riflessione legittima, soprattutto se sente che molte delle sue difficoltà nascono da uno sforzo costante di adattamento, da quel “masking” che nel tempo può portare a un forte sovraccarico cognitivo ed emotivo.
Il punto centrale, però, è questo: i due livelli non si escludono, ma non hanno lo stesso grado di urgenza nel qui e ora.
In questo momento lei sta soffrendo molto per i pensieri ossessivi, che le tolgono energie, sonno e serenità. Questo è ciò che impatta di più sulla sua qualità di vita adesso. Un percorso psicologico mirato su questo aspetto, anche se non specificamente centrato sulla neurodivergenza, può già darle strumenti molto concreti per interrompere il rimuginio, ridurre il bisogno di rassicurazione e gestire meglio il post-interazione.
Allo stesso tempo, la sua preoccupazione è comprensibile: ha paura di sentirsi di nuovo non compresa o “invalidata” in un percorso troppo generico. Ed è una paura fondata se ha già avuto esperienze del genere.
Per questo, la scelta più equilibrata potrebbe essere questa: iniziare un percorso con un professionista che abbia competenze sia sull’ansia/ossessioni sia, almeno, una sensibilità verso la neurodivergenza. Non serve necessariamente partire subito con una valutazione psicodiagnostica completa, ma è importante che chi la segue non escluda a priori questa possibilità e sappia accoglierla.
In parallelo, la valutazione per autismo/AuDHD può essere fatta anche in un secondo momento, quando avrà magari già un po’ più di stabilità interna e strumenti per gestire l’ansia. Questo le permetterebbe anche di affrontarla con maggiore lucidità, senza che tutto sia filtrato dal momento di forte sovraccarico che sta vivendo ora.
C’è anche un altro aspetto importante: il fatto che lei colleghi i pensieri ossessivi al masking è una lettura interessante, ma il rischio è che diventi un’altra forma di “spiegazione da risolvere” su cui la mente si aggancia. A volte, indipendentemente dall’origine, il meccanismo ossessivo va trattato direttamente, perché altrimenti continua a funzionare anche quando si capisce “da dove viene”.
Non deve scegliere “o l’uno o l’altro” in modo rigido, ma può darsi una priorità: prima stare un po’ meglio, poi approfondire.
Se vuole, possiamo anche ragionare insieme su che tipo di professionista cercare o su come riconoscere un percorso che sia davvero adatto a lei, così da evitare di ritrovarsi di nuovo in una situazione poco utile. Non deve affrontare tutto da sola, e soprattutto non deve incastrarsi in una scelta perfetta: può costruirla passo dopo passo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Federica,
la sua è una domanda tutt’altro che insolita, anzi estremamente attuale e molto centrata, perché tocca un fenomeno culturale che ha un impatto reale sul modo in cui pensiamo, sentiamo...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che descrive è qualcosa che molte persone sperimentano: quei “loop mentali” che partono quasi da soli e continuano a girare, anche senza un reale motivo o senza portare a una conclusione...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da quello che descrive si percepisce chiaramente che lei si è mosso con rispetto e consapevolezza, e questo è già un elemento molto importante da cui partire. L’episodio che è avvenuto, per...
Altro
Salve dottori, vorrei esporvi una situazione e cercare da voi un consiglio e rassicurazione o comprensione..sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da poco diciamo qualche mese con una persona molto più grande di 20 anni, abbiamo avuto molti momenti in cui non ci trovavamo bene insieme, ma continuavamo a stare perché ci volevamo e ci tenevamo l'uno all'altro, per me molto difficile lasciarlo andare, e anche per lui, ci siamo continuati a vedere ogni tanto, e delle volte facevamo anche qualcosa, però da poco dopo che ci siamo lasciati io avveo sentito un amico con cui mi frequentavo prima di lui, mi ha sempre capita e ascoltata, sempre capito i mie stati d'animo con il mio fidanzato, o comunque c'è sempre stato anche per stare vicino e darmi consigli, lui è a distanza infatti avevamo deciso di rivederci perché io volevo rivederlo anche per parlare, stare insieme o comunque fare cose di quotidianità insieme per cui prima non avevamo avuto l'occasione, vedere la città ecc. Il punto è che io sono frenata, lui prova a baciarmi, abbracciarmi ecc, ma io non riesco, mi sento in colpa e ogni volta che cerca di, io vedo il mio ex, le cose che mi ha detto quando gli ho raccontato che mi sarei dovuta vedere con lui in amicizia perché cosi era..mi ha detto che non voleva sapere nulla di cosa sarebbe successo e se succedeva qualcosa allora lo avrei perso, che non ho avuto rispetto nei suoi confronti ecc..purtroppo ci rimango male e mi faccio molto condizionare dalle cose che le persone mi dicono..e non so perché ho questo sentimento nei suoi confronti, la paura che lui possa lasciarmi o io possa perderlo definitivamente..è come se fossi dipendente da lui? ci sto male perché non riuscirò mai a vivermi nulla, neanche questo amico che sta per un paio di giorni, perché vorrei anche solo baciarlo ma so che poi avrei il senso di colpa..ho paura di tutto, non so cosa fare e perché ho questo attaccamento al mio ex fidanzato cosi tanto..come faccio a distaccarmi, non so che fare
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
capisco molto bene il dolore e la confusione che sta vivendo, la sua situazione è emotivamente complessa e i sentimenti contrastanti che descrive sono del tutto normali in questi frangenti. Dopo una relazione intensa, soprattutto con una persona molto più grande o con una connessione significativa, è comune sentirsi legati e avere difficoltà a distaccarsi, anche quando la relazione è terminata. Il senso di colpa che prova quando pensa di avvicinarsi al suo amico deriva proprio da questo attaccamento emotivo residuo e dai vincoli interiori che si è creata rispetto al passato.
È importante riconoscere che non è sbagliato desiderare vicinanza o affetto da un’altra persona: il problema non è il sentimento in sé, ma il modo in cui il pensiero del suo ex condiziona le sue scelte. Questo può farla sentire bloccata o incapace di vivere nuove esperienze senza ansia. Il primo passo è concedersi il permesso di avere emozioni, senza giudicarle, e allo stesso tempo stabilire piccoli confini per tutelare sé stessa: ad esempio, decidere cosa è appropriato per lei ora, senza sentirsi obbligata a fare nulla che le generi senso di colpa.
Può essere utile anche parlare apertamente con un professionista psicologo per elaborare il lutto della relazione passata, capire le dinamiche di attaccamento che la trattengono e acquisire strumenti concreti per vivere le nuove relazioni in maniera più libera e serena. Con il giusto supporto, riuscirà a ridurre la dipendenza emotiva e a ritrovare fiducia nelle proprie scelte senza sentirsi sopraffatta.
Se vuole, posso aiutarla a preparare un piccolo piano per affrontare i prossimi giorni con il suo amico senza sentirsi bloccata dal senso di colpa, così da vivere questi momenti in maniera più serena e protetta. Mi contatti quando vuole
Buongiorno Gent.mi Dottori,
vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti..
una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole)
.il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
capisco molto bene la confusione e il disagio che descrive, la situazione che sta vivendo con il suo ex può generare emozioni intense anche se sa razionalmente che non c’è un futuro tra voi. È del tutto normale sentirsi agitata, tremare o avere bisogno di sedersi dopo un incontro, soprattutto quando ci sono ancora legami emotivi residui e quando ci si sente timidi o ansiosi. Queste reazioni sono una risposta naturale del corpo e della mente al confronto con qualcuno che ha avuto un ruolo importante nella sua vita.
Per quanto riguarda il comportamento del suo ex, può avere molteplici motivi: imbarazzo, disagio, desiderio di distanziarsi o semplicemente modi diversi di gestire la situazione. Non è detto che abbia intenzione di ferirla; il fatto che si comporti frettolosamente o a testa bassa riflette più la sua gestione interna delle emozioni che un giudizio sul suo valore personale.
Il modo migliore di comportarsi è prendersi cura di sé stessa: mantenere la calma, respirare profondamente e non sentirsi obbligata a interazioni che la mettono a disagio. Può essere utile prepararsi mentalmente prima di incontrarlo, stabilendo piccoli obiettivi: un saluto breve e cortese, mantenere lo sguardo rilassato, senza aspettative ulteriori. Ricordarsi che il controllo delle proprie emozioni è il punto centrale: lei può scegliere come reagire senza lasciarsi travolgere dall’agitazione.
Se questi episodi continuano a generarle forte ansia o agitazione, potrebbe essere molto utile parlarne per acquisire strumenti concreti per gestire gli incontri, l’ansia e la timidezza in maniera più serena, così da sentirsi più sicura di sé negli spazi condivisi. Se se la sente, può contattarmi quando vuole. Cordiali saluti
Salve io sono un uomo di 42 anni 2 mesi fa ho fatto venire qui da me una ragazza ucraina e sua figlia.
Adesso ho un serio problema lei è diventata sempre più arrabbiata con me perché dice che io sono un leone nei suoi confronti e non si fida di nessuno neanche dei medici qui nella mia città Alessandria.
In questo momento stiamo affrontando una settimana difficile perché abbiamo scoperto che lei è incinta e ha voluto interrompere la gravidanza ieri ha preso la prima pillola ed oggi ha avuto un attacco di rabbia nei miei confronti dicendomi che sono uno stupido un leone che con me nessuno sarà mai felice....io non le ho mai fatto mancare niente ma è da molti giorni che non parliamo più stiamo in silenzio tutto il giorno gli unici momenti che parliamo è quando lei ha questi attacchi di rabbia ...ieri si è arrabbiata perché le ho chiesto come si sentiva fisicamente dopo aver preso la prima pastiglia...
Vi prego aiutatemi a capire come comportarmi e come aiutarla
RISPOSTA DEL DOTTORE:
uonasera,
la situazione che mi descrive è molto delicata e comprensibilmente stressante per entrambi. È evidente che la sua partner sta vivendo forti emozioni legate alla gravidanza, alla decisione di interromperla e al contesto nuovo in cui vi trovate, e queste emozioni si manifestano con rabbia e sfiducia. Non si tratta di qualcosa che lei abbia fatto “di sbagliato”, ma di un momento in cui lei sta reagendo a paure e stress profondi.
In questo frangente, il modo migliore per supportarla non è cercare di convincerla o di correggere i suoi comportamenti, ma offrire presenza calma, ascolto empatico e rispetto dei suoi tempi. Eviti discussioni o rimproveri quando lei è arrabbiata: rispondere con rabbia o con difesa rischierebbe solo di alimentare ulteriormente il conflitto. Può invece rassicurarla con frasi semplici, tipo “Capisco che tu stia attraversando un momento difficile, io sono qui per ascoltarti quando vuoi parlare”.
Visto il livello di tensione e le decisioni delicate in corso, sarebbe molto utile cercare un supporto psicologico professionale per lei, che le permetta di affrontare le emozioni intense legate alla gravidanza, alla rabbia e alla sfiducia, e contemporaneamente anche per lei, così da ricevere strumenti per gestire il conflitto e sostenere la situazione senza sentirsi sopraffatto.
Se vuole, possiamo organizzare uno spazio sicuro di colloquio online, dove possiamo parlare con entrambi o separatamente, così da avere indicazioni concrete su come gestire la comunicazione e il sostegno in questo periodo. Questo tipo di supporto spesso aiuta molto a far sentire entrambe le persone più comprese e meno sole di fronte alla difficoltà.
Può serenamente contattarmi quando preferisce. Cordialmente
Salve, chiedo consiglio a voi per una "situationship" (perdonatemi il termine ma non saprei come chiamarla), che va avanti da ormai 5 mesi. Stiamo molto bene insieme, ci si diverte, si fa tanto sesso e si hanno momenti romantici. Insomma, vista da fuori potrebbe sembrare una relazione. Relazione che però nella realtà non è poiché pecca di etichetta, ovvero io e lui nel concreto non siamo fidanzati. Ho un piccolo dubbio però che mi sorge spesso quando siamo insieme, io noto che molto spesso io cerco il bacio a stampo casuale, ad esempio: l'altro giorno eravamo su questa panchina di fronte ad un bellissimo panorama, io avevo tanta voglia di baciarlo, ma noto che quando provo a dargli un bacio a stampo, lui, me lo da, ma comunque lo vedo un po' "restio" nel darmelo. Al contrario, lui molto spesso mi da dei baci sulla fronte, sulla guancia, ma poco sulle labbra, è molto fisico ma nei baci è sempre strano. E questo suo comportamento mi fa sorgere i dubbi perché penso "Se gli piaccio perché non mi da baci? Quindi non gli piaccio?" e quindi poi svariate volte io evito di dargli baci per "paura" che lui me li eviti o me li dia così come "contentino"
Io so per certo che lui tiene a me, ma non riesco a capire se davvero non mi vede oltre ad un'amica a cui tiene tanto e nel mentre fa del sesso.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che descrive è una situazione che, proprio perché non ha una definizione chiara, tende a generare molti più dubbi e insicurezze del necessario. Quando una relazione “funziona” nei fatti ma non viene mai nominata o definita, la mente cerca continuamente segnali per capire “cosa siamo”, e finisce per leggere anche i dettagli più piccoli, come in questo caso il modo in cui lui bacia.
Il punto però è che il comportamento che lei osserva non ha un significato unico e automatico. Il fatto che lui sia affettuoso, presente, fisico, ma più trattenuto nei baci sulle labbra può dipendere da tanti fattori: il suo modo personale di vivere l’intimità, una certa riservatezza emotiva, oppure anche una difficoltà a lasciarsi andare completamente su un piano più coinvolgente. Non è detto che significhi che lei non gli piaccia, soprattutto perché tutto il resto della relazione sembra indicare il contrario.
Quello che però è molto importante è ciò che succede dentro di lei: il dubbio “se gli piaccio davvero” la porta a trattenersi, a non essere spontanea, a evitare il contatto per paura di ricevere una risposta che la ferisca. E questo, nel tempo, rischia di farle vivere la relazione in modo sempre più insicuro, indipendentemente da lui.
C’è anche un altro aspetto centrale: più che il singolo comportamento (i baci), sembra esserci una mancanza di chiarezza sul tipo di legame che state vivendo. Lei stessa dice che, di fatto, sembra una relazione, ma senza esserlo davvero. È in questo spazio ambiguo che nascono le domande più forti, perché non avendo una cornice chiara, ogni gesto viene interpretato come un possibile “segnale”.
La domanda quindi non è solo “perché non mi bacia come vorrei?”, ma anche “questa situazione mi basta così com’è?”. Perché può darsi che lui stia bene in questa dimensione più libera e meno definita, mentre lei, anche se sta bene con lui, ha bisogno di sentirsi scelta in modo più esplicito.
Più che cercare di interpretare i suoi baci, potrebbe essere molto più utile provare, con delicatezza, a portare la conversazione su ciò che ciascuno di voi sta vivendo. Non in termini di etichette forzate, ma di significato: cosa rappresenta per lui questo rapporto, come vive la vicinanza, cosa sente quando siete insieme.
Allo stesso tempo, sarebbe importante che lei provasse a non modificare il suo comportamento per paura. Se ha voglia di dare un bacio, lo dia. Non per testarlo, ma per restare coerente con ciò che sente. Perché altrimenti rischia di costruire una relazione in cui si adatta continuamente, perdendo spontaneità.
In sintesi, non è tanto il suo modo di baciare a definire quanto lei gli piaccia, ma la chiarezza (o meno) del legame che state costruendo. E quella chiarezza non può arrivare dall’interpretazione dei gesti, ma da uno spazio di comunicazione più diretto e autentico.
Ho affrontato più percorsi di terapia diversi ma mi assilla sempre un pensiero: potrò diventare produttiva e funzionale sforzandomi e trovando tutte le strategie utili del caso, ma quello che sento davvero è incompatibile con l'idea di "guarigione" che avevo e che in genere gli altri si aspettano da me. Sono cinica e pessimista e analitica e sinceramente non trovo motivi per cambiare al di fuori di compiacere gli altri. Per non essere etichettata come arida o misantropa o ribelle. Devo considerarmi bacata o provare l'ennesimo nuovo approccio e cercare di internalizzare tutte quelle premesse che trovo sentimentali e banalizzanti e basta? Trovo molta libertà e sazietà nel pessimismo ma evidentemente le persone che mi criticano vogliono spingermi a mirare ad altro come una specie di imperativo biologico naturale che non ho mai provato
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che porta è molto profondo e, soprattutto, molto onesto. Non sta descrivendo un “problema da correggere”, ma una frattura tra ciò che sente autentico dentro di sé e l’idea di come dovrebbe essere per essere considerata “guarita” o accettabile dagli altri.
La prima cosa importante è questa: non è “bacata”. Il suo modo di pensare – analitico, lucido, anche pessimista – non è di per sé patologico. Esistono persone che hanno una visione della realtà meno idealizzata, più disincantata, e questo può essere anche una forma di adattamento, di protezione o semplicemente un tratto del proprio funzionamento. Il problema nasce quando questa modalità entra in conflitto con le aspettative esterne, più che con un suo reale disagio interno.
Lei dice una cosa molto chiara: non sente un motivo interno per cambiare, se non quello di compiacere gli altri o evitare etichette. Questo è un punto cruciale. Qualsiasi cambiamento autentico, in terapia o fuori, può avvenire solo se ha un senso per lei, non per aderire a un modello di “come si dovrebbe essere”. Cercare di internalizzare visioni che percepisce come forzate o “banalizzanti” rischia solo di aumentare il senso di distanza da sé stessa.
Allo stesso tempo, però, vale la pena fare una distinzione sottile ma importante: il fatto che lei trovi una certa “sazietà” nel pessimismo non significa automaticamente che questa posizione sia neutra o priva di effetti. A volte ciò che percepiamo come libertà è anche una zona conosciuta, stabile, che non ci espone al rischio di delusione, coinvolgimento o vulnerabilità. Non è un errore, ma può essere utile chiedersi se questa posizione la protegge da qualcosa o se, in alcuni momenti, la limita.
Non si tratta quindi di diventare improvvisamente ottimista o “più calda” per aderire a un ideale esterno, ma di capire se il suo modo di stare nel mondo le permette davvero tutte le possibilità che vorrebbe avere, oppure se, in modo più sottile, ne esclude alcune.
La terapia, in questo senso, non dovrebbe imporle un modello di guarigione, ma aiutarla a chiarire questo: cosa è davvero suo e cosa invece è diventato una posizione rigida nel tempo. Non per cambiarla a tutti i costi, ma per darle più scelta.
Lei non deve diventare qualcosa che non sente. Ma può essere interessante esplorare se quel “non sentire” è una posizione definitiva… o una forma molto raffinata di difesa che nel tempo è diventata identità.
Se vuole, possiamo anche provare a entrare più a fondo proprio in questo punto, senza forzarla in nessuna direzione, ma cercando di capire cosa c’è sotto quella sensazione di coerenza che oggi sente così forte.
salve dottori, ho un problema con la mia attuale ragazza che non mi fa vivere bene la relazione, siamo io e 2 miei amici a una serata in discoteca e noto questa ragazza la serata finisce lì, solo che il mio amico manda la richiesta su instagram a lei senza però scriverle, passano 4 giorni e il mio amico letteralmente le scrive un messaggio rispondendo a una nota di vederci in gruppo una sera, la sera stessa appena conosciuti tutti e presentati lei però si bacia con lui si frequentano 1 settimana finiscono anche in macchina insieme post serata però senza avere rapporti perché a detta sua lei non voleva, (anche se per me per andarci in macchina l’intenzione c’è) fatto sta che dopo io e lei ci avviciniamo inizialmente in amicizia ma poi scatta qualcosa in ambito sentimentale e lei diventa pazza di me arrivando pure a venire sotto casa mia più volte nonostante i miei rifiuti, ora io non so che fare perché ci sto benissimo con questa ragazza ma l’idea che non mi abbia scelto inizialmente mi logora dentro e mi fa stare male, poi aggiungo anche il fatto che per me lei è una facile perché si è baciata con lui appena conosciuti e ha avuto rapporti con uno dopo solo 2 uscite e non è quello che cerco in una ragazza ma ormai ci tengo troppo, io ne ho parlato con lei di tutto e dice che inizialmente preferiva me al mio amico, ma la sua amica era interessa a me e quindi non ha voluto interferire, anche se non ha molto senso perché mi ha sempre dato versioni diverse e in più non c’era motivo di lasciarmi alla sua amica, lei dice che ha sempre puntato me e che tuttora vuole solo me e me lo dimostra sinceramente, non so che fare perché io ci sto male perché non è quello che cerco in una ragazza, il fatto che sia stata facile lei lo giustifica dicendo che era appena uscita da un ex tossico e voleva divertirsi, ma per me ha poca differenza perché non siamo animali e si pensa prima di agire
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che sta vivendo è un conflitto molto forte tra ciò che prova emotivamente e ciò che pensa a livello razionale, ed è proprio questo contrasto che la sta facendo stare male.
Da una parte c’è il fatto che con questa ragazza sta bene, sente coinvolgimento, vede interesse reale da parte sua e probabilmente si sta creando anche un legame. Dall’altra parte però c’è un’immagine che lei si è costruito di come “dovrebbe essere” una ragazza per poterle stare accanto, e il comportamento iniziale di lei non coincide con questa sua idea. Il problema non è tanto ciò che è successo, ma il significato che lei gli attribuisce oggi.
Il punto centrale è proprio quando lei la definisce “facile”. Questo pensiero, anche se può sembrarle spontaneo, è ciò che alimenta il suo disagio. Perché ogni volta che sta bene con lei, questa etichetta entra in contrasto con quello che sente, e le rovina la serenità. Non è tanto il passato di lei a pesare, ma il giudizio che lei continua a darle nel presente.
È importante anche considerare un aspetto: all’inizio tra voi non c’era ancora nulla. Lei era libera, lei stesso inizialmente l’ha rifiutata, e in quel contesto si è comportata come una persona single che conosce qualcuno e si lascia andare. Questo non definisce il suo valore come persona né la sua capacità di avere una relazione seria oggi.
Il fatto che lei dica di essere stata presa da lei fin dall’inizio può essere vero o può essere una ricostruzione successiva, ma in questo momento ha un peso relativo. Ciò che conta davvero è come si comporta adesso con lei, e lei stesso riconosce che le dimostra interesse e coinvolgimento.
Quindi la domanda che dovrebbe iniziare a farsi non è tanto “lei è la ragazza giusta secondo i miei criteri iniziali?”, ma “riesco ad accettare la sua storia e a vederla per quella che è oggi?”. Perché se la risposta è no, anche continuando la relazione questo pensiero continuerà a tornare e a farla stare male. Se invece la risposta è sì, allora è necessario lasciare andare quel giudizio e smettere di usarlo contro di lei.
Non si tratta di giusto o sbagliato, ma di compatibilità tra i suoi valori e la realtà. Lei ha tutto il diritto di avere dei criteri, ma deve anche chiedersi se questi criteri la stanno aiutando a costruire qualcosa o la stanno bloccando.
In questo momento lei è molto agganciato a un’idea di “come doveva andare all’inizio”, ma le relazioni reali spesso non seguono schemi lineari. Il rischio è di perdere qualcosa che oggi funziona per qualcosa che appartiene al passato e che non può più cambiare.
Se vuole essere onesto fino in fondo con sé stesso, provi a guardare una cosa: il dolore che sente nasce davvero da quello che lei ha fatto, o dal fatto che non si è sentito scelto subito? Perché spesso è questa la ferita più profonda, più che il comportamento in sé.
Da lì può iniziare a capire se il problema è lei… o quello che questa situazione ha toccato dentro di lei.
Salve dottori vi vorrei porre una domanda ma quando una persona è normale e quando no? Quando una cosa è normale e quando è patologica ? Mi spiego meglio io ad esempio sono molto sereno della mia vita affronto anche le difficoltà che mi presentono con molta calma e serenità , ad esempio anche con la memoria io credo di avere una buona memoria mi ricordo molte cose anche sé altre e me li dimentico volevo sapere quando è normale e quando è patologico , e in ultimo io leggo molti forum di psicologia ma ancora non sono mai andato da un professionista a volte mi confronto con un amico psicologo ma molto informale so che un professionista è molto d aiuto ma io non è ho mai sentito la necessità questo è un errore ? Dovrei andare ogni volta da un professionista per qualsiasi minimo dubbio? Perché io li risolvo le cose ma non è un metodo che forse usate voi professionisti grazie per un vostro chiarimento
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
la domanda che pone è molto interessante perché tocca un punto centrale: il confine tra ciò che è “normale” e ciò che è “patologico” non è così netto come spesso si pensa. In psicologia non si ragiona tanto in termini di etichette rigide, ma piuttosto di equilibrio, funzionamento e benessere della persona.
Una caratteristica, un comportamento o anche un sintomo diventano “patologici” non tanto per la loro presenza in sé, ma quando iniziano a creare sofferenza significativa, a limitare la vita quotidiana o a ridurre la libertà della persona. Per esempio, dimenticare alcune cose è assolutamente normale: la memoria non è perfetta per nessuno. Diventa un problema solo se queste dimenticanze sono frequenti, peggiorano nel tempo o interferiscono con la vita quotidiana in modo importante. Lo stesso vale per pensieri, emozioni o abitudini: non è la loro esistenza a definirli problematici, ma l’impatto che hanno.
Da quello che descrive di sé, sembra una persona che ha trovato un suo equilibrio, che riesce ad affrontare le difficoltà con una certa serenità e che ha sviluppato delle modalità personali per gestire i dubbi e le situazioni. Questo non è affatto un problema, anzi è una risorsa. Non esiste un obbligo di andare da un professionista se non si sente una reale necessità o un disagio.
Il lavoro psicologico non sostituisce le capacità personali di riflessione o di confronto, ma diventa utile quando qualcosa “non torna”, quando i pensieri si bloccano, si ripetono senza soluzione, quando le emozioni diventano troppo intense o difficili da gestire, oppure quando si desidera approfondire meglio sé stessi in un contesto più strutturato.
Leggere, confrontarsi con un amico psicologo o riflettere in autonomia sono tutti modi validi per conoscersi e affrontare le proprie questioni. Non sono metodi “sbagliati”. La differenza è che un percorso con un professionista offre uno spazio più neutro, continuativo e mirato, ma non è necessario per ogni minimo dubbio.
Quindi no, non è un errore non esserci mai andato. Può diventare una scelta utile nel momento in cui sentirà che le sue strategie non bastano più, oppure se avrà il desiderio di approfondire aspetti di sé con maggiore guida. Fino a quel momento, il fatto che riesca a gestire e risolvere le cose è già un segnale di buon funzionamento.
Se vuole, si può anche ragionare insieme su quali segnali concreti possono indicare quando potrebbe essere il momento giusto per chiedere un supporto, così da avere un riferimento più chiaro senza vivere il dubbio.
Salve, sto attraversando un periodo “buio” nella relazione di convivenza con la mia compagna.
Conviviamo da 13 anni, abbiamo un figlio di 6 anni ed abbiamo fatto i nostri sbagli e avuto i nostri alti e bassi nella relazione, ma recentemente la mia compagna mi ha comunicato di non essere felice ed avere dubbi sui sentimenti nei miei confronti.
Questo pare sia dovuto a tante piccole cose che nel tempo le hanno dato fastidio, non riesce ad essere se stessa per paura di non so cosa e ora è arrivata ad essere “piena” e forse anche un pochino chiusa in se stessa.
Per me è stato un fulmine a ciel sereno, arrivato cosi dal niente e invece a quanto pare è una situazione che si porta avanti da tempo, senza che io mi accorgessi di niente e senza che lei ne parlasse con me per cercare una soluzione. Ovviamente mi sento vuoto, sconfitto, ma anche speranzoso che la situazione possa risolversi positivamente per poter tornare ad essere la famiglia che eravamo, anzi forse anche migliore andando a correggere quelli aspetti che potrebbero aver portato a questa situazione.
La mia più grande paura è ovviamente la sofferenza che potrebbe avere il bimbo, ma anche il fatto di “buttar via” quello che è stato costruito con fatica e impegno in tutti questi anni.
Non credo di averle mai fatto mancare niente, anzi è sempre stata libera di fare le sue cose, anche se alcune mi creavano delle preoccupazioni/perplessità che non ho mai nascosto, ma lei spesso ignorato.
Io mi sono reso più che disponibile a cercare di trovare una soluzione, a lavorare su noi per cercare di migliorare sugli aspetti che hanno portato a questo e ho teso la mano, ma da parte sua non capisco se questa volontà ci sia o meno, come se fosse intrappolata in un limbo e non riesco a comprendere come sia possibile questa freddezza dopo 13 anni e una famiglia costruita.
Sto cominciando ad avere grandi dubbi, tipo che sia stata con me fino ad oggi, nonostante questo suo “disagio”, solo per comodità e per paura di non restare sola, visto che i genitori vivono in un altro stato e quindi di essere stato utilizzato e preso in giro.
Come dovrei comportarmi adesso? Potremmo provare ad intraprendere inizialmente un percorso di coppia insieme ed eventualmente, se reputato necessario, in seguito anche singolarmente per poter affrontare questa problematica che stiamo vivendo?
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che sta vivendo è un momento molto doloroso e destabilizzante, e il modo in cui lo descrive rende bene l’impatto che ha avuto su di lei: un senso di vuoto, di smarrimento, ma anche il bisogno forte di capire e “riparare”. Quando una comunicazione del genere arriva all’improvviso, spesso si ha proprio la sensazione di essere stati esclusi da qualcosa che in realtà stava già accadendo da tempo dentro l’altro.
È importante però soffermarsi su un punto: il fatto che per lei sia stato un fulmine a ciel sereno non significa che non ci fossero segnali, ma probabilmente che questi segnali non sono stati espressi in modo diretto o non sono stati colti fino in fondo. Questo non è necessariamente una colpa sua, ma è una dinamica molto frequente nelle relazioni lunghe: uno dei due accumula nel tempo, fatica a comunicare davvero, e arriva a un punto di saturazione in cui ciò che sente esce tutto insieme, spesso sotto forma di chiusura o distacco.
Quando la sua compagna dice di non riuscire a essere sé stessa e di sentirsi “piena”, sta parlando di qualcosa di interno a lei, non solo di ciò che è accaduto tra voi. Ed è proprio per questo che la sua attuale freddezza può sembrare incomprensibile: non è necessariamente mancanza di affetto, ma può essere una forma di difesa, di confusione o anche di bisogno di prendere distanza per capire cosa prova davvero.
Capisco molto bene anche i pensieri che stanno emergendo in lei, come il dubbio di essere stato usato o che lei sia rimasta per comodità. Sono pensieri molto comuni in queste fasi, ma vanno maneggiati con cautela: nascono dal dolore e dal senso di rifiuto, più che da dati certi. Dopo 13 anni, una convivenza e un figlio, è molto riduttivo leggere tutto come “una scelta di comodo”. Le relazioni sono molto più complesse, e spesso le crisi non cancellano ciò che c’è stato, ma ne mettono in luce le fragilità.
In questo momento la cosa più importante non è convincerla o “fare di più”, ma creare uno spazio in cui sia possibile un dialogo autentico, senza pressione. Il rischio, quando si ha paura di perdere l’altro, è quello di stringere troppo, di voler chiarire tutto subito, mentre lei sembra trovarsi in una fase in cui ha bisogno di capire sé stessa.
La proposta di un percorso di coppia è assolutamente sensata e spesso molto utile in situazioni come questa, perché permette di dare voce a entrambe le parti con la guida di un professionista, evitando che il confronto diventi uno scontro o che resti bloccato nel silenzio. Tuttavia, è importante che ci sia una disponibilità minima anche da parte sua: non può essere efficace se è vissuto come un obbligo.
Parallelamente, potrebbe essere molto utile anche per lei avere uno spazio individuale, non tanto per “aggiustare la relazione”, ma per reggere meglio questo momento, gestire i pensieri e le emozioni e non farsi travolgere da ipotesi che rischiano di aumentare la sofferenza.
Rispetto a suo figlio, la sua preoccupazione è comprensibile e importante, ma ciò che più lo tutela non è tanto evitare a tutti i costi una crisi, quanto il modo in cui voi adulti la gestite. Un clima di tensione silenziosa o distanza non detta può essere percepito tanto quanto una separazione gestita in modo consapevole.
In sintesi, lei in questo momento sta facendo qualcosa di molto importante: si sta mettendo in gioco e mostrando disponibilità. Il passo successivo è riuscire a stare in questa fase senza forzare tempi o risposte, cercando di aprire uno spazio di confronto e valutando insieme, se possibile, un percorso di coppia.
Se vuole, possiamo anche ragionare su come proporlo a lei nel modo più efficace possibile, così da aumentare le possibilità che venga accolto senza essere vissuto come una pressione.
salve dottori, sono in una situazione in cui non capisco e non so cosa fare nel concreto..sono una ragazza di 25 anni, mi sono lasciata con il mio fidanzato (lui più grande di 20 anni), per vari motivi, tra cui non riuscivamo a comunicare, perché lui non voleva le discussioni, vuole stare tranquillo nella relazione, quando io invece voglio avere il confronto, discutere ecc, dall'altra parte avevo riniziato a sentirmi con un amico con cui mi ero frequentata a distanza qualche anno prima, siamo sempre rimasti in buoni rapporti, ci sono semrpe stata per lui e lui mi ha sempre ascoltato e capito ecco..ci siamo rivisti in amicizia un pò di giorni fa, diciamo che ho avuto un senso di colpa nei confronti dell'ex perché comunque ci vedevamo ancora e qualcosa ancora c'è tra me e lui, però vedendo questo amico diciamo che c'è stato qualche bacio, mi sento in colpa perché il mio ex mi ha detto che se fosse successo qualcosa l'avrei perso per sempre ecc..il punto è che sto seguendo un percorso con un professionista, solo che non lo so, non trovo le risposte, mi ha fatto fare un esercizio diciamo di rappresentare la relazione con il mio ex, e comunque si è capito che non mi sento in una relazione e neanche con il mio amico, diciamo che questo mi ha un pò lasciato cosi cosi..non me lo aspettavo ecco, in più mi dice sempre di vedere me, e ciò che provo e sento io, perché parlo sempre delle due parti e dell'esterno, mai di me e di come sto io..però è difficile e quello che vorrei sono cose concrete e non so come fare, vorrei più consigli, ad esempio anche come rapportarmi con il mio ex se lui vuole ancora stare con me, ma io non lo so..se magari voglio ancora vedere questo amico e anche se succede qualcosa..cioè non so come comportarmi e cosa sento non lo so..come posso avere consigli o qualcosa di concreto in modo da capire di più?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che sta vivendo è un momento di grande confusione interna, ma anche di passaggio molto importante, e il fatto che lei senta di “non sapere cosa fare” in realtà è coerente con ciò che sta emergendo: non è tanto una mancanza di risposte, quanto il fatto che le risposte non possono più arrivare dall’esterno come forse accadeva prima.
Lei è abituata, comprensibilmente, a orientarsi molto in base all’altro: a cosa pensa il suo ex, a cosa prova il suo amico, a cosa potrebbe succedere nelle relazioni. Il suo terapeuta, quando le riporta su di sé, non lo fa per lasciarla senza indicazioni, ma perché ha colto un punto centrale: finché lei resta focalizzata sugli altri, continuerà a sentirsi bloccata e in colpa, perché le sue scelte non partono davvero da lei.
Il senso di colpa che prova è molto significativo. Non nasce tanto dal fatto di aver fatto qualcosa di “sbagliato”, ma dal legame ancora attivo con il suo ex e dal peso che le sue parole hanno su di lei. Quando lui le dice che la perderebbe per sempre, sta mettendo una condizione che la tiene emotivamente agganciata, e lei si muove ancora come se dovesse rispondere a quella condizione, anche se la relazione è finita.
Allo stesso tempo, con questo amico emerge una possibilità diversa, ma lei non riesce a viverla liberamente proprio perché è ancora “dentro” qualcosa con il suo ex. E quindi resta in mezzo: non davvero con uno, non davvero con l’altro. È esattamente quello che è venuto fuori anche nell’esercizio che ha fatto.
Capisco che lei cerchi qualcosa di concreto, delle indicazioni chiare su cosa fare, ma il rischio di avere consigli troppo direttivi in questo momento è che lei li segua senza sentirli davvero suoi, e poi torni punto e a capo. Quello che può iniziare a fare, però, è qualcosa di molto pratico, anche se diverso da ciò che si aspetta: fermarsi ogni volta che deve prendere una decisione e chiedersi “se l’altro non esistesse, cosa sceglierei io?”. Non cosa è giusto, non cosa fa soffrire meno qualcuno, ma cosa sente lei, anche se all’inizio è confuso o scomodo.
Un altro passaggio concreto è questo: per poter capire cosa prova davvero, ha bisogno di ridurre l’ambiguità. Continuare a vedere il suo ex mantenendo un legame emotivo e allo stesso tempo aprirsi a un’altra persona rende impossibile qualsiasi chiarezza interna. Non è una questione morale, ma proprio di funzionamento emotivo: due piani sovrapposti creano solo più confusione.
Il fatto che lei dica “non so cosa sento” è molto importante. Non significa che non prova nulla, ma che probabilmente non è abituata ad ascoltarsi senza filtri esterni. E questo richiede tempo, non una risposta immediata.
Lei non è “in ritardo” né sta sbagliando percorso. Sta iniziando a spostarsi da un modo di vivere le relazioni centrato sull’altro a uno più centrato su di sé, e questo passaggio è sempre destabilizzante all’inizio.
Se vuole qualcosa di concreto, può partire da qui: si dia il permesso di non decidere subito tra due persone, ma inizi a scegliere se stessa, anche solo nelle piccole cose, e osservi cosa succede dentro di lei quando smette, anche per un momento, di dover rispondere alle aspettative degli altri. È da lì che inizieranno ad arrivare risposte più autentiche, e soprattutto più stabili.
Buongiorno Gent.mi Dottori, vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti.. una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole) .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che sta vivendo è molto più comune di quanto si pensi, soprattutto quando ci si trova a dover condividere degli spazi con una persona che ha avuto un significato importante nella propria vita. Il fatto che lei provi agitazione, tremore e una sorta di “esplosione interna” dopo averlo visto non è segno di debolezza, ma della presenza di un coinvolgimento emotivo che, anche se razionalmente superato, a livello più profondo non è ancora del tutto spento.
Rispetto al comportamento del suo ex, è comprensibile che lei lo interpreti come un dispetto o un atteggiamento infantile, ma è possibile leggerlo anche in un altro modo: molte persone, quando si trovano davanti a un ex partner, soprattutto dopo tempo e senza un’elaborazione condivisa, tendono ad evitare, a irrigidirsi, a fare finta di niente perché non sanno come gestire l’imbarazzo o le emozioni che si riattivano. Il suo modo di fare, quindi, potrebbe parlare più della sua difficoltà che di una volontà di ferirla o sminuirla.
Il punto centrale però non è tanto capire lui, quanto aiutare lei a stare meglio in queste situazioni. Il fatto che lei si senta “impreparata” nasce proprio dal tentativo di trovare il comportamento perfetto, quello giusto, senza sbagliare. In realtà non esiste una risposta perfetta: esiste un modo che sia sufficientemente rispettoso verso sé stessa.
Dire “permesso” per passare, ad esempio, non sarebbe stato un cedere a lui, ma un prendersi il proprio spazio in modo adulto e neutro. Allo stesso tempo, il fatto che non se la sia sentita è comprensibile: in quei momenti l’emozione prende il sopravvento e blocca.
Quello su cui può lavorare non è tanto “cosa fare con lui”, ma come gestire ciò che le succede dentro. Perché è quella reazione interna che la fa sentire di sbagliare sempre. Più prova a controllarsi o a fare la cosa giusta, più aumenta la tensione. Invece può iniziare, anche gradualmente, a concedersi di essere semplicemente cordiale e neutra, senza dover dimostrare nulla né a lui né agli altri.
Il fatto che lei sia timida e ansiosa la porta a vivere queste situazioni con maggiore intensità, ma non significa che non possa imparare a gestirle in modo più stabile. Anche solo accettare che un po’ di agitazione ci sarà, senza viverla come un errore, è già un primo passo per ridurla.
Non sta sbagliando, sta semplicemente attraversando una situazione emotivamente attivante senza ancora avere degli strumenti solidi per gestirla. E questi strumenti si possono costruire.
Se sente che questa agitazione è troppo intensa o limitante, un percorso insieme potrebbe aiutarla molto a lavorare sia sull’ansia che sulla sicurezza personale nelle relazioni, così da non sentirsi più “in difetto” ogni volta che si trova davanti a lui. Anche perché il vero obiettivo non è gestire lui, ma permettere a lei di stare bene, indipendentemente da lui.
Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive è molto doloroso, perché non riguarda solo la fine di una relazione, ma anche il modo in cui l’altra persona continua a esserci — o meglio, a “non esserci” — nella sua quotidianità. Essere trattati come invisibili, soprattutto da qualcuno che è stato importante, ferisce profondamente e può lasciare un senso di rifiuto difficile da elaborare.
Il comportamento del suo ex, per quanto duro da subire, non va necessariamente letto come cattiveria o disprezzo nei suoi confronti. Spesso, quando una persona prende le distanze in modo così marcato, sta cercando di proteggersi, di evitare il coinvolgimento emotivo o di non riaprire qualcosa che per lui è già stato chiuso. L’evitamento, in questi casi, è più una difesa che un attacco. Questo però non toglie nulla al fatto che per lei sia molto faticoso e doloroso viverlo ogni giorno.
C’è anche un aspetto importante da considerare: lei stessa dice di essere ancora innamorata. Questo rende ogni suo gesto — o non gesto — ancora più carico di significato. Il suo non salutare, non guardare, non avvicinarsi, non è solo mancanza di cordialità, ma viene vissuto come una conferma di non esistere più per lui. Ed è proprio questo che amplifica la sofferenza.
Il desiderio di ristabilire almeno un rapporto cordiale è comprensibile, soprattutto lavorando nello stesso ambiente. Tuttavia, perché questo possa accadere, è necessario che ci sia una disponibilità minima da entrambe le parti. Se lui, al momento, mantiene questa distanza così netta, è possibile che non sia pronto — o non voglia — costruire nemmeno una relazione formale.
In questo contesto, più che cercare di cambiare il suo comportamento, può essere utile spostare l’attenzione su ciò che è sotto il suo controllo. Ad esempio, può iniziare a comportarsi in modo coerente con i suoi valori: un saluto educato, se se la sente, anche senza aspettarsi una risposta; mantenere una postura professionale e rispettosa; evitare però di esporsi oltre, cercando un contatto che al momento lui non sembra voler avere. Non è un modo per “convincerlo”, ma per restare fedele a sé stessa senza entrare in un gioco di evitamenti reciproci.
Allo stesso tempo, è importante riconoscere che continuare a cercare un segnale da parte sua può tenerla emotivamente legata e ferma in questa sofferenza. Il suo dolore è legato non solo a come lui si comporta oggi, ma anche al fatto che il legame, dentro di lei, non si è ancora chiuso.
Riprendere un rapporto cordiale, in questo momento, potrebbe non dipendere da ciò che lei fa o dice, ma dai tempi e dalla posizione emotiva di lui. Quello che invece può iniziare a costruire è una forma di distanza interna, che la protegga un po’ di più da questi vissuti così intensi quando lo incontra.
Non significa smettere di provare ciò che prova, ma iniziare a non lasciare che ogni suo gesto definisca il suo valore o il suo posto nel mondo.
Se vuole, possiamo anche lavorare su come gestire concretamente quei momenti in cui lo incontra, così da ridurre l’impatto emotivo e aiutarla a sentirsi un po’ più stabile e padrona di sé in quelle situazioni.
Buonasera sono un ragazzo di 28 anni e mi sento inferiore e in ritardo rispetto agli altri, sento una forte rabbia e frustrazione perché non ho mai avuto una relazione con una ragazza e non ho amici, purtroppo sto h 24 nel negozio che voglio vendere al più presto, mi da fastidio sentire le solite frasi ognuno ha i suoi tempi perché i miei tempi non arrivano mai se non mi do da fare, la cosa strana e che la rabbia è tanta ma tanta che sono diventato autodistruttivo come se mi odiassi quindi non mi va più di fare nulla su questo, ad agosto compio 29 anni i ragazzi di 18/20 anni stanno più avanti di me io ho bruciato i migliori anni perché a 28 anni se caso remoto succede non posso fare il bambino di 15 anni, ma comunque detto questo con il negozio non ho libertà e poco utile economico, non mi va di rialzarmi perché mi sento molto stanco e nervoso faccio cattivi pensieri, preferisco piuttosto che vivere nel umiliazione! Solo io sono inferiore o gli sfigati come me. Grazie a chi mi darà un consiglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che sta esprimendo ha un’intensità molto forte, e merita di essere preso sul serio senza sminuirlo con frasi fatte. La rabbia, la frustrazione e quel senso di essere “indietro” rispetto agli altri non nascono dal nulla: sembrano il risultato di anni vissuti con poche possibilità di apertura, con un lavoro che la tiene bloccata lì tutto il giorno e con pochi spazi per costruire relazioni o esperienze diverse. In queste condizioni, è quasi inevitabile iniziare a confrontarsi con gli altri in modo duro e sentirsi penalizzati.
Il punto però è che, a un certo momento, questa rabbia invece di restare diretta verso la situazione si è rivolta contro di lei. Quando parla di sentirsi “inferiore”, di definirsi in modo così svalutante, e di avere pensieri autodistruttivi, si percepisce proprio questo passaggio: non è più solo la vita che non le sta dando quello che vorrebbe, ma è come se fosse diventato lei stesso il bersaglio. Ed è lì che la sofferenza si amplifica molto.
Capisco anche il rifiuto di sentirsi dire “ognuno ha i suoi tempi”, perché quando si è dentro questa fatica quella frase suona vuota, quasi come una giustificazione passiva. Allo stesso tempo però, il confronto che fa con ragazzi più giovani la intrappola in una logica rigida: come se esistesse una linea unica e chi non la segue fosse automaticamente “indietro” o “sbagliato”. La realtà è che il suo percorso è stato diverso, più limitato sotto certi aspetti, e questo ha avuto delle conseguenze concrete, non è una colpa né una inferiorità.
C’è anche un altro aspetto importante: vivere h24 dentro un negozio che non le piace e che vuole vendere significa stare costantemente in un ambiente che le ricorda ciò che non va. È molto difficile costruire motivazione, relazioni o energia mentale quando si è immersi tutto il giorno in qualcosa che si percepisce come una gabbia. La stanchezza e il nervosismo che descrive non sono segni di debolezza, ma il risultato di una pressione continua senza vie di sfogo.
Quando dice “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione”, si sente quanto sia diventata intollerabile per lei questa percezione di sé. Ed è proprio qui che serve fare attenzione: quella che vive come “umiliazione” non è un dato oggettivo, ma uno sguardo durissimo che ha interiorizzato su di sé. Non è l’unico a trovarsi in questa situazione, anche se in questo momento può sembrarle così isolata e unica.
Più che chiedersi se è “inferiore”, può essere utile iniziare a distinguere tra ciò che è davvero sotto il suo controllo e ciò che non lo è stato finora. Non ha avuto molte occasioni per costruire relazioni, ma questo non significa che non ne sarà mai capace. Tuttavia, prima ancora di pensare a una relazione o agli altri, c’è da lavorare su questo livello di rabbia e auto-ostilità, perché altrimenti qualunque tentativo rischia di spegnersi subito, come sta già succedendo.
In questo momento, il fatto che dica di non avere più voglia di rialzarsi e di avere pensieri cattivi è un segnale importante. Non è qualcosa da gestire da solo stringendo i denti. Parlare con un professionista potrebbe aiutarla a dare una direzione a tutta questa energia che ora è bloccata e rivolta contro di sé, e a trasformarla in qualcosa di più costruttivo. Non perché lei sia “sbagliato”, ma perché sta affrontando una fase molto pesante e ha bisogno di un supporto reale.
Non è definito da ciò che non è successo finora. In questo momento è una persona stanca, arrabbiata e frustrata, ma questo non esaurisce quello che può diventare, soprattutto se riesce a non restare da solo dentro questi pensieri.
Buongiorno, in seguito a un infortunio sul lavoro sono rimasta invalida e mi trovo impossibilitata a svolgere le cure quotidiane della mia famiglia. Inoltre, non essendo in grado di guidare la macchina, necessito dell'accompagnamento permanente alle visite e cure mediche. Tutto ciò mi crea un forte sentimento di colpa verso la mia famiglia, mi sento depersonalizzata e inutile, anzi, mi sento un peso inutile. È normale tutto questo?
Grazie per un'eventuale risposta.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che sta vivendo è una reazione molto comprensibile rispetto a un cambiamento così importante e improvviso nella sua vita. Un infortunio che modifica l’autonomia, le abitudini e il ruolo che si aveva in famiglia non è solo una difficoltà pratica, ma anche un vero e proprio impatto emotivo e identitario.
Il senso di colpa, la sensazione di essere “un peso”, il sentirsi inutile o come se avesse perso una parte di sé (quella che descrive come depersonalizzazione), sono vissuti che molte persone sperimentano quando si trovano, loro malgrado, a dover dipendere dagli altri. Non significano che lei lo sia davvero, ma raccontano quanto fosse importante per lei essere autonoma, attiva, presente nella cura degli altri. In un certo senso, è come se una parte della sua identità fosse stata messa in discussione.
C’è però un passaggio delicato: il rischio è quello di confondere il “non poter fare come prima” con il “non valere più come prima”. Il suo valore, all’interno della sua famiglia, non è dato solo da ciò che fa concretamente ogni giorno, ma anche da ciò che è, dalla sua presenza, dal legame che ha costruito nel tempo. Quando si è sempre stati nella posizione di dare, ricevere può far sentire a disagio, ma non significa diventare un peso.
Anche il fatto di aver bisogno di accompagnamento o aiuto nelle attività quotidiane può essere vissuto come una perdita di dignità o indipendenza, ma in realtà fa parte di una fase di adattamento a una nuova condizione. Questo adattamento richiede tempo, e spesso passa proprio attraverso momenti come quelli che sta vivendo ora, fatti di fatica, tristezza e senso di smarrimento.
La depersonalizzazione che descrive può essere legata proprio a questo: quando la realtà cambia bruscamente, la mente può “distaccarsi” un po’ per proteggersi dall’impatto emotivo. Non è qualcosa di pericoloso in sé, ma un segnale che il suo sistema sta cercando di reggere una situazione difficile.
In questo momento, più che chiedersi se è “normale” provare queste cose (lo è), può essere utile concedersi la possibilità di viverle senza giudicarsi. Allo stesso tempo, potrebbe essere molto importante avere uno spazio in cui parlare di ciò che sta attraversando, perché non è solo una questione pratica ma un vero e proprio percorso di rielaborazione.
Gradualmente, sarà possibile anche riscoprire un modo diverso di stare nella sua famiglia, che non passi solo dal fare, ma anche dall’essere presente in altri modi. Non è qualcosa che si costruisce subito, ma può emergere nel tempo.
Se sente che questi vissuti diventano troppo pesanti o persistenti, confrontarsi con un professionista potrebbe aiutarla a dare un senso a ciò che prova e a ritrovare un equilibrio più sostenibile dentro questa nuova fase della sua vita.
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Ernia del disco lombare
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