Domande del paziente (293)

    Buongiorno sono in una relazione da oltre 20 anni tra fidanzamento, convivenza e matrimonio con la nascita di un figlio ormai grande...la nostra storia è come quella di tanti, alti e bassi, caratterizzata ad intermittenza da assenze più o meno lunghe (fino a oltre 4 anni) di intimità e quasi totale assenza di dialogo, ma andiamo avanti...
    Tempo addietro scopro dalle sue ricerche Google che ha guardato molto materiale su come riconoscere l'interesse di una donna, cose da dire ad una donna, segnali per capire se piaci ad una donna...ci sono state ricerche per regali da fare ad una collega di lavoro, ci sono state molte ricerche su alberghi e motel nella città vicino alla nostra, quello che mi ha scioccato sono molte informazioni prese su vari tipi di preservativi che noi non usiamo da almeno un decennio...(Alla mia richiesta di chiarimento mi è stato detto fossero per un collega, il regalo e l' albergo mentre sulle altre ricerche dice che c' è stato un momento in cui pensava che una collega stesse flirtando con lui e voleva capire e poi si sono chiariti) Ora io ovviamente non gli credo, anche soprattutto dopo aver trovato una chat nascosta da impronta digitale, chat che mi ha fatto leggere e fino a quel punto assolutamente innocua a meno che non siano stati cancellati dei messaggi...ma se innocua perché nascondere?????
    Pochi giorni dopo aver effettuato le ricerche per gli alberghi e motel mi dice che probabilmente faranno una cena tra colleghi proprio in quella città...
    Non sono più riuscita a trattenermi e ho detto che sapevo di tutte le sue ricerche e ha liquidato tutto appunto come ho spiegato poco sopra, che alcune erano ricerche per un collega e altre per potersi chiarire con questa donna presumibilmente interessata a lui ... ripeto io non riesco a credergli, non mi ha tradita e di questo sono certa, se non cose di poco conto, ma quello che mi fa male è pensare che stesse pianificando di poterlo fare, che l' interesse non fosse di una donna verso di lui ma di lui verso questa donna che poi alla fine deve avergli dato il benservito...oppure tutto non è andato avanti perché io ho scoperto....ora io vorrei superare questa cosa, mi sento una pazza a volte per dare così tanto peso a qualcosa che poi in fine non è successo ma più ci penso più lo sento comunque un tradimento...in cosa sbaglio? Riuscirò mai a superare? Ci sono molti altri dettagli meno importanti in questa storia che però sommati al tutto mi fanno sentire ancora più male, lui mi fa sentire spesso sbagliata, sottolineando talvolta dei miei comportamenti io non so che fare, non vorrei buttare alle ortiche una storia che comunque fa parte di me da più di metà della mia vita, ma con questo logorio sento di non poter andare avanti per molto, ho bisogno di superare questa cosa, sarà possibile con una persona che non comunica ed evita l'argomento?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, quello che sta vivendo non è affatto “esagerato” né “da pazza”, come a volte arriva a pensare. È una reazione molto coerente rispetto a quello che ha visto e, soprattutto, rispetto al tipo di relazione che descrive.

    Dopo più di vent’anni insieme, non è solo una questione di “cosa è successo o non è successo”, ma di cosa si è rotto a livello di fiducia, di complicità e di trasparenza. E da quello che racconta, il punto più doloroso non è tanto il tradimento concreto, ma la sensazione che ci sia stato un movimento nascosto, un interesse, una possibilità cercata altrove… e poi negata o minimizzata.

    Le faccio una domanda molto importante: quello che la ferisce di più è il dubbio che lui abbia fatto qualcosa, oppure il fatto che oggi, davanti al suo dolore, lui non riesca davvero a entrarci e a rassicurarla in modo autentico?

    Perché da come lo descrive, c’è un elemento che pesa tanto quanto le ricerche: il modo in cui lui gestisce (o evita) il confronto. Minimizzare, spostare su altri, darle spiegazioni poco credibili… questo non aiuta a ricostruire fiducia, anzi la consuma ancora di più.

    E ha perfettamente senso che lei lo viva come un tradimento, anche se “non è successo nulla” nel concreto. Il tradimento non è solo l’atto, ma anche l’intenzione, la segretezza, il doppio livello. Una chat nascosta, delle ricerche così specifiche… sono segnali che il suo sistema interno ha colto, ed è per questo che non riesce a lasciarli andare.

    Allo stesso tempo, si sente chiaramente quanto lei sia legata a questa relazione, quanto rappresenti una parte enorme della sua vita. Non è solo “restare o lasciare”, è molto più complesso: è proteggere qualcosa che è casa, storia, identità… ma che oggi la sta anche logorando.

    Il rischio, però, è questo: cercare di “superare” da sola qualcosa che in realtà richiederebbe un lavoro in due. Perché la fiducia non si ricostruisce da una parte sola, soprattutto se dall’altra c’è chi evita, chiude o la fa sentire sbagliata.

    Le chiedo anche questo: quando prova a parlarne, si sente ascoltata davvero o si ritrova a dubitare ancora di più di se stessa?

    Perché se passa il messaggio che “il problema è lei che esagera”, nel tempo si crea una frattura ancora più profonda, fatta di solitudine e confusione.

    Quello che le sta succedendo è che una parte di lei sta cercando di tenere insieme tutto (“non voglio buttare via 20 anni”), mentre un’altra parte sta dicendo “così però non ce la faccio più”. Entrambe hanno ragione, e ignorarne una delle due rischia di farla stare ancora peggio.

    Superare questa cosa è possibile, ma non nel modo in cui lo sta immaginando ora, cioè cercando di convincersi che “non è successo niente”. Si supera solo facendo chiarezza, rimettendo dei confini e capendo se dall’altra parte c’è davvero una disponibilità a ricostruire, non solo a parole.

    Se sente che da sola sta entrando in un circolo di pensieri che la consuma, può essere davvero importante avere uno spazio tutto suo in cui rimettere ordine, senza sentirsi giudicata o “sbagliata”. È esattamente il tipo di situazione su cui lavoro spesso: relazioni lunghe, fiducia incrinata, comunicazione bloccata.

    Se vuole, possiamo iniziare insieme questo percorso. Non per dirle cosa deve fare, ma per aiutarla a capire cosa è giusto per lei, come uscire da questo logorio e come ritrovare una posizione più solida dentro la sua relazione… o fuori, se sarà quello che emergerà. Anche solo iniziare a parlarne in modo guidato può fare una differenza enorme.


    Buongiorno, sono una studentessa universitaria di 20 anni e vorrei chiedervi se un mio sospetto è fondato. Sto cercando di capire se ciò che sperimento possa rientrare in un profilo di neurodivergenza (come l'ADHD) o se sia riconducibile a una disregolazione emotiva e ansiosa. Ho provato a fare una lista di ciò che provo/che ho passato:

    —Talvolta soffro di insonnia causata da pensieri stupidi che non riesco a fermare. Riesco ad addormentarmi solo se sono veramente esausta.
    —In merito ai pensieri che non riesco a fermare, mi sento come se avessi una sottospecie di disco rotto nel cervello che non smette mai di suonare.
    —Mi capita molte volte di sentirmi 'fuori luogo' e di ripensare a ciò che dico/faccio. Se commetto un errore ci rimurgino sopra per ore.
    —Ho sempre avuto difficoltà a seguire le lezioni sia scolastiche che universitarie. Dopo un po' il mio cervello si disconnette, e perdo il filo. A tal proposito, mi capita di dimenticare le cose sul momento e di interrompere una conversazione prima che mi scordo qualcosa.
    —Sotto forte stress tendo a dissociarmi.
    —A causa di molti di questi punti mi è capitato di avere episodi depressivi.

    Vorrei solo sapere se sia opportuno intraprendere un percorso diagnostico specifico o meno. Vi ringrazio per la disponibilità.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, grazie per aver condiviso in modo così chiaro quello che sta vivendo, perché si sente che c’è già una grande attenzione verso se stessa e il proprio funzionamento. Mi occupo spesso di queste difficoltà, sia legate all’attenzione come nell’ADHD, sia a quadri più ansiosi ed emotivi, e quello che descrive è qualcosa che incontro molto frequentemente proprio in persone che stanno cercando di capire “come funzionano”.

    Il suo dubbio è assolutamente legittimo, perché molti dei sintomi che riporta possono appartenere a più aree e, proprio per questo, è facile sentirsi confusi. Da una parte ci sono elementi che possono ricordare un funzionamento attentivo particolare, come la difficoltà a mantenere la concentrazione durante le lezioni, quella sensazione di “disconnessione” dopo un po’ e il bisogno di interrompersi per paura di dimenticare ciò che si sta dicendo. Dall’altra, però, emerge molto chiaramente anche una componente di pensiero che fatica a fermarsi, quel “disco rotto” che continua a girare, insieme al rimuginare sugli errori, al sentirsi fuori luogo e all’insonnia legata ai pensieri: tutti aspetti che spesso hanno molto a che fare con l’ansia e con una forte autocritica.

    Quello che è importante capire non è tanto “o è ADHD o è ansia”, ma come queste cose si intrecciano nel suo caso specifico. Ci sono persone che hanno sempre avuto una certa difficoltà attentiva fin da piccole e che poi, crescendo, sviluppano anche ansia proprio a causa delle difficoltà che incontrano. Altre invece partono da una base più ansiosa e, sotto carico mentale, iniziano a sperimentare difficoltà di concentrazione e memoria che somigliano molto all’ADHD. Anche la dissociazione che descrive sotto stress va nella direzione di un sistema che, quando è sovraccarico, tende a “staccare” per proteggersi.

    Per questo motivo la sua idea di fare chiarezza è molto sensata. Un percorso di valutazione non serve a incasellarsi in un’etichetta, ma a comprendere meglio il proprio funzionamento e trovare strumenti più adatti. Da quello che racconta, ci sono tutti i presupposti per approfondire, senza dare per scontata una direzione o l’altra.

    Le farei solo una domanda, che spesso aiuta a orientarsi: queste difficoltà di attenzione e questa sensazione di mente “sempre accesa” le riconosce anche nella sua infanzia, oppure sono diventate più evidenti negli ultimi anni? Questo piccolo dettaglio può dire già molto.

    Se sente che queste difficoltà stanno iniziando a pesare nella sua quotidianità, nello studio o nel modo in cui vive se stessa, non è qualcosa da rimandare o minimizzare. È qualcosa che merita uno spazio di comprensione. Se vuole, può anche valutare un confronto con me: lavoro molto su queste tematiche e possiamo iniziare insieme a mettere ordine tra questi segnali, senza forzare conclusioni ma cercando di capire davvero cosa sta succedendo e da dove partire per stare meglio.


    Ciao, sono un ragazzo di 21 anni. Ultimamente stavo cercando amicizie e nuove conoscenze in generale e ho scoperto che una ragazza di 17 anni che ha tante passioni in comune con me. Sembra che però entrambi cerchiamo una relazione seria, però lei ha 17 anni (non 17 e mezzo ma proprio 17) e io 21 e mezzo. Potrebbe essere problematica questa differenza di età, quindi per le relazioni serie o rapporti sessuali sono più sul no che sul sì. Per quanto riguarda l'amicizia penso (poi se posso sapere anche da voi sarebbe top) che non ci sia nulla di sbagliato nel fare amicizia con lei. Anzi, ultimamente ho rifiutato di fare amicizia con un altra ragazza proprio per l'età e mi sento in colpa, perché per il resto aveva tante cose positive. Però con quest'altra ragazza nuova che sto conoscendo abbiamo talmente tante cose in comune e esteticamente la trovo talmente carina che sto mettendo in dubbio se il poterci avere una relazione seria sia giusto o sbagliato e soprattutto non so se è giusto avere rapporti sessuali con lei. Inoltre lei è molto affettuosa, cosa che io adoro. Però nell'andare oltre l'amicizia avrei paura, non tanto da un punto di vista legale perché è legale. Avrei un po' più paura per tutto il resto. Cosa dovrei fare per voi? Sarebbe giusto avere una relazione seria (e di conseguenza anche rapporti sessuali) con questa ragazza? O dovrei evitare o aspettare la sua maggiore età? E soprattutto, cosa dovrei fare per assicurarmi che magari lei sa quello che fa? Insomma, fatemi sapere. Vi ringrazio in anticipo per il vostro meraviglioso lavoro

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Ciao, ti faccio i complimenti per come ti stai ponendo la domanda, perché si sente che non stai cercando “una scusa per fare quello che vuoi”, ma che vuoi capire davvero cosa è giusto, rispettoso e sano per entrambi. Non è così scontato alla tua età.

    Quello che senti è normale: quando trovi una persona con tante cose in comune, con cui stai bene e che ti attrae anche fisicamente, è naturale che venga il dubbio “e se potesse essere qualcosa di più?”. Il punto è che qui non c’è solo l’attrazione, ma anche una differenza di fase di vita che stai percependo molto lucidamente.

    Non è tanto una questione solo legale, come hai già intuito. È più una questione di equilibrio, maturità e responsabilità. A 21 anni e mezzo tu sei in una fase diversa: probabilmente più autonomo, con più esperienza relazionale e personale. A 17 anni, anche se una persona può essere molto matura per certi aspetti, è comunque in una fase ancora in evoluzione, anche emotiva.

    Ti faccio una domanda che può aiutarti a chiarire: quello che ti frena è più la paura delle conseguenze esterne o una sensazione interna che “non è il momento giusto”?

    Perché spesso quella sensazione è già una risposta.

    Quello che stai facendo — fermarti, riflettere, non buttarti subito — è già un segnale di rispetto verso di lei. E questo è fondamentale. Quando dici “come faccio a essere sicuro che lei sa quello che fa?”, tocchi un punto importante: non si tratta solo di consenso, ma di consapevolezza. E la consapevolezza, a quell’età, può esserci… ma può anche essere più fragile, più influenzabile, più legata all’entusiasmo del momento.

    Per quanto riguarda l’amicizia, no, non c’è nulla di sbagliato. Anzi, può essere un modo sano per conoscervi davvero senza mettervi subito in una dinamica più delicata. A volte rallentare non significa perdere un’occasione, ma darle spazio per crescere in modo più solido.

    Sulla relazione e sulla parte sessuale, capisco il tuo dubbio, ma il fatto che tu stesso sia “più sul no che sul sì” è molto significativo. Non sembra un blocco imposto da fuori, ma qualcosa che senti dentro. E ignorarlo potrebbe portarti più confusione che altro.

    Ti lascio con una riflessione importante: se tra qualche mese o quando lei sarà più grande questa connessione ci sarà ancora, non sarà andata persa. Ma se ora forzi i tempi, rischi di creare una situazione che poi diventa complicata da gestire per entrambi.

    Se vuoi, possiamo anche approfondire meglio cosa senti verso di lei, perché capire se è più attrazione, bisogno di connessione o qualcosa di più profondo può aiutarti a muoverti con ancora più chiarezza.


    Ho 29 anni e mi sento una fallita. Nessun aspetto della mia vita sta andando come speravo. Non sono riuscita ancora a laurearmi perché ogni qualvolta io debba preparare un esame e mi trovi a dover approcciare lo studio vengo letteralmente assalita da un'ansia micidiale e inarrestabile. Avrei dovuto avere il coraggio di rinunciare agli studi già da qualche anno ma al tempo stesso, se avessi preso questa decisione, avrei pensato di aver perso sia tempo che soldi e la paura di deludere i miei genitori è stata più forte, anche se per loro non avrebbe importato niente, solo la mia felicità. Non ho ancora un lavoro stabile perché da una parte ho procrastinato a causa dello studio e poi perché ho paura di dovermi accontentare di un lavoro che non mi appaghi o che non mi faccia sentire all’altezza e, ciliegina sulla torta, il mio ragazzo mi ha lasciata dopo 10 anni perché già da qualche anno sarebbe voluto andare a convivere per “scappare” da una situazione familiare complicata (premetto che lui sarebbe potuto andare intanto a vivere da solo avendo un lavoro a tempo indeterminato e ben retribuito) ma non lavorando non avrei potuto ancora assecondarlo in questo passo e sostiene che non abbia fatto abbastanza per cambiare questa situazione e in qualche modo a “salvarlo” facendomi sentire sbagliata e la causa della nostra rottura, anche se gli ho espresso più volte che anch’io sentivo questo desiderio, tanto che stavo mandando curriculum su curriculum per trovare un qualsiasi lavoro… forse avrei dovuto farlo prima per fargli capire che era davvero la persona con cui immaginavo il mio futuro, ma avrei voluto da parte sua un po’ più di comprensione e di sostenimento. Non ho mai avuto un briciolo di autostima, anzi, ho sempre denigrato me stessa e le mie capacità, e mi sento costantemente inadeguata e frustrata, non riesco a capire cosa fare per prendere davvero in mano la mia vita. Sono davvero stanca di tutto questo perché, non avendo mai avuto il coraggio di andare da un* psicolog*, non so cosa mi stia succedendo, qualcuno potrebbe aiutarmi a vederci più chiaro? Grazie mille!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Quello che racconti è molto più profondo di un semplice “periodo no”, e si sente tutta la fatica che ti porti dentro da anni. La parola “fallita” che usi è molto dura, ma se la guardiamo bene non descrive chi sei: descrive come ti senti dopo tanto tempo passato a lottare, a rimandare, a sentirti bloccata e a non vedere risultati come speravi.

    Mi occupo spesso di situazioni come la tua, e c’è una cosa che voglio dirti subito con molta chiarezza: quello che stai vivendo non è mancanza di capacità, è un blocco. Un blocco fatto di ansia, paura di deludere, perfezionismo e una voce interna molto critica che negli anni è diventata sempre più forte. Quando dici che appena ti metti a studiare arriva un’ansia “micidiale e inarrestabile”, lì non c’è pigrizia o disinteresse: c’è un sistema che si attiva come se fosse in pericolo. E se ogni volta che provi a fare qualcosa di importante per te ti senti così, è naturale che inizi a evitare, rimandare, bloccarti.

    Poi tutto il resto si incastra: lo studio fermo, il lavoro rimandato, la paura di “accontentarti” ma allo stesso tempo di non essere all’altezza, la relazione che finisce e che ti fa sentire addirittura responsabile. È come se ogni area della tua vita andasse a confermare quell’idea di fondo che hai di te stessa: “non valgo abbastanza”, “non ce la faccio”, “sono indietro”.

    Ti faccio una domanda molto importante: quando pensi a te stessa, la voce che senti dentro è più incoraggiante o più giudicante?

    Perché da come scrivi, sembra che tu viva costantemente sotto un giudizio interno molto duro, che non ti lascia spazio per provare, sbagliare, crescere. E quando questa voce è così forte, anche le decisioni diventano impossibili: qualsiasi strada scegli sembra quella sbagliata.

    Anche sulla tua relazione, è comprensibile che tu ti senta in colpa, ma attenzione: una relazione non finisce mai per una sola causa o per una sola persona. Tu eri in difficoltà, avevi bisogno di tempo, di stabilità interna. Lui aveva un bisogno diverso, più immediato. Non significa che tu “non hai fatto abbastanza” o che dovevi “salvarlo”. Questa è una responsabilità che ti sei presa, ma che non è tutta tua.

    Il punto centrale, però, è un altro: tu da sola stai cercando di uscire da qualcosa che dura da anni e che ormai è diventato un meccanismo automatico. E qui non si tratta di “avere più forza di volontà” o di “darsi una svegliata”. Serve uno spazio in cui qualcuno ti aiuti a capire davvero cosa ti blocca, da dove nasce questa ansia, e soprattutto come iniziare a scioglierla in modo concreto.

    Il fatto che tu non sia mai andata da uno psicologo non significa che “è troppo tardi” o che “dovevi farlo prima”. Significa semplicemente che fino ad ora hai fatto come potevi con gli strumenti che avevi.

    Se senti che sei stanca di stare così — e dalle tue parole si sente tantissimo — allora questo è il momento giusto per iniziare a occuparti davvero di te. Non perché “sei sbagliata”, ma perché stai soffrendo e meriti di stare meglio.

    Se vuoi, possiamo iniziare insieme questo percorso. Lavoro proprio su questi blocchi legati ad ansia, autostima e senso di fallimento, e posso aiutarti a fare chiarezza e soprattutto a rimettere in moto la tua vita in modo graduale, senza forzature ma con una direzione. Anche solo iniziare a parlarne in uno spazio guidato può farti sentire già meno sola e meno “intrappolata” in tutto questo.

    Ti lascio con una domanda semplice ma molto potente: se per un attimo togliessi il giudizio su di te, cosa sentiresti davvero di aver bisogno in questo momento?


    Buongiorno avrei bisogno di un supporto, ormai da circa 20 anni soffro di una forma "strana" di ansia. Faccio un esempio così si capisce meglio. Se qualcuno mi dice guarda che tra una settimana andiamo al mare 2/3 giorni io inizio a spegnermi e ad avere un solo pensiero tutto il giorno ovvero: "devo andare là" e mi si chiude lo stomaco e non riesco a pensare ad altro anche se magari sto guardando un film non riesco a concentrarmi ma penso solo al giorno in cui devo andare e la maggior parte delle volte rinuncio e mi riprendo, questo succede anche se mi devo spostare un po' lontano per lavoro e non riesco proprio a pensare ad altro. Un esempio contrario è stato quando la mia compagna mi ha svegliato alla mattina e mi ha detto alzati che andiamo a Roma (io abito a Mantova) lì per iì cercavo un po' di scuse per non andarci ma non avevo tempo così sono partito per questi due giorni e sono stati dei giorni bellissimi senza pensieri. Se mi dicono il giorno prima o al massimo due giorni prima che devo partire ci vado perché è come se la mia testa non ha il tempo necessario per elaborare il "lutto emotivo" altrimenti se sono più giorni mi spengo emotivamente come se diventassi un'ameba. Sono stato da tre psicologi diversi e anche sotto ipnosi un po' di miglioramento c'è stato ma ancora le trasferte dette con troppo anticipo mi bloccano. Premetto che in età giovanile (ora ho 42 anni) ho sempre girato anche fuori dall'Europa insieme ai miei genitori ma durante l'esame di maturità è come se si fosse bloccato qualcosa e da lì non sono più riuscito a spostarmi dal paese con largo anticipo. Ho letto che potrebbe essere anedonia ma non saprei cosa fare. Spero di essere stato chiaro e ringrazio anticipatamente coloro che mi risponderanno.

    Grazie e saluti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, la ringrazio perché ha descritto la sua esperienza in modo davvero chiaro, e questo aiuta molto a capire cosa sta succedendo. Quello che vive non è affatto qualcosa di “strano” o incomprensibile, anzi ha una logica precisa, anche se nel tempo è diventato molto faticoso da gestire.

    Da come lo racconta, il punto non è lo spostamento in sé, né il fatto di uscire dalla sua zona abituale. Questo è evidente dal fatto che, quando parte senza preavviso o con poco anticipo, riesce a vivere l’esperienza anche in modo positivo. Il nodo sembra essere tutto nell’attesa, in quel tempo che passa tra il momento in cui sa che dovrà fare qualcosa e il momento in cui la fa davvero.

    È come se la sua mente, avendo giorni a disposizione, iniziasse ad agganciarsi a quell’evento e non riuscisse più a lasciarlo andare. Quel pensiero fisso — “devo andare là” — prende spazio, si ripete, si amplifica, fino a spegnerla emotivamente e a farle perdere concentrazione su tutto il resto. La definizione che ha dato, “lutto emotivo”, è molto centrata: è come se una parte di lei vivesse quell’impegno come qualcosa di inevitabile da sopportare, più che come qualcosa da scegliere.

    Le faccio una domanda che può aiutarla a mettere a fuoco meglio: quando sa che deve partire tra qualche giorno, quello che prova è più un rifiuto dell’esperienza oppure la difficoltà a tollerare l’attesa di quell’evento?

    Perché spesso, in situazioni come la sua, non è tanto il “non voler andare”, ma il “non riuscire a stare con quell’idea per giorni” senza sentirsi invasi.

    Il fatto che questo meccanismo sia iniziato in un periodo specifico della sua vita, come quello della maturità, non è secondario. In momenti di forte pressione può succedere che la mente associ l’idea di “evento futuro” a uno stato di tensione o di perdita di controllo, e da lì inizi a riproporre lo stesso schema in situazioni simili.

    Ha già fatto dei percorsi, e questo è un segnale importante di attenzione verso se stesso. Allo stesso tempo, da quello che descrive, sembra che il lavoro fatto non abbia agito fino in fondo su questo meccanismo anticipatorio specifico. Qui non si tratta semplicemente di gestire l’ansia in generale, ma di intervenire proprio sul modo in cui la sua mente si aggancia al futuro e lo trasforma in qualcosa di totalizzante.

    Non si tratta quindi di anedonia, perché la capacità di provare piacere c’è, ed è evidente. Piuttosto, si tratta di un circuito di ansia anticipatoria molto strutturato, che nel tempo si è automatizzato.

    Le dico anche questo con molta chiarezza: dopo tanti anni è comprensibile pensare che sia qualcosa di “fisso”, ma non lo è. È un meccanismo appreso, e proprio per questo può essere modificato, anche se non con la sola forza di volontà.

    Se sente che questa situazione continua a limitarla, può essere davvero utile lavorarci in modo mirato, con qualcuno che vada a intervenire esattamente su questo tipo di funzionamento. È una difficoltà su cui ho visto molte persone fare cambiamenti significativi quando si lavora nel modo giusto, andando proprio a sciogliere quel blocco che si crea nei giorni prima.

    Se vuole, possiamo approfondire insieme e capire meglio come si attiva questo processo nel suo caso specifico, così da iniziare a intervenire in modo concreto. Già il fatto che lei riesca a descriverlo così bene è un ottimo punto di partenza.


    Buon pomeriggio, sono una mamma di due bambine la più grande a tre anni e mezzo e la più piccola sette mesi, veniamo da una situazione un po’ complessa dopo un anno e un mese dove vedo Mamma e il Papà ogni due settimane solo il weekend perché per motivi lavorativi si è trasferito all’estero, adesso in maniera definitiva ci siamo trasferiti da lui alla Grande è molto contenta di essersi avvicinato a lui, perché in questo anno lo ha cercato tanto giustamente, ma con Mio Marito abbiamo notato che nonostante durante l’arco della giornata gli facciamo fare molte attività tra parco ciò che a casa non giocare con la sorellina oppure portare fuori il cane ci rendiamo conto che non è mai contento nel senso che ha sempre atteggiamenti molto irrequieti, cosa che prima non aveva. Molto spesso urla cerco principalmente io di cercare di capire quale sia il problema di chiedergli come si sente come sta se le piace stare qui o se le manca qualcuno o qualcosa, ma la sua risposta è sempre quella che lei è contenta di essere qui con il papà e che vuole il papà sicuramente incide molto il fatto che a cui non conosce nessuno a parte quattro bambini, ma che andando a scuola li vede molto raramente quando incontra qualche bimbo al parco si vergogna e non vuole parlargli dovuto alla lingua e quindi è molto trattenuta. Durante la notte, nonostante avesse iniziato a dormire nella sua stanza, è molto contenta di dormirci da una settimana a questa parte ha iniziato a dormire nel lettone e quando do il latte alla piccola. Lei interviene sempre dicendo che vuole le coccole e inizia a lagnarsi . In certi momenti mi dispiace perché immagino anche per lei sia un grande cambiamento però allo stesso tempo non gli manca nulla perché è super coccolata e sempre fuori a giocare e fare 1000 attività, quindi non capisco come sia possibile che lei faccia ancora capricci e che si attacchi anche alla minima sciocchezza. Cosa posso fare? Avete qualche consiglio?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buon pomeriggio, si sente chiaramente quanto lei sia attenta e presente come mamma, e anche quanto stia cercando di capire davvero sua figlia senza limitarsi a etichettare i suoi comportamenti. Questo è già un punto molto importante.

    Quello che descrive, però, ha molto senso se lo si guarda dal punto di vista della bambina. Sua figlia non sta reagendo tanto alle attività che fa durante la giornata, ma al cambiamento profondo che ha vissuto. In poco tempo è passata da una situazione in cui il papà era presente solo a intermittenza, a un trasferimento in un ambiente nuovo, con una lingua diversa, poche relazioni e anche la presenza di una sorellina molto piccola che inevitabilmente richiede molte attenzioni.

    Anche se lei dice di essere contenta di stare con il papà, e sicuramente lo è, questo non esclude che dentro di sé stia vivendo anche fatica, disorientamento e bisogno di rassicurazione. A quell’età è difficile tenere insieme emozioni diverse e soprattutto spiegarle. Spesso escono attraverso l’irrequietezza, i capricci, il bisogno di stare nel lettone, o il voler richiamare l’attenzione proprio nei momenti in cui lei si occupa della sorellina.

    Le faccio una domanda che può aiutarla a guardare la situazione da un’altra prospettiva: secondo lei, sua figlia in questo momento si sente più “stimolata” o più “sicura”?

    Perché a volte, quando un bambino è molto attivato, portato a fare tante cose, stare fuori, impegnarsi, può sembrare che stia bene… ma in realtà potrebbe avere bisogno soprattutto di rallentare e sentirsi contenuto, rassicurato, “ritrovare casa” dentro la relazione con voi.

    Un altro punto importante riguarda il fatto che lei stessa dice che la bambina è “sempre coccolata” e che “non le manca nulla”. Questo è vero dal punto di vista pratico, ma i bambini non funzionano solo così. A volte non cercano più cose, ma cercano un certo tipo di presenza: esclusiva, calma, prevedibile. Non tanto “tante attenzioni”, ma attenzioni in cui si sentono davvero al centro, anche solo per pochi minuti.

    Mi viene da chiederle: ci sono momenti in cui riesce a stare con lei da sola, senza la sorellina, anche per poco tempo, in modo tranquillo e senza fare nulla di particolare?

    E ancora: quando lei si lamenta o fa capricci, cosa sente dentro di sé in quel momento? Più fatica, frustrazione, senso di non capire… o riesce a vedere anche un bisogno dietro quel comportamento?

    Il fatto che cerchi il lettone e le coccole proprio mentre lei si occupa della piccola non è casuale. Non è tanto un “capriccio”, quanto un modo per dire: “ci sono anche io, ho bisogno di te”.

    Tutto questo non significa che stiate sbagliando, ma che vostra figlia sta ancora cercando un equilibrio dentro un cambiamento molto grande. E spesso, in questi casi, più che aggiungere attività o stimoli, può aiutare togliere un po’ di complessità e aumentare i momenti di connessione semplice, prevedibile, ripetuta.

    Se vuole, possiamo approfondire insieme come creare piccoli spazi quotidiani che la aiutino a sentirsi più sicura e meno in “allerta”, perché è proprio da lì che poi anche i comportamenti iniziano a cambiare.


    Salve, scrivo per cercare di capire come vede, dall’esterno, la mia situazione un professionista.
    Premetto che sono single, sono un ragazzo, ho 25 anni, esattamente come la ragazza di cui parlerò.
    Un paio di mesi fa incontrai questa ragazza in una discoteca fuori dalla mia città, dove io lavoro. Era lì con dei suoi amici per puro caso.
    Durante la serata non ci siamo mai parlati nonostante sapevamo entrambi chi eravamo, ovvero che ci vedevamo tantissime volte in altri locali della nostra città ma non ci siamo mai parlati.
    Io l’ho sempre conosciuta, per le voci che giravano, come una alla ricerca costante di lusso, hype social e soldi. Come una che era uscita da 2 anni da una relazione di 5vanni tossica, con il suo ex che la comandava, manipolava, ricattava ecc. (lei stessa mi racconterà tutto ciò in seguito)
    Dopo la serata lei inizia a seguirmi su qualsiasi social e mi scrive; curioso che mi scrisse inizialmente per risolvere un problema sentimentale che aveva con un suo amico e mi volesse parlare come se ci conoscessimo da sempre.
    La aiutai, in quanto il suo amico era anche mio, ma nei giorni successivi lei tornò molto insistente nel cercarmi.
    Per farla breve, nel giro di una settimana inizia una frequentazione importante. Ci scriviamo dal buongiorno alla buonanotte ogni giorno. Complimenti su complimenti, parole dolci, chiamate infinite per farci compagnia di notte ecc. Tutto perfetto e magico.
    Dopo 2 settimane cosi, si fida anche di salire in auto con me (e dico “si fida” perchè non sale mai con nessun ragazzo per paura di eventuali “secondi fini”) per andare a ballare insieme. È una passione che abbiamo entrambi, ci piace e abbiamo le rispettive compagnie di amici che condividono con noi tutto questo. Ci andiamo 4 volte a settimana, giusto per far capire la frequenza.
    Continua tutto così per circa 1 mese. Sembra tutto perfetto, ripeto, lei mi sta vicina, si affida totalmente a me, comincio ad andare in casa sua, usciamo anche da soli svariate volte, ci scriviamo sempre h24, ci baciamo appassionatamente e dopo una serata abbiamo pure avuto un rapporto sessuale che si è poi ripetuto in altre svariate occasioni durante il giorno normalmente.
    Un sera, di punto in bianco, andiamo in un evento da soli e comincia a ignorarmi parecchio; flirta con svariati ragazzi, si lascia spalpazzare, sparisce lasciandomi da solo per poi riapparire dopo un po’ di tempo con un ragazzo a mano, parla e balla poco con me.
    La cosa si ripete per le successive serate (almeno 4/5) finchè io le comincio a chiedere spiegazioni a riguardo, del tipo: spiegami perchè mi dici che sono “la tua luce”, “il ragazzo che non ha mai avuto” e poi quando entriamo in un locale ultimamente cerchi altri e mi ignori, mi sento leggermente sfruttato e non un amico.
    Da quella mia richiesta di spiegazioni, ha iniziato a vedere tutto quello che le dicessi come un attacco ed una privazione della sua libertà. Ha cominciato a dirmi di non comportarmi cosi perchè le stavo facendo rivivere l’incubo dell’ex.
    Siamo solo amici, è vero, ma il fatto che ci stiamo sentendo e che ti porti io in un locale presuppone che tu voglia stare con me; non che io ti porti e poi tu faccia quello che vuoi, parere mio eh.
    Le incomprensioni continuano praticamente ad ogni serata perchè le ho dato spesso dell’incoerente e della persona poco rispettosa; finchè lei arriva al punto di dirmi: “senti io sono fatta cosi; quando andiamo a ballare un po’ mi annoio e ricerco dell’adrenalina, io ferma a ballare non ci sto. Ho bisogno di attenzioni, di essere sempre al centro e di sentirmi adorata. Per questo vado anche da altri ragazzi a fare magari dei complimenti o a mostrarmi, solamente perchè ho bisogno di farmi vedere e di validazione”.
    Comprendo la cosa e inizio un po’ a confrontarmi con i miei amici, mossa maledetta perchè lei ha cominciato a ribaltarmi l’accusa di incoerenza contro di me, per il fatto che giro con amici a loro volta incoerenti, sfruttatori ecc ecc.
    Va avanti in qualche modo tutto cosi, fino all’altro ieri: dopo una settimana di litigi (sempre riguardanti il fatto che lei si sente oppressa, limitata da me e in dovere di spiegare ogni suo comportamento), mi scrive: “senti, vieni alla serata di stasera? Ho bisogno assoluto della tua presenza. Senza di te non vado. A me di ignorarti a tratti, come abbiamo fatto questa settimana passata, non piace. Quindi vieni che andiamo insieme se vuoi, ti aspetto”.
    Decido di andare.
    Completamente a caso, a metà serata comincia a isolarsi e a schifarmi in tutto quello che io faccia o dica; non c’era nessun motivo, eravamo molto tranquilli e felici, secondo me. arriva, proprio vicino a dove eravamo, un ragazzo con la quale lei si sente e conosce da anni; immediatamente cominciano a limonare e stare vicinissimi e abbracciati. E lei stava lì con lui abbracciata (guardandomi) proprio mentre io ero rimasto a qualche metro da loro, con un amico incontrato lì. Non tornerà mai più con me, continueranno a baciarsi per tutta la sera e alla fine andrà a casa con lui mano nella mano, SENZA NEMMENO SALUTARMI (ma incrociando gli sguardi mi ha detto “cosa vuoi?” in modo un po’ arrogante). E sottolineo che è quest’ultima parte ad avermi infastidito parecchio, non il fatto che si sia baciata quell’altro (è single e lo può fare).
    Ora è proprio da 3 giorni che sembra sparita totalmente. Non mi scrive. Non mi risponde a messaggi (normalissimi che ci mandavamo sempre). Non mi risponde alle chiamate. Non risponde ai miei amici. Però le storie instagram me le guarda e continua a pubblicare regolarmente anche lei. Quindi che devo fare ora? Le ho scritto proprio il giorno dopo: “ciao, come stai? Perchè non mi hai salutata ieri sera? È successo qualcosa?”.
    Che devo fare? Devo insistere? io ho bisogno di spiegazioni. Sto piangendo da giorni e ho perso pure l’appetito dimagrendo 5kg.
    Molti mi suggeriscono il silenzio ma non ci riesco. Devo sentire la sua voce, i suoi pensieri, cosa effettivamente è successo. Perchè giuro non riesco a comprendere.
    Odio il ghosting. Lei l’ha messo in pratica varie volte dopo i litigi con me ed io con lei 1 volta. Ma dopo 1 giorno ci chiarivamo ed era tutto ok. Ora il fatto che siano già 3 giorni di no contact mi preoccupa parecchio. io non voglio e non la devo perdere così; se lei mi spiegasse e volesse allontanarsi almeno lo saprei e se ne potrebbe parlare. Ma volatilizzarsi cosi dal nulla pur mantenendo una presenza social costante, mi fa male malissimo.
    Chiudo dicendo che non ho mai avuto l’intenzione di volerla come fidanzata eh; questo gliel’ho sempre detto e pure lei nei miei confronti. Semplicemente un’amicizia profondissima e anche un po’ intima quasi da fratello e sorella capito?
    Lei mi ha sempre detto “quello che siamo noi, lo sappiamo solo noi”.
    Questo deve essere chiaro ed è fondamentale secondo me.
    In attesa di una risposta, grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Salve, quello che ha raccontato è molto intenso, e si sente chiaramente quanto questa situazione l’abbia coinvolta emotivamente, anche se razionalmente si dice che non voleva una relazione. In realtà, al di là delle etichette, quello che si è creato tra voi è stato un legame molto forte, fatto di presenza costante, intimità, condivisione e anche esclusività emotiva, almeno da parte sua.

    Proprio per questo il comportamento di lei, così altalenante e poi così brusco, la sta destabilizzando così tanto.

    Le restituisco una prima cosa importante: da come descrive la situazione, non sembra esserci coerenza tra quello che lei dice e quello che fa. Le parole che le ha rivolto (“sei la mia luce”, “ho bisogno di te”) sono molto intense, ma i comportamenti — flirtare davanti a lei, ignorarla, sparire — vanno in una direzione completamente diversa. Questo crea confusione, perché la porta continuamente a chiedersi “qual è la verità?”.

    Le faccio una domanda su cui vale la pena fermarsi un attimo: se lei guarda solo ai fatti, senza considerare le parole, che tipo di persona le sembra essere nei suoi confronti?

    Perché spesso restiamo agganciati a quello che l’altro dice o promette, ma sono i comportamenti ripetuti a raccontare davvero la realtà.

    Un altro punto centrale è quello che lei stesso riporta: questa ragazza le ha detto chiaramente di avere bisogno di attenzioni, di sentirsi al centro, di cercare validazione anche da altri ragazzi. Non è un dettaglio secondario, è una dichiarazione molto diretta del suo funzionamento. La domanda diventa: lei è davvero a suo agio dentro una dinamica del genere?

    Perché da quello che scrive, sembra che ogni volta che lei si comporta così, in lei si attivi sofferenza, bisogno di spiegazioni, senso di mancanza di rispetto.

    E allora le chiedo: cosa la tiene così legato a lei, nonostante questo schema si sia ripetuto più volte?

    Arriviamo poi a quello che sta succedendo ora. Il silenzio, il fatto che non risponda ma continui a guardare le sue storie, è qualcosa che fa molto male, soprattutto quando si è abituati a una presenza quotidiana. Il desiderio di avere una spiegazione è comprensibile. Però provi a chiedersi: nelle volte precedenti in cui avete chiarito, le cose sono davvero cambiate… oppure si è tornati nello stesso identico schema?

    Perché se il copione è sempre lo stesso — avvicinamento intenso, confusione, allontanamento — inseguire una spiegazione rischia di tenerla dentro questo ciclo.

    Capisco che il silenzio le sia insopportabile, ma c’è un passaggio delicato qui: continuare a cercarla ora, senza ricevere risposta, la sta facendo stare meglio o peggio?

    E ancora: cosa significherebbe per lei fermarsi, anche solo per qualche giorno, e non scriverle più?

    Non è una questione di “fare il gioco” o seguire strategie, ma di iniziare a spostare l’attenzione da lei a sé stesso. In questo momento sembra che tutto il suo stato emotivo dipenda da quello che lei fa o non fa.

    Le dico una cosa con chiarezza: il suo bisogno di capire è legittimo, ma non è detto che da lei arriverà una spiegazione che la faccia stare meglio. A volte le risposte sono già nei comportamenti, anche se fanno più male perché sono meno rassicuranti.

    Se vuole, possiamo approfondire insieme cosa la lega così tanto a questa dinamica e come può iniziare a uscirne senza continuare a farsi male. Perché più che “non perderla”, qui il punto sembra diventare non perdere sé stesso dentro questa situazione.


    Salve ho 50 anni e premetto che sono sempre stato ipocondriaco e ansioso, da qualche tempo ho paura di strozzarmi deglutendo il cibo, ho una sensazione di avere tra gola e palato un bolo, a tavola mangio poco o quasi nulla per paura di soffocarmi. Ma la cosa che mi preoccupa è che da quando ho avuto il problema di aver paura di soffocare, ho perso qualche chilo per me di troppo, sono alto 196 e attualmente peso intorno agli 80 chili.. Sto mangiando molto meno rispetto a prima solo pasta e frutta a pranzo e poco a cena. Ho paura di andare sottopeso o che non riesca a recuperare. Ho paura di avere qualche patologia, mi misuro spesso pressione, ho fatto recenti analisi sangue che sono risultate regolari. Ho paura di non riuscere a superare questo problema.Attendo un vostro gradito consiglio.. Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Salve, grazie per aver condiviso quello che sta vivendo, perché si percepisce chiaramente quanto questa situazione la stia preoccupando e quanto stia iniziando a incidere concretamente sulla sua vita quotidiana, soprattutto sul rapporto con il cibo e con il suo corpo.

    Da come descrive il tutto, ci sono due livelli che si intrecciano. Da una parte c’è la sensazione fisica che avverte alla gola, quel “bolo” che la porta a pensare di potersi strozzare; dall’altra c’è tutta la parte di paura, controllo e pensiero che si è costruita attorno a quella sensazione e che nel tempo la sta amplificando sempre di più.

    Le faccio una domanda importante: quando ha iniziato ad avere questa paura, ricorda se è successo qualcosa di specifico, magari anche un episodio banale legato al cibo o alla deglutizione, che però le è rimasto impresso?

    Perché spesso questi meccanismi partono da una sensazione o da un episodio iniziale, e poi è la mente — soprattutto in persone già sensibili all’ansia e all’ipocondria — a costruirci sopra un sistema di allarme sempre più forte.

    Un altro aspetto molto significativo è quello che le sta succedendo a tavola: meno mangia, più il corpo si abitua a mangiare poco, ma allo stesso tempo aumenta la paura, perché ogni pasto diventa una prova da superare. È come se si fosse creato un circolo in cui la paura la porta a evitare, e l’evitamento mantiene viva la paura.

    Le chiedo: quando è seduto a tavola, cosa succede esattamente nei suoi pensieri? È più una paura improvvisa e fisica, oppure una serie di pensieri del tipo “e se mi va di traverso”, “e se non riesco a deglutire”, “e se succede qualcosa”?

    E ancora: le capita di riuscire a mangiare con più tranquillità in alcuni momenti o contesti, oppure la sensazione è sempre uguale?

    Il fatto che le analisi siano regolari è un dato molto importante, ma immagino che non sia sufficiente a tranquillizzarla del tutto. Questo è tipico dell’ansia ipocondriaca: anche davanti a esami nella norma, il dubbio resta, o si sposta.

    Il suo timore di perdere peso e di non riuscire a recuperare è comprensibile, ma sembra più una conseguenza di questo meccanismo che una causa. Il punto centrale non è tanto “quanto mangia”, ma cosa succede dentro di lei nel momento in cui dovrebbe mangiare.

    Quello che sta vivendo è qualcosa che vedo spesso: una paura molto concreta, legata al corpo, che però è sostenuta e amplificata da un circuito ansioso molto preciso. E la buona notizia è che, proprio perché è un meccanismo, si può lavorare per modificarlo.

    Non tanto cercando di “forzarsi a mangiare”, ma andando a intervenire su quel momento preciso in cui la paura si attiva, sui pensieri che la accompagnano e sul modo in cui il suo corpo reagisce.

    Se vuole, possiamo iniziare a esplorare insieme più nel dettaglio come funziona questo meccanismo nel suo caso specifico, perché già capire bene cosa succede passo dopo passo è il primo passo per iniziare a sbloccarlo. A volte bastano piccoli cambiamenti mirati per iniziare a sentire che non è più completamente in balia di questa paura.


    Domande su consulenza psicologica

    Da settembre ormai penso di avere un dca, ho perso 10kg, se mangio una volta al giorno e già tanto e ormai il cibo controlla tutta la mia vita. Vorrei spiegarlo ai miei genitori ma non voglio essere un peso per loro e in più non voglio curarmi: ho raggiunto il peso che mi piace e mi vedo bene, ho ancora energie, sono brava nel mio sport, esco sempre e sono circondata dalle mie amiche. Se spesso sento storie di persone che per il dca hanno smesso di vivere, io invece continuo la mia vita tranquillamente ma vedendomi anche meglio. Vorrei che i miei genitori non mi costringessero a riprendere peso o a mangiare, ma capissero il mio problema anche perché continuare a mentire sul cibo mi fa sentire molto in colpa. Si sono accorti che sono dimagrita tanto ma non immaginano sia per questo, anche perché con loro io mi fingo sempre entusiasta di mangiare. L’unica cosa che mi preoccupa è che non ho il ciclo da 8 mesi e so che non è sano. Da una parte io continuo ad amare il cibo ma un lato di me non vede altro che calorie da bruciare, e se mangio troppo riprenderei tutti i kili. So che ci vogliono 7000kcal per ingrassare, ma essendo in sottopeso (45kg, sono alta 1,65m) invece li riprenderei tutti dal primo all’ultimo e la cosa mi terrorizza. In più mi sento in colpa perché prima amavo mangiare e il cibo, non mi preoccupava l’estetica e anzi, mi vedevo benissimo e magra. So che ero magra, ma non abbastanza. Ora anche non sono magra abbastanza, ma il peso sulla bilancia mi piace di più e sono più felice. Mangio per mantenere quel peso, non voglio dimagrire né ingrassare. Il problema è che ora non riesco più a mangiare che ho tantissimo reflusso e per questa ragione i miei genitori mi hanno accompagnata anche da un medico, ma credo che questo reflusso sia dovuto al mio problema con il cibo. Comunque so che i dca sono malattie che solo un dottore può dirmi di avere dopo analisi ecc, ho scritto così solo perché il nome disturbo alimentare mi sembra esattamente quello che descrive il mio problema. Non ho più fame, posso non mangiare per due giorni interi e non sentire nulla, e questo da un lato mi spaventa. Non capisco vorrei solo che i miei genitori mi lasciassero continuare mangiare così ma so che vorranno che io torni come prima. So che gli altri non mi amano per come sono esteticamente né per quanto peso, ma io mi piaccio più magra e questo è il modo per essere più magra e a me va bene. Come posso spiegare tutto questo si miei genitori senza farli preoccupare?? non voglio essere un peso

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Ti rispondo con molta attenzione, perché da quello che descrivi si vede chiaramente che non sei “senza controllo” o “senza consapevolezza”: al contrario, stai osservando benissimo cosa ti sta succedendo, e questo è un passaggio importante.

    Prima cosa che voglio dirti con calma: quello che racconti è qualcosa che vedo spesso anche nel mio lavoro in clinica, dove seguiamo proprio situazioni legate al rapporto con il cibo e al corpo. Non sei un caso isolato, e soprattutto non sei “un peso” per nessuno per il fatto di star vivendo questa difficoltà.

    Quello che emerge è una cosa molto tipica dei disturbi alimentari: da una parte c’è una parte di te che si sente “bene” nel controllo, nel peso raggiunto, nella sensazione di riuscire a gestire il corpo; dall’altra però ci sono segnali molto chiari che il corpo e la mente stanno andando in sofferenza (assenza del ciclo da mesi, pensieri costanti sul cibo, paura intensa di ingrassare, riduzione importante dell’alimentazione, sensazione che il cibo “controlli tutto”).

    Ti faccio una domanda su cui ti chiedo di fermarti un attimo a riflettere: se una tua amica ti dicesse esattamente le stesse cose che hai scritto tu, cosa penseresti della sua situazione?

    Non per giudicarti, ma per provare a vedere se riesci a guardarla da fuori.

    Un altro punto importante è questo: il fatto che tu riesca ancora a uscire, fare sport, vedere le amiche e “funzionare” nella vita quotidiana non significa che il problema non ci sia o sia meno serio. Nei disturbi alimentari, soprattutto all’inizio, è molto comune riuscire a mantenere una vita apparentemente normale mentre dentro il rapporto con il cibo diventa sempre più centrale e rigido.

    Riguardo ai tuoi genitori, capisco molto bene il tuo pensiero: non voler essere un peso è una paura frequente. Però ti propongo una riflessione diversa: secondo te per loro è più pesante sapere che stai vivendo questa cosa da sola e in silenzio, oppure poterla affrontare insieme a te?

    Molto spesso i genitori non si spaventano tanto per la difficoltà in sé, ma per il fatto di non sapere cosa sta succedendo davvero.

    C’è anche un’altra cosa che dici che è molto importante: il fatto che il ciclo sia scomparso. Questo non è un dettaglio secondario o “solo fisico”, ma un segnale che il corpo sta rispondendo a un disequilibrio. Anche il reflusso che descrivi può essere collegato a uno stato di stress e restrizione prolungata.

    Ti chiedo ancora una cosa: dentro di te, c’è una parte anche piccola che si chiede se questo equilibrio che stai cercando di mantenere sia davvero stabile nel tempo, oppure se ti sta già costando più di quanto sembra?

    Non è necessario che tu decida subito cosa fare o che ti “etichetti”. Però da quello che scrivi si vede che una parte di te è preoccupata e sta cercando uno spazio per parlarne senza essere giudicata.

    E questo è esattamente il punto da cui si può partire.

    Se dovessi dirti una cosa molto chiara, è questa: non sei un peso per il fatto di avere questo problema. Ma quello che stai vivendo merita attenzione vera, non isolamento o silenzio.

    Se vuoi, possiamo ragionare insieme su come dirlo ai tuoi genitori in modo che non sia un’esplosione di paura, ma un primo passo di condivisione più gestibile per tutti.


    Buonasera, purtroppo quasi 2 mesi fa mia mamma e' morta improvvisamente per un infarto, ero a casa con lei , ad un certo punto si e' accasciata a terra, ho provato a farle il massaggio cardiaco in attesa dei soccorsi, hanno provato a rianimarla in tutti i modi ma invano. E' stato uno shock, ho sempre dei flashback di quella giornataccia, oltre al.dolore e tristezza della perdita di.mia mamma, vivevo ancora con lei. Sento tanto vuoto senza di lei, non ero preparata, si e' svolto tutto in maniera improvvisa, al mattino l' ho vista, mi ha detto che si sentiva stanca e le girava la testa e dopo si e' accasciata, nel giro di poco me la sono ritrovata in una bara. Ho iniziato a seguire una terapia con una psicologa e nelle ultime sedute mi ha consigliato di sentire uno psichiatra per una terapia farmacologica,in quanto per lei ottimizzerebbe la terapia che sto seguendo. Penso sempre a mia mamma e a quei momenti, ho impresso.il rumore di quando e' caduta oltre il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla. Ho perso anche mio papa' qualche anno fa ma forse per lui ero psicologicamente piu' preparata essendo malato di tumore ma per mia mamma la rapidita' degli eventi non mi permette di fare i conti con il distacco.Ringrazio in anticio chi mi rispondera'. Cordiali saluti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buonasera, quello che ha vissuto è qualcosa di profondamente traumatico, oltre che doloroso. Non si tratta solo della perdita di sua madre, ma anche del modo in cui è avvenuta: improvviso, davanti ai suoi occhi, con un tentativo disperato di salvarla. È un’esperienza che lascia segni molto forti, anche a livello mentale e corporeo.

    Nella mia esperienza, anche lavorando con persone che hanno vissuto lutti improvvisi o eventi così intensi, i flashback, i suoni che tornano, le immagini intrusive e il senso di colpa sono reazioni molto frequenti. Non significano che lei “non sta reagendo bene”, ma che la sua mente sta ancora cercando di elaborare qualcosa che è stato troppo veloce e troppo grande per essere compreso in quel momento.

    Le faccio una domanda delicata: quando le tornano in mente quei momenti, cosa sente più forte dentro di sé? È più il dolore per la perdita, oppure il pensiero “avrei potuto fare di più”?

    Perché quel senso di colpa che descrive merita uno spazio particolare. Da quello che racconta, lei ha fatto esattamente quello che poteva fare in una situazione di emergenza, in attesa dei soccorsi. Ma quando si vive qualcosa del genere in prima persona, è molto comune che la mente cerchi un “appiglio”, e spesso lo trova proprio nel colpevolizzarsi, come se questo potesse dare un senso a ciò che è successo.

    Un altro aspetto importante è la rapidità con cui tutto è avvenuto. Lei stessa lo dice: con suo padre, pur nel dolore, c’è stato un tempo per prepararsi; qui invece c’è stato uno strappo improvviso. E quando manca quel tempo, il processo di elaborazione diventa più complesso, perché una parte di lei è ancora ferma a quel momento.

    Le chiedo anche: nella sua quotidianità attuale, riesce a trovare dei momenti, anche brevi, in cui il pensiero di sua mamma è accompagnato da qualcosa di diverso dal dolore (un ricordo, una sensazione di vicinanza), oppure per ora è tutto ancora molto legato a quel giorno?

    Rispetto a ciò che le ha suggerito la sua psicologa, cioè un supporto farmacologico, le dico con molta tranquillità che è una proposta che in situazioni come la sua ha senso. Non perché “non ce la fa da sola”, ma perché quando il carico emotivo e i sintomi (flashback, pensieri intrusivi, forte attivazione) sono così intensi, un aiuto farmacologico può abbassare un po’ il livello di sofferenza e permettere alla terapia psicologica di lavorare meglio.

    Un’ultima cosa che sento di dirle: il fatto che lei stia chiedendo aiuto, che abbia iniziato un percorso e che riesca a raccontare tutto questo, non è affatto scontato dopo un evento del genere. È un segnale importante di una parte di lei che, nonostante tutto, sta cercando di attraversare questo dolore.

    Se vuole, possiamo anche provare a lavorare insieme su quel senso di colpa e su questi ricordi così vividi, perché sono spesso i nodi più difficili da sciogliere in esperienze come la sua.


    Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
    Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
    Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, grazie per aver scritto con questa sincerità. Da quello che racconta si percepisce non solo un momento difficile, ma una condizione emotiva molto carica, in cui si sono sovrapposti più livelli di stress: la pressione familiare, il vissuto di giudizio costante, i lutti, e anche la fatica personale legata allo studio e alla ricerca di lavoro. È comprensibile che, messi insieme, questi elementi possano farla sentire sopraffatta e svuotata.

    Quello che colpisce molto è il peso delle parole che le sono state rivolte in famiglia. Frasi come “sei un fallimento” o il silenzio punitivo non sono semplicemente conflitti familiari: hanno un impatto emotivo profondo, soprattutto quando arrivano da una figura genitoriale. Le chiedo una cosa: quando suo padre la giudica o la confronta con suo fratello, lei sente più rabbia, più tristezza, oppure più un senso di blocco e paralisi?

    Perché spesso queste emozioni non si presentano tutte allo stesso modo, ma una di loro finisce per prendere il sopravvento e condizionare tutto il resto.

    Un altro punto importante è il senso di vuoto e impotenza che descrive. Le faccio una domanda che può sembrare semplice ma spesso è molto rivelatrice: ci sono ancora, anche solo in piccola parte, situazioni o attività in cui lei riesce a sentire un minimo di “respiro”, anche per pochi minuti, oppure in questo momento tutto appare appiattito allo stesso modo?

    Quando più eventi difficili si accumulano, il sistema emotivo tende a “chiudersi” per protezione, e questo può far emergere proprio quella sensazione di non riuscire più a reagire o a vedere una direzione chiara.

    Da quello che scrive, non emerge una mancanza di valore personale, ma piuttosto una condizione in cui il contesto attuale sta continuamente rinforzando l’idea di non essere all’altezza. E questo, nel tempo, può diventare molto pesante da sostenere da soli.

    Le chiedo ancora una cosa: se in questo momento potesse togliere anche solo uno di questi pesi (famiglia, studio, ricerca lavoro, lutti), quale le sembra quello che la sta schiacciando di più?

    Non perché si debba “scegliere” quale problema è più importante, ma perché a volte capire da dove arriva il maggior carico aiuta a iniziare a respirare almeno da un punto.

    E un’ultima riflessione: il fatto che lei stia cercando aiuto, che riesca a descrivere così chiaramente ciò che prova, non è il segnale di una persona “inutile” o “fallita”, ma di una persona che sta cercando di restare in piedi dentro una situazione molto faticosa.

    Se vuole, possiamo provare a ragionare insieme su quali piccoli passi potrebbero aiutarla a ridurre almeno una parte di questa pressione, senza pretendere di risolvere tutto insieme.


    Domande su psicoterapia

    Buongiorno, non so se questo sia il luogo giusto per avere una risposta, intanto ringrazio per la disponibilità.
    Un anno fa sono stata operata di tumore alla gamba, al momento porto un tutore poiché ho perso la sensibilità al piede.
    Mio marito ha alternato momenti un cui mi è stato vicino a momenti di freddezza e nervosismo, anche quando sono tornata a casa dopo 2 mesi di ospedale.
    Non abbiamo rapporti completi da quasi 2 anni e lui mi ripete che non se la sente per ora per la mia gamba e perché dice di non essere in forma.
    A me sembra strano tutto ciò, nel senso cbe potevo capire un anno fa ma ora non capisco perché non cerchi un momento per noi.
    Avrei bisogno di un vostro parere grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, ha fatto bene a scrivere. Quello che sta vivendo non riguarda solo la dimensione fisica della malattia, ma anche quella emotiva e relazionale, che spesso viene messa in secondo piano ma ha un peso enorme.

    Nella mia esperienza, anche lavorando con persone che hanno affrontato malattie importanti o interventi invasivi, vedo spesso situazioni simili alla sua: non è raro che il partner alterni momenti di vicinanza a momenti di distanza, quasi come se facesse fatica a stare dentro fino in fondo a quello che è successo. A volte non è mancanza di affetto, ma difficoltà nel gestire paura, cambiamento, vulnerabilità, anche sul piano dell’intimità.

    Detto questo, quello che lei sente è assolutamente legittimo. Dopo un percorso così impegnativo, il bisogno di ritrovare uno spazio di coppia, anche fisico, non è qualcosa di “secondario”, ma fa parte del sentirsi di nuovo vivi, desiderati, in relazione.

    Le faccio una domanda importante: quando suo marito le dice che “non se la sente”, che tipo di emozione percepisce in lui? Più imbarazzo, più distanza, più evitamento… o le sembra proprio disinteresse?

    Perché può sembrare una sfumatura, ma cambia molto.

    Un altro punto su cui può valere la pena riflettere è questo: avete mai parlato apertamente, non solo del “perché non succede”, ma di come si sente lei dentro questa situazione? Non tanto chiedendo spiegazioni, ma condividendo il suo vissuto, ad esempio il sentirsi messa da parte, o il bisogno di ritrovare una vicinanza che non sia solo pratica o quotidiana.

    A volte il partner evita anche per paura di “fare male”, di non sapere come muoversi rispetto al corpo che è cambiato, o perché associa la malattia a qualcosa di fragile e quindi si blocca. Altre volte invece c’è proprio una difficoltà più profonda nel contatto emotivo.

    Le chiedo anche: al di là della sessualità, sente che tra voi c’è ancora uno spazio di intimità, di complicità, di scambio affettivo? Oppure anche lì percepisce una distanza simile?

    Perché questo aiuta a capire se il tema è più circoscritto alla sfera sessuale o se riguarda la relazione in modo più ampio.

    Capisco che per lei sia difficile dare un senso a questo comportamento, soprattutto dopo un anno, ed è comprensibile che inizi a sembrarle “strano”. Più che cercare una spiegazione unica, forse può essere utile iniziare a esplorare insieme cosa sta succedendo tra voi due oggi, in questo nuovo equilibrio dopo la malattia.

    Se vuole, possiamo anche ragionare su come aprire questo dialogo con lui in modo che non si senta sotto pressione, ma allo stesso tempo lei non resti sola con questo bisogno.


    Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, grazie davvero per la fiducia con cui ha raccontato la sua storia. Si percepisce chiaramente quanta fatica ci sia dietro, ma anche quanta consapevolezza: non è affatto scontato riuscire a mettere insieme così tanti pezzi della propria esperienza.

    Le dico subito una cosa importante, anche sulla base della mia esperienza con situazioni molto simili alla sua: quello che descrive non è raro nelle persone che vivono ansia, soprattutto ansia legata alle relazioni e all’intimità. E soprattutto, non è automaticamente il segnale che “non ama davvero” o che “la relazione è sbagliata”.

    Quello che emerge nel suo racconto è un filo che si ripete nel tempo: quando una relazione si avvicina davvero, quando diventa concreta, quando entra in gioco l’intimità (emotiva o fisica), qualcosa dentro di lei si attiva molto intensamente. E quell’attivazione sembra trasformarsi in pensieri intrusivi, dubbi, focalizzazione su difetti fisici o comportamentali, fino ad arrivare alla repulsione.

    Le faccio una domanda che può aiutarla a orientarsi: nei momenti in cui sente repulsione o fastidio, quella sensazione arriva “di colpo”, quasi come un’ondata che non riesce a controllare, oppure è più una valutazione razionale che costruisce nel tempo?

    Perché da come lo descrive sembra più un’esperienza che le “succede addosso”, piuttosto che una scelta consapevole.

    Un altro punto molto importante riguarda la coerenza del suo vissuto nel tempo. Già da molto giovane c’è stata questa combinazione di elementi: desiderio di relazione, forte ansia, paura del giudizio degli altri, attenzione intensa all’aspetto fisico (suo e dell’altro), e difficoltà nell’intimità. Anche l’episodio che ha vissuto a 16 anni è stato molto invasivo e può aver lasciato una traccia importante nel modo in cui oggi vive il contatto e la vulnerabilità.

    Le chiedo: quanto sente che il giudizio degli altri (come apparite insieme, cosa pensano gli altri di lui) pesa nei momenti in cui prova vergogna o repulsione?

    Perché questo sembra avere un ruolo significativo.

    Un’altra cosa centrale è quello che è successo con l’interruzione della paroxetina. Il fatto che i pensieri siano diventati più intensi e pervasivi dopo la sospensione è un elemento da considerare con molta attenzione. Non perché il farmaco sia “la soluzione”, ma perché indica che c’è una componente ansiosa/ossessiva importante che, quando non è contenuta, tende a espandersi proprio nelle aree per lei più sensibili: la relazione, il corpo, l’intimità.

    Le faccio una domanda forse difficile ma molto utile: se questi pensieri sparissero improvvisamente, come si sentirebbe nei confronti del suo partner?

    Non in teoria, ma proprio a livello emotivo.

    Perché questo aiuta a distinguere tra ciò che sente davvero e ciò che viene “filtrato” dall’ansia.

    Un altro aspetto che colpisce è il movimento che descrive: desiderio di scappare, ma allo stesso tempo bisogno che lui la cerchi. È una dinamica molto tipica quando c’è una forte ambivalenza tra bisogno di vicinanza e paura della vicinanza.

    E dentro tutto questo, c’è anche una cosa molto importante che lei stessa riconosce: questa relazione, al di là delle difficoltà, le ha dato stabilità, l’ha aiutata a distanziarsi da un contesto familiare complesso, ha avuto un valore reale nella sua vita.

    Le chiedo: riesce a tenere insieme entrambe queste cose? Cioè il fatto che questa relazione sia stata importante e significativa per lei, e allo stesso tempo che oggi stia vivendo una grande fatica al suo interno?

    Perché spesso la mente tende a fare una scelta netta (“o è giusto o è sbagliato”), ma la realtà emotiva è più complessa.

    Il fatto che lei abbia iniziato un percorso di psicoterapia è un passaggio molto importante. Non tanto per arrivare subito a una risposta (“devo lasciarlo o no”), ma per iniziare a comprendere meglio cosa succede dentro di lei quando entra in relazione, quando si avvicina troppo, quando sente di poter perdere il controllo o essere esposta.

    Le dico anche questo con chiarezza: non è necessario prendere decisioni drastiche adesso, soprattutto mentre è dentro un momento di forte attivazione emotiva. Spesso le scelte fatte in questi stati sono più una risposta all’ansia che un’espressione autentica di ciò che si desidera.

    Se vuole, possiamo anche continuare a lavorare insieme su questi aspetti, cercando di distinguere sempre di più tra ciò che è “voce dell’ansia” e ciò che invece appartiene a lei, ai suoi bisogni e ai suoi sentimenti più profondi.


    Salve dottori a volte porgo domande su curiosità e dubbi in forum del genere cerco appunto dei forum di professionisti mi chiedevo quando basti scrivere su forum del genere oppure quando c’è bisogno di un incontro reale ? Spesso dove aver ricevuto risposte alle mie domande comunque mi risolvono il dubbio , ma quando è attendibile ? Grazie per una vostra risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Ciao, è una domanda molto sensata e in realtà più importante di quanto possa sembrare.

    Scrivere in un forum o chiedere un parere online può essere utile soprattutto quando hai bisogno di chiarirti un dubbio, di orientarti, o di dare un nome a qualcosa che ti sta facendo riflettere. In questi casi una risposta può aiutarti a mettere ordine nei pensieri, ridurre l’ansia o semplicemente offrirti un punto di vista diverso. Ed è già un valore concreto.

    Il limite però è che online arriva solo una “fotografia” della situazione, basata su poche informazioni. Questo significa che chi risponde può aiutarti a leggere un problema in modo generale, ma non può osservare come quel problema si presenta davvero nella tua vita, come evolve nel tempo, quali emozioni porta con sé, o come si intreccia con la tua storia personale. Sono tutte cose che in un incontro reale diventano fondamentali.

    Di solito un confronto dal vivo diventa importante quando il dubbio non è più solo una curiosità, ma qualcosa che si ripete, che crea disagio, che influenza le tue scelte o il tuo benessere quotidiano. In quei casi non si tratta più solo di “capire”, ma di iniziare a lavorare su quello che sta succedendo in modo più profondo e continuativo.

    Un altro punto chiave è proprio quello dell’attendibilità che chiedi: una risposta online può essere anche corretta, ma resta comunque generale. Non tiene conto di te nello specifico. Per questo può essere utile come primo orientamento, ma non dovrebbe mai diventare l’unico riferimento quando una difficoltà inizia a pesare davvero o a ripresentarsi nel tempo.

    In sintesi, il forum è uno strumento utile per capire meglio o per farsi un’idea iniziale, mentre l’incontro reale diventa importante quando la domanda non è più solo “cosa significa?” ma “cosa sta succedendo a me e come posso lavorarci davvero?”.

    Il fatto che tu ti stia ponendo questa domanda, in realtà, è già un segnale di buon equilibrio: significa che stai cercando di capire anche il limite degli strumenti che usi, e questo è molto sano.


    Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.

    Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.

    Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.

    Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.

    Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.

    A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.

    Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.

    Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.

    In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.

    È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.

    Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.

    Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.

    Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.

    Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.

    Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.

    Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, grazie davvero per la fiducia con cui ha raccontato la sua storia. Si percepisce chiaramente quanta fatica ci sia dietro, ma anche quanta consapevolezza: non è affatto scontato riuscire a mettere insieme così tanti pezzi della propria esperienza.

    Le dico subito una cosa importante, anche sulla base della mia esperienza con situazioni molto simili alla sua: quello che descrive non è raro nelle persone che vivono ansia, soprattutto ansia legata alle relazioni e all’intimità. E soprattutto, non è automaticamente il segnale che “non ama davvero” o che “la relazione è sbagliata”.

    Quello che emerge nel suo racconto è un filo che si ripete nel tempo: quando una relazione si avvicina davvero, quando diventa concreta, quando entra in gioco l’intimità (emotiva o fisica), qualcosa dentro di lei si attiva molto intensamente. E quell’attivazione sembra trasformarsi in pensieri intrusivi, dubbi, focalizzazione su difetti fisici o comportamentali, fino ad arrivare alla repulsione.

    Le faccio una domanda che può aiutarla a orientarsi: nei momenti in cui sente repulsione o fastidio, quella sensazione arriva “di colpo”, quasi come un’ondata che non riesce a controllare, oppure è più una valutazione razionale che costruisce nel tempo?

    Perché da come lo descrive sembra più un’esperienza che le “succede addosso”, piuttosto che una scelta consapevole.

    Un altro punto molto importante riguarda la coerenza del suo vissuto nel tempo. Già da molto giovane c’è stata questa combinazione di elementi: desiderio di relazione, forte ansia, paura del giudizio degli altri, attenzione intensa all’aspetto fisico (suo e dell’altro), e difficoltà nell’intimità. Anche l’episodio che ha vissuto a 16 anni è stato molto invasivo e può aver lasciato una traccia importante nel modo in cui oggi vive il contatto e la vulnerabilità.

    Le chiedo: quanto sente che il giudizio degli altri (come apparite insieme, cosa pensano gli altri di lui) pesa nei momenti in cui prova vergogna o repulsione?

    Perché questo sembra avere un ruolo significativo.

    Un’altra cosa centrale è quello che è successo con l’interruzione della paroxetina. Il fatto che i pensieri siano diventati più intensi e pervasivi dopo la sospensione è un elemento da considerare con molta attenzione. Non perché il farmaco sia “la soluzione”, ma perché indica che c’è una componente ansiosa/ossessiva importante che, quando non è contenuta, tende a espandersi proprio nelle aree per lei più sensibili: la relazione, il corpo, l’intimità.

    Le faccio una domanda forse difficile ma molto utile: se questi pensieri sparissero improvvisamente, come si sentirebbe nei confronti del suo partner?

    Non in teoria, ma proprio a livello emotivo.

    Perché questo aiuta a distinguere tra ciò che sente davvero e ciò che viene “filtrato” dall’ansia.

    Un altro aspetto che colpisce è il movimento che descrive: desiderio di scappare, ma allo stesso tempo bisogno che lui la cerchi. È una dinamica molto tipica quando c’è una forte ambivalenza tra bisogno di vicinanza e paura della vicinanza.

    E dentro tutto questo, c’è anche una cosa molto importante che lei stessa riconosce: questa relazione, al di là delle difficoltà, le ha dato stabilità, l’ha aiutata a distanziarsi da un contesto familiare complesso, ha avuto un valore reale nella sua vita.

    Le chiedo: riesce a tenere insieme entrambe queste cose? Cioè il fatto che questa relazione sia stata importante e significativa per lei, e allo stesso tempo che oggi stia vivendo una grande fatica al suo interno?

    Perché spesso la mente tende a fare una scelta netta (“o è giusto o è sbagliato”), ma la realtà emotiva è più complessa.

    Il fatto che lei abbia iniziato un percorso di psicoterapia è un passaggio molto importante. Non tanto per arrivare subito a una risposta (“devo lasciarlo o no”), ma per iniziare a comprendere meglio cosa succede dentro di lei quando entra in relazione, quando si avvicina troppo, quando sente di poter perdere il controllo o essere esposta.

    Le dico anche questo con chiarezza: non è necessario prendere decisioni drastiche adesso, soprattutto mentre è dentro un momento di forte attivazione emotiva. Spesso le scelte fatte in questi stati sono più una risposta all’ansia che un’espressione autentica di ciò che si desidera.

    Se vuole, possiamo anche continuare a lavorare insieme su questi aspetti, cercando di distinguere sempre di più tra ciò che è “voce dell’ansia” e ciò che invece appartiene a lei, ai suoi bisogni e ai suoi sentimenti più profondi.


    Buonasera
    Sto vivendo un momento un po' doloroso
    Mi piace molto una ragazza, una mia collega di lavoro.
    Siamo caratterialmente diversi lo ammetto, però abbiamo ammesso ieri di provare un interesse reciproco ma c'è un enorme problema che blocca tutto.
    Ci sono stati diversi litigi, soprattutto per mancanza di onestà da parte di lei, che mi hanno fatto alterare e reagire un po' troppo.
    Questi litigi a lei le hanno fatto capire che non possiamo stare insieme, non potremo mai, che ha già vissuto una situazione del genere e che non vuole caderci di nuovo.
    Ha già pensato diverse volte se tra noi poteva andare oltre ma non ce la fa, non è ancora pronta per una relazione e perché siamo colleghi e se già litighiamo così spesso prima di iniziare dopo diventerebbe peggio, anche se secondo me meglio litigare all'inizio che nel mezzo.
    Ho provato a farle capire che io sono disposto a provare e a migliorare in primis per me stesso e sarei disposto a farle vedere più avanti che sono migliorato (davvero) ma lei non vuole neanche provarci.
    Le ho confessato che è la cosa più bella che mi sia capitata da quando lavoro in questa azienda(ed è vero) e sono felice tutte le volte che la vedo... Questo discorso l'ha fatta emozionare e mi ha preso anche le mani.
    Resta il fatto che ha dato un no definitivo e non vuole fare neanche un tentativo perché siamo troppo diversi e ci sono troppi litigi.
    Secondo voi, ci potrà mai essere un ripensamento da parte sua e quindi un cambiamento di scelta?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buonasera, grazie per aver condiviso una situazione così delicata. Si sente chiaramente quanto questa persona sia importante per lei e quanto le stia facendo male questo momento, anche perché non si tratta di un rifiuto “freddo”, ma di qualcosa di più complesso, dove l’interesse c’è stato ed è stato anche riconosciuto.

    Proprio questo rende tutto più difficile da accettare, perché da una parte ha ricevuto segnali di apertura, di coinvolgimento, persino di emozione sincera, e dall’altra si trova davanti a un “no” che sembra molto deciso. È una contraddizione che può lasciare confusi e con la sensazione che forse ci sia ancora uno spiraglio.

    Da quello che racconta, però, la posizione di lei sembra nascere più dalla paura e dall’esperienza che da una mancanza di interesse. Ha già vissuto qualcosa che le ha fatto male e, riconoscendo alcune dinamiche simili — i litigi, la difficoltà nella comunicazione, le differenze caratteriali — ha scelto di fermarsi prima di ritrovarsi di nuovo in una situazione che teme possa farla soffrire. In questo senso, il suo “no” non è superficiale, ma piuttosto una forma di protezione.

    Capisco anche il suo punto di vista, quando dice che sarebbe disposto a migliorare e a dimostrarlo nel tempo. Questo dice molto di lei, della sua motivazione e del fatto che non sta prendendo la cosa alla leggera. Allo stesso tempo, però, per quanto il desiderio di cambiare sia autentico, non sempre basta a rassicurare l’altra persona, soprattutto se dentro di lei c’è già una convinzione forte costruita sull’esperienza passata.

    Quando qualcuno arriva a dire “non voglio nemmeno provarci”, spesso non è perché non sente nulla, ma perché sente già troppo rischio.

    Lei si chiede se ci potrà essere un ripensamento. La risposta più onesta è che non si può escludere, perché le persone possono cambiare idea, soprattutto se nel tempo percepiscono qualcosa di diverso. Però è importante non restare “in attesa” di questo cambiamento, perché rischierebbe di tenerla bloccata in una speranza che non dipende da lei.

    C’è un passaggio molto significativo in quello che racconta: lei le ha aperto il suo mondo emotivo, le ha detto quanto è importante per lei, e questo l’ha toccata. Il fatto che si sia emozionata e che le abbia preso le mani mostra che il legame, in qualche forma, esiste. Ma allo stesso tempo ha mantenuto il suo confine. Questo è un segnale forte: prova qualcosa, ma non se la sente di andare oltre.

    Forse la domanda più utile, in questo momento, non è tanto se lei cambierà idea, ma cosa può fare lei per stare meglio dentro questa situazione. Per esempio, quanto sente di riuscire ad accettare un rapporto che, almeno per ora, non può diventare quello che desidera? E quanto le farebbe bene, invece, prendere un po’ di distanza emotiva per proteggersi?

    Non è facile, soprattutto quando la persona è anche una collega e quindi presente nella quotidianità. Ma proprio per questo diventa ancora più importante trovare un equilibrio che non la esponga continuamente a speranza e delusione.

    Il fatto che lei sia disposto a mettersi in discussione e a migliorare è un valore grande, che va al di là di questa specifica relazione. È qualcosa che può portarle beneficio a prescindere da come andrà con questa ragazza.

    Rimanga vicino a questa parte di sé, quella che vuole crescere, ma cerchi anche di non legare questo cambiamento solo alla possibilità di conquistarla. Perché il rischio è di mettere il suo benessere nelle mani di una scelta che, in questo momento, non è sua.

    Se vuole, possiamo anche approfondire meglio cosa succede nei momenti di litigio, perché lì sembra esserci un punto chiave che ha inciso molto sulla sua decisione.


    Buongiorno, sono una ragazza di quasi 18 anni e scrivo perché vivo una situazione che non riesco a controllare. Premessa: il tutto è iniziato a 12 anni, poi a dai 14/15 ai 16 sembrava essere migliorata la situazione, ma adesso è peggio di prima.
    A 12 anni ho iniziato ad avere l'impulso di strapparmi ciglia e sopracciglia, mentre adesso si sono aggiunti anche i capelli e il gesto è diventato molto più frequente e sistematico.
    Inoltre, è dai 12 anni che penso di non avere un rapporto sano con il cibo: i primi anni era stata una cosa anche più o meno sopportabile, che si è risolta da sola (periodi di restrizione col cibo), invece nell'ultimo anno non fa che peggiorare (per farla breve abbuffate/restrizioni).
    Non voglio dire che i due problemi siano collegati l'uno con l'altro perchè sono la prima che non riesce a darsi una risposta o controllarsi da sola, il che mi fa sentire come se non fossi cresciuta affatto, anzi avevo più autocontrollo a 12 anni.

    Non so bene quale sia il mio obiettivo scrivendo tutto questo e non vorrei nemmeno essermi esposta troppo, ma lo considero un passo avanti piuttosto che continuare a parlare dei miei problemi con una AI.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Ciao, grazie per averlo scritto in modo così aperto. Quello che racconti non è affatto “troppo” né fuori posto, e soprattutto non è una cosa che indica mancanza di crescita o di autocontrollo. In clinica si vedono spesso situazioni molto simili alla tua, con l’intreccio tra comportamenti ripetitivi sul corpo e difficoltà nel rapporto con il cibo: non perché siano “la stessa cosa”, ma perché spesso sono due modi diversi con cui la mente prova a gestire tensioni interne che diventano difficili da contenere.

    Il fatto che sia iniziato così presto e che abbia avuto fasi alterne, con periodi di miglioramento e poi ricadute, è qualcosa che si osserva frequentemente. Non è un andamento lineare e non dipende dalla forza di volontà. Anzi, spesso chi vive queste difficoltà è molto consapevole di ciò che sta succedendo e proprio questa consapevolezza può aumentare la frustrazione, perché si vorrebbe “fermarsi” ma in certi momenti l’impulso prende il sopravvento.

    Anche il rapporto con il cibo che descrivi, con oscillazioni tra restrizione e abbuffate, non va letto come qualcosa di separato o “in competizione” con l’altro comportamento. Spesso sono entrambe espressioni di una stessa difficoltà di regolazione emotiva, che cambia forma a seconda dei momenti, dello stress, delle emozioni che fai più fatica a tollerare.

    Una cosa importante che voglio dirti con chiarezza è che non c’è nulla in quello che racconti che faccia pensare a una mancanza di maturità. Al contrario, il fatto che tu riesca a osservarti così bene e a mettere in parole tutto questo è un punto di partenza molto significativo.

    E anche il dubbio che hai avuto scrivendo, quel “non so se sto dicendo troppo”, è molto comune: spesso queste esperienze portano a vergogna o al timore di essere giudicati, ma in realtà parlarne è proprio il primo passo per iniziare a cambiare la dinamica.

    Quello che posso dirti, con l’esperienza che ho con questo tipo di situazioni, è che non sei “bloccata” in questo schema. È qualcosa che può cambiare, ma di solito non succede solo con il controllo o lo sforzo diretto: succede quando si inizia a capire cosa attiva davvero questi impulsi e quando si costruiscono alternative più sostenibili per gestirli.

    Se ti va, si può anche provare a capire insieme in quali momenti senti di più questo impulso, perché spesso lì emergono i punti chiave su cui poi si lavora davvero.


    Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, da quello che scrive si percepisce un senso di stanchezza profonda più che semplice insicurezza. Non è solo “non aver avuto una relazione”, ma la sensazione continua di non riuscire ad accedere a qualcosa che per gli altri sembra naturale, e col tempo questo può trasformarsi in una sorta di chiusura preventiva: evito, non mi espongo, non mi affeziono, così non rischio di confermare ancora una volta quella sensazione di non essere scelto.

    Quello che descrive però ha anche un’altra lettura importante. Non sembra tanto un problema di valore personale o di “essere noioso”, quanto piuttosto una difficoltà che si attiva nel momento in cui entra in gioco la possibilità di vicinanza emotiva. Il blocco, la difficoltà a sostenere lo sguardo, il vuoto nel discorso, sono segnali molto tipici di una risposta d’ansia: non è che “non sa fare”, è che in quel momento il sistema va in sovraccarico e la mente si protegge spegnendo o limitando l’esposizione.

    Col tempo, però, questa protezione può diventare una gabbia. Più si evita, più aumenta la convinzione di non essere in grado, e più quella convinzione rende difficile riprovare. È un circolo che non nasce da un difetto di personalità, ma da una ripetizione di esperienze in cui si è associata la relazione al rischio di fallire o di non essere scelti.

    La parte forse più dolorosa del suo messaggio è quando dice che ormai evita anche di affezionarsi, come se si fosse già anticipata la fine. Questo è un punto centrale: quando la mente decide in anticipo che “non andrà bene”, in realtà si protegge dalla delusione, ma allo stesso tempo impedisce anche la possibilità di vivere qualcosa di diverso da quella previsione.

    Il confronto con gli altri, in questo, pesa molto. Vedere amici in coppia può rafforzare l’idea che ci sia qualcosa che manca, ma raramente racconta tutta la realtà di come le relazioni si costruiscono o delle difficoltà che anche gli altri attraversano.

    Le faccio una riflessione che può essere utile: se non ci fosse la paura di non essere scelto, come si comporterebbe con una ragazza che le interessa? Non per trovare una risposta perfetta, ma per iniziare a distinguere tra ciò che è suo e ciò che è una risposta automatica dell’ansia.

    E un’altra cosa importante: non è detto che “i suoi tempi” siano semplicemente più lunghi, come spesso si dice per consolarlo. Più che di tempo si tratta di modalità. Finché la modalità resta quella del blocco e dell’evitamento, il tempo da solo non risolve. Ma questa modalità può cambiare, e spesso cambia proprio quando si inizia a esporsi in modo graduale, senza pretendere subito di “saper fare tutto”, ma permettendosi di fare anche esperienze imperfette, senza leggerle come una sentenza su di sé.

    Quello che emerge non è una mancanza di capacità di amare o di essere amato, ma una difficoltà nel tollerare la parte iniziale del contatto, quella più incerta e vulnerabile. È lì che si può lavorare, ed è lì che spesso si sbloccano anche le situazioni che oggi sembrano ferme da anni.

    Se vuole, si può ragionare insieme su cosa succede esattamente in quei momenti di blocco, perché lì di solito si nasconde il nodo principale.


    Salve, mia moglie dopo 17 anni di matrimonio ha deciso di lasciarmi. Mi ha detto che ho commesso troppi sbagli, si sente triste con me, nn si sentiva amata abbastanza e le interazioni negative dei miei genitori la hanno soffocata. Andrà a stare in una nuova casa in affitto, e in attesa della sistemazione della nuova casa, resterà ancora con me per almeno un'altro mese. Io l'amo ancora perdutamente ma nn ha voluto sentire ragioni, e mi tratta giustamente con freddezza e distacco. Rispetto cmq la sua decisione e sto limitando il piu possibile i rapporti con lei ( come anche da suggerimenti altrui). Giorno dopo giorno sto cercando ad imparare, gestire e nascondere le mie emozioni tenendomi impegnato con la gestione della casa e tutto il resto, ora ricaduto quasi interamente su di me. Mi è vi chiedo, in speranza di una riappacificazione futura, ma lo stare forzatamente assieme tutto questo mese, in uno stato ibrido di distacco, fatto per lo più di abitudinaria tristezza ed indifferenza( tranne i momenti dedicati alla bimba) non rischia di danneggiare ulteriormente il nostro rapporto? Potrebbe confermarle e darle la convinzione ulteriore di essere triste quando ė con me? Sarebbe il caso che andassi via io in questo mese? Come posso sfruttare questi pochi giorni che staremo ancora assieme in modo produttivo alla relazione ( esempio dimostrando impegno e propensione al cambiamento di alcuni miei comportamenti sbagliati? ) o devo attendere passivamente tutto questo sino a che nn andrà via? Grazie di cuore

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buonasera, si sente profondamente quanto questo momento sia difficile per lei. Dopo tanti anni insieme, non si tratta solo di una separazione, ma di qualcosa che tocca la sua storia, i suoi affetti, la sua quotidianità. E dentro tutto questo, il fatto che lei provi ancora un sentimento così forte rende tutto ancora più intenso.

    Il dubbio che porta è molto comprensibile: stare insieme in questo mese, in una sorta di convivenza “sospesa”, può sembrare quasi controproducente, come se ogni giorno potesse confermare a sua moglie la sua decisione. In parte questo rischio esiste, soprattutto se il clima è carico di tensione, tristezza non espressa o tentativi, anche involontari, di riavvicinamento che lei in questo momento non è pronta ad accogliere.

    Allo stesso tempo però non è tanto la convivenza in sé a fare la differenza, quanto il modo in cui viene vissuta. Se questo tempo diventa uno spazio in cui lei riesce, per quanto possibile, a mantenere un atteggiamento rispettoso, stabile, senza rincorrerla emotivamente e senza cercare di convincerla, allora non è necessariamente dannoso. Anzi, può evitare di aggiungere ulteriore peso a una situazione già molto delicata.

    Si percepisce che lei ha già iniziato a fare qualcosa di importante, cioè provare a contenere le sue reazioni, a non forzare il contatto, a rispettare il suo distacco. Non è facile, soprattutto quando dentro c’è amore e paura di perdere tutto, ma è una direzione significativa. Più che “dimostrarle” qualcosa in modo esplicito, in questa fase conta molto di più ciò che passa nei comportamenti quotidiani: la calma, la gestione delle situazioni, il modo in cui si occupa della casa e di vostra figlia, senza caricare tutto di significati o aspettative.

    Andare via potrebbe sembrare una soluzione per evitare questo clima, ma non è detto che sia automaticamente la scelta migliore. Se fosse una fuga dal dolore o un modo per non riuscire a reggere la situazione, rischierebbe di lasciare in sospeso molte cose. Se invece lei sente di riuscire a stare lì mantenendo un certo equilibrio, allora può avere senso restare, proprio per non trasformare questo periodo in un’ulteriore rottura brusca.

    C’è però un aspetto molto delicato: lei parla di “nascondere” le emozioni. È comprensibile che non voglia appesantire la situazione, ma è importante che queste emozioni trovino comunque uno spazio, anche fuori dalla relazione, perché altrimenti rischiano di accumularsi e diventare ancora più difficili da gestire. Non si tratta di non sentire, ma di scegliere dove e come esprimere ciò che prova.

    In questo momento, più che cercare di “sfruttare” questi giorni per recuperare la relazione, può essere utile viverli come un tempo in cui lei inizia davvero a fare un lavoro su di sé, indipendentemente da quello che succederà tra voi. Paradossalmente, è proprio questo che nel tempo può lasciare uno spazio aperto, mentre il tentativo diretto di riavvicinarla ora rischierebbe di chiuderlo.

    Resta una situazione sospesa, dolorosa e piena di incertezza, e il fatto che lei stia cercando di affrontarla con rispetto dice molto di come tiene a questa relazione. Se vuole, si può anche approfondire insieme cosa sente di aver sbagliato e come trasformarlo in qualcosa di concreto, che resti suo al di là di come evolverà la storia con sua moglie.


    Buongiorno, vivo in una città del nord da 21 anni, insieme a mio marito e 2 splendidi figli adolescenti.
    Io e mio marito siamo, di un paesino del sud Italia
    io ho una storia familiare non facile, mio padre assente, mia madre anaffettiva, controllante, giudicante
    a 23 anni ho conosciuto mio marito, appena la nostra unione è diventata ufficiale, sono caduta in depressione, una brutta depressione che ho curato con farmaci e tanta psicoterapia..alla fine del percorso sono arrivata alla conclusione che per stare bene, dovevo scappare dai miei posti..così ho lasciato il lavoro e sono partita, lui con me...
    nella città in cui viviamo sono stata benissimo da subito, ci siamo sistemati, sposati, abbiamo due lavori ottimi e due figli che ci danno grandi soddisfazioni, ci sono comunque delle cose di questa città che mi pesano, la considero non del tutto la mia città...mio marito non si è mai ambientato, infatti dice sempre che quando andrà in pensione trascorreremo periodi giù, dove abbiamo una splendida casa.

    Abbiamo sempre paragonato la città in cui viviamo a quella vicina al nostro paese d'origine e sempre detto che la nostra vita ideale sarebbe stata lì, conducendo una vita come quella che facciamo ora ma con meno spese e più svaghi, nei fine settimana avremmo potuto goderci la casa, gli amici e i parenti al paese, complici il clima, il mare, i paesaggi, facendo tutte le cose che ora non facciamo, e avendo anche il supporto dei parenti
    circa 10 anni fa abbiamo avuto l'occasione di poter rientrare definitivamente ma erano lavori precari, mio marito voleva tornare a tutti i costi, ma io sono di nuovo caduta in grave depressione, ricurata con farmaci. Abbiamo rinunciato

    2 anni fa ennesima occasione, appagante per me, ma stavolta è mio marito a rinunciare, in preda all'ansia

    ora io sono stata chiamata a colloquio tra un mese per un posto di lavoro al mio paese, un buon posto di lavoro, ci vorrei andare perchè vedo la vita che vorremmo, vivremo in città, io mi sposterei tutti i giorni in attesa di una destinazione più vicina, i ragazzi sono felici di un eventuale trasferimento, mio marito pure...ma io sono in ansia, dormo male, una volta lì penso che la mia mente vada a rivivere tutto il percorso depressivo della pre-partenza di 21 anni fa, il tutto accentuato dal fatto che non conosco bene la nuova città, temo di non riuscire ad ambientarmi e temo di lasciare ciò che ho perchè, in caso di fallimento, non posso poi tornare sui miei passi

    sono cresciuta tanto, caratterialmente, emotivamente, lavorativamente, vorrei riuscire a gestire il tutto ma non so, ho bisogno di un parere

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, si sente quanto questa scelta tocchi qualcosa di molto profondo dentro di lei, non è semplicemente un cambio di città o di lavoro. È come se si intrecciassero due parti della sua storia: da una parte la vita che ha costruito con tanta fatica e che oggi è stabile, dall’altra tutto ciò che rappresenta il ritorno, con i desideri, le immagini di una vita diversa, ma anche con ricordi emotivi molto forti legati a un periodo difficile.

    Nella mia esperienza, situazioni come la sua sono tutt’altro che rare: quando un luogo è stato associato a una fase di sofferenza importante, come una depressione, non resta solo un “posto geografico”, ma diventa anche un contenitore emotivo. E quindi è assolutamente comprensibile che oggi, anche se la sua vita è cambiata e lei è cresciuta, una parte di lei reagisca con ansia, come se dovesse proteggersi da qualcosa che in passato è stato molto doloroso.

    Questo però non significa che tornando lì lei rivivrà automaticamente la stessa esperienza. La persona che era 21 anni fa non è la persona che è oggi. All’epoca si trovava in un contesto familiare difficile, in una fase di vita diversa, con meno strumenti e meno autonomia. Oggi invece ha costruito una famiglia, una stabilità lavorativa, ha fatto un percorso terapeutico importante e ha sviluppato risorse che allora non aveva. È comprensibile che la mente faccia un collegamento diretto tra “quel luogo” e “quel dolore”, ma quel collegamento non è una condanna.

    Allo stesso tempo, la sua ansia non va ignorata, perché sta dicendo qualcosa di importante: non solo “ho paura di tornare”, ma anche “ho paura di perdere ciò che ho costruito e di non poter tornare indietro”. Questo senso di irreversibilità pesa molto, perché rende la scelta più rigida, più definitiva di quanto forse sia nella realtà.

    C’è anche un altro elemento delicato: per anni lei e suo marito avete costruito insieme un’immagine di “vita ideale” legata al ritorno. Quando un’idea resta a lungo nel piano del desiderio, può diventare molto carica di aspettative, quasi perfetta. Ma nel momento in cui diventa concreta, entra in gioco la realtà, con le sue incognite, e questo può generare una forte attivazione ansiosa, come se ci fosse il rischio di perdere non solo quello che si ha, ma anche quell’idea così costruita nel tempo.

    Il fatto che anche in passato, quando il ritorno si è avvicinato, siano emerse reazioni importanti (prima in lei, poi in suo marito) è un segnale che questa scelta tocca equilibri profondi, non solo pratici ma emotivi e familiari.

    Quello che può aiutarla, più che cercare subito una risposta definitiva, è iniziare a distinguere tra la paura “del passato” e la realtà di oggi. La sua mente sta reagendo come se stesse tornando nella stessa condizione di allora, ma le condizioni sono completamente diverse. E forse il punto non è tanto “andare o non andare”, ma capire se questa scelta può essere resa più graduale, più esplorativa, meno definitiva nella sua percezione.

    Lei dice di essere cresciuta molto, e questo è un elemento centrale. Forse la domanda può diventare: come posso affrontare questa possibilità con le risorse che ho oggi, senza sentirmi intrappolata in una scelta senza ritorno?

    Il fatto che lei senta il desiderio ma allo stesso tempo questa forte ansia non è una contraddizione, è proprio il segnale che la decisione è importante. Non c’è nulla di “sbagliato” in questa ambivalenza, anzi, spesso è il passaggio necessario prima di fare una scelta più consapevole.

    Se vuole, possiamo anche provare a capire insieme cosa, concretamente, la spaventa di più nel quotidiano di questo possibile cambiamento, perché spesso è lì che l’ansia diventa più chiara e più gestibile.


Domande più frequenti

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