Domande del paziente (293)
Buonasera scrivo perché purtroppo non sò come muovermi... Ho un compagno che amo ma da tempo inizio a sospettare che ci sia un problema.
Quando l' ho conosciuto era un single che si divertiva a fare serate e bere (a volte troppo) tanto da "distruggere" il gruppo in cui suonava come batterista, perché era arrivato al concerto ubriaco e non riusciva a suonare... Da addormentarsi in macchina perché dopo un matrimonio aveva alzato il gomito e non sapevo dove fosse... Insomma "serate" ma pensavo che piano piano queste abitudini smettessero.
Invece purtroppo ha iniziato a non bere solo nel weekend adesso beve tutta la settimana... Non torna a casa che non si regge in piedi, però dice sempre con orgoglio che fa' la dieta alcolica per dimagrire, fieramente dice che invece di pranzare al lavoro per non ingrassare beve 1/2 gin-tonic. Quando arriva a casa magari né beve un' altro, più l' amaro, in settimana... Nel weekend dà il meglio di sé è capace di bersi mezza bottiglia di gin da solo, associata a qualche bicchiere di vino e amaro. Quando torniamo a casa si arrabbia per ogni cosa, una luce lasciata accesa, perché gli dico di non avvicinarsi perché puzza di alcol e il suo sguardo mi spaventa e lì inizia ad insultarmi, litighiamo. Mi accusa di esagerare, di non rompere che non ha bevuto troppo.
Purtroppo ho 3 figli e i 2 più grandi iniziano a guardarlo male, si vergognano quando esagera e mi chiedono del perché beva così tanto se sà che poi si riduce un straccio.
Io non sò che fare... Vorrei separarmi perché quando affrontiamo il tema da sobrio, mi accusa di essere esagerata e che voglio trovare una scusa per portargli via i figli, ma non è una scusa... Mi dice che sapevo che ha sempre bevuto e che lo regge quindi vuole dire che non esagera. Di non parlargli di terapia perché lui non ha nessun problema ma sono io che non lo amo come prima.
Questa situazione mi sta' distruggendo
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive non è solo una difficoltà di coppia, ma una situazione che la sta mettendo in una posizione molto faticosa e, per certi aspetti, anche rischiosa sul piano emotivo per lei e per i suoi figli.
Il comportamento del suo compagno, per come lo racconta, non sembra più legato a “qualche serata”, ma a un uso dell’alcol che è diventato quotidiano, giustificato e difeso. Il fatto che minimizzi, che ne vada quasi fiero, che neghi il problema anche quando lei prova a parlarne e che reagisca con rabbia o aggressività, sono segnali importanti. Non è lei che sta esagerando: è una situazione che ha un impatto reale sulla vita familiare.
C’è un aspetto che pesa molto nelle sue parole: lei si trova sola a vedere il problema e a cercare di affrontarlo, mentre lui lo nega e ribalta su di lei la responsabilità, arrivando a dirle che è lei a non amarlo abbastanza. Questo tipo di dinamica può portare, nel tempo, a dubitare di sé stessi e a sentirsi confusi, ma da ciò che racconta la realtà è piuttosto chiara.
In più, i suoi figli stanno iniziando a rendersi conto di ciò che accade. Il loro disagio, la vergogna che provano, sono segnali che la situazione sta già avendo un effetto su di loro. Questo è un elemento molto importante da tenere presente, perché spesso i bambini e i ragazzi percepiscono molto più di quanto si pensi, anche quando non viene detto apertamente.
È comprensibile che lei pensi alla separazione: non come “punizione” per lui, ma come possibile forma di tutela per sé e per i suoi figli. Allo stesso tempo, è normale sentirsi bloccati, perché c’è amore, c’è una storia e c’è la speranza che lui possa cambiare.
Purtroppo, però, un cambiamento reale rispetto all’alcol può avvenire solo se la persona riconosce di avere un problema. Finché lui nega e rifiuta qualsiasi aiuto, lei non può “convincerlo” da sola, né con le parole né con la pazienza.
In questo momento, il punto più importante è spostare l’attenzione da “come far smettere lui” a “come proteggere me stessa e i miei figli dentro questa situazione”. Questo può significare iniziare a mettere dei confini più chiari, ad esempio non accettare il contatto quando è ubriaco, non entrare in discussioni in quei momenti, e soprattutto iniziare a valutare concretamente quali sono le sue possibilità e le sue risorse nel caso decidesse di allontanarsi.
Non deve affrontare tutto questo da sola. Un supporto per lei, anche individuale, può aiutarla a fare chiarezza, a sentirsi meno isolata e a prendere decisioni più solide, senza essere travolta dal senso di colpa o dalla paura.
Il fatto che lei dica “questa situazione mi sta distruggendo” è già un segnale molto chiaro: qualcosa, così com’è ora, non è più sostenibile. E ascoltare questo segnale è un primo passo importante, non contro di lui, ma a favore della sua salute e di quella dei suoi figli.
Se vuole, possiamo anche ragionare insieme su come affrontare una conversazione con lui in un momento di lucidità, oppure su come iniziare a costruire, passo dopo passo, un piano più concreto per tutelarsi.
Buonasera dottori, parto dal presupposto che il mio non è un problema di salute in quanto tale, anche se mi sta mettendo in grosse difficoltà.
Sono sposato da 4 anni ora ne ho 42 ma da quando avevo 10 anni amo immensamente vestire da donna.
Nel corso degli anni ho spesso provato a smettere ma non sono mai riuscita a farne a meno.
Non sono particolarmente attratta dagli uomini preferisco le donne ma ultimamente qualcosa è cambiato e avrei voglia di provare con qualche uomo però davvero la situazione è insostenibile.
Da una parte la famiglia che amo dall' altra una forza fortissima che mi porta in segreto a mettere trucchi collant smalti gonne tacchi.
Non mi vedo solo vestita ammetto che negli ultimi tempi mi vedo proprio donna.
Ho più volte cominciato percorsi di psicoanalisi che però non mi hanno fatto uscire da questa situazione.
Vorrei un vostro parere un consiglio qualcosa, so che online è molto difficile ma davvero non so più che pesci prendere.
Sono costretta a nascondere tutto sotterfugi di ogni natura pur di portare avanti questo desiderio che è davvero fortissimo.
Infine nell' ultimo periodo ho cambiato i miei gusti sia a livello personale che generale e delle donne da un po' non guardo più le classiche zone che piacciono agli uomini ma le invidio vedendole così ben vestite, invidio le loro borse,i loro capelli le loro unghie e mi sento sempre più vicina a loro .
Datemi una mano se potete almeno qualche consiglio.
Grazie anticipatamente
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è una situazione complessa, ma la prima cosa importante da sottolineare è che non sei “sbagliata” o “anormale”: ciò che provi rientra nelle varianti dell’espressione di genere e dell’identità, e il desiderio di vestirsi da donna o esplorare aspetti femminili non è in sé patologico. Ciò che ti sta causando sofferenza è il conflitto tra il tuo io interiore e la vita che conduci, e la difficoltà di trovare uno spazio sicuro per esprimerti.
Un primo passo fondamentale è trovare modalità sicure e rispettose di esplorare questa parte di te, senza sentirti obbligata a nasconderla completamente. Ci sono percorsi di supporto specialistici per persone che vivono situazioni di cross-dressing o fluidità di genere, che non si limitano a psicoterapia tradizionale ma includono gruppi di sostegno, counselor esperti di identità di genere, e talvolta percorsi di coaching psicologico mirati all’integrazione di questa dimensione nella vita quotidiana. Il fatto che la psicoanalisi classica non abbia funzionato non significa che non esistano altre strade: spesso servono approcci più pratici e orientati all’esperienza concreta del sé.
Può essere utile anche affrontare il tema della comunicazione con la tua famiglia o con persone di fiducia, quando e se ti sentirai pronta, per ridurre il senso di sotterfugio e colpa. Non significa necessariamente “uscire allo scoperto” subito, ma costruire gradualmente una rete di supporto, anche online o tramite associazioni specializzate, dove poter parlare liberamente senza giudizio.
Infine, esplorare la tua femminilità può essere fatto in piccoli passi che ti fanno sentire autentica senza compromettere la tua vita o il rispetto delle persone care: dedicarti a trucco, abbigliamento, accessori o gesti che ti fanno sentire donna, in spazi privati e sicuri, può già dare sollievo e aiutarti a integrare questa parte di te senza ansia.
Se vuoi, posso suggerirti alcune strategie concrete per cominciare a vivere questa dimensione in modo sicuro e soddisfacente, pur continuando a mantenere equilibrio nella vita familiare. Vuoi che ne vediamo assieme?
Salve soffro di ansia e attacchi da panico. Da qualche mese, ho intrapreso un percorso di psicoterapia d’ accordo con il mio dottore stiamo provando la tecnica dell’esposizione da qualche settimana, devo dire che psicologicamente a poco a poco mi sto sentendo meglio soprattutto non mi faccio prendere più dal panico, ma il corpo ahimè somatizza ancora e soprattutto la mattina appena sveglia l’ansia è molto forte e va scemando durante la giornata… vorrei sapere se tutto questo è normale e se ci voglia più tempo per far riprendere il mio corpo. Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è molto comune in chi sta affrontando l’ansia e gli attacchi di panico, soprattutto quando si segue un percorso di esposizione graduale. La differenza tra mente e corpo è importante da comprendere: spesso la mente riesce a interiorizzare prima le nuove strategie, a capire razionalmente che non c’è pericolo e a gestire meglio la paura, mentre il corpo impiega più tempo ad adattarsi. I sintomi fisici come tensione, palpitazioni o ansia intensa al risveglio sono normali perché il nostro organismo “si prepara” alla giornata aumentando adrenalina e cortisolo, due ormoni che regolano l’energia ma amplificano la sensazione di allerta.
Anche se la parte mentale sta migliorando, il corpo ha bisogno di essere allenato a calmarsi allo stesso modo: questo richiede tempo, pazienza e costanza nel mettere in pratica le tecniche di respirazione, rilassamento muscolare e gestione dei pensieri. È un processo graduale e, nella maggior parte dei casi, i miglioramenti fisici arrivano dopo qualche settimana o mese, quando il corpo comincia a fidarsi delle strategie apprese.
Se vuoi, possiamo affrontare insieme questi momenti di ansia più intensa in modo pratico, aiutandoti a intervenire sul corpo e sulla mente nello stesso tempo, così da sentirti più stabile e tranquilla fin dal mattino. Questo tipo di approccio permette di avere una guida concreta su come reagire durante gli attacchi e di diminuire progressivamente la somatizzazione.
Mia moglie è molto pessimista,emana molta negatività e si mette molto spesso,quasi sempre contro le mie idee,i miei pensieri e alle mie realizzazioni,riuscendo a demoralizzarmi e non farmi più essere di pensiero positivo. Come posso gestire questa situazione?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è una situazione difficile e pesante: avere accanto qualcuno che trasmette costantemente negatività e contrasta le tue idee può minare l’autostima e la motivazione. La chiave qui è trovare un equilibrio tra rispetto per la persona e tutela del tuo benessere emotivo.
Prima di tutto, è importante stabilire dei confini chiari. Non significa litigare o cercare di “cambiare” la sua personalità, ma proteggere il tuo spazio mentale. Ad esempio, se un commento o un atteggiamento ti demoralizza, puoi riconoscerlo e distaccarti emotivamente senza prenderlo come verità assoluta. Puoi usare frasi chiare e assertive: “Capisco il tuo punto di vista, ma io la vedo in modo diverso” o “Preferirei concentrarmi su soluzioni piuttosto che sugli ostacoli”.
Secondo, cerca di mantenere fonti di positività fuori dalla dinamica di coppia: hobby, amicizie, attività che ti rinforzano e ti ricordano il tuo valore. Questo ti aiuta a non far dipendere completamente il tuo stato d’animo dall’atteggiamento di tua moglie.
Terzo, se la negatività diventa sistematica e pesa sulla relazione, può essere utile proporre un confronto aperto, magari supportato da un mediatore o da una coppia di terapeuti. L’obiettivo non è “sconfiggerla” o convincerla a cambiare, ma trovare modi di comunicare che non ti schiaccino e che permettano anche a lei di esprimersi senza demoralizzarti.
Infine, tieni presente che la resilienza emotiva si costruisce anche imparando a non internalizzare continuamente il pessimismo altrui. Riconoscere quando un commento ti sta ferendo e scegliere di non darle troppo peso è un atto di cura verso te stesso, e nel tempo può aiutare a mantenere un equilibrio nella coppia senza sacrificare il tuo benessere.
Se vuoi, posso suggerirti anche delle strategie pratiche per comunicare e gestire la negatività quotidiana in maniera più immediata e concreta. Vuoi che lo faccia?
Buongiorno,
vorrei sottoporvi una mia problematica. Ho 37 anni e fin da ragazzina ho avuto difficoltà nel relazionarmi.
Quando andavo a scuola ho sofferto di bullismo, mi canzonavano per il mio aspetto (a loro dire, ero una racchia) e subito costanti angherie.
Anche per questo motivo fino ai 19 anni non ho mai avuto alcuna esperienza sessuale o di amore giovanile ma da ragazzina non mi ponevo il problema, ho sempre avuto molte passioni e poche amicizie ed ero contenta così.
Dai 20 ai 23 anni ho avuto la mia prima storia seria con una persona rivelatasi poi insicura e con la quale vi erano costanti litigi. Dopo quasi 3 anni decido di chiudere questa relazione e per un po' sono stata bene così da single. Il problema nasceva quando provavo a rimettermi in gioco, perchè incontravo puntualmente persone interessate solo a rapporti fisici.
Dopo questa prima storia ho avuto altre 3 relazioni (tutte a distanza di anni l'una dall'altra) della durata di un anno. In queste relazioni sono stata sia lasciata (dicevano di non sentirsi pronti) e ino l'ho lasciato io. Il problema nasce dal fatto che spesso e volentieri mi sentivo una sorta di passatempo per loro, non ho mai percepito un interesse reale di voler costruire qualcosa.
Ad oggi sono single da quasi 5 anni e comincio a pensare che forse o nemmeno io voglio costruire qualcosa o sono sfortunata. In questi anni ho provato spesso a rimettermi in pista ma non sono mai andata oltre 2 appuntamenti. E temo che l'interesse che gli uomini hanno sia solo di natura sessuale. Quando ci esco insieme li vedo distratti e sembra quasi che debba corteggiare solo io. Inoltre non mi spiego come mai per anni sono trascorsi mesi senza fsrr incontri nella vita quotidiana e mi sono dovuta abbassare ad usare le app di dating per poi rivelarsi un ricettacolo di mercenari.
Quando esco trovo solo gente molto grande o già impegnata e non so più dove sbattere la testa.
Sono sola da anni e temo di non riuscire a sopportare altrettanti anni da sola.
Mi chiedo solo che cosa ho fatto per meritare un simile dolore quando tutte le ragazze trovano qualcuno.
In questi anni ho cercato delle risposte ma non me trovo. Comincio a pemsare che semplicemente non sono il tipo di donna con la quale un uomo vorrebbe una relazione. Mi sento depressa e spesso esco a camminare per ore o anche senza meta. Tanti mi dicono: "meglio sola che male accompagnata". Ma cosa ne sanno del dolore? Di quel dolore che ti fa bagnare il cuscino di lacrime! Vorrei solo potermi rassegnare una volta per tutte e tenermi tutto magari sposandomi al lavoro. Ma non penso sia possibile non amare più
Ti dicono "trovato un hobby ", beh ne ho una serie ma non bastano a colmare il vuoto perché la testa va a quel pensiero, il pensiero "ok, togliti dalla testa di avere un compagno!"
Ho superato tanti momenti bui nella mia vita ma la solitudine perenne penso non sia accettabile per nessuno sopratutto se pensi che hai un cuore grande.
Vi chiedo solo se esiste un modo per convivere con questo tarlo nel cervello.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che racconta è profondamente toccante e arriva con tutta la sua fatica, ma anche con una grande lucidità su ciò che ha vissuto. La sua sofferenza non è esagerata né “sbagliata”: è il dolore reale di chi desidera un legame autentico e, nonostante i tentativi, continua a sentirsi esclusa o non scelta. E questo, nel tempo, logora, perché tocca un bisogno umano fondamentale, quello di essere visti, desiderati e amati per ciò che si è.
La sua storia ha delle radici importanti: il bullismo, le prese in giro sull’aspetto, le esperienze relazionali in cui non si è sentita davvero scelta. Tutto questo, anche se lei ha costruito una vita ricca di interessi e ha dimostrato grande forza, può aver lasciato dentro una traccia silenziosa, una ferita legata al senso di valore personale e al sentirsi “degna” di amore. Non è qualcosa di consapevole o volontario, ma spesso queste esperienze portano a sviluppare aspettative dolorose, come quella di essere cercata solo per l’aspetto fisico o di non essere abbastanza per costruire qualcosa di stabile.
Non significa che lei non sia una donna con cui costruire una relazione, ma che probabilmente si è trovata, anche inconsapevolmente, in dinamiche o contesti che non favorivano incontri autentici. Le app di dating, ad esempio, possono amplificare proprio quel tipo di attenzione superficiale che lei teme e rifiuta, alimentando ancora di più la sensazione di essere vista solo in un certo modo. Questo però non definisce il suo valore né le sue possibilità.
Il punto più delicato è un altro: lei dice “forse non sono il tipo di donna che un uomo vorrebbe”. Questa frase fa molto male, perché sembra una conclusione definitiva su di sé. Ma non è una verità, è una ferita che parla. Il rischio è che, col tempo, questa convinzione diventi così forte da influenzare anche il modo in cui si presenta agli altri, magari facendola sentire già “fuori gioco” ancora prima di iniziare davvero a conoscere qualcuno.
Riguardo alla sua domanda più importante, cioè se esiste un modo per convivere con questo “tarlo”, la risposta è sì, ma non nel senso di rassegnarsi o spegnere il desiderio di amare. Piuttosto si tratta di trasformare il rapporto con quella mancanza: imparare a non far dipendere il proprio valore e la propria serenità dalla presenza di un partner, pur continuando a desiderarlo. È un equilibrio difficile ma possibile. Significa lavorare su di sé non per “trovare qualcuno”, ma per sentirsi piena anche da sola, senza che questo annulli il desiderio di condividere la vita con qualcuno.
Il dolore che descrive, quel pianto nel cuscino, quella sensazione di vuoto che neanche gli hobby riescono a colmare, merita uno spazio di ascolto più profondo. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla non perché “c’è qualcosa che non va in lei”, ma perché c’è una ferita che ha bisogno di essere vista, compresa e rielaborata, così da non guidare più le sue esperienze relazionali.
Non è condannata alla solitudine, e non deve convincersi a non amare più. Il suo desiderio di amore dice qualcosa di bello su di lei, non qualcosa che deve essere eliminato. Il lavoro, semmai, è fare in modo che quel desiderio non si trasformi in una sentenza contro se stessa.
Se vuole, possiamo anche ragionare insieme su come creare contesti più favorevoli per incontri diversi da quelli che ha fatto finora, ma partendo sempre da un punto fondamentale: lei non è “sbagliata”, è una persona che ha sofferto e che sta cercando il suo posto nelle relazioni. E questo merita rispetto, non giudizio
Buongiorno,
ho pensato molte volte di scrivere qui per ricevere un consiglio da parte di professionisti, e finalmente oggi (dopo quasi un anno) ho preso coraggio.
Nel mese di giugno dell’anno precedente, a un evento della mia città dove mi trovavo con una mia amica, ho conosciuto quest’uomo. Inizio premettendo che lui è 20 anni più grande di me…
Nonostante ciò, fin da subito ho sentito una leggera attrazione nei suoi confronti, non solo fisica - essendo molto affascinante - ma anche a livello caratteriale; fin da subito, chiacchierando con lui abbiamo notato molte cose in comune tra noi, insomma mi sembrava quasi di parlare con un mio coetaneo!
Per non portarla alla lunga, io e lui abbiamo parlato tutta l’estate, sviluppando una vera e propria confidenza, e d’estate, verso luglio, ci siamo visti alcune volte (classiche esperienze estive, ma oltre al bacio non si è andato oltre.)
Dopo qualche mese abbiamo spesso di parlare, ho troncato tutto io sia perché notavo da parte mia veri e propri sentimenti, sia perché ho provato ad iniziare una frequentazione con un mio coetaneo. Questa frequentazione - che si è tramutata in una relazione - è durata quasi mezzo anno, fino a quando le cose non sono iniziate ad andare male, e io in un forte periodo di stress (sia in questa relazione, che nella vita in generale, per degli eventi capitati) mi sono trovata nuovamente a pensare a quest’uomo, fino a quando non siamo tornati a chiacchierare/sentirci sporadicamente.
So di star facendo una cosa relativamente sbagliata, parlare con una persona più grande di me non so che fine abbia, né da parte sua che da parte mia. Ma quando parlo con lui mi sento compresa, capita. Cosa che non ho mai visto nella mia ultima relazione.
Ecco ora la mia domanda è: cosa c’è di sbagliato in me per trovarmi meglio con le persone con cui condivido una significativa differenza d’età?
Mi sono sempre reputata una ragazza molto più matura della mia età anagrafica - sarà anche perché sono dovuta crescere molto in fretta, affrontando il divorzio dei miei genitori in tenera età e non avendo mai avuto una figura paterna presente, non lo vedo e non lo sento da dieci anni -, e noto spesso questa differenza di maturità proprio con i miei coetanei.
Spero che la mia domanda (seppur molto lunga) non sia inopportuna, ma è un dubbio che mi tormenta da parecchio.
Mi scuso anche per qualche errore di battitura!
Grazie in anticipo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, intanto le dico che il fatto stesso che abbia trovato il coraggio di scrivere dopo tanto tempo racconta già quanto questa situazione sia importante per lei, e quanto stia cercando di capirsi davvero, non di giudicarsi.
Quello che descrive non ha nulla di “sbagliato” in sé. Il sentirsi attratta da una persona più grande, con cui percepisce sintonia, profondità e comprensione, spesso ha molto più a che fare con i bisogni emotivi che con l’età anagrafica. Quando una persona, come lei, ha dovuto crescere in fretta e ha vissuto delle mancanze importanti – come quella di una figura paterna – è naturale sviluppare una sensibilità e una maturità diverse, e allo stesso tempo cercare relazioni in cui sentirsi vista, capita e contenuta.
Quell’uomo, da come lo descrive, sembra aver intercettato proprio questo: una comunicazione fluida, una sensazione di essere compresa senza sforzo, una presenza che forse le è mancata in altri contesti. È per questo che, anche a distanza di tempo e nonostante altri tentativi di relazione, il pensiero torna lì. Non è debolezza, né un errore: è un legame emotivo che ha lasciato un segno.
Allo stesso tempo, è importante tenere insieme entrambe le parti della sua esperienza. Da un lato c’è ciò che sente – autentico e significativo – dall’altro c’è una realtà oggettiva fatta anche di una grande differenza d’età, di una relazione che è rimasta in una zona un po’ indefinita e che non si è mai davvero concretizzata. Questo non significa che non abbia valore, ma che forse non le ha dato fino in fondo quella stabilità e chiarezza che lei meriterebbe.
La domanda che si pone, in realtà, è molto profonda: non è tanto “perché mi piacciono persone più grandi?”, ma “di cosa ho bisogno in una relazione per sentirmi davvero bene?”. E da quello che racconta emerge chiaramente: comprensione, profondità, presenza emotiva, sentirsi accolta senza doversi adattare. Se queste qualità non le ha trovate nel suo coetaneo, è normale che il confronto l’abbia riportata verso chi, almeno in parte, gliele ha fatte sentire.
Non c’è nulla di sbagliato in lei, ma c’è qualcosa di importante da comprendere meglio: come riconoscere e cercare questi bisogni in relazioni che possano essere anche equilibrate, reciproche e chiare, senza dover restare in situazioni ambigue o sospese. Perché il rischio, altrimenti, è di legarsi più alla sensazione che quella persona le dà che alla relazione reale che si può costruire.
Un percorso più approfondito su questi temi potrebbe aiutarla davvero a mettere a fuoco i suoi bisogni affettivi, a comprendere meglio cosa la attrae e perché, e a costruire relazioni in cui sentirsi sì compresa, ma anche serena e sicura. Non perché ci sia qualcosa da “correggere”, ma perché c’è molto da scoprire e valorizzare di sé, soprattutto nella sua modalità di amare e di legarsi agli altri
Salve dottori, vorrei esporvi una questione a non riesco ancora a passarci sopra o comunque a risolvere, nonostante vado da 6 sedute da un professionista, ma non ho ancora trovato risposte se non il fatto di sentire ciò che sento ma non riuscendo ancora a capire I miei sentimenti o bisogni ecco...il punto è che da qualche mese mi sono lasciata con una persona piu grande di 20 anni circa (io ne ho 25), per vari motivi, con lui ci continuiamo a vedere e sentire ogni tanto, a volte capita anche che succede qualcosa tra di noi, però ecco è difficile distaccarmi da lui perché mi dispiace, ci tengo, e dall'altra diciamo che c'è un amico con cui mi sono frequentata qualche anno fa prima del mio ex e con cui mi sono sempre sfogata e mi ha sempre capito e ascoltato quando gli parlavo dei problemi con il mio ex, mi sono sempre trovata bene a parlare, scherzare ecc, in questo ultimo periodo mi è sembrato di iniziare a provare qualcosa, ma è sempre rimasta un amicizia anche da parte sua, ci siamo visti poi qualche settimana fa (perché siamo a distanza) e diciamo è successo qualche bacio..il problema è che non so come mi sento, perché ad esempio non mi sento di riuscire a tornare con il mio ex nonostante lui mi voglia ancora, mi dica di tornare insieme e insista, ci stia male ed è come se mi facesse sentire in colpa e io non riesco, forse anche perché non provo quello che provavo prima, allo stesso tempo non mi sento di poter stare insieme a questo amico perché non lo so, non mi sento di provare un cosi forte sentimento per lui, ma allo stesso tempo vorrei rivederlo, ma comunque proverei un dispiacere per l'altro/senso di colpa..proverei dispiacere per entrambe le parti, inoltre in terapia c'era stata una seduta in cui ho rappresentato due cerchi pensando alla persona ma sono risultati distanziati e non mi aspettavo questo..per entrambe le persone però..non so cosa fare, mi dispiace per tutti e due..ora questo amico vorrebbe un distacco da me perché so che comunque prova qualcosa e sa che io non ci starei, ma non so che fare, come comportarmi, vorrei rivederlo, ma non so come distaccarmi e se farlo dal mio ex..dovrei forse stare da sola e poi forse capirò qualcosa? non so come muovermi..
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che sta vivendo è molto più comprensibile di quanto le sembri, anche se dentro di sé ora appare tutto confuso e carico di senso di colpa. In realtà non è “bloccata”, ma si trova in una fase di passaggio emotivo in cui sta cercando di lasciare andare qualcosa di importante senza avere ancora qualcosa di nuovo e chiaro a cui aggrapparsi.
La relazione con il suo ex, anche se finita, è ancora emotivamente attiva. Il fatto che continuiate a vedervi e che tra voi succedano ancora delle cose rende molto difficile il distacco, perché una parte di lei rimane legata, non solo per affetto ma anche per responsabilità emotiva: sente il suo dolore, le sue richieste, e questo la porta a sentirsi in colpa. Ma il senso di colpa, in questi casi, non è un indicatore di amore, è spesso il segnale che si sta facendo carico anche di ciò che non le appartiene più. Il fatto che lei dica chiaramente di non riuscire a tornare con lui è un dato importante, anche se fa male.
Dall’altra parte c’è questo amico, con cui esiste una connessione più leggera, più spontanea, ma non ancora così definita da farle sentire sicurezza o un coinvolgimento pieno. Il desiderio di rivederlo c’è, ma non è accompagnato da una certezza emotiva forte, e questo è normale: quando si è ancora legati al passato, è difficile sentire davvero cosa si prova per qualcun altro.
Il punto centrale non è scegliere tra uno e l’altro, ma riconoscere che in questo momento lei non è davvero libera di scegliere. È ancora “in mezzo”, con una parte di sé che guarda indietro e una che prova ad aprirsi avanti, ma senza uno spazio interno sufficientemente libero per capire cosa desidera davvero.
Anche quel lavoro fatto in terapia, con i due cerchi distanti, è molto significativo: sembra indicare che, al di là del legame e dell’affetto, nessuna delle due relazioni in questo momento è davvero “vicina” a ciò che sente profondamente. E questo può spaventare, perché lascia un senso di vuoto, ma è anche un passaggio necessario.
Il rischio, continuando così, è di restare agganciata a entrambe le situazioni: con il suo ex attraverso il senso di responsabilità e l’abitudine emotiva, e con l’amico attraverso il bisogno di leggerezza e comprensione. Ma così facendo, lei rimane in una posizione in cui non si ascolta fino in fondo.
La possibilità che lei stessa intuisce – prendersi uno spazio per sé – non è una fuga, ma potrebbe essere esattamente ciò che le serve. Non per “stare sola perché deve”, ma per creare quel vuoto necessario a capire cosa sente davvero, senza influenze, senza sensi di colpa, senza pressioni esterne. Solo in quello spazio può emergere una risposta più autentica.
Questo non significa che perderà entrambi, ma che smetterà di scegliere per paura di ferire qualcuno e inizierà a scegliere partendo da sé. E da lì, qualsiasi direzione prenderà, sarà più chiara e meno dolorosa. Un lavoro più approfondito su questi aspetti, anche all’interno del percorso che ha già iniziato, può aiutarla a distinguere meglio tra affetto, senso di colpa e desiderio reale, così da non sentirsi più “tirata” da due parti ma più centrata su ciò che davvero vuole per sé.
dal 22 luglio ho pensato di essere gay per una sensazione per un amico che pensavo mi piacesse e poi una setrimanabe quel pensiero svanisce per tutto agosro dove mi fisso di un personaggio femmina di squid game un po maschile 380 seocnda stagione e mi fisso su di lei e provo sensazioni intense per lei fino a scordarmi di tutto del fatto gay e mi fisso, wuando scompaiojo le sensazioni per lei mi incomincio a preouccupare e ad ogni pensiero che oassa li credo tipo che ero satanista, che mi piaceva mia sorella, che mi piaceva uno ecc ecc e rompevo le palle ai miei snici sul fatto che voglio che deve tornare nonostante sentivo che non avevo piu senswzioni, poi piu consulto l ai compaiojo sensazioni cje cwmbiano spesso ragazza, e ho fatto un sogno erorico con una donna e ho eiaculato, poi mi sono eccitato per dei pensieri sessuali con donne poi non volevo essere pervertito e poi finito wuesto finisce quel periodo e torna il fstto di essere gay e da li si svilippano sensazioni, ecciraizoni, fantasie e roba varia, continuo ad utilizzare l ai e continuo a pensare di essere gay ma avevo raramente erezioni oer le donne pensandole prims ors non piu, sono in adolescenza e non so cosa stia succedendo, continuo a oensare di essere gay ma non lo voflio ammettere ma io mi ecciyavo per le donne prima di qiesto solo che avevo un disagio per la vagina, e ho avuro degli episodi isolati di sensazioni intense pee lo stesso sesso che non rigiardavano il desiderio fisico, ricordo qiando mi ero eccitato ma allo stesso tempo avevo paura, e quando mi avevano fatto ujo scherzo dove un amico si dichiarava a me e stavo pensando di dire si nonostanre non provassi nulla, potreste aiutarmi a capire cosa mi sta succedendo? sono gay ma non lo voglio ammettere come credo? cioe al episodio iniziale di qiella sensazione per un amico ho avuto paura di essere gay e mi ha fatto ricordare li episodi di wuelle sensazioni dove oensavo di essere gay, e continuo ad utilizzare l'ai ogni giorno.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, provo a risponderti con calma perché quello che descrivi può spaventare molto, ma in realtà è qualcosa che ha una spiegazione e non significa automaticamente quello che temi.
Da quello che racconti si vede chiaramente un meccanismo preciso: non è tanto stabile un’attrazione verso qualcuno, ma piuttosto un continuo cambio di pensieri, dubbi, paure e sensazioni che arrivano, ti colpiscono forte e poi spariscono per lasciare spazio ad altro. Prima il dubbio di essere gay, poi la fissazione su un personaggio femminile, poi altre paure (satanismo, tua sorella, ecc.), poi di nuovo il dubbio sull’orientamento… questo andamento “a ondate” è molto importante da capire.
Quando l’orientamento sessuale è qualcosa di autentico e stabile, di solito non funziona così. Non cambia ogni settimana, non dipende da un pensiero o da un’immagine, e soprattutto non è accompagnato da tutta questa ansia, paura e bisogno continuo di controllare o chiedere conferme. Qui invece sembra che ogni pensiero diventi una specie di “allarme” a cui dai tantissima attenzione, e più lo controlli più cresce.
Il fatto che tu dica di usare continuamente l’AI per chiedere conferme è un altro segnale chiave: stai cercando rassicurazioni per calmare l’ansia, ma questo in realtà mantiene il problema attivo. È come un circolo: pensiero → paura → controllo → momentaneo sollievo → nuovo dubbio.
Anche le sensazioni fisiche (eccitazione, sogni, fantasie) non sono una prova certa dell’orientamento, soprattutto in adolescenza, dove il corpo è molto reattivo e può rispondere a stimoli diversi, anche solo mentali o legati all’ansia. Il fatto che tu abbia avuto eccitazione verso donne, sogni erotici, ma anche dubbi verso uomini, non definisce automaticamente chi sei.
Un punto importante: non c’è nulla di sbagliato in nessun orientamento. Ma qui la questione principale non sembra “scoprire se sei gay o etero”, quanto capire perché la tua mente si sta agganciando in modo così forte e ossessivo a questi pensieri, cambiando continuamente contenuto ma mantenendo lo stesso schema.
Il disagio che descrivi, il bisogno di capire subito, la paura, i pensieri intrusivi che cambiano tema… fanno pensare più a un problema di ansia ossessiva che a una reale definizione dell’orientamento. E questa è una cosa che si può capire e gestire, senza etichettarti in modo affrettato.
La cosa più utile ora non è trovare una risposta definitiva tipo “sono questo o quello”, ma iniziare a uscire da questo meccanismo di controllo continuo. Meno cerchi risposte immediate, meno alimenti il ciclo. E allo stesso tempo sarebbe davvero importante parlarne con un professionista, perché affrontare da solo questo tipo di pensieri può diventare molto pesante.
Se vuoi, posso aiutarti a capire come iniziare a “sganciarti” da questi pensieri quando arrivano, senza entrarci dentro ogni volta.
Buon pomeriggio,sono una ragazza di 25 anni e soffro ormai di attacchi di panico e ansia da quando ne avevo 14 o 15. Inizialmente stavo sempre male poi ho imparati a gestirli. Ho perso 2 anni e mezzo fa mio nonno e stavo malissimo,ho fatto un percorso dove posso dire di non essere mai stata così bene dopo questo percorso...ero al 100%. Luglio 2025 sono andata a convivere ed è stato ancora più positivo perché avevo i miei spazi,non stavo a casa con altre 3 persone disordinate visto che sono fissata per ordine e pulizia. Da luglio a novembre tutto bene:mangiavo sano,palestra,avevo la mia routine dormire alle 00 e svegliarmi alle 8,servizi,stare a casa o uscire a fare commissioni,ero abituata e stavo bene con questa routine. Restavo anche a casa a fare i servizi e a mangiare da sola visto che il mio compagno torna alle 16.00 oppure mangiavo da mia madre,suocera o a casa. Dipende dai giorni però avevo certamente mente piena e svago. Il pomeriggio mi dedicavo a cucinare al mio compagno e mi rilassavo sul divano a vedere la TV aspettando che arrivasse da lavoro. Da novembre però è cambiato tutto,i miei si sono divorziati e novembre dicembre sono stata bene con la solita routine e orari però ho lasciato la palestra,primo segnale che qualcosa in me non andava. A inizio febbraio peggiorato tutto,ho avuto da sola a casa attacchi di panico e ho chiamato subito mia madre, altre volte mio cognato o mia suocera...insomma ho iniziato ad allontanarmi da casa. Mi svegliavo già con tachicardia e ansia e come andava mia il mio compagno stavo male per fortuna mia sorella vive nel mio stesso palazzo e mi rifugiavo da lei,mi facevo la doccia e poi facevo i servizi e me ne andavo alle 9 con lei dove lavora o da mia suocera a stare a casa sua in compagnia. Per colpa dell'ansia tornata ho sballato totalmente i miei orari del sonno a cui ora mi sono abituata ma mi pesa questa nuova routine ovvero 22.30/6.30 quando va via il mio compagno fuori paese e sto con lui al telefono fino a quando non arriva. Lo facevo anche prima ma dopo mi riaddormentavo e mi svegliavo più tardi quindi avevo la giornata più "corta". Ora la giornata dale 6 30 mi sembra lunghissima,anche se riesco a stare da sola a casa,mi lavo,faccio i servizi...alle 9 lo stesso vado via da mia suocera e andiamo a fare commissioni ecc. Sto meglio si perché mi sono abituata alla nuova routine ma in realtà questa routine mi pesa perché la mattina presto faccio tutto e poi non so più che fare e vado via,le mie giornate non sono produttive. Comè potuto accadere questo? Da cosa dipende? È normale che svegliandomi presto,facendo tutto entro le 9 e non avere nulla da fare vado via da casa perché mi scoccio? Le mie giornate sono monotone,prima tra palestra mente piena stavo bene...da quando è successo altro che la mia mente è vuota e si focalizza sul peggio. Io ho bisogno di tornare come prima per stare più tempo a casa...anche mangiare sola o uscire più tardi da casa invece di fuggire anche se sto meglio riesco a gestire e stare sola fino alle 9...come posso superare? Non riesco nemmeno a svegliarmi più tardi ma vorrei perché poi durante la giornata mi viene sonno. Questi pomeriggi sto a casa e aspetto il mio compagno ma lo faccio sempre con ansia anche se sto meglio però voglio per forza tornare a prima del divorzio,quando stavo veramente bene. Ho paura di non superare. Grazie in anticipo, saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buon pomeriggio, quello che racconta è molto più “coerente” di quanto le sembri, anche se dentro lo vive come un crollo improvviso. In realtà il suo sistema interno ha già dimostrato una grande capacità: è partita da una fase molto difficile anni fa, ha fatto un percorso, ed è arrivata a stare davvero bene, costruendo una routine solida, piena e regolata. Questo è un elemento importantissimo, perché significa che le risorse per stare meglio le ha già dentro di sé.
Quello che è successo negli ultimi mesi non è un ritorno al punto di partenza, ma una riattivazione. Eventi emotivamente forti, come il divorzio dei suoi genitori, possono muovere qualcosa in profondità anche se razionalmente pensa di aver retto bene. A volte non si manifesta subito con il dolore, ma con piccoli segnali: nel suo caso, l’abbandono della palestra è stato il primo campanello. Poi, piano piano, il sistema si è “sbilanciato” e sono tornati i sintomi più forti.
C’è un aspetto molto importante in quello che descrive: non è tanto il “non saper stare da sola”, perché in realtà riesce a farlo, si lava, sistema casa, porta avanti le sue attività. Il punto è che dentro quello spazio si attiva un’iperattenzione a come si sente. Quando la mente è meno occupata e meno strutturata (come succede ora senza palestra e con giornate più vuote), tende a riempirsi di controllo, sensazioni fisiche, pensieri anticipatori. E questo porta naturalmente a cercare movimento, persone, distrazione. Non è “capriccio” o noia, è un modo automatico per abbassare quel livello interno di attivazione.
Anche il tema degli orari è collegato: il risveglio precoce, la difficoltà a riaddormentarsi, la giornata che sembra lunghissima… sono tutte conseguenze di un organismo che è in uno stato di allerta più alto del solito. Non è che “non riesce più” come prima, è che in questo momento il suo sistema è più sensibile e anticipa.
Il punto chiave però è questo: lei continua a confrontarsi con la versione di sé “di prima”, quella al 100%, e sente di doverci tornare esattamente nello stesso modo. Questo, senza accorgersene, le crea ancora più pressione. In realtà non si tratta di tornare indietro, ma di ri-costruire un equilibrio nuovo, partendo da ciò che già sa fare.
Per esempio, ha già intuito da sola una cosa fondamentale: quando la mente è piena e impegnata, sta meglio. La palestra non era solo attività fisica, era regolazione emotiva, scarico, struttura. Reintrodurre gradualmente qualcosa di simile (non per forza identico) può fare molta differenza. Allo stesso modo, dare una struttura più “intenzionale” alla mattina dopo le 9, invece di viverla come un vuoto da riempire o da cui scappare, può aiutarla a non entrare in quel meccanismo di fuga.
Il fatto che lei riesca comunque a stare a casa fino a una certa ora, a gestire le attività, a uscire e stare meglio, indica che non ha perso la capacità di gestire tutto questo. È come se il sistema fosse un po’ più “sensibile” ora, ma non rotto.
E soprattutto, la paura di “non superare” è una delle cose che mantiene il problema attivo. Perché ogni giornata viene letta come una verifica: “sto tornando come prima o no?”. Invece di essere dentro la giornata, si ritrova a valutarla continuamente.
Un lavoro più mirato su questi meccanismi – su come funziona l’attivazione, su come si mantiene e su come si riduce senza evitarla – può davvero fare la differenza, anche integrando il percorso che ha già fatto in passato. Non è tanto questione di forza di volontà, ma di imparare a relazionarsi in modo diverso con ciò che sente, senza dover scappare né controllare tutto.
Il fatto più importante è che lei è già passata da una fase molto peggiore ed è arrivata a stare bene. Questo significa che non solo può uscirne, ma che probabilmente questa volta potrà farlo con ancora più consapevolezza di prima.
Buongiorno,
sono passati 7 mesi da quando ho tradito la mia ragazza. Non voglio scuse e non voglio cercare alibi. Ho baciato un'altra ragazza durante una serata, per pochi secondi ma abbastanza da rovinare tutto. Erano quasi 3 anni che stavo con la mia ragazza, indescrivibili. Venivo da una relazione lunga 8 anni in cui non mi ci trovavo più. Dopo un po' ho trovato lei, quello che ho provato in questi ultimi 3 anni non so neanche come descriverlo. Non sono mai stato cosi affettuoso con una persona, non ho mai dato così tanto amore... Lei con me era dolcissima, ogni volta che mi guardava sorrideva. Solo a ripensarci sto male. Ho rovinato tutto. Stavamo passando un periodo di crisi dato da alcune incomprensioni e dalla distanza. Sarei dovuto andare per lavoro da lei per 6 mesi, ma lei mi aveva comunicato che non ci sarebbe stata. Pochi mesi prima avevamo avuto una discussione in cui si era lamentata della persona che ero e del tipo di uomo che lei avrebbe voluto accanto. Mi aveva fatto venire i dubbi. Io avevo forse vissuto un'altra relazione? la situazione sembrava essere rientrata, ne avevamo parlato e lei mi aveva confessato di aver esagerato un po'. Probabilemente non l'avevo ancora superata. Prima di partire ho avuto paura, non volevo più andare. Sarei dovuto andare dall'altra parte del mondo, da solo. Non era come l'avevo immaginata. Stavo lasciando il lavoro, la famiglia, gli amici... Per provare ad avvicinarmi, per provare a fare quel passetto in più verso di lei. Ma lei era corsa dall'altra parte. Pochi giorni prima della partenza ho baciato questa ragazza conosciuta durante una serata. Rappresentava il rimanere lì, completamente diversa rispetto a lei. Era forse la mia risposta nel non voler andare. Quando ci siamo visti ho dovuto dirglielo. Appena arrivato, mi ha completamente spiazzato. Lei era disposta a rimanere, a venirmi incontro perchè aveva visto quanti passi avessi fatto verso di lei in questo tempo. Era disposta a cambiare le cose che non andavano, pur di stare con me. Io non sono riuscito a non dirglielo, mi sarei sentito troppo in colpa. Lei avrebbe cambiato tutto per me ed io avevo calpestato la sua fiducia. Bene. Sono passati 6 mesi di distanza, in cui abbiamo cercato di parlare provando a sistemare. Mancavano 10 giorni al mio rientro, ci saremmo visti. Avremmo trovato quella normalità, io e lei. Invece lei mi ha detto che mi odia, non vuole più vedermi e che le ho rovinato la vita. Io mi sento uno schifo, mi sento in colpa. Mi sento colui che ha rovinato tutto. Non riesco a pensare al fatto che ho rovinato tutto e che ho rovinato una persona. Mi ha detto che sta prendendo antidepressivi. Piango solo al pensiero. Non volevo farle del male. Non a lei. Non ci sentiamo più da una decina di giorni, vorrei scriverle perchè sto veramente male. Io pensavo che potessimo superarla insieme, ne eravamo capaci. Invece ho paura a scriverle o a vederla. Ho paura di incrociare quello sguardo e non vedere piu quel sorriso. Ma trovare solo odio. Disprezzo. Mi sento un verme. Ho rovinato tutto perchè non sono stato all'altezza. Vi prego ditemi come fare perchè io non riesco ad andare avanti con questo odio nei miei confronti. Ho paura nel scriverle, perchè magari lei sta meglio ora senza di me. Non voglio causarle altro dolore, non se lo merita. Preferisco stare peggio io se lei può stare meglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che sta vivendo è un dolore molto intenso, e si sente chiaramente quanto lei sia consapevole di ciò che è successo e di quanto tenga a quella relazione. Il senso di colpa che prova è forte, quasi totalizzante, al punto da farle mettere completamente da parte sé stesso e concentrarsi solo sul male che pensa di aver causato.
Proprio per questo, prima ancora di capire cosa fare con lei, può essere importante fermarsi su alcune domande che riguardano lei e quello che sta vivendo adesso.
Quando pensa a quel momento, a quel bacio, cosa sente davvero nel profondo? È solo colpa oppure c’è anche paura, rabbia, senso di abbandono o confusione legata a quel periodo che stava attraversando? Perché a volte riduciamo tutto a “ho sbagliato” senza guardare cosa ci fosse sotto quel gesto.
Lei dice di sentirsi “uno schifo” e “un verme”: queste parole sono molto dure. Si è chiesto se sta giudicando sé stesso solo per quell’episodio oppure se, in qualche modo, questo evento ha attivato una visione di sé più profonda, che forse esisteva già in parte?
Un altro punto importante riguarda lei e la sua ex compagna: quando pensa a scriverle, qual è il suo vero bisogno in questo momento? È cercare di rimediare, avere un’altra possibilità, oppure alleviare questo senso di colpa e questo dolore che sta provando? Essere onesti su questo cambia molto il significato di un eventuale contatto.
E ancora: cosa immagina che potrebbe succedere se le scrivesse? Ha più paura della sua reazione, del suo rifiuto, oppure del fatto che lei possa davvero stare meglio senza di lei? Questa è una domanda delicata, ma molto importante.
Lei sta mostrando molta attenzione al non volerle fare ulteriormente male, e questo è un aspetto importante. Allo stesso tempo, si sta assumendo completamente il peso del suo stato attuale, arrivando quasi a sentirsi responsabile della sua vita e del suo benessere. Si è chiesto quanto di questo sia realmente sotto il suo controllo e quanto invece appartenga anche al modo in cui lei sta vivendo e gestendo la situazione?
Un’ultima riflessione che può aiutarla: se immagina questa relazione oggi, così com’è, senza idealizzarla ma guardando anche le difficoltà che c’erano prima, cosa vede davvero? Vede qualcosa che poteva essere ricostruito con il tempo e il lavoro di entrambi, oppure sente che quel gesto ha spezzato qualcosa che, almeno per ora, lei non è disposta a ricostruire?
Non si tratta di trovare subito una soluzione, ma di iniziare a distinguere tra il dolore, il senso di colpa e la realtà della relazione così com’è oggi. Se vuole, possiamo anche ragionare insieme su come gestire questo impulso a scriverle senza peggiorare la situazione, né per lei né per sé stesso.
Buongiorno, ho una figlia che soffre di binge eating da moltissimi anni, ora è due anni che convive e io la vedo poco, ma ogni volta che la vedo noto chiaramente (e non solo io) che mette sempre più peso. Ormai sarà oltre i 100 kg. Non so proprio da dove iniziare per aiutarla. Nel passato abbiamo provato psicoterapia, psichiatria, farmaci di tutto, ma dopo pochissime sedute si mollava. E’ arrivata a dirmi stop, attraverso una terapeuta che mi ha chiamata e abbiamo fatto colloquio insieme, mi hanno chiesto di lasciarla stare. Da lì ho mollato. Mi sono arresa. Peccato che a distanza di un anno e mezzo la sua situazione sia decisamente peggiorata. Grazie a chi mi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, capisco davvero quanto questa situazione possa farla sentire impotente e preoccupata. Quando si vede una figlia stare male e non riuscire ad aiutarla come si vorrebbe, il senso di frustrazione e di dolore può diventare molto forte. Le restituisco anche una cosa importante: il fatto che lei si sia fermata quando le è stato chiesto di farlo non è stato “arrendersi”, ma rispettare un confine, anche se difficile.
Mi occupo di queste tematiche anche nel mio lavoro, e quello che descrive è purtroppo una dinamica abbastanza frequente nei disturbi come il binge eating: non è solo una questione di cibo o di peso, ma un modo che la persona ha trovato, nel tempo, per gestire emozioni molto intense o difficili da affrontare diversamente. Per questo spesso i percorsi vengono iniziati e poi interrotti: non per mancanza di volontà, ma perché toccano punti molto delicati.
Per orientarsi meglio, può essere utile fermarsi su alcune domande.
Quando vede sua figlia oggi, al di là del peso, che tipo di stato emotivo percepisce in lei? Le sembra triste, chiusa, arrabbiata, evitante, oppure riesce a mantenere una certa “normalità” apparente?
Che tipo di rapporto avete adesso? Riuscite a parlarvi di cose personali oppure c’è una distanza anche sul piano emotivo? E quando in passato si è provato a parlare del suo rapporto con il cibo, come reagiva?
Un punto molto importante riguarda proprio quel momento in cui le è stato chiesto di “lasciarla stare”: secondo lei sua figlia lo viveva come un bisogno di autonomia, come una difesa, oppure come un modo per non sentirsi sotto pressione o osservata?
Oggi, se lei prova ad avvicinarsi, cosa teme di più: di essere rifiutata, di farla chiudere ancora di più, oppure di vedere confermato che la situazione sta peggiorando?
Le dico anche una cosa che può sembrare controintuitiva ma è centrale: nei disturbi alimentari, il cambiamento raramente parte dall’esterno. Anche il desiderio di aiutare, se percepito come pressione o controllo, può portare la persona a chiudersi ancora di più. Questo però non significa che lei non possa fare nulla.
A volte il punto non è “convincerla a curarsi”, ma capire come ricostruire uno spazio di relazione in cui sua figlia non si senta giudicata, osservata o “aggiustata”, ma vista come persona. Da lì, eventualmente, può riaprirsi uno spiraglio.
Può chiedersi, ad esempio: in che modo oggi posso esserle vicina senza invadere? Cosa potrebbe farle sentire che io ci sono, ma senza forzarla?
Se vuole, possiamo anche ragionare insieme su come riavvicinarsi a lei in modo graduale, senza riattivare quelle dinamiche che in passato l’hanno portata a chiudersi. Perché la sua preoccupazione è più che comprensibile, ma il modo in cui ci si avvicina, in questi casi, fa davvero la differenza.
Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco quanto questa situazione la stia mettendo in difficoltà, perché si trova in una posizione davvero delicata: da una parte il desiderio di credere a una persona con cui ha condiviso tanto, dall’altra il timore di essere nuovamente ferita o ingannata.
Più che darle una risposta netta sul “crederci o no”, può essere utile fermarsi su alcuni aspetti che possono aiutarla a orientarsi meglio.
Quando lui le dice di aver smesso, su cosa si basa questa informazione? Glielo comunica soltanto a parole oppure ha dato anche segnali concreti di cambiamento, come ad esempio rivolgersi a un supporto, modificare le sue abitudini, affrontare la questione dei debiti?
Lei, dentro di sé, cosa sente quando lo ascolta? È più una sensazione di fiducia, oppure avverte una parte di sé che resta in allerta, dubbiosa, magari già ferita da esperienze passate con lui?
Un altro punto importante riguarda la sua posizione: cosa cambierebbe per lei credere completamente a quello che dice? E cosa cambierebbe invece mantenere una certa cautela? Questa domanda è utile perché a volte il bisogno di “sapere la verità” si intreccia con il bisogno emotivo di sentirsi rassicurati.
Rispetto all’uso che descrive, è vero che interrompere improvvisamente è possibile, ma quando c’è stato un aumento significativo e soprattutto quando ci sono elementi come lutto, debiti e difficoltà emotive, spesso il cambiamento stabile richiede tempo e supporto. Più che le parole, nel tempo diventano fondamentali la coerenza e la continuità dei comportamenti.
C’è anche un altro aspetto molto importante: quanto questa situazione sta incidendo su di lei oggi? Si sente coinvolta, in attesa, in ansia, oppure sta cercando di proteggersi e prendere distanza?
Infine, può essere utile chiedersi quale sarebbe per lei un segnale sufficiente per sentirsi più tranquilla: cosa dovrebbe vedere, concretamente, perché la fiducia possa ricostruirsi?
Non si tratta tanto di stabilire subito se lui stia dicendo la verità, ma di capire come lei può tutelarsi emotivamente in una situazione in cui, comprensibilmente, la fiducia è stata messa alla prova. Se vuole, possiamo anche approfondire insieme come riconoscere segnali più affidabili di cambiamento nel tempo.
Salve,
scrivo per chiedere un consiglio su una situazione che sto vivendo da circa due settimane.
Sono stata per sei anni in una relazione importante: convivevamo, avevamo progetti comuni e anche un cane. Tuttavia, nel tempo ci sono stati molti litigi. Ho scoperto che durante la relazione lui utilizzava Tinder quando era in trasferta e usciva con altre donne. Inoltre, ho scoperto che si era risentito con la sua ex e aveva persino progettato di tornare con lei, facendole credere che tra noi fosse finita, cosa non vera. Successivamente ha interrotto anche quella relazione, dicendo di amarmi.
Dopo anni segnati da tradimenti e conflitti, a gennaio ha deciso di lasciarmi, sostenendo di non riuscire più a sostenere le continue discussioni. Questo è avvenuto poco dopo aver acquistato una casa, anche in prospettiva di costruire una famiglia insieme.
Nei tre mesi successivi ho cercato in tutti i modi di recuperare il rapporto, ma lui è sempre stato fermo nella sua decisione. Poi, improvvisamente, è tornato da me chiedendomi di ricominciare. Ho accettato, ma con molta esitazione, soprattutto per il cambiamento improvviso e apparentemente immotivato.
Da due settimane si comporta come una persona estremamente innamorata e presente. Tuttavia, non riesco a comprendere questa trasformazione così repentina. Gli ho chiesto sincerità e trasparenza, e mi ha promesso che non mi mentirà più. Nonostante ciò, continuo a provare un forte senso di dubbio e la sensazione che ci sia qualcosa di poco chiaro.
Non so se i miei dubbi siano autosabotaggio o un segnale sano di protezione.
Mi chiedo se dovrei lavorare sulla fiducia oppure ascoltare questo disagio come un campanello d’allarme, considerando ciò che è successo tra noi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che descrive è una situazione molto intensa e, soprattutto, molto comprensibile nel modo in cui la sta vivendo. Dopo tutto quello che è successo, sarebbe strano il contrario: cioè fidarsi subito senza alcun dubbio.
Le faccio una domanda molto diretta, che spesso aiuta a fare un po’ di chiarezza: quando sta con lui adesso, al di là dei suoi comportamenti “perfetti”, dentro di sé si sente più tranquilla o più in allerta?
Perché il punto centrale non è tanto capire se lei si sta autosabotando o meno, ma riconoscere che il suo sistema interno sta reagendo a una storia in cui la fiducia è stata più volte rotta. I dubbi, in questo senso, non sono un difetto: sono una forma di protezione che si è costruita nel tempo.
Da quello che racconta, non si tratta di un singolo episodio, ma di una dinamica ripetuta: uso di Tinder, altre relazioni parallele, ambiguità, decisioni importanti prese e poi ritrattate. Questo lascia inevitabilmente delle tracce. Il fatto che ora lui si presenti molto presente e innamorato può essere sincero, ma non cancella automaticamente ciò che è stato.
Un cambiamento reale, soprattutto su aspetti così profondi, di solito non è improvviso né solo dichiarato: è qualcosa che si vede nel tempo, nella coerenza, nella capacità di reggere anche momenti difficili senza tornare a vecchi schemi.
Le chiedo anche questo: cosa è cambiato concretamente in lui, oltre al modo in cui si comporta con lei? Ha fatto un percorso, ha riconosciuto davvero le sue responsabilità, ha spiegato cosa lo ha portato a quei comportamenti?
E ancora: se lei prova a immaginarsi tra qualche mese in questa relazione, si vede più serena o più stanca e in dubbio?
Non si tratta di “scegliere” tra fidarsi o ascoltare il disagio. Il disagio fa parte del processo e va ascoltato, non zittito. La fiducia, eventualmente, si ricostruisce nel tempo, non per decisione.
Da quello che emerge, lei ha già una buona capacità di leggere ciò che sente, e questo è un punto molto importante. Il rischio, semmai, è mettere in discussione questa sua percezione invece di darle valore.
Se sente che può esserle utile, possiamo anche approfondire insieme questa situazione: lavoro spesso su dinamiche relazionali come questa e può essere davvero utile avere uno spazio in cui mettere ordine tra ciò che sente, ciò che vede e ciò che desidera per sé, senza doversi forzare in una direzione o nell’altra.
Ciao sono una ragazza di quai17 anni, sono cambiata totalmente qualche anno fa', quando è venuta a mancare mia nonna, da li sono iniziati i miei primi attacchi di ansia, mi venivano ogni notte, al talpunto di dormire pochissime ore, da li non riesco a superare la paura della morte, e la morte di mia nonna, che da quasi 4 anni a questa parte non sono riuscita a parlarne con nessuno, oltre a questo è peggiorato il rapporto con i miei genitori, mia madre non è più la stessa, non credo che mi abbia mai capita, è un continuo litigare, quando sbaglia lei non chiede mai scusa, ma trova delle giustificazioni, e alla fine faccio finta di niente come se non fosse successo nulla, e questo mi crea tanto stress e mi dispiace tanto perché non ritrovo più la mamma di quando ero piccola. Sono sempre stata una ragazza molto scherzosa, ironica e quella che fa ridere gli altri, ma al contrario di quando ero una bambina sono diventata una persona molto sensibile, piango appena litigo con i miei genitori, appena mio padre mi alza la voce su determinati argomenti (ma non capita solo con mio padre),questo mio aspetto non l'ho mai mostrato a nessuno, come se io fossi una persona quasi insensibile e quasi menefreghista(perché tendo a nascondere questa mia fragilità) inoltre tendo a provare molta timidezza con persone con cui non ho confidenza e ciò non mi fa stare male, perché tendo a mascherare tutto il mio carattere e il mio modo di fare. Oltre a questo ho sempre avuto grandi problemi di fiducia, da quando ero piccola, non mi sono mai fidata di nessuno, non riesco a vedere fiducia negli altri, a parte una persona al quale riesco a confidarmi, ma anche con lei ho sempre la paura di non potermi fidare al 100%, in compenso oltre a essere una persona scherzosa, so ascoltare e aiutare le mie amiche in momenti meno belli e sono molto empatica. Sto passando un periodo difficile, come per es. a scuola ho degli argomenti da recuperare, oppure nuovi argomenti da studiare, e quando sono a scuola sento la voglia di fare, di dire "arrivo a casa e mi metto a studiare", ma una volta tornata a casa non riesco a sedermi nella scrivania, mi sento demoralizzata e tendo a dormire tutta la sera oppure a usare il telefono, come se fossi sempre stanca, scrivo ciò per una risposta a tutto questo, e perché non so se è il caso di rivolgermi a una/o piscologa/o in quanto io sia ancora "piccola" e magari è solo una fase adolescenziale. Grazie mille per l'attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, grazie davvero per quello che hai condiviso. Si sente quanto ti stai tenendo dentro da tanto tempo e quanto, nonostante tutto, stai cercando di capire cosa ti sta succedendo. Non è per niente poco.
Mi occupo di queste situazioni anche nel mio lavoro e ti dico con molta chiarezza una cosa: quello che descrivi non è “solo una fase” da minimizzare. È qualcosa che merita attenzione, ascolto e uno spazio tuo dove poter parlare senza dover nascondere niente.
La perdita di tua nonna sembra essere stato un momento molto forte per te. Da quello che racconti, è come se da lì si fosse aperta una ferita che non ha mai trovato davvero uno spazio per essere elaborata. Non averne parlato con nessuno per anni può aver reso tutto ancora più pesante, soprattutto quella paura della morte che continui a portarti dietro. Ti sei mai chiesta cosa ti spaventa di più quando pensi alla morte? È la perdita, il distacco, oppure qualcosa legato a te stessa?
Anche il rapporto con i tuoi genitori sembra farti soffrire molto. Quando dici che non ritrovi più la mamma di prima, si sente proprio una mancanza, quasi come se avessi perso un punto di riferimento importante. Quando litigate e poi fai finta di niente, cosa succede dentro di te? Ti resta rabbia, tristezza, oppure la sensazione di non essere vista?
Mi colpisce molto anche quello che dici su di te: fuori sei quella che fa ridere, che aiuta gli altri, che sembra “forte”, ma dentro sei molto sensibile e questa parte la tieni nascosta. È come se avessi imparato a proteggerti così. Ti chiedo: cosa temi che possa succedere se gli altri vedessero davvero questa tua fragilità?
Sul fatto della fiducia, il fatto che anche con una persona importante tu senta sempre un dubbio è qualcosa che spesso nasce proprio da esperienze in cui non ci si è sentiti capiti fino in fondo. Non è un difetto tuo, è un modo che hai sviluppato per proteggerti.
E poi c’è tutta la parte della stanchezza, dello studio, del non riuscire a fare quello che vorresti. Questo non è pigrizia: spesso quando si è così carichi emotivamente, il corpo e la mente “si spengono” appena si è da soli, perché è lì che tutto pesa di più. Ti ritrovi in questa sensazione?
Rispetto alla tua domanda: sì, rivolgersi a uno psicologo o a una psicologa è assolutamente una buona idea. Non sei “troppo piccola”, anzi: iniziare adesso può aiutarti davvero tanto a capire e alleggerire tutto quello che stai portando da anni. Non significa che c’è qualcosa che “non va” in te, ma che stai attraversando qualcosa di importante e hai bisogno di uno spazio sicuro per affrontarlo.
Se senti che può aiutarti, puoi anche valutare di iniziare un percorso con me: ho esperienza con ragazzi della tua età e con situazioni simili alla tua, e potremmo lavorare insieme proprio su queste paure, sulle emozioni che stai trattenendo e su come ritrovare un po’ di leggerezza nella tua quotidianità.
Se vuoi, possiamo anche partire da una cosa semplice: qual è il momento della giornata in cui ti senti più in difficoltà ultimamente? Da lì possiamo iniziare a capire meglio cosa ti succede dentro.
cosa significa sognare ad essere a praticare una chiesa ad un tratto scappa la pipi e andare fuori a farla in un luogo con delle bariere bianche e dei bambini ti chiedono delle foto davanti una statua. è un sogno positivo o negativo cosa posso fare
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, grazie per aver condiviso il suo sogno. Capisco che possa lasciarle una sensazione un po’ strana o farle venire il dubbio che abbia un significato “positivo o negativo”, ma le dico subito una cosa importante: i sogni non sono segnali premonitori né “avvisi” di qualcosa che accadrà. Sono piuttosto un modo con cui la mente elabora emozioni, pensieri e vissuti.
Più che etichettarlo come positivo o negativo, può essere utile provare a capire cosa rappresentano per lei le diverse immagini.
Essere in una chiesa: che tipo di sensazione le dà questo luogo? Lo associa a tranquillità, regole, senso di dovere, spiritualità, oppure a qualcosa di più rigido o formale?
Il fatto che a un certo punto debba uscire per fare pipì è interessante: potrebbe rappresentare un bisogno urgente, qualcosa che non può più trattenere. Nella sua vita in questo periodo sente di dover “trattenere” qualcosa, emozioni, parole o bisogni personali?
Uscire fuori, in uno spazio con barriere bianche: queste barriere come le ha percepite? Protettive, limitanti, ordinate? Questo può dire qualcosa su come vive i confini o le regole intorno a sé.
La presenza dei bambini che le chiedono delle foto davanti a una statua: che effetto le hanno fatto? Le hanno trasmesso leggerezza, richiesta di attenzione, innocenza, oppure fastidio? I bambini nei sogni spesso richiamano una parte più spontanea o emotiva di noi.
Le faccio una domanda centrale: durante il sogno, qual era l’emozione prevalente? Disagio, imbarazzo, tranquillità, confusione? Questa è una chiave molto più importante del contenuto “strano” delle immagini.
Quindi non si tratta di un sogno “brutto” o “bello”, ma di un insieme di simboli che possono parlare di bisogni, limiti, spontaneità e forse anche del rapporto tra ciò che è “controllato” e ciò che invece cerca di uscire.
Se vuole, possiamo approfondirlo insieme partendo proprio dalle sensazioni che le ha lasciato al risveglio: è da lì che spesso si capisce davvero il significato più personale del sogno.
Buongiorno,
devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.
Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.
Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.
Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.
Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.
Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.
Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.
Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che esprime è estremamente comprensibile. Quando ci si avvicina per la prima volta al mondo della psicologia – e in particolare alla terapia di coppia – è facile sentirsi disorientati, proprio perché esiste una grande varietà di approcci, linguaggi e modi di presentarsi. La sensazione di “dover scegliere al buio” è una delle preoccupazioni più frequenti.
Mi occupo di queste tematiche anche nel mio lavoro e lavoro con coppie e con specialisti che si occupano di questo, quindi capisco bene il tipo di confusione che sta descrivendo. Le dico subito una cosa importante: nella pratica clinica, molto più dell’etichetta teorica (junghiano, sistemico, cognitivo, ecc.), fa la differenza la capacità del terapeuta di leggere la dinamica della coppia e di creare uno spazio in cui entrambi possiate sentirvi ascoltati senza sentirvi “messi da una parte”.
Le diverse scuole esistono e hanno le loro differenze, ma nella terapia di coppia spesso gli approcci più efficaci sono quelli che riescono a lavorare sulla relazione in modo concreto, aiutandovi a capire cosa succede tra voi due, piuttosto che aderire rigidamente a un modello teorico.
La sua osservazione sul rischio di “scegliere chi dice quello che voglio sentirmi dire” è molto lucida, ed è proprio per questo che il criterio principale non è tanto l’approccio dichiarato, ma come il professionista gestisce entrambi i partner: se prende posizione, se si schiera, se semplifica troppo, oppure se riesce a tenere insieme la complessità della relazione.
Anche il dubbio tra psicologo e psicoterapeuta è legittimo: per un percorso di terapia di coppia strutturato è generalmente preferibile uno psicoterapeuta, cioè qualcuno che abbia una formazione specifica per lavorare in modo continuativo e approfondito sulle dinamiche relazionali.
Detto questo, il punto non è scegliere “a caso”, ma nemmeno trovare la teoria perfetta sulla carta. È più utile pensare a un primo colloquio come a uno spazio di valutazione reciproca, dove non siete solo voi a essere “valutati”, ma anche voi potete capire se vi sentite compresi, se il terapeuta vi sembra equilibrato e se il modo in cui conduce l’incontro vi dà fiducia.
Se sente il bisogno di orientarsi meglio senza dover passare da tentativi casuali, può anche valutare di fare un primo confronto con me: mi occupo proprio di queste situazioni e posso aiutarla a capire come muoversi, oppure eventualmente intraprendere insieme un percorso. A volte già un primo colloquio serve proprio a fare chiarezza su cosa cercare, al di là delle etichette teoriche.
Se preferisce, possiamo anche partire dai motivi per cui state pensando alla terapia di coppia: capire quelli aiuta molto più di qualsiasi classificazione teorica a individuare il tipo di intervento più adatto.
Buongiorno, la relazione con il mio compagno è in difficoltà per via della sua tendenza a rientrare ubriaco.
Una volta al mese circa capita che dopo essere uscito con gli amici del calcio rientri a casa ubriaco, a me questo turba perchè sono astemia e non mi piace vederlo ubriaco.
Mi ha promesso che non avrebbe più guidato ubriaco, ma mi chiede di concedergli quest'uscita mensile per divertirsi.
Considerando che i suoi amici li vede ogni giorno per una birra al circolo, questa sua richiesta è normale o sono io esagerata?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che porta è più che comprensibile. Non sta parlando solo di “un’uscita al mese”, ma di come si sente quando lo vede rientrare ubriaco e di quanto questo entri in contrasto con i suoi valori, il suo modo di vivere e il suo bisogno di sentirsi serena e al sicuro nella relazione.
Spesso in queste situazioni il punto non è stabilire chi è “esagerato” e chi è “normale”, ma capire cosa rappresenta davvero quel comportamento per ciascuno dei due.
Le farei alcune domande per aiutarla a mettere meglio a fuoco la situazione.
Quando lui rientra ubriaco, cosa prova esattamente? È fastidio, paura, delusione, senso di distanza? Oppure si attivano più emozioni insieme?
Il fatto che abbia promesso di non guidare ubriaco le dà una minima rassicurazione, oppure sente che questo non è sufficiente rispetto a ciò che le crea disagio?
Come si comporta lui quando rientra? Diventa diverso nel modo di parlare, di relazionarsi con lei, oppure il problema per lei è principalmente il fatto in sé che sia ubriaco?
Un altro punto importante: quando gli ha espresso il suo disagio, si è sentita compresa oppure ha avuto la sensazione che per lui sia “solo un problema suo” da tollerare?
E ancora: questa “uscita mensile” è davvero qualcosa di circoscritto e prevedibile, oppure teme che possa nel tempo aumentare o sfuggire di mano?
Lei dice una cosa molto significativa: è astemia e non le piace vederlo ubriaco. Questo non è un dettaglio, è una differenza di stile di vita e di valori. La domanda allora diventa: quanto questa differenza è negoziabile per lei senza stare male?
Allo stesso tempo, può essere utile chiedersi: lui sta cercando un compromesso reale o sta chiedendo che sia lei ad adattarsi a qualcosa che per lui è importante ma che per lei è difficile da tollerare?
Se vuole, possiamo anche provare a capire insieme quale potrebbe essere un compromesso che non faccia sentire nessuno dei due “costretto”, ma che tenga conto sia del suo bisogno di tranquillità sia del suo bisogno di svago. Perché la questione non è tanto la quantità (una volta al mese), ma il significato che questo ha per entrambi.
Buongiorno.dottore scrivo per 1 consiglio,mio figlio affetto da schizzofrenia da anni. Non ha molta cognizione del tempo e del cmportamento verso altri...io vivo con mio compagno. E mio figlio con la moglie...io collaboro molto con loro sia per le cure che per altro..il problema che mio compagno non vuole capire la mia situazione...e non accetta che mio figlio venga spesso da me.. senza avvertire.dice che io l'ho abituato male..e si arrabbia anche con lui...non capisce cosa vuol dire combattere con un paziente con questa patologia.. cosa posso fare? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, capisco quanto questa situazione possa metterla in mezzo a due bisogni importanti: da una parte suo figlio, con una difficoltà che richiede presenza, comprensione e anche una certa flessibilità, dall’altra il suo compagno, che probabilmente vive questa situazione con fatica e forse anche con un senso di invasione o di mancanza di spazio.
Mi occupo spesso di dinamiche familiari in cui sono presenti condizioni come quella di suo figlio, e quello che descrive è qualcosa che succede più spesso di quanto si pensi: chi vive accanto a una persona con schizofrenia sviluppa nel tempo una sensibilità e una capacità di adattamento che, per chi è esterno, non è così immediata da comprendere.
Le farei una domanda per capire meglio: quando il suo compagno si arrabbia, cosa le comunica davvero? È più un fastidio per il fatto che suo figlio arrivi senza avvisare, oppure sente che non viene riconosciuto il suo spazio e il suo ruolo nella casa?
E rispetto a suo figlio: quanto è per lui possibile rispettare regole come avvisare prima di venire? Glielo avete già spiegato in modo chiaro e ripetuto, oppure tende proprio a non riuscire a mantenere questo tipo di accordi?
Perché qui ci sono due piani diversi che si stanno sovrapponendo: da una parte c’è una difficoltà reale legata alla patologia di suo figlio, che può rendere complicata la gestione dei tempi, dei confini e delle regole; dall’altra c’è il bisogno legittimo del suo compagno di avere una casa in cui sentirsi tranquillo e non “sorpreso”.
Il punto non è stabilire chi ha ragione, ma trovare un equilibrio che tenga conto di entrambi. Ad esempio, può essere utile chiedersi: esiste un modo per dare al suo compagno un minimo di prevedibilità (anche parziale), senza però colpevolizzare suo figlio per qualcosa che fatica a gestire?
Allo stesso tempo, può essere importante aiutare il suo compagno a capire meglio cosa significa davvero convivere con questa patologia. Spesso non è cattiveria o mancanza di volontà, ma proprio una difficoltà a comprendere fino in fondo.
Se sente che la situazione sta diventando pesante da gestire da sola, può essere utile anche avere uno spazio di confronto più strutturato: in questi casi lavorare insieme su come comunicare e su come costruire confini sostenibili può fare molta differenza. Se vuole, possiamo anche approfondire meglio la vostra situazione per capire come muoversi in modo più sereno per tutti.
Salve , ho un grosso problema (per me ovviamente). Da qualche giorno a questa parte all’improvviso sento di provare qualcosa in più per il mio migliore amico, siamo amici da quasi 10 anni circa, appena conosciuto lo vedevo in maniera diversa, forse mi piaceva ma poi questa cosa subito è cambiata perché lui si era lasciato da poco dopo una lunga storia io anche in quel momento ho avuto dei problemi abbastanza seri con il ragazzo con cui stavo a quel tempo e quindi siamo diventati molto amici lui mi è sempre stato vicino. Lui ha iniziato a divertirsi e andare a letto con tante ragazze perché voleva dimenticare la sua storia e stare bene, nel frattempo io mi sono fidanzata , lui ha iniziato una frequentazione con una ragazza che tutt’oggi sta con lui. Lui è sempre stato presente nella mia vita, magari capitava che non lo sentivo per settimane e poi stavamo ore al telefono per parlare oppure passava a trovarmi a lavoro ,fatto sta che non ci siamo mai staccati . Poi io mi sono lasciata dopo 3 anni e lui mi é stato vicinissimo , ci sentivamo tutti i giorni . É capitato in questi anni che ci siamo baciati e siamo andati a letto insieme , l’anno scorso é venuto a dormire a casa mia perché i miei non c’erano e mi ha tenuta stretta tutta la notte, nonostante ci fosse sempre questa sua fidanzata ma che lui in realtà ha voluto tenere solo perché dopo anni che andavano a letto insieme era arrivato il momento di fare un passo in più ma che non avrebbe dovuto fare a mio parere perché comunque lui l’ha tradita sia con me e anche in altre situazioni. Ad oggi la situazione è questa: lui convive con questa ragazza ma vuole andare via da quella casa ma non ha il coraggio di chiudere quella porta e farla soffrire ma lui sa che è l’unica cosa giusta da fare. Io ultimamente ho smesso di prendere un contraccettivo e avevo gli ormoni a palla allora mi è venuta di fare l’amore con lui e gliel’ho fatto capire, lui ovviamente ha detto subito vediamoci ma poi tra una cosa e l’altra non siamo riusciti e al momento non ne abbiamo più parlato, però in tutto ciò in questi anni lui mi ha sempre chiamata tutti giorni , appena esce da lavoro lui mi chiama , non credo sia normale avendo una fidanzata lui vuole sempre sapere tutto di me. Però io da qualche giorno a questa parte mi sento strana ed è come se mi stessi svegliando da un sonno, forse provo qualcosa per lui, ma poi penso che per come è fatto non potrei mai stare con lui, c’è chi pensa che lui sia innamorato di me ma che non ha il coraggio di dirlo, io quando sento questa cosa rido perché penso a tutte le cavolate che mi racconta e che fa con altre ragazze quindi penso che sia impossibile che sia innamorato di me. Ora io spero che sia solo un momento questo per me e che mi passi , anche perché non voglio perderlo, però mi chiedo come può essere che da un momento all’altro mi sta succedendo questa cosa??? Io ero convinta che lui non piacesse come fidanzato. C’è una mia amica che mi dice sempre fatela finita e sposatevi e basta perché è evidente che lui sia innamorato di te e anche gli estranei spesso mi hanno chiesto perché evidentemente hanno notato dall’esterno qualcosa di più ma io ci ho sempre riso su perché per me era impensabile dicevo con affetto ovviamente ma che è uno particolare figurati, ma lui obiettivamente è una presenza costante nella mia vita sempre . Che faccio ? Che mi succede?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che sta vivendo è molto più comprensibile di quanto possa sembrare, mi creda, anche se a lei appare improvviso e quasi “strano”. In realtà non è qualcosa che nasce dal nulla, ma qualcosa che probabilmente era già presente in forma più silenziosa e che ora, per vari motivi, sta emergendo in modo più chiaro.
Quando si ha un legame così lungo, così intimo e così continuativo nel tempo, come quello che descrive con questo ragazzo, è molto facile che i confini tra amicizia, affetto e qualcosa di più restino sfumati. Non è solo un amico: è una persona con cui ha condiviso momenti importanti, con cui c’è stata anche una componente fisica, con cui si sente ogni giorno e che rappresenta una presenza stabile nella sua vita. Tutti questi elementi, messi insieme, creano un terreno molto forte dal punto di vista emotivo.
Il fatto che lei dica di sentirsi “come se si stesse svegliando” è interessante, perché spesso succede proprio così: non è che prima non ci fosse nulla, ma forse non era stato mai davvero guardato fino in fondo, oppure era rimasto in secondo piano rispetto ad altre relazioni o momenti della vita.
Allo stesso tempo, dentro di lei c’è una parte molto lucida che vede bene anche le criticità: il suo modo di gestire le relazioni, i tradimenti, le ambiguità, il fatto che non chiuda una storia mentre ne tiene aperte altre. Questa parte non è da ignorare, anzi è fondamentale perché le dà una lettura realistica della situazione.
Le faccio una domanda che può aiutarla a fare un po’ di chiarezza: quello che prova ora è più legato a lui come persona concreta, con i suoi comportamenti e limiti, oppure all’idea di quello che potreste essere insieme, considerando quanto siete legati?
E ancora: se lui fosse libero davvero, coerente e disponibile a costruire qualcosa di stabile, lei si sentirebbe tranquilla o avrebbe comunque dei dubbi?
Perché il punto non è solo “mi piace o no”, ma anche “mi farebbe stare bene davvero”.
Un altro aspetto importante è questo: lui, al momento, non è libero e continua a muoversi in una dinamica ambigua. Il fatto che la chiami ogni giorno, che cerchi questo contatto costante, non è necessariamente un segnale di amore, ma sicuramente indica un legame molto forte… che però lui non sta trasformando in una scelta chiara. E questa è una grande differenza.
Quello che le sta succedendo, quindi, non è strano né sbagliato: è un’emersione emotiva dentro una relazione che, di fatto, è sempre stata “più di un’amicizia”. Ora però si trova davanti a un bivio interno: continuare a stare in questa ambiguità, rischiando di confondersi sempre di più, oppure iniziare a guardare questa relazione per quello che è realmente oggi.
Se sente che questa situazione la sta coinvolgendo di più e rischia di farle perdere equilibrio, può essere davvero utile fermarsi e mettere ordine. Se vuole, possiamo anche approfondire insieme: lavoro spesso su dinamiche relazionali come questa, dove amicizia, desiderio e confusione si intrecciano, e può aiutarla a capire cosa sta provando davvero e cosa è meglio per lei, al di là della paura di perderlo.
Salve, sto attraversando un periodo molto complicato con il mio compagno io ho quasi 36 anni lui quasi 33
Il problema è che tra
Me e lui c’è un grosso ostacolo il suo lavoro
Fa il cuoco ma ora si è preso come responsabile troppe responsabilità troppe pressioni e mancanza di presenza con me nella sua relazione,io non lo vedo quasi mai parla sempre di lavoro secondo me ha una dipendenza di lavoro pensa troppo a soldi lavoro anche con me pensa sempre al lavoro non si svaga mai io sinceramente sto davvero male negli ultimi mesi ho iniziato a essere nervosa piangere non avere appetito non ho fame in 4 mesi ho perso 8 chili …. Io gliel’ho parlato ma lui mi dice non può fare altrimenti perché è responsabile ed ha più impegni e impicci … lui l’anno scorso mi fece capire che sarebbe andata bene la nostra relazione che ci sarebbe stato ma non c è più presenza solo una volta a settimana se non cambiano un po’ le cose…. Io non ce la fo più …. Lui mi dice son periodi ma sti periodi son mesi non giorni…. Ma poi anche quando è con me lo chiamano sempre al telefono per problemi mi lascia sola ha da chattare col telefono É davvero diventata pesante la cosa…. Ma la cosa più assurda che quel giorno che stiamo insieme non prende mai iniziative di nulla dice É sempre stanco morto massimo due volte al mese mi porta a mangiare fuori e basta…. Io sono molto confusa non so cosa fare ho bisogno di un consiglio grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, si sente chiaramente quanto lei stia soffrendo in questa situazione, e non solo per la mancanza di tempo insieme, ma per qualcosa di più profondo: la sensazione di non avere più un posto nella sua vita.
Non è “solo lavoro”. È il fatto che, anche quando lui c’è, in realtà non c’è davvero. È assente mentalmente, preso dal telefono, dalle responsabilità, dalle urgenze… e lei resta lì, da sola, anche dentro la relazione. Questo, nel tempo, logora tantissimo, e il suo corpo lo sta già dicendo chiaramente: nervosismo, pianto, mancanza di appetito, perdita di peso… non sono segnali da sottovalutare.
Le faccio una domanda molto diretta: oggi, questa relazione la fa sentire amata o la fa sentire sola?
Perché da quello che racconta, lei non sta chiedendo qualcosa di eccessivo. Sta chiedendo presenza, attenzione, condivisione… cose fondamentali in una relazione. Il punto è che lui, in questo momento, sembra non riuscire – o non voler – mettere dei limiti al lavoro per proteggere lo spazio di coppia.
Quando lui dice “è un periodo”, capisco quanto questo possa confondere, perché un periodo dovrebbe avere un inizio e una fine. Ma qui parliamo di mesi, e soprattutto di una modalità che si sta strutturando, non di un momento isolato.
C’è un altro aspetto importante: lei ha già provato a parlarne, ma la risposta che riceve è sempre la stessa, senza un reale cambiamento. Questo è il punto critico. Perché una relazione può attraversare anche fasi difficili, ma serve che entrambe le persone si muovano per proteggerla.
Le chiedo anche questo: se nulla cambiasse nei prossimi mesi, se tutto restasse esattamente così, lei riuscirebbe a stare in questa relazione?
Non è una domanda per farla spaventare, ma per aiutarla a contattare quello che sente davvero, al di là della speranza che “torni come prima”.
Quello che sta vivendo è un conflitto interno forte: da una parte il legame, i progetti, quello che lui le aveva promesso; dall’altra la realtà di oggi, che la sta facendo stare male. E quando si resta troppo a lungo in questo spazio, si inizia a consumarsi, proprio come sta succedendo a lei.
Non si tratta solo di capire cosa fa lui, ma di rimettere al centro lei: i suoi bisogni, i suoi limiti, quello che è disposta o meno ad accettare.
Se sente che da sola fa fatica a uscire da questa confusione, può essere davvero utile avere uno spazio in cui fermarsi e mettere ordine, senza essere minimizzata o lasciata sola nelle sue emozioni. È esattamente il tipo di situazione su cui lavoro spesso: relazioni in cui uno dei due “sparisce” nel lavoro e l’altro resta in attesa, finché non ce la fa più.
Se vuole, possiamo iniziare insieme questo percorso. Non per dirle cosa fare, ma per aiutarla a capire con più chiarezza cosa sta succedendo, cosa le serve davvero e come muoversi senza continuare a stare così male. Anche solo iniziare a parlarne nel modo giusto può alleggerire molto questo peso che sta portando.
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