Domande del paziente (35)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la fine di una relazione può comportare un grossa sofferenza, capisco che si senta angosciata e senta bisogno di un sostegno. Trovo molto positivo che sia diposta a mettere in discussione sé... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Sentirsi respinti e non desiderati genera sicuramente sentimenti di inadeguatezza e sconforto. Capisco la sua sofferenza e mi dispiace per il momento che sta attraversando. In realtà l'aspetto fisico non... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, lei ha preso la decisione di farsi aiutare, dimostra di avere una forte motivazione a iniziare un percorso terapeutico ed è disposta a mettersi in gioco. Sono ottimi presupposti per superare... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, leggendo le sue parole comprendo che la sua relazione abbia aspetti molto positivi e che lei stia investendo molto per valorizzarla. Fa bene a cercare di affrontare le problematiche che lei... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, se sua moglie è disponibile ad una terapia di coppia e lei sente di nutrire ancora dei sentimenti verso di lei, le consiglio di provare ad intraprendere questo percorso. Solo così sarà sicuro... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, le paure, speranze, aspettative, che noi poniamo nelle relazioni sentimentali hanno radici nel nostro passato, spesso originano da esperienze di cui non abbiamo più memoria e ci condizionano... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente, comprendo il suo turbamento e la ringrazio per aver condiviso le sue perplessità anche perchè, attraverso la sua domanda, è possibile fare maggiore chiarezza circa le finalità, l'utilità... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, se non l'ha già fatto, le suggerisco una visita neurologica, comprendo la sua sofferenza e capisco che si tratti di sintomi invalidanti che possono compromettere in modo significativo la qualità... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dalle sue parole capisco che lei si sta trovando in una situazione di sofferenza, in cui sentimenti ed emozioni spesso contrastanti fra loro rendono difficile anche solo definire con chiarezza... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno Verdiana, lei ha affrontato molte sofferenze e ha dimostrato di avere grandi risorse trovando il modo di aprirsi la sua strada e di provare a costruire la sua vita in un ambiente nuovo e diverso.... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, lei ha esposto con molta chiarezza il suo stato d'animo e dimostra di avere molta consapevolezza di sè e della situazione che sta vivendo. Concordo con quanto scritto dai colleghi rispetto... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso le sue difficoltà, comprendo che lei stia vivendo un periodo di forte sofferenza ed incertezza. Una relazione di 5 anni crea un legame profondo e non è facile... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo la sua sofferenza, purtroppo finché suo figlio non deciderà di farsi aiutare non esistono argomenti o frasi che possano "convincerlo" a intraprendere un percorso terapeutico. Come... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, comprendo la sua preoccupazione e il suo dispiacere nel vedere una persona a cui lei è legata comportarsi in modo insolito e presumibilmente poco funzionale al suo benessere fisico e psicologico.... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile paziente, la ringrazio per la sua richiesta e mi dispiace per la difficoltà che sta attraversando. Certamente la fine di una relazione che dura da molto tempo rappresenta un evento doloroso, un... Altro
Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.
Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
Ne parlammo già io e il terapeuta.
Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
Grazie per le risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dalle sue parole emerge un disagio reale, che merita di essere compreso senza ridurlo a una semplice questione di orari. Mi sembra che il tema centrale non sia andare a letto tardi in sé, ma il conflitto tra il bisogno di rispettare i suoi ritmi personali e il timore che, facendo così, lei resti bloccato in modalità rigide e poco flessibili.
Probabilmente il suo terapeuta non le sta dicendo che “fare le ore piccole” sia salutare o necessario, ma che in alcune occasioni potrebbe essere utile tollerare un piccolo scostamento dalle sue abitudini per lavorare sulla flessibilità psicologica, sull’ansia di controllo e sulla possibilità di stare nel gruppo senza sentire l’urgenza di ritirarsi. È diverso dal sostenere che debba sempre uniformarsi agli altri.
D’altra parte, ciò che descrive sul piano fisico appare molto intenso: stanchezza marcata, calo funzionale, sensibilità agli stimoli. Questo suggerisce che i suoi ritmi corporei vadano presi seriamente e non banalizzati. La terapia dovrebbe tenere insieme entrambe le dimensioni: il rispetto dei limiti personali e, allo stesso tempo, un graduale lavoro sulla rigidità.
Forse il punto da esplorare con il terapeuta è proprio questo: distinguere quando sta ascoltando un bisogno autentico del corpo e quando invece entra in gioco una regola interna troppo rigida che non le lascia margine di scelta. Non sempre è facile differenziarle da soli.
Potrebbe essere utile riportargli esattamente ciò che ha scritto qui: non solo il disaccordo teorico, ma soprattutto le conseguenze concrete che vive il giorno dopo. Da lì può nascere un confronto terapeutico importante e più calibrato sulla sua esperienza reale. Resto a disposizione anche online.
Claudia Cenni
Buon pomeriggio, sono una ragazza di 24 anni che a periodi alterni si sente sola e nell'abitudine di provare questo sentimento a volte "respinge" situazioni sociali. Cinque anni fa, per motivi di studio, sono trasferita in un'altra città. Mio padre lavorava qui da un pò di anni e l'ho raggiunto. Ciò che mi ha spinta a fare questo grande passo - e allontanarmi dal mio contesto sociale, amici, famiglia, abitudini - è stata sia la voglia di provare qualcosa di nuovo in una nuova città, ma anche la solitudine che mi ha sempre accompagnata silenziosamente sin da piccola. Nel mio paese di origine non mi sono mai sentita parte di una "comunità" o contesto sociale. Provo a spiegarmi meglio: abitavo nella periferia di un paesino piccolo in cui non c'era la possibilità di uscire a piedi, fare una passeggiata, andare da un'amica a prendere un caffè ... e in più la mia vita sociale e scolastica avveniva in un paese limitrofo a 10 min di macchina dal mio (i miei genitori preferirono mandarmi a scuola in un altro paese). Per questo motivo non mi sono mai sentita parte di un mondo, quel piccolo microcosmo fatto di "5 min e ti passo a prendere" o di "vieni con me al supermercato un attimo?". Spesso le mie amiche, nonostante avessi un bel gruppo di amiche (con cui con alcune ancora ho rapporti ben stretti), non mi invitavano per le cose banali come le piccole cose che si fanno quotidianamente all'interno di un paese, questo perché ero "lontana" e per fare queste piccole cose non aveva senso spostarmi. Nei weekend o per feste e compleanni invece partecipavo spesso, anzi, mi manca la mia compagnia. Il luogo fisico in cui avveniva la mia vita sociale non era quindi lo stesso in cui abitavo. Spesso per sentirmi "inclusa" nelle dinamiche sociali mi adattavo anche a situazioni che non facevano parte di me, anche solo per un'approvazione nei miei confronti e per non sentirmi diversa o quella che "veniva da lontano". Oggi però a distanza di cinque anni mi ritrovo in una nuova città (in cui si sono trasferiti anche poi mia madre e mio fratello), ho conosciuto persone nuove ma paradossalmente la situazione si è ribaltata, se prima ero lontana dal paese e vivevo in "solitudine" quotidianamente, ora abito in città ho tutto quello che desideravo, posso uscire a piedi e vivere la vita all'interno della città, ho dei vicini di casa ... ma le amiche che ho qui abitano invece fuori città e in più hanno già un loro gruppo di amici. Mi sembra un circolo vizioso. Inoltre nella città a nord Italia in cui mi trovo è raro trovare studenti fuori sede (meta poco ambita), quindi i miei colleghi universitari non sono nella mia stessa condizione da "fuori sede", ma vengono all'università con la consapevolezza di tornare a casa dalla loro cerchia di amici. in più in questo contesto fatico a sentirmi me stessa, ho partecipato spesso alla vita sociale anche di uno dei miei colleghi e dei loro amici, ma mi sento sempre fuori posto, quel fuori posto che sento provenire dal passato ... io che non faccio parte di nessun mondo. Io che non facevo parte né del paesino in cui abitavo, né di quello che frequentavo e né nella città in cui mi trovo ora. C'è da dire che sono però una persona solare e aperta a nuovi contesti sociali, ma la sensazione che sento ora è di sforzarmi continuamente e mai di essere me stessa. Ho molta confusione in testa. Da poco ho finito l'università e frequento un master in un'altra città durante i weekend ... questo mi sta aiutando molto ma quando torno il pattern quotidiano è sempre lo stesso: faccio ripetizioni, mi alleno, vado al master. La mia vita sociale da quando mi sono trasferita è un pò povera e sto iniziando a pensare che ormai mi ci sono anche abituata a stare sola e ho paura di non riuscire a togliere quest'abitudine. Il mio sentirmi fuori posto potrebbe derivare anche dal fatto che non sono mai stata fidanzata e soprattutto dalle costanti paranoie che penso nei confronti delle persone che mi stanno vicino. Credo che loro si accorgano della mia solitudine, anche se io cerco di mascherarla il più possibile e tenermi occupata spesso durante le giornate. poi quando sono sola a casa piango e mi sfogo. Mi è capitato anche di sfogarmi con mamma, papà e mio fratello ma a distanza di giorni le mie paranoie tornano. Ho anche pensato di andare in terapia per cercare un modo per vivere meglio questa situazione. Probabilmente ciò che ho scritto sarò molto confuso, ma è stato come un flusso di pensieri. Grazie a chi ha letto fin qui.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dalle sue parole emerge molta sofferenza, ma anche una notevole capacità di osservare sé stessa con profondità. Questo è già un punto importante da cui partire.
Più che una semplice “solitudine esterna”, sembra che lei porti dentro da tempo un vissuto di non appartenenza, come se in diversi contesti si fosse sentita ai margini o mai pienamente parte di un gruppo. Quando questa esperienza si ripete negli anni, può trasformarsi in uno schema interno: ci si sente fuori posto anche quando, oggettivamente, potrebbero esistere nuove possibilità di legame.
Mi colpisce quando dice di sforzarsi continuamente e di non sentirsi mai davvero sé stessa. Talvolta, nel desiderio di essere accettati, si rischia di adattarsi molto agli altri, perdendo spontaneità e aumentando il senso di distanza emotiva. Non perché ci sia qualcosa che non va in lei, ma perché diventa faticoso stare in relazione sentendosi costantemente da “dimostrare”.
La solitudine, inoltre, può diventare un’abitudine difensiva: fa soffrire, ma al tempo stesso protegge dal timore del rifiuto, del giudizio o del sentirsi nuovamente esclusi. Per questo spesso si desidera il contatto e insieme lo si evita.
Il fatto che stia pensando a un percorso terapeutico mi sembra un’intuizione molto valida. Potrebbe aiutarla a comprendere l’origine profonda di questo vissuto di esclusione, a ridimensionare le paure legate allo sguardo degli altri e a costruire relazioni in cui sentirsi più autentica e libera.
Non vedo in lei una persona “destinata a stare sola”, ma una giovane donna che sta cercando ancora il proprio luogo emotivo nel mondo. E questo luogo si può costruire. Resto a disposizione anche online.
Claudia Cenni
ho perso 40 kg con il by pass gastrico fatto il 14 ottobre 2025 .
però ovviamente ci tengo a sottolineare che a livello gastrico la fame è contenuta perchè la capienza di cibo nello stomaco è decisamente minore rispetto a prima .
sono molto felice di aver perso peso ok.. ma comunque la fame emotiva è ancora viva e le emozioni sono ancora intense talmente tanto che delle volte mangio un pochettino in più , non come prima ma ci sono ovviamente quei momenti .
allora io oggi scrivo qui 1 perchè penso che tutto si può risolvere nella vita . Questi disturbi purtroppo sono dei disturbi dell animo più che della mente .. dell animo perchè dal mio punto di vista chi mangia tanto , chi si abbuffa nasconde dentro di sè un mondo molto caotico , pieno di incomprensioni , a volte a mio parere anche strano perchè non viene capito da nessuno .
pensate che io che per anni ho combattuto contro il mostro dell obesità , io che per tanto tempo mi sono odiata allo specchio e disprezzata ... mi sento certe volte ancora quella di prima .
ho una famiglia molto malsana che nonostante ciò mi vuole bene ok ma è letteralmente malsana e disfunzionale .
mia mamma non accetta il mio cambiamento fisico , a primo impatto penso che sia gelosa .
ATTENZIONE , NON DICO CHE È GELOSA PERCHÈ È CATTIVA .. CI MANCHEREBBE , È MIA MADRE , ma secondo me dato che è stata per molto tempo abituata a vedermi in un certo modo con una coperta di grasso metaforicamente parlando che nascondeva la mia vera personalità , ora mi vede diversa , solare , energica , positiva etc... e quindi lei riflettendoci bene non è che non mi accetta ma ancora non deve abituarsi a questa nuova immagine di me cambiata , diversa ma non del tutto perchè nonostante il mio dimagrimento io sono sempre silvana .. silvana che ha delle passioni , silvana che ha degli interessi , degli obiettivi di vita importanti che vuole raggiungere .
Il rapporto tra me e mia madre non è mai stato dei migliori , tra me e lei è stato presente sempre un grande conflitto . Ricordo ancora che quando ero molto piccola lei mi diceva di non mangiare troppo , di stare attenta alla linea , parlava sempre del fisico magro e asciutto perchè anche lei è stata sempre fissata con la linea ... sempre .
mio padre è diversi da mamma , è più positivo , prende la vita più con il sorriso ma secondo me si lascia influenzare parecchio dalla negatività di mamma ...
mamma purtroppo non cambierà mai , questo lo devo accettare .
però quello che voglio dire è che non posso cambiare io chi non vuole cambiare , ognuno deve assumersi la propria responsabilità al cambiamento ma prima ancora deve avere consapevolezza di avere un Problema e mia mamma non ha questa consapevolezza e a me non frega perchè io voglio godermi la mia rinascita e pensare a me stessa , alla mia vita e ai miei obiettivi
via le persone negative ....
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da ciò che descrive mi sembra un passaggio molto significativo del suo percorso, e non necessariamente un segnale negativo. Dopo molti anni di terapia può accadere che la persona senta il bisogno di verificare quanto ha interiorizzato, sperimentando maggiore autonomia e spontaneità nella propria quotidianità.
Le suggerirei di portare apertamente questi vissuti in seduta: la sensazione di avere la vita scandita dagli appuntamenti, il sovraccarico mentale e anche la resistenza che sente oggi verso il confronto terapeutico. Sono temi importanti e meritano spazio.
Una pausa, una diversa frequenza degli incontri o una rimodulazione del percorso possono essere ipotesi del tutto legittime, se condivise con la terapeuta. Talvolta non si tratta di interrompere, ma di trasformare il percorso in base ai bisogni attuali della persona.
Il desiderio di vivere con maggiore naturalezza potrebbe essere anche il segnale di una crescita avvenuta nel tempo.
Buongiorno, nelle sue parole emerge una consapevolezza molto profonda e una notevole forza personale. Il dimagrimento dopo un bypass gastrico rappresenta un cambiamento importante sul piano fisico, ma spesso il mondo emotivo segue tempi diversi: il corpo cambia più rapidamente, mentre l’immagine di sé e le ferite interiori richiedono un’elaborazione più graduale.
È molto significativo ciò che dice sulla fame emotiva. Spesso il rapporto con il cibo non riguarda solo la nutrizione, ma diventa un modo per gestire dolore, vuoto, tensione o bisogni affettivi. Averlo riconosciuto è già un passo prezioso.
Anche il rapporto con sua madre sembra toccare nodi profondi legati al riconoscimento e all’identità personale. Quando una persona cambia, talvolta anche gli equilibri familiari vengono messi in discussione, e questo può generare resistenze o difficoltà.
Mi colpisce soprattutto il desiderio di rinascita che esprime. Forse oggi la sfida più importante non è soltanto perdere peso, ma costruire una relazione nuova con se stessa, più libera dal giudizio e più fondata sul proprio valore personale.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a consolidare il cambiamento esterno accompagnando anche quello interiore.
Resto a disposizione
Mi rendo conto di dover interrompere una relazione con un uomo che amo ancora tanto ma con il quale sapevo già che non ci sarebbe stato futuro perché molto più giovane di me. La ragione mi dice di prendere la decisione, il cuore no. Inoltre questo amore mi impedisce di accettare la compagnia di persone più adatte a me per età e cultura. Come gestire tutto questo? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dalle sue parole emerge un conflitto profondo tra ciò che sente emotivamente e ciò che riconosce come più funzionale per il suo futuro. Quando cuore e ragione sembrano andare in direzioni diverse, spesso la sofferenza nasce proprio da questa frattura interiore.
Talvolta non si tratta soltanto di scegliere una persona o interrompere una relazione, ma di comprendere cosa questo legame rappresenti per lei: quali bisogni affettivi soddisfa, quali parti di sé tiene vive, quali timori rende più tollerabili. Alcuni rapporti, pur sapendo che possono avere limiti concreti, toccano aspetti molto profondi della nostra storia emotiva.
Anche il fatto che questo amore renda difficile aprirsi ad altre possibilità merita attenzione: può darsi che non sia solo una questione di età o compatibilità, ma anche di disponibilità emotiva, di tempo necessario per elaborare un distacco e di significato che attribuisce al lasciar andare.
Più che forzarsi a “decidere con la testa”, potrebbe esserle utile ascoltare con maggiore profondità ciò che il cuore sta cercando di dirle. Comprendere il senso del legame spesso permette poi di scegliere con maggiore libertà e meno dolore.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla ad attraversare questo passaggio, integrando emozione e ragione senza dover sacrificare una parte di sé. Resto a disposizione anche online.
Claudia Cenni
Buongiorno a tutti, e grazie in anticipo per le vostre opinioni.
Sono in cura con una psicoterapeuta da circa 13 anni, con una frequenza di un incontro ogni tre settimane. Per me è stata una figura fondamentale nell’affrontare temi molto complessi legati sopratutto alla mia infanzia.
Oggi, però, dopo tanto tempo, avverto una sensazione diversa: è come se la mia vita fosse in qualche modo scandita dagli appuntamenti terapeutici, e mi accorgo di portare il “ragionamento terapeutico” anche nella quotidianità, con una sensazione di sovraccarico mentale.
In questo momento sento anche una certa resistenza interna al confronto terapeutico e il desiderio di vivere le mie decisioni con maggiore naturalezza e spontaneità.
Sto quindi pensando di proporre alla mia terapeuta una pausa oppure una diversa dilazione degli incontri.
So che ogni percorso e ogni professionista sono diversi, ma mi farebbe piacere conoscere il vostro punto di vista: come affrontereste una richiesta di questo tipo? Cosa consigliereste?
Grazie a tutti per l’ascolto.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da ciò che descrive mi sembra un passaggio molto significativo del suo percorso, e non necessariamente un segnale negativo. Dopo molti anni di terapia può accadere che la persona senta il bisogno di verificare quanto ha interiorizzato, sperimentando maggiore autonomia e spontaneità nella propria quotidianità.
Le suggerirei di portare apertamente questi vissuti in seduta: la sensazione di avere la vita scandita dagli appuntamenti, il sovraccarico mentale e anche la resistenza che sente oggi verso il confronto terapeutico. Sono temi importanti e meritano spazio.
Una pausa, una diversa frequenza degli incontri o una rimodulazione del percorso possono essere ipotesi del tutto legittime, se condivise con la terapeuta. Talvolta non si tratta di interrompere, ma di trasformare il percorso in base ai bisogni attuali della persona.
Il desiderio di vivere con maggiore naturalezza potrebbe essere anche il segnale di una crescita avvenuta nel tempo.
Resto a sua disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento, anche online
Dott.ssa Claudia Cenni
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…