Buongiorno, ho una figlia che soffre di binge eating da moltissimi anni, ora è due anni che convive
25
risposte
Buongiorno, ho una figlia che soffre di binge eating da moltissimi anni, ora è due anni che convive e io la vedo poco, ma ogni volta che la vedo noto chiaramente (e non solo io) che mette sempre più peso. Ormai sarà oltre i 100 kg. Non so proprio da dove iniziare per aiutarla. Nel passato abbiamo provato psicoterapia, psichiatria, farmaci di tutto, ma dopo pochissime sedute si mollava. E’ arrivata a dirmi stop, attraverso una terapeuta che mi ha chiamata e abbiamo fatto colloquio insieme, mi hanno chiesto di lasciarla stare. Da lì ho mollato. Mi sono arresa. Peccato che a distanza di un anno e mezzo la sua situazione sia decisamente peggiorata. Grazie a chi mi risponderà.
Buongiorno,
le rispondo come psicologa che si occupa di disturbi del comportamento alimentare.
Capisco molto la sua preoccupazione: è davvero difficile vedere una figlia stare male e sentirsi impotenti. Da quello che descrive, la situazione è delicata ma anche piuttosto comune nei casi di binge eating.
Purtroppo, quando la persona non è pronta, è molto difficile aiutarla in modo diretto. I percorsi interrotti e il rifiuto della terapia fanno spesso parte del disturbo stesso, non sono mancanza di volontà.
Il fatto che in passato le sia stato chiesto di “lasciarla stare” non è stato un errore: a volte serve a ridurre la pressione e le resistenze. Allo stesso tempo, questo non significa sparire, ma cercare una presenza più discreta e non giudicante.
In generale, può essere utile:
* evitare commenti su peso, cibo o aspetto fisico
* mantenere un contatto affettivo, senza parlare solo del problema
* esprimere preoccupazione in modo delicato, senza forzare
Non può obbligarla a curarsi, ma può restare un punto di riferimento sicuro. Spesso è proprio questo, nel tempo, a riaprire uno spazio per chiedere aiuto.
Resto a sua disposizione,
Un caro saluto.
le rispondo come psicologa che si occupa di disturbi del comportamento alimentare.
Capisco molto la sua preoccupazione: è davvero difficile vedere una figlia stare male e sentirsi impotenti. Da quello che descrive, la situazione è delicata ma anche piuttosto comune nei casi di binge eating.
Purtroppo, quando la persona non è pronta, è molto difficile aiutarla in modo diretto. I percorsi interrotti e il rifiuto della terapia fanno spesso parte del disturbo stesso, non sono mancanza di volontà.
Il fatto che in passato le sia stato chiesto di “lasciarla stare” non è stato un errore: a volte serve a ridurre la pressione e le resistenze. Allo stesso tempo, questo non significa sparire, ma cercare una presenza più discreta e non giudicante.
In generale, può essere utile:
* evitare commenti su peso, cibo o aspetto fisico
* mantenere un contatto affettivo, senza parlare solo del problema
* esprimere preoccupazione in modo delicato, senza forzare
Non può obbligarla a curarsi, ma può restare un punto di riferimento sicuro. Spesso è proprio questo, nel tempo, a riaprire uno spazio per chiedere aiuto.
Resto a sua disposizione,
Un caro saluto.
Risolvi i tuoi dubbi grazie alla consulenza online
Se hai bisogno del consiglio di uno specialista, prenota una consulenza online. Otterrai risposte senza muoverti da casa.
Mostra risultati Come funziona?
Buongiorno, mi dispiace per la sua preoccupazioni riguardo a sua figlia, purtroppo la richiesta di aiuto quando i figli sono maggiorenni deve venire dalla persona stessa che prova disagio e non possiamo sempre sostituirci o convincere le persone che amiamo a prendersi cura di sé, questo non farebbe altro che peggiorare le cose e dare a lei una sensazione di non auto-efficacia e di controllo dalla figura materna rispetto alle sue scelte rispetto al bisogno evolutivo di autonomia. Credo che la cosa più importante sia che lei si senta presente per come può come madre, senza " soffocarla " dal peso delle preoccupazioni e del controllo della percezione dell'immagine di sé, spesso chi soffre di beinge eating ed è in sovrappeso o obesità tende a vivere il proprio aspetto in modo negativo, provando vergogna per questo e la percezione esterna degli altri che le riconferma questo non fa altro che peggiorare la situazione. Dovrà essere sua figlia, qualora lo vorrà, a intraprendere un percorso di cura da un nutrizionista o terapeuta o altri medici per monitorare la situazione o fare un percorso di cambiamento per se stessa. I disturbi alimentari come le dipendenze spesso sono spesso solo la punta dell'iceberg e si presentano come funzionali a un quadro emotivo più complesso e ampio e il cibo può rappresentare una " cura " temporanea ad un altro disagio e toglierglielo o rimandarglielo potrebbe portarla a sentire ancora più disagio se non è lei a volerci lavorare, rischiando di alimentare la sua inadeguatezza e quadro depressivo qualora ci fosse molto spesso è correlato. Piuttosto provi a valutare se lei non voglia fare un percorso di terapia che la possa aiutare a regolare la sua preoccupazioni rispetto al rapporto con sua figlia e a starle vicino senza che il suo disturbo danneggi la vostra relazione.
Un caro saluto, le porgo i migliori auguri.
Dott.ssa Chiara Cagnoli
Un caro saluto.
Dott.ssa Chiara Cagnoli
Un caro saluto, le porgo i migliori auguri.
Dott.ssa Chiara Cagnoli
Un caro saluto.
Dott.ssa Chiara Cagnoli
Buongiorno,
la situazione che descrive può generare un forte senso di impotenza. Il binge eating è spesso legato a vissuti emotivi profondi e il rifiuto dell’aiuto può riflettere una difficoltà a tollerare interventi percepiti come invasivi.
Può essere indicato avviare un percorso psicologico per lei, al fine di comprendere meglio come stare accanto a sua figlia rispettando i suoi tempi e gestendo la sua preoccupazione.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora
la situazione che descrive può generare un forte senso di impotenza. Il binge eating è spesso legato a vissuti emotivi profondi e il rifiuto dell’aiuto può riflettere una difficoltà a tollerare interventi percepiti come invasivi.
Può essere indicato avviare un percorso psicologico per lei, al fine di comprendere meglio come stare accanto a sua figlia rispettando i suoi tempi e gestendo la sua preoccupazione.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora
Buongiorno, per poter risolvere i disturbi del comportamento alimentare serve un supporto psicologico ma se la persona non vuole iniziare questo percorso purtroppo anche i benefici del percorso non riescono ad arrivare. Si potrebbero provare delle alternative al percorso singolo con sua figlia iniziando magari un percorso famigliare per comprende anche meglio questa situazione, da dove origina e in che modo destabilizza anche il quotidiano della fam di origine.
Dott.ssa Psicologa Pinessi Giorgia
Dott.ssa Psicologa Pinessi Giorgia
Buongiorno,
capisco la sua preoccupazione: vedere un figlio o una figlia stare male e sentirsi impotenti è una situazione molto dolorosa. Il Disturbo da binge eating è un disturbo complesso, che spesso ha un andamento altalenante e di lunga durata, e non è raro che chi ne soffre attraversi fasi in cui rifiuta l’aiuto o interrompe i percorsi terapeutici.
Dal suo racconto emerge un aspetto importante: in passato sua figlia ha espresso chiaramente il bisogno di sentirsi meno pressata sul problema. Quando questo accade, spesso non significa che la persona non soffra o non abbia bisogno di aiuto, ma che non si sente pronta ad affrontarlo in quel momento o teme di sentirsi controllata o giudicata.
In queste situazioni, ciò che può aiutare maggiormente nel rapporto con un familiare è spesso cambiare il tipo di posizione relazionale, mantenendo un atteggiamento di disponibilità e ascolto, facendo sapere che lei c’è se un giorno vorrà riprendere un percorso.
A volte, quando la pressione diminuisce, la persona può sentirsi più libera di riavvicinarsi spontaneamente alla richiesta di aiuto.
Un’altra possibilità, che molti genitori trovano utile, è chiedere un supporto per sé stessi, anche solo per alcuni colloqui con uno psicologo esperto di disturbi alimentari. Questo non significa “curare” sua figlia al posto suo, ma avere uno spazio per capire come starle accanto nel modo più utile possibile, senza sentirsi soli in questa situazione.
Quando e se sua figlia dovesse sentirsi pronta, il trattamento del Disturbo da binge eating oggi prevede spesso percorsi integrati (psicoterapia specialistica per i disturbi alimentari, eventuale supporto nutrizionale e, quando indicato, psichiatrico), ma il primo passo resta sempre la motivazione della persona coinvolta.
Nel frattempo, il fatto che lei continui a preoccuparsi e a cercare modi rispettosi per starle vicino è già un elemento molto importante. A volte, proprio sapere che c’è un familiare che non giudica ma resta presente può fare la differenza nel momento in cui si decide di chiedere nuovamente aiuto.
capisco la sua preoccupazione: vedere un figlio o una figlia stare male e sentirsi impotenti è una situazione molto dolorosa. Il Disturbo da binge eating è un disturbo complesso, che spesso ha un andamento altalenante e di lunga durata, e non è raro che chi ne soffre attraversi fasi in cui rifiuta l’aiuto o interrompe i percorsi terapeutici.
Dal suo racconto emerge un aspetto importante: in passato sua figlia ha espresso chiaramente il bisogno di sentirsi meno pressata sul problema. Quando questo accade, spesso non significa che la persona non soffra o non abbia bisogno di aiuto, ma che non si sente pronta ad affrontarlo in quel momento o teme di sentirsi controllata o giudicata.
In queste situazioni, ciò che può aiutare maggiormente nel rapporto con un familiare è spesso cambiare il tipo di posizione relazionale, mantenendo un atteggiamento di disponibilità e ascolto, facendo sapere che lei c’è se un giorno vorrà riprendere un percorso.
A volte, quando la pressione diminuisce, la persona può sentirsi più libera di riavvicinarsi spontaneamente alla richiesta di aiuto.
Un’altra possibilità, che molti genitori trovano utile, è chiedere un supporto per sé stessi, anche solo per alcuni colloqui con uno psicologo esperto di disturbi alimentari. Questo non significa “curare” sua figlia al posto suo, ma avere uno spazio per capire come starle accanto nel modo più utile possibile, senza sentirsi soli in questa situazione.
Quando e se sua figlia dovesse sentirsi pronta, il trattamento del Disturbo da binge eating oggi prevede spesso percorsi integrati (psicoterapia specialistica per i disturbi alimentari, eventuale supporto nutrizionale e, quando indicato, psichiatrico), ma il primo passo resta sempre la motivazione della persona coinvolta.
Nel frattempo, il fatto che lei continui a preoccuparsi e a cercare modi rispettosi per starle vicino è già un elemento molto importante. A volte, proprio sapere che c’è un familiare che non giudica ma resta presente può fare la differenza nel momento in cui si decide di chiedere nuovamente aiuto.
Capisco la sua preoccupazione da madre, la scelta di iniziare un percorso terapeutico è personale e la motivazione a intraprenderlo un ingrediente fondamentale. la motivazione è come la benzina per una macchina. Il consiglio che posso darle è di ascoltare le motivazioni di sua figlia. Magari sarà lei, in futuro, a volere iniziare una psicoterapia. Rimango eventualmente a disposizione. Saluti.
Dott.ssa Chiara Pavia
Dott.ssa Chiara Pavia
Buongiorno, capisco la sua preoccupazione e il senso di impotenza che sta vivendo. Nei disturbi come il binge eating, il cambiamento può avvenire solo se parte da una motivazione interna della persona: forzare o insistere, anche con le migliori intenzioni, spesso porta a una maggiore chiusura.
Il fatto che in passato le sia stato chiesto di “lasciarla stare” va letto proprio in questa direzione: proteggere la relazione e ridurre la pressione. Questo non significa però essere indifferenti. Può continuare a esserci per sua figlia in modo non giudicante, mostrandole affetto, ascolto e disponibilità, evitando commenti su peso o cibo.
Se si presenterà uno spiraglio, anche piccolo, potrà incoraggiarla con delicatezza a riprendere un percorso, magari diverso da quelli già provati. Nel frattempo, può essere molto utile che sia lei a trovare uno spazio di supporto per sé, per essere accompagnata nel modo migliore in questa situazione complessa.
Non è sola, e il suo ruolo resta importante, anche se oggi può sembrare limitato.
Il fatto che in passato le sia stato chiesto di “lasciarla stare” va letto proprio in questa direzione: proteggere la relazione e ridurre la pressione. Questo non significa però essere indifferenti. Può continuare a esserci per sua figlia in modo non giudicante, mostrandole affetto, ascolto e disponibilità, evitando commenti su peso o cibo.
Se si presenterà uno spiraglio, anche piccolo, potrà incoraggiarla con delicatezza a riprendere un percorso, magari diverso da quelli già provati. Nel frattempo, può essere molto utile che sia lei a trovare uno spazio di supporto per sé, per essere accompagnata nel modo migliore in questa situazione complessa.
Non è sola, e il suo ruolo resta importante, anche se oggi può sembrare limitato.
Buonasera, è comprensibile la sua preoccupazione. Da genitore uno dei primi interessi è la salute dei figli, e ci vuole impegno per riuscire a prendere consapevolezza quando non si può più intervenire (per diversi motivi). Il mio suggerimento è quello di lavorare su di sé in modo da accettare il fatto che sua figlia desidera che lei non intervenga e alleggerirsi da una responsabilità che, ad oggi, non le appartiene. Credo che ci possa essere margine di miglioramento nel vostro rapporto conseguentemente al cambiamento che potrebbe assumere il suo atteggiamento nei confronti di sua figlia.
Salve, purtroppo per alcune problematiche il supporto esterno della famiglia è funzionale solamente quando ricercato e voluto attivamente dalla persona in difficoltà; se, in accordo con una professionista, le hanno fatta esplicita richiesta di non intervenire o proporsi (se non esplicitamente coinvolta) avranno valutato che fosse l'opzione migliore in quel determinato momento.
Detto ciò, se sua figlia non ha proseguito la terapia e lei la vede in difficoltà, senza "ricadere" in vecchie modalità comunicative, potrebbe essere importante sincerarsi di come stia e come si stia muovendo rispetto alla problematica dell'aumento di peso, anche e soprattutto in virtù del fatto che questo può comportare molteplici aggravamenti di salute da non sottovalutare assolutamente.
Aggiungo inoltre che un certo tipo di intervento, che sia farmacologico, psicoterapico, o altro, che magari non ha sortito effetti o è stato abbandonato in passato, non è detto che oggi produca gli stessi esiti, le persone cambiano e anche il loro modo di rispondere alle cure, pertanto oggi potrebbe aiutare sua figlia un intervento che qualche anno fa non è stato impattante.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Detto ciò, se sua figlia non ha proseguito la terapia e lei la vede in difficoltà, senza "ricadere" in vecchie modalità comunicative, potrebbe essere importante sincerarsi di come stia e come si stia muovendo rispetto alla problematica dell'aumento di peso, anche e soprattutto in virtù del fatto che questo può comportare molteplici aggravamenti di salute da non sottovalutare assolutamente.
Aggiungo inoltre che un certo tipo di intervento, che sia farmacologico, psicoterapico, o altro, che magari non ha sortito effetti o è stato abbandonato in passato, non è detto che oggi produca gli stessi esiti, le persone cambiano e anche il loro modo di rispondere alle cure, pertanto oggi potrebbe aiutare sua figlia un intervento che qualche anno fa non è stato impattante.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Gentilissima,
grazie per aver espresso la sua preoccupazione.
Da quello che descrive, la problematica di sua figlia sembra si sia cronicizzata negli anni e posso immaginare il senso di frustrazione e di dubbio che entrambe vivete in seguito a percorsi che sembrano non essere stati d'aiuto.
L’insistenza o la preoccupazione (anche comprensibile) può essere vissuta da sua figlia come pressione, aumentando la distanza. La richiesta di “lasciarla stare” può essere stata un tentativo di proteggere un proprio spazio, più che un rifiuto del legame.
Sua figlia convive e dunque è in grado di prendere decisioni per sé stessa e con i suoi tempi.
Prenda in considerazione la possibilità di un supporto per lei come genitore che la aiuti a gestire questa sofferenza e non la faccia sentire sola.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
grazie per aver espresso la sua preoccupazione.
Da quello che descrive, la problematica di sua figlia sembra si sia cronicizzata negli anni e posso immaginare il senso di frustrazione e di dubbio che entrambe vivete in seguito a percorsi che sembrano non essere stati d'aiuto.
L’insistenza o la preoccupazione (anche comprensibile) può essere vissuta da sua figlia come pressione, aumentando la distanza. La richiesta di “lasciarla stare” può essere stata un tentativo di proteggere un proprio spazio, più che un rifiuto del legame.
Sua figlia convive e dunque è in grado di prendere decisioni per sé stessa e con i suoi tempi.
Prenda in considerazione la possibilità di un supporto per lei come genitore che la aiuti a gestire questa sofferenza e non la faccia sentire sola.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Gentile signora. Grazie per aver interrelato mio dottore. Si dice purtroppo che non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare! Lei in passato ha fatto molto affinché sua figlia potesse chiedere aiuto. Tuttavia non è riuscita nel suo intento. Non si dia colpe. Se addirittura tramite una terapeuta sua figlia le ha chiesto di lasciarla andare, faccia come le è stato chiesto. La vede poco, l’unica cosa che può fare quando la incontra,…..lasci perdere completamente il suo stato fisico, ma si concentri su altro. Lo stato fisico non è che una esposizione chiara di quello che sua figlia ha dentro. Ma non bisogna agire su quello, né commentare quanto peso sta prendendo o altro…. Le dica semplicemente con un sorriso che lei c’è, che per qualsiasi cosa potrà contare sempre sul suo supporto, e che le vuole tanto bene! Poi parlate di altro come se niente fosse. E se sua figlia stupita le dovesse chiedere come mai lei le sta dicendo questo, risponda (sempre con un sorriso) che ..così …aveva voglia di dirglielo e basta. Al contrario sia lei a dirle che magari in questo periodo si sente un po’ giù, perché le è accaduto qualcosa, nulla di grave, ma che le dà fastidio, anche cose futili, ma che per lei contano. Sua figlia si sentirà di dirle qualcosa, un consiglio o qualche suggerimento,…e questo è utile per farla avvicinare a lei, per complicità, per solidarietà….o semplicemente perché in fondo ci tiene a lei…e’ pur sempre sua madre. Non le chieda mai nulla sul peso, aspetti che sia lei, se vuole, a raccontarle qualcosa. Usi l’intelligenza, la pazienza, non il naturale impeto di volerla salvare, poiché è lei che deve volerlo, …. Magari se vuole darle un consiglio utile, le dica che lei avrebbe desiderio di iscriversi a joga o a Qi Gong (antica disciplina cinese del primo sec. a. C ) poiché ha conosciuto delle persone che glielo hanno consigliato e le han detto che è molto utile per ritrovare centratura, armonia mentale, equilibrio psicofisico e che vuole provare…e che se sarà davvero così, glielo consiglierà a sua volta. Ovviamente lei non deve seguire alcun corso, ma potrebbe esser un modo per stuzzicare l’interesse di sua figlia a cercare nella meditazione, in queste discipline orientali (dalla saggezza millenaria, come il Qi Gong) delle risposte alla sua inquietudine interna, perché mangiare e’ proprio la risposta che il suo corpo mette in atto per calmare il suo nervoso, la sua eventuale rabbia, o per mitigare delle sue paure. Tra l’altro il cibo ..sfogarsi con esso … è il miglior modo di “difesa” che l’essere umano conosca per proteggersi, sicuramente meglio che fare uso di sostanze o fumo. Certo è assolutamente comprensibile che lei, in qualità di madre, soffra nel vedere sua figlia raggiungere quel peso, e come terapeuta le sono vicina, perché non è facile questo che sta affrontando…ma al momento non è sicuramente il caso di affrontarla di petto e metterla in guardia rispetto a problematiche di salute che ahimè potrebbero insorgere in futuro se non cambia regime. Può però come le ho suggerito prima farle capire che lei c’è per sua figlia, che ci sarà sempre per lei…e poi cambiando discorso raccontarle con un gran sorriso che in questo periodo si sta avvicinando a queste incredibili discipline olistiche che la stanno aiutando ad essere più serena, calma, centrata in perfetto equilibrio e con tanta forza mentale…..sua figlia ..chissà…magari non le dirà nulla, ma poi, senza farglielo sapere, andrà a guardare, ad informarsi….perché vede l’esempio da lei. I figli imitano dai genitori gli esempi, non le parole. Soprattutto se quando vi vedrete lei riuscirà, (anche se preoccupata), a ridere e scherzare con sua figlia con serenità….e sua figlia potrà vedere in lei tranquillità e pace, e non giudizio, poiché a lei arriva soprattutto quello…anche se io e lei sappiamo bene che non è così. Provi davvero, anche per lei, per essere più tranquilla e serena indipendentemente da quello che sua figlia combina o no della sua vita, ad informarsi su Qi Gong in internet ad esempio. In Italia ci sono insegnanti ottimi anche online se non riuscisse a trovarli in presenza..mi viene in mente ad esempio Eleonora Gramaccia. Si informi, e provi, magari la aiuterà a gestire meglio le sue preoccupazioni e pensieri. Buona giornata a lei. Dott.ssa Ljuba Zamarin
Buonasera, il suo malessere è assolutamente comprensibile ma, come ha già verificato, non è possibile aiutare una persona che non sente il bisogno di essere aiutata. Forse la cosa migliore che potrebbe fare è consultare uno/a psicologo/a per cercare di accettare la situazione e cercare di capire come comportarsi con la figlia, questo potrebbe essere l'inizio di un cambiamento per entrambe. Non si senta sopraffatta ma cerchi piuttosto di trovare dentro di sé la forza per essere presente e capire cosa può avere portato sua figlia a questo disturbo alimentare, magari imparando a osservare la situazione con distacco, senza critica e senza giudizio.
Gentile,
La ringrazio per aver condiviso la sua preoccupazione, che si percepisce molto forte e anche molto dolorosa da portare da sola.
È comprensibile che si senta preoccupata, dispiaciuta e anche un po’ impotente nel vedere sua figlia in difficoltà, soprattutto dopo anni in cui avete già cercato diversi aiuti senza riuscire a trovare una continuità stabile. Quando un genitore assiste al peggioramento di una situazione così complessa, è frequente sentirsi come se si fosse ‘provato tutto’ e allo stesso tempo non abbastanza, con un senso di stanchezza e arresa che può essere molto pesante.
Il binge eating, come molti disturbi del comportamento alimentare, spesso non riguarda solo il comportamento alimentare in sé, ma ha a che fare con una funzione più profonda di regolazione emotiva e di gestione della sofferenza interna. Per questo motivo può essere un percorso lungo, non lineare, fatto anche di momenti in cui la persona si allontana dagli aiuti, nonostante il bisogno di supporto sia presente.
Il fatto che in passato vi sia stato chiesto di fare un passo indietro è un elemento importante: può averla lasciata con la sensazione di non poter più intervenire, e questo può rendere ancora più difficile capire oggi come stare in relazione con sua figlia. In realtà, in queste situazioni, spesso il sostegno più utile non passa attraverso il “fare di più”, ma attraverso il mantenere una presenza affettiva costante, non giudicante e disponibile, anche quando non sembra esserci una richiesta esplicita di aiuto.
Non esiste una strada unica o immediata per “iniziare”, ma può essere prezioso cercare di mantenere o riaprire un contatto che non sia centrato sul peso o sulla preoccupazione, bensì sulla relazione e sul suo mondo emotivo, lasciando a sua figlia lo spazio e i tempi per potersi eventualmente riavvicinare all’aiuto.
Rispetto ai percorsi di cura, quando la persona riesce a riattivarsi, può essere molto utile un lavoro integrato e continuativo (psicoterapia, psichiatria e supporto nutrizionale), ma il punto fondamentale resta sempre la possibilità di costruire un’alleanza terapeutica che possa tenere nel tempo.
Infine, è importante che anche Lei possa avere uno spazio di sostegno per sé: non per “risolvere” il problema di sua figlia, ma per non rimanere sola con questa preoccupazione e per trovare modalità relazionali che la aiutino a restare in contatto senza sentirsi schiacciata dal peso della situazione.
Saluti.
Dott.ssa Manuela Barzellato
La ringrazio per aver condiviso la sua preoccupazione, che si percepisce molto forte e anche molto dolorosa da portare da sola.
È comprensibile che si senta preoccupata, dispiaciuta e anche un po’ impotente nel vedere sua figlia in difficoltà, soprattutto dopo anni in cui avete già cercato diversi aiuti senza riuscire a trovare una continuità stabile. Quando un genitore assiste al peggioramento di una situazione così complessa, è frequente sentirsi come se si fosse ‘provato tutto’ e allo stesso tempo non abbastanza, con un senso di stanchezza e arresa che può essere molto pesante.
Il binge eating, come molti disturbi del comportamento alimentare, spesso non riguarda solo il comportamento alimentare in sé, ma ha a che fare con una funzione più profonda di regolazione emotiva e di gestione della sofferenza interna. Per questo motivo può essere un percorso lungo, non lineare, fatto anche di momenti in cui la persona si allontana dagli aiuti, nonostante il bisogno di supporto sia presente.
Il fatto che in passato vi sia stato chiesto di fare un passo indietro è un elemento importante: può averla lasciata con la sensazione di non poter più intervenire, e questo può rendere ancora più difficile capire oggi come stare in relazione con sua figlia. In realtà, in queste situazioni, spesso il sostegno più utile non passa attraverso il “fare di più”, ma attraverso il mantenere una presenza affettiva costante, non giudicante e disponibile, anche quando non sembra esserci una richiesta esplicita di aiuto.
Non esiste una strada unica o immediata per “iniziare”, ma può essere prezioso cercare di mantenere o riaprire un contatto che non sia centrato sul peso o sulla preoccupazione, bensì sulla relazione e sul suo mondo emotivo, lasciando a sua figlia lo spazio e i tempi per potersi eventualmente riavvicinare all’aiuto.
Rispetto ai percorsi di cura, quando la persona riesce a riattivarsi, può essere molto utile un lavoro integrato e continuativo (psicoterapia, psichiatria e supporto nutrizionale), ma il punto fondamentale resta sempre la possibilità di costruire un’alleanza terapeutica che possa tenere nel tempo.
Infine, è importante che anche Lei possa avere uno spazio di sostegno per sé: non per “risolvere” il problema di sua figlia, ma per non rimanere sola con questa preoccupazione e per trovare modalità relazionali che la aiutino a restare in contatto senza sentirsi schiacciata dal peso della situazione.
Saluti.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Buongiorno, nelle sue parole si sente chiaramente quanto questa situazione la coinvolga profondamente, e quanto sia faticoso stare in bilico tra il desiderio di aiutare sua figlia e il timore di invadere uno spazio che le è stato esplicitamente chiesto di rispettare. È una posizione che spesso porta con sé senso di impotenza, ma anche dubbi continui su quale sia il modo giusto di comportarsi. Quando si osservano comportamenti come quelli legati al binge eating, è importante provare a spostare lo sguardo da ciò che appare in superficie a ciò che può esserci sotto. Il cibo, in questi casi, diventa spesso uno strumento per gestire emozioni difficili, stati interni che magari non trovano altre vie di espressione. Non è quindi una questione di volontà o di mancanza di controllo, ma piuttosto di un equilibrio emotivo che in qualche modo fatica a regolarsi. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, si osserva come nel tempo possano svilupparsi modalità di pensiero molto dure verso se stessi, accompagnate da vissuti di vergogna, inadeguatezza o fallimento. Questi elementi possono rendere molto difficile accettare un aiuto, soprattutto se viene percepito come qualcosa che mette ancora più in luce il problema. Questo può spiegare, almeno in parte, perché sua figlia in passato abbia interrotto i percorsi intrapresi, non necessariamente perché inutili, ma forse perché emotivamente troppo complessi da sostenere in quel momento. In questo senso, il suo ruolo diventa molto delicato ma anche prezioso. Più che intervenire direttamente sul comportamento, può essere utile cercare di costruire un clima relazionale in cui sua figlia possa sentirsi accolta senza sentirsi osservata o giudicata. Questo non significa ignorare ciò che sta accadendo, ma offrire una presenza che non aumenti la pressione. A volte è proprio la riduzione della pressione che permette alla persona di riavvicinarsi spontaneamente all’idea di farsi aiutare. È altrettanto importante dare spazio anche a ciò che prova lei. Il senso di frustrazione, la preoccupazione e forse anche la paura di vedere peggiorare la situazione sono reazioni comprensibili. Avere uno spazio in cui poterle elaborare può fare una grande differenza, anche perché permette di muoversi con maggiore chiarezza e meno reattività nella relazione con sua figlia. Un percorso di supporto, anche per lei, può rappresentare un modo per comprendere meglio questi meccanismi e per individuare modalità comunicative e relazionali più efficaci. In un’ottica cognitivo comportamentale, lavorare su questi aspetti aiuta a interrompere alcuni circoli che, senza volerlo, possono mantenere il problema nel tempo. Spesso non si tratta di fare grandi cambiamenti, ma di modificare piccoli elementi che nel loro insieme possono aprire nuove possibilità. Il fatto che oggi sua figlia sembri distante non esclude affatto che in futuro possa riavvicinarsi all’idea di un percorso. E il modo in cui si sentirà accolta e compresa nel presente potrà avere un peso importante in quella eventuale scelta. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Comprendo quanto sia doloroso osservare la sofferenza di sua figlia sentendosi impossibilitata ad agire. I disturbi del comportamento alimentare come il binge eating sono condizioni complesse: nessun cambiamento duraturo può avvenire senza una motivazione interna alla persona stessa.
In un'ottica cognitivo-comportamentale, il ruolo del familiare è delicato ma prezioso. La sua presenza non deve tradursi in controllo o pressione sul peso, ma in una vicinanza emotiva autentica e non giudicante. Mantenersi in relazione affettuosa – evitando commenti sull'alimentazione o sull'aspetto fisico – può creare un contesto relazionale favorevole al cambiamento, quando sua figlia sarà pronta.
La richiesta della terapeuta di "lasciarla stare" probabilmente mirava proprio a ridurre le dinamiche di controllo familiare che spesso aggravano il disturbo. Questo non significa però che lei debba isolarsi o rinunciare a essere presente affettivamente.
Le consiglio di valutare un supporto per sé, magari con uno specialista in DCA o un gruppo per familiari, per imparare come stare vicino a sua figlia in modo terapeutico, proteggendo anche il suo benessere.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
In un'ottica cognitivo-comportamentale, il ruolo del familiare è delicato ma prezioso. La sua presenza non deve tradursi in controllo o pressione sul peso, ma in una vicinanza emotiva autentica e non giudicante. Mantenersi in relazione affettuosa – evitando commenti sull'alimentazione o sull'aspetto fisico – può creare un contesto relazionale favorevole al cambiamento, quando sua figlia sarà pronta.
La richiesta della terapeuta di "lasciarla stare" probabilmente mirava proprio a ridurre le dinamiche di controllo familiare che spesso aggravano il disturbo. Questo non significa però che lei debba isolarsi o rinunciare a essere presente affettivamente.
Le consiglio di valutare un supporto per sé, magari con uno specialista in DCA o un gruppo per familiari, per imparare come stare vicino a sua figlia in modo terapeutico, proteggendo anche il suo benessere.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno, la ringrazio per la Sua condivisione così intima,
da professionista e da essere umano mi sento di consigliarLe di non mollare il tentativo di aiutare sua figlia e di non perdere la speranza!
I miei migliori auguri,
Fabio Lodico
da professionista e da essere umano mi sento di consigliarLe di non mollare il tentativo di aiutare sua figlia e di non perdere la speranza!
I miei migliori auguri,
Fabio Lodico
Buongiorno, capisco davvero quanto questa situazione possa farla sentire impotente e preoccupata. Quando si vede una figlia stare male e non riuscire ad aiutarla come si vorrebbe, il senso di frustrazione e di dolore può diventare molto forte. Le restituisco anche una cosa importante: il fatto che lei si sia fermata quando le è stato chiesto di farlo non è stato “arrendersi”, ma rispettare un confine, anche se difficile.
Mi occupo di queste tematiche anche nel mio lavoro, e quello che descrive è purtroppo una dinamica abbastanza frequente nei disturbi come il binge eating: non è solo una questione di cibo o di peso, ma un modo che la persona ha trovato, nel tempo, per gestire emozioni molto intense o difficili da affrontare diversamente. Per questo spesso i percorsi vengono iniziati e poi interrotti: non per mancanza di volontà, ma perché toccano punti molto delicati.
Per orientarsi meglio, può essere utile fermarsi su alcune domande.
Quando vede sua figlia oggi, al di là del peso, che tipo di stato emotivo percepisce in lei? Le sembra triste, chiusa, arrabbiata, evitante, oppure riesce a mantenere una certa “normalità” apparente?
Che tipo di rapporto avete adesso? Riuscite a parlarvi di cose personali oppure c’è una distanza anche sul piano emotivo? E quando in passato si è provato a parlare del suo rapporto con il cibo, come reagiva?
Un punto molto importante riguarda proprio quel momento in cui le è stato chiesto di “lasciarla stare”: secondo lei sua figlia lo viveva come un bisogno di autonomia, come una difesa, oppure come un modo per non sentirsi sotto pressione o osservata?
Oggi, se lei prova ad avvicinarsi, cosa teme di più: di essere rifiutata, di farla chiudere ancora di più, oppure di vedere confermato che la situazione sta peggiorando?
Le dico anche una cosa che può sembrare controintuitiva ma è centrale: nei disturbi alimentari, il cambiamento raramente parte dall’esterno. Anche il desiderio di aiutare, se percepito come pressione o controllo, può portare la persona a chiudersi ancora di più. Questo però non significa che lei non possa fare nulla.
A volte il punto non è “convincerla a curarsi”, ma capire come ricostruire uno spazio di relazione in cui sua figlia non si senta giudicata, osservata o “aggiustata”, ma vista come persona. Da lì, eventualmente, può riaprirsi uno spiraglio.
Può chiedersi, ad esempio: in che modo oggi posso esserle vicina senza invadere? Cosa potrebbe farle sentire che io ci sono, ma senza forzarla?
Se vuole, possiamo anche ragionare insieme su come riavvicinarsi a lei in modo graduale, senza riattivare quelle dinamiche che in passato l’hanno portata a chiudersi. Perché la sua preoccupazione è più che comprensibile, ma il modo in cui ci si avvicina, in questi casi, fa davvero la differenza.
Mi occupo di queste tematiche anche nel mio lavoro, e quello che descrive è purtroppo una dinamica abbastanza frequente nei disturbi come il binge eating: non è solo una questione di cibo o di peso, ma un modo che la persona ha trovato, nel tempo, per gestire emozioni molto intense o difficili da affrontare diversamente. Per questo spesso i percorsi vengono iniziati e poi interrotti: non per mancanza di volontà, ma perché toccano punti molto delicati.
Per orientarsi meglio, può essere utile fermarsi su alcune domande.
Quando vede sua figlia oggi, al di là del peso, che tipo di stato emotivo percepisce in lei? Le sembra triste, chiusa, arrabbiata, evitante, oppure riesce a mantenere una certa “normalità” apparente?
Che tipo di rapporto avete adesso? Riuscite a parlarvi di cose personali oppure c’è una distanza anche sul piano emotivo? E quando in passato si è provato a parlare del suo rapporto con il cibo, come reagiva?
Un punto molto importante riguarda proprio quel momento in cui le è stato chiesto di “lasciarla stare”: secondo lei sua figlia lo viveva come un bisogno di autonomia, come una difesa, oppure come un modo per non sentirsi sotto pressione o osservata?
Oggi, se lei prova ad avvicinarsi, cosa teme di più: di essere rifiutata, di farla chiudere ancora di più, oppure di vedere confermato che la situazione sta peggiorando?
Le dico anche una cosa che può sembrare controintuitiva ma è centrale: nei disturbi alimentari, il cambiamento raramente parte dall’esterno. Anche il desiderio di aiutare, se percepito come pressione o controllo, può portare la persona a chiudersi ancora di più. Questo però non significa che lei non possa fare nulla.
A volte il punto non è “convincerla a curarsi”, ma capire come ricostruire uno spazio di relazione in cui sua figlia non si senta giudicata, osservata o “aggiustata”, ma vista come persona. Da lì, eventualmente, può riaprirsi uno spiraglio.
Può chiedersi, ad esempio: in che modo oggi posso esserle vicina senza invadere? Cosa potrebbe farle sentire che io ci sono, ma senza forzarla?
Se vuole, possiamo anche ragionare insieme su come riavvicinarsi a lei in modo graduale, senza riattivare quelle dinamiche che in passato l’hanno portata a chiudersi. Perché la sua preoccupazione è più che comprensibile, ma il modo in cui ci si avvicina, in questi casi, fa davvero la differenza.
Gentile Utente, innanzitutto grazie per la sua condivisione.
Dalle sue parole si capisce quanto sia preoccupata e anche quanto si sia sentita, a un certo punto, costretta a fare un passo indietro, probabilmente per non perdere il rapporto con sua figlia. Il disturbo da Binge Eating purtroppo funziona spesso così: dall’esterno si vede il peso che aumenta, ma dentro c’è qualcosa che la persona non riesce ancora a mettere in parola o ad affrontare. E quando non c’è disponibilità, qualsiasi percorso rischia di interrompersi presto.
In questo momento, forse non è tanto questione di “intervenire”, quanto di come esserci. Eviterei di entrare sul tema del peso o del cibo, perché facilmente viene vissuto come invasivo o giudicante, anche se nasce dalla preoccupazione. Può invece farle arrivare, con delicatezza, che lei c’è, che le vuole bene e che se mai vorrà chiedere aiuto troverà una porta aperta, senza pressioni o obblighi.
È indubbiamente una posizione scomoda, perché richiede di tollerare una certa impotenza. Però spesso è proprio questo tipo di presenza – stabile, non intrusiva, ma nemmeno distante – che nel tempo permette all’altro di riavvicinarsi.
E tenga presente anche questo: reggere tutto questo da sola è faticoso: avere uno spazio per sé, anche solo per orientarsi, potrebbe aiutarla a non sentirsi così sola dentro questa situazione.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Francesca Copani
Dalle sue parole si capisce quanto sia preoccupata e anche quanto si sia sentita, a un certo punto, costretta a fare un passo indietro, probabilmente per non perdere il rapporto con sua figlia. Il disturbo da Binge Eating purtroppo funziona spesso così: dall’esterno si vede il peso che aumenta, ma dentro c’è qualcosa che la persona non riesce ancora a mettere in parola o ad affrontare. E quando non c’è disponibilità, qualsiasi percorso rischia di interrompersi presto.
In questo momento, forse non è tanto questione di “intervenire”, quanto di come esserci. Eviterei di entrare sul tema del peso o del cibo, perché facilmente viene vissuto come invasivo o giudicante, anche se nasce dalla preoccupazione. Può invece farle arrivare, con delicatezza, che lei c’è, che le vuole bene e che se mai vorrà chiedere aiuto troverà una porta aperta, senza pressioni o obblighi.
È indubbiamente una posizione scomoda, perché richiede di tollerare una certa impotenza. Però spesso è proprio questo tipo di presenza – stabile, non intrusiva, ma nemmeno distante – che nel tempo permette all’altro di riavvicinarsi.
E tenga presente anche questo: reggere tutto questo da sola è faticoso: avere uno spazio per sé, anche solo per orientarsi, potrebbe aiutarla a non sentirsi così sola dentro questa situazione.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Francesca Copani
Buongiorno, comprendo la preoccupazione per sua figlia, i disturbi alimentari sono insidiosi e difficili da trattare e, per quanto tutti intorno notino i cambiamenti, la persona che ne soffre non sempre è pronta ad affrontare la situazione.
Anche di fronte a un peggioramento, forzare la mano su un intervento potrebbe portare alla reazione opposta. Purtroppo non possiamo aiutare chi non è ancora pronto ad essere aiutato, ma possiamo stargli accanto in maniera positiva, ricordandogli il proprio valore, anche senza evidenziare il problema.
Spero la mia risposta possa esserle utile. Buona giornata,
Alice Missiroli
Anche di fronte a un peggioramento, forzare la mano su un intervento potrebbe portare alla reazione opposta. Purtroppo non possiamo aiutare chi non è ancora pronto ad essere aiutato, ma possiamo stargli accanto in maniera positiva, ricordandogli il proprio valore, anche senza evidenziare il problema.
Spero la mia risposta possa esserle utile. Buona giornata,
Alice Missiroli
Buongiorno,
la situazione che descrive è dolorosa ma tutt’altro che rara: quando un problema dura da anni e i tentativi di aiuto sono stati vissuti come pressanti o inefficaci, la persona tende a chiudersi, e chi sta accanto si sente impotente.
È importante chiarire un punto: nel binge eating il problema non è solo il comportamento alimentare, ma un equilibrio più ampio fatto di emozioni, controllo e autonomia. Per questo, gli interventi diretti (“devi curarti”, “così non va”) anche se motivati dall’affetto, spesso ottengono l’effetto opposto.
Il fatto che sua figlia le abbia chiesto di “lasciarla stare” non è un rifiuto di lei, ma un tentativo di proteggere un proprio spazio. Aver rispettato questa richiesta non è stato arrendersi, ma evitare di rinforzare un braccio di ferro che avrebbe irrigidito ulteriormente la situazione.
Oggi, più che “fare qualcosa su di lei”, diventa centrale cambiare posizione nella relazione:
restare presente, mantenere un legame non centrato su cibo o peso, evitare commenti o correzioni, e offrire una vicinanza che non faccia sentire sua figlia osservata o spinta. È da qui che, spesso, le persone tornano ad aprirsi.
In questo senso, la terapia strategica può essere molto utile, ma inizialmente per lei. Lavorare con un professionista le permetterebbe di acquisire strumenti concreti per modificare le modalità comunicative e relazionali, evitando di alimentare involontariamente il problema e creando le condizioni perché sua figlia possa, nel tempo, riavvicinarsi spontaneamente a un percorso.
Se e quando sua figlia sarà disponibile, la terapia strategica rappresenta un’opzione valida anche per lei, proprio perché è focalizzata, concreta e orientata a interrompere i meccanismi che mantengono il disturbo.
In sintesi: non è la quantità di intervento a fare la differenza, ma la qualità della relazione che riesce a mantenere. Ed è su questo che, oggi, ha il margine di azione più efficace.
Dott.ssa Isabella Salizzoni
la situazione che descrive è dolorosa ma tutt’altro che rara: quando un problema dura da anni e i tentativi di aiuto sono stati vissuti come pressanti o inefficaci, la persona tende a chiudersi, e chi sta accanto si sente impotente.
È importante chiarire un punto: nel binge eating il problema non è solo il comportamento alimentare, ma un equilibrio più ampio fatto di emozioni, controllo e autonomia. Per questo, gli interventi diretti (“devi curarti”, “così non va”) anche se motivati dall’affetto, spesso ottengono l’effetto opposto.
Il fatto che sua figlia le abbia chiesto di “lasciarla stare” non è un rifiuto di lei, ma un tentativo di proteggere un proprio spazio. Aver rispettato questa richiesta non è stato arrendersi, ma evitare di rinforzare un braccio di ferro che avrebbe irrigidito ulteriormente la situazione.
Oggi, più che “fare qualcosa su di lei”, diventa centrale cambiare posizione nella relazione:
restare presente, mantenere un legame non centrato su cibo o peso, evitare commenti o correzioni, e offrire una vicinanza che non faccia sentire sua figlia osservata o spinta. È da qui che, spesso, le persone tornano ad aprirsi.
In questo senso, la terapia strategica può essere molto utile, ma inizialmente per lei. Lavorare con un professionista le permetterebbe di acquisire strumenti concreti per modificare le modalità comunicative e relazionali, evitando di alimentare involontariamente il problema e creando le condizioni perché sua figlia possa, nel tempo, riavvicinarsi spontaneamente a un percorso.
Se e quando sua figlia sarà disponibile, la terapia strategica rappresenta un’opzione valida anche per lei, proprio perché è focalizzata, concreta e orientata a interrompere i meccanismi che mantengono il disturbo.
In sintesi: non è la quantità di intervento a fare la differenza, ma la qualità della relazione che riesce a mantenere. Ed è su questo che, oggi, ha il margine di azione più efficace.
Dott.ssa Isabella Salizzoni
Buongiorno, comprendo la sua preoccupazione nel vedere una situazione che nel tempo sembra essersi aggravata.
I disturbi alimentari non riguardano solo il cibo o il peso, ma sono spesso l’espressione di un disagio emotivo più profondo, che si struttura nel tempo e si mantiene attraverso modalità relazionali e di regolazione affettiva molto complesse. Per questa ragione, percorsi interrotti o non continuativi possono contribuire alla cronicizzazione della sofferenza.
In situazioni di questo tipo è importante che il trattamento sia continuativo e multidisciplinare. Proprio perché il malessere si riflette sull'intero nucleo familiare, il coinvolgimento della famiglia può diventare una risorsa preziosa: a volte, trovare un modo diverso di stare accanto a questa sofferenza aiuta la persona a sentirsi meno schiacciata dal sintomo e più libera di chiedere aiuto.
Al tempo stesso, è fondamentale che sua figlia possa avere uno spazio di cura individuale stabile, che favorisca gradualmente una possibile riapertura al trattamento.
Resto a disposizione. Saluti,
Dott.ssa Giulia Germani
I disturbi alimentari non riguardano solo il cibo o il peso, ma sono spesso l’espressione di un disagio emotivo più profondo, che si struttura nel tempo e si mantiene attraverso modalità relazionali e di regolazione affettiva molto complesse. Per questa ragione, percorsi interrotti o non continuativi possono contribuire alla cronicizzazione della sofferenza.
In situazioni di questo tipo è importante che il trattamento sia continuativo e multidisciplinare. Proprio perché il malessere si riflette sull'intero nucleo familiare, il coinvolgimento della famiglia può diventare una risorsa preziosa: a volte, trovare un modo diverso di stare accanto a questa sofferenza aiuta la persona a sentirsi meno schiacciata dal sintomo e più libera di chiedere aiuto.
Al tempo stesso, è fondamentale che sua figlia possa avere uno spazio di cura individuale stabile, che favorisca gradualmente una possibile riapertura al trattamento.
Resto a disposizione. Saluti,
Dott.ssa Giulia Germani
Buongiorno,
nelle sue parole emerge tutta la fatica e il senso di impotenza che può nascere nel vedere una figlia stare male senza riuscire a trovare un modo efficace per aiutarla.
Nel suo racconto prende forma una storia lunga, fatta di tentativi, di interruzioni e anche di un momento in cui le è stato chiesto di fare un passo indietro, probabilmente per rispettare uno spazio e un tempo di sua figlia. Eppure oggi, osservando il peggioramento, è comprensibile che si riattivi in lei il bisogno di intervenire, di non restare ferma.
Può accadere che nei disturbi come il binge eating la richiesta di aiuto sia molto ambivalente: da una parte può esserci una sofferenza profonda, dall’altra una difficoltà a sostenere un percorso continuativo o a sentirlo come possibile. In alcuni momenti, anche la vicinanza dei familiari può essere vissuta come pressione, pur nascendo da una grande preoccupazione e affetto.
In questo senso si può creare una dinamica delicata: da una parte il desiderio di aiutarla e proteggerla, dall’altra il bisogno, da parte di sua figlia, di mantenere un proprio spazio e una propria autonomia, anche quando questo porta a scelte che fanno soffrire chi le sta accanto.
In una situazione così complessa, può essere utile spostare parzialmente il focus: non tanto su “come farla cambiare”, quanto su “come esserci” in un modo che possa restare aperto e non invasivo. A volte piccoli segnali di presenza, non giudicanti e non pressanti, possono nel tempo mantenere un legame che renda più possibile, quando sarà pronta, un nuovo avvicinamento alla cura.
Allo stesso tempo, anche per lei può essere importante avere uno spazio in cui elaborare questa fatica, trovare un modo per sostenere il legame senza sentirsi sola e senza doversi arrendere completamente. Uno spazio psicologico può aiutare a dare senso a questa posizione così difficile, tra il desiderio di aiutare e il rispetto dei confini dell’altra persona.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
nelle sue parole emerge tutta la fatica e il senso di impotenza che può nascere nel vedere una figlia stare male senza riuscire a trovare un modo efficace per aiutarla.
Nel suo racconto prende forma una storia lunga, fatta di tentativi, di interruzioni e anche di un momento in cui le è stato chiesto di fare un passo indietro, probabilmente per rispettare uno spazio e un tempo di sua figlia. Eppure oggi, osservando il peggioramento, è comprensibile che si riattivi in lei il bisogno di intervenire, di non restare ferma.
Può accadere che nei disturbi come il binge eating la richiesta di aiuto sia molto ambivalente: da una parte può esserci una sofferenza profonda, dall’altra una difficoltà a sostenere un percorso continuativo o a sentirlo come possibile. In alcuni momenti, anche la vicinanza dei familiari può essere vissuta come pressione, pur nascendo da una grande preoccupazione e affetto.
In questo senso si può creare una dinamica delicata: da una parte il desiderio di aiutarla e proteggerla, dall’altra il bisogno, da parte di sua figlia, di mantenere un proprio spazio e una propria autonomia, anche quando questo porta a scelte che fanno soffrire chi le sta accanto.
In una situazione così complessa, può essere utile spostare parzialmente il focus: non tanto su “come farla cambiare”, quanto su “come esserci” in un modo che possa restare aperto e non invasivo. A volte piccoli segnali di presenza, non giudicanti e non pressanti, possono nel tempo mantenere un legame che renda più possibile, quando sarà pronta, un nuovo avvicinamento alla cura.
Allo stesso tempo, anche per lei può essere importante avere uno spazio in cui elaborare questa fatica, trovare un modo per sostenere il legame senza sentirsi sola e senza doversi arrendere completamente. Uno spazio psicologico può aiutare a dare senso a questa posizione così difficile, tra il desiderio di aiutare e il rispetto dei confini dell’altra persona.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Buonasera,
La situazione che descrive è profondamente faticosa e tocca corde molto delicate, da una parte il desiderio di aiutare sua figlia, dall’altra il rispetto dei suoi confini e delle sue richieste, che in passato sono state molto chiare. È comprensibile che lei si senta oggi disorientata e, in qualche modo, “ferma” tra il voler fare qualcosa e il timore di invadere.
Potrebbe essere utile spostare leggermente lo sguardo: più che concentrarsi esclusivamente sul sintomo alimentare di sua figlia, provare a osservare la relazione tra voi e le modalità con cui negli anni vi siete avvicinate e allontanate rispetto a questo tema. Il fatto che sua figlia abbia chiesto di essere lasciata stare non necessariamente è un rifiuto di lei come madre, ma potrebbe essere stato un tentativo – forse l’unico che sentiva possibile in quel momento – di proteggere uno spazio personale o di sottrarsi a una dinamica che percepiva come troppo pressante o dolorosa.
Allo stesso tempo, il suo “mollare” non è un fallimento, ma una risposta a una richiesta esplicita, probabilmente accompagnata da un senso di impotenza e di fatica accumulata nel tempo. È importante riconoscere anche questo, lei ha fatto ciò che in quel momento le sembrava più rispettoso.
Oggi, più che “intervenire” direttamente sul problema di sua figlia, potrebbe essere utile provare a riaprire un canale relazionale diverso, più leggero e meno centrato sul cibo o sul peso. A volte, ciò che aiuta non è parlare del sintomo, ma creare uno spazio in cui l’altra persona possa sentirsi vista e accolta al di là di esso. Un messaggio semplice, non intrusivo, che esprima presenza e disponibilità senza pressione – qualcosa come “io ci sono, se e quando vorrai” – può rappresentare un primo passo.
È altrettanto importante che lei non resti sola con questa preoccupazione. Potrebbe essere molto utile per lei avere uno spazio di consulenza personale, anche senza il coinvolgimento diretto di sua figlia, per poter elaborare le sue emozioni, comprendere meglio le dinamiche in gioco e trovare modalità di contatto che non vengano vissute come invasive.
In queste situazioni, il cambiamento raramente avviene per “spinta” dall’esterno; più spesso nasce quando la relazione diventa un luogo sufficientemente sicuro da permettere all’altro di riavvicinarsi. Il suo ruolo, per quanto difficile, può essere proprio quello di mantenere una presenza stabile, non giudicante e paziente, anche nei momenti in cui sembra non produrre effetti immediati.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
La situazione che descrive è profondamente faticosa e tocca corde molto delicate, da una parte il desiderio di aiutare sua figlia, dall’altra il rispetto dei suoi confini e delle sue richieste, che in passato sono state molto chiare. È comprensibile che lei si senta oggi disorientata e, in qualche modo, “ferma” tra il voler fare qualcosa e il timore di invadere.
Potrebbe essere utile spostare leggermente lo sguardo: più che concentrarsi esclusivamente sul sintomo alimentare di sua figlia, provare a osservare la relazione tra voi e le modalità con cui negli anni vi siete avvicinate e allontanate rispetto a questo tema. Il fatto che sua figlia abbia chiesto di essere lasciata stare non necessariamente è un rifiuto di lei come madre, ma potrebbe essere stato un tentativo – forse l’unico che sentiva possibile in quel momento – di proteggere uno spazio personale o di sottrarsi a una dinamica che percepiva come troppo pressante o dolorosa.
Allo stesso tempo, il suo “mollare” non è un fallimento, ma una risposta a una richiesta esplicita, probabilmente accompagnata da un senso di impotenza e di fatica accumulata nel tempo. È importante riconoscere anche questo, lei ha fatto ciò che in quel momento le sembrava più rispettoso.
Oggi, più che “intervenire” direttamente sul problema di sua figlia, potrebbe essere utile provare a riaprire un canale relazionale diverso, più leggero e meno centrato sul cibo o sul peso. A volte, ciò che aiuta non è parlare del sintomo, ma creare uno spazio in cui l’altra persona possa sentirsi vista e accolta al di là di esso. Un messaggio semplice, non intrusivo, che esprima presenza e disponibilità senza pressione – qualcosa come “io ci sono, se e quando vorrai” – può rappresentare un primo passo.
È altrettanto importante che lei non resti sola con questa preoccupazione. Potrebbe essere molto utile per lei avere uno spazio di consulenza personale, anche senza il coinvolgimento diretto di sua figlia, per poter elaborare le sue emozioni, comprendere meglio le dinamiche in gioco e trovare modalità di contatto che non vengano vissute come invasive.
In queste situazioni, il cambiamento raramente avviene per “spinta” dall’esterno; più spesso nasce quando la relazione diventa un luogo sufficientemente sicuro da permettere all’altro di riavvicinarsi. Il suo ruolo, per quanto difficile, può essere proprio quello di mantenere una presenza stabile, non giudicante e paziente, anche nei momenti in cui sembra non produrre effetti immediati.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buongiorno,
è comprensibile quanto possa essere difficile assistere alla sofferenza di una figlia e sentirsi impotenti nel poterla aiutare.
Le difficoltà legate all’alimentazione possono essere complesse e richiedono, nella maggior parte dei casi, un coinvolgimento attivo e motivato della persona per poter essere affrontate in modo efficace. Quando questo non avviene, anche i percorsi già avviati possono interrompersi.
Dal racconto emerge anche che sua figlia abbia espresso in modo chiaro il bisogno di prendere distanza: si tratta di un aspetto delicato, che spesso richiede un equilibrio tra rispetto dei suoi confini e mantenimento di una presenza non invasiva.
In questo spazio non è possibile fornire indicazioni specifiche; può però essere utile, per il familiare, avere uno spazio di supporto per sé, in cui poter elaborare le emozioni legate a questa situazione.
Qualora volesse, sono disponibile anche per colloqui online.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Francesca Cavara
è comprensibile quanto possa essere difficile assistere alla sofferenza di una figlia e sentirsi impotenti nel poterla aiutare.
Le difficoltà legate all’alimentazione possono essere complesse e richiedono, nella maggior parte dei casi, un coinvolgimento attivo e motivato della persona per poter essere affrontate in modo efficace. Quando questo non avviene, anche i percorsi già avviati possono interrompersi.
Dal racconto emerge anche che sua figlia abbia espresso in modo chiaro il bisogno di prendere distanza: si tratta di un aspetto delicato, che spesso richiede un equilibrio tra rispetto dei suoi confini e mantenimento di una presenza non invasiva.
In questo spazio non è possibile fornire indicazioni specifiche; può però essere utile, per il familiare, avere uno spazio di supporto per sé, in cui poter elaborare le emozioni legate a questa situazione.
Qualora volesse, sono disponibile anche per colloqui online.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Francesca Cavara
Cara utente,
sento la sua preoccupazione e il dolore di non riuscire ad aiutare qualcuno che amiamo così profondamente.
Lei racconta dell'aspetto fisico di sua figlia, che la preoccupa e le fa intuire che la situazione sia peggiorata da un punto di vista alimentare.
Credo che potremmo però fare lo sforzo di concentrare la nostra attenzione lontano dal corpo, per un momento, e chiederci se ha visto sua figlia felice e soddisfatta della sua vita. Se ha avuto occasione di parlare con lei rispetto a come si sente nella convivenza, cosa le piace, cosa le dà gioia. Si è preoccupata per l'aumento di peso o perché ha constatato che sua figlia è in difficoltà, emotivamente?
Sua figlia, da quello che racconta, ha deciso di mettere un confine, ha chiesto che questo aspetto della sua vita non venga più attenzionato da un punto di vista medico o terapeutico. Per quanto per una madre avere a che fare con un confine simile sembri davvero un taglio netto, un'incomprensione di nostro figlio del nostro desiderio di aiutarlo, siamo tenuti a rispettare quel confine.
Al contempo mi chiedo se per lei potrebbe essere nutriente coltivare la relazione con sua figlia da tutti gli altri punti di vista: può interessarsi a lei in quello che fa, in quello che desidera, in quello che ha voglia di condividere. Può anche, delicatamente, portare la sua difficoltà nel sapere di non poterla aiutare, di sentirsi impotente.
Tutti questi nodi, tutte le fatiche che lei come madre ha vissuto rispetto a questo, sono degne di essere accolte e ascoltate.
Le consiglierei di provare a continuare a farsi domande su come vorrebbe che fosse il rapporto con sua figlia, e di cosa potreste coltivare insieme, meglio se con l'accompagnamento di un professionista che la possa guidare in questo.
Resto a sua disposizione
Cordialmente
Dott.ssa Alice Tesi
Psicologa Clinica
Online e Pistoia
sento la sua preoccupazione e il dolore di non riuscire ad aiutare qualcuno che amiamo così profondamente.
Lei racconta dell'aspetto fisico di sua figlia, che la preoccupa e le fa intuire che la situazione sia peggiorata da un punto di vista alimentare.
Credo che potremmo però fare lo sforzo di concentrare la nostra attenzione lontano dal corpo, per un momento, e chiederci se ha visto sua figlia felice e soddisfatta della sua vita. Se ha avuto occasione di parlare con lei rispetto a come si sente nella convivenza, cosa le piace, cosa le dà gioia. Si è preoccupata per l'aumento di peso o perché ha constatato che sua figlia è in difficoltà, emotivamente?
Sua figlia, da quello che racconta, ha deciso di mettere un confine, ha chiesto che questo aspetto della sua vita non venga più attenzionato da un punto di vista medico o terapeutico. Per quanto per una madre avere a che fare con un confine simile sembri davvero un taglio netto, un'incomprensione di nostro figlio del nostro desiderio di aiutarlo, siamo tenuti a rispettare quel confine.
Al contempo mi chiedo se per lei potrebbe essere nutriente coltivare la relazione con sua figlia da tutti gli altri punti di vista: può interessarsi a lei in quello che fa, in quello che desidera, in quello che ha voglia di condividere. Può anche, delicatamente, portare la sua difficoltà nel sapere di non poterla aiutare, di sentirsi impotente.
Tutti questi nodi, tutte le fatiche che lei come madre ha vissuto rispetto a questo, sono degne di essere accolte e ascoltate.
Le consiglierei di provare a continuare a farsi domande su come vorrebbe che fosse il rapporto con sua figlia, e di cosa potreste coltivare insieme, meglio se con l'accompagnamento di un professionista che la possa guidare in questo.
Resto a sua disposizione
Cordialmente
Dott.ssa Alice Tesi
Psicologa Clinica
Online e Pistoia
Domande correlate
- Buonasera Avrei bisogno di un aiuto Sto avendo un rapporto amichevole con una ragazza, della quale sto iniziando ad avere un interesse e con xui c'è molto contatto fisico, ridiamo e scherziamo molto. Si lascia anche baciare sul collo ammettendo che i miei baci le piacciono anche se dopo poco…
- Buongiorno, mio marito, 66 anni, da agosto 2016 è seguito presso ambulatorio urologia per carcinoma vescicale Pta1, altamente recidivante. A seguito di innumerevoli turv, fino a luglio 2021 , quindi in tutto 8-9 per millimetriche recidive, 2-3 millimetri , con istologico sempre uguale, ha eseguito…
- Buonasera, mio marito di anni 45 ,diabetico tipo uno da più di vent'anni, da tre anni ha scoperto di avere 2/3 calcoli di massimo 5mm nella coliciste con bile denso. Il chirurgo vuole operarlo anche se è asintomatico. Di recente ha scoperto di avere una gastrite cronica. Mi chiedo perché operarlo…
- Salve dottori di tanto in tanto mi capita di farmi vari loop mentali anche se la cosa non mi impedisce di svolgere le mie attività quotidiane e comunque non mi toccano la mia serenità quindi dovrei farmi questi loop ? Anche se non mi piacciono più di tanto grazie per una vostra risposta
- Fatto tac responso calcolo renale sinistro di 14 mm diametro cosa fare
- Gentili Dott.sse e Dott.ri Mi chiamo Federica ed ho ventiquattro anni. Sebbene il mio quesito porterà apparirvi insolito, sarei entusiasta di ricevere un vostro parere autorevole : la vostra esperienza è fondamentale per me per inquadrare correttamente il boom dei programmi di cronaca nera…
- Io prendo eutirox alla mattina verso le 6. Al sabato sera mi piace bere a casa o a cena un po' di alcol. Non sono una persona dipendente da alcol. Quindi se si beve qualcosa alla sera non ci sono problemi? Grazie.
- Salve, ho questo problema da due anni circa... Ho riscontrato un forte blocco nella zona lombare nel novembre 2024 allenandomi in palestra sulla leg press a 45 gradi. Nella fase di discesa ho sentito un blocco muscolare nella zona lombare fortissimo. Da lì mi viene questo blocco nella zona lombare…
- Buongiorno, questa mattina ho fatto una frenulotomia in ospedale. Arrivato a casa ho guardato il risultato ed ho notato che il frenulo è stato correttamente tolto nella sua completezza tra la corona e il collo del glande, lasciando un segno a "Y" ma risulta invece semplicemente tagliato all'attaccatura…
- Buongiorno Dottore, scrivo perché ho notato delle perdite insolite durante l’ovulazione. Ho avuto muco cervicale filante tipo albume, ma associato a perdite di sangue: inizialmente leggere striature rosate/marroncine, poi oggi un episodio più abbondante con sangue rosso vivo mescolato al…
Stai ancora cercando una risposta? Poni un'altra domanda
Il tuo caso è simile? Questi specialisti possono aiutarti:
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.