Buon pomeriggio e Buon Anno Gentili Dottori..Vorrei scrivo perché mi sento inutile..ho 33 studio far
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Buon pomeriggio e Buon Anno Gentili Dottori..Vorrei scrivo perché mi sento inutile..ho 33 studio farmacia e nonostante sia in ritardo e lenta, quando sostengo gli esami prendo ottimi voti, seguo le lezioni, partecipo..ma nonostante ciò mi sento inutile , anche se mi laureassi nessuno verrebbe a chiedere consiglio a me e non sarei in grado di salvare la vita a nessuno..questo perché la figlia di una amica di mia sorella si è laureata a 24 anni in medicina ed e' riuscita anche a capire che un suo familiare aveva una insufficienza cardiaca e viene elogiata da tutti : " è brava, si vede che ha la passione, è riuscita a salvarle la vita " " ci vuole un medico in famiglia"..mi sento inutile..non so neanche fare una puntura.. dopo che è morta mia madre ho pensato che se avesse avuto una figlia come lei non sarebbe morta..e poi quando mia madre stava male, mia sorella fece vedere le analisi a questa ragazza (all'epoca non ancora laureata" e siccome le disse che doveva fare una ecografia, allora mia sorella
disse" solo una studentessa di medicina è riuscita a capire " e mi disse mi disse tempo fa: "i farmacisti non sono medici, non dovrebbero consigliare"...penso che già esistendo questa ragazza ed altre persone perfette laureate giovani e con 110, non ha senso la mia laurea, penso che non mi sceglieranno per un lavoro. Vi chiedo cosa dovrei fare, non so come poter reagire, continuare a studiare. Grazie per il vostro tempo.
disse" solo una studentessa di medicina è riuscita a capire " e mi disse mi disse tempo fa: "i farmacisti non sono medici, non dovrebbero consigliare"...penso che già esistendo questa ragazza ed altre persone perfette laureate giovani e con 110, non ha senso la mia laurea, penso che non mi sceglieranno per un lavoro. Vi chiedo cosa dovrei fare, non so come poter reagire, continuare a studiare. Grazie per il vostro tempo.
Buon pomeriggio,
grazie per aver condiviso un vissuto così profondo e doloroso.
Da ciò che scrive emergono sentimenti di inutilità, confronto costante con gli altri e un forte senso di svalutazione personale, che sembrano essersi intensificati dopo la perdita di sua madre. Il lutto, soprattutto quando non è stato pienamente elaborato, può riattivare pensieri molto duri verso sé stessi, portando a colpevolizzarsi (“se fossi stata diversa, più capace…”) e a mettere in discussione il proprio valore come persona e come futura professionista.
Il confronto con questa ragazza laureata in medicina sembra essere diventato una sorta di “metro” con cui giudicare sé stessa, ma è importante ricordare che farmacisti e medici hanno ruoli, competenze e responsabilità diverse, entrambe fondamentali nel sistema di cura. Il valore professionale non si misura né con l’età della laurea, né con la velocità del percorso, né con i voti, ma con le competenze reali, l’etica, l’esperienza e la capacità di stare nella relazione con l’altro. Il fatto che lei ottenga ottimi risultati, partecipi e sia motivata indica tutt’altro che inutilità.
Le frasi ricevute da sua sorella e il continuo paragone sembrano aver rinforzato una ferita già aperta, alimentando la convinzione di “non essere abbastanza”. Tuttavia questi sono pensieri, non fatti, e spesso riflettono il dolore e la rabbia non elaborati più che la realtà.
In questo momento più che “decidere cosa fare” sul piano pratico, sarebbe importante prendersi cura di ciò che sta vivendo emotivamente: il lutto, il senso di colpa, l’autostima e il bisogno di riconoscimento. Per questo le consiglio di approfondire il suo vissuto con uno specialista, che possa aiutarla a dare un significato a queste emozioni e a ricostruire un’immagine di sé più realistica e gentile.
Un percorso psicologico può essere un passo importante per ritrovare fiducia, chiarezza e serenità, indipendentemente dal percorso universitario che sta seguendo.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
grazie per aver condiviso un vissuto così profondo e doloroso.
Da ciò che scrive emergono sentimenti di inutilità, confronto costante con gli altri e un forte senso di svalutazione personale, che sembrano essersi intensificati dopo la perdita di sua madre. Il lutto, soprattutto quando non è stato pienamente elaborato, può riattivare pensieri molto duri verso sé stessi, portando a colpevolizzarsi (“se fossi stata diversa, più capace…”) e a mettere in discussione il proprio valore come persona e come futura professionista.
Il confronto con questa ragazza laureata in medicina sembra essere diventato una sorta di “metro” con cui giudicare sé stessa, ma è importante ricordare che farmacisti e medici hanno ruoli, competenze e responsabilità diverse, entrambe fondamentali nel sistema di cura. Il valore professionale non si misura né con l’età della laurea, né con la velocità del percorso, né con i voti, ma con le competenze reali, l’etica, l’esperienza e la capacità di stare nella relazione con l’altro. Il fatto che lei ottenga ottimi risultati, partecipi e sia motivata indica tutt’altro che inutilità.
Le frasi ricevute da sua sorella e il continuo paragone sembrano aver rinforzato una ferita già aperta, alimentando la convinzione di “non essere abbastanza”. Tuttavia questi sono pensieri, non fatti, e spesso riflettono il dolore e la rabbia non elaborati più che la realtà.
In questo momento più che “decidere cosa fare” sul piano pratico, sarebbe importante prendersi cura di ciò che sta vivendo emotivamente: il lutto, il senso di colpa, l’autostima e il bisogno di riconoscimento. Per questo le consiglio di approfondire il suo vissuto con uno specialista, che possa aiutarla a dare un significato a queste emozioni e a ricostruire un’immagine di sé più realistica e gentile.
Un percorso psicologico può essere un passo importante per ritrovare fiducia, chiarezza e serenità, indipendentemente dal percorso universitario che sta seguendo.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
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Buon pomeriggio, mi dispiace che si senta così, capisco che non è facile sostenere il carico di impegno che la facoltà richiede e il senso di responsabilità che la società ci fa percepire. Innanzitutto ciò su cui vorrei farla riflettere è che non è funzionale paragonarsi alla sua amica medico poichè stiamo parlando di lavori diversi, ciò che è richiesto a lei come farmacista non è di riuscire a fare diagnosi o riconoscere patologie gravi o leggere dei referti medici ma le sue competenze sono altre applicabili in contesto diverso. Poi, probabilmente, è possibile pensare che questo senso di inutilità possa anche essere legato alla perdita di sua madre, non so se ha mai affrontato ed elaborato l'evento. Credo che un percorso psicologico possa aiutarla ad affrontare questo tema, a ritrovare le motivazioni che l'hanno portata a scegliere farmacia e a orientarla nel mondo del lavoro , per capire quali sono le sue competenze e l'applicabilità delle stesse.
Buon pomeriggio,
La ringrazio per aver condiviso un vissuto così intimo e doloroso. Nelle Sue parole emerge una sofferenza profonda, che non riguarda solo lo studio o il futuro professionale, ma il Suo valore come persona. Il sentirsi “inutile” non nasce dal nulla: prende forma nel confronto costante con gli altri, nel peso delle aspettative familiari, e soprattutto nel lutto per la perdita di Sua madre, che sembra ancora oggi attraversare ogni pensiero su di Sé.
Lei descrive impegno, costanza, partecipazione, risultati concreti. Eppure tutto questo non riesce a tradursi in un senso di dignità personale. È come se una voce interna continuasse a dirLe che non basta, che non sarà mai “quella giusta”, che esistono sempre persone più giovani, più brillanti, più riconosciute. Questa voce, però, non parla di realtà oggettiva: parla di una ferita. Una ferita che si è approfondita quando il dolore per Sua madre si è intrecciato all’idea che, se fosse stata diversa, più competente, più simile a qualcun altro, forse le cose sarebbero andate diversamente.
In una prospettiva umanistica, il valore di una persona non coincide con la velocità, con i voti, né con il ruolo professionale. Ogni essere umano ha un proprio tempo, una propria storia e un proprio modo di prendersi cura degli altri. Il Suo sentire non indica incapacità, ma un bisogno profondo di essere riconosciuta, vista, legittimata, prima di tutto da Sé stessa.
Il senso di inutilità che La accompagna sembra oggi chiedere ascolto, non risposte rapide né giudizi. Continuare o meno gli studi è una domanda importante, ma prima ancora c’è bisogno di uno spazio in cui poter comprendere cosa sta vivendo, cosa sta chiedendo questa sofferenza, e come poter ricostruire uno sguardo più gentile e autentico su di Sé.
Se lo desidera, un colloquio conoscitivo potrebbe offrirLe un primo spazio di ascolto e di incontro, in cui esplorare con calma questi vissuti, senza dover dimostrare nulla e senza confronti. Un luogo in cui la Sua esperienza possa finalmente avere voce.
Resto disponibile ad accoglierLa, qualora sentisse che questo possa essere un passo possibile per Lei.
La ringrazio per aver condiviso un vissuto così intimo e doloroso. Nelle Sue parole emerge una sofferenza profonda, che non riguarda solo lo studio o il futuro professionale, ma il Suo valore come persona. Il sentirsi “inutile” non nasce dal nulla: prende forma nel confronto costante con gli altri, nel peso delle aspettative familiari, e soprattutto nel lutto per la perdita di Sua madre, che sembra ancora oggi attraversare ogni pensiero su di Sé.
Lei descrive impegno, costanza, partecipazione, risultati concreti. Eppure tutto questo non riesce a tradursi in un senso di dignità personale. È come se una voce interna continuasse a dirLe che non basta, che non sarà mai “quella giusta”, che esistono sempre persone più giovani, più brillanti, più riconosciute. Questa voce, però, non parla di realtà oggettiva: parla di una ferita. Una ferita che si è approfondita quando il dolore per Sua madre si è intrecciato all’idea che, se fosse stata diversa, più competente, più simile a qualcun altro, forse le cose sarebbero andate diversamente.
In una prospettiva umanistica, il valore di una persona non coincide con la velocità, con i voti, né con il ruolo professionale. Ogni essere umano ha un proprio tempo, una propria storia e un proprio modo di prendersi cura degli altri. Il Suo sentire non indica incapacità, ma un bisogno profondo di essere riconosciuta, vista, legittimata, prima di tutto da Sé stessa.
Il senso di inutilità che La accompagna sembra oggi chiedere ascolto, non risposte rapide né giudizi. Continuare o meno gli studi è una domanda importante, ma prima ancora c’è bisogno di uno spazio in cui poter comprendere cosa sta vivendo, cosa sta chiedendo questa sofferenza, e come poter ricostruire uno sguardo più gentile e autentico su di Sé.
Se lo desidera, un colloquio conoscitivo potrebbe offrirLe un primo spazio di ascolto e di incontro, in cui esplorare con calma questi vissuti, senza dover dimostrare nulla e senza confronti. Un luogo in cui la Sua esperienza possa finalmente avere voce.
Resto disponibile ad accoglierLa, qualora sentisse che questo possa essere un passo possibile per Lei.
Salve, lei pone numerosi interrogativi che mi sembrano mirare al senso della sua vita attualmente e a quella ormai non più presente di sua madre. Mi dispiace molto, non deve essere stato semplice per lei affrontare questo lutto e sentirsi inutile rispetto al progresso della malattia di sua madre. Come mai pensa che che lei avrebbe dovuto salvare la vita di sua madre? In moltissime famiglie i genitori si ammalano e non c'è un medico in famiglia. Come mai si paragona a questa sua amica e magari non ad altri suoi amici che non fanno questo mestiere? Rifletta su queste domande.
Se vuole può contattarmi in privato.
Le consiglio di intraprendere un percorso con un professionista cosi da poter esprimere il suo vissuto e comprenderlo per come merita.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello.
Se vuole può contattarmi in privato.
Le consiglio di intraprendere un percorso con un professionista cosi da poter esprimere il suo vissuto e comprenderlo per come merita.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello.
Buongiorno,
credo che il suo malessere andrebbe meglio esplorato in uno spazio di ascolto più ampio che solo una psicoterapia potrebbe fornirle. Valuti la possibilità di contattare uno specialista per poter approfondire il discorso qui intrapreso. Vedrà che con il tempo riuscirà a guardare al suo percorso esistenziale da angolazioni differenti.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
credo che il suo malessere andrebbe meglio esplorato in uno spazio di ascolto più ampio che solo una psicoterapia potrebbe fornirle. Valuti la possibilità di contattare uno specialista per poter approfondire il discorso qui intrapreso. Vedrà che con il tempo riuscirà a guardare al suo percorso esistenziale da angolazioni differenti.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Buon giorno. Penso che degli incontri con uno psicoterapeuta possono aiutarla. Lei ha bisogno di capire il suo valore, le sue abilità, sviluppare una sua identità. Ha bisogno di cambiare atteggiamento verso se stessa. Un percorso terapeutico può esserle d'aiuto.
Un saluto, dottoressa Teresita Forlano
Un saluto, dottoressa Teresita Forlano
Dal suo ragionamento emerge un profondo disagio che andrebbe subito preso in considerazione dallo specialista psichiatra; rispetto ai suoi pensieri lei sembra in loro balia, sembra dare credibilità a pensieri che non sono realistici. Ciascuno nella vita sceglie o viene guidato in una strada ma non per questo mette in discussione il proprio perocorso solo perchè utilizza il giudizio di altre persone e se ne appropria. Si attivi per farsi prendere in cura da un professionista che l'aiuati a comprendere il suo valore e le sue potenzialità. Con i giudizi degli altri non andiamo avanti quindi è meglio non dare loro credito e formarsi una vera e reale opinione di sè basata sulla evidenza non sulle chiacchere opinabili di altri. E necessario un lavoro piu profondo sulla propria autostima e autoefficacia che un professionista puo guidare
Buongiorno, mi spiace, non deve essere semplice trovarsi in questa situazione nonostante possa capitare ad ognuno di noi di sentirsi talvolta inutili. Penso potrebbe essere utile cercare di capire cosa muovono emotivamente le situazioni da lei descritte. Nascono da un tema di confronto con le altre persone? Da temi inerenti il proprio valore personale? E' capitato in altre situazioni di sentirsi in un modo simile? Penso che potrebbe essere utile cercare di dare una risposta a queste domande.
Cordialmente,
Dott. Davide Lanfranchi
Cordialmente,
Dott. Davide Lanfranchi
Buongiorno! Quanta rabbia, quanta tristezza, quanta solitudine nelle sue poche righe. Posso solo provare ad immaginare come si sente. Considerato i limiti del contesto, proverò ad offrire un contributo di pensiero. Prima di ogni altra cosa, le porgo le mie più sincere condoglianze per la mamma. Immagino sia stato difficile fare i conti con il dolore della perdita, con il senso di colpa, con l’impotenza; ricostruire la quotidianità; prendersi cura gli uni degli altri. Non dice molto di sé e della sua storia, ma sembra forte la paura di non essere all’altezza, di non essere desiderabile, di non essere degna di amore. Come se qualunque cosa faccia non sarà abbastanza, anzi sarà inutile e ne riceverà un giudizio svalutante. Questo potrebbe aiutare a dare senso ai sentimenti di vergogna e di inferiorità che così dolorosamente descrive. La morte della mamma potrebbe aver ri-attivato uno scenario interno in cui sente di dover rivestire il ruolo di “comparsa”, un ruolo “inutile”. Nessuno che si accorge di lei, che la vede, che la ama. Una trama che, per motivi che non conosciamo, è stata scritta “allora”, registrata in profondità, sempre attiva e pronta ad essere messa in scena nelle relazioni (di ieri, di oggi, di domani). Spero sia l’occasione affinché si affidi ad una seconda mente con cui ri-significare esperienze, pensieri, paure, emozioni, desideri. Merita una vita piena e serena. Farà male, ci vorrà tempo, ma è possibile. In bocca al lupo per tutto.
Buonasera, certamente una laurea in medicina è importante, ed inoltre offre una certezza professionale. Però tenga conto che ci sono tantissime lauree, comunque altrettanto importanti, ed è molto difficile, se non impossibile stilare una classifica assoluta. Poi naturalmente trovare lavoro dipende da molti fattori e da molte variabili.
Inoltre risulta anche complicato definire le professioni primarie e secondarie, già considerando i titoli di studio a tutti i livelli.
Ad esempio l'operatore ecologico, non è certo professionalmente prestigioso, però è di primaria importanza (basta vedere quando per un motivo qualsiasi non viene ritirata l'immondizia, che cosa succede), poi l'idraulico, l'elettricista, le guardie dell'ordine, vigili del fuoco, ambulanze, tutti mestieri essenziali direi.
Lo stesso discorso vale per le lauree, il farmacista, nel suo caso, deve dare il farmaco prescritto, ma tutte le figure professionali hanno degli ambiti in cui possono intervenire: biologi, nutrizionisti, infermieri ecc.
Qual è però quella più importante? Impossibile stabilirlo, tutti contribuiscono al buon andamento di un paese. Un medico potrebbe fare poco se non avesse il radiologo, l'infermiere e così via, finanche chi si occupa di igiene dei locali.
E come si dice spesso, "tutti siamo utili, nessuno è indispensabile".
Quello che conta è avere curiosità, passione per qualsiasi cosa ci faccia stare bene, fosse anche fare il cameriere in una pizzeria: questa è la vera ricchezza.
Da quello che emerge, cioè il fatto di “sentirsi inutile”, le consiglio di fare un percorso di psicoterapia per sviluppare maggiormente l’autostima ed il senso di auto efficacia.
Sarebbe inoltre importante per lei, maturare la consapevolezza delle sue capacità, per rendersi conto, che a prescindere da quello che sostiene e da quello che sceglie di fare, è comunque in possesso di capacità evidenti, visti anche gli obiettivi già raggiunti finora e potrebbe fare grandi cose.
La saluto e le auguro un buon proseguimento.
Inoltre risulta anche complicato definire le professioni primarie e secondarie, già considerando i titoli di studio a tutti i livelli.
Ad esempio l'operatore ecologico, non è certo professionalmente prestigioso, però è di primaria importanza (basta vedere quando per un motivo qualsiasi non viene ritirata l'immondizia, che cosa succede), poi l'idraulico, l'elettricista, le guardie dell'ordine, vigili del fuoco, ambulanze, tutti mestieri essenziali direi.
Lo stesso discorso vale per le lauree, il farmacista, nel suo caso, deve dare il farmaco prescritto, ma tutte le figure professionali hanno degli ambiti in cui possono intervenire: biologi, nutrizionisti, infermieri ecc.
Qual è però quella più importante? Impossibile stabilirlo, tutti contribuiscono al buon andamento di un paese. Un medico potrebbe fare poco se non avesse il radiologo, l'infermiere e così via, finanche chi si occupa di igiene dei locali.
E come si dice spesso, "tutti siamo utili, nessuno è indispensabile".
Quello che conta è avere curiosità, passione per qualsiasi cosa ci faccia stare bene, fosse anche fare il cameriere in una pizzeria: questa è la vera ricchezza.
Da quello che emerge, cioè il fatto di “sentirsi inutile”, le consiglio di fare un percorso di psicoterapia per sviluppare maggiormente l’autostima ed il senso di auto efficacia.
Sarebbe inoltre importante per lei, maturare la consapevolezza delle sue capacità, per rendersi conto, che a prescindere da quello che sostiene e da quello che sceglie di fare, è comunque in possesso di capacità evidenti, visti anche gli obiettivi già raggiunti finora e potrebbe fare grandi cose.
La saluto e le auguro un buon proseguimento.
Buongiorno, la ringrazio per la condivisione. Sentirsi inutili rimanda proprio a qualcosa che, nonostante tutti i nostri sforzi, non potremo cambiare.
E mi riferisco al lutto che ha subito, che è forse uno dei temi principali che ha presentato. é comune nel chi sopravvive farsi delle domande, sentirsi impotenti e inutili di fronte ad eventi che non possiamo cambiare in quanto non dipendono da noi.
Credo che quel senso di inutilità sia stato reso ancora più forte dal lutto, ma che fosse già presente nella sua vita. Sembra che intorno a lei ci siano stati molti paragoni con chi faceva di più, e che qualsiasi cosa lei facesse non fosse abbastanza. E questo genera delle idee di sé negative che poi guidano i nostri pensieri e comportamenti.
Credo che sarebbero tutti temi da approfondire in terapia e le consiglio di iniziare un percorso per elaborare e approfondire meglio questi aspetti.
Cordiali saluti
E mi riferisco al lutto che ha subito, che è forse uno dei temi principali che ha presentato. é comune nel chi sopravvive farsi delle domande, sentirsi impotenti e inutili di fronte ad eventi che non possiamo cambiare in quanto non dipendono da noi.
Credo che quel senso di inutilità sia stato reso ancora più forte dal lutto, ma che fosse già presente nella sua vita. Sembra che intorno a lei ci siano stati molti paragoni con chi faceva di più, e che qualsiasi cosa lei facesse non fosse abbastanza. E questo genera delle idee di sé negative che poi guidano i nostri pensieri e comportamenti.
Credo che sarebbero tutti temi da approfondire in terapia e le consiglio di iniziare un percorso per elaborare e approfondire meglio questi aspetti.
Cordiali saluti
Salve,
da quello che racconta non emerge una persona “inutile”, ma una persona profondamente ferita, che sta cercando di dare un senso a una perdita importante e a confronti che fanno molto male.
La sensazione di inutilità che descrive non nasce nel vuoto. È intrecciata a diversi livelli della sua storia: il lutto per la perdita di sua madre, il confronto continuo con una figura idealizzata, e messaggi familiari che sembrano aver messo in discussione il valore del suo percorso e della sua identità professionale. Quando queste dimensioni si sovrappongono, è facile che il dolore venga trasformato in un giudizio severissimo su se stessi.
Colpisce molto la frase che riporta: “se mia madre avesse avuto una figlia come lei non sarebbe morta”. Questa non è una valutazione oggettiva delle competenze, ma un pensiero tipico del lutto, in cui il dolore cerca un colpevole o una spiegazione per qualcosa che è stato insopportabile da accettare. In questi pensieri spesso ci si accusa di non essere stati “abbastanza”, anche quando la realtà è che nessun figlio può salvare un genitore dalla malattia o dalla morte.
Il confronto con questa ragazza sembra aver assunto un valore simbolico molto forte: rappresenta tutto ciò che lei sente di non essere, di non avere, di non poter offrire. Ma questo confronto non avviene su un piano paritario: lei si misura con un’immagine idealizzata, continuamente rinforzata dagli altri, mentre il suo percorso viene sminuito. In questo contesto, è comprensibile che la sua laurea le appaia “senza senso”, anche se i fatti raccontano altro: studia, partecipa, sostiene esami con ottimi risultati. Questi non sono segnali di inutilità, ma di impegno e competenza.
Essere farmacista non significa essere medico, ma questo non equivale a “valere meno”. Sono ruoli diversi, con responsabilità e funzioni differenti. Il problema non sembra essere il suo percorso in sé, ma il significato che ha assunto all’interno della sua storia familiare e del suo dolore.
La domanda “cosa dovrei fare” forse può essere riformulata in modo più gentile verso di sé: di cosa avrebbe bisogno oggi per non continuare a misurare il suo valore solo attraverso lo sguardo degli altri? Continuare a studiare può avere senso se è una scelta che parla di lei e non una gara persa in partenza con qualcun altro.
Forse questo è un momento in cui, più che dimostrare di essere all’altezza, sarebbe importante prendersi cura di questa ferita ancora aperta legata a sua madre e al senso di inadeguatezza che ne è derivato.
Un percorso di supporto psicologico potrebbe offrirle uno spazio in cui dare senso a questi vissuti, aiutandola a riconoscere ciò che appartiene alla sua esperienza e ciò che invece è nato dalle aspettative e dai giudizi ricevuti, favorendo uno sguardo su di sé più gentile e aderente alla realtà.
Cordiali Saluti
da quello che racconta non emerge una persona “inutile”, ma una persona profondamente ferita, che sta cercando di dare un senso a una perdita importante e a confronti che fanno molto male.
La sensazione di inutilità che descrive non nasce nel vuoto. È intrecciata a diversi livelli della sua storia: il lutto per la perdita di sua madre, il confronto continuo con una figura idealizzata, e messaggi familiari che sembrano aver messo in discussione il valore del suo percorso e della sua identità professionale. Quando queste dimensioni si sovrappongono, è facile che il dolore venga trasformato in un giudizio severissimo su se stessi.
Colpisce molto la frase che riporta: “se mia madre avesse avuto una figlia come lei non sarebbe morta”. Questa non è una valutazione oggettiva delle competenze, ma un pensiero tipico del lutto, in cui il dolore cerca un colpevole o una spiegazione per qualcosa che è stato insopportabile da accettare. In questi pensieri spesso ci si accusa di non essere stati “abbastanza”, anche quando la realtà è che nessun figlio può salvare un genitore dalla malattia o dalla morte.
Il confronto con questa ragazza sembra aver assunto un valore simbolico molto forte: rappresenta tutto ciò che lei sente di non essere, di non avere, di non poter offrire. Ma questo confronto non avviene su un piano paritario: lei si misura con un’immagine idealizzata, continuamente rinforzata dagli altri, mentre il suo percorso viene sminuito. In questo contesto, è comprensibile che la sua laurea le appaia “senza senso”, anche se i fatti raccontano altro: studia, partecipa, sostiene esami con ottimi risultati. Questi non sono segnali di inutilità, ma di impegno e competenza.
Essere farmacista non significa essere medico, ma questo non equivale a “valere meno”. Sono ruoli diversi, con responsabilità e funzioni differenti. Il problema non sembra essere il suo percorso in sé, ma il significato che ha assunto all’interno della sua storia familiare e del suo dolore.
La domanda “cosa dovrei fare” forse può essere riformulata in modo più gentile verso di sé: di cosa avrebbe bisogno oggi per non continuare a misurare il suo valore solo attraverso lo sguardo degli altri? Continuare a studiare può avere senso se è una scelta che parla di lei e non una gara persa in partenza con qualcun altro.
Forse questo è un momento in cui, più che dimostrare di essere all’altezza, sarebbe importante prendersi cura di questa ferita ancora aperta legata a sua madre e al senso di inadeguatezza che ne è derivato.
Un percorso di supporto psicologico potrebbe offrirle uno spazio in cui dare senso a questi vissuti, aiutandola a riconoscere ciò che appartiene alla sua esperienza e ciò che invece è nato dalle aspettative e dai giudizi ricevuti, favorendo uno sguardo su di sé più gentile e aderente alla realtà.
Cordiali Saluti
Buon pomeriggio,
quello che esprimi è un dolore profondo e comprensibile, non una mancanza di valore. Dalle tue parole emerge una ferita che va ben oltre l’università o la professione: il lutto per tua madre e il senso di impotenza che spesso lo accompagna.
Il confronto che stai facendo con questa ragazza non riguarda davvero lei, né la medicina. Riguarda un pensiero molto duro verso te stessa: l’idea di non essere “abbastanza”, di arrivare tardi, di non avere diritto a occupare un posto nel mondo. Questo tipo di pensiero nasce spesso quando una perdita importante non è stata ancora elaborata e la mente cerca un colpevole: purtroppo, spesso lo trova in noi stessi.
È importante chiarire alcuni punti, senza indulgenza ma con verità:
La velocità non è sinonimo di valore. Essere più lenti non significa essere incapaci: i tuoi ottimi voti, l’impegno e la partecipazione dimostrano competenza e motivazione.
Un farmacista non è un medico, ed è giusto così. Sono professioni diverse, entrambe fondamentali. Il tuo valore non si misura sulla capacità di “salvare una vita” in senso eroico, ma nella competenza, nella responsabilità e nell’aiuto concreto che potrai offrire ogni giorno.
Pensare che tua madre sarebbe viva se tu fossi stata diversa è una forma di colpa che spesso accompagna il lutto, ma non è una verità. È una spiegazione dolorosa che la mente costruisce per dare un senso a qualcosa che senso non ne ha.
Il sentimento di inutilità che descrivi non parla del tuo futuro professionale, ma del tuo dolore emotivo. Continuare a studiare ha senso, sì, ma soprattutto avrebbe senso affiancare allo studio un percorso di sostegno psicologico, per poter elaborare il lutto, il confronto costante e questo giudice interno così severo.
Non sei inutile. Sei una persona che sta soffrendo e che ha interiorizzato paragoni e parole che hanno fatto male. Il lavoro ora non è diventare “perfetta” o dimostrare qualcosa, ma imparare a riconoscere il tuo posto, senza chiedere il permesso.
quello che esprimi è un dolore profondo e comprensibile, non una mancanza di valore. Dalle tue parole emerge una ferita che va ben oltre l’università o la professione: il lutto per tua madre e il senso di impotenza che spesso lo accompagna.
Il confronto che stai facendo con questa ragazza non riguarda davvero lei, né la medicina. Riguarda un pensiero molto duro verso te stessa: l’idea di non essere “abbastanza”, di arrivare tardi, di non avere diritto a occupare un posto nel mondo. Questo tipo di pensiero nasce spesso quando una perdita importante non è stata ancora elaborata e la mente cerca un colpevole: purtroppo, spesso lo trova in noi stessi.
È importante chiarire alcuni punti, senza indulgenza ma con verità:
La velocità non è sinonimo di valore. Essere più lenti non significa essere incapaci: i tuoi ottimi voti, l’impegno e la partecipazione dimostrano competenza e motivazione.
Un farmacista non è un medico, ed è giusto così. Sono professioni diverse, entrambe fondamentali. Il tuo valore non si misura sulla capacità di “salvare una vita” in senso eroico, ma nella competenza, nella responsabilità e nell’aiuto concreto che potrai offrire ogni giorno.
Pensare che tua madre sarebbe viva se tu fossi stata diversa è una forma di colpa che spesso accompagna il lutto, ma non è una verità. È una spiegazione dolorosa che la mente costruisce per dare un senso a qualcosa che senso non ne ha.
Il sentimento di inutilità che descrivi non parla del tuo futuro professionale, ma del tuo dolore emotivo. Continuare a studiare ha senso, sì, ma soprattutto avrebbe senso affiancare allo studio un percorso di sostegno psicologico, per poter elaborare il lutto, il confronto costante e questo giudice interno così severo.
Non sei inutile. Sei una persona che sta soffrendo e che ha interiorizzato paragoni e parole che hanno fatto male. Il lavoro ora non è diventare “perfetta” o dimostrare qualcosa, ma imparare a riconoscere il tuo posto, senza chiedere il permesso.
Le sue parole sono toccanti e trasmettono il peso dei dubbi intorno al suo valore. Penso davvero che meritino uno spazio d'ascolto adeguato all'interno di una relazione di psicoterapia. Comprendo quanto sia faticoso continuare a studiare con questi pensieri su di sè, con un confronto costante con gli altri. Questi pensieri sono una matassa che potrebbe provare sgrovigliare con un aiuto professionale.
Buon pomeriggio cara ragazza, ti ringrazio per aver scritto e per aver condiviso un vissuto così doloroso. Dalle tue parole mi arriva non solo un senso di inutilità legato allo studio e al confronto con gli altri, ma anche un peso emotivo molto profondo, che sembra intrecciarsi con la perdita di tua madre. È comprensibile che, dopo un lutto così importante, possano emergere pensieri di colpa, paragoni continui e domande su ciò che “avresti potuto fare di più”. In questi momenti la mente spesso cerca spiegazioni e responsabilità, anche quando razionalmente sappiamo che le cose sono molto più complesse. Il confronto con questa ragazza, così idealizzata dalle persone intorno a te, sembra aver riattivato una ferita già presente: quella del sentirti sempre “in ritardo”, mai abbastanza, come se il tuo valore dipendesse dall’essere perfetta, rapidissima o capace di “salvare” gli altri. Eppure tu racconti anche altro: impegno, partecipazione, ottimi risultati, una presenza viva nello studio. Il fatto che tutto questo venga messo in ombra dentro di te fa pensare a una voce interna molto severa, che non nasce oggi e che probabilmente si è rafforzata dopo la perdita che hai vissuto. Ogni professione ha un ruolo diverso e complementare, e il valore di una persona non si misura dall’età della laurea né dal confronto con chi appare più brillante. Il punto, forse, non è se continuare o meno a studiare, ma prendersi uno spazio per capire perché oggi ti senti così svalutata e schiacciata dal paragone. Un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarti a elaborare il lutto, a dare un posto più tollerabile a questi pensieri di colpa e a costruire un’immagine di te meno dura e più realistica. Ti auguro di riuscire, con il tempo, a riconoscere il tuo valore al di là delle aspettative e dei confronti. Se lo desideri, posso accompagnarti io in questo viaggio, anche online.
Ti auguro una buona serata, dott.ssa Arianna Broglia
Ti auguro una buona serata, dott.ssa Arianna Broglia
Salve, spesso anche a noi dicono questo, che gli psicologi sono "meno" dei medici. Se ci paragoniamo sempre agli altri come in una classifica la nostra vita si baserebbe su valutazioni e voti esterni. Le consiglio di dare risposte solo a se stessa, considerando parzialmente i giudizi degli altri, se le piace farmacia è un percorso a sè. Forse lei vuole essere riconosciuta e valevole (salvare vite le darebbe un ruolo, per così dire importante), dovrebbe invece darsi il merito delle cose che fa, piccole o grandi che siano, non paragonandosi agli altri che hanno percorsi di vita paralleli o affini al suo ma comunque, diversi. Continui nei suoi studi, in bocca al lupo!
Buongiorno,
dalle sue parole emerge un vissuto di profonda sofferenza fatto di confronti, senso di inadeguatezza e un lutto importante che sembra aver lasciato un segno ancora molto vivo. Questo carico emotivo che sta vivendo può portare alla sensazione di "sentirsi inutili" o "non abbastanza", caricato da paragoni, aspettative esterne e esperienze di svalutazione che hanno minato profondamente la sua autostima ma che in realtà non dicono nulla sul suo reale valore. Inoltre sembrerebbe essere presente un forte senso di colpa e pensieri molti duri verso se stessa in relazione alla morte di sua madre. Il suo impegno e i risultati che ottiene raccontano di risorse reali anche se oggi fa fatica a riconoscerle. Al momento potrebbe essere utile prendersi cura del suo mondo interno, al vissuto di perdita, alle convinzioni svalutanti che la abitano. Un supporto psicologico può aiutarla a rimettere ordine e a narrarsi la sua storia in modo più gentile e realistico. Chiedere aiuto è già un primo grande passo.
Dott.ssa Teresa Luzzi
dalle sue parole emerge un vissuto di profonda sofferenza fatto di confronti, senso di inadeguatezza e un lutto importante che sembra aver lasciato un segno ancora molto vivo. Questo carico emotivo che sta vivendo può portare alla sensazione di "sentirsi inutili" o "non abbastanza", caricato da paragoni, aspettative esterne e esperienze di svalutazione che hanno minato profondamente la sua autostima ma che in realtà non dicono nulla sul suo reale valore. Inoltre sembrerebbe essere presente un forte senso di colpa e pensieri molti duri verso se stessa in relazione alla morte di sua madre. Il suo impegno e i risultati che ottiene raccontano di risorse reali anche se oggi fa fatica a riconoscerle. Al momento potrebbe essere utile prendersi cura del suo mondo interno, al vissuto di perdita, alle convinzioni svalutanti che la abitano. Un supporto psicologico può aiutarla a rimettere ordine e a narrarsi la sua storia in modo più gentile e realistico. Chiedere aiuto è già un primo grande passo.
Dott.ssa Teresa Luzzi
Salve, da quello che scrive sento molta sofferenza, e anche un peso enorme che si porta da tempo. Si descrive come "lenta" e in "ritardo, ma allo stesso tempo racconta che quando sostiene gli esami ottiene ottimi risultati: questo mi fa pensare a una distanza tra ciò che è e come si giudica.
La morte di sua madre sembra le abbia lasciato un senso di colpa profondo, come se non fosse stata "abbastanza capace" da salvarla. E' un pensiero comprensibile nel dolore, ma crudele verso se stessa: si sta attribuendo una responsabilità che non le appartiene. Sento anche quanto la feriscano i confronti con gli altri, l'idea che esistano persone "perfette" che salvano vite, e che quindi il percorso che sta facendo non ha nessun valore. Questo tipo di confronto però sembra deleterio e non l'aiuta a capire se stessa. Mi colpisce che, nonostante tutto, stia ancora studiando, ponendosi domande, cercando un senso e delle risposte. Questo vuol dire che c'è una parte di lei che cerca di capire, di crescere e questo è molto importante. Le auguro di trovare dentro di lei uno spazio per una visione meno punitiva che le faccia comprendere profondamente il suo valore.
La morte di sua madre sembra le abbia lasciato un senso di colpa profondo, come se non fosse stata "abbastanza capace" da salvarla. E' un pensiero comprensibile nel dolore, ma crudele verso se stessa: si sta attribuendo una responsabilità che non le appartiene. Sento anche quanto la feriscano i confronti con gli altri, l'idea che esistano persone "perfette" che salvano vite, e che quindi il percorso che sta facendo non ha nessun valore. Questo tipo di confronto però sembra deleterio e non l'aiuta a capire se stessa. Mi colpisce che, nonostante tutto, stia ancora studiando, ponendosi domande, cercando un senso e delle risposte. Questo vuol dire che c'è una parte di lei che cerca di capire, di crescere e questo è molto importante. Le auguro di trovare dentro di lei uno spazio per una visione meno punitiva che le faccia comprendere profondamente il suo valore.
Buon pomeriggio, dal suo messaggio emerge una sofferenza profonda che va oltre il confronto professionale, tocca il tema del valore personale, del lutto per sua madre e del paragone con un modello percepito come “perfetto”. È comprensibile che, in un momento di fragilità, le parole degli altri e i confronti sociali abbiano assunto un peso amplificato. Ciò che sta vivendo sembra intrecciare due livelli: da un lato il confronto con una coetanea brillante, dall’altro un dolore ancora attivo legato alla perdita di sua madre. Il pensiero “se fossi stata come lei, mia madre non sarebbe morta” non è un dato oggettivo, ma una forma di colpa retrospettiva che spesso emerge nel lutto. Attribuirsi un potere salvifico che realisticamente nessun familiare avrebbe potuto avere è un modo, doloroso ma umano, di cercare un senso in ciò che è accaduto.
Il confronto tra professioni, medico e farmacista, rischia di diventare un confronto tra identità e valore. Ma il ruolo del farmacista è diverso, non inferiore. Non tutti devono “salvare vite” in senso eroico per avere senso o competenza. Inoltre, il fatto che lei, nonostante si senta in ritardo, ottenga ottimi voti e partecipi attivamente indica capacità, impegno e competenza reali, che però vengono oscurate da uno schema interno di autosvalutazione.
Quando dice “non mi sceglieranno”, sembra attivarsi una previsione negativa che precede l’esperienza. Questo tipo di pensiero può influenzare molto l’autostima e l’ansia da prestazione.
Potrebbe essere molto utile affrontare in psicoterapia il nodo tra lutto, senso di colpa e confronto/ansia sociale, perché il dolore per sua madre sembra ancora intrecciato al modo in cui valuta se stessa. Lavorare su questo può aiutarla a distinguere il suo valore professionale dal bisogno di dimostrare qualcosa o di competere con qualcuno.
Continuare a studiare non è inutile se è una scelta sua, coerente con i suoi interessi e le sue aspirazioni. Prima di decidere sul futuro, però, può essere importante prendersi cura di questa ferita emotiva che oggi sta influenzando la percezione di sé.
Un cordiale saluto.
Il confronto tra professioni, medico e farmacista, rischia di diventare un confronto tra identità e valore. Ma il ruolo del farmacista è diverso, non inferiore. Non tutti devono “salvare vite” in senso eroico per avere senso o competenza. Inoltre, il fatto che lei, nonostante si senta in ritardo, ottenga ottimi voti e partecipi attivamente indica capacità, impegno e competenza reali, che però vengono oscurate da uno schema interno di autosvalutazione.
Quando dice “non mi sceglieranno”, sembra attivarsi una previsione negativa che precede l’esperienza. Questo tipo di pensiero può influenzare molto l’autostima e l’ansia da prestazione.
Potrebbe essere molto utile affrontare in psicoterapia il nodo tra lutto, senso di colpa e confronto/ansia sociale, perché il dolore per sua madre sembra ancora intrecciato al modo in cui valuta se stessa. Lavorare su questo può aiutarla a distinguere il suo valore professionale dal bisogno di dimostrare qualcosa o di competere con qualcuno.
Continuare a studiare non è inutile se è una scelta sua, coerente con i suoi interessi e le sue aspirazioni. Prima di decidere sul futuro, però, può essere importante prendersi cura di questa ferita emotiva che oggi sta influenzando la percezione di sé.
Un cordiale saluto.
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