Domande del paziente (362)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buongiorno, quello che descrivi succede molto più spesso di quanto si pensi dopo una scelta importante: non è detto che tu abbia “sbagliato”, è che il cervello, quando perde un riferimento identitario... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buongiorno, da ciò che racconta il problema non sembra riguardare solo le abitudini igieniche del suo compagno, ma anche l’intensa ansia che questa scoperta ha attivato in lei. Quando si arriva a controllare,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Ciao. Da come lo racconti, quello che ti è successo ha una logica molto chiara: non è “sei debole” o “hai rovinato tutto”, è che hai fatto due cambiamenti enormi insieme (città + convivenza + lavoro +... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Salve. Dopo mesi di ansia intensa può capitare che, quando l’emergenza rientra, resti una specie di “coda” emotiva: stanchezza, calo di motivazione, pensieri del tipo “che senso ha?”. Non significa automaticamente... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Capisco bene l’ansia: siete diventati molto “coppia” nei fatti (quotidianità, viaggio, tenerezza, esclusività, biglietti), ma tu non hai ancora la cornice chiara. E quando la cornice manca, ogni sua distanza... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buonasera, sì, è molto possibile che quell’episodio sia stato favorito da stanchezza, stress e tristezza del periodo, e un singolo rapporto andato così non indica da solo un problema stabile. Anche i dubbi... Altro


    Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buonasera, capisco quanto questo atteggiamento possa ferirla, soprattutto perché i sentimenti da parte sua sono ancora presenti. Tuttavia, se lui mantiene una distanza così netta, è importante non forzare un riavvicinamento che in questo momento probabilmente non desidera o non riesce a sostenere.
    Più che cercare di recuperare un rapporto cordiale a tutti i costi, può aiutarla provare a spostare l’attenzione sulla tutela di sé e sul mantenimento di una convivenza lavorativa rispettosa, anche fatta solo di distanza e professionalità. A volte accettare che l’altro non sia disponibile è doloroso, ma è anche il primo passo per smettere di sentirsi invisibile e ricominciare a riconoscere il proprio valore.


    Buongiorno, sto vivendo una situazione molto dolorosa , dalla quale non vedo uscita. Mia figlia , 32 anni, sposata e con un bimbo di due , si vuole separare . Non l ha detto direttamente, ma vedendola diversa, ho provato a chiederle se ci fosse qualcosa che non andava e alla fine è uscito questo.
    Praticamente le ho anche spianato la strada nel dirmelo. Non ne aveva parlato neanche con il marito. Solo con un' amica e un cugino. Vivono in un appartamento sopra al nostro, che le ho donato parecchi anni fa. Dice che con lui non ha più dialogo, non sa più guardarla negli occhi ecc. Lui è impegnato molto con il lavoro, ma quando è a casa prepara il bimbo, gli fa il bagnetto, cucina, avvia lavatrice, pulisce casa, prepara pranzo e cena per tutti. Lei mi dice che anche fra noi , madre e figlia non c è stato dialogo, che si è sempre sentita giudicata e controllata, e non l ho lasciata sbagliare. Io le ho lasciato fare le sue scelte, tipo di scuola, sede più lontana con costi di appartamento e trasporto, ho accolto i suoi fidanzati con apertura, ammetto che cercavo che studiasse con buoni risultati e le chiedevo della sua vita .ora dice che vuole fare le sue scelte , andare via col bambino, ma non dice dove, le ho chiesto se ha un altro, lei nega, ma passa giornate fuori, o ritarda di molte ore a rientrare dai turni di lavoro. Di mattina il bimbo è al nido, pomeriggio con noi. Frequenta una palestra , body buildyng, all inizio era saltuario, fino a diventare ogni giorno. Mangia in modo ristretto, solo certi alimenti, ed è dimagrita, molto.
    Sicuramente io e il padre l avremo iperprotetta ,abbiamo cercato di evitarle errori, controllandola, ma abbiamo anche sempre cercato di parlare, anche se non era facile visto il suo temperamento. Non ci informa nemmeno dei suoi orari, tanto noi siamo a disposizione, sa che noi amiamo tanto il bimbo. Sembra abbia un' insoddisfazione cronica , dice che lei è giovane, vuole fare due anni di specializzazione, vuole viaggiare, da notare che hanno girato mezzo mondo. La vita ora le sta stretta. Dice che devo lasciarle vivere la sua vita , ma non informa nessuno circa le sue intenzioni come sarebbe giusto, visto la presenza di un figlio .Quando si cerca di parlare, di capire , si finisce sempre per discutere, sembra voglia nascondere qualcosa, anche al marito. Noi siamo preoccupati oltre che per il bimbo, anche per lei, perché non sappiamo quando e dove finirà la sua ricerca di quello che magari è solo nella sua mente. È già successo con il precedente fidanzato con cui è stata per 5 anni. Non sappiamo più come approcciarsi e siamo nella più totale sofferenza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buongiorno, comprendo quanto questa situazione vi faccia soffrire. Da ciò che racconta, sua figlia sembra vivere un forte bisogno di autonomia e di distanza, che probabilmente oggi esprime in modo confuso e faticoso, ma che non può essere gestito da voi al suo posto. Più cercate spiegazioni o controllo, più è possibile che lei si chiuda.
    In questo momento può essere utile mantenere una presenza affettuosa, non giudicante e disponibile, evitando interrogatori o pressioni. Il punto più importante è tutelare il benessere del bambino e, allo stesso tempo, lasciare a sua figlia la responsabilità delle proprie scelte. Alcuni segnali che descrive, come il dimagrimento marcato, il controllo del cibo e i cambiamenti improvvisi, meritano comunque attenzione e potrebbero rendere utile un confronto psicologico per lei, se accetterà. Anche voi, come genitori e nonni, potreste beneficiare di uno spazio di supporto per affrontare questa sofferenza con maggiore lucidità.


    Salve dottori, vorrei esporvi una questione a non riesco ancora a passarci sopra o comunque a risolvere, nonostante vado da 6 sedute da un professionista, ma non ho ancora trovato risposte se non il fatto di sentire ciò che sento ma non riuscendo ancora a capire I miei sentimenti o bisogni ecco...il punto è che da qualche mese mi sono lasciata con una persona piu grande di 20 anni circa (io ne ho 25), per vari motivi, con lui ci continuiamo a vedere e sentire ogni tanto, a volte capita anche che succede qualcosa tra di noi, però ecco è difficile distaccarmi da lui perché mi dispiace, ci tengo, e dall'altra diciamo che c'è un amico con cui mi sono frequentata qualche anno fa prima del mio ex e con cui mi sono sempre sfogata e mi ha sempre capito e ascoltato quando gli parlavo dei problemi con il mio ex, mi sono sempre trovata bene a parlare, scherzare ecc, in questo ultimo periodo mi è sembrato di iniziare a provare qualcosa, ma è sempre rimasta un amicizia anche da parte sua, ci siamo visti poi qualche settimana fa (perché siamo a distanza) e diciamo è successo qualche bacio..il problema è che non so come mi sento, perché ad esempio non mi sento di riuscire a tornare con il mio ex nonostante lui mi voglia ancora, mi dica di tornare insieme e insista, ci stia male ed è come se mi facesse sentire in colpa e io non riesco, forse anche perché non provo quello che provavo prima, allo stesso tempo non mi sento di poter stare insieme a questo amico perché non lo so, non mi sento di provare un cosi forte sentimento per lui, ma allo stesso tempo vorrei rivederlo, ma comunque proverei un dispiacere per l'altro/senso di colpa..proverei dispiacere per entrambe le parti, inoltre in terapia c'era stata una seduta in cui ho rappresentato due cerchi pensando alla persona ma sono risultati distanziati e non mi aspettavo questo..per entrambe le persone però..non so cosa fare, mi dispiace per tutti e due..ora questo amico vorrebbe un distacco da me perché so che comunque prova qualcosa e sa che io non ci starei, ma non so che fare, come comportarmi, vorrei rivederlo, ma non so come distaccarmi e se farlo dal mio ex..dovrei forse stare da sola e poi forse capirò qualcosa? non so come muovermi..

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buongiorno, da ciò che racconta sembra che in questo momento il punto centrale non sia scegliere tra due persone, ma ritrovare chiarezza dentro di sé. Quando prevalgono senso di colpa, dispiacere e confusione, spesso è difficile capire cosa si prova davvero.
    Probabilmente prendersi un tempo per sé, con maggiore distanza da entrambe le relazioni, potrebbe aiutarla ad ascoltarsi meglio e a distinguere ciò che desidera da ciò che sente di dover fare per non ferire gli altri. Non è egoismo, è un passaggio necessario. Continui il percorso terapeutico, portando proprio questo nodo: il bisogno di non deludere nessuno rischia di farla restare bloccata e di allontanarla da sé.


    Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
    Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
    Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
    All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
    Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
    Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
    Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
    Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
    Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
    Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buongiorno, da ciò che racconta sembra esserci soprattutto una grande fatica nel sentirsi compreso nel percorso. La rigidità che descrive non si modifica con la semplice volontà, perché spesso rappresenta un modo costruito nel tempo per proteggersi e mantenere un senso di controllo.
    Proprio per questo può essere utile parlare apertamente con il terapeuta del suo vissuto di incomprensione e del bisogno di obiettivi più concreti e condivisi. Se continua a percepire che ciò che le viene proposto è per lei irrealistico o poco utile, può avere senso anche chiedere un secondo parere. Il cambiamento non dovrebbe passare dall’omologarsi, ma dal trovare modalità più flessibili e vivibili, rispettando i suoi tempi.


    Salve , mia figlia 7 anni mangia solo pasta bianca, carne e pollo.niente frutta niente verdure niente legumi. Ho provato in tutti i modi niente non assaggia se insisto vomita. Come posso approcciarmi a lei per stimolarla ad assaggiare qualcosa? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Salve, se sua figlia arriva a vomitare quando insiste, è importante evitare pressioni, forzature o contrattazioni durante i pasti. In questi casi aiuta di più proporre piccolissime esposizioni ripetute, anche solo vedere, toccare o annusare un alimento nuovo, senza obbligo di mangiarlo. L’accettazione spesso richiede molti tentativi e un clima calmo.
    Dato che ha 7 anni e l’alimentazione è molto limitata, sarebbe utile anche un confronto con il pediatra o con un servizio che si occupa di selettività alimentare infantile, per capire se ci siano aspetti sensoriali o emotivi da valutare meglio


    Buongiorno dott. io soffro di ansia è disturbo ossessivo da ben 15 anni oramai.. infatti sono in cura.. ma ci sono periodi che ho paure strane se sto solo nella stanza mi sento come se prima o poi dovrei vedere qualcuno di allucinazione, oppure tipo ieri sera ho avuto una discussione con la mia ragazza mene sono andato a dormire nel salone da solo dopo 30 minuti nemmeno sono dovuto tornare nella stanza dalla mia ragazza perchè avevo paura come se dovevo avere qualche allucinazione, oppure se la sera passo dal corridoio per andare in bagno di buoi è come se mi mette ansia... adesso vorrei chiedere tutte queste paure che mi faccio che mi vergogno anche dirlo.. può essere un inizio di psicosi o schizofrenia... anche se non ho mai avuto in 34 anni che ho allucinazioni... Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buongiorno, da ciò che descrive la paura di avere allucinazioni non coincide automaticamente con una psicosi. Nel disturbo ossessivo le ossessioni sono pensieri intrusivi, indesiderati e molto angoscianti, e possono riguardare anche il timore di impazzire o perdere il controllo. La psicosi, invece, è caratterizzata da sintomi come vere allucinazioni, deliri e pensiero molto disorganizzato.
    Per questo, dalle sue parole, sembra più probabile una riattivazione ansiosa e ossessiva che un esordio schizofrenico, ma va riferito al suo psichiatra curante, soprattutto se queste paure stanno aumentando. Se dovessero comparire davvero voci, visioni, convinzioni strane vissute come reali, oppure forte confusione, sarebbe importante una valutazione urgente


    Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
    All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
    Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
    Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.

    Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
    Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
    Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
    Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
    Ne parlammo già io e il terapeuta.
    Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
    Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
    Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
    Grazie per le risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buongiorno, da ciò che racconta il punto non sembra essere il fatto di andare a letto tardi in sé, ma il significato che il terapeuta attribuisce a quel comportamento, cioè allenare una maggiore flessibilità. Questo però non vuol dire che debba ignorare il suo corpo o fare esperienze che per lei risultano realmente troppo pesanti e disorganizzanti.
    Il nodo centrale, probabilmente, è trovare con il terapeuta obiettivi più graduati, realistici e condivisi, che non la facciano sentire forzato o non compreso. Se continua a percepire che le sue difficoltà vengono semplificate o accostate in un modo che per lei non ha senso, sarebbe importante dirlo apertamente in seduta. Una terapia utile non dovrebbe chiederle di stare peggio, ma aiutarla a diventare più flessibile rispettando i suoi limiti.


    Il mio ragazzo fuma e lo facevamo anche insieme e io sono incinta di 26 settimane quindi dalla scoperta cambio vita lui diceva di volere il bambino e che era contento ma poi ha cominciato a vivere per strada e io sono stata con lui a causa di vari litigi con nostre famiglie fin che ho potuto poi sono tornata da mio padre e mi ha accusata di averlo lasciato solo e che se non fossi andata con lui mi avrebbe lasciata.. non si fa sentire per settimane e mi ha contattata dopo 15 giorni per chiedere della gravidanza alla mia risposta "stiamo bene" non ha risposto ed è scomparso di nuovo.. senza lui soffro ma dovrà capire in qualche modo gli errori che sta commettendo è che è lui a lasciarmi sola e a non aiutarmi su nulla.. l' unica cosa che ha fatto mi ha accompagnato una volta a una visita e poi si è messo anche ad urlare per poi andare via però poi dice che non vede l'ora di vedere il figlio e che ci ama e poi di nuovo scappa..mi confonde

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buongiorno, capisco quanto questa situazione possa farla stare male, soprattutto in un momento così delicato della gravidanza. Da ciò che racconta, il comportamento del suo compagno appare molto instabile e confusivo, e questo rischia di farla sentire continuamente sospesa tra speranza e delusione.
    In questo momento la priorità è proteggere lei e il bambino, sia sul piano pratico sia su quello emotivo. Più che alle sue parole, provi a guardare ai fatti, perché al momento non sembra offrirle una presenza affidabile. Si faccia sostenere dalle persone che possono starle accanto davvero e, se sente di essere sotto pressione o manipolata, può essere utile anche un confronto con il consultorio o con un professionista del territorio.


    Salve, quando passo davanti a un parco dove mi portavano da piccolo, mi viene a volte una stretta al petto o nella zona fra il petto e il diaframma. A volte è un po' più forte, però non mi viene da scappare, cioè c'è e mi viene anche il respiro un po più lungo però non mi viene da andarmene ma anzi di rimanerci. Che cosa vuol dire? Sono sintomi di un luogo che è stato positivo per me oppure no?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Salve, potrebbe voler dire che quel luogo per lei è emotivamente molto significativo. Il corpo a volte reagisce ai ricordi e agli stati emotivi con sensazioni fisiche come tensione al petto, respiro più profondo o una lieve attivazione, senza che questo indichi per forza qualcosa di negativo.
    Il fatto che non senta il bisogno di scappare e anzi le venga da restare fa pensare più a un’emozione intensa, forse mista tra nostalgia, coinvolgimento e memoria affettiva, che a un rifiuto del luogo. Non si può dire automaticamente che sia un posto solo positivo o solo negativo, perché certi ricordi possono smuovere insieme benessere e malinconia.
    Se però quella stretta dovesse diventare frequente, molto forte, o comparire anche in altri contesti, sarebbe utile parlarne con un professionista. Se invece il dolore al petto fosse importante o accompagnato da sintomi fisici marcati, va valutato anche dal medico.


    Salve, sono una ragazza di meno di trent'anni e sto facendo un percorso di psicoterapia da molti anni ormai.
    Soffro di ansia, DOC e ipocondria.
    Sono in un periodo in cui nonostante conosca i meccanismi che mi portano a sviluppare i sintomi e i pensieri ossessivi mi sento bloccata e spesso sono in balia delle mie paranoie. Mi viene istintivo chiedere rassicurazioni mediche perché ho troppa paura di morire o di poter far male agli altri senza volerlo.
    Queste paranoie mi stanno cambiando la vita e non so come affrontarle. Avete dei consigli da darmi? So che non è facile con un consulto a distanza, ma qualsiasi spunto potrebbe essermi utile.
    Come posso fare per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni mediche? Questa è la cosa che mi sta dando più problemi in assoluto. Spesso penso che delle abitudini normali che ho o cose che ho fatto in passato possano mettere a rischio la mia salute attuale (ad esempio aver usato prodotti chimici anni fa senza protezioni, oppure la muffa in casa), solo che il pensiero non si risolve rassicurandomi con l'assenza di sintomi, ho sempre bisogno di cercare spiegazioni sempre più cavillose per potermi preoccupare di qualcosa che in quel momento fa più presa su di me. Quando analizzo un pensiero ossessivo e mi tranquillizzo questo passa, ma poi me ne viene un altro poco dopo. Non sono mai veramente tranquilla e ho paura che questo possa davvero farmi ammalare.
    Avreste dei consigli da darmi? Io davvero non so più cosa fare. Le persone intorno a me cercano di rassicurarmi ma ovviamente non basta, non basta nemmeno farmi esami e vedere che non ho nulla di evidente perché ho paura di qualcosa di nascosto. Secondo voi ha senso ricercare danni nascosti in assenza di sintomi o è del tutto inutile? Una delle cose che più mi terrorizzano sono i danni silenti a lungo termine.
    Scusate se posso sembrare paranoica ma spero di aver reso l'idea di quale sia la mia situazione psicologica. Aggiungo che non sono in terapia farmacologica.
    Grazie per il vostro tempo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Salve, da ciò che descrive sembra proprio il classico circolo del DOC e dell’ansia di malattia: il pensiero spaventa, cerca rassicurazione, si calma per poco e poi il dubbio torna in un’altra forma. In questo senso la richiesta continua di conferme mediche non risolve il problema, ma tende a mantenerlo, perché diventa essa stessa una compulsione. Nei percorsi per il DOC, l’intervento più indicato è di solito una psicoterapia con esposizione e prevenzione della risposta, cioè imparare gradualmente a tollerare il dubbio senza ricorrere alla rassicurazione.
    Per questo, in assenza di sintomi nuovi o di indicazioni mediche specifiche, continuare a cercare danni nascosti rischia di essere più un tentativo di placare l’ansia che una reale forma di prevenzione. Il punto non è ottenere la certezza assoluta, ma allenarsi a sopportare una quota di incertezza senza inseguire controlli continui. Potrebbe essere utile parlare con il suo terapeuta proprio del tema delle rassicurazioni e valutare un lavoro più mirato sul DOC, ed eventualmente anche un parere psichiatrico se la sofferenza è diventata molto invalidante.


    Domande su consulenza psicologica

    Salve,
    scrivo per chiedere un consiglio su una situazione che sto vivendo da circa due settimane.

    Sono stata per sei anni in una relazione importante: convivevamo, avevamo progetti comuni e anche un cane. Tuttavia, nel tempo ci sono stati molti litigi. Ho scoperto che durante la relazione lui utilizzava Tinder quando era in trasferta e usciva con altre donne. Inoltre, ho scoperto che si era risentito con la sua ex e aveva persino progettato di tornare con lei, facendole credere che tra noi fosse finita, cosa non vera. Successivamente ha interrotto anche quella relazione, dicendo di amarmi.
    Dopo anni segnati da tradimenti e conflitti, a gennaio ha deciso di lasciarmi, sostenendo di non riuscire più a sostenere le continue discussioni. Questo è avvenuto poco dopo aver acquistato una casa, anche in prospettiva di costruire una famiglia insieme.
    Nei tre mesi successivi ho cercato in tutti i modi di recuperare il rapporto, ma lui è sempre stato fermo nella sua decisione. Poi, improvvisamente, è tornato da me chiedendomi di ricominciare. Ho accettato, ma con molta esitazione, soprattutto per il cambiamento improvviso e apparentemente immotivato.
    Da due settimane si comporta come una persona estremamente innamorata e presente. Tuttavia, non riesco a comprendere questa trasformazione così repentina. Gli ho chiesto sincerità e trasparenza, e mi ha promesso che non mi mentirà più. Nonostante ciò, continuo a provare un forte senso di dubbio e la sensazione che ci sia qualcosa di poco chiaro.
    Non so se i miei dubbi siano autosabotaggio o un segnale sano di protezione.
    Mi chiedo se dovrei lavorare sulla fiducia oppure ascoltare questo disagio come un campanello d’allarme, considerando ciò che è successo tra noi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Salve, i suoi dubbi non sembrano autosabotaggio, ma una reazione comprensibile a una storia in cui ci sono stati tradimenti, ambivalenze e rotture importanti. Quando la fiducia è stata ferita più volte, non basta un cambiamento improvviso dell’altro per farla tornare in tempi brevi.
    Più che sforzarsi di fidarsi subito, potrebbe essere utile ascoltare il suo disagio e osservare se nel tempo alle parole seguono davvero coerenza, responsabilità e trasparenza. La fiducia non si decide, si ricostruisce lentamente. Se dentro di sé sente ancora allarme, è importante non ignorarlo.


    Salve, ho un grosso problema di coppia, da autoerotismo per uso continuo di video porno, non riesco ad avere un erezione prolungata per avere un rapporto con la mia compagna, la relazione si è rovinata perché lei non ha più fiducia e mi dice che l'ho tradita da nove anni per causa di questi video. Sono andato sia da un andrologo che da uno psicologo, ho fatto diverse analisi e visite intime, anche per la prostata e và tutto bene, lo psicologo mi ha detto che è lei che è molto problematica, ma il problema è mio che non riesco ad avere un rapporto sessuale soddisfacente, ho preso da alcuni anni la "pillola" ma a lei non piace perché mi dice che sono come un robot e non partecipo al livello emotivo ma meccanico e poi non finisco mai. Io le voglio bene e la amo, ma litighiamo sempre per questi motivi, lei si sente frustrata, tradita, sola etc... Ho smesso per un mese a non vedere più porno, ma è come se mi è passato il desiderio in generale, allora penso che devo riprendere la masturbazione per il mio benessere fisico, ma lei? La nostra storia sta finendo e non so che fare... Ogni volta che mi apparato con lei, provo senso di colpa per averle mentito, penso se non riesco, penso che mi colpevolizza con brutte parole, allora parto bene ma non riesco a continuare che l'erezione si perde anche con la pillola. Ho 58 anni e stiamo assieme da nove anni...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buongiorno, da ciò che racconta il problema non sembra solo legato ai video porno, ma anche al senso di colpa, all’ansia da prestazione e alla tensione che si è creata nella coppia. Quando il rapporto sessuale diventa un terreno di paura, giudizio e fallimento, è molto difficile viverlo con spontaneità, anche se gli esami sono nella norma e anche con un aiuto farmacologico.
    Più che colpevolizzarsi, potrebbe esserle utile affrontare il problema in un percorso mirato sulla sessualità, possibilmente anche di coppia, perché qui non c’è solo una difficoltà erettiva ma una sofferenza relazionale importante. Il fatto che lei tenga a questa relazione è un punto prezioso, ma da solo non basta se continuate a vivere l’intimità dentro rabbia, sfiducia e ferite reciproche.


    Gentile Terapeuta,

    Ho 67 anni e sono un uomo laureato, separato con una figlia, pensionato.
    Sono stato diagnosticato con ipotiroidismo, ipertensione e leucemia linfatica cronica.
    Inoltre, sono stato diagnosticato con AuDHD (ADHD e Autismo di livello 1), nonché con un Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso (C-PTSD).

    La mia infanzia è stata segnata da un ambiente difficile, con un padre con schizofrenia residuale e una madre con narcisismo patologico. Questo ha portato a un trauma indotto che ha avuto conseguenze profonde sulla mia vita.
    Il meccanismo del trauma ha coinvolto il rifiuto e l'anaffettività da parte dei genitori, aggressioni fisiche e psicologiche, violenze fisiche e verbali, isolamento autoindotto come difesa e isolamento subito come punizione, svalutazione subita.

    Le conseguenze del trauma sono state numerose, tra cui un bisogno impulsivo di valutazione e accettazione esterna, disforia sensibile al rifiuto, costante sensazione di pericolo, stato persistente di iperallerta, stress elevato, disgrafia reattiva, isolamento sociale e difficoltà a gestire ed esprimere le emozioni.

    Ho studiato a fondo il mio caso e le mie conclusioni nascono da diagnosi specialistiche oltre che da un'analisi logica dei fatti.
    Non cerco un terapeuta che metta in dubbio la mia diagnosi, ma qualcuno che parta da queste basi per aiutarmi a gestire il corpo e le emozioni. Io porto la conoscenza di me, il terapeuta porta gli strumenti tecnici per la regolazione del mio sistema nervoso.

    Ho già affrontato anni di terapia della parola che hanno portato solo a re-traumatizzazione e svalutazione intellettuale.
    Non voglio raccontare storie o ricevere consigli morali, ma vorrei lavorare sulla neurobiologia del trauma.
    Cerco un lavoro puramente bottom-up basato sulla titolazione delle sensazioni fisiche.

    Mi chiedo se Lei sia in grado di guidarmi in una sessione di desensibilizzazione somatica senza che io debba esporre la narrazione dei miei traumi e riaprire ancora una volta il Vaso di Pandora.
    La mia anamnesi è contenuta nelle diagnosi ricevute (ADHD, PTSD).
    Per ogni dettaglio tecnico ulteriore, posso fornire documentazione clinica, ma non intendo procedere con un resoconto verbale degli eventi traumatici, poiché il mio sistema nervoso reagisce con re-traumatizzazione e shutdown.

    Spero di trovare un terapeuta che possa aiutarmi a lavorare sulla mia neurobiologia del trauma e a gestire il mio sistema nervoso in modo più efficace.

    Grazie.
    Cordiali saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Gentile Signore, la sua richiesta è molto chiara e appare ben fondata. Sì, è possibile lavorare sul trauma anche senza ripercorrere in dettaglio gli eventi traumatici, attraverso un approccio centrato sulla stabilizzazione, sulla regolazione del sistema nervoso e sull’ascolto graduale delle sensazioni corporee.
    Il punto essenziale è trovare un professionista realmente formato sul trauma, capace di rispettare i suoi limiti, la sua neurodivergenza e il rischio di retraumatizzazione. Più che metterla nelle condizioni di raccontare, il percorso dovrebbe aiutarla a sentirsi più al sicuro nel corpo e nelle emozioni, procedendo con cautela, consenso e tempi condivisi


    Buongiorno,
    devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.

    Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.

    Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.

    Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.

    Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
    Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.

    Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.

    Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.

    Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Salvatore Augello

    Buongiorno, la sua confusione è comprensibile, perché l’offerta è molto ampia e il linguaggio dei curricula spesso aiuta poco. In una terapia di coppia, più che l’orientamento teorico in astratto, conta che il professionista sia uno psicoterapeuta con formazione specifica nella terapia di coppia o familiare e che sappia mantenere una posizione equilibrata, senza schierarsi con uno dei due.
    L’approccio ha il suo peso, ma nella pratica sono spesso più importanti l’esperienza clinica, la chiarezza del metodo e la sensazione che entrambi possiate sentirvi ascoltati e compresi. Può essere utile fare uno o due colloqui conoscitivi e valutare se il terapeuta vi sembra capace di leggere la dinamica di coppia, definire un obiettivo e spiegare come intende lavorare. Non è scegliere a caso, è verificare sul campo se c’è una buona base di lavoro.


Domande più frequenti

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