Domande del paziente (37)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    dal suo racconto emerge una storia molto intensa: crescere in un contesto familiare segnato da violenza, solitudine e abbandono può lasciare dentro una ferita profonda e una sensazione di sfiducia... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    da quello che descrive si vede chiaramente quanto il suo organismo sia stato a lungo sotto pressione: poco sonno, stress prolungato, preoccupazioni per la salute e un livello di attivazione... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    quello che descrive sembra toccare un punto delicato: il bisogno di sentirsi riconosciuto e legittimato all’interno della relazione. Quando ci si inserisce in una famiglia già strutturata è... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    Capisco il bisogno di avere una risposta chiara. Quando ci si riconosce nei criteri di un disturbo di personalità può nascere l’urgenza di sapere “con certezza” dove ci si colloca.
    In clinica,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Gentile Sara,
    da quello che racconta sembra esserci un movimento molto doloroso e ripetitivo: quando la relazione resta a una certa distanza il vostro legame appare stabile e affettuoso, ma quando si avvicina... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    capisco quanto alcuni sogni possano rimanere impressi e suscitare emozioni forti, soprattutto in periodi di ansia e stress.
    Il significato di un sogno, però, non può essere interpretato in... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    da quello che descrive sembra che le discussioni con suo padre nascano soprattutto quando prova a prendere decisioni più autonome, in particolare su aspetti pratici come quelli economici.
    È... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buonasera,
    si sente quanto questa situazione sia faticosa e impegnativa, sia per suo marito che per lei. Gli attacchi di panico, soprattutto quando tornano dopo anni, possono dare la sensazione di perdere... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    dal suo racconto emerge un percorso molto faticoso, portato avanti con grande impegno. Il fatto che lei sia riuscita a laurearsi, nonostante le difficoltà e i momenti di blocco, è un risultato... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    da quello che descrive si sente chiaramente quanto questa situazione la stia facendo soffrire e quanto si senta messo ai margini nel suo ruolo di padre.
    Non sembra essere in discussione il... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    da quello che descrive sembra che si trovi dentro un conflitto molto forte tra due dimensioni entrambe importanti: da una parte il desiderio personale, il senso di realizzazione e identità... Altro


    Salve a tutti, sono una studentessa universitaria che ora più che mai sta avendo a che fare con pensieri che definirei "ossessivi" per quanto riguarda le relazioni sociali (amicizie, conoscenze, ecc.): dopo ogni interazione non sentita al 100% riuscita, riavvolgo continuamente nella mia testa ogni piccolo dettaglio della situazione per capire cosa avrei potuto sbagliare, cercando continue rassicurazioni, e spendendoci la notte in pianti. Oltre a questo, sospetto da sempre di essere neurodivergente/essere nello spettro autistico.
    Mi sto chiedendo quindi se non sia necessario partire da una valutazione psicodiagnostica per l'autismo/AuDHD. Ho il forte sospetto che i miei pensieri ossessivi siano il risultato di un sovraccarico cognitivo dovuto al masking e alla mancanza di strumenti adatti al mio funzionamento reale. Temo che un percorso generico, non formato sulla neurodivergenza, possa rivelarsi inefficace o invalidante, come già accaduto in passato. Dunque, quale percorso pensate sia meglio affrontare per prima (a fronte dei soldi)? Un percorso "generico" per risolvere inanzitutto i miei pensieri ossessivi, o un percorso psicodiagnostico (forse un po' più lungo?) per partire dalla radice?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    da quello che descrive si sente quanto queste situazioni le richiedano molta energia: il continuo ripensare alle interazioni, il bisogno di capire cosa è andato “storto” e la ricerca di rassicurazioni possono diventare molto faticosi, soprattutto quando occupano anche la notte e si accompagnano a forte emotività.
    I pensieri che riporta hanno caratteristiche che possono avvicinarsi a un funzionamento di tipo ossessivo, in cui la mente tende a tornare sugli stessi contenuti nel tentativo di trovare una soluzione o una certezza.
    Rispetto al dubbio sulla neurodivergenza, è comprensibile cercare una cornice che dia senso a ciò che vive. Allo stesso tempo, è importante non ridurre tutto a un’unica spiegazione iniziale, soprattutto quando sono presenti più livelli (emotivi, relazionali, cognitivi).
    In molti casi, non è necessario scegliere in modo rigido tra “percorso psicodiagnostico” e “percorso psicologico”: un primo spazio di lavoro con un professionista può già permettere di inquadrare meglio il funzionamento complessivo e capire se abbia senso approfondire anche con una valutazione più specifica.
    Questo consente anche di non partire subito da un’etichetta, ma di comprendere prima come si stanno organizzando questi pensieri e cosa li mantiene attivi.
    Il timore di non essere compresa è un punto importante: trovare un professionista con cui si senta vista e non invalidata è centrale, al di là dell’approccio specifico.
    Più che scegliere “da dove partire in assoluto”, può essere utile iniziare da uno spazio che le permetta di fare chiarezza, e da lì eventualmente orientare i passi successivi.
    Un saluto


    Ho affrontato più percorsi di terapia diversi ma mi assilla sempre un pensiero: potrò diventare produttiva e funzionale sforzandomi e trovando tutte le strategie utili del caso, ma quello che sento davvero è incompatibile con l'idea di "guarigione" che avevo e che in genere gli altri si aspettano da me. Sono cinica e pessimista e analitica e sinceramente non trovo motivi per cambiare al di fuori di compiacere gli altri. Per non essere etichettata come arida o misantropa o ribelle. Devo considerarmi bacata o provare l'ennesimo nuovo approccio e cercare di internalizzare tutte quelle premesse che trovo sentimentali e banalizzanti e basta? Trovo molta libertà e sazietà nel pessimismo ma evidentemente le persone che mi criticano vogliono spingermi a mirare ad altro come una specie di imperativo biologico naturale che non ho mai provato

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    quello che porta è molto interessante, perché mette in discussione un’idea spesso data per scontata: che “stare meglio” significhi necessariamente diventare più ottimisti, più morbidi o più aderenti a ciò che gli altri si aspettano.
    Dal suo racconto sembra che una parte di lei abbia trovato un equilibrio, seppur particolare, in una posizione più analitica, disincantata e anche pessimista. Non necessariamente questo è qualcosa da “correggere” in sé.
    Allo stesso tempo, emerge una tensione: non tanto rispetto a come è fatta, ma rispetto allo scarto tra il suo modo di sentire e le aspettative esterne, che sembrano spingerla verso un cambiamento che non riconosce come autentico.
    In questi casi, più che chiedersi se sia “bacata” o se debba adattarsi a un modello di guarigione predefinito, può essere utile interrogarsi su un altro punto: quanto questo modo di stare nel mondo, al di là dei giudizi degli altri, le permette davvero di vivere come desidera.
    Non è detto che il lavoro psicologico debba portare a diventare diversi da sé, ma può aiutare a comprendere meglio le proprie posizioni interne: cosa è una scelta autentica e cosa, invece, può essere diventato nel tempo una modalità che protegge ma allo stesso tempo limita.
    Il punto non è aderire a un ideale di cambiamento “positivo”, ma trovare una forma che sia più propria e meno dettata dall’esterno.
    Un saluto


    Buongiorno Gent.mi Dottori, vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti.. una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole) .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    quello che descrive è una reazione comprensibile: incontrare una persona con cui si è avuto un legame significativo può riattivare emozioni e sensazioni anche a distanza di tempo, soprattutto se il rapporto si è chiuso senza una vera rielaborazione.
    Il fatto che lei senta agitazione, tremore o bisogno di fermarsi dopo averlo visto indica quanto questo incontro abbia un impatto a livello emotivo e corporeo, al di là dei comportamenti dell’altra persona.
    Rispetto al suo ex, è possibile che il suo modo di comportarsi (evitare, non salutare, mantenere distanza) sia una modalità di gestione sua, più che qualcosa rivolto contro di lei in modo intenzionale. Tuttavia, il punto centrale non è tanto capire lui, quanto comprendere cosa succede a lei in questi momenti.
    La sensazione di “sbagliare sempre” spesso nasce dal tentativo di trovare il comportamento perfetto, che però in queste situazioni non esiste. Può essere più utile orientarsi verso modalità semplici e sostenibili per lei (ad esempio un saluto neutro, o anche il non interagire), senza dover interpretare ogni volta ciò che accade.
    Il fatto che lavori nello stesso contesto rende difficile evitare completamente questi incontri, ma può essere utile lavorare su come gestire l’attivazione interna che si genera, più che sul comportamento dell’altro.
    Un percorso psicologico può aiutarla proprio a rielaborare questo legame e a ridurre l’impatto emotivo che ha ancora su di lei, così da vivere questi momenti con maggiore stabilità.
    A volte non è tanto l’incontro in sé a creare difficoltà, ma ciò che quel legame rappresenta ancora dentro di noi.
    Un saluto


    Salve dottori ma secondo voi esiste un metodo giusto per vivere la vita ? Io mi sento sereno e felice della mia vita anche se qualche giorno fa mi è venuto un dubbio sul fatto che io di psicologia so ben poco e non so se sto vivendo veramente come dovrei vivere , se il mio vivere è in linea con i vari metodi della psicologia grazie per una risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    non esiste un unico modo “giusto” di vivere valido per tutti.
    La psicologia non fornisce un modello universale a cui conformarsi, ma strumenti per comprendere meglio come ciascuno funziona, cosa lo fa stare bene e cosa invece crea difficoltà.
    Il fatto che lei si senta sereno e soddisfatto della sua vita è già un elemento molto importante. Il dubbio che le è venuto sembra nascere più da un confronto con un’idea teorica di “come si dovrebbe vivere”, piuttosto che da un reale disagio.
    In questi casi può essere utile fare attenzione a non trasformare qualcosa che funziona in un problema da analizzare: non è necessario conoscere la psicologia per vivere in modo “corretto”.
    Più che aderire a un metodo, spesso il punto è quanto il proprio modo di vivere sia sostenibile, coerente con sé e permetta un certo grado di benessere nel tempo.
    A volte non è necessario cambiare qualcosa che funziona, ma riconoscerlo.
    Un saluto


    Buongiorno, in seguito a un infortunio sul lavoro sono rimasta invalida e mi trovo impossibilitata a svolgere le cure quotidiane della mia famiglia. Inoltre, non essendo in grado di guidare la macchina, necessito dell'accompagnamento permanente alle visite e cure mediche. Tutto ciò mi crea un forte sentimento di colpa verso la mia famiglia, mi sento depersonalizzata e inutile, anzi, mi sento un peso inutile. È normale tutto questo?
    Grazie per un'eventuale risposta.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    quello che descrive è una reazione comprensibile rispetto a un cambiamento così importante nella sua vita.
    Quando, in seguito a un infortunio, vengono meno autonomia e capacità di prendersi cura degli altri come prima, non cambia solo la quotidianità pratica, ma anche il modo in cui una persona percepisce se stessa. È frequente che emergano vissuti di colpa, inutilità e la sensazione di essere un peso.
    Questo non significa che lo sia realmente, ma che il suo sistema sta cercando di riorganizzarsi dopo una perdita significativa di ruolo e di equilibrio.
    La sensazione di depersonalizzazione che descrive può comparire proprio in momenti di forte stress e cambiamento, come se fosse un modo per “prendere distanza” da qualcosa di molto difficile da integrare.
    In questi casi è importante non ridurre il proprio valore a ciò che si riesce a fare per gli altri. Il fatto che oggi abbia bisogno di aiuto non cancella ciò che è stata, né ciò che continua a essere all’interno delle relazioni.
    Un supporto psicologico può aiutarla ad attraversare questa fase, lavorando sul senso di colpa e sulla ricostruzione di un nuovo equilibrio, che tenga conto della situazione attuale senza ridurre la sua identità a questa.
    Quello che sta provando è umano, ma non definisce il suo valore.
    Un saluto


    Salve dottori, vorrei esporvi una questione a non riesco ancora a passarci sopra o comunque a risolvere, nonostante vado da 6 sedute da un professionista, ma non ho ancora trovato risposte se non il fatto di sentire ciò che sento ma non riuscendo ancora a capire I miei sentimenti o bisogni ecco...il punto è che da qualche mese mi sono lasciata con una persona piu grande di 20 anni circa (io ne ho 25), per vari motivi, con lui ci continuiamo a vedere e sentire ogni tanto, a volte capita anche che succede qualcosa tra di noi, però ecco è difficile distaccarmi da lui perché mi dispiace, ci tengo, e dall'altra diciamo che c'è un amico con cui mi sono frequentata qualche anno fa prima del mio ex e con cui mi sono sempre sfogata e mi ha sempre capito e ascoltato quando gli parlavo dei problemi con il mio ex, mi sono sempre trovata bene a parlare, scherzare ecc, in questo ultimo periodo mi è sembrato di iniziare a provare qualcosa, ma è sempre rimasta un amicizia anche da parte sua, ci siamo visti poi qualche settimana fa (perché siamo a distanza) e diciamo è successo qualche bacio..il problema è che non so come mi sento, perché ad esempio non mi sento di riuscire a tornare con il mio ex nonostante lui mi voglia ancora, mi dica di tornare insieme e insista, ci stia male ed è come se mi facesse sentire in colpa e io non riesco, forse anche perché non provo quello che provavo prima, allo stesso tempo non mi sento di poter stare insieme a questo amico perché non lo so, non mi sento di provare un cosi forte sentimento per lui, ma allo stesso tempo vorrei rivederlo, ma comunque proverei un dispiacere per l'altro/senso di colpa..proverei dispiacere per entrambe le parti, inoltre in terapia c'era stata una seduta in cui ho rappresentato due cerchi pensando alla persona ma sono risultati distanziati e non mi aspettavo questo..per entrambe le persone però..non so cosa fare, mi dispiace per tutti e due..ora questo amico vorrebbe un distacco da me perché so che comunque prova qualcosa e sa che io non ci starei, ma non so che fare, come comportarmi, vorrei rivederlo, ma non so come distaccarmi e se farlo dal mio ex..dovrei forse stare da sola e poi forse capirò qualcosa? non so come muovermi..

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    da quello che descrive sembra esserci una situazione emotivamente molto intensa, in cui sono presenti più legami contemporaneamente e, soprattutto, una forte difficoltà a prendere una posizione senza sentire di ferire qualcuno.
    Il punto centrale che emerge non è tanto “chi scegliere”, ma il fatto che ogni possibile direzione attiva senso di colpa e dispiacere. Questo può rendere molto difficile ascoltare davvero cosa sente lei, perché l’attenzione resta spostata su come far stare gli altri.
    Il fatto che con entrambe le persone emerga una certa distanza (come ha visto anche nel lavoro fatto in terapia) può essere un elemento importante: sembra esserci una fatica a riconoscere un coinvolgimento pieno, oppure a sentirsi davvero dentro una relazione in modo chiaro.
    In queste situazioni, continuare a mantenere entrambi i legami attivi può aumentare la confusione, perché non le permette di entrare davvero in contatto con ciò che prova quando è più “libera” da queste dinamiche.
    La domanda che si pone (“dovrei forse stare da sola?”) va proprio in questa direzione: non come rinuncia, ma come possibilità di creare uno spazio in cui comprendere meglio i suoi bisogni, senza la pressione del senso di colpa o delle aspettative altrui.
    Il lavoro che sta facendo in terapia è già il luogo più adatto per affrontare questi aspetti, anche se inizialmente può dare la sensazione di non avere risposte immediate.
    A volte non è tanto una questione di scegliere tra due persone, ma di riuscire prima a chiarire la posizione che si ha nelle relazioni.
    Un saluto


    Domande su psicoterapia

    Buongiorno,
    sono passati 7 mesi da quando ho tradito la mia ragazza. Non voglio scuse e non voglio cercare alibi. Ho baciato un'altra ragazza durante una serata, per pochi secondi ma abbastanza da rovinare tutto. Erano quasi 3 anni che stavo con la mia ragazza, indescrivibili. Venivo da una relazione lunga 8 anni in cui non mi ci trovavo più. Dopo un po' ho trovato lei, quello che ho provato in questi ultimi 3 anni non so neanche come descriverlo. Non sono mai stato cosi affettuoso con una persona, non ho mai dato così tanto amore... Lei con me era dolcissima, ogni volta che mi guardava sorrideva. Solo a ripensarci sto male. Ho rovinato tutto. Stavamo passando un periodo di crisi dato da alcune incomprensioni e dalla distanza. Sarei dovuto andare per lavoro da lei per 6 mesi, ma lei mi aveva comunicato che non ci sarebbe stata. Pochi mesi prima avevamo avuto una discussione in cui si era lamentata della persona che ero e del tipo di uomo che lei avrebbe voluto accanto. Mi aveva fatto venire i dubbi. Io avevo forse vissuto un'altra relazione? la situazione sembrava essere rientrata, ne avevamo parlato e lei mi aveva confessato di aver esagerato un po'. Probabilemente non l'avevo ancora superata. Prima di partire ho avuto paura, non volevo più andare. Sarei dovuto andare dall'altra parte del mondo, da solo. Non era come l'avevo immaginata. Stavo lasciando il lavoro, la famiglia, gli amici... Per provare ad avvicinarmi, per provare a fare quel passetto in più verso di lei. Ma lei era corsa dall'altra parte. Pochi giorni prima della partenza ho baciato questa ragazza conosciuta durante una serata. Rappresentava il rimanere lì, completamente diversa rispetto a lei. Era forse la mia risposta nel non voler andare. Quando ci siamo visti ho dovuto dirglielo. Appena arrivato, mi ha completamente spiazzato. Lei era disposta a rimanere, a venirmi incontro perchè aveva visto quanti passi avessi fatto verso di lei in questo tempo. Era disposta a cambiare le cose che non andavano, pur di stare con me. Io non sono riuscito a non dirglielo, mi sarei sentito troppo in colpa. Lei avrebbe cambiato tutto per me ed io avevo calpestato la sua fiducia. Bene. Sono passati 6 mesi di distanza, in cui abbiamo cercato di parlare provando a sistemare. Mancavano 10 giorni al mio rientro, ci saremmo visti. Avremmo trovato quella normalità, io e lei. Invece lei mi ha detto che mi odia, non vuole più vedermi e che le ho rovinato la vita. Io mi sento uno schifo, mi sento in colpa. Mi sento colui che ha rovinato tutto. Non riesco a pensare al fatto che ho rovinato tutto e che ho rovinato una persona. Mi ha detto che sta prendendo antidepressivi. Piango solo al pensiero. Non volevo farle del male. Non a lei. Non ci sentiamo più da una decina di giorni, vorrei scriverle perchè sto veramente male. Io pensavo che potessimo superarla insieme, ne eravamo capaci. Invece ho paura a scriverle o a vederla. Ho paura di incrociare quello sguardo e non vedere piu quel sorriso. Ma trovare solo odio. Disprezzo. Mi sento un verme. Ho rovinato tutto perchè non sono stato all'altezza. Vi prego ditemi come fare perchè io non riesco ad andare avanti con questo odio nei miei confronti. Ho paura nel scriverle, perchè magari lei sta meglio ora senza di me. Non voglio causarle altro dolore, non se lo merita. Preferisco stare peggio io se lei può stare meglio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    da quello che scrive si sente quanto questa situazione la stia facendo soffrire e quanto peso stia dando a ciò che è accaduto.
    È importante distinguere due aspetti:
    da una parte c’è la responsabilità per il gesto che ha compiuto, che lei stesso riconosce senza cercare giustificazioni; dall’altra c’è il modo in cui oggi si sta definendo (“ho rovinato tutto”, “sono un verme”), che rischia di trasformare un errore, anche significativo, in una condanna totale verso se stesso.
    Il fatto che lei abbia scelto di dire la verità, pur sapendo che avrebbe potuto perdere la relazione, è un elemento importante e parla anche dei suoi valori, non solo dell’errore.
    Rispetto alla sua ex compagna, il dolore e la rabbia che sta esprimendo sono comprensibili: la fiducia, quando viene meno, può generare reazioni molto intense. Allo stesso tempo, il suo stato attuale non dipende solo da quel singolo episodio, ma da un insieme di fattori della relazione e della situazione che stavate vivendo.
    Per quanto riguarda il contatto: il fatto che lei abbia paura di scriverle e, allo stesso tempo, il desiderio di farlo, indica quanto sia ancora coinvolto. In questi casi può essere importante chiedersi se il contatto servirebbe più a lei o a lei (ad esempio per alleviare il suo senso di colpa). Se l’altra persona ha espresso chiaramente il bisogno di distanza, rispettarlo può essere una forma di cura, anche se dolorosa.
    Il lavoro più importante, in questo momento, sembra riguardare il modo in cui sta affrontando ciò che è accaduto: riconoscere l’errore senza ridurre tutta la sua identità a questo, comprendere cosa l’ha portata a quel gesto e cosa può imparare da questa esperienza.
    Un percorso psicologico può aiutarla proprio a elaborare il senso di colpa e a trasformarlo in qualcosa di più utile, invece che in una forma di auto-condanna che blocca.
    A volte non è l’errore in sé a impedire di andare avanti, ma il modo in cui continuiamo a definirci a partire da esso.
    Un saluto


    Ho 18 anni, sono completamente perso, a livello lavorativo, relazionare, familiare, insomma diciamo tutto.
    Però è da un po’ di tempo che ho un peso dentro che non so come risolvere e cioè che non so cosa fare della mia vita, so che se trovassi la mia passione farei di tutto per eccellere però purtroppo tutto mi annoia, mi sembra brutto, inutile, limitante, privo di possibilità di crescita.
    Cerco questa scintilla per dare un senso alla mia vita, per trasformarla in una attività, che è una cosa che sogno da parecchio tempo, ma comunque niente da fare.
    Ora sono in una fase molto brutta anche con il mio attuale lavoro, c’è un bruttissimo rapporto tra me, i colleghi e il capo. Non so veramente cosa fare, sembra un periodo infinito e dove non ho scelta, anche per le strette opportunità che ho date dal fatto che non ho conseguito il diploma ma bensì ho una qualifica professionale.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    quello che descrive è una sensazione molto comune alla sua età, anche se quando la si vive sembra qualcosa di definitivo e senza uscita.
    L’idea di dover trovare una “passione” che dia subito senso alla vita può diventare un peso. Spesso si immagina che esista qualcosa che, una volta trovato, chiarisca tutto. Nella realtà, per molte persone non funziona così: la direzione si costruisce nel tempo, attraverso esperienze concrete, tentativi ed errori.
    Il fatto che oggi molte cose le sembrino inutili o senza possibilità può essere legato anche al momento che sta attraversando e al contesto in cui si trova, soprattutto se il lavoro attuale è vissuto in modo negativo.
    Più che aspettare di “sentire qualcosa” per muoversi, può essere utile fare il contrario: iniziare a fare esperienze, anche senza particolare entusiasmo iniziale, e vedere cosa succede nel tempo.
    Non è detto che la motivazione venga prima dell’azione: spesso arriva dopo.
    Non avere una direzione chiara a 18 anni non significa essere indietro, ma essere nel mezzo di una fase in cui si stanno costruendo le basi.
    Se questa sensazione di blocco diventa molto pesante, un confronto psicologico può aiutarla a fare ordine e a rimettere in movimento le cose.
    A volte non è che manca una strada, ma che si sta cercando nel punto sbagliato: aspettando di sentirla, invece di iniziare a costruirla.
    Un saluto


    Sono una ragazza di 28 anni e sto attraversando un periodo difficile. Di recente ho chiuso una frequentazione, ormai circa due mesi fa, anche se l’ultimo contatto è avvenuto circa un mese fa e sto ancora molto male, ho paura di non riuscire a superarla.
    La frequentazione è durata circa 3 mesi e mezzo, anche se gli ultimi due mesi è stata una frequentazione a distanza, per dei miei motivi personali.
    Il motivo del mio malessere deriva dal fatto che a me lui piaceva molto e mi ero molto affezionata. Lui via messaggio era sempre presente, ci sentivamo ogni giorno e mi ascoltava anche quando parlavo di momenti stressanti. Di presenza siamo usciti circa dieci volte, durante il mese di frequentazione di presenza. A me sembrava davvero un bel rapporto, ci sentivamo ogni giorno e lui mi dava attenzioni, dimostrava molto interesse nel conoscermi.
    Il fatto è che mentre io avevo chiarito che volevo che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione, lui probabilmente non ha mai voluto una relazione, ma solo una frequentazione così, senza nessun impegno. Mi fa rabbia il fatto che parlandone lui mi aveva detto che anche lui voleva che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione.
    Alla fine è stato lui ad allontanarsi, proprio quando dopo due mesi era arrivato il momento di rivedersi. Ha accampato scuse, dicendo che aveva bisogno di più tempo per capire, di non essere affidabile emotivamente, di non riuscire a lasciarsi andare (non gli piaceva sbilanciarsi) ma non prendendo mai realmente le distanze, dicendo di non volersi allontanare, ma di volerla vivere con leggerezza, senza farsi troppi problemi al momento. Ha preso come scusa anche il fatto di essersi lasciato non molto tempo fa. Quindi alla fine l’ho chiusa io, perché non volevo starci di nuovo male e avevo paura che lui effettivamente non stesse prendendo le cose seriamente.
    Lui ha provato a ricontattarmi via messaggio, ma io sono stata molto fredda.
    Il problema è che tutt’ora non riesco a superarla. Non riesco a superarla perché mi sembrava che potesse nascerne davvero un bel rapporto. Non capisco se il problema fosse il fatto che non gli piacevo abbastanza, anche se tra noi c’era molta chimica, o se effettivamente lui aveva bisogno di più tempo per via della precedente relazione. O se effettivamente non volesse impegnarsi.
    Ho paura di non incontrare mai nessuno che mi ami, perché lui è stata la mia prima “relazione” e nonostante io non mi consideri brutta credo di non piacere in fondo a nessuno, perché non ricevo molta considerazione maschile, o comunque non da qualcuno che mi interessi. Sono sempre stata un po’ introversa, ma non credo sia questo il problema. Non so come superare questa fase. Vorrei conoscere nuove persone ma ho paura di rimanere di nuovo delusa.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Omar Vittorio Pasciuti Sindel

    Buongiorno,
    quello che descrive è un vissuto molto intenso e comprensibile: quando una frequentazione, anche relativamente breve, è stata carica di presenza, ascolto e coinvolgimento emotivo, può lasciare un segno profondo, soprattutto se si interrompe in modo poco chiaro.
    Il fatto che lei faccia fatica a “superarla” non dipende solo dalla durata della relazione, ma da ciò che quella relazione rappresentava: la possibilità che potesse diventare qualcosa di significativo.
    Un aspetto importante nel suo racconto è la differenza tra ciò che lei cercava (una relazione) e ciò che lui, nei fatti, ha mostrato di poter offrire. Anche se a parole sembrava allineato, i suoi comportamenti (il tirarsi indietro, il non sbilanciarsi, il mantenere una certa ambiguità) indicano una difficoltà a impegnarsi in modo chiaro.
    Questo può generare molta confusione, perché lascia aperta la domanda: “non gli piacevo abbastanza o non era pronto?”. In realtà, spesso queste situazioni non si spiegano in termini di valore personale, ma di disponibilità emotiva dell’altra persona.
    Il rischio, però, è che questa esperienza venga letta come una conferma di qualcosa su di sé (“non piaccio abbastanza”, “non troverò nessuno”), quando in realtà parla più del tipo di incontro che è avvenuto.
    Il fatto che sia stata lei a chiudere, nonostante il coinvolgimento, è un elemento importante: indica la capacità di riconoscere un limite e di proteggersi, anche se questo oggi fa male.
    La difficoltà a lasciar andare può essere legata anche al fatto che la relazione è rimasta “in sospeso”, più sul piano del potenziale che della realtà. Questo spesso rende più difficile elaborarla.
    Più che cercare una risposta definitiva su di lui, può essere utile riportare l’attenzione su di sé: su ciò che cerca in una relazione e su come riconoscere, nel tempo, segnali di maggiore chiarezza e reciprocità.
    La paura di rimanere delusa è comprensibile, ma non è detto che questa esperienza definisca ciò che accadrà nelle prossime.
    Un percorso psicologico può aiutarla proprio a elaborare questo legame e a lavorare sul modo in cui queste esperienze vengono integrate, così da non trasformarle in giudizi su di sé.
    A volte non è la persona in sé a essere difficile da lasciare andare, ma l’idea di ciò che avrebbe potuto essere.
    Un saluto


Domande più frequenti

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