Domande del paziente (29)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Buongiorno,
    capisco la sua confusione, perché i segnali che riceve sono contrastanti. Però c’è un punto molto chiaro: la collega le ha detto che per lei è un amico e le ha chiesto di non farle più regali... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gentilissimo Francesco,
    hai fatto un cambiamento enorme andando a Lisbona. Sei passato da una fase di chiusura e depressione a una vita autonoma, con lavoro, lingue nuove, amici. Questo dice che dentro... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.mo Paziente,
    capisco bene la situazione che descrive: quando l’acufene è così intenso da non essere coperto neanche dalla musica, l’impatto sulla qualità della vita può diventare davvero importante.... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gentilissimo Paziente,

    capisco quanto sia pesante vivere in questo modo, e da quello che descrive emerge qualcosa di molto più profondo di una semplice insicurezza fisica. La sofferenza che sta provando... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gentilissima Paziente,
    quello che descrive è molto più comune di quanto possa sembrare, e soprattutto è comprensibile. Non sta “impazzendo” né è necessariamente “ossessionata”: si trova dentro un legame... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gentilissimo Paziente,
    quello che sta vivendo è purtroppo molto comune quando si riducono le benzodiazepine come EN o, in passato, Minias. Non è un segnale che “non ce la fa”, ma una conseguenza fisiologica... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gentilissima Paziente,
    capisco quanto si senta in difficoltà, ma le dico subito una cosa importante: da quello che descrive non ha tradito il suo ragazzo. Ha vissuto un momento di vicinanza e di bisogno... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Buonasera,
    quello che descrive non è “pigrizia” né mancanza di volontà: è una storia di ansia, ferite precoci e sfiducia in sé che, nel tempo, hanno portato a evitare, rimandare e sentirsi indietro. È... Altro


    Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
    All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
    Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
    Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.

    Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
    Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
    Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
    Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
    Ne parlammo già io e il terapeuta.
    Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
    Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
    Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
    Grazie per le risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.mo Paziente,
    capisco il suo dubbio, e, in effetti, da come lo descrive il punto non sembra “fare tardi” in sé, ma capire che cosa rappresenti quel comportamento nel lavoro terapeutico. Se il suo corpo reagisce in modo così marcato alla mancanza di sonno — stanchezza intensa, difficoltà cognitive, irritabilità fisica, calo dell’energia e del benessere generale — è comprensibile che lei percepisca quel consiglio come qualcosa di controproducente.

    Probabilmente il terapeuta non sta pensando che andare a letto tardi sia salutare o necessario “in assoluto”. Sembra piuttosto che stia lavorando sul tema della rigidità e dell’adattamento: cioè sulla difficoltà a tollerare il fatto che alcune situazioni sociali non seguano i suoi ritmi ideali. Dal suo punto di vista, restare un po’ di più con gli altri potrebbe rappresentare un piccolo allenamento a non interrompere subito l’esperienza quando compare disagio, stanchezza o bisogno di controllo.

    Detto questo, c’è una differenza importante tra una rigidità che limita inutilmente la vita e un limite fisiologico reale. Non tutte le abitudini sono patologiche. Ci sono persone perfettamente equilibrate che amano coricarsi presto, hanno bisogno di molte ore di sonno o funzionano male se alterano i propri ritmi. La scienza del sonno conferma che esistono differenze individuali molto forti nella tolleranza alla deprivazione di sonno.

    Per questo credo che il nodo vero non sia “deve imparare a fare le ore piccole”, ma capire insieme al terapeuta dove finisca la legittima cura dei suoi bisogni fisici e dove inizi invece una modalità rigida che la porta a evitare esperienze, spontaneità o contatto sociale. Sono due cose diverse, e lei ha diritto a chiedere che vengano distinte meglio.

    Mi colpisce anche un’altra cosa: nel suo racconto sembra esserci una tendenza a osservare ogni conseguenza fisica e psicologica in modo molto dettagliato e allarmato. Non lo dico per sminuire ciò che prova, ma perché a volte un’attenzione molto intensa alle sensazioni corporee può amplificare il vissuto di malessere e rendere più difficile capire quanto il problema dipenda dal sonno in sé e quanto dall’ansia, dall’anticipazione o dalla tensione verso il “dover stare bene”.

    Dopo quindici anni di terapia, comunque, credo sia legittimo che lei senta il bisogno di capire con maggiore chiarezza dove state andando e perché vengono proposte certe indicazioni. Potrebbe essere utile parlarne in modo molto diretto, non per contestare il terapeuta, ma per chiedergli quale cambiamento concreto si aspetta da questi esperimenti e come distinguere un esercizio terapeutico da qualcosa che per lei diventa realmente destabilizzante.
    In bocca al lupo,
    dott.ssa Federica Ripamonti


    Io stasera avverto formicolio al braccio sinistro, tremore in tutto il corpo....ho preso levopraid e una camomilla con melatonina, una prima di andare a letto e una camomilla con melatonina dopo perché nn riuscivo a prendere sonno. Da cosa potrebbe dipendere, ansia? Grazi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.mo Paziente,
    quello che descrive può effettivamente essere legato all’ansia: tremori, formicolii e difficoltà a prendere sonno sono manifestazioni abbastanza comuni quando il corpo è in uno stato di attivazione. Anche il fatto di essersi concentrato sul sintomo può amplificarlo.
    Allo stesso tempo, è giusto non attribuire tutto automaticamente all’ansia. Il formicolio al braccio sinistro, nella maggior parte dei casi è qualcosa di benigno (tensione muscolare, postura, iperventilazione), però se è un sintomo nuovo, insolito per lei o associato ad altri segnali come dolore al petto, senso di oppressione, nausea o difficoltà a respirare, è prudente farsi valutare.
    La camomilla con melatonina è generalmente sicura, ma prenderne più volte nella stessa sera non necessariamente aiuta e, se è già in uno stato ansioso, può contribuire a una sensazione di “stranezza” fisica.
    Gent.mo Paziente, in sintesi, l’ansia è una spiegazione plausibile, ma se i sintomi sono ancora presenti o le causano preoccupazione è meglio non ignorarli e fare un controllo, anche solo per tranquillizzarsi. Se invece tende a riconoscere episodi simili, allora può essere utile lavorare più a fondo sulla gestione dell’ansia con uno specialista.
    In bocca al lupo!
    dott.ssa Federica Ripamonti


    Buongiorno Dottori, racconto brevemente la mia ultima esperienza con una persona conosciuta da poco. Ci incontriamo, ci piacciamo, decidiamo che la nostra relazione debba essere solo di natura fisica. Ci vediamo, proviamo ad avere un rapporto ma durante quest'ultimo mi rendo conto di avere molto dolore ( è un qualcosa che mi capita quando mi sento tesa ma poi si risolve) per cui gli chiedo di fermarsi. Lui lo fa ma la reazione che ne segue è del tutto inaspettata: Si innervosisce, si arrabbia, mi dice che l'ho messo in una situazione di disagio e imbarazzo che non sa come gestire perchè essendo il nostro rapporto di natura sessuale,non avrebbe saputo cosa fare con una donna in casa tutta la serata ( cito testualmente). Inoltre mi dice che sono stata egoista e scorretta a non dichiarare prima di avere talvolta dei dolori nei rapporti, perche sapendolo, lui avrebbe potuto decidere se fosse il caso di vedersi o meno.. Decisamente agghiacciata, chiamo un taxi per andar via e nel mentre lui stava gia organizzando il resto della serata con un amico..mi chiede quando ci vuole perche il taxi arrivi, gli dico una decina di minuti.. mi chiede di dargli il telefono cosi che lui potesse controllare in quanto sarebbe arrivato. Ovviamente glielo nego e lui mi dice " me lo neghi perche secondo me non hai mai chiamato il taxi"... Vado via.. non mi sono mai sentita cosi umiliata, in imbarazzo e in preda alla vergogna in tutta la mia vita. Cosa può spingere una persona a comportarsi in questo modo? Grazie per i vostri pareri.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.ma Paziente,
    quello che ha vissuto è stato chiaramente un episodio di mancanza di rispetto! Il punto centrale non è il dolore durante il rapporto — che è già di per sé un segnale da ascoltare con calma e senza colpa — ma la reazione dell’altra persona.
    Quando lei ha chiesto di fermarsi, ha fatto una cosa normale e legittima: ha ascoltato il suo corpo e ha messo un limite. In una situazione sana, l’altra persona può restare dispiaciuta o frustrata, ma dovrebbe rispettarlo senza trasformarlo in un’accusa.
    Qui invece lui ha reagito con rabbia, colpevolizzazione e sfiducia (“sei egoista”, “non hai chiamato il taxi”, richiesta del telefono). Questo non parla di lei, ma di un suo modo di gestire il rifiuto e la frustrazione: sembra una persona che fatica a tollerare un “no” e che scarica sull’altro la propria tensione.
    Il fatto che fosse un rapporto “solo fisico” non toglie nulla al rispetto reciproco. Anche in incontri occasionali, il consenso e il rispetto dei limiti restano fondamentali. Il dolore che lei ha avuto è una ragione sufficiente per fermarsi, sempre.
    È comprensibile che lei si sia sentita umiliata: non perché abbia fatto qualcosa di sbagliato, ma perché ha ricevuto una risposta svalutante in un momento di vulnerabilità.
    In sintesi: non è un comportamento che dipende da lei o dal suo modo di porsi, ma da come lui ha gestito una situazione che non controllava. E questo, più che spiegarsi, è un segnale importante su che tipo di persona mediocre si ha davanti.
    Le consiglierei vivamente di non rivedere mai più quest'uomo!
    dott.ssa Federica Ripamonti


    Salve ho iniziato da poco una terapia di tipo schema therapy con l'obiettivo di uscire dai miei schemi psicologici radicali dopo aver affrontato CCT, soffro di umore tendente al basso con stati depressivi ed ansia generalizzata, difficolta a socializzare,autostima bassa, mancanza di motivazione, procrastinazione, ecc. Vorrei però provare ad iniziare un percorso
    parallelo di trattamento di adhd con un altro/a terapeuta, perchè la mancanza di motivazione mi sta creando gravi ripercussioni. La mia attuale terapeuta non si occupa di adhd. Ma non so neanche, se i miei gravi problemi motivazionali siano legati al disturbo adhd o come conseguenza di anni ed anni di montagne russe di stati emotivi. Ho effettuato già in passato un test adhd, ma non ho potuto avere la conferma di disturbo, perché né io né i miei parenti hanno ricordi precisi sulla mia prima infanzia, perciò il test(ufficiale) è risultato poter corrispondere alla diagnosi di adhd senza però conferma definitiva. Non mi interessa nenache avere conferma, ma curare il sintomo, vorrei che qualcuno mi aiutasse a migliorare la motivazione e intraprendere un percorso di costanza. È possibile che il disturbo motivazionale sia solo conseguenza di stati depressivi e quindi riuscirei ad uscirne anche solo con la schema therapy oppure avrei bisogno di un trattamento specifico? E se si, al trattamento di adhd specifico, potrei fare due psicoterapie contemporaneamente e che tipo di psicoterapia per adhd? Grazie per la vostra risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.mo Paziente,
    capisco il dubbio: distinguere tra una possibile ADHD e gli effetti di ansia e umore depresso non è semplice, perché i sintomi si sovrappongono molto. Difficoltà di motivazione, procrastinazione e scarsa costanza possono derivare sia da un ADHD sia da quadri come Disturbo depressivo maggiore o Disturbo d'ansia generalizzato. Quindi sì, è possibile che lavorando bene sugli schemi emotivi con la schema therapy una parte di questi problemi migliori.
    Detto questo, se la componente attentiva e di avvio delle attività è forte e persistente, ha senso affiancare una valutazione o un trattamento mirato. Più che fare “due terapie separate” in parallelo (che a volte rischia di creare confusione o sovrapposizioni), spesso è più utile integrare: cioè continuare il percorso attuale e aggiungere un professionista esperto in ADHD che lavori in modo coordinato, oppure introdurre elementi specifici per l’ADHD all’interno del percorso.
    Per l’ADHD adulto, gli approcci più utili sono quelli molto pratici e orientati al comportamento (per esempio interventi di tipo cognitivo-comportamentale adattati all’ADHD), focalizzati su organizzazione, gestione del tempo, avvio dei compiti e regolazione della motivazione. Non tanto sull’analisi profonda, quanto su strategie concrete applicabili subito.
    In sintesi: il suo problema motivazionale potrebbe avere più cause insieme. La schema therapy può aiutarla sul piano emotivo profondo, ma se sente che il blocco operativo resta, ha senso aggiungere un lavoro più specifico e pratico su attenzione e abitudini, possibilmente coordinato tra i professionisti.
    In bocca al lupo!
    dott.ssa Federica Ripamonti


    Salve, sono un ragazzo di 27 anni che circa un anno fa gli hanno diagnosticato "una possibile ADHD prevalentemente sulla sfera attentiva". Il centro è nella lista consigliati dall'AIFA quindi sono piuttosto certo che sia un buon centro. Il fatto è che la mia storia clinica è molto complessa e quindi credo che non se la sono sentiti di sbilanciarsi troppo. Ho rifiutato la terapia medica perchè per la mia situazione clinica complessa gli effetti collaterali del farmaco potrebbero portare a problemi grossi. Il mio grosso problema da anni è che non riesco ad essere costante nello studio per l'università. A Settembre 2025 ho rinunciato agli studi ma ho intenzione di riprenderli. Negli anni ho provato tantissimi approcci psicoterapeutici diversi come cognitivo comportamentale, strategica integrata, breve strategica, post razionalista, cognitivo costruttivista, breve focale integrata senza grossi risultati per il problema citato in precedenza. Sono una persona molto consapevole di come funziono grazie anche a tutte le terapie provate negli anni ma gli insight non sono bastati per portare un vero e proprio cambiamento in me. Il problema credo che sia stratificato su più livelli:
    1) ADHD
    2) l'attrito dell'iniziare l'attività dello studiare è veramente grosso
    3) se nella cosa che sto studiando non ci trovo una utilità subito il mio cervello inizia a fumare
    4) Spesso provo tanta frustrazione mentre studio e per non provare più questa sensazione smetto di studiare
    5) ho sviluppato negli anni meccanismi di difesa molto raffinati
    6) Essere costante nello studio e cioè studiare con una certa continuità è molto difficile per me

    Ho bisogno del vostro aiuto per capire quale possa essere il miglior percorso per me per risolvere questo problema che sento perchè sono molto in difficoltà.

    grazie

    G.T.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.mo Paziente,
    capisco bene la sua situazione: ha già fatto molto lavoro su di sé e ha una buona consapevolezza, ma il nodo resta nel passare all’azione in modo costante. Con una possibile ADHD è frequente: il problema non è la volontà, ma l’avvio e la continuità.
    Per questo è importante non aspettare motivazione o interesse. Conviene abbassare molto la soglia di ingresso: invece di “mettersi a studiare”, iniziare con pochi minuti o una sola pagina. Questo aiuta ad aggirare quell’attrito iniziale così forte. Una volta partito, spesso il compito diventa più sostenibile.
    La frustrazione che prova durante lo studio non va evitata del tutto, ma gestita in modo graduale: anziché interrompere, può ridurre il carico e rimanere ancora un po’ sull’attività. È così che si costruisce la continuità. Quando invece manca l’interesse, può essere utile rendere lo studio più attivo o trovare collegamenti pratici, anche se inizialmente forzati.
    Rispetto ai percorsi fatti, potrebbe esserci spazio per un approccio più specifico per l’ADHD in età adulta, orientato meno alla riflessione e più a strategie concrete. Anche i farmaci, pur con la dovuta cautela per la sua storia clinica, non andrebbero esclusi a priori ma eventualmente rivalutati con uno specialista.
    In sintesi, più che cercare nuove spiegazioni, per lei può fare la differenza costruire un metodo che funzioni concretamente nel quotidiano, adattato al suo modo di funzionare.
    In bocca al lupo!
    Dott.ssa Federica Ripamonti


    Buongiorno sono in una relazione da oltre 20 anni tra fidanzamento, convivenza e matrimonio con la nascita di un figlio ormai grande...la nostra storia è come quella di tanti, alti e bassi, caratterizzata ad intermittenza da assenze più o meno lunghe (fino a oltre 4 anni) di intimità e quasi totale assenza di dialogo, ma andiamo avanti...
    Tempo addietro scopro dalle sue ricerche Google che ha guardato molto materiale su come riconoscere l'interesse di una donna, cose da dire ad una donna, segnali per capire se piaci ad una donna...ci sono state ricerche per regali da fare ad una collega di lavoro, ci sono state molte ricerche su alberghi e motel nella città vicino alla nostra, quello che mi ha scioccato sono molte informazioni prese su vari tipi di preservativi che noi non usiamo da almeno un decennio...(Alla mia richiesta di chiarimento mi è stato detto fossero per un collega, il regalo e l' albergo mentre sulle altre ricerche dice che c' è stato un momento in cui pensava che una collega stesse flirtando con lui e voleva capire e poi si sono chiariti) Ora io ovviamente non gli credo, anche soprattutto dopo aver trovato una chat nascosta da impronta digitale, chat che mi ha fatto leggere e fino a quel punto assolutamente innocua a meno che non siano stati cancellati dei messaggi...ma se innocua perché nascondere?????
    Pochi giorni dopo aver effettuato le ricerche per gli alberghi e motel mi dice che probabilmente faranno una cena tra colleghi proprio in quella città...
    Non sono più riuscita a trattenermi e ho detto che sapevo di tutte le sue ricerche e ha liquidato tutto appunto come ho spiegato poco sopra, che alcune erano ricerche per un collega e altre per potersi chiarire con questa donna presumibilmente interessata a lui ... ripeto io non riesco a credergli, non mi ha tradita e di questo sono certa, se non cose di poco conto, ma quello che mi fa male è pensare che stesse pianificando di poterlo fare, che l' interesse non fosse di una donna verso di lui ma di lui verso questa donna che poi alla fine deve avergli dato il benservito...oppure tutto non è andato avanti perché io ho scoperto....ora io vorrei superare questa cosa, mi sento una pazza a volte per dare così tanto peso a qualcosa che poi in fine non è successo ma più ci penso più lo sento comunque un tradimento...in cosa sbaglio? Riuscirò mai a superare? Ci sono molti altri dettagli meno importanti in questa storia che però sommati al tutto mi fanno sentire ancora più male, lui mi fa sentire spesso sbagliata, sottolineando talvolta dei miei comportamenti io non so che fare, non vorrei buttare alle ortiche una storia che comunque fa parte di me da più di metà della mia vita, ma con questo logorio sento di non poter andare avanti per molto, ho bisogno di superare questa cosa, sarà possibile con una persona che non comunica ed evita l'argomento?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.mo Paziente,
    quello che prova è comprensibile. Non è tanto “quello che è successo o non è successo”, ma il fatto che lei abbia trovato indizi concreti, abbia chiesto spiegazioni e si sia sentita rispondere in modo poco convincente e poco trasparente. È lì che nasce il senso di tradimento: nella rottura della fiducia, non solo nell’eventuale atto.

    Il punto però è anche un altro, e va detto con chiarezza: una relazione con anni di scarsa intimità e poco dialogo è già fragile di suo. In quel contesto è più facile che uno dei due cerchi altrove attenzione o conferme, anche solo a livello di fantasia o curiosità. Questo non giustifica eventuali comportamenti ambigui, ma aiuta a capire che il problema non nasce da un episodio isolato, bensì da un equilibrio di coppia che da tempo non funziona davvero.

    Lei non sta “esagerando”: il dubbio che lui potesse essere interessato a un’altra persona o anche solo che non sia stato sincero è qualcosa che, se non chiarito, continua a logorare. E infatti il nodo vero che emerge dalle sue parole è proprio questo: lui evita, minimizza, non entra nel confronto. Senza comunicazione, superare una ferita del genere diventa molto difficile.

    La domanda quindi non è solo “riuscirò a superarla?”, ma anche: questa relazione, così com’è oggi, le permette di stare bene? Perché per andare avanti servono due cose: disponibilità reciproca a parlare davvero e volontà di ricostruire fiducia. Se una di queste manca, lei rischia di restare in un continuo stato di dubbio e sofferenza.

    Non deve decidere tutto subito né “buttare via” la sua storia, ma può iniziare a spostare il focus: meno sul cercare prove o risposte definitive su quello che è successo, e più su capire se oggi c’è spazio per un cambiamento reale. In molti casi, un percorso di terapia di coppia può aiutare proprio quando il dialogo è bloccato.

    Superare è possibile, ma non da sola: serve che anche lui si metta in gioco in modo chiaro e onesto. Se questo non accade, il rischio è che il peso che sente adesso continui nel tempo.

    In bocca al lupo!
    dott.ssa Federica Ripamonti


    salve a tutti gentili psicologi ..
    domani ho un esame all università di storia medievale ma non riesco a ripetere oggi e mi sento molto bloccata ... il blocco mi paralizza. Come posso superare queste situazioni? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.ma Paziente,
    quello che descrive è un blocco molto comune prima degli esami: non è mancanza di preparazione, ma una risposta d’ansia che “spegne” l’accesso alle informazioni. Più cerca di forzarsi a ripetere bene, più il blocco aumenta.
    In questo momento non le serve studiare “perfettamente”, ma sbloccare il meccanismo. Provi così: non si metta a ripetere tutto il programma, scelga un argomento piccolo e si dia il permesso di farlo male, anche solo leggendo e dicendo ad alta voce qualche concetto confuso. L’obiettivo non è essere fluida, ma ripartire. Spesso, una volta iniziato, la mente si riattiva.
    Se sente proprio la paralisi, può aiutare anche lavorare sul corpo: respirare lentamente, fare due passi, cambiare stanza. Serve a ridurre l’attivazione che sta “bloccando” la memoria.
    Un altro passaggio utile è cambiare aspettativa: oggi non deve dimostrare nulla, deve solo riattivare il contatto con il materiale. Anche mezz’ora fatta così vale molto più di ore passate a fissare i libri sentendosi bloccata.
    Ricordi che questa sensazione è fastidiosa ma temporanea, e non dice nulla sul suo valore né su come andrà l’esame.
    In bocca al lupo!
    Dott.ssa Federica Ripamonti


    Salve dottori,ero in una relazione con una ragazza per 4 mesi,dopo di che lei ha deciso di pinto in bianco di lasciarmi senza motivo e senza dirmelo,la incontro per strada il pomeriggio stesso e lei vedendomi cambia strada perché io volevo delucidazioni in merito,lei mi dice che non ho fatto niente di male ma non si trova più bene con me e mi ribadisce di non volere stare più con me.Da allora è iniziato il mio periodo nero ,piangevo di continuo mi mancava il respiro non riuscivo più a dormire oppure se riuscivo mi alzavo molto presto,allora ho fatto una visita psichiatrica e ho preso antidepressivi e antipsicotico e sono stato molto meglio,ora li ho sospesi perché ce la volevo fare da solo senza essere dipendente da quei farmaci ,ma ecco che dopo 6 mesi che non la vedevo la incontro nuovamente per strada e mi rifiuta ancora e ora io sto peggio,mi sento schiacciato non riesco a vivere la mia vita a pieno e la penso sempre e sto male perché non so come faccia a ignorare che io sto male dopo tanto amore che le ho dato perché fa così,sto pensando di riprendere i farmaci o fare di nuovo psicoterapia non so più che fare ditemi voi... inoltre il periodo che ci siamo lasciati quando la incontrarvo per strada inisitevo sempre nel tornare insieme e chiedere spiegazioni tanto che lei dava su tutte le furie e mi urlava tra i passanti di cui alcune persone si sono anche fermate in aiuto pensando chissà cosa volessi farle,io non capisco questo suo atteggiamento di rifiuto e mai lo capirò e fin quando non chiarisco con lei io starò sempre male e con 1000 dubbi,cosa posso fare farmaci e psicoterapia o deve passare da solo?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.mo Paziente,
    capisco quanto ti stia pesando, ma c’è un punto da chiarire: non è detto che tu otterrai mai una spiegazione che ti faccia stare meglio. E continuare a cercarla o insistere ti tiene agganciato a lei e ti fa stare peggio.
    Il suo comportamento, per quanto difficile da accettare, è chiaro: ha chiuso e vuole distanza. Non significa che tu non abbia dato valore alla relazione, ma che per lei è finita.
    Per come descrivi i sintomi, non è qualcosa che conviene affrontare “da solo”. Il fatto che tu sia migliorato con terapia e farmaci è un segnale importante: quella strada funzionava. Riprendere un percorso con uno specialista (e valutare i farmaci con lui, non da solo) è probabilmente la scelta più utile adesso.
    Il lavoro vero, però, è imparare a lasciar andare senza avere tutte le risposte. È difficile, ma è lì che inizi a stare meglio davvero.
    In bocca la lupo!
    dott.ssa Federica Ripamonti


    Buonasera dottore, le scrivo perché vorrei parlarle di una situazione che mi sta creando molta ansia. Da mesi sto cercando di convincere mia madre a farmi studiare scienze umane, ma lei è contraria perché ritiene il percorso troppo difficile per me e che non sarei in grado di affrontarlo. Questa situazione mi sta pesando molto, soprattutto perché ora sono iscritta a un indirizzo che non mi interessa minimamente e nemmeno la classe mi piace. Mi sento bloccata e non so come andare avanti. Nonostante la mia psicologa ne ha parlato già con mia madre, ma lei non vuole sentire ragioni. Ho paura per il mio futuro, di non trovare lavoro e di rimanere senza soldi. Il mio sogno è diventare psicologa e acculturarmi, e questa situazione mi deprime tantissimo. Sono sicura che verrò bocciata, e mia madre continua a ripetermi che mi boccerebbero anche a scienze umane. Inoltre, quando sono triste ho pensieri negativi come: pensieri di suicidio o farmi del male.
    Come posso affrontare questa situazione? Quali alternative ho per il mio futuro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.ma Paziente,
    quello che sta vivendo è molto pesante, soprattutto perché si trova in un’età in cui sentirsi capita e sostenuta nelle proprie scelte è fondamentale. Dal suo messaggio emerge chiaramente quanto questo desiderio sia importante per lei: non sembra un capriccio momentaneo, ma qualcosa che sente profondamente legato a ciò che vorrebbe diventare.

    Prima di tutto, però, vorrei soffermarmi su una cosa importante: quando dice di avere pensieri di suicidio o di farsi del male, non dovrebbe affrontarli da sola. È molto positivo che lei abbia già una psicologa: le parli apertamente di questi pensieri, senza minimizzarli, soprattutto se stanno diventando frequenti o intensi. Anche un adulto di fiducia — un familiare, un insegnante, uno psicologo scolastico — può aiutarla a non restare chiusa dentro questa sofferenza.

    Per quanto riguarda sua madre, è possibile che il suo atteggiamento nasca più dalla paura che dalla sfiducia. Alcuni genitori, quando temono che un figlio possa soffrire o fallire, cercano di proteggerlo scegliendo al posto suo. Il problema è che, se una persona studia qualcosa che sente completamente estraneo, rischia di spegnersi emotivamente e perdere motivazione, proprio come sta accadendo a lei.

    Detto questo, il suo futuro non dipende esclusivamente dalla scuola che frequenta oggi. Anche se non riuscisse a cambiare indirizzo subito, esistono comunque strade per arrivare a studiare psicologia più avanti. Molte persone arrivano all’università partendo da percorsi scolastici diversi. Certo, sarebbe meglio sentirsi nel posto giusto già ora, ma non pensi che una decisione presa oggi determini definitivamente tutta la sua vita.

    Le suggerirei di provare, insieme alla sua psicologa, a spostare il dialogo con sua madre da “non ce la faccio/non ce la fai” a qualcosa di più concreto: quali sono le sue difficoltà reali? Quali materie la preoccupano? Quale supporto potrebbe aiutarla? A volte i conflitti si irrigidiscono quando tutto viene vissuto come una lotta tra volontà opposte.

    E un’ultima cosa: il fatto che lei sogni di diventare psicologa e di “acculturarsi” dice qualcosa di molto bello su di lei. Significa che dentro questa sofferenza c’è ancora desiderio di crescere, capire e costruire qualcosa. Cerchi di non trasformare la paura di fallire nella convinzione di non valere. Sono due cose molto diverse.
    In bocca al lupo!
    dott.ssa Federica Ripamonti


    Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze. Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante. Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo. Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente. La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero. E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero. Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme. (scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte). Mi date un parere su questa situazione? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.ma Paziente,
    da quello che racconta, il dolore che sta vivendo sembra nascere soprattutto dalla perdita di un legame emotivo molto profondo, prima ancora che dalla fine di una storia “definita”. Lei non ha perso soltanto un uomo con cui c’era attrazione: ha perso una presenza quotidiana, un punto di riferimento mentale ed emotivo, qualcuno con cui condivideva spontaneità, intimità, complicità e senso di riconoscimento reciproco. È normale sentirsi spaesata.

    La cosa che colpisce nel suo racconto è che il vostro rapporto aveva molte caratteristiche di una relazione vera, anche se formalmente non lo era: continuità, centralità reciproca, supporto emotivo, desiderio, progettualità implicita. Per questo probabilmente la chiusura le appare così brusca e difficile da elaborare. Quando un legame occupa così tanto spazio nella vita quotidiana, il vuoto non dipende dalle “etichette”, ma dall’attaccamento reale che si è creato.

    Lui, però, sembra essersi fermato davanti a un conflitto interno che non è riuscito o non ha voluto attraversare fino in fondo. Le sue motivazioni possono essere sincere tutte insieme: il senso di colpa verso la compagna, la paura del cambiamento, la differenza d’età, il timore di destabilizzare una vita costruita, e forse anche il fatto di non sentire un innamoramento tale da rompere definitivamente il suo equilibrio. Questo non rende falso ciò che c’è stato tra voi. A volte un sentimento è autentico ma non abbastanza forte, o non abbastanza libero, da tradursi in una scelta concreta.

    E mi sembra importante sottolineare una cosa: dal modo in cui ne parla, lei non appare affatto una persona impulsiva o ingenua. Anzi, sembra aver mantenuto una notevole lucidità emotiva dentro una situazione complessa. Non gli ha chiesto ultimatum, non ha preteso promesse impossibili, non ha trasformato il rapporto in una battaglia. Ha semplicemente vissuto qualcosa che le ha fatto sentire vicinanza, comprensione e vitalità.

    Probabilmente la parte più difficile ora è accettare che due cose possano coesistere: che il rapporto fosse vero e significativo, e che comunque lui abbia scelto di non costruirci sopra una vita. La mente spesso cerca una spiegazione unica — “allora non teneva davvero a me” oppure “ha sbagliato lui” — ma i legami umani sono più contraddittori di così.

    Forse, nel tempo, la domanda più utile non sarà “perché non ha scelto me?”, ma “che cosa ho scoperto di me attraverso questo rapporto?”. Perché dal suo racconto emerge una cosa molto importante: lei è capace di creare un’intimità profonda, di lasciarsi vedere davvero e di amare senza cinismo. E per una persona che in passato ha sofferto molto sul piano della fiducia e della vicinanza emotiva, questo non è poco.
    Un caro abbraccio,
    dott.ssa Federica Ripamonti


    Non so più cosa fare....
    Sono una donna di 30 anni e sono stanca....
    Voi penserete che mi stia riferendo ad un determinato periodo della mia vita, ebbene qui si parla di anni. Dall'età di 14 anni soffro d'ansia che si manifesta nel corpo con sudorazioni fredde, nausea, borborigmi, meteorismo, tremori e forte senso di vergogna. Nel corso del tempo ho fatto 4 anni di psicoterapia di tipo psicodinamico, 2 anni di psicoterapia sistemico-relazionale, 3 anni di psicoterapia della gestalt, 1 anno di psicoterapia cognitivo comportamentale. Ho provato la mindfullness, ho provato a scrivere un diario, ho provato infiniti psicofarmaci (si, di mia spontanea volontà mi sono rivolta ad uno psichiatra), ho provato a stare a contatto con le mie paure ma sono finita per ammalarmi ancora di più. Sono seguiti pensieri suicidi (da quando avevo 14 anni), nel 2025 ingerisco un bel po di pillole, volevo solo spegnere il cervello, al mio risveglio sento scosse in tutto il corpo e spasmi muscolari, lo riferisco a mia madre, la corsa in ospedale e il primo ricovero (in sicilia), il secondo a distanza di qualche mese (Milano). Infinite diagnosi ricevute ed io che ho sempre più voglia di sparire, mollare tutto e stare da sola.
    Il mio corpo e la mia mente si rifiutano di sopportare altro dolore, sono satura, avete presente quando si fa un trapianto e il corpo lo rigetta?
    Ecco, io credo di essere diventata intollerante e allergica ad ogni forma di dolore, la solitudine è il mio rifugio ma anche la mia condanna.
    Credevo che l'amore potesse curarmi ma mi sbagliavo, da mesi ho intrapreso una relazione con il ragazzo più buono di questo mondo ma ho commesso un grosso errore, per la prima volta mi sono lasciata andare all'amore e adesso ne pago le conseguenze......
    Non ho i soldi a sufficienza per permettermi un altro percorso di psicoterapia, ma devo assolutamente andare dallo psichiatra e aiutarmi con i farmaci, l'unica mia vera salvezza, lo so che è triste dirlo, ma solo così riconosco di poter andare avanti.
    Vi chiederete come mai tutti questi anni di psicoterapia non hanno sortito alcun effetto positivo su di me? Ho preso consapevolezza che io non voglio cambiare (mi è stato detto più volte in terapia), è questa trappola mentale che mi porta ad avere pensieri suicidi: Non vuoi cambiare, ti piace soffrire, tanto vale morire e cancellare tutto, porre fine a tutto questo schifo.

    La cosa che più di tutte mi fa male è che in 30 anni di vita non sono mai riuscita a fidarmi davvero di nessuno, e non lo dico tanto per ma è la verità.
    Non ce la faccio a ri-raccontarmi da capo, fa troppo male.....per questo non ce la faccio più ad andare avanti.
    Sono davvero stanca.....non ce la faccio....è tutto così pesante e difficile nella mia testa. Non me la sento di continuare ad andare avanti, io non riesco a reagire, ad essere costante, ad avere forza di volontà, quello in cui sono brava è riuscire ad annientarmi, a fare la vittima come tutti mi hanno sempre detto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gentilissima Paziente,
    mi colpisce davvero molto la fatica che sta descrivendo.
    Da quello che racconta, non sembra una persona che “non vuole cambiare”: sembra piuttosto una persona che da più di metà della sua vita sta lottando senza sosta, fino a sentirsi esaurita. Lei ha cercato aiuto in molti modi, ha affrontato terapie diverse, si è esposta alle sue paure, si è affidata a specialisti, ha provato farmaci, tecniche, percorsi. Una persona che non vuole vivere o non vuole stare meglio, di solito non combatte così a lungo.

    Quando si soffre da tanti anni, soprattutto con ansia intensa, vergogna, paura del giudizio e pensieri suicidi, può succedere che la mente trasformi la stanchezza in autocondanna: “mi piace soffrire”, “sono una vittima”, “non cambio perché non voglio”. Ma queste frasi spesso diventano il linguaggio della disperazione, non la verità sulla persona.

    E c’è un’altra cosa importante: il fatto che i farmaci siano stati per lei un aiuto non è triste, né un fallimento. Se una sofferenza ha anche una componente biologica e nervosa così forte, usare uno strumento farmacologico per ridurre il dolore mentale può essere necessario, esattamente come accade per tante altre condizioni mediche. Non invalida tutto il resto.

    Quello che invece mi preoccupa è quando dice che non se la sente di continuare ad andare avanti. Dopo un tentativo nel 2025 e con pensieri suicidi presenti da anni, non dovrebbe restare sola dentro questo peso. Anche se l’idea di ricominciare da capo con qualcuno le sembra insopportabile, in questo momento il punto non è “raccontarsi bene” o fare la paziente perfetta: il punto è mettere in sicurezza una parte di lei che è esausta.

    Le suggerirei di contattare quanto prima uno psichiatra o il centro di salute mentale della sua zona, anche pubblico, senza aspettare di stare “peggio abbastanza”. E soprattutto, non interpreti questa stanchezza come una prova del fatto che lei sia sbagliata. Un organismo sotto stress continuo per sedici anni non reagisce con lucidità e forza: reagisce cercando di sopravvivere.

    Mi sembra anche significativo che lei dica di non essersi mai fidata davvero di nessuno e che proprio ora, lasciandosi andare a un legame affettivo, il dolore sia aumentato. A volte l’amore non peggiora le persone: rende solo più visibili ferite che prima erano anestetizzate dalla distanza emotiva.

    In questo momento non ha bisogno di diventare forte, perfetta o “guarita”. Ha bisogno di alleggerire il carico un passo alla volta e di non affrontare tutto questo completamente da sola.
    Coraggio!
    dott.ssa Federica Ripamonti


    Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
    Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Federica Ripamonti

    Gent.mo Paziente,
    quello che descrive è molto umano. I sogni spesso non parlano soltanto della persona in sé, ma di ciò che quella persona rappresentava per noi: un periodo della vita, una possibilità non vissuta, un tipo di legame emotivo o persino una versione di noi stessi che oggi sentiamo lontana. Il fatto che nei sogni compaiano affetto, nostalgia e il desiderio di “averci provato” fa pensare più a un’elaborazione emotiva rimasta in sospeso che a un semplice ricordo casuale.

    La sensazione di vuoto al risveglio nasce perché il sogno riattiva emozioni intense e, tornando alla realtà, si ripresenta il senso di assenza. Non necessariamente l’assenza di quella persona concreta, ma di ciò che avrebbe voluto vivere, sentire o condividere in quel periodo della sua vita.

    Questo non significa automaticamente che debba ricontattarla o che abbia commesso un errore in passato. A volte la mente torna su certe figure perché rappresentano possibilità rimaste aperte dentro di noi, anche se nella realtà non c’è mai stata una vera relazione. Potrebbe esserle utile chiedersi non tanto “mi manca quella persona?”, quanto “che cosa provo nei sogni con lei che oggi sento mancare nella mia vita?”. Spesso è lì che si trova il significato più profondo di questi sogni!
    Un caro saluto,
    dott.ssa Federica Ripamonti


Domande più frequenti

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