Domande del paziente (28)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Da quello che scrivi si sente che il problema non è il fatto che tu non voglia bene alla tua compagna, ma che alcune cose del suo passato e alcuni suoi comportamenti oggi sembrano attivare in te insicurezza,... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Da quello che scrivi mi colpisce quanto tu sia costantemente attento a controllare te stesso, i tuoi pensieri, il tuo modo di guardare gli altri e perfino le tue espressioni. Mi viene da chiedermi quanto... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Dal tuo racconto si sente quanto tu sia stanca e quanto negli anni ti sia sentita spesso sola. Però dentro tutto questo io vedo anche una ragazza che, nonostante le difficoltà, è riuscita comunque ad andare... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Nel tuo racconto sembra emergere non solo la difficoltà di trovare spazio come padre, ma anche la sensazione di essere progressivamente escluso dalle dinamiche familiari e dal rapporto con tuo figlio.... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capire quello che è successo in una relazione così improvvisamente cambiata è un bisogno molto umano, soprattutto quando fino a poco prima ricevevi messaggi affettuosi e rassicuranti che andavano nella... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Credo che in questo momento il dolore più grande non sia solo la separazione, ma il fatto di sentirti amata a parole e lasciata sola nei fatti, proprio mentre stai vivendo una gravidanza.
È comprensibile...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Nel tuo racconto colpisce quanto tu abbia cercato di comprendere e sostenere questa ragazza, anche nei momenti in cui probabilmente stavi già iniziando a stare male tu.
Quando si vivono relazioni così...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Il fatto che questi pensieri ti provochino così tanta ansia e che tu senta il bisogno di fare continue verifiche per rassicurarti sembra diventato il vero centro della sofferenza che stai vivendo.
Quando...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Continuare a portarti dentro tutto questo da sola per così tanto tempo può diventare molto pesante.
Da quello che racconti emergono senso di colpa, paura e molta sofferenza, ma anche una situazione in...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Non esiste un'unica strada valida per tutti per sentirsi sereni, realizzati o in pace con sé stessi. Alcune persone trovano nella spiritualità un riferimento importante, altre nelle relazioni, nei valori... Altro
Salve dottori, sono una ragazza di 25 anni, da qualche mese mi sono lasciata con una persona più grande di 21 anni, purtroppo ci siamo lasciati per vari motivi, ma una cosa che mi ha fatto dire basta è stato il fatto di continuare a vedere che lui mettesse mi piace a certe foto di ragazze sui social, dopo tante volte che chiedevo se si poteva evitare, non riuscivamo a comunicare, a discutere quando io volevo il confronto dalla sua parte lui non voleva purtroppo..però diciamo che forse essendo la mia prima relazione vera e seria se possiamo definirla così, durata 2 anni e mezzo circa, mi sono sentita diciamo con un appoggio, una sicurezza in lui, su cui contare ecco, in tutte le situazioni sapevo che c'era, ora come ora sono da sola, ma diciamo che c'è un amico con cui ho avuto un'amicizia e qualcosa di più tre anni fa, però a distanza, ci siamo continuati però a sentire ogni tanto, come stavamo, perché c'era e c'è del bene tra noi due, mi sfogavo con lui anche quando litigavo con il mio ex, e anche qualche mese fa che mi sono lasciata l'ho ricercato a inizio anno perché avevo il pensiero e volevo sapere come stesse, senza secondi fini..poi sapevo che lui mi ascoltava, mi capiva su questa relazione ecco..poi non so perché mi è scattato qualcosa, come se mi piacesse di nuovo, ma poi i miei sentimenti cambiavano di nuovo, e ora di nuovo ancora, perché ci siamo visti già due volte in questi mesi, c'è stato qualche bacio ma io sono stata e sono molto trattenuta, tendevo a pensare all'altro, a paragonare entrambi, e purtroppo continuo a vedere la sicurezza in lui, nel mio ex, è come se lui su varie situazioni so che magari può avere più conoscenze sulle cose e quindi mi "aggrappo" a questo, a cercare di difendere qualcosa che invece mi faceva male del fatto che ci siamo lasciati, perché comunque ho vissuto tante cose con lui, so che ci poteva essere in tanti momenti, potevo contare su di lui, e diciamo che certe situazione invece che risolvere da sola, sapevo che c'era lui e trovavo la sicurezza li..lui purtroppo mi continua a scrivere messaggi che gli manco, che mi ama e io sono una persona facilmente condizionabile, vorrei avere una soluzione su come risolvere i pensieri e la situazione, senza fare del male a nessuno..cosa potrei fare nel concreto? Sto affrontando un percorso da qualche settimana con un professionista, mi dice e chiede ciò che sento io, cosa provo in determinate situazioni, ma ancora non riesco a sentire me stessa, a capire nulla..e non so se riuscirò mai, mi sembra come se dopo la seduta io riesco a chiedermi le cose, ma poi passano i giorni e non ci penso più ed è come se fosse inutile andare..cosa posso fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi sembra molto legato al bisogno di sentirti al sicuro, sostenuta e compresa all'interno delle relazioni, soprattutto dopo una storia che per te aveva rappresentato un punto di riferimento importante.
Quando una relazione finisce, può accadere che una parte di noi continui a cercare quella sensazione di protezione e stabilità, anche se allo stesso tempo riconosciamo che alcuni aspetti ci facevano soffrire.
Questo spesso crea molta confusione emotiva, oscillazioni nei sentimenti e difficoltà a capire davvero cosa si prova.
Il fatto che tu dica di sentirti "facilmente condizionabile" e di fare fatica a percepire te stessa non significa che non ci sia nulla dentro di te, ma forse che in questo momento sei molto concentrata nel cercare sicurezza all'esterno.
Anche il percorso che hai iniziato potrebbe avere bisogno di tempo prima che alcune consapevolezze riescano a rimanere vive anche fuori dalla seduta.
A volte il lavoro terapeutico non produce cambiamenti immediati, ma piccoli spostamenti interiori che diventano più chiari nel tempo.
Il fatto che tu stia cercando di comprenderti, nonostante tutta questa fatica, è già un movimento importante.
Tante volte il bisogno più profondo non è capire subito cosa proviamo, ma sentirci accolti mentre cerchiamo di capirlo.
Il fatto che tu stia provando a metterti in discussione e a capire cosa senti davvero è già qualcosa di significativo.
Soffro da più di 35 anni di anginofobia. ultimamente molto peggiorata per problemi gravi di salute di mia moglie, ipocondria e stress, emetofobia, problemi personali e lavorativi, inoltre ho una figlia di 7 anni. praticamente quando capitano quei momenti, io porto il cibo in fondo alla gola, non effettuo il riflesso della deglutizione e sento il bolo che per inerzia incomincia a scivolare giù nella tracha, al ché vado in panico e bevo dell acqua sperando che riattivi il riflesso, perché se non riparte e il cibo va giù va in soffocamento (penso), altra modalità io vado per ingoiare e stringo la gola e la lingua emettendo quasi un rantolo per non lasciare andare il cibo verso il suo naturale percorso.
Oggi non è siccesso, solo verso la fine, leggerissimamente percepivo che potesse accadere ma ho tenuto duro, ho detto a mia moglie di non alzarsi da tavola senza di me, ma così al momento non è vita
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrivi sembra molto faticoso e logorante da sostenere da così tanto tempo, soprattuto in un periodo già segnato da forte stress emotivo e preoccupazioni per la salute dei tuoi familiari.
Nelle situazioni di intensa ansia o paura, il corpo può arrivare a irrigidirsi e amplificare molto le situazioni legate alla deglutizione e al controllo del respiro, alimentando un circolo di paura e allerta continua.
Il fatto che tu riesca a descrivere con così tanta precisione ciò che accade è già un elemento importante, perchè permette di comprendere meglio il funzionamento di questi momenti e di lavorarci in modo graduale e mirato.
Se non lo hai già fatto, è utile anche confrontarsi con professionisti sanitari per escludere eventuali componenti organiche, così da poter affrontare la situazione con maggiore serenità e completezza.
Ti auguro di poter trovare uno spazio di supporto in cui sentirti compreso e aiutato ad affrontare queste paure con minore peso e solitudine.
Salve, volevo un opinione. Cercherò di essere breve. Sono 4 anni circa che faccio terapia. Con la mia dottoressa mi sono sempre trovata bene. Infatti le ho voluto un bene Dell anima. E ho sempre avuto fiducia in lei. A lei ho aperto il mio cuore
Le ho confidato tutto, anche le cose più intime. Pero pensavo che x come ci fossi andato da lei 4 anni fa, e x come sto messo adesso, un po si affezionasse a me. Invece ho notato il contrario ci sono stati episodi che mi hanno fatto pensare che x lei ero uno scoccio e un numero da poter incastrare nei suoi orari . Forse siccome ho qualche altro problema purtroppo, credo di essere stato molto ossessivivo con lei x una cosa che Nn mi poteva aiutare. X questo mi sono sentito abbandonato, xche quando cercavo un appiglio nel monento più buio, ho trovato la sua porta chiusa. Molte volte Nn rispondeva ai messaggi, e se li faceva, andava subito al sodo, In Seduta certe volte sembrava annoiata, qualche vita mi dava gli appuntamenti, certe volte li spostava con poco preavviso, oppure Nn si faceva sentire x mesi., neanche x chiedere "cmsta? Nonostante sapesse le mie difficoltà di salute e non. Ora le ho scritto un sms, spunmtandoke la mia rabbia una fiducia che è venuta a mancare da parte mia. Ho sbagliato secondo voi. Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,da quello che racconti emerge molta sofferenza e un forte senso di delusione e abbandono, soprattutto dopo anni in cui avevi investito fiducia e apertura emotiva nella relazione terapeutica.Quando si attraversano momenti fragili o difficoltà di salute, alcuni comportamenti possono essere vissuti con ancora maggiore intensità.
Esprimere la propria rabbia o il proprio dolore non significa necessariamente aver sbagliato : spesso è il tentativo di dare voce a un bisogno emotivo rimasto molto acceso.Potrebbe essere utile portare questi vissuti all'interno del percorso terapeutico, cercando uno spazio di confronto autentico e rispettoso.Ti auguro di poter trovare uno spazio terapeutico in cui sentirti accolto e compreso anche nei momenti di maggiore fragilità
Salve dottori mi chiedo se il Buddha o altri maestri avessero ragione che l unica strada per la serenità sia la via spirituale , anche se personalmente io mi sento sereno anche se da qualche giorno vedendo alcuni video sto mettendo un po in dubbio la mia situazione, mi chiedo allora chi come me non fa questi tipi di percorsi non può essere felice ? Non può essere una brava persona ? E se anche voi psicologi in futuro vi rendete conto che l unica strada è la spiritualità e tutto il resto è fuffa
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Non esiste un'unica strada valida per tutti per sentirsi sereni, realizzati o in pace con sé stessi. Alcune persone trovano nella spiritualità un riferimento importante, altre nelle relazioni, nei valori personali, nella crescita interiore, nella creatività, negli affetti o in esperienze concrete della vita quotidiana.
Il fatto che alcuni contenuti online ti abbiano fatto nascere dubbi non significa che il tuo modo di vivere la serenità sia sbagliato o meno autentico.
Anche in psicologia non esiste l'idea che ci sia una sola via corretta per stare bene: ogni persona costruisce il proprio equilibrio in modo diverso.
Una persona può essere profonda, sensibile, consapevole e anche una "brava persona" senza necessariamente seguire un percorso spirituale specifico.
A volte il rischio dei contenuti molto assolutistici è proprio quello di farci dubitare di qualcosa che, fino a poco prima, sentivamo già nostro e autentico.
Continuare a porti queste domande, senza dover trovare per forza una risposta assoluta, può essere anche un modo profondo di conoscere meglio te stesso e ciò che per te ha davvero valore.
Buongiorno dottori faccio questa domanda perchè in questi giorni mi sta dormentando nel senso quando sento qualche notizia in tv oppure vedo qualcosa sul tavolo ecc... mi passano in mente immagini di farmi del male a me oppure alla gente che ho vicino... questa cosa mi era successo anche l'hanno scorso dopo passata adesso si e ripresentata di nuovo.. in piu sto facendo una cura con il daprxo da 15 anni.. vorrei capire sono solo pensieri o mi devo preoccupare? grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi può essere molto spaventoso da vivere, soprattutto quando compaiono immagini o pensieri che sembrano andare contro ciò che una persona desidera davvero.
In molte situazioni di forte ansia o stress possono comparire pensieri intrusivi, cioè contenuti mentali indesiderati che la persona vive con paura, disagio e senso di allarme.
Il fatto stesso che questi pensieri ti preoccupino e ti facciano stare male è un elemento importante da considerare-
Allo stesso tempo, dato che riferisci che la situazione si è ripresentata e che sei già in cura farmacologica da tempo, sarebbe utile parlarne apertamente anche con i professionisti che ti seguono, così da poter comprendere meglio il momento che stai attraversando e ricevere un supporto adeguato.
Ti auguro di poter affrontare questo momento con maggiore serenità, comprensione e senza sentirti solo in ciò che stai attraversando.
Buongiorno.
Volevo chiedere consiglio per questa situazione. Premetto che lavoro in nave.
Praticamente io ed una mia collega ci stavamo frequentando cosi, apparentemente in amicizia.
Una amica in comune, il giorno prima del mio sbarco mi rivela che sembra che questa persona con cui mi frequentavo le avesse dettonche in realtà fosse interessata a me.
Da allora ho cominciatona riesaminare ogni interazione passata e non riesco a non pensarla. Ho anche provato a chiedere se fosse vero, purtroppo solo via chat essendo ormai già a terra, ma la sua risposta è stata un misto tra si e no, a detta sua per non influenzare la mia scelta sulla possibilità di un futuro imbarco, che sebbene non confermato, è già stato stabilito per la stessa nave e periodo dove la rivedrei.
Nonostante sia passata già una settimana, sto vivendo questa cosa con un ansia da occasione persa, anche perchè non sono mai stato in una relazione e la vedo quasi come se non avessi più possibilità alcuna.
Anche l'idea di mandare curriculum per un lavoro a terra ora mi spavemta che possa chiudere definitivamente questa possibilità, che comunque non sarebbe garantita anche se dovessi reimbarcare.
Come potrei uscirne? Perchè questa cosa è ormai da giorni che sento mi sta distruggendo dentro.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
E' comprensibile che questa situazione abbia assunto u peso così forte dentro di te, soprattutto se l'hai vissuta come qualcosa di emotivamente molto importante.
Quando si vive un forte coinvolgimento emotivo, soprattutto in presenza di dubbi, incertezze o poca esperienza relazionale, può accadere che la mente torni continuamente su dettagli, possibilità e scenari, alimentando ansia e senso di occasione persa.
In questo momento sembra che la paura più grande non sia soltanto perdere questa persona, ma anche il timore che questa esperienza rappresenti un'opportunita' unica e irripetibile di vicinanza emotiva.
Provare a rallentare questo senso di urgenza e a riportare l'attenzione anche sui tuoi bisogni emotivi più profondi potrebbe aiutarti a vivere la situazione con maggiore lucidità e meno sofferenza .
A volte il dolore più intenso non riguarda soltanto l'altra persona, ma ciò che quella possibilità rappresenta emotivamente per noi.
Ti mando un pensiero di comprensione per ciò che stai vivendo.
Buongiorno Dottori. Circa 10 anni fa ho casualmente incontrato un uomo molto molto più giovane di me. Uscivo da un periodo terribile, avevo appena perso mia madre dopo una malattia inesorabile ed ero sentimentalmente sola già da molto tempo. Ero in cura con farmaci antidepressivi e vivevo come in mezzo ad una nebbia. Finchè, quasi mi fossi "risvegliata" da un brutto sogno, mi sono improvvisamente accorta dei suoi sguardi, delle sue attenzioni, delle sue premure nei miei confronti, ma data la notevole differenza di età ho preso la cosa con divertimento, pur essendone lusingata. Poi, è scoppiato il covid e siamo rimasti tutti isolati nelle case. Ma un giorno, inaspettatamente, lui si è presentato a casa mia, dicendo che voleva rivedermi e che mi aveva portato la colazione. L'ho fatto salire, non senza stupore, abbiamo chiacchierato un po' ma...la "scintilla", se così vogliamo chiamarla, era ormai scattata e abbiamo fatto sesso con trasporto. Pensavo fosse finita lì, e invece -poichè per motivi legati alla professione che lui svolge ci incontriamo settimanalmente - tutto è continuato. Quando l'ho conosciuto era ancora fidanzato, poi si è sposato, ha avuto un figlio, a differenza mia che ho avuto una vita sentimentale disastrosa nonostante ogni volta abbia dato tutta me stessa al partner e per far funzionare il rapporto. Il suo, sembrava un matrimonio felice, innamorato della ragazza di sempre, un figlio splendido, quello che insomma avrei voluto la vita riservasse a me. Due anni fa, mi ha inaspettatamente detto che si stava separando dalla moglie. Lo vedevo infatti da tempo incupito, con meno voglia di parlare, ma a mia richiesta rispondeva che aveva "problemi" di cui non gli andava di parlare. Sembrava essersi lasciato andare. Ingrassato, trascurato (come è anche tuttora). Avendo cambiato posto di lavoro, mi nominava spesso colleghi e soprattutto colleghe con cui di tanto in tanto usciva e, particolarmente nominava le colleghe, a suo dire tutte belle, tutte brave, con cui c'era tanto affetto. Intanto, nel frattempo, aveva lasciato moglie e figlio non potendone più della situazione in casa, separandosi tuttavia solo di fatto. La moglie gli ha negato la separazione consensuale e dunque vivono in case diverse anche se a poca distanza, per il bambino. Ne sono rimasta dispiaciuta e l'ho invitato a riflettere, a tornare sui propri passi per amore del figlio, ma lei sembra irremovibile. Non se ne è andato per me. Noi abbiamo avuto solo rapporti intimi, anche se durante i nostri incontri ci siamo conosciuti meglio, sorretti a vicenda nei momenti di crisi, confidati, ma un rapporto vero e proprio non è mai partito (nel senso uscire insieme, condividere degli spazi e degli interessi): io non l'ho chiesto, data l'insormontabile differenza d'età sapevo già dall'inizio di non poterlo pretendere, ma neppure lui l'ha fatto. Finchè, proprio durante i rapporti intimi, a un certo punto lui non ha voluto più che gli lasciassi "segni" sul corpo a causa di baci un po' troppo marcati, pretendendo tuttavia di continuare a farli a me. Già questo mi ha lasciata perplessa. Ho chiesto spiegazioni, e lui mi ha risposto che non vuole si notino, data la professione che svolge. A questo punto, ho detto che anch'io avevo però diritto a non essere "marchiata". Poi, con il trascorrere del tempo, e sempre non richiesto, ha cominciato a nominarmi spesso una collega, anche lei separata però legalmente e con due figli con cui si era incontrato di tanto in tanto, anche con gli altri colleghi, affermando che era una donna molto bella (ma lo sono anch'io), facendomi capire che indossava biancheria sexy, quando io al contrario non ho voluto indossarla non perchè non la possegga, ma perchè suppongo che il desiderio sessuale di un uomo, se è genuino, debba scattare senza ricorrere a mezzucci.... Infine, siamo arrivati a ciò che non ho potuto tollerare. E' accaduto che mentre si trovava da me, la collega lo chiamasse, e non per una volta, sul cellulare. Trovandomi lì vicino e pur non volendo, non ho potuto fare a meno di ascoltare le loro voci affettuose, e scambiarsi facezie non di lavoro, con l'intesa di sentirsi la sera. Soprattutto mi ha ferita il suo "Finalmente!" come di persona che ha aspettato tanto una telefonata ed ora che è arrivata se ne compiace. Unpo' troppo, per una collega che si ha modo di vedere tutti i giorni, o quasi. Tra l'altro e' per me inaccettabile che queste telefonate avvengano comunque in mia presenza e senza nessun riguardo per lui che sta lavorando ed anche per me che sto lavorando con lui. Non capisco perchè lui glielo permetta, perchè non le dica, come ritengo avrebbe dovuto fare, di richiamare in altra ora. Lì per lì ho fatto come sempre, vale a dire non ho commentato pur assumendo un atteggiamento freddo e distaccato, ma quando lui mi ha fatto capire attraverso baci e carezze che voleva un rapporto, mi sono rifiutata, ben decisa, stavolta, a parlare. L'ho invitato ad essere chiaro, a dirmi la verità su questa persona che stava diventando, stando alla quantità di volte in cui non richiesto me la nominava, mostrandomi la sua foto e quella dei suoi figli che tiene nel cellulare insieme a quelle del figlio legittimo, e adesso facendomi ascoltare anche le loro telefonate, sempre più ingombrante, almeno in casa mia. E che, permettendole di farle, stava dimostrando un'assoluta mancanza di rispetto, e di sensibilità nei miei confronti. Come fanno tutti gli uomini in queste situazioni, ha ovviamente negato, dicendo le solite frasi "sei gelosa, è solo una collega (che tra l'altro vede tutti i giorni), sei veramente una grande regista per mettere su tutto questo, ecc.). Ho risposto che prima di essere gelosa sono una persona che tiene molto alla sua dignità. Che, se mi riteneva una grande regista, lui si era però dimostrato un pessimo attore, e che a prescindere da tutto, non mi prestavo ad essere la "ruota di scorta". Del resto, se come suppongo ha un'altra, i rapporti intimi ora può tranquillamente averli con l'altra, io non sono la moglie. Quale dovrebbe essere, infatti, il mio ruolo? Se ne è andato incupito. Ed io mi sento distrutta. Se ha un'altra relazione perchè non dirmelo apertamente? Io, essendo una donna educata tradizionalmente, non ho mai preso "iniziative" con gli uomini, neppure quando ero più giovane. Dunque, si è trovato anche facilitato, in questo senso, io avevo già capito, non c'era bisogno che mi facesse del male. Come è potuto cambiare così? E quale dovrebbe essere ora, il mio comportamento se queste telefonate dovessero continuare ( sempre che io lo riveda)? Non so immaginare, infatti, se e quando lo rivedrò avendo lasciato del lavoro in sospeso, non credo vorrà riparlarne e neppure io, avendo già detto ciò che ho ritenuto fosse giusto dire per me, ma non si sa mai. Potreste rispondermi? Vi ringrazio, la mia sofferenza è immensa.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Da quello che racconta, sembra che per molto tempo abbia cercato di dare un senso a questa relazione mettendo spesso da parte ciò che provava davvero, forse anche per paura di perdere un legame che in un momento difficile della sua vita le aveva fatto sentire vicinanza, attenzione e presenza.
Però oggi il punto centrale non sembra tanto capire se lui abbia o meno un'altra persona, quanto chiedersi quanto questa situazione la stia facendo stare bene o male.
Il fatto che alcune dinamiche l'abbiano fatta sentire ferita, svalutata o messa in secondo piano non significa esse "gelosa" o eccessiva, ma riconoscere dei limiti personali e un bisogno di rispetto emotivo. A volte quando un rapporto rimane indefinito per molto tempo, si rischia di restare legati più a ciò che si sperava potesse diventare che a ciò che realmente offre nel presente.
Più che cercare spiegazioni sul suo cambiamento, potrebbe essere importante riportare l'attenzione su di sè, su ciò desidera davvero da un rapporto e su quanto questa relazione sia compatibile con il benessere e la serenità che merita.
Anche il fatto che oggi senta il bisogno di fermarsi e di porsi queste domande può essere un segnale importante da ascoltare.
Merita un rapporto in cui non debba continuamente chiedersi quale sia il suo posto nella vita dell'altro.
Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Dalla tua descrizione emerge una situazione lavorativa estremamente logorante sul piano emotivo, soprattutto perché protratta nel tempo e vissuta in un clima di esclusione, tensione e continua svalutazione.
Il fatto che tu sia arrivata a non dormire, non riuscire a mangiare, vivere nausea costante e uno stato di forte allerta non va minimizzato, perché il corpo spesso inizia a segnalare molto chiaramente quando una situazione viene percepita come non più sostenibile.
Colpisce anche quanto tu abbia cercato nel tempo il confronto diretto, il dialogo e la comprensione reciproca, continuando comunque a mettere impegno e presenza nel lavoro nonostante la sofferenza crescente.
Quando però una persona resta a lungo in ambienti percepiti come ostili o invalidanti, può iniziare lentamente a dubitare del proprio valore, fino a sentirsi “sbagliata” anche quando sta semplicemente cercando di difendersi o di essere ascoltata.
In questo momento forse la priorità non è capire immediatamente se hai “ragione” o “torto”, ma proteggere il tuo equilibrio psicofisico e recuperare uno spazio in cui poter tornare a sentirti lucida, stabile e al sicuro nelle tue percezioni.
Arrivare a stare così male per un ambiente lavorativo non significa essere deboli, ma aver probabilmente oltrepassato per troppo tempo i propri limiti di sopportazione.
Meriti di poter lavorare senza sentirti costantemente sotto attacco o costretta a mettere in dubbio il tuo valore.
Salve dottori sono appena diventato padre da qualche giorno sono molto sereno anche se ho un dubbio che mi assale , qualche giorno fa mi sono venuti alla mente della parole di un counseling filosofico che avevo guardato qualche video dicendo che senza un percorso di liberazione e di risveglio non saremo capaci di amare i nostri figli e che inconsapevolmente gli facciamo anche del male, io adesso non mi interessa minimamente fare un percorso del genere quindi vuol dire anche io che farò del male a mia figlia ? Quindi dovrei risvegliarmi ? Dovrei seguire il percorso del counseling? E eventualmente anche meditazione?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Il fatto che tu ti stia ponendo queste domande e ti stia interrogando su come prenderti cura di tua figlia dice già molto della tua attenzione e sensibilità come padre.
Alcuni contenuti legati alla spiritualità o alla crescita personale possono offrire spunti interessanti, ma a volte rischiano anche di trasmettere messaggi molto assoluti, facendo nascere paure o sensi di colpa non necessariamente realistici.
Non esiste un unico percorso obbligatorio per poter amare bene un figlio. La capacità di essere presenti, mettersi in discussione, riconoscere i propri limiti e cercare di comprendere sé stessi sono già aspetti molto importanti nella relazione con un bambino.
Se in futuro sentirai il desiderio autentico di approfondire aspetti interiori attraverso un percorso personale, la meditazione o altre esperienze, potrà essere una scelta tua e non qualcosa da fare per paura di “non essere abbastanza”.
Il fatto che tu ti stia facendo queste domande nel momento in cui sei appena diventato padre parla già di un forte desiderio di esserci davvero per tua figlia.
E questo, nella relazione con un bambino, ha spesso molto più valore della ricerca di una perfezione impossibile.
Ti auguro di poter vivere questa nuova esperienza con maggiore serenità e senza sentirti schiacciato dalla paura di sbagliare.
Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.
Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.
Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.
Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.
Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.
La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.
Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.
Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.
Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.
Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.
L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.
Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.
Vorrei capire:
- Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
- Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.
Grazie a chi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Da quello che racconta sembra che il conflitto più doloroso non riguardi solo la casa in sé, ma il significato emotivo che questa scelta sta assumendo per lei: da una parte il bisogno concreto di sicurezza e appartenenza, dall’altra il timore che accettare qualcosa possa farle perdere la possibilità di sentirsi libera di scegliere la propria vita. Spesso, in contesti familiari molto coinvolgenti, il confine tra affetto, aspettative, senso di responsabilità e senso di colpa può diventare difficile da distinguere, fino a far sentire ogni decisione come se dovesse proteggere o deludere qualcuno.
Forse il punto centrale non è decidere subito cosa fare, ma provare gradualmente a capire quale spazio possano avere, dentro questa situazione, anche i suoi bisogni e la sua idea di futuro, senza che questo significhi necessariamente amare meno la sua famiglia.
Autore
Domande più frequenti
-
Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…