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Esperienze

Sono una psicoterapeuta con formazione psicoanalitica.  Mi sono specializzata presso il Laboratorio Freudiano di Roma e sono iscritta ad “ALI - Associazione lacaniana internazionale”, di cui sono socia nella sezione italiana.

Da anni svolgo attività privata.

 

Il mio approccio nella valutazione del sintomo

Nella mia pratica di psicoterapeuta spesso ascolto persone che soffrono a causa del sentimento della propria inadeguatezza, che si lamentano per un diffuso senso di insoddisfazione, di frustrazione e di impotenza, sia ad agire sia a pensare, e che quindi trovano una grande difficoltà a fare scelte personali.

 

Può trattarsi di una difficoltà momentanea, più spesso di uno stato duraturo. In ogni caso le ragioni sono molte e sempre diverse da persona a persona, anche se i sintomi possono sembrare simili tra loro e riconducibili ad una definizione di tipo clinico (ad esempio: ansia, depressione, mancanza di autostima, iperattività, etc. …), o anche ai modi di dire del linguaggio comune (ad esempio: bravo, ubbidiente, brillante, timido etc. …) con cui normalmente vengono identificate le persone.

 

Come si manifesta un sintomo?

Lo stato di insoddisfazione e sofferenza rispetto al proprio modo di essere è spesso ripetitivo. Le ragioni della ripetizione di un’esperienza che crea disagio, sofferenza, il non potersene sottrarre è complesso. D’altra parte, la ripetizione di esperienze che si ripresentano anche quando fanno soffrire è molto comune, come avviene, per esempio, nella ripetizione di alcuni amori cosiddetti infelici, con la persona considerata “sbagliata”.  In questi casi la consapevolezza di un legame che procura sofferenza e l’intenzione di separarsi dal partner spesso non basta. Rimane la tentazione, sempre fortissima, di tornarci insieme oppure di ricadere in un rapporto dello stesso tipo.

Qualcosa di più forte dell’intenzione si ripete e si impone malgrado la volontà cosciente?

 

Un sintomo per cui frequentemente ci si rivolge a uno psicologo è l’ansia. Ancora più spesso si richiede un trattamento farmacologico perché si tratta di un sintomo avvertito come insopportabile e invalidante. Certo è comprensibile e auspicabile che ci sia il desiderio di stare meglio. Senza togliere nulla al farmaco, considerare l’ansia solo come un fastidio di cui sbarazzarsi, una sofferenza estranea a se stessi, un fastidio da eliminare come se non ci appartenesse alla fine produce solo la sua ripetizione.

Perché, che cos’è l’ansia? E’ una manifestazione che segnala che qualcosa non va nel rapporto singolare tra sé e la propria esistenza. Dunque, è un sintomo sul quale è importante portare l’attenzione perché può essere la manifestazione somatica di qualcosa che preme per trovare uno spazio d’espressione nelle parole. E questo può avvenire solo nel corso di un ascolto psicologico dedicato.

 

Spesso le persone che richiedono dei colloqui psicologici pensano di soffrire di depressione. In generale con la parola depressione intendiamo una profonda modificazione dell’umore nel senso della tristezza e di uno stato di assenza di interesse e piacere nelle attività e relazioni umane, che può portare a una situazione di completo immobilismo. Allo stesso tempo osserviamo dei sintomi di vero e proprio disagio psichico, la cui gravità è cioè tale da impedire la possibilità di studiare, lavorare, avere una propria esistenza e delle relazioni amicali e sentimentali, di mantenersi all’interno dei legami sociali esistenti.

Sul piano strettamente clinico il sintomo depressivo non è perciò, in se stesso, sufficiente per fare una diagnosi. Può accompagnare stati di disagio molto diversi tra loro e di diversa natura e intensità.

 

Tuttavia, la parola depressione, entrando nel linguaggio comune come sinonimo di malessere, è per lo più usata per dire uno stato di insoddisfazione generalizzata a tutta la propria vita. Si tratta di un malessere di tipo particolare, un disagio che appare enigmatico quando qualcuno a cui sembra non mancare nulla, e dunque dovrebbe essere perfettamente felice, appagato, è invece scontento, molto passivo, senza voglia di fare. Spesso si sente parlare così dei giovani, come ad esempio quando i genitori se ne lamentano dicendo: “Gli abbiamo dato tutto … non gli abbiamo fatto mancare nulla … ma insomma che cosa vuole ancora?”.

In fondo, si pensa che è depresso un ragazzo che non sa godere degli oggetti, intendendo con oggetti in senso lato anche tutte le esperienze di divertimento, ricreative, viaggi, sport, feste, discoteche, messi a disposizione.

I genitori si trovano alle prese con un compito molto difficile presi tra l’esigenza di dare degli orientamenti e di lasciare spazio all’emotività dei figli.

Tuttavia, solo i ragazzi possono in realtà rispondere al “Cosa vuole?”. Per questo, la mia posizione è quella di lasciare loro la possibilità di essere inquieti, insoddisfatti, di cercare qualcos’altro senza sapere bene che cosa, perché questo tipo di incertezza su di sé può essere l’indice di un desiderio; desiderio di qualcosa che ancora non si sa, che non è dato nell’immediatezza, ma che può trovare un luogo di riflessione e il modo di parlarne nell’ascolto psicoanalitico.

 

Anche nella psicoanalisi dei bambini è importante far emergere la loro problematica specifica, non limitandosi a definire con un termine medico il loro disturbo. Ad esempio, nel caso di un bambino considerato iperattivo bisogna saper ascoltare e vedere in quale discorso familiare e sociale si è sviluppato questo sintomo, quali parole sono state per lui importanti, quale tipo di relazione d’autorità c’è tra bambino e adulti. Sapere che tutto questo insieme di fattori avrà una conseguenza anche nel suo inserimento nei legami sociali, in primo luogo nella scuola, nel gruppo classe, nel rapporto con l’insegnante e con l’apprendimento.  

Dal mio punto di vista è soprattutto importante evitare che la situazione di disagio del bambino si cristallizzi. Per questo cerco di lavorare con lui per far emergere le sue specifiche risorse e le sue domande; cerco di ascoltare quello che dice a parole sue, ma anche con i suoi silenzi, i suoi gesti, il disegno, il gioco. La mia posizione è che bisogna evitare che il bambino rimanga fissato, cioè trovi la sua identità riconoscendosi nel nome di un sintomo, quello della definizione clinica standardizzata, perché, anche se corretta, non sia solo questa a modellare e vincolare tutto il suo successivo sviluppo.

Come potrà un bambino crescere e affrontare le diverse difficoltà relazionali, emotive, intellettive, sapendo che gli altri si aspettano da lui solo i comportamenti definiti dal target del sintomo che gli è stato attribuito?

 

L’ascolto psicoanalitico consente di riflettere su tutte queste domande e sul legame tra i diversi sintomi e il proprio particolare vissuto, consente di considerarli come un indice per ciascuno di qualcosa di cui non è consapevole e che richiede una sua chiave di lettura.

 

Qual è il mio modo di condurre il colloquio psicologico?

La mia posizione è di ascoltare e lasciare che il paziente rifletta sulle sue stesse parole e talvolta possa scoprire che non coincidono con il significato che gli aveva sempre dato, quello a cui è più abituato perché più vicino all’uso dell’ambiente familiare o sociale, dove ognuno trova posto solo in modo standardizzato. Le espressioni con cui si viene, fin dalla nascita, chiamati, come ad esempio: “è timido; è allegro; è goloso; è disordinato …”, indipendentemente dal valore positivo o negativo che gli viene dato, sono un modo standard di definire una persona. In modo analogo lo sono i nomi della sintomatologia clinica. Entrambi i tipi di espressione possono cristallizzare un soggetto in un modello a priori che ne ostacola la possibilità di ricercare un diverso assetto più promettente per lui.

Se già si conoscono i motivi di quello che si è, perché farsi domande, esplorare le proprie risorse, scoprire le proprie inclinazioni?

In un colloquio psicoanalitico è importante che ciascuno possa arrivare a dire che cos’è per lui la parola che usa per descriversi. Ad esempio, possa arrivare a dire che cos’è per lui l’espressione “sono ansioso”, oppure “sono depresso”, oppure “sono iperattivo” in modo da non rimanere etichettato col nome di un sintomo specifico della definizione clinica standardizzata (Ad esempio: “E’ un ADHD”), come anche della tradizione familiare (Ad esempio: “è il ritratto di suo padre”) o della sua propria convinzione (Ad esempio: “Non riesco mai a farmi valere … a farmi amare …”).

Per me, è importante che ciascuno riesca a legare i suoi sintomi alla sua storia e al modo particolare che ha trovato per affrontare e per trarre soddisfazione dagli eventi che ha incontrato e che continua a incontrare nella sua vita.

La mia posizione è di creare, durante le sedute, uno spazio di ascolto in cui ciascuno possa trovare i suoi modi e le sue parole per dire qualcosa di nuovo su di sé, qualcosa del suo desiderio, per creare qualcosa di personale, qualcosa che abbia senso per lui e che è quello che gli dà un orientamento nella vita.

 

 

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4 recensioni

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  • Il tuo account è stato eliminato

    Il primo appuntamento è stato importante: mi sono sentita accolta e a mio agio. La dottoressa offre un ascolto attivo e attento e dopo ogni seduta si ha la sensazione di aver conquistato una nuova consapevolezza e di aver compiuto un altro passo utile a prendersi maggiormente cura di sé.

     • Studio di psicoanalisi - Dott.ssa Paola Giovani psicoterapia  • 

    Dott.ssa Paola Giovani

    Grazie per il positivo commento, mi auguro di poterla veramente sostenere nel suo desiderio. Cordiali saluti PG


  • Il tuo account è stato eliminato

    Ho sempre pensato di essere un padre presente e affettuoso, ma il rapporto con mio figlio, che ha 16 anni, da qualche tempo è diventato un inferno. Ho pensato di chiedere aiuto alla dottoressa perché mi sono sentito rifiutato, senza risorse, scoraggiato e depresso, come mai prima. in effetti, ho trovato una psicoterapeuta capace di ascoltare i miei dubbi, le mie crisi di sfiducia, e capace di darmi dei consigli su come affrontare con fermezza l'insofferenza e la rabbia di mio figlio. Penso di aver fatto la scelta giusta per me.

     • Studio di psicoanalisi - Dott.ssa Paola Giovani  • 

    Dott.ssa Paola Giovani

    Grazie per l'attenzione. Quello che è importante è la possibilità di un percorso dove lei sta ritrovando la sua serenità e un nuovo punto di vista nel rapporto con suo figlio. Cordiali saluti P G


  • Il tuo account è stato eliminato

    Mi sono rivolta alla dottoressa Giovani per uno stato ansioso legato alla mia situazione familiare. Mi sentivo soffocare e mi sentivo disorientata. Ho trovato in lei un ascolto attento e un sostegno importante. Mi sta aiutando a affrontare le complicate vicende del quotidiano, a ritagliarmi dei piccoli spazi per me sola e a iniziare a gettare un occhio al futuro.Grazie di tutto

     • Altro ansia  • 

    Dott.ssa Paola Giovani

    La ringrazio per la sua disponibilità a lasciare un commento. Mi auguro che possa ritrovare nel mio ascolto il suo modo di riconoscere i suoi desideri e i suoi spazi.
    A presto P G


  • S

    Sonia

    Mi sono rivolta alla dottoressa Giovani a causa di un lungo periodo di insonnia ed ansia che mi stavano rendendo molto difficile la prosecuzione del mio lavoro e delle mie attività quotidiane. Infatti, sono sempre stanca e irritabile. Tutto questo è cominciato senza un motivo preciso. La dottoressa mi ha accolto con grande disponibilità e subito mi sono sentita a mio agio. Mi sono sentita subito ascoltata e capace di parlare liberamente come non mi succedeva da tempo. Sono agli inizi di un percorso, ma la dottoressa mi ha fatto sentire il suo sostegno e la possibilità che andando avanti nei colloqui io possa ritrovare la mia serenità.
    Sonia.

     • Studio di psicoanalisi - Dott.ssa Paola Giovani Insonnia ed ansia  • 

    Dott.ssa Paola Giovani

    La ringrazio per le parole di apprezzamento. La mia posizione è proprio quella di ascoltare quello di cui vuole parlare e che la riguarda.
    A presto PG


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Risposte ai pazienti

ha risposto a 178 domande da parte di pazienti di MioDottore

Salve, Negli ultimi tempi ho grosse difficoltà a dormire la notte, a letto. Non riesco ad addormen

Salve,
Negli ultimi tempi ho grosse difficoltà a dormire la notte, a letto. Non riesco ad addormentarmi facilmente e, dopo qualche ora passata in dormiveglia ho delle apnee in cui mi manca il respiro. Seguono un paio di minuti in cui mi sembra di non riuscire a respirare a sufficienza che devo passare per forza seduto o in piedi.
Ho comprato un saturimetro e i valori in questi momenti sono di 93-94 per l'ossigeno e appena sotto i 100 per il cuore. È un problema
psicologico , cardiaco o cosa?
Grazie

RISPOSTA DEL DOTTORE:

Dott.ssa Paola Giovani

Buongiorno, le consiglierei di rivolgersi sl suo medico di base per escludere ogno equivoco. Se si trattasse di insonnia potrebbe prescriverle un farmaco o farle fare degli accertamenti. Cordiali saluti. PG


Devo buttare questi pensieri da qualche parte, e come faccio di solito uso la scrittura per spostarl

Devo buttare questi pensieri da qualche parte, e come faccio di solito uso la scrittura per spostarli o dargli un posto meno scomodo.
Sono sempre così tanti che non so mai da dove iniziare, ho sempre il timore che chi mi ascolta non riesca davvero a comprendermi al 100%, forse sono io che non riesco a spiegarmi bene mi dico..
Ripenso alla psicoterapia che ho fatto (4 anni di tipo psicodinamico) e mi viene da piangere…perché io mi sento come una penna che perde inchiostro e ovunque va sporca ovunque. Sono riuscita a rovinare anche quest’esperienza della mia vita, a non capirci nulla, a non essere all’altezza, vorrei scrivere tantissime altre cose ma le parole mi sfuggono, non riesco a trovare le giuste parole.. E’ stato un percorso che mi ha fatta stare molto male, peggio di come sto adesso, allo stesso momento mi manca, mi manca avere l’attenzione di questa persona seppur a pagamento. I miei pensieri sono contrastanti, ci sono momenti in cui mi dico “Ok, questa cosa non mi faceva più stare bene e ho preso la scelta di chiudere la terapia” a momenti in cui “Mi manca, lei mi voleva bene, mi ascoltava, la maggior parte delle volte era disponibile anche fuori dall’orario lavorativo, forse ho perso e sprecato la fortuna che avevo..”, è così che viaggia la mia testa, una totale confusione e disperazione. Non posso più fidarmi nemmeno di me stessa, del mio istinto, perché tutto di me mi sembra sempre sbagliato, fuori posto e anormale.
Ho sempre avuto molta paura della diversità in generale, quindi potete immaginarvi il mio stato d’animo tutte le volte che in 25 anni mi sono sentita tale, mi sono sempre vergognata di tutto, di ogni cosa e quindi anche di me stessa, del mio modo di pensare, di fare, di vivere, di comportarmi, di parlare, di vestirmi o prepararmi ad una qualunque situazione. Mi sono sempre sentita sola e diversa e per anni ho portato e conservato questa cosa dentro di me perché avevo paura che chi mi stava ad ascoltare potesse non capirmi, cosa che purtroppo è successa più di una volta nella mia vita e fa molto male, perché la solitudine e il senso di diversità si accentuano ancora di più. Uno dei problemi che accomuna un po’ tutti è questo, tu vorresti dire, spiegare cos’hai, ma se gli altri non ti comprendono e anzi sminuiscono il tuo sentire? Ti dici ma a me chi me lo fa fare di stare peggio di così..e allora preferisci fingere un sorriso e un “Si, si, tutto bene e tu?”.
Forse sono bipolare, o narcisista, o borderline, o autistica o ancora chissà quante altre etichette che mi fanno tanta paura, perché mi farebbero sentire diversa e malata, ancora di più di adesso (vi prego non offendetevi, cerco solo di spiegare come mi sento, non voglio offendere nessuno). La mia psicoterapeuta non mi aveva riferito la mia diagnosi, è una scelta che abbiamo preso insieme, perché io non reggerei il peso e non riuscirei ad accettare un nome che definirebbe tutto ciò che sento. Ad ogni modo più di una volta ho come sentito un bisogno di avere e trovare un nome che possa riassumere e spiegare i miei comportamenti, io continuo a chiamarla ansia sociale ma so bene che non si tratta più solo di questo, sono sicura che sotto ci sia qualcos’altro, ma ho troppa paura di scoprirlo, non è facile accettare certe realtà e ammiro molto chi ci riesce.

Mi fa paura ed è stancante per me affrontarmi, guardarmi allo specchio ed essere sincera con me stessa, se non facesse così tanto male sarebbe tutto più semplice. Spesso mi dico perché la vita debba essere così complicata, basterebbe che le cose diventassero più facili e tutto sarebbe più bello e invece..la vita non è né un film e nemmeno una favola, per me è solo sofferenza, problemi, problemi e ancora problemi, tanto che non riesco a capire chi dice di amarla, mi sembrano persone e pensieri così lontani da me.

Diventa stancante persino parlarne..vorrei che tutto diventasse più leggero.
Io sono una persona che non sa vivere, non sa comportarsi da persona matura, quindi una persona che ha paura di crescere, una persona che non sa avere e mantenere alcun tipo di relazione, nemmeno con la mia famiglia riesco ad avere un dialogo maturo, intelligente, costruttivo. Ho sempre paura di sbagliare e le volte che succede poi mi deprimo e ci ripenso in continuazione, diventa un senso di colpa, come una pèietra pesante che entra dentro lo zaino già pesante che mi porto in spalla. Andare avanti non è facile, la vita non si ferma dicono, io mi sono fermata e continuo a fermarmi perché non ce la faccio ad essere come tutti.
Sono sempre stata indietro, ma in generale, a scuola, con le amicizie, con il lavoro che non ho, con certi desideri che gli altri hanno ma io no, ecc.
Più scrivo e più mi dico se ha senso..eppure poco fa avevo voglia di parlarne, ma adesso..
Quando ho iniziato la psicoterapia mi sembrava di aver trovato un angelo, una persona che mi avrebbe salvata da tutto questo, ancora oggi mi chiedo perché io non mi sono sentita aiutata? Lei una volta mi chiese “In che modo vorresti essere aiutata?” io le ho risposto di non saperlo e che se lo avessi saputo non ero lì a chiedere aiuto. Sono sempre stata sincera e spesso pesante e stressante con lei, più di una volta le ho detto che non mi sentivo aiutata e che non ci credevo più alla psicoterapia, lei si sentiva sminuita e mi faceva notare questa cosa, mi avrà spiegato e parlato di tante cose in questi 4 anni ma la cosa che mi fa più rabbia è: Perché io non ricordo nulla? Perché mi sembra di non aver concluso nulla? Perché tutte le cose di cui le ho parlato sono ancora qui con me? Perché l’ansia con i suoi stramaledetti sintomi sono ancora presenti? E tantissimi altri perché.
Non posso più riprendere la terapia con lei perché io ero andata da un’altra terapeuta, in quel periodo volevo sentire il parere di un’altra persona perché stavo davvero male, ma anche in quel tentativo mi sono sentita incompresa, era tutto troppo difficile e faticoso, sono voluta ritornare indietro ma era troppo tardi, la mia psicoterapeuta mi disse di continuare con quella nuova perché la nostra terapia non andava più avanti. Tutto questo è successo lo scorso Settembre e io ancora non riesco a farmene una ragione, non capisco più niente e mi rifugio nel mio letto perché ho solo quello come posto sicuro e rassicurante, oppure il cibo che mi dona sollievo e felicità anche se momentaneamente.
Vorrei tanto che qualcuno si prendesse cura di me, ma allo stesso tempo non voglio più sentire nè vedere nessuno.
Vorrei tanto che la mia psicoterapeuta sapesse che sto male per quello che è successo, ma poi mi dico che non le importerebbe, ormai non sono più niente per lei, sono diventata una sconosciuta.
Più di una volta ho provato ad immaginarmi come sarebbe la vita dopo la mia morte, se mancherei a qualcuno, darei un grande dolore alla mia famiglia ma poi? Chi starebbe male per me? Non ci sarebbe più nessuno immagino. Non ho il coraggio di farla finita, se lo avessi avuto lo avrei già fatto nel 2012, quando la mia vita è stata investita da questa nuova vita, da tutto questo malessere.
Tante volte ho avuto il desiderio di poter tornare indietro nel tempo e cancellare la mia esistenza che fin’ora ha causato solo guai a me stessa e pure a qualcun altro.
I miei genitori mi vogliono bene perché sono loro figlia, perché c’è un legame di sangue, ma nessuno oltre loro ci tiene a me come persona, se sono viva o morta fa differenza per gli altri? No, perché la vita va avanti e non si ferma mica per me.
Ho paura di iniziare una nuova psicoterapia, ho paura di rivivere tutto quello che ho passato con la precedente.
Io ci ho provato e riprovato tantissime volte a cambiare, a migliorarmi ma finisco sempre per ritornare al punto di partenza e credetemi è frustrante tutto ciò.

RISPOSTA DEL DOTTORE:

Dott.ssa Paola Giovani

Buongiorno, ha ricevuto una risposta negativa. La sua psicoterapeuta le ha detto di no. Con questo si deve confrontare. Cerchi di considerare la possibilità di riprendere una nuova psicoterapia.In questo momento potrebbe rivolgersi a uno specialista che le possa prescrivere dei farmaci che possano alleviare la sua ansietà. Cordiali saluti. PG


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