Buongiorno, sono una ragazza di 22 anni in psicoterapia da 1 anno per disturbi d'ansia e personalità

24 risposte
Buongiorno, sono una ragazza di 22 anni in psicoterapia da 1 anno per disturbi d'ansia e personalità evitante con tratti autofrustranti e ossessivi. Vi contatto per chiedere un'opionione su un fatto accaduto in terapia qualche mese fa. Prima di raccontarlo faccio alcune premesse: è stato difficile instaurare una relazione terapeutica a causa della mia mancanza di fiducia, il mio odio verso gli psicologi e a causa delle mie problematiche a parlare. Ancora oggi a volte ho difficoltà nel parlare ed esprimermi, ma le cose sono migliorate. Quello che sento verso il mio terapeuta è altalenante: passo da un attaccamento di fiducia fortissimo dove penso sia l'unico che mi possa aiutare, alla paura che mi possa abbandonare, ma a volte sono anche arrabbiata e diffidente nei suoi confronti e ogni cosa che fa mi infastidisce, anche quando guarda l'orologio, sbadiglia, guarda di sfuggita il cell, o sorride alla paziente prima di me, cammina velocemente ecc. Oscillo tra sedute in cui riesco a parlare, e sedute in cui parlo poco e sono irritata con lui per certe piccolezze che mi fanno dubitare di lui, ma non glie lo dico mai. Qualche mese fa, mi sono bloccata alla prima domanda che mi fece in quella seduta. Non riuscivo a dire nulla, e siamo rimasti in silenzio per 40 minuti. All'inizio pensavo a cosa poter dire, ma poi i miei pensieri si sono trasformati in rabbia e sfiducia, nella mia testa lui non mi stava aiutando, non capiva come stavo, ho pensato non fosse in grado di aiutarmi, mi chiedevo perchè non mi volesse aiutare a rispondere, mi sentivo abbandonata nel mio silenzio e nelle mie difficoltà, ho anche pensato che quel giorno non aveva voglia di lavorare, io non riuscivo a dire nulla, ero bloccata completamente, e tutto ciò mi ha portato ad arrabbiarmi in silenzio con lui, senza mai averlo detto, pensavo alla rabbia e non più alla domanda. L'altro giorno mi ha fatto una domanda all'inizio della seduta e avevo iniziato a non rispondere, in quel momento mi ha detto con un sorriso "io non le lo dico, deve dirlo lei, altrimenti rimaniamo in silenzio 3 quarti d'ora come era già successo" , non l'ho vissuta come una minaccia, ma in quel momento ho ricordato come sono stata male in quei 40 minuti di silenzio e ho risposto alla domanda, in quella seduta sono riuscita a parlare più del solito e lui me l'ha fatto notare. Mi sono sentita bene all'inizio, ma poi sentivo di dovermi allontanare. Volevo chiedere se l'uso di questo silenzio ha una qualche funzione specifica nei casi in cui il paziente ha difficoltà a relazionarsi anche con il terapeuta. E se dovrei parlare di questa rabbia che sento nei momenti di silenzio prolungati, e la paura di doverli affrontare dinuovo
Dott.ssa Chiara Galbiati
Psicologo, Psicologo clinico
Legnano
Gentile utente,
dalle sue parole traspare il malessere che sta affrontando nelle ultime sedute con il suo terapeuta. La creazione di una relazione terapeutica è un processo che accompagna l'intero percorso di terapia e pertanto è suscettibile di variazioni. Ha pensato di portare in seduta i suoi vissuti e le sue emozioni nei confronti del terapeuta durante i colloqui? Anche questo può certamente far parte del percorso che sta affrontando e potrà offrirle spunti di lavoro che le possano permettere di riflettere tanto sulle sue modalità di interazione con l'altro quanto sulle sue modalità di funzionamento.
Cordialmente
Dott.ssa Chiara Galbiati

Risolvi i tuoi dubbi grazie alla consulenza online

Se hai bisogno del consiglio di uno specialista, prenota una consulenza online. Otterrai risposte senza muoverti da casa.

Mostra risultati Come funziona?
Dr. Michele Arnaboldi
Psicologo, Psicologo clinico
Bovisio Masciago
Quello che posso consigliarti è di portare in terapia la rabbia che hai provato e i vari aspetti che ti hanno dato fastidio durante le sedute.
Dott. Michele Arnaboldi. Buon pomeriggio, certamente il silenzio all’interno del lavoro terapeutico ha la sua funzione, possono esserci dei momenti di pausa utili a concentrarsi su un problema particolare o per riformulare un concetto perché può essere necessario un breve momento di stacco.
Quello che posso consigliarti è di portare in terapia la rabbia che hai provato e i vari aspetti che ti hanno dato fastidio durante le sedute.
Dott. Michele Arnaboldi
Dott. Giacomo Carella
Psicologo, Psicologo clinico
Pistoia
Buongiorno, sicuramente parlare di questa rabbia e del modo in cui vive certe situazioni può essere utile ad entrambi: a lei per liberarsi ed al suo terapeuta per prendere atto dei suoi pensieri. Per quanto riguarda la sua domanda se esiste o meno una funzione nell'uso del silenzio, questo dipende da come il singolo specialista interpreta il silenzio stesso. In realtà, rimanendo in silenzio, può credere di non comunicare, ma in realtà un messaggio lo sta mandando lo stesso: "non voglio, non mi interessa parlarti/ sono delusa/ sono arrabbiata". Rimango a disposizione
Dott. Valeriano Fiori
Psicoterapeuta, Psicologo
Roma
Salve, scrive di aver intrapreso un percorso psicologico da circa un anno, quindi le consiglio di continuare a confrontarsi con il terapeuta che la segue. Si chiarisca direttamente con il collega.
Buona giornata.
Dott. Fiori
Dott. Francesco Damiano Logiudice
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve, mi spiace molto per la situazione ed il disagio espresso e comprendo quanto possa essere difficile per lei convivere con questa situazione riportata.
Per rispetto del lavoro da voi effettuato finora e del fatto che sia riuscita ad aprirsi con la collega ritengo fondamentale affrontare con lei queste domande.
Cordialmente, dott FDL
Dott.ssa Alessia D'Angelo
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Milano
Gentile utente, il silenzio è un elemento altamente terapeutico, non è un momento di vuoto. Ma bensì altamente comunicativo, lei col suo silenzio dice molto al suo terapeuta, e al contempo lei produce molti contenuti della sua mente, prova delle emozioni. In terapia tutto ha un suo significato. Mi sento però di consigliarle di condividere con il suo terapeuta quanto emerso durante il suo silenzio, poichè penso che possa aprire diversi spunti di riflessione.
Cordialmente Dott.ssa Alessia D'Angelo
Dott. Gianmarco Simeoni
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Varese
Buonasera Gentile Utente. Premesso che ogni terapeuta ha il suo modo di lavorare, dovuto a tendenze personali e formative, il silenzio può essere vissuto e gestito in modi diversi. Se il suo terapeuta ne fa uso in questo modo, sicuramente per lui ha un valore terapeutico. Reputo comunque molto interessante il suo vissuto che ha riportato nel post: nel silenzio lei si è concentrata su di Sé, sui suoi vissuti emotivi che è riuscita ad avere ben chiari. Sicuramente condividere col suo terapeuta questi vissuti non può che fare bene alla relazione, perché può essere un modo per lavorare proprio su ciò che lei ha provato. Come vede, il silenzio può essere un'ottima opportunità per scoprire altri lati di Sé all'interno della relazione e uno spunto per lavorarci. Cordialmente, dott. Simeoni
Dott.ssa Marina Bonadeni
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Buongiorno, si possono intraprendere varie strade per arrivare a destinazione, ossia per raggiungere l'obiettivo, che è quello di aiutarla a stare meglio, a potere avere relazioni interpersonali più funzionali e il suo terapeuta usa anche il silenzio per arrivarci che effettivamente ha prodotto il risultato di farle provare rabbia, ora se lei condivide questo con lui, potreste lavorarci sopra. Un cordiale saluto
Dott.ssa Marina Bonadeni
Prenota subito una visita online: Consulenza online - 60 €
Per prenotare una visita tramite MioDottore, clicca sul pulsante Prenota una visita.
Buongiorno, le consiglio di tirar fuori con il suo psicologo tutte le emozioni che prova nei suoi confronti, sarà sicuramente di aiuto a entrambi. Riguardo al silenzio, tutto ciò che accade all'interno della seduta ha un valore, da leggere in base alla terapia e alla persona. Si apra su tutti i dubbi e i pensieri che ha, vedrà che sarà d'aiuto al suo percorso e al suo psicologo per entrare meglio nei suoi pensieri e poterla aiutare.
Un caro saluto dottoressa Paola De Martino
Dott.ssa Franca Vocaturi
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Buongiorno,
credo che le difficoltà che lei sta vivendo nel rapporto con il suo terapeuta facciano parte delle sue diffcoltà di relazione e dunque è molto positivo che emergano! Il mio suggerimento è di parlarne con il suo terapeuta: la fiducia si instaura e si rafforza proprio nei momenti di scontro e incomprensione. Tutto quello che accade nella relazione terapeutica è molto prezioso, soprattutto le emozioni spiacevoli e i vissuti più contrastanti e tutto si può trasformare nel momento in cui è dicibile.
Buona continuazione!
Dott.ssa Franca Vocaturi
Dott.ssa Federica Consiglio
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Gentilissima, il silenzio è terapeutico, è comunicazione tanto quanto una chiacchierata. L'episodio successivo le dimostra esattamente questo: il suo silenzio la sta portando da qualche parte ed il suo terapeuta è li con lei. Cerchi di essere sincera con il collega e dirgli quello che prova e come si sente, sono certa che lui stia aspettando questo.
Buon viaggio nel suo percorso terapeutico.
Dott. Gianpaolo Bocci
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Latina
Buongiorno,
il silenzio è anche esso un tipo comunicazione e come tale ha dei significati all'interno del contesto e della relazione nel quale si presenta.
Parlare della rabbia che prova, sarebbe molto importante per lei stessa e per il processo terapeutico.

Le auguro una buona giornata,
Gianpaolo Bocci
Buonasera gentile utente la ringrazio innanzitutto per il suo scritto e per aver raccontato del suo disagio interiore, il silenzio in terapia può avere tanti significati e certamente è importante rispettare ciò che la persona porta. I suoi vissuti emotivi sono importanti e potrebbero essere di grande aiuto al suo terapeuta se si legittimasse ad esprimerli. Potrebbero essere materiale su cui lavorare in seduta per portarla ad un altro livello di consapevolezza interiore.
Resto a disposizione,
Dottoressa Monica Pesenti
Dott.ssa Annaclaudia Cavaglià
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Gentile ragazza,
quello che sente nella terapia e i vissuti che emergono all'interno della relazione terapeutica sono materiali preziosi. La condivisione di questi contenuti è occasione per raggiungere una maggiore consapevolezza dei suoi meccanismi di funzionamento, non solo all'interno della terapia ma nelle relazioni in senso più ampio. Buona scoperta!
Dott.ssa Annaclaudia Cavaglià
Dr. Ugo Ungaro
Psicologo, Psicoterapeuta
L'Aquila
Salve è sicuramente utile per il vostro lavoro riportare questi contenuti all'interno del vostro lavoro e in questo insieme inserisca anche la sua necessità di consultare degli psicoterapeuti che rispondono su questo spazio. Sono dei temi che possono essere importanti per il vostro percorso. I temi di tipo relazione che accenna hanno sicuramente una grande importanza e quindi li riporti all'interno del vostro lavoro di conoscenza e cambiamento. Un cordiale saluto
Dott.ssa Francesca Conti
Psicologo, Psicologo clinico
Roccafranca
Gentilissima, la situazione che descrive e che sta vivendo è comune all'interno dei percorsi di terapia. Come ha già sperimentato, l'alleanza terapeutica si costruisce nel tempo e durante il percorso si possono verificare delle "rotture". La gamma di emozioni che descrive fanno parte del suo vissuto e rispondono a delle caratteristiche che la contraddistinguono nella sua unicità, perciò concordo con i colleghi quando la invitano a parlarne con il suo terapeuta di tale questione. Ciò la aiuterebbe a fare maggiore chiarezza sui pensieri e le emozioni spiacevoli che sperimenta in specifiche situazioni, oltre che a capire se questo tipo di percorso la sta veramente aiutando, ipotizzando insieme al suo terapeuta anche un eventuale passaggio ad un altro collega: in fondo, anche noi siamo esseri umani!
Augurandole il meglio, la saluto.
Dr.ssa Conti Francesca
Dott.ssa Eleonora Donatelli
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Cara Utente, è molto importante permettersi di far emergere le difficoltà incontrate nel rapporto con il suo terapeuta e in quei lunghi minuti di silenzio, che hanno un enorme valore in questi percorsi: a volte un silenzio parla più di molte parole e nel silenzio riverberano le nostre sensazioni, anche se spesso dolorose. Le suggerisco di parlarne con il suo terapeuta, proprio perchè è da questi momenti e dalla possibilità di esprimerli che l'alleanza terapeutica si rinvigorisce e che si è in grado di affrontare le proprie paure e difficoltà relazionali. Buona continuazione! Dott.ssa Eleonora Donatelli
Dott. Mirco Casteller
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Castelfranco Veneto
Il silenzio rappresenta in terapia il pieno non il vuoto….il suo terapeuta se mi permette è veramente capace. Per un professionista , mi creda è più semplice parlare che stare in silenzio, il tema è la cura.
Lei deve mettere al centro la cura…se ritiene che le domande che si pone e i percorsi che sta facendo le creino sollievo significa che la terapia funziona. Deve stare attenta ad un aspetto, non prenda lo psicoterapeuta come un farmaco….
Se ritiene sono a disposizione per primo contatto on line previo appuntamento in piattaforma

Dott.ssa Marina Dattoma
Psicologo, Psicologo clinico
Monopoli
Buon pomeriggio, in terapia i silenzi hanno varie funzioni. È necessario però che lei porti in terapia questa rabbia che ha provato nei confronti del suo terapeuta. Potrebbe essere un momento di intensa riflessione e anche di profondo cambiamento.
Un caro saluto
Dr.ssa Marina Dattoma
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buonasera, l'unico che le può rispondere in modo adeguato è il suo terapeuta, non esiti quindi a parlargliene. Cordiali saluti.
Dott.ssa Asia Cobelli
Psicologo, Psicologo clinico, Neuropsicologo
Verona
Buonasera, innanzitutto grazie per aver condiviso la tua esperienza.
Per quanto riguarda la funzione del silenzio, esso ha in terapia diversi scopi. A volte viene usato dal terapeuta per dare lo spazio necessario per elaborare pensieri ed emozioni, specialmente quando ci si sente sopraffatti. Quella pausa prolungata può servire a entrare in contatto con sentimenti nascosti, come la rabbia o la sensazione di abbandono, che emergono quando siamo in difficoltà ad esprimerci.

Il fatto che tu abbia sperimentato un alternarsi tra momenti di apertura e momenti in cui il silenzio ti fa sentire bloccata e arrabbiata è abbastanza comune, soprattutto in contesti in cui la relazione terapeutica è stata difficile da instaurare. In situazioni come queste, potrebbe essere davvero utile parlare apertamente con il tuo terapeuta di quella rabbia e della paura che provi nei momenti di silenzio. Esprimere queste sensazioni può contribuire a chiarire cosa c'è dietro il blocco e a migliorare la comunicazione tra di voi.

Ogni percorso terapeutico è unico ed esplorare questi momenti, per quanto dolorosi possano essere, può portarti a una maggiore consapevolezza di te stessa e a un miglioramento nel rapporto con il terapeuta. È lecito chiedere spiegazioni o chiarimenti al tuo terapeuta: il confronto aperto può essere un importante passo verso il cambiamento. Un saluto.
Dott.ssa Manuela Valentini
Psicologo, Psicologo clinico
Melfi
Buonasera,
E' comprensibile che il silenzio prolungato abbia suscitato in lei emozioni intense come rabbia, frustrazione e sfiducia. Il silenzio, in psicologia non è mai casuale può avere diverse funzioni, tra cui offrire uno spazio di riflessione, permettere l’emergere di vissuti profondi e favorire una maggiore consapevolezza di sé. Il sui sentire è significativo e merita attenzione. La rabbia che prova potrebbe derivare non solo dal momento presente, ma anche da esperienze passate legate alla difficoltà di sentirsi ascoltata e compresa. Il fatto che nell’ultima seduta sia riuscita a rispondere e a comunicare più del solito è un segnale di crescita. Il silenzio crea lo spazio necessario a riflessioni più profonde. Pertanto, la invito a parlarne chiaramente in seduta e ad evidenziare le sue sensazioni, dubbi e paure inerenti i silenzi prolungati o di altre necessità da affrontare.
Un caro saluto,
Resto a disposizione per eventuali.
Dr.ssa Manuela Valentini
Dott.ssa Marta Calzari
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno,
innanzitutto vorrei dirle che è molto importante ciò che ha condiviso: riuscire a parlare di come ci si sente all’interno della relazione terapeutica è già parte del percorso di cura. In psicoterapia, infatti, non conta solo di cosa si parla, ma anche come ci si relaziona con il terapeuta. La fiducia reciproca e la possibilità di comunicare apertamente le proprie emozioni, anche quelle di rabbia, sfiducia o delusione, sono aspetti fondamentali per costruire una buona alleanza terapeutica.
Il silenzio, in terapia, può avere diverse funzioni. Non è sempre un vuoto, ma può diventare uno spazio di riflessione, di contatto con le proprie emozioni o di ascolto reciproco. Tuttavia, quando il silenzio viene vissuto come abbandono o distanza, è importante che questo venga portato in seduta: parlarne può aiutare a capire meglio cosa accade dentro di sé e nella relazione terapeutica.
Nel suo caso, comunicare al terapeuta la rabbia e la paura che prova nei momenti di silenzio potrebbe essere molto utile. Non è un errore sentirsi così: queste emozioni raccontano qualcosa di importante sul suo modo di vivere i legami, la fiducia e l’aiuto dell’altro. Il terapeuta potrà aiutarla a dare un senso a questi vissuti e a trasformarli in un’occasione di crescita personale.

La ringrazio per la condivisione,
Dott.sa Marta Calzari
Dott. Salvatore Augello
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Palermo
Buongiorno,
quello che descrive è molto più frequente di quanto lei immagini, e soprattutto è molto più “dentro” la terapia di quanto sembri. Non sta raccontando un incidente di percorso: sta raccontando esattamente il luogo in cui la psicoterapia, nei casi come il suo, lavora davvero.
Parto dal punto che la fa soffrire di più: quei 40 minuti di silenzio.
Per lei non sono stati semplicemente un momento senza parole. Sono stati vissuti come abbandono, come prova che lui non la capiva, quasi come se l’avesse lasciata sola a cavarsela. Nella sua mente il terapeuta non stava aiutando, non stava facendo il suo lavoro, non voleva aiutarla. E la cosa importante è questa: quello che ha provato lì dentro non riguarda soltanto lui. Riguarda il modo in cui lei vive la relazione quando ha bisogno dell’altro.
Nelle persone con tratti evitanti (e anche con componenti ossessive e autofrustranti) accade spesso una dinamica molto precisa: il desiderio di essere aiutati è fortissimo, ma è altrettanto forte la paura di esporsi, di dipendere e soprattutto di non essere capiti. Quando arriva una domanda, non è solo una domanda. Diventa inconsciamente: “adesso devo mostrarmi davvero, e se poi non vengo capito? Se vengo giudicata? Se non sono importante abbastanza perché l’altro mi aiuti?”
Il blocco allora non è incapacità di parlare. È un conflitto interno potentissimo.
Il silenzio, in questi casi, non è passività del terapeuta. Ha una funzione molto precisa.
Se lui le avesse suggerito cosa dire, avesse riempito lo spazio, cambiato discorso o consolata subito, lei avrebbe avuto sollievo momentaneo — ma avrebbe evitato proprio ciò che la fa stare male anche fuori dalla terapia: il momento in cui sente di avere bisogno dell’altro ma contemporaneamente si ritira e poi si convince che l’altro non c’è.
In quei 40 minuti è successo qualcosa di molto importante: lei non era semplicemente in silenzio, stava vivendo in diretta il suo schema relazionale. Prima il blocco, poi l’aspettativa che lui capisse da solo, poi la rabbia, poi l’idea di non essere aiutata e infine il vissuto di abbandono. Questa sequenza è preziosissima clinicamente, perché probabilmente è la stessa che si attiva anche nelle sue relazioni affettive, solo che fuori dalla terapia diventa invisibile.
Il fatto che la frase detta recentemente dal terapeuta (“altrimenti restiamo in silenzio come l’altra volta”) l’abbia aiutata a parlare è molto significativo. Non è stata una minaccia: è stata una restituzione implicita di responsabilità relazionale. Le ha comunicato qualcosa di sottile: io sono qui, ma la relazione la costruiamo insieme, io non posso parlare al posto suo.
E infatti lei ha parlato di più — ma subito dopo ha sentito il bisogno di allontanarsi. Questo è un passaggio tipico: quando la vicinanza emotiva diventa reale, scatta la paura.
Le oscillazioni che descrive (attaccamento fortissimo → paura di abbandono → irritazione per dettagli minuscoli) non sono strane né un segno che la terapia non funzioni. Sono proprio il cuore del lavoro terapeutico. Sta vivendo quello che in terapia chiamiamo, in modo semplice, una relazione che diventa importante. E quando diventa importante, attiva tutto ciò che fa più male: bisogno, diffidenza, controllo, iper-osservazione. Non è casuale che lei noti l’orologio, lo sbadiglio, il sorriso alla paziente prima, il cellulare: non sta osservando comportamenti, sta cercando continuamente segnali del suo valore per lui.
Arriviamo alla sua domanda principale:
sì, dovrebbe parlare della rabbia. Anzi, quella rabbia è materiale terapeutico centrale.
Capisco che trattenerla sembri più sicuro. Dentro di lei probabilmente c’è l’idea: se glielo dico, lo infastidisco, mi giudicherà, si stancherà di me o mi abbandonerà. Ma proprio questo è il punto che la terapia può curare: poter essere arrabbiata con una figura importante senza perdere la relazione. Se lei non glielo dice, continuerà a viverla come prova silenziosa di abbandono. Se lo porta in seduta, diventa esperienza nuova: una relazione in cui può esistere anche il conflitto senza rottura.
Anche la paura di dover affrontare di nuovo il silenzio è molto comprensibile. Il silenzio per lei non è neutro: è un luogo dove si sente invisibile. Ma in realtà, in terapia, il silenzio spesso non è assenza di relazione — è il momento in cui emergono le parti più profonde, quelle che non riescono ancora a passare per le parole. Proprio perché per lei è così carico, parlarne direttamente potrebbe trasformarlo: non più una prova che lui non la aiuta, ma qualcosa che potete osservare insieme.
Il fatto che lei stia facendo queste domande è già un segnale di coinvolgimento reale nel percorso. La cosa più utile, più ancora di qualunque interpretazione, sarebbe portare esattamente questa lettera — o anche solo una parte — al suo terapeuta. Non per “valutare” lui, ma per permettergli di lavorare proprio su quello che ora la fa soffrire nella relazione.
Se le va, provi a dirglielo anche in modo semplice, senza preparare discorsi perfetti: che durante i silenzi si sente arrabbiata, abbandonata e allo stesso tempo ha paura di dirglielo. Spesso è proprio da lì che la terapia comincia a cambiare davvero.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello

Stai ancora cercando una risposta? Poni un'altra domanda

  • La tua domanda sarà pubblicata in modo anonimo.
  • Poni una domanda chiara, di argomento sanitario e sii conciso/a.
  • La domanda sarà rivolta a tutti gli specialisti presenti su questo sito, non a un dottore in particolare.
  • Questo servizio non sostituisce le cure mediche professionali fornite durante una visita specialistica. Se hai un problema o un'urgenza, recati dal tuo medico curante o in un Pronto Soccorso.
  • Non sono ammesse domande relative a casi dettagliati, richieste di una seconda opinione o suggerimenti in merito all'assunzione di farmaci e al loro dosaggio
  • Per ragioni mediche, non verranno pubblicate informazioni su quantità o dosi consigliate di medicinali.

Il testo è troppo corto. Deve contenere almeno __LIMIT__ caratteri.


Scegli il tipo di specialista a cui rivolgerti
Lo utilizzeremo per avvertirti della risposta. Non sarà pubblicato online.
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.