Buongiorno, ho 32 anni e per 5 mesi ho frequentato una ragazza di 26 la quale sta vivendo - da quan
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Buongiorno,
ho 32 anni e per 5 mesi ho frequentato una ragazza di 26 la quale sta vivendo - da quando aveva 14 anni circa - in una condizione di accudimento invertito: madre che abbandona la famiglia e padre che l’ha relegata in un rapporto morboso al ruolo di moglie surrogata.
Lo stesso schema si è ripetuto più di recente (circa 2 anni fa) alla morte della nonna, per cui si ritrova oggi e dover badare anche al nonno non più completamente autosufficiente.
Questa ragazza soffre inoltre di afefobia in quanto - per sua dichiarazione - da bambina veniva sempre respinta dai genitori ogni volta che cercava abbracci e coccole.
Tutto questo ha portato a sviluppare in lei ansia, eccessiva rigidezza di ragionamento, profondi sensi di colpa e malessere al solo pensiero ipotetico di abbandonare il tetto famigliare (anche solo andando a vivere a pochi chilometri dal padre) e altre fobie legate a ordine, igiene e socialità.
La relazione si è bruscamente interrotta per l’impossibilità di riuscire a trovare qualunque compromesso con questa ragazza, ma non è questo il punto.
Sebbene mi renda conto di quanto sia difficile esprimere un parere sulla base di queste pochissime informazioni, tengo molto a questa persona e vorrei porvi alcune domande per comprendere meglio il suo punto di vista e se possibile aiutarla.
In linea del tutto teorica e sulla base della letteratura nota ad oggi:
1) chi soffre di afefobia, prova maggiore disagio nel momento in cui riceve gesti intimi oppure per il fatto di non riuscire a riceverli come vorrebbe?
2) come si comporterà questa persona con un eventuale figlio: si concederà almeno con lui gesti di intimità oppure risulterà anaffettiva e distaccata?
3) nel caso di accudimento invertito, il partner e l’eventuale nucleo famigliare che questa persona si creerà, saranno sempre relegati ad un ruolo marginale rispetto al genitore accudito?
4) poiché questa persona risulta conscia di tale situazione e considerata l’età di 26 anni, è ancora possibile intraprendere un percorso con uno specialista?
Grazie fin da ora per la pazienza e disponibilità ad analizzare il caso.
Saluti
ho 32 anni e per 5 mesi ho frequentato una ragazza di 26 la quale sta vivendo - da quando aveva 14 anni circa - in una condizione di accudimento invertito: madre che abbandona la famiglia e padre che l’ha relegata in un rapporto morboso al ruolo di moglie surrogata.
Lo stesso schema si è ripetuto più di recente (circa 2 anni fa) alla morte della nonna, per cui si ritrova oggi e dover badare anche al nonno non più completamente autosufficiente.
Questa ragazza soffre inoltre di afefobia in quanto - per sua dichiarazione - da bambina veniva sempre respinta dai genitori ogni volta che cercava abbracci e coccole.
Tutto questo ha portato a sviluppare in lei ansia, eccessiva rigidezza di ragionamento, profondi sensi di colpa e malessere al solo pensiero ipotetico di abbandonare il tetto famigliare (anche solo andando a vivere a pochi chilometri dal padre) e altre fobie legate a ordine, igiene e socialità.
La relazione si è bruscamente interrotta per l’impossibilità di riuscire a trovare qualunque compromesso con questa ragazza, ma non è questo il punto.
Sebbene mi renda conto di quanto sia difficile esprimere un parere sulla base di queste pochissime informazioni, tengo molto a questa persona e vorrei porvi alcune domande per comprendere meglio il suo punto di vista e se possibile aiutarla.
In linea del tutto teorica e sulla base della letteratura nota ad oggi:
1) chi soffre di afefobia, prova maggiore disagio nel momento in cui riceve gesti intimi oppure per il fatto di non riuscire a riceverli come vorrebbe?
2) come si comporterà questa persona con un eventuale figlio: si concederà almeno con lui gesti di intimità oppure risulterà anaffettiva e distaccata?
3) nel caso di accudimento invertito, il partner e l’eventuale nucleo famigliare che questa persona si creerà, saranno sempre relegati ad un ruolo marginale rispetto al genitore accudito?
4) poiché questa persona risulta conscia di tale situazione e considerata l’età di 26 anni, è ancora possibile intraprendere un percorso con uno specialista?
Grazie fin da ora per la pazienza e disponibilità ad analizzare il caso.
Saluti
Salve, mi spiace molto per la situazione ed il disagio espresso e comprendo quanto possa essere difficile per lei convivere con questa situazione riportata. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente. Credo che un consulto con un terapeuta possa aiutarla ad identificare pensieri rigidi e disfunzionali che impediscono il cambiamento desiderato e mantengono la sofferenza in atto ed altresì aiutarla a utilizzare un dialogo interno ricco di parole costruttive. Resto a disposizione, anche online. Cordialmente, dott FDL
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Salve, la condizione è certamente da approfondire. L'unica strategia per la sua compagna sarebbe quella di intraprendere un percorso personale. E' chiaro che deve essere lei a sentire la necessità. Il futuro è imprevedibile, e non esiste certezza su cosa accadrà con un figlio e via dicendo. Si può agire solo nel presente incamminandosi verso il prendersi cura della propria vita, il primo passo è una psicoterapia, Così in futuro potrà esserci la possibilità di fare scelte diverse e migliori per se stessa.
Rimango a disposizione se volesse scrivermi o contattarmi.
Dott.ssa Camilla Ballerini
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Dott.ssa Camilla Ballerini
Buongiorno! è evidente che tiene molto a questa persona e capisco la sua preoccupazione e le molte domande; forse anche la frustrazione per non poter fare di più per lei. il punto però è che dovrebbe essere la sua compagna a intraprendere un percorso personale per approfondire tutti questi aspetti, a patto che lei stessa sia motivata e interessata a farlo.
Cordiali saluti! Dott.ssa Claudia Nalin
Cordiali saluti! Dott.ssa Claudia Nalin
Buonasera, certamente potrebbe intraprendere un percorso psicologico dove lavorare sulle sue problematiche e sui suoi pensieri. È altresì fondamentale, però, che sia lei stessa a volerlo. Non so se voi abbiate ancora contatti, però potrebbe parlare con lei magari di questa possibilità.
Resto a disposizione per qualunque chiarimento, un caro saluto dottoressa Paola De Martino
Resto a disposizione per qualunque chiarimento, un caro saluto dottoressa Paola De Martino
Buongiorno,
credo che la mia risposta possa essere deludente rispetto a quanto a chiesto.
Posso rispondere soltanto alla domanda 4 e si, sarebbe possibile e anche molto utile che questa persona possa rivolgersi ad uno specialista.
Rispetto alle altre domande potrei solo portarle delle statistiche, ma la signola persona è altra cosa e come evolverà la sua vita, i suoi rapporti, le persone più o meno 'riparative' che incontrerà, non credo sia possibile prevederlo.
Le auguro una buona giornata
Gianpaolo Bocci
credo che la mia risposta possa essere deludente rispetto a quanto a chiesto.
Posso rispondere soltanto alla domanda 4 e si, sarebbe possibile e anche molto utile che questa persona possa rivolgersi ad uno specialista.
Rispetto alle altre domande potrei solo portarle delle statistiche, ma la signola persona è altra cosa e come evolverà la sua vita, i suoi rapporti, le persone più o meno 'riparative' che incontrerà, non credo sia possibile prevederlo.
Le auguro una buona giornata
Gianpaolo Bocci
Buongiorno, la sua preparazione e la sua ricerca di risposte ai mille dubbi che accompagnano il suo vivere questa relazione sono più che legittimi e comprensibili. Il problema è che purtroppo parlare di afefobia o di accudimento invertito non corrisponde esattamente ad uno schema rigido di comportamento dal quale si possono prevedere gli atteggiamenti futuri con esattezza. Ciò che avverrà in futuro dipenderà molto dalle relazioni che instaurerà, dalla possibilità di elaborare le sue difficoltà e magari di affrontarle e farsi aiutare con un percorso personale. Cero che è ancora in tempo l'importante è che sia lei stessa a volerlo.
Cordialmente
Dott.ssa Loredana Luise
Cordialmente
Dott.ssa Loredana Luise
Buongiorno, da ciò che racconta ha vissuto una relazione dolorosa che l'ha portata all'allontanamento come unica soluzione, per questo mi chiedo perché per lei sia così urgente e prioritario dare aiuto alla sua ex partner senza soffermarsi su se stesso. Le consiglio di provare a darsi spazio anche lei e intraprendere un percorso che le consenta di elaborare i suoi vissuti e le sue emozioni nonché le sue modalità relazionali e la sua tendenza ad aiutare l'altro come modalità difensiva per non fermarsi su di sé.
Ciao,
Ho letto con attenzione ciò che ha scritto.
L’afefobia è stata accertata?
Leggendo, ciò che affermo quasi con insistenza è che la ragazza debba rivolgersi a uno specialista, credo ne abbia bisogno.
In secondo luogo credo che sia giusto chiedersi quanto la faccia soffrire questa situazione e sulla base della risposta, richiedere un consulto con uno specialista e insieme costruire un percorso di crescita individuale e, se le condizioni lo permetteranno, con la ragazza da lei menzionata.
Resto a disposizione.
Ho letto con attenzione ciò che ha scritto.
L’afefobia è stata accertata?
Leggendo, ciò che affermo quasi con insistenza è che la ragazza debba rivolgersi a uno specialista, credo ne abbia bisogno.
In secondo luogo credo che sia giusto chiedersi quanto la faccia soffrire questa situazione e sulla base della risposta, richiedere un consulto con uno specialista e insieme costruire un percorso di crescita individuale e, se le condizioni lo permetteranno, con la ragazza da lei menzionata.
Resto a disposizione.
Gentile utente di mio dottore,
la ragazza che lei per diverso tempo ha frequentato viene da una storia di forti deprivazioni affettive ed emotive ed inoltre non ha mai avuto la possibilità di poter vivere la gioventù e la fanciullezza in maniera spensierata come capita spesso magari a moltissime persone. L'assenza di un lavoro su di se potrebbe rappresentare un fattore di rischio in toto per la salute e l'integrità di questa persone e quindi anche per tutte le persone che faranno parte della sua vita. E' inevitabile tutto questo, soprattutto quando si viene da storie cosi dolorose e profondamente traumatiche. Si percepisce quanto tenga ancora a questa persona, e l unica che cosa che potrebbe fare è spronarla ad intraprendere un percorso di psicoterapia, ne varrebbe della sua vita.
In bocca al lupo per tutto!!
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
la ragazza che lei per diverso tempo ha frequentato viene da una storia di forti deprivazioni affettive ed emotive ed inoltre non ha mai avuto la possibilità di poter vivere la gioventù e la fanciullezza in maniera spensierata come capita spesso magari a moltissime persone. L'assenza di un lavoro su di se potrebbe rappresentare un fattore di rischio in toto per la salute e l'integrità di questa persone e quindi anche per tutte le persone che faranno parte della sua vita. E' inevitabile tutto questo, soprattutto quando si viene da storie cosi dolorose e profondamente traumatiche. Si percepisce quanto tenga ancora a questa persona, e l unica che cosa che potrebbe fare è spronarla ad intraprendere un percorso di psicoterapia, ne varrebbe della sua vita.
In bocca al lupo per tutto!!
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Buona sera, dopo aver letto con attenzione ciò che lei racconta, a costo di risultare ridondante, l'unica cosa che posso suggerirLe è di rivolgersi ad un\una specialista; questa ragazza presenta una situazione familiare molto complessa alla quale è possibile approcciarsi con una terapia familiare.
Resto a disposizione qualora avesse ulteriori dubbi
Cordialmente
Dott.ssa Carlotta Cuvello
Resto a disposizione qualora avesse ulteriori dubbi
Cordialmente
Dott.ssa Carlotta Cuvello
Salve, ho l'impressione di aver già letto e risposto a questa richiesta. Tuttavia nel caso mi sbagliassi, capisco la sua preoccupazione per la persona che ama ma deve essere la signora a doversi porre certe domande e sentire il desiderio di affrontare i disagi descritti trovando le giuste risposte. Lei può suggerirle di parlarne con uno psicologo ma usando le giuste parole per non suscitare una reazione di rifiuto e ostile. Cordiali saluti. Professor Antonio Popolizio
Gentile utente, dal suo messaggio appare chiaro quanto tenga a questa persona e quanto grande sia il suo desiderio di aiutarla, ma forse anche di voler capire se è il caso di tutelare sé stesso da una situazione in cui teme di non essere messo al centro delle attenzioni e degli affetti di questa ragazza, possibile futura moglie/madre.
Alle sue domande posso rispondere concordando con i colleghi nel ritenere un percorso di psicoterapia uno strumento prezioso per poter comprendere meglio sè stessi e cercare di modificare quelle modalità che si tende a mettere in atto costantemente nelle relazioni, anche se poi risultano disfunzionali.
Resto a disposizione per approfondimenti.
Cordiali saluti, Dott.ssa Pamela Cornacchia
Alle sue domande posso rispondere concordando con i colleghi nel ritenere un percorso di psicoterapia uno strumento prezioso per poter comprendere meglio sè stessi e cercare di modificare quelle modalità che si tende a mettere in atto costantemente nelle relazioni, anche se poi risultano disfunzionali.
Resto a disposizione per approfondimenti.
Cordiali saluti, Dott.ssa Pamela Cornacchia
Buonasera
Mi sembra che le sue domande sottintendano la domanda più generale : E' possibile modificare i cliché relazionali di un individuo ? La risposta può essere affermativa se questo individuo è disposto ad intraprendere un percorso psicoterapico di un certo tipo e se è motivato a lavorare su di sé.
Resto a Sua disposizione per eventuali chiarimenti.
Saluti
Dott.ssa Claudia Castellani
Mi sembra che le sue domande sottintendano la domanda più generale : E' possibile modificare i cliché relazionali di un individuo ? La risposta può essere affermativa se questo individuo è disposto ad intraprendere un percorso psicoterapico di un certo tipo e se è motivato a lavorare su di sé.
Resto a Sua disposizione per eventuali chiarimenti.
Saluti
Dott.ssa Claudia Castellani
Salve,
dovrebbe consigliare un percorso psicologico dove approfondire le problematiche riportate. Iniziando il percorso psicologico potrebbe gestire diversamente le relazioni.
dovrebbe consigliare un percorso psicologico dove approfondire le problematiche riportate. Iniziando il percorso psicologico potrebbe gestire diversamente le relazioni.
Non percepisco nella sua lettera nessun coinvolgimento emotivo. Lei ne fa una questione prettamente accademica. E non parla minimamente di sé! Mi chiedo per quale ragione.
Gentile utente si percepisce da quello che scrive la sua sofferenza e la voglia di aiutare questa persona cara. Tuttavia alle domande poste è difficile rispondere perché sarebbe necessario un approfondimento con la persona in questione. Di certo non è troppo tardi per rivolgersi ad uno specialista data la giovane età, ma è fondamentale che sia essa stessa motivata a risolvere i problemi. L'unica cosa che mi sento di dirle è che le relazioni con i membri della famiglia sono fondamentali per la costruzione della nostra personalità e se tali legami sono in qualche modo disfunzionali avranno un impatto su tutte le relazioni future che siano di natura affettiva, amicale, genitoriale, lavorativa. Pertanto quello che può fare lei è limitato al sollecitare la ragazza a intraprendere un percorso di cura.
Cordialmente, dott. Sassi.
Cordialmente, dott. Sassi.
Buonasera e grazie per averci esposto i suoi dubbi e le sue domande. E' francamente difficile poter dare una risposta univoca e precisa ai suoi interrogativi perchè dietro ad uno stesso sintomo o comportamento o pensiero si nascondono percorsi soggettivi estremamente variegati. Per questo ogni risposta o previsione sarebbe un azzardo. Qualora, invece, lei desiderasse uno spazio in cui ascoltarsi ed in cui sentirsi ascoltato al fine di poter approfondire i suoi vissuti ed il suo sentire, resto a sua disposizione anche per dei colloqui online. Cordialmente, dott. Andrea Brumana
Buonasera, i punti che lei ha enucleato rispecchiano le sue legittime paure. Se questa ragazza non sente l'esigenza di farsi aiutare, lei non può fare niente di più di ciò che immagino abbia già fatto. Non può sostituire le azioni di un professionista in una situazione così complessa. Il ruolo che ricopre rispetto alla famiglia di origine renderà difficoltoso il distacco verso un nucleo familiare proprio e ben distinto. Per le restanti domande, è difficile dare una risposta perché bisognerebbe conoscere molto bene la ragazza in questione. Spero di esserle stata utile.
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Gentile utente, le sue domande sono legittime e comprensibili. Mi permetta di risponderle così: non si può prevedere il futuro (figli), nulla è necessariamente "per sempre" (rapporto con i genitori) e, soprattutto, c'è sempre tempo per intraprendere un percorso psicologico.
Dott. Giacomo Bonetti
Dott. Giacomo Bonetti
Buongiorno, grazie per aver condiviso questa complessa situazione con una tale cura nei dettagli. È evidente che lei tenga molto a questa persona, e ciò traspare dal modo in cui si pone le sue domande, con un atteggiamento di autentica preoccupazione e rispetto. Cercherò di rispondere ai suoi quesiti offrendo una prospettiva basata sull’approccio cognitivo-comportamentale (TCC), pur ricordando che ogni individuo è unico, e un’analisi più approfondita richiederebbe un contesto clinico diretto. L’afefobia, la paura del contatto fisico, può avere radici profonde, spesso legate a esperienze precoci di rifiuto o trauma emotivo. Chi soffre di questa condizione può provare disagio sia nell’essere toccato sia nel non riuscire a ricevere gesti di intimità come vorrebbe. Il primo caso si manifesta spesso come un’esigenza di protezione o controllo, mentre il secondo riflette il conflitto interno tra il desiderio di vicinanza e la paura di sentirsi vulnerabili. Questo conflitto può generare un circolo vizioso di auto-protezione che perpetua il problema, ma è possibile lavorarci attraverso un percorso terapeutico mirato, che aiuti la persona a gestire e ridurre gradualmente la paura. Per quanto riguarda il comportamento con un eventuale figlio, è difficile prevedere come questa persona potrebbe agire senza conoscerne direttamente la storia emotiva e il grado di consapevolezza dei propri schemi. Tuttavia, senza interventi terapeutici, vi è il rischio che alcuni modelli relazionali, come il distacco o il rifiuto del contatto fisico, si ripropongano. Detto ciò, una maggiore consapevolezza della propria storia e delle proprie difficoltà può rappresentare un punto di partenza cruciale per evitare di riprodurre le stesse dinamiche. Nell’ambito dell’accudimento invertito, è comune che la persona si senta intrappolata in un senso di responsabilità cronico verso il genitore o il parente accudito, spesso a scapito della propria vita personale e dei propri legami affettivi. Senza un intervento che lavori sul senso di colpa e sulla rigidità cognitiva legata al ruolo di “salvatore,” è possibile che questa dinamica si perpetui, relegando partner e figli in secondo piano rispetto alla figura genitoriale o familiare accudita. Tuttavia, con un intervento adeguato, è possibile rinegoziare questi ruoli, creando confini più sani. Infine, riguardo alla possibilità di iniziare un percorso terapeutico, assolutamente sì: a 26 anni, e in qualsiasi altra età, è possibile intervenire. L’approccio cognitivo-comportamentale, in particolare, si concentra sull’aiutare le persone a identificare e modificare pensieri disfunzionali e comportamenti rigidi, lavorando anche su emozioni difficili come il senso di colpa e la paura del cambiamento. Tecniche di esposizione graduale, ristrutturazione cognitiva e interventi mirati sui comportamenti possono rivelarsi molto utili per affrontare sia le fobie che le dinamiche relazionali disfunzionali. Se desidera supportarla, il primo passo potrebbe essere quello di incoraggiarla, con delicatezza, a valutare l’idea di rivolgersi a uno specialista. Non sarà facile, soprattutto considerando la rigidità e i sensi di colpa che descrive, ma il suo interesse genuino e il rispetto per i suoi tempi potrebbero essere un sostegno prezioso nel farle sentire che cercare aiuto non è un segno di debolezza, ma di forza e amore per se stessa. Rimango a disposizione se volesse approfondire o discutere ulteriormente. Le auguro il meglio per questa situazione complessa e importante. Dott. Andrea Boggero
Grazie per aver condiviso la sua esperienza. L’afefobia può generare disagio sia nel ricevere gesti intimi sia nel non riuscire a viverli come desiderato, a seconda della storia individuale. Con un figlio, potrebbe sviluppare affettività, ma vi è il rischio di difficoltà emotive se non affrontate. Il partner e la famiglia futura potrebbero restare in secondo piano finché il legame con il genitore accudito rimane prioritario. Tuttavia, essendo consapevole della situazione, un percorso psicoterapeutico può aiutarla a costruire relazioni più equilibrate e a elaborare il proprio vissuto.
Buongiorno,
penso che innanzitutto bisognerebbe poter avere un colloquio con lei per capire il suo punto di vista sulla situazione e quanto lei sia consapevole delle sue difficoltà.
In base alla consapevolezza organizzare un percorso di supporto ed eventualmente indirizzarla ad un percorso di psicoterapia
penso che innanzitutto bisognerebbe poter avere un colloquio con lei per capire il suo punto di vista sulla situazione e quanto lei sia consapevole delle sue difficoltà.
In base alla consapevolezza organizzare un percorso di supporto ed eventualmente indirizzarla ad un percorso di psicoterapia
Gentile utente,
da quanto descrive, la ragazza ha vissuto esperienze precoci che possono avere inciso in modo profondo sul suo modo di percepire le relazioni e di esprimere i propri bisogni affettivi. Le sue domande sono molto pertinenti e mostrano una sincera volontà di comprendere senza giudicare. Provo a rispondere punto per punto in termini generali:
1) Afefobia e disagio nei gesti di intimità
La paura del contatto fisico può avere origini diverse, ma spesso è collegata a esperienze di rifiuto o mancanza di accoglienza durante l’infanzia. In questi casi il disagio nasce da un conflitto interno: il bisogno di affetto è presente, ma si accompagna a paura e tensione nel momento in cui l’altro si avvicina. Quindi non si tratta tanto di “non desiderare” il contatto, quanto di non riuscire a tollerarlo senza che riemergano emozioni di paura o vergogna.
2) Rapporto con un figlio
Non è detto che una persona con difficoltà nel contatto fisico diventi un genitore anaffettivo. Molto dipende dal livello di consapevolezza e dal percorso personale che intraprende. Spesso chi ha sofferto di mancanza di affetto sviluppa, al contrario, un forte desiderio di “non far vivere la stessa cosa” al proprio figlio, e può impegnarsi nel costruire un modo più caldo e accogliente di relazionarsi. Tuttavia, senza un lavoro terapeutico, alcuni automatismi emotivi (distanza, controllo, paura della dipendenza) possono riemergere.
3) Accudimento invertito e ruolo del partner
Nel fenomeno dell’accudimento invertito, il genitore rimane al centro della vita affettiva del figlio anche in età adulta, e questo può rendere difficile costruire relazioni paritarie. Il partner può sentirsi in secondo piano o escluso. Perché la dinamica cambi è necessario che la persona riconosca il proprio ruolo e impari a stabilire confini chiari con il genitore, recuperando uno spazio autonomo.
4) Possibilità di cambiamento
Assolutamente sì. A 26 anni è pienamente possibile intraprendere un percorso psicologico o psicoterapeutico e ottenere cambiamenti significativi. La consapevolezza che lei riferisce è già un buon punto di partenza: indica che la persona vede il problema, anche se non sa ancora come affrontarlo. Con un lavoro mirato (ad esempio in un approccio relazionale o psicodinamico) si può intervenire efficacemente sia sulla rigidità cognitiva sia sui vissuti affettivi legati al passato.
In sintesi, nonostante le difficoltà descritte, le possibilità di evoluzione sono concrete, purché la motivazione al cambiamento parta da lei e non da pressioni esterne.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Sara Petroni
da quanto descrive, la ragazza ha vissuto esperienze precoci che possono avere inciso in modo profondo sul suo modo di percepire le relazioni e di esprimere i propri bisogni affettivi. Le sue domande sono molto pertinenti e mostrano una sincera volontà di comprendere senza giudicare. Provo a rispondere punto per punto in termini generali:
1) Afefobia e disagio nei gesti di intimità
La paura del contatto fisico può avere origini diverse, ma spesso è collegata a esperienze di rifiuto o mancanza di accoglienza durante l’infanzia. In questi casi il disagio nasce da un conflitto interno: il bisogno di affetto è presente, ma si accompagna a paura e tensione nel momento in cui l’altro si avvicina. Quindi non si tratta tanto di “non desiderare” il contatto, quanto di non riuscire a tollerarlo senza che riemergano emozioni di paura o vergogna.
2) Rapporto con un figlio
Non è detto che una persona con difficoltà nel contatto fisico diventi un genitore anaffettivo. Molto dipende dal livello di consapevolezza e dal percorso personale che intraprende. Spesso chi ha sofferto di mancanza di affetto sviluppa, al contrario, un forte desiderio di “non far vivere la stessa cosa” al proprio figlio, e può impegnarsi nel costruire un modo più caldo e accogliente di relazionarsi. Tuttavia, senza un lavoro terapeutico, alcuni automatismi emotivi (distanza, controllo, paura della dipendenza) possono riemergere.
3) Accudimento invertito e ruolo del partner
Nel fenomeno dell’accudimento invertito, il genitore rimane al centro della vita affettiva del figlio anche in età adulta, e questo può rendere difficile costruire relazioni paritarie. Il partner può sentirsi in secondo piano o escluso. Perché la dinamica cambi è necessario che la persona riconosca il proprio ruolo e impari a stabilire confini chiari con il genitore, recuperando uno spazio autonomo.
4) Possibilità di cambiamento
Assolutamente sì. A 26 anni è pienamente possibile intraprendere un percorso psicologico o psicoterapeutico e ottenere cambiamenti significativi. La consapevolezza che lei riferisce è già un buon punto di partenza: indica che la persona vede il problema, anche se non sa ancora come affrontarlo. Con un lavoro mirato (ad esempio in un approccio relazionale o psicodinamico) si può intervenire efficacemente sia sulla rigidità cognitiva sia sui vissuti affettivi legati al passato.
In sintesi, nonostante le difficoltà descritte, le possibilità di evoluzione sono concrete, purché la motivazione al cambiamento parta da lei e non da pressioni esterne.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Sara Petroni
Buonasera,
Dalle sue parole emerge un forte coinvolgimento emotivo e un sincero desiderio di comprendere la persona con cui ha condiviso una relazione significativa, anche ora che questa si è interrotta. Questo atteggiamento testimonia la qualità del legame che avete vissuto.
Come lei stesso sottolinea, ogni riflessione resta necessariamente teorica e non può sostituire una valutazione clinica diretta; ciò che è possibile fare è provare a leggere i fenomeni descritti in termini di processi relazionali, più che di categorie rigide. In una prospettiva sistemico-relazionale, le difficoltà legate al contatto fisico raramente riguardano solo il gesto in sé. Spesso il corpo diventa il luogo in cui si riattivano esperienze precoci di rifiuto, di non-risposta o di ambivalenza affettiva. In questi casi il disagio nasce sia dal ricevere gesti intimi, che possono essere vissuti come invasivi o destabilizzanti, sia dal non riuscire a viverli come nutrimento emotivo, generando frustrazione, colpa e senso di inadeguatezza. Il nodo centrale non è dunque l’assenza di desiderio di vicinanza, ma il conflitto interno tra bisogno di contatto e necessità di difesa.
Per quanto riguarda l’ipotesi di una futura relazione con un figlio, è importante evitare una visione deterministica. Le competenze affettive non si esprimono allo stesso modo in tutti i ruoli, una persona può incontrare grandi difficoltà nella relazione di coppia e, allo stesso tempo, riuscire a mostrare una capacità di accudimento diversa con un figlio, poiché cambiano il significato del legame, il livello di minaccia percepita e le aspettative reciproche. Tuttavia, se i temi della colpa, della separazione e del controllo non vengono elaborati, possono emergere altre forme di rigidità, come l’iper-responsabilità o la difficoltà a favorire l’autonomia del bambino. Non si tratta quindi tanto di anaffettività, quanto di un affetto filtrato dalla paura e dal senso del dovere.
Nei casi di accudimento invertito, il legame con il genitore tende a strutturarsi come prioritario e moralmente vincolante. Il figlio che è stato investito precocemente di una funzione di sostegno emotivo o pratico fatica a legittimare il proprio progetto di vita adulta, e i partner rischiano di essere vissuti come figure secondarie o come potenziali minacce all’equilibrio familiare. Questo non rappresenta però un destino inevitabile, ciò che fa la differenza è la possibilità di riconoscere il conflitto di lealtà e di ridefinire i confini generazionali, restituendo al genitore il proprio ruolo e al figlio il diritto di separarsi senza sentirsi colpevole.
Rispetto alla possibilità di intraprendere un percorso terapeutico, l’età non costituisce un limite; anzi, il fatto che questa persona sia almeno in parte consapevole della propria condizione è un elemento molto importante. Percorsi individuali, e in alcuni casi anche familiari, possono aiutare a rimettere ordine nelle relazioni, a sciogliere i sensi di colpa e a costruire un’identità meno definita dal dovere e più dal desiderio. I cambiamenti, in questi quadri, non sono rapidi, ma possono essere profondi e trasformativi.
Mi permetto infine una breve riflessione che riguarda lei, ovvero il desiderio di aiutare è comprensibile, ma è importante vigilare affinché non la riporti in una posizione di salvatore o di attesa. A volte, la forma di rispetto più autentica consiste nel riconoscere i limiti del proprio ruolo e lasciare che l’eventuale cambiamento passi attraverso una richiesta diretta e personale della persona interessata.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Dalle sue parole emerge un forte coinvolgimento emotivo e un sincero desiderio di comprendere la persona con cui ha condiviso una relazione significativa, anche ora che questa si è interrotta. Questo atteggiamento testimonia la qualità del legame che avete vissuto.
Come lei stesso sottolinea, ogni riflessione resta necessariamente teorica e non può sostituire una valutazione clinica diretta; ciò che è possibile fare è provare a leggere i fenomeni descritti in termini di processi relazionali, più che di categorie rigide. In una prospettiva sistemico-relazionale, le difficoltà legate al contatto fisico raramente riguardano solo il gesto in sé. Spesso il corpo diventa il luogo in cui si riattivano esperienze precoci di rifiuto, di non-risposta o di ambivalenza affettiva. In questi casi il disagio nasce sia dal ricevere gesti intimi, che possono essere vissuti come invasivi o destabilizzanti, sia dal non riuscire a viverli come nutrimento emotivo, generando frustrazione, colpa e senso di inadeguatezza. Il nodo centrale non è dunque l’assenza di desiderio di vicinanza, ma il conflitto interno tra bisogno di contatto e necessità di difesa.
Per quanto riguarda l’ipotesi di una futura relazione con un figlio, è importante evitare una visione deterministica. Le competenze affettive non si esprimono allo stesso modo in tutti i ruoli, una persona può incontrare grandi difficoltà nella relazione di coppia e, allo stesso tempo, riuscire a mostrare una capacità di accudimento diversa con un figlio, poiché cambiano il significato del legame, il livello di minaccia percepita e le aspettative reciproche. Tuttavia, se i temi della colpa, della separazione e del controllo non vengono elaborati, possono emergere altre forme di rigidità, come l’iper-responsabilità o la difficoltà a favorire l’autonomia del bambino. Non si tratta quindi tanto di anaffettività, quanto di un affetto filtrato dalla paura e dal senso del dovere.
Nei casi di accudimento invertito, il legame con il genitore tende a strutturarsi come prioritario e moralmente vincolante. Il figlio che è stato investito precocemente di una funzione di sostegno emotivo o pratico fatica a legittimare il proprio progetto di vita adulta, e i partner rischiano di essere vissuti come figure secondarie o come potenziali minacce all’equilibrio familiare. Questo non rappresenta però un destino inevitabile, ciò che fa la differenza è la possibilità di riconoscere il conflitto di lealtà e di ridefinire i confini generazionali, restituendo al genitore il proprio ruolo e al figlio il diritto di separarsi senza sentirsi colpevole.
Rispetto alla possibilità di intraprendere un percorso terapeutico, l’età non costituisce un limite; anzi, il fatto che questa persona sia almeno in parte consapevole della propria condizione è un elemento molto importante. Percorsi individuali, e in alcuni casi anche familiari, possono aiutare a rimettere ordine nelle relazioni, a sciogliere i sensi di colpa e a costruire un’identità meno definita dal dovere e più dal desiderio. I cambiamenti, in questi quadri, non sono rapidi, ma possono essere profondi e trasformativi.
Mi permetto infine una breve riflessione che riguarda lei, ovvero il desiderio di aiutare è comprensibile, ma è importante vigilare affinché non la riporti in una posizione di salvatore o di attesa. A volte, la forma di rispetto più autentica consiste nel riconoscere i limiti del proprio ruolo e lasciare che l’eventuale cambiamento passi attraverso una richiesta diretta e personale della persona interessata.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
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