Buonasera, Scrivo per chiedere una opinione. Sono in cura da uno psicoterapeuta da cinque anni e mi

19 risposte
Buonasera, Scrivo per chiedere una opinione. Sono in cura da uno psicoterapeuta da cinque anni e mi sono rivolto a lui per un problema specifico (blocco univerisitario). In tutti questi anni abbiamo fatto un lavoro mossi dal fatto che il problema specifico fosse generato da irrisolti del passato, eventi traumatici, disfunzionalità familiari varie. Ci abbiamo lavorato molto e molto è cambiato nella mia capacità di porre limiti, tracciare una via per le mie scelte, isolare situazioni ancora problematiche generate da terze persone in modo che influiscano il meno possibile sulla mia vita. Il problema per cui mi sono rivolto al professionista però non è cambiato, al punto da aprire alla possibilità di farmaci solo ultimamente.
Indicativamente credo che il problema ricada nell'ordine della procrastinazione, noia, evitamento, sfinimento emotivo, approccio nauseante ma perfezionista, fortissimi attacchi di panico, che mi porta alla procrastinazione e ricomincia il giro. L'opinione che chiedo dunque è quanto su questo aspetti eventuali farmaci possano funzionare o se invece non è stato affrontato in maniera propria in tutte questi anni di terapia, perché se il quadro (al netto delle interferenze del contesto che sono andate migliorando mentre il motivo della mia richiesta di aiuto peggiora) fosse passibile di farmaci, perché non propormeli prima invece di farmi procrastinare e soffrire per anni?
Dr. Daniele Gregorio
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Perugia
Salve. Cinque anni sono un buon investimento di risorse. Vedere cambiamenti importanti in alcune aree della vita ma non nel problema per cui aveva chiesto aiuto può essere frustrante e confondente. Sembra che il lavoro fatto non sia stato "inutile". La maggiore capacità di porre limiti e di scegliere per sé sono risultati solidi. Il punto è che il “blocco universitario” sembra funzionare come un circuito molto specifico: perfezionismo alto → ansia e panico → evitamento → procrastinazione → senso di fallimento → nuova ansia. Questo tipo di meccanismo, in ottica CBT, si mantiene nel presente e va trattato in modo diretto e operativo, non solo attraverso l’esplorazione delle sue radici nel passato. È possibile che la terapia abbia lavorato bene sui fattori di origine ma meno sui meccanismi di mantenimento attuali. Non è necessariamente un errore, ma può spiegare perché il sintomo centrale sia rimasto.
Per quanto riguarda i farmaci: possono aiutare se l’ansia o il panico sono molto intensi, perché abbassano il livello di attivazione. Però non “curano” la procrastinazione né il perfezionismo. Possono facilitare il lavoro psicologico, non sostituirlo. L'aiuto farmacologico poi può venire su suggerimento dello psicologo ma anche su una propria valutazione dato che si attua con un altro specialista.
La cosa più importante ora, secondo me, non è tanto chiedersi se servano farmaci, ma se il suo problema sia stato affrontato in modo mirato nei suoi meccanismi attuali. Questa è una domanda che può portare apertamente in seduta.

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Dott.ssa Chiara Milesi
Psicologo, Psicoterapeuta
Bergamo
Buongiorno, da quello che racconta, molti aspetti della sua vita sono migliorati, e questo è un risultato importante. Tuttavia, è comprensibile sentirsi ancora bloccati sul problema per cui ha chiesto aiuto e chiedersi se sia stato affrontato in modo abbastanza diretto. La terapia può aiutare a mettere in luce i meccanismi che mantengono la procrastinazione, ossia l’evitamento di ansia, fatica e difficoltà a tollerare imperfezioni, ma una volta compresi questi ultimi, il passo successivo è scegliere di agire diversamente nella propria vita, momento per momento, giorno dopo giorno. Comprendere i meccanismi è prezioso, ma non basta: occorre accettare il disagio emotivo e impegnarsi ad agire comunque. Senza questo passaggio, il ciclo tende a riproporsi. È importante ricordare con gentilezza verso se stessi che nessun farmaco o percorso terapeutico può sostituire l’impegno personale richiesto. Può essere utile parlarne apertamente con il suo terapeuta, per capire insieme come il problema si mantiene oggi (se i meccanismi non sono stati pienamente affrontati o se manca l’impegno personale a seguito della comprensione) e valutare eventuali strategie, riconoscendo i progressi già fatti e il sostegno ricevuto. Le auguro di riuscire a sistemare anche questo aspetto importante della sua vita, un caro saluto, Chiara
Dott.ssa Eleonora Pupo
Psicoterapeuta, Psicologo
Orvieto Scalo
Queste sue parole lasciano trasparire una comprensibile stanchezza mista a un senso di frustrazione per un nodo che, nonostante gli anni, sembra non sciogliersi. È legittimo sentirsi ancora bloccati dopo un percorso così lungo e questo può generare il timore di aver "perso tempo" o che la propria sofferenza non sia stata inquadrata correttamente. Tuttavia sono stati fatti dei passi straordinari che lei stesso elenca, traguardi non affatto scontati. Proprio questa evoluzione personale suggerisce che il lavoro terapeutico è stato profondo e trasformativo, anche se il sintomo specifico del blocco universitario è rimasto l'ultimo baluardo di una resistenza emotiva complessa. La questione dei farmaci che lei pone è molto delicata e merita una riflessione attenta, poiché il supporto farmacologico non va inteso come una "correzione" di un errore precedente, ma come uno strumento che, in certe fasi di stallo dove l'angoscia e il panico diventano paralizzanti, può abbassare il "volume" del disturbo per permettere alla persona di rimettersi in moto. Mi permetto di suggerirle, qualora non l'avesse già fatto, di portare queste sue riflessioni così lucide e anche i suoi dubbi sulla tempistica della proposta farmacologica direttamente all'interno della sua terapia. Condividere con il suo terapeuta proprio le parole che ha scritto qui potrebbe rivelarsi un momento di svolta fondamentale per fare il punto sul percorso, capire a che punto sentite di essere arrivati e decidere insieme come affrontare questa nuova fase, trasformando il suo dubbio in un materiale di lavoro prezioso per sbloccare finalmente anche l'ambito universitario!
Dott.ssa Silvia Turini
Psicoterapeuta, Psicologo
Leno
Buongiorno, è difficile esprimere un'opinione dall'esterno non conoscendo nè lei, nè quello che è intercorso nel vostro lavoro in questi cinque anni. Credo che lo spazio della vostra relazione e il suo terapeuta costituiscano il contesto e la persona più edeguati per porre tutti gli interrogativi e i dubbi che sente, comprese eventuali critiche. Avete lavorato insieme in questi cinque anni e insieme immagino abbiate valutato in che modo procedere, quali tematiche affrontare e quali obiettivi porvi. Può capitare che, nel corso di una terapia, sia necessario cambiare direzione, rivalutare modalità di lavoro, prendere in considerazione supporti farmacologici, magari perché sopraggiungono eventi, emergono aspetti fino a quel momento rimasti celati, oppure perché ci si accorge di aver fatto degli errori, di aver preso una direzione che inizialmente sembrava la più sensata e poi si è rivelata sbagliata o non sufficiente, ecc.. Il successo di una terapia psicologica è determinato soprattutto dalla relazione fra le persone che vi prendono parte e non può essere determinato a priori, non si realizza mediante logiche di causa-effetto in quanto la psiche è assai complessa e misteriosa e la possibilità di commettere errori è dietro l'angolo. Infine (e non per importanza), aggiungerei che la valutazione sull'opportunità di assumere un farmaco rispetto a qualunque sintomo, va sempre fatta con il parere di un medico psichiatra.
Dott.ssa Barbara Lolli
Psicologo, Psicoterapeuta
Casalecchio di Reno
Gentile paziente,
gli psicofarmaci sono una stampella di aiuto a volte ma non sempre per affrontare un percorso al meglio poi in seguito insieme alla psichiatra, quindi in rete si decide se interromperli o modificarli. A volte non servono ma dipende a caso a caso. Rispetto alle problematiche che mi espone tuttora non risolte nonostante un lungo percorso di psicoterapia (che sicuramente su altri aspetti ha contribuito a migliorare il quadro credo). comunque la picoterapia è modifica delle mappe mentali soprattutto negli ultimi tempi nei quali ci si avvicina sempre di più a tecniche neuroscientifiche. Per gli attacchi di panico a volte bastano glii ansiolitici per liberarsi del disturbo in maniera superficiale però perchè è necessario comprendere in maniera profonda il sintomo. Resto a disposizione nel caso avesse altri dubbi non esiti a scrivermi o chiamarmi
Dott.ssa Barabara Lolli
Dott.ssa Noemi Maccariello
Psicoterapeuta, Psicologo
Santa Maria Capua Vetere
Buonasera. Condivido pienamente il lavoro del collega, che ha gettato delle basi fondanti a più livelli, sia interni che esterni. È evidente che , dopo diversi anni, si è arrivato ad un nucleo che non è possibile scalfire con la sola psicoterapia, ma va affiancato dallo psicofarmaco, evidentemente. Le rimando un'altra domanda. Lei avrebbe preso farmaci sin dall'inizio? Credo che il lavoro di confini e fiducia fatto insieme, sia stato di primaria importanza . Le auguro il meglio
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buonasera,
la sua domanda è molto comprensibile e tocca un punto delicato del percorso terapeutico: quando un lavoro profondo sui vissuti, sulle relazioni e sulle ferite del passato porta cambiamenti importanti sul piano personale, ma il sintomo specifico per cui si è chiesto aiuto resta sostanzialmente invariato o addirittura peggiora.

Da quello che descrive emergono diversi elementi: procrastinazione, evitamento, noia/sfinimento emotivo, perfezionismo paralizzante e forti attacchi di panico. Questo insieme di aspetti può rientrare in quadri clinici diversi (ad esempio disturbi d’ansia, componenti depressive, difficoltà di regolazione emotiva, talvolta anche aspetti riconducibili a disturbi del comportamento evitante o a tratti ossessivi). In questi casi, il lavoro psicoterapeutico “in profondità” è spesso utile per comprendere le origini del funzionamento e per modificare schemi relazionali e di auto-svalutazione, ma non sempre è sufficiente da solo a sbloccare un sintomo molto radicato e mantenuto da meccanismi ansiosi e di evitamento.

Rispetto ai farmaci:

i farmaci non “curano” la procrastinazione in sé, né risolvono i conflitti interni o i significati emotivi del blocco;

possono però essere molto utili nel ridurre l’intensità dell’ansia, degli attacchi di panico, dell’attivazione emotiva e, in alcuni casi, della componente depressiva o ossessiva che alimenta il circolo vizioso (ansia → evitamento/procrastinazione → senso di colpa → ulteriore ansia);

se l’ansia o il panico sono molto intensi, una terapia farmacologica di supporto può creare le condizioni per lavorare in modo più efficace anche sugli aspetti comportamentali (studio, esposizione graduale ai compiti, gestione del perfezionismo, tolleranza della frustrazione).

Sul “perché non siano stati proposti prima”: non esiste una risposta univoca. Dipende molto dall’orientamento del terapeuta, dalla valutazione clinica nel tempo, dalla gravità dei sintomi in fasi diverse della terapia e anche dalla disponibilità o meno del paziente a prendere in considerazione un supporto farmacologico. In molti percorsi si tenta inizialmente una via esclusivamente psicoterapeutica; quando però un sintomo specifico rimane rigido e altamente invalidante, è legittimo (e spesso indicato) rivedere l’inquadramento diagnostico e le strategie di trattamento, anche integrando con una valutazione psichiatrica.

Il punto importante, a mio avviso, non è tanto “aver perso tempo”, quanto cogliere che il lavoro fatto su di sé non è stato inutile (lei descrive cambiamenti reali e significativi), ma che forse per il problema specifico del blocco universitario serve ora un intervento più mirato e integrato:

chiarire meglio il quadro clinico (che tipo di ansia? che ruolo ha il perfezionismo? c’è una componente depressiva?);

valutare con uno psichiatra se un supporto farmacologico temporaneo possa aiutarla a ridurre i sintomi più acuti;

affiancare, se non è già stato fatto in modo strutturato, un lavoro più focalizzato su procrastinazione, evitamento e gestione dell’ansia legata alla prestazione (ad esempio con interventi più orientati al comportamento e all’esposizione graduale).

In sintesi: i farmaci possono essere utili come supporto per ridurre l’intensità del malessere e degli attacchi di panico, ma funzionano meglio se inseriti in un percorso terapeutico mirato al problema specifico. Per questo è consigliabile approfondire il suo caso con uno specialista (psicologo/psicoterapeuta e, se indicato, psichiatra) per una valutazione integrata e aggiornata della situazione.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buonasera,
comprendo la sua fatica e il senso di frustrazione nel vedere che, nonostante un percorso lungo e aspetti personali importanti affrontati e trasformati, il problema iniziale persista.

In psicoterapia può accadere che il lavoro sui vissuti profondi produca cambiamenti significativi su diversi piani (consapevolezza, relazioni, confini personali), mentre alcuni sintomi specifici richiedono anche interventi più mirati o integrati. In questi casi è possibile affiancare strategie terapeutiche focalizzate sul sintomo (ad esempio sulla gestione dell’ansia, del perfezionismo, dell’evitamento o della procrastinazione) oppure valutare, se necessario, un consulto psichiatrico per considerare un eventuale supporto farmacologico.

I farmaci, quando indicati, non rappresentano una soluzione “alternativa” alla psicoterapia, ma uno strumento complementare che può ridurre l’intensità dei sintomi (come ansia o attacchi di panico), facilitando il lavoro psicologico. La loro introduzione dipende sempre da una valutazione clinica progressiva e condivisa, che può maturare anche nel corso del tempo.

Potrebbe essere utile portare apertamente questi dubbi al suo terapeuta, condividendo le sue aspettative e il bisogno di rivedere insieme obiettivi e modalità del trattamento. Un confronto trasparente è parte essenziale del percorso terapeutico e può aiutare a ridefinire la direzione del lavoro o a valutare eventuali integrazioni.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott. Mauro De Luca
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Taranto
Buonasera,
la sua è una domanda molto seria e legittima. Provo a risponderle con chiarezza.

Intanto una cosa importante: cinque anni di lavoro che hanno prodotto cambiamenti reali non sono tempo perso. Il fatto che oggi lei sappia porre limiti, riconoscere dinamiche disfunzionali e costruire scelte più autonome significa che il lavoro fatto ha avuto un impatto strutturale sulla sua personalità e sul suo funzionamento relazionale.

Detto questo, il punto centrale che lei porta è un altro:

il sintomo per cui ho chiesto aiuto è ancora lì, anzi in certi momenti peggiora.

Qui occorre distinguere alcune cose.

1⃣ Il lavoro sulle cause profonde non sempre risolve automaticamente il sintomo comportamentale

In ottica cognitivo-comportamentale, quando vediamo un quadro come quello che descrive — procrastinazione, evitamento, perfezionismo paralizzante, panico, sfinimento emotivo — spesso siamo davanti a un circuito di mantenimento attuale, non solo a un trauma passato.

Il ciclo che descrive è molto tipico:
1. Compito →
2. Pensieri perfezionistici/anticipatori →
3. Ansia intensa →
4. Evitamento/procrastinazione →
5. Sollievo temporaneo →
6. Senso di colpa/autosvalutazione →
7. Aumento dell’ansia →
8. Attacco di panico →
9. Nuovo evitamento

Questo è un meccanismo che si mantiene nel presente.
Lavorare sul passato può averla rafforzata come persona, ma non è detto che abbia modificato questo circuito comportamentale specifico.



2⃣ Farmaci: quando aiutano davvero?

I farmaci (generalmente SSRI o ansiolitici in certe fasi) possono essere utili quando:
• l’ansia è così alta da impedire qualsiasi lavoro comportamentale;
• gli attacchi di panico sono frequenti e debilitanti;
• c’è una componente depressiva significativa;
• c’è una disregolazione neurobiologica evidente.

Ma i farmaci non curano la procrastinazione, né il perfezionismo, né l’evitamento.
Possono abbassare il volume dell’ansia, rendendo possibile affrontare i compiti in modo più graduale.

In altre parole:
Possono aiutare a ridurre il panico.
Non sostituiscono un intervento mirato sul comportamento.



3⃣ Perché non proporli prima?

Qui bisogna essere onesti: non esiste una risposta unica.

Possibili spiegazioni:
• Il suo terapeuta ha ritenuto che il quadro non fosse primariamente farmacologico.
• I sintomi di panico potrebbero essersi intensificati solo negli ultimi tempi.
• L’approccio seguito era centrato sull’elaborazione profonda prima dell’intervento sintomatologico.
• Potrebbe esserci stata una sottovalutazione della componente ansiosa attuale.

Ma la domanda che lei fa non è tanto clinica quanto relazionale:

“Perché ho sofferto così a lungo senza che questa opzione fosse proposta?”

Questa è una domanda che merita di essere portata direttamente in seduta.

Non come accusa, ma come esplorazione:
• “Perché solo ora consideriamo i farmaci?”
• “Abbiamo lavorato nel modo più adatto al mio problema specifico?”
• “Serve forse un cambio di strategia?”



4⃣ Una riflessione importante

Quando un sintomo specifico persiste per anni nonostante un lavoro profondo, spesso significa che:
• o il problema non è stato affrontato in modo sufficientemente diretto e comportamentale,
• o c’è una componente di ansia da prestazione/panico che richiede tecniche molto specifiche (esposizione graduale, lavoro sul perfezionismo, protocolli per la procrastinazione),
• o entrambe le cose.

Il fatto che lei oggi metta in discussione il percorso non è un fallimento:
è un segnale di maggiore consapevolezza e legittimazione dei suoi bisogni.



5⃣ Cosa fare ora?

Le suggerirei tre passi molto concreti:
1. Chiedere una rivalutazione diagnostica aggiornata.
2. Valutare un eventuale consulto psichiatrico informativo (anche solo per capire se i farmaci sarebbero indicati).
3. Chiedere esplicitamente un lavoro focalizzato sul problema attuale, con obiettivi misurabili e tecniche specifiche.

Dopo cinque anni, è lecito chiedersi:

“Qual è il piano concreto per affrontare il mio blocco?”



In sintesi
• I farmaci possono aiutare se il panico è centrale.
• Non sostituiscono un intervento mirato su procrastinazione e perfezionismo.
• È legittimo interrogarsi sul perché questa opzione emerga solo ora.
• La questione va affrontata apertamente con il terapeuta.
• Un cambio di strategia (non necessariamente di terapeuta) potrebbe essere opportuno.

La cosa più importante: non è “colpa sua” se il sintomo è rimasto.
Il fatto che lei stia facendo questa domanda è un segno di maturazione, non di resistenza.

Un caro saluto,
Mauro De Luca
Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale
Dott.ssa Carla Ferraro
Psicologo, Psicoterapeuta, Terapeuta
Firenze
In quadri come quello che descrive, la letteratura clinica indica che una terapia farmacologica può essere utile soprattutto per ridurre l’intensità dell’ansia e degli attacchi di panico, creando condizioni più favorevoli per il lavoro psicologico e per la ripresa delle attività. I farmaci risultano più efficaci quando sono inseriti in un progetto terapeutico, le suggerirei di effettuare una valutazione psichiatrica al più presto. Resto a disposizione se desidera approfondire l’inquadramento clinico o ragionare insieme sui possibili passi successivi. Un cordiale saluto.
Dott.ssa Valeria Randisi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Casalecchio di Reno
Buongiorno, la domanda sul perché il suo terapeuta non le ha proposto i farmaci, va rivolta a lui. Le motivazioni potrebbero essere tante e plausibili, dovute ad una valutazione delle sue dinamiche. Io le suggerirei un percorso Emdr, potrebbe esserci una parte difensiva che si attiva e che non è raggiungibile solo dalla "parola".
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Dott.ssa Marzia Sellini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno,
in questi anni avete trovato anche qualcosa di bello in te e in quel che fai ed intendi fare nella vita?
Un cordiale saluto
Dott.ssa Marzia Sellini
Dott.ssa Gabriella Elmo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera credo sia opportuno affiancare alla psicoterapia dei farmaci adeguati che la aiutino a ridurre l'ansia. Forse qualche aspetto delle sue preoccupazioni non è stato affrontato in modo appropriato, penso. Quale è l'origine dei Suoi attacchi di panico? Questo tratto è stato chiarito in psicoterapia? Le faccio i miei auguri e spero Lei possa chiarire tutto questo. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Dott. Massimo Martucci
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Milano
La situazione che descrive evidenzia un percorso terapeutico che ha portato a cambiamenti significativi in alcune aree della sua vita, ma che non sembra aver risolto il problema specifico per cui si è rivolto al professionista. È comprensibile che si senta frustrato, soprattutto considerando il tempo e l'impegno dedicati alla terapia.

Riguardo alla questione dei farmaci, è importante sottolineare che il loro utilizzo dipende da una valutazione clinica approfondita e che non sempre vengono proposti immediatamente. In molti casi, i terapeuti preferiscono iniziare con un approccio psicologico per affrontare le cause profonde del problema, riservando i farmaci a situazioni in cui i sintomi persistono o diventano invalidanti. Tuttavia, se il problema specifico (blocco universitario, procrastinazione, attacchi di panico) non è migliorato nonostante il lavoro svolto, è legittimo chiedersi se un'integrazione farmacologica avrebbe potuto essere considerata prima.

La procrastinazione, l'evitamento e il perfezionismo che descrive possono essere legati a diverse condizioni, come ansia, depressione o tratti di personalità, e in alcuni casi i farmaci possono aiutare a ridurre l'intensità dei sintomi, rendendo più efficace il lavoro terapeutico. Tuttavia, la decisione di introdurre farmaci dipende da molti fattori, tra cui la gravità dei sintomi, la risposta alla terapia e le preferenze del paziente.

Se sente che il problema principale non è stato affrontato in modo adeguato, potrebbe essere utile discutere apertamente con il suo terapeuta delle sue preoccupazioni e delle sue aspettative. Potrebbe anche valutare, se lo ritiene necessario, un parere da parte di uno psichiatra o di un altro professionista per esplorare ulteriormente l'opzione farmacologica e verificare se ci sono altri approcci terapeutici che potrebbero essere più mirati al suo problema specifico.

Dott. Massimo Martucci, Psicologo Psicoterapeuta a Milano, valutazioni ADHD e neurodivergenze, persone altamente sensibili, EMDR, ansia e traumi.
Dott.ssa Giulia Solinas
Psicologo, Psicoterapeuta
Quartu Sant'Elena
Buona sera, la prima domanda che le pongo è se il suo psicoterapeuta sia anche uno psichiatra o uno psicologo perchè le terapie farmacologiche sono appannaggio dello psichiatra. Detto questo e vista la difficoltà da lei riportata, forse nel corso della terapia sono sorti molti problemi relativi al passato e ora forse sarebbe necessario intervenire su un piano motivazionale e di realizzazione personale ( autostima, autoefficacia e valore di sè). Se il suo terapeuta ha rilevato in questi anni di dover lavorare sui suoi vissuti ( a seconda dell'approccio del suo terapeuta) cio parrebbe coerente con il suo quadro. Oggi lei ha il dubbio se sarebbe stato possibile migliorare introducendo un farmaco già dal principio della terapia. Occorre fidarsi e affidarsi non si puo a posteriori giudicare sui Se... avessi...
Se ora la situazione le appare piu chiara è probabilmente grazie al lavoro fatto. ne parli con il suo terapeuta e si condronti con lui / lei in modo da dipanare i suoi dubbi. Tutto sarà piu chiaro.
Dott.ssa Anna Marone
Psicologo, Psicoterapeuta
Foggia
Buonasera, credo che probabilmente abbia bisogno di integrare la terapia farmacologica con quella psicoterapeutica, sono fiduciosa che sia più efficace..
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Gentile utente di mio dottore,

a volte dopo diverso tempo si arriva al nocciolo del problema e questo può far sviscerare alcune problematiche tenute magari latenti per anni proprio perché tanto temute. Il lavoro terapeutico alle volte aiuta, ma se l angoscia e i sintomi che vengono fuori col tempo divengono ingestibili un piccolo aiuto farmacologico può aiutare a velocizzare un lavoro terapeutico che in un determinato tempo appare come arenato. Si affidi allo specialista di riferimento con cui dopo tutto questo tempo credo abbia costruito una buona alleanza terapeutica, vedrà che con il tempo potrà guardare ad un benessere più a lungo termine.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,
la sua riflessione è molto legittima. Dopo cinque anni di lavoro è comprensibile chiedersi perché il sintomo iniziale sia ancora così presente.
In alcuni casi i farmaci (valutati da uno psichiatra) possono ridurre l’ansia, il panico e l’attivazione eccessiva, rendendo più accessibile il lavoro sulla procrastinazione e sull’evitamento. Non “risolvono” il problema da soli, ma possono abbassare l’intensità del circolo ansia–blocco.
Detto questo, è altrettanto importante che lei porti apertamente questi dubbi al suo terapeuta: chiedere perché l’ipotesi farmacologica emerga solo ora, e se sia utile integrare con un approccio più mirato (ad esempio maggiormente focalizzato sui comportamenti attuali).
A volte il lavoro sugli irrisolti è necessario ma non sufficiente: serve una fase più strategica e sintomatica. Parlane chiaramente può essere un passaggio terapeutico fondamentale.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Dott. Luca Liccardo
Psicologo, Psicoterapeuta
Marano di Napoli
Gentile utente, la sua domanda è molto legittima e merita una riflessione attenta. Dopo cinque anni di psicoterapia è comprensibile chiedersi perché il problema iniziale, ovvero il blocco universitario con procrastinazione, evitamento, perfezionismo e attacchi di panico, non abbia avuto l’evoluzione sperata, nonostante i cambiamenti importanti che descrive sul piano personale e relazionale.
Probabilmente è possibile che il lavoro svolto abbia agito sui “fondamentali” della sua struttura emotiva (confini, autonomia, dinamiche familiari), ma che il sintomo specifico si sia mantenuto perché inserito in un circuito più attuale di ansia da prestazione, perfezionismo e paura del fallimento. In questi casi il sintomo può diventare autonomo rispetto alle cause originarie.
Per quanto riguarda i farmaci, possono essere utili quando l’ansia, ad esempio negli attacchi di panico, diventa così intensa da impedire qualsiasi esposizione graduale alla situazione temuta. Tuttavia, la farmacoterapia non interviene direttamente sui meccanismi di procrastinazione o sulle dinamiche perfezionistiche, infatti, può ridurre l’attivazione fisiologica, ma non sostituisce il lavoro psicoterapeutico mirato.
La proposta farmacologica “tardiva” non è necessariamente un errore clinico, spesso si valuta questa opzione quando il sintomo persiste nonostante un lavoro psicologico approfondito. Tuttavia, il punto centrale ora non è tanto chiedersi perché prima no, ma se il percorso attuale sta affrontando in modo sufficientemente diretto il problema concreto (studio, performance, evitamento) oppure se sia necessario integrare con un approccio più focalizzato sul sintomo.
Potrebbe essere utile parlare apertamente con il suo terapeuta di questo dubbio, chiedendo una rivalutazione condivisa del piano di trattamento: obiettivi, strumenti, eventuale integrazione farmacologica o cambio di strategia terapeutica. La psicoterapia è un processo dinamico e può essere rimodulata.
Se sente che il blocco sta diventando sempre più invalidante, una valutazione psichiatrica per comprendere se un supporto farmacologico temporaneo possa facilitare il lavoro psicologico può essere un passo sensato. L’importante è che la decisione sia frutto di un confronto chiaro e consapevole.

Un cordiale saluto.

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