Domande del paziente (69)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Gentile paziente anonima, non sono sicuro di aver colto la tua domanda. Forse è sapere se hai fatto bene a parlargli in quel modo. Se fosse così, ti direi che la chiarezza è importante soprattutto quando... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Gentile paziente che da 15 anno assume Daparox. Come trova scritto nel bugiardino o come le confermerà lo psichiatra che immagino la stia seguendo, il farmaco può provocare gli effetti collaterali di cui... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Buongiorno, sono uno psicologo di Milano nato a Roma. Rispondo alla sua domanda perché continua ad apparirmi tra le prime e mi spiace pensare che nessuno Le abbia risposto finora. Io la inviterei ad iniziare... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Buongiorno, il Daparox è un farmaco sedativo che serve a "rimbambirsi" per non sentire più l'ansia e non cadere vittima delle ossessioni. Per questo è sempre consigliato di affiancare a un percorso farmacologico... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Buongiorno, credo di aver capito che in passato aveva avuto bisogno di un sostegno psicologico per affrontare un periodo di depressione. Ora, a due anni dalla fine del percorso, sente di nuovo un calo... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Buongiorno, grazie per aver condiviso con tanta chiarezza quello che sta vivendo.

    Da ciò che descrive, sembra che lei stia sperimentando pensieri intrusivi e scenari temuti che le generano molta ansia.... Altro


    Salve dottore ...sto assumendo per stati di ansia la mattina gocce di Cipralex e di Xanax...ma purtroppo non riesco ancora a respirare bene..cosa posso fare

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Ogni cura farmacologica antidepressiva dovrebbe essere accompagnata da terapia psicologica. Il disturbo mentale, infatti, rarissimamente è organico. Certo, esistono i traumi cranici, le malattie neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson), le infezioni (encefaliti), gli ictus, i tumori cerebrali, i disturbi metabolici (ipoglicemia, insufficienza renale/epatica) e i disturbi endocrini (ipotiroidismo), per dare qualche esempio, ma anche in questi casi il trattamento psicologico può essere di grande giovamento. Mi contatti pure per un primo colloquio.


    Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Gentile ex compagna di una persona che continua a frequentare sul lavoro. Il mio primo consiglio è quello di parlarne di persona prenotando un primo colloquio. Lo dico perché anche qualora i miei consigli risultassero interessanti bisognerebbe poi vedere cosa ne farebbe. Non sempre al capire segue un'azione soddisfacente. In ogni modo ecco il seguito dei miei consigli. Primo elemento, La invito a riflettere sulla Sua necessità di mantenere una relazione con il suo ex. Se sono motivi legati a necessità lavorative, e se si, quali, oppure a necessità personali. Se il suo ex "cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io" il problema sembrerebbe essere suo e non di Lei. Immagino che questo possa dispiacerLe per lui, ma questo non basta, nel senso che o trova un suo problema rispetto ai comportamenti del suo ex, altrimenti è importante che l'altro si assuma le sue responsabilità. Lo dico perché il mio consiglio sarebbe quello di parlargli e di chiedergli come sta, visto che ha l'impressione che cammini a testa bassa quando La vede e che neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune quando c'è Lei. Se lui nega di avere un problema o se riconosce un suo problema e non vuole ricevere il suo aiuto, è importante che Lei sappia rispettare le sue scelte. Magari, anche se fu lui a lasciarLa, prova dei risentimenti nei Suoi confronti, oppure teme che gli altri possano giudicarlo per ciò che ha fatto, oppure chi lo sà. In tutti questi casi il problema sarebbe il suo e, una volta appurato, va rispettato. Per questo Le chiedevo qual fosse il Suo problema nel vederlo così. Cosa le risulta difficile da accettare in lui, quale bisogno ha di vederlo diversamente. Capire che problema ha nei confronti del suo ex che la tratta come se fosse invisibile. Ha forse bisogno di essere vista? Ha forse bisogno di piacere a tutti? Di saper aiutare tutti? Di non sentirsi a disagio? Di evitare il conflitto. Questo il mio consiglio, lo stesso che sostiene il mio invito a contattarmi per parlare di Lei e non di lui. Spero di esserLe stato utile. Cordiali Saluti.


    Salve dottori ma secondo voi esiste un metodo giusto per vivere la vita ? Io mi sento sereno e felice della mia vita anche se qualche giorno fa mi è venuto un dubbio sul fatto che io di psicologia so ben poco e non so se sto vivendo veramente come dovrei vivere , se il mio vivere è in linea con i vari metodi della psicologia grazie per una risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Come diceva Fabrizio De André nella sua traduzione della canzone francese di Georges Brassens "mourir pour des idées":

    "A chi va poi cercando verità meno fittizie
    Ogni tipo di setta offre moventi originali
    E la scelta è imbarazzante per le vittime novizie
    Morire per delle idee, va beh, ma di morte lenta".

    Rispondo con questa citazione alla Sua domanda sul modo giusto di vivere credendo fortemente che il sentirsi bene con se stesso valga tanto quanto se non di più di tante valutazioni cliniche. Il giusto, infatti, non è solo un'opinione personale ma anche culturale e storica. Seguendo il pensiero del cantautore poeta:

    "Approfittando di non essere fragilissimi di cuore
    Andiamo all'altro mondo bighellonando un poco
    Perché, forzando il passo, succede che si muore
    Per delle idee che non han più corso il giorno dopo.
    Ora se c'è una cosa amara, desolante
    È quella di capire all'ultimo momento
    Che l'idea giusta era un'altra, un altro il movimento
    Moriamo per delle idee, vabbè, ma di morte lenta
    Vabbè, ma di morte lenta."

    Rispetto ai metodi della psicologia, anche lì ci sono varie scuole di pensiero rispetto a cosa sia giusto o meno. La psicologia fenomenologia-esistenziale associa al giusto la propria capacità di essere spontaneamente creativi, mentre le cognitive individuano delle fasi della vita in cui portare avanti determinati compiti evolutivi. Non so che età abbia lei ma se vuole si legga qualcosa di Erik Erikson. Se, come immagino, si trova ad avere tra i 16 e i 65 anni potrebbe star attraversando uno di questi periodi/crisi:
    Adolescenza - Identità vs Confusione di Ruoli: ricerca del proprio "io" e del posto nella società.
    20 / 35 anni - Intimità vs Isolamento: capacità di creare legami profondi e stabili.
    35 / 65 anni - Generatività vs Stagnazione: Impegno nel guidare le nuove generazioni e contribuire alla società.
    Resto a disposizione per un colloquio di approfondimento.


    Buonasera sono un ragazzo di 28 anni e mi sento inferiore e in ritardo rispetto agli altri, sento una forte rabbia e frustrazione perché non ho mai avuto una relazione con una ragazza e non ho amici, purtroppo sto h 24 nel negozio che voglio vendere al più presto, mi da fastidio sentire le solite frasi ognuno ha i suoi tempi perché i miei tempi non arrivano mai se non mi do da fare, la cosa strana e che la rabbia è tanta ma tanta che sono diventato autodistruttivo come se mi odiassi quindi non mi va più di fare nulla su questo, ad agosto compio 29 anni i ragazzi di 18/20 anni stanno più avanti di me io ho bruciato i migliori anni perché a 28 anni se caso remoto succede non posso fare il bambino di 15 anni, ma comunque detto questo con il negozio non ho libertà e poco utile economico, non mi va di rialzarmi perché mi sento molto stanco e nervoso faccio cattivi pensieri, preferisco piuttosto che vivere nel umiliazione! Solo io sono inferiore o gli sfigati come me. Grazie a chi mi darà un consiglio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Buongiorno ragazzo di 28 che si sente sfigato e inferiore. Sono lieto di darLe un consiglio, perché mi spiace sentirla così scoraggiato e anche con poca disponibilità economica e di tempo. Il mio primo consiglio è quello di darsi valore e prenotare comunque un primo colloquio con uno specialista. So che Le potrà sembrare denaro che avrebbe potuto risparmiarsi, allo stesso tempo penso che già come gesto, nei Suoi confronti, possa essere molto salutare. Le darò anche altri consigli, non si preoccupi, che vanno proprio in questa direzione. Capisco la Sua rabbia e frustrazione quando cercano di rassicurarLa dicendole che ognuno ha i suoi tempi. Lei vorrebbe che il suo tempo fosse ora e, forse, che il suo tempo fosse già iniziato 10 anni fa.
    - Un consiglio è quello di ripartire comunque da oggi. Indietro non si torna, il passato non si cambia, e tenere questa rabbia nei confronti del passato così presente potrebbe compromettere le Sue relazioni affettive attuali. Parta dal bisogno attuale e lasci stare i 18enni o i 20enni. So che arrabbiarsi con chi è più giovane è una forma di dare sfogo alle proprie insoddisfazioni ma non risolve il problema.
    - Altro consiglio è entrare in contatto con l'amor proprio, ossia, cos'è che Lei apprezza e ama di sé. Per essere apprezzati è importante apprezzarsi, altrimenti si risulta poco credibili, o meglio, si rischia di cadere in relazioni sbilanciate in cui noi apprezziamo l'altro ma non noi stessi, per cui, alla fine, apprezziamo qualcuno che apprezza ciò che noi non apprezziamo. Quindi trovi qualcosa che le piace di Lei, la Sua dedizione al lavoro, il suo senso di responsabilità nei confronti delle spese da pagare o altro (per questo anche è utile lo psicologo, per trovare punti a proprio favore e non solo cosa c'è che non va...).
    - Altro consiglio, trasformi la paura e la rabbia in curiosità e non si conformi con soluzioni standard. Lei è una persona unica. I suoi standard la mortificano, perché parlano ci ciò che non è e non di ciò che è. Lo stesso vale per l'altro. Chi le piace e perché le piace. Se cerca qualcuno solo perché si sente solo, l'altro non potrebbe non sentirsi valorizzato da Lei. Se invece, nei suoi approcci, dimostra un sano interesse per l'altro, per capire chi è e restituirgli cosa Le piace di lei o di lui, allora la conversazione si fa autentica, l'altro si sente visto e, allo stesso tempo, permette all'altro di vederla e apprezzarla per ciò che è, senza tirare in mezzo chi dovrebbe essere o sarebbe dovuto essere.
    Per ora mi fermo qui. Spero che questi consigli Le siano serviti e non esiti nel chiamarmi e prenotare un appuntamento. C'è sempre una soluzione ed è più facile trovarla smascherando i propri punti ciechi.


    Buongiorno, in seguito a un infortunio sul lavoro sono rimasta invalida e mi trovo impossibilitata a svolgere le cure quotidiane della mia famiglia. Inoltre, non essendo in grado di guidare la macchina, necessito dell'accompagnamento permanente alle visite e cure mediche. Tutto ciò mi crea un forte sentimento di colpa verso la mia famiglia, mi sento depersonalizzata e inutile, anzi, mi sento un peso inutile. È normale tutto questo?
    Grazie per un'eventuale risposta.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Buongiorno signora con sensi di colpa per la sua impossibilità di poter aiutare gli altri come vorrebbe. Si, è tutto normale e spero che questa risposta La faccia sentire meglio. Se ciò non dovesse accadere la invito a riflettere sul Suo ruolo che Stephen Karpman definirebbe da salvatrice. Immagino che la Sua famiglia abbia bisogno di cure e non voglio sminuire l'importanza del suo contributo. La mia risposta vuole solo invitarla a riconsiderare l'importanza che sembra attribuire al concetto di normalità, come se ciò che è normale andasse lasciato com'è. E' normale aiutare gli altri come non è normale farlo, tutto dipende da chi aiuta e da come lo fa. Anche l'aiuto può diventare anormale quando serve a togliere l'attenzione ad altre parti di sé, come per esempio ai suoi bisogni di cura. Lei è rimasta invalida e ora necessita di un'accompagnamento permanente. Non dara pari diritto ai suoi bisogni rispetto a quelli altrui può essere una scelta personale, normale o anormale, a seconda di come tutto ciò la fa sentire. C'è chi rinuncia a sé e si dona completamente agli altri, come fece Madre Teresa di Calcutta, cosa anormale dal punto di vista statistico, ma chi può giudicarla? C'è chi si dona completamente a sé e rinuncia al rapporto con gli altri e anche qui, chi può giudicare? E' importante che ognuno giudichi se stesso, trovi la propria serenità nel darsi e nel ricevere, senza ritrovarsi a dover dare cure perché riceverle significherebbe sentirsi a disagio. In questi casi l'aiutare l'altro, sempre e comunque, si avvicinerebbe più ad un bisogno personale di non sentirsi male più che a una sana relazione di aiuto. Poi si potrebbe valutare il sistema famiglia in generale e capire quanto il suo aiuto tolga la possibilità di farsi responsabili di ciò di cui si è sempre fatta responsabile Lei. Quali sono le Sue responsabilità in questo momento e quali quelle degli altri? Che tipo di aiuto può fornire Lei ora e che tipo di aiuto possono fornire ora gli altri? E se anche gli altri posso chi potrebbe occuparsi delle loro responsabilità? Sarei lieto di approfondire la diagnosi con il suo presunto ruolo di Salvatrice in un primo colloquio orientativo. Cordiali saluti.


    Buonasera scrivo perché purtroppo non sò come muovermi... Ho un compagno che amo ma da tempo inizio a sospettare che ci sia un problema.
    Quando l' ho conosciuto era un single che si divertiva a fare serate e bere (a volte troppo) tanto da "distruggere" il gruppo in cui suonava come batterista, perché era arrivato al concerto ubriaco e non riusciva a suonare... Da addormentarsi in macchina perché dopo un matrimonio aveva alzato il gomito e non sapevo dove fosse... Insomma "serate" ma pensavo che piano piano queste abitudini smettessero.
    Invece purtroppo ha iniziato a non bere solo nel weekend adesso beve tutta la settimana... Non torna a casa che non si regge in piedi, però dice sempre con orgoglio che fa' la dieta alcolica per dimagrire, fieramente dice che invece di pranzare al lavoro per non ingrassare beve 1/2 gin-tonic. Quando arriva a casa magari né beve un' altro, più l' amaro, in settimana... Nel weekend dà il meglio di sé è capace di bersi mezza bottiglia di gin da solo, associata a qualche bicchiere di vino e amaro. Quando torniamo a casa si arrabbia per ogni cosa, una luce lasciata accesa, perché gli dico di non avvicinarsi perché puzza di alcol e il suo sguardo mi spaventa e lì inizia ad insultarmi, litighiamo. Mi accusa di esagerare, di non rompere che non ha bevuto troppo.
    Purtroppo ho 3 figli e i 2 più grandi iniziano a guardarlo male, si vergognano quando esagera e mi chiedono del perché beva così tanto se sà che poi si riduce un straccio.
    Io non sò che fare... Vorrei separarmi perché quando affrontiamo il tema da sobrio, mi accusa di essere esagerata e che voglio trovare una scusa per portargli via i figli, ma non è una scusa... Mi dice che sapevo che ha sempre bevuto e che lo regge quindi vuole dire che non esagera. Di non parlargli di terapia perché lui non ha nessun problema ma sono io che non lo amo come prima.
    Questa situazione mi sta' distruggendo

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Cara moglie di una persona che sembrerebbe avere una dipendenza da alcol che nega. Uso il condizionale perché il confine tra libera scelta e dipendenza può essere labile e il giudizio, in tal senso, può diventare uno strumento comunicativo controproducente. Sebbene, come dicevo, ci siano molti fatti che sembrano fondare la Sua opinione, non partirei da una ricerca di chi ha ragione, per dialogare con Suo marito. Le propongo, un dialogo che parta proprio da ciò che è inequivocabile, ossia le Sue emozioni e i Suoi bisogni.
    1) Come si sente quando lo vede bere tutti i giorni, quando sente che ha bevuto dall'odore che emana?
    2) Quale bisogno insoddisfatto le provoca quelle emozioni?
    Questa seconda affermazione può risultare più difficile da elaborare, perché non sempre è evidente il bisogno sottostante. Molte volte ci risulta più facile sentire l'emozione e trovare il colpevole che trovare il nostro bisogno insoddisfatto.
    - Potrebbe trattarsi di un bisogno di PROTEZIONE, il non sentirsi protetta da una persona quando è ebbra, euforica o stordita dall'alcol.
    - Potrebbe trattarsi di un bisogno di NOVITA', la mancanza di una relazione che porti anche qualcosa di nuovo oltre che un contesto in cui sia presente l'alcol.
    - Potrebbe trattarsi di un bisogno di CONNESSIONE / APPARTENZA perché magari quando c'è l'alcol di mezzo non percepisce il suo affetto, la sua vicinanza, il suo supporto che sente rivolto all'alcol più che a Lei, Le mancano momenti di humor, svago, gioia e risate più presenti o, semplicemente, in assenza di alcol.
    - Potrebbe trattarsi di un bisogno di SIGNIFICATO / AUTOREALIZZAZIONE, perché sente che con lui in quello stato Le manca la sua espressione autentica di sé, non falsata dall'alcol, o la presenza di uno scopo diverso dal bere, dal festeggiare, dal divertirsi, dall'estraniarsi...
    Potrei andare avanti ma mi fermo qui perché il mio bisogno, in questo momento, è di farle capire cosa intendo e non di preparale il discorso da fare. Il senso è che in questo modo, partendo da Lei, non giudicando lui, il suo discorso diventa automaticamente inattaccabili. Sono cose che mancano a Lei e che non è detto che manchino anche al suo compagno. Dirle, permette a lui di sintonizzarsi con le Sue emozioni e i Suoi bisogni e comprendere meglio il Suo punto di vista, senza sentirsi attaccato. Dall'altro permette anche a Lei di avere delle basi solide da cui partire per condividere la Sua attuale posizione, anche affettiva, fargli delle richieste (come quella di dimostrare che è Lei a sbagliarsi e che lui non è dipendente, restando 2 settimane o 1 mese, ad esempio, senza bere) o delle offerte (nel caso in cui volesse aiutarlo). Da questa posizione, anche il fatto che Lei sapesse già che il suo compagno beveva, non mette in discussione ciò di cui ha bisogno ora. Può sempre dire che prima lo faceva meno e quelle cose non le mancavano, oppure che ora, alla luce anche del modello educativo che vuole trasmettere ai figli, questi comportamenti le risultano particolarmente sgradevoli e pericolosi. Se, detto questo, il Suo compagno continuerà i suoi comportamenti, non riconoscerà di avere un problema, allora è il caso che il problema inizi a manifestarlo lei, dicendogli chiaramente che non lo ama come prima, che questa situazione la sta' distruggendo e che ci tiene al suo benessere e a quelle dei suoi figli per cui prenderà le Sue decisioni. Spero di esserLe stato utile e non esiti a contattarmi, anche per un primo colloquio, in cui approfondire il caso e trovare un maggiore sostengo, in questo periodo di passaggio.


    dal 22 luglio ho pensato di essere gay per una sensazione per un amico che pensavo mi piacesse e poi una setrimanabe quel pensiero svanisce per tutto agosro dove mi fisso di un personaggio femmina di squid game un po maschile 380 seocnda stagione e mi fisso su di lei e provo sensazioni intense per lei fino a scordarmi di tutto del fatto gay e mi fisso, wuando scompaiojo le sensazioni per lei mi incomincio a preouccupare e ad ogni pensiero che oassa li credo tipo che ero satanista, che mi piaceva mia sorella, che mi piaceva uno ecc ecc e rompevo le palle ai miei snici sul fatto che voglio che deve tornare nonostante sentivo che non avevo piu senswzioni, poi piu consulto l ai compaiojo sensazioni cje cwmbiano spesso ragazza, e ho fatto un sogno erorico con una donna e ho eiaculato, poi mi sono eccitato per dei pensieri sessuali con donne poi non volevo essere pervertito e poi finito wuesto finisce quel periodo e torna il fstto di essere gay e da li si svilippano sensazioni, ecciraizoni, fantasie e roba varia, continuo ad utilizzare l ai e continuo a pensare di essere gay ma avevo raramente erezioni oer le donne pensandole prims ors non piu, sono in adolescenza e non so cosa stia succedendo, continuo a oensare di essere gay ma non lo voflio ammettere ma io mi ecciyavo per le donne prima di qiesto solo che avevo un disagio per la vagina, e ho avuro degli episodi isolati di sensazioni intense pee lo stesso sesso che non rigiardavano il desiderio fisico, ricordo qiando mi ero eccitato ma allo stesso tempo avevo paura, e quando mi avevano fatto ujo scherzo dove un amico si dichiarava a me e stavo pensando di dire si nonostanre non provassi nulla, potreste aiutarmi a capire cosa mi sta succedendo? sono gay ma non lo voglio ammettere come credo? cioe al episodio iniziale di qiella sensazione per un amico ho avuto paura di essere gay e mi ha fatto ricordare li episodi di wuelle sensazioni dove oensavo di essere gay, e continuo ad utilizzare l'ai ogni giorno.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Buongiorno, sono passati circa 7 mesi da quel 22 luglio in cui ha pensato di essere gay e la domanda sembra non trovare risposta. Per quello che posso capire, leggendo il tuo testo pieno di errori di battitura, il suo sembra più un problema di ansia che forse si manifesta anche nello scrivere di getto senza approfondire la forma che dà al suo testo. Lo stesso avviene per la sua forma. Che forma ha? Com'è fatto? Chi è? Leggendola mi arriva una forte confusione interna, un’ansia rispetto alla sua identità, che lei sembra associare al suolo orientamento sessuale. Oggi più di ieri pensieri, fantasie ed emozioni cambiano rapidamente, siamo iper-stimolati, in direzioni anche molto diverse e il desiderio, seguendo tutti questi stimoli può diventare fluido, seguire le correnti e non sempre essere lineare come una volta. Per questo Zygmunt Bauman parla di società liquida.

    Quello che mi colpisce, leggendola, è la sua ricerca continua di una definizione della sua identità sessuale (“sono gay?”, “non lo voglio ammettere?”, “mi piace una ragazza?”) e quanto questo le generi preoccupazione. In realtà, queste domande, non sono di per sé preoccupanti.
    - Potrebbe essere che sia gay e allora si trovi un partner.
    - Potrebbe essere che non lo voglia ammettere e allora lo ammetta e si trovi un partner. - Le piace una ragazza e allora, provi a conoscerla meglio.

    Quando la mente è molto concentrata sull’etichetta, rischia di allontanarti dall’ascolto delle sensazioni corporee e delle emozioni autentiche. Il corpo, invece, tende a segnalare in modo spontaneo ciò che piace, ciò che non piace e ciò che crea disagio.

    Potrebbe esserLe utile provare, almeno per un po’, a sospendere il bisogno di definirsi e osservare con curiosità ciò che sente, senza giudicarsi. Oggi esistono molte possibili identità e orientamenti, ma il punto non è trovare subito il nome giusto: prima viene il riconoscere i propri vissuti, poi eventualmente dar loro una definizione.

    Sembra anche che ci sia una forte paura di “dover essere qualcosa” e di non essere accettato dagli altri. Questa paura può amplificare i dubbi e farla oscillare tra pensieri diversi. Lavorare sulla fiducia in se stesso, sulla sua centratura e sul sentirsi degno di essere accettato, indipendentemente da qualsiasi etichetta, può aiutarLa molto.

    Qualora senta di non riuscirci da solo, contatti pure uno psicologo. Io sarei lieto di lavorare con lei.

    In sintesi, più che chiedersi subito “cosa sono?”, potrebbe provare a chiedersi: “cosa sento davvero, in questo momento?” e darsi il tempo di scoprirlo con calma, seguendo il suo sentire e tornando a pensare solo dopo aver fatto esperienza, ma solo se il suo sentire avrà voluto farla. Non c’è alcuna urgenza di definirsi, l'urgenza riguarda il sentire e il piacere. Spero di esserLe stato utile e non esiti a contattarmi per un primo colloquio.


    Buongiorno, mi hanno cambiato la cura due giorni fa perché non riesco a star al lavoro e sono sempre con ansia e attacchi. Mi ha aggiunto questo medicinale Pregabalin eg stada italia insieme a xanax e zarelis da prendere a colazione e dopo pranzo. La sera ho solo lo xanax .. Volevi chiedere se è normale aver giramenti di testa, sonnolenza e essere un po stordita ecc. Perché non ho mai preso il Pregabalin e con questa combinazione di medicinali mi farà effetto dopo quanto? E in piu volevo chiedere è meglio non fare neanche un aperitivo? Grazie Cordiali Salu

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Buongiorno paziente medicalizzato, grazie per avermi scritto e per aver condiviso come si sta sentendo.

    I sintomi che descrive (giramenti di testa, sonnolenza, senso di stordimento) possono comparire nei primi giorni quando si introduce un nuovo farmaco o si modifica la terapia. Tuttavia, per qualsiasi dubbio specifico sui medicinali, sui tempi di effetto o su eventuali effetti collaterali, è importante fare sempre riferimento al medico che ha prescritto la cura, così da avere indicazioni precise e sicure per il suo caso.

    Quello che posso dirle dal punto di vista psicologico è che, quando si attraversano momenti di ansia intensa e attacchi, i farmaci possono aiutare a ridurre i sintomi e a creare uno spazio di maggiore stabilità. Allo stesso tempo, però, è fondamentale approfittare di questa maggiore stabilità per avviare un percorso psicologico parallelo, che permetta di comprendere e lavorare sulle cause profonde di ciò che sta vivendo, così da non intervenire solo sul sintomo ma anche sulle sue radici.

    Rispetto all’alcol, in generale è consigliabile evitare o comunque limitare molto, soprattutto all’inizio di una nuova terapia, ma anche qui è importante confrontarsi direttamente con il medico. Un alternativa è prendere un aperitivo analcolico e non rinunciare alla compagnia.

    Se le fa piacere, possiamo lavorare insieme su strumenti concreti per gestire l’ansia e gli attacchi nel quotidiano, affiancando così il supporto farmacologico con un lavoro più profondo e duraturo. Un caro saluto


    Salve sono la nonna paterna di una bimba di 30 mesi che da sempre mi adora e profondamente amo!, al punto che quando insieme preferisce un rapporto esclusivo con me preferendomi in quei momenti ai genitori e questo provoca gelosie da perte di mio figlio , la cosa mi mette profondamente a disagio poiché’ mi fa sentire di troppo ! Questo di contro non avviene con la nonna materna con la quale è costretta a stare dopo l’asilo nido . Ultimamente a scuola presenta un po’ di aggressività’ , potrebbe esserci correlazione con il tipo di rapporti con i nonni , premesso che ha ottimi rapporti genitoriali ed e’ figlia unica come mio figlio d’altronde.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Buongiorno, e grazie per essersi presa il tempo di cercare un confronto e un aiuto. Non so quanti anni ha, in quanto nonna, ed è molto raro poter rispondere a richieste di aiuto di questo tipo che mandano un segnale importante di attenzione e cura.

    Da quello che racconta emerge un legame molto affettuoso tra lei e sua nipote, ed è naturale che una bambina possa, in alcuni momenti, cercare una relazione più esclusiva con una figura significativa. Allo stesso tempo, è comprensibile che questo possa attivare dinamiche emotive anche nei genitori.

    Nelle relazioni, ognuno di noi porta con sé la propria storia familiare e le proprie esperienze, non solo la propria genetica: questo vale per sua nipote, per i suoi genitori, ma anche per lei, per i suoi genitori e quindi anche per i suoi nonni (i tris nonni di suo figlio) e via dicendo. In questo senso, i nonni non sono mai “fuori” dal sistema familiare, e ne fanno pienamente parte, con un ruolo prezioso e delicato.

    Più che pensare di essere “di troppo”, può essere utile chiedersi come stare in questo ruolo in modo presente e non invasivo: rimanendo in contatto con i propri sentimenti, senza prendersi responsabilità che spettano ai genitori, ma restando aperta e disponibile quando viene richiesta la sua presenza.

    Rispetto all’aggressività a scuola, è difficile stabilire un collegamento diretto solo sulla base degli elementi che riporta nel suo racconto: i comportamenti dei bambini possono avere molteplici significati e andrebbero osservati nel loro insieme.

    Se lo desidera, posso aiutarla ad approfondire come vivere questo ruolo di nonna in modo più sereno ed equilibrato, trovando una posizione che le permetta di sentirsi a suo agio senza rinunciare alla qualità del legame con sua nipote. Prenoti pure un appuntamento. Un caro saluto


    Salve ,scrivo in breve la mia storia perchè vorrei capire se la persona con cui ho intrapreso una relazione quatto anni fa circa potrebbe essere un narcisista patologico Malvagio.Sono una insegnante di 63 anni benestante ,stimata come professionista e considerata di bella presenza.Sono sposata ma mio marito è affetto da una malattia neuridegenerativa e sette anni fa ha subito danni cognitivi,Così che quattro anni fa mentre ero in un momento molto difficicile ,mi sentivo molto sola ho intrapreso una relazione con un uomo che oggi ha 69 anni .Quest'uomo lo conosco da circa 27 anni ed in passato lo avevo incontrato qualche volta in un momento di crisi profonda della relazione con mio marito.In questo tempo a cicli si era sempre presentato ma io no lo avevo più considerato.quando ho deciso di intraprendere la re relazione con lui l'ho fatto anche perchè mi sono fatta convincere dal fatto che lui mi aveva raccontato di essere rimasto vedovo ( sua moglie era morta a causa di un cancro ) e che la sua compagna aveva un mieloma al terzo stadio .all'inizio sembrava andare bene ,ma il suo comportamento era molto strano,mi invia centinaia di messaggi ,banali e pieni di emoji e quando io chiedevo chiarimenti lui spariva ..Nelle varie sparizioni chredendo di essere io la persona sbagliata l'ho cercato cosi la relazine è andata avanti dal 2022 al 2024. In giugno del 2024 dice di avere una depressione e sparisce.Nel luglio del 2025 a causa di una circostanza si ripresenta e mi convince nuovamente a riprendere la relazione nel frattempo io ero venuta a conoscenza (voci di popolo) che lui aveva manipolato più persone sole ,sopratutto done approfittandone per appropriarsi dei loro risparmi , era un bancario ,e per questa ragione era stato sospeso dal suo lavoro ,anche se non si era riuscito a dimostrare nulla .Inoltre che aveva sempre intessuto più relazioni in contemporanea .Ma io che sono una persona buona nonostante i vari dubbi ho deciso di ridargli fiducia .Sembrava che le cose andassero bene lui mi dedicava ,tempo ed attenzioni, fino a quando in gennaio lui sbaglia ad inviare un messaggio ed intuisco che c'era una quarta persona ,chiedo spiegazioni , ma lui sparisce.
    Ora mi chiedo potrà ricomparire ancora ? E' un narcisista patologico maligno?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Buongiorno supposta vittima di un narcisista maligno. Grazie per aver condiviso una storia così complessa e delicata.

    Capisco il bisogno di dare un nome a ciò che ha vissuto e di comprendere il comportamento di quest’uomo. Allo stesso tempo, il mio consiglio prende un'altra direzione, quella di non cercare di definire lui (se sia o meno un “narcisista patologico”), e di spostare lo sguardo su di lei e su alcuni aspetti della sua esperienza.
    Ad esempio:
    1) che cosa l’ha portata a entrare e rimanere in questa relazione, nonostante i messaggi che descrive come banali, le sparizioni e i dubbi che emergevano nel tempo?
    2) come mai, nei momenti di distanza, si è trovata a pensare di essere lei quella “sbagliata”, piuttosto che chiedersi se lui fosse la persona giusta per lei?
    3) ha avuto modo di confrontarsi direttamente con lui rispetto alle voci che circolavano sul suo conto?

    Non sono domande per metterla in discussione, ma per aiutarla a comprendere meglio il suo modo di stare nelle relazioni, soprattutto in un momento della vita in cui, come racconta, si sentiva sola e in difficoltà.

    Rispetto alla sua domanda (“tornerà?”), anche qui le direi che è possibile, considerando il tipo di dinamica che descrive, ma forse la domanda più importante potrebbe diventare:
    1) cosa desidera lei, oggi, per sé stessa?
    2) che tipo di comportamento potrebbe mettere in atto per proteggersi ed essere più rispettosa dei suoi bisogni?

    Se sente che questa esperienza si collega a un vissuto di sentirsi coinvolta in un ruolo di “vittima”, reale o percepito, può essere molto utile lavorarci insieme, per rafforzare i suoi confini, la sua capacità di scelta e il modo in cui si prende cura di sé nelle relazioni.

    Se lo desidera, la invito ad approfondire questi aspetti prenotando un primo colloquio in cui valutare le modalità a lei più congeniali per avviare in un percorso dedicato. Un caro saluto


    Buon pomeriggio, sono una mamma di due bambine la più grande a tre anni e mezzo e la più piccola sette mesi, veniamo da una situazione un po’ complessa dopo un anno e un mese dove vedo Mamma e il Papà ogni due settimane solo il weekend perché per motivi lavorativi si è trasferito all’estero, adesso in maniera definitiva ci siamo trasferiti da lui alla Grande è molto contenta di essersi avvicinato a lui, perché in questo anno lo ha cercato tanto giustamente, ma con Mio Marito abbiamo notato che nonostante durante l’arco della giornata gli facciamo fare molte attività tra parco ciò che a casa non giocare con la sorellina oppure portare fuori il cane ci rendiamo conto che non è mai contento nel senso che ha sempre atteggiamenti molto irrequieti, cosa che prima non aveva. Molto spesso urla cerco principalmente io di cercare di capire quale sia il problema di chiedergli come si sente come sta se le piace stare qui o se le manca qualcuno o qualcosa, ma la sua risposta è sempre quella che lei è contenta di essere qui con il papà e che vuole il papà sicuramente incide molto il fatto che a cui non conosce nessuno a parte quattro bambini, ma che andando a scuola li vede molto raramente quando incontra qualche bimbo al parco si vergogna e non vuole parlargli dovuto alla lingua e quindi è molto trattenuta. Durante la notte, nonostante avesse iniziato a dormire nella sua stanza, è molto contenta di dormirci da una settimana a questa parte ha iniziato a dormire nel lettone e quando do il latte alla piccola. Lei interviene sempre dicendo che vuole le coccole e inizia a lagnarsi . In certi momenti mi dispiace perché immagino anche per lei sia un grande cambiamento però allo stesso tempo non gli manca nulla perché è super coccolata e sempre fuori a giocare e fare 1000 attività, quindi non capisco come sia possibile che lei faccia ancora capricci e che si attacchi anche alla minima sciocchezza. Cosa posso fare? Avete qualche consiglio?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Cara mamma straniera in cerca di un consiglio psicologico, intanto grazie per aver chiesto aiuto a questo portale. Chiedere aiuto è la prima risorsa che abbiamo.

    Quello che descrive è molto comprensibile: sua figlia sta attraversando tanti cambiamenti importanti tutti insieme: il ricongiungimento con il papà, un nuovo paese, una nuova lingua, nuovi ritmi e, allo stesso tempo, la presenza di una sorellina molto piccola. Anche se le dice di essere contenta, è possibile che dentro di sé stia vivendo emozioni molto complesse che, alla sua età, non riesce ancora a esprimere a parole.
    I comportamenti che osservate (irrequietezza, urla, bisogno di tornare nel lettone, richiesta di coccole mentre si occupa della sorellina) possono essere il suo modo di chiedere protezione, sicurezza e vicinanza. Credo che non si tratti tanto “capricci” ma di segnali di adattamento a questa fase nuova e intensa.

    In questi casi può essere utile:
    1) dedicarle ogni giorno un piccolo momento esclusivo con uno dei genitori, anche solo 10-15 minuti, in cui si sente vista e al centro;
    2) darle prevedibilità, con routine semplici e ripetute (soprattutto la sera, come un racconto da leggergli mentre sta nel suo lettino, poi se viene la notte, accoglierla ma... leggere punto 4);
    3) accogliere le sue emozioni senza cercare subito di spiegarle o correggerle (“vedo che sei arrabbiata/triste, sono qui con te, hai voglia di dirmi cosa ti succede?”);
    4) non preoccuparsi troppo se chiede di dormire vicino a voi in questo periodo: può essere un bisogno temporaneo di rassicurazione (eventualmente potete spiegargli che anche voi avete bisogno di riposare bene e che stando tutti insieme non sempre riuscite a fare per questo vorreste che andasse a dormire nella sua stanzetta);
    5) aiutarla gradualmente nell’incontro con altri bambini, senza forzarla, rispettando anche la difficoltà legata alla lingua.

    Mi sembra che voi siate già molto attenti e presenti. A volte, anche quando “non manca nulla” dal punto di vista pratico, i bambini hanno bisogno di tempo per integrare emotivamente ciò che stanno vivendo.

    Se vuole, può prenotare un primo colloquio per approfondire insieme qualche momento specifico della giornata e capire meglio come accompagnarla.


    Volevo ringraziare i Dottori che hanno fornito risposte molto giuste e sensate al problema che sto vivendo e che mi causa ansia e malessere, e angoscia. Non escludo di aver bisogno di essere aiutata poichè l'ansia mi causa anche disturbi fisici con cui ho iniziato a convivere quando ero molto giovane e che ora si riaffacciano con senso di instabilità nel camminare e difficoltà ad addormentarmi. Per lunghissimo tempo ho intrapreso una terapia di tipo cognitivo/comportamentale che, se non mi ha messa in grado di costruire una vita sentimentale per me soddisfacente mi ha tuttavia fornito una fortissima spinta verso cambiamenti che poi sono avvenuti in me, dandomi la possibilità di restare in piedi da sola. Ciò che mi è accaduto oggi e che ho raccontato, è l'esempio di come, da persona sempre ipercontrollata nel manifestare emozioni e sentimenti, io per la prima volta nella vita mi sia "lasciata andare". Non me ne pento, poichè se non l'avessi fatto, oggi, anzichè convivere con i rimorsi, mi sarei trovata a fare i conti con i rimpianti. Avevo scritto ancora per chiarire alcuni punti che a voi non sembravano più di tanto esplicitamente espressi, ma non potevo, ci sono regole da osservare nei forum, le mie considerazioni non è stato ritenuto potessero essere pubblicate ed ovviamente mi attengo alle regole dei moderatori. Ma non so come formulare diversamente le domande, le mie parole sono da qualcuno di Voi state definite perfino delicate ed io ho cercato di esprimermi rispettando l'anonimato. Sono consapevole che in qualche modo devo uscire da una situazione che mi crea disagio e malessere profondo e forse in questo riconoscerete il problema che ho esposto e che gentilmente è stato pubblicato. Ma prima di prendere una decisione al riguardo ritengo sia necessario prendermi ancora un po' di tempo, non fare passi avventati di cui potrei pentirmi in seguito, soprattutto trovare modi e parole giuste nel caso dovessi ancora comunicare con questa persona, ribadendo le mie necessità e..stare a guardare. Sono diventata una persona ancora più fragile, timorosa di rapportarsi ancor peggio che in passato, di dire la cosa sbagliata, di discutere. Vivo cioè in stato di soggezione dal punto di vista psicologico. Forse ora mi riconoscerete, siete stati tutti bravissimi nel rispondermi ma anche nella ricerca di un terapeuta continuo a privilegiare la figura maschile perchè in essa è contenuto il mio problema. Le donne hanno fornito risposte molto precise e puntuali, impeccabili, direi, dal punto di vista della competenza professionale. Non me ne vogliano dunque le dottoresse bravissime (almeno due in particolare) che mi hanno perfino ringraziato dell'opportunità che fornivo loro raccontando la mia esperienza. Sono io, a ringraziare loro. Ma anche nella scelta del terapeuta che mi seguì in passato scelsi una figura maschile. Forse ciò ha un significato. Per me, e magari sbaglio, una terapeuta ragiona da...donna e dunque non molto diversamente da me che pure lo sono. Ed io ho bisogno di confrontarmi con una figura maschile accogliente e comprensiva, per poter meglio capire. Spero che ora riconosciate il mio problema, spero di non essere ancora censurata, ma se anche lo fossi ringrazio anche i moderatori.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Gentile Signora, la ringrazio per questo ulteriore messaggio. Leggendola, ho l'impressione che stia attraversando un momento molto delicato, nel quale convivono diversi aspetti: il desiderio di comprendere ciò che le sta accadendo, la necessità di non agire impulsivamente, il bisogno di esprimersi autenticamente e la fatica di sentirsi vulnerabile dopo anni trascorsi a controllare emozioni e sentimenti.

    Mi colpisce in particolare quando scrive che, per la prima volta nella sua vita, si è "lasciata andare". Al di là degli esiti della situazione che ha raccontato, questo mi sembra un passaggio importante. Non tanto perché sia giusto o sbagliato ciò che ha fatto, ma perché rappresenta un'esperienza che merita di essere ascoltata e compresa nel suo significato più profondo.

    Da una prospettiva fenomenologica e umanista, infatti, il punto di partenza non è stabilire immediatamente cosa fare, né correggere ciò che una persona prova. L'interesse è piuttosto rivolto all'esperienza vissuta: come sta vivendo questa situazione? Che significato assume per lei? Quali emozioni, bisogni, paure e desideri stanno cercando di esprimersi attraverso questa sofferenza?

    Nelle sue parole non leggo soltanto ansia o disagio relazionale, leggo anche il tentativo di entrare in contatto con parti di sé che per molto tempo sono rimaste protette, controllate o trattenute, e forse è proprio questo contatto a generare, oggi, tanto timore quanto possibilità di crescita.

    Comprendo anche la sua osservazione riguardo alla scelta di una figura terapeutica maschile. Più che chiedersi se sia giusta o sbagliata, potrebbe essere interessante esplorare, insieme, quale significato abbia per lei questa preferenza e quale bisogno esprima. Spesso le scelte che facciamo in terapia raccontano qualcosa di importante della nostra storia e delle nostre relazioni.

    Vorrei aggiungere una riflessione sul contesto di questo forum. Gli spazi di consulenza online possono offrire spunti utili, orientamento e punti di vista differenti, ma hanno inevitabilmente dei limiti. La comunicazione è breve, frammentaria e sostanzialmente unidirezionale: il professionista riceve alcune informazioni e risponde, senza poter approfondire, osservare come una persona vive ciò che racconta o costruire insieme un percorso di comprensione.
    Il lavoro terapeutico è qualcosa di diverso. È uno spazio protetto nel quale nessuna parte della propria esistenza viene censurata perché i limiti del setting, non sono quelli di una piattaforma. Nel setting terapeutico possono trovare cittadinanza anche i pensieri più contraddittori, le emozioni più difficili, i dubbi, le paure, la rabbia, la vergogna e le fragilità perché il senso emerge gradualmente dall'incontro e dal dialogo delle parti in gioco.
    In fondo, se il lavoro psicologico consistesse soltanto nel fornire spiegazioni o consigli, potrebbe essere svolto anche da un sistema esperto o da un'intelligenza artificiale. Ciò che rende unica la psicoterapia è invece la relazione umana, la possibilità di essere ascoltati nella propria unicità e di costruire insieme significati nuovi a partire dall'esperienza vissuta.

    Per questo motivo, se sente che il malessere che descrive sta diventando sempre più presente nella sua vita e si accompagna anche a manifestazioni fisiche come quelle che riferisce, potrebbe essere utile concedersi uno spazio terapeutico nel quale poter portare liberamente tutto ciò che oggi sente di non riuscire ancora a dire fino in fondo.

    Le auguro di continuare a prendersi il tempo che ritiene necessario per comprendere meglio ciò che sta vivendo, senza forzare decisioni premature ma senza neppure rinunciare alla possibilità di ricevere un aiuto adeguato.

    Se vuole, mi piacerebbe poterle essere di aiuto. Un cordiale saluto.


    Ciao, sono un ragazzo di circa 20 anni Parlando con una ragazza di circa 20 anni in chat privata durante la conversazione sono arrivato (dopo tot messaggi in un momento che mi sembrava adatto) a parlare di scopamicizie e le ho chiesto se cercava anche quel tipo di amicizie. Nella chat tutto bene, non si è lamentata minimamente, anzi, mi ha parlato pure di un esperienza passata con uno scopamico.

    Poi la conversazione ha proseguito normalmente anche in altre direzioni. E premetto che è una ragazza che se sbaglio me lo fa notare, tipo quando ho fatto una domanda di troppo me l'ha detto e mi sono scusato subito senza se e senza ma.

    Solo che in una chat pubblica abbiamo avuto dei diverbi più e più volte su cose che non c'entravano niente e lei per farmi fare la brutta figura in una chat pubblica ha deciso di dire a tutti che io le ho chiesto se cercava le scopamicizie, e la cosa grave è che io mi posso difendere su poco e niente perché anche se lei ha diffuso informazioni mie personali (ad esempio ha condiviso una mia canzone inedita) io non posso fare lo stesso per dimostrare che lei in realtà era d'accordo. Quindi mi ritrovo a mio parere diffamato in una chat pubblica e in qualsiasi modo io lo spieghi, quasi tutti cercano di andarmi contro. Solo due hanno compreso la mia situazione. Io nel dubbio mi sono scusato a prescindere in chat pubblica, anche se secondo me era tutta una cosa che lei ha fatto per ripicca e per andarmi contro su cose che non c'entrano niente, non le è andato giù che io avessi ragione su delle cose e allora si è vendicata così, la maggior parte delle persone di quel gruppo anche se non sanno niente comunque parlano e parlano, e lei insieme ad un altra si è inventata cose che non stanno né in cielo né in terra, tipo che ci ho provato con delle minorenni. È arrivata proprio a mentire. Cosa faccio? Sono nel torto? Non la voglio denunciare perché le donne sono molto più difese dalla legge e inoltre se ho fatto anche solo un mezzo errore sono cavoli amari. In quanto non sono perfetto e potrei anche aver sbagliato

    Ho dei sensi di colpa enormi, non ho dormito un secondo sta notte. E stanno anche continuando la conversazione e non capisco nemmeno cosa sia vero e cosa sia falso, io cerco di essere sempre attento al millimetro, ma non sono infallibile, posso anche sbagliare. Non voglio stare tutto il giorno a rispondere, ho ammesso i miei errori e non capisco veramente cosa altro devo fare

    Potrei anche aver mal interpretato la sua confidenza ma secondo me lei in pubblico ha finto di non averla

    ma mettete caso che io veramente abbia sbagliato e comunque dopo che lei ha detto che ho esagerato ho smesso, che succede?

    In chat privata sembrava una ragazza carina e simpatica, ma poi ho scoperto che ha più volte mandato i miei messaggi privati ad altre persone. Per farvi capire sono uno che per 7 anni di fila non ha mai abbracciato una ragazza per paura di essere molesto, penso che essere molesto è una delle mie paure più grandi. Per me eravamo arrivati al punto della conversazione in cui si poteva parlare di certe cose. Ho un'ansia assurda e sto davvero male, non capisco se ho sbagliato veramente, in quanto penso che non sia una cosa oggettiva e varia da persona a persona. Tipo una ragazza mi ha detto di tranquillizzarmi e ha detto che ci sta' che ho fatto questa domanda. Però me l'ha detto in privato e non mi ha difeso in pubblico, secondo me la gente ha paura di difendermi. Cosa è vero non importa a nessuno, lei si è addirittura inventata che ci ho provato con delle minorenni e io ho l'ansia di dovermi difendere ogni volta dalle bugie che dice (la cosa delle minorenni è falsa)

    Ci tengo a dire un'ultima cosa. Ho fatto quella domanda proprio per chiarire tutto fin da subito e non creare problemi dal vivo. Purtroppo ho preso confidenza con la persona sbagliata.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Ciao ragazzo di 20 anni, il tuo racconto mi ha colpito e mi piacerebbe poterti aiutare pur sapendo che l'aiuto che posso darti qui è molto parziale.
    Leggendo le tue parole mi arriva molta ansia, senso di colpa e soprattutto una forte paura di aver oltrepassato un limite senza accorgertene. Mi sembra che, in questo momento, tu stia cercando una risposta definitiva alla domanda: "Sono nel torto oppure no?". Tuttavia, nelle relazioni umane le cose raramente sono così semplici e credo che ti sarebbe molto utile valutare la possibilità di iniziare un percorso con me, anche breve, se vuoi, ma continuativo.

    Per ora ti lascio una riflessione tratta dal modello della "Finestra dei Comportamenti" di Thomas Gordon. Questo approccio distingue con chiarezza due situazioni: in una il problema appartiene a noi, nell'altra appartiene all'altra persona.

    Per esempio, chiedere a qualcuno se è interessato a un certo tipo di relazione non è automaticamente un comportamento scorretto. La parola "scopa amico" non è di per sé un'offesa, può diventarlo se l'altra persona esprime disagio e noi ignoriamo quel disagio, insistiamo o non rispettiamo i confini che l'altro ci ha espresso.

    Da ciò che racconti, quando questa ragazza ti ha fatto notare che una domanda era eccessiva, ti sei scusato e hai corretto il comportamento. Se le cose sono andate effettivamente così, il tuo compito era ascoltare il limite espresso e rispettarlo. Questo è ciò che dici di aver fatto. Quello che non potrai mai fare è controllare come l'altra persona ha interpretato o interpreterà successivamente l'episodio o come lo racconterà ad altri, ossia non potrai controllare il suo problema.

    Questo per dire che la tua responsabilità riguarda ciò che hai fatto, detto e scelto; non riguarda le reazioni, le interpretazioni o le eventuali strategie comunicative degli altri, che sono una loro responsabilità.

    Quello che spesso succede è che, soprattutto quando siamo molto spaventati, tendiamo a passare rapidamente dai fatti alle interpretazioni.

    Cercherò di essere chiaro, per quanto creda che riuscirei ad asserlo molto di più se ci incontrassimo, ad ogni modo. I fatti osservabili, nel tuo caso, sembrano essere:

    1) hai posto una domanda su un tipo di relazione;
    2) la conversazione è proseguita;
    3) in seguito la ragazza ha raccontato quell'episodio in una chat pubblica;
    4) questo ti ha causato disagio e preoccupazione.

    Le interpretazioni, invece, sono affermazioni come:

    1) "si è vendicata";
    2) "voleva farmi fare una brutta figura";
    3) "tutti mi stanno contro";
    4) "nessuno si interessa alla verità".

    Le interpretazioni sono utili perché sintetizzano i fatti e li rendo operativi, tuttavia la fregatura delle interpretazioni è che non possono mai essere vere al 100% come lo sono, invece, i fatti. Questo per dire che quello che pensi potrebbe essere vero, ma potrebbero anche esserci altre spiegazioni. Quando siamo molto agitati, il rischio è costruire una narrazione che ci rassicura perché sembra congruente ma aumenta ulteriormente la sofferenza.

    Un altro fatto potrebbe essere: "Lei ha raccontato pubblicamente quella conversazione."

    Un'altra interpretazione potrebbe essere: "Tutti mi considerano una cattiva persona."

    Quando siamo feriti o spaventati, le interpretazioni tendono a moltiplicarsi e ad aumentare l'ansia.

    Per questo motivo, prima di continuare a difenderti in ogni discussione, prova a chiederti quale sia il tuo bisogno in questo momento.

    Hai bisogno di essere compreso? Di proteggere la tua reputazione? Di sentirti una persona rispettosa? Di avere chiarezza?

    A volte rispondere continuamente alle accuse in una chat pubblica non soddisfa nessuno di questi bisogni e finisce solo per alimentare il conflitto.

    Concludo con un doveroso avvertimento sulle comunicazioni in chat.

    Le chat danno spesso un'illusione di confidenza che può essere ingannevole. Mancano il tono della voce, le espressioni del volto, i silenzi, le esitazioni e tutti quegli elementi che normalmente ci aiutano a capire se una persona è a suo agio oppure no.

    Per questo motivo, quando una conversazione online si sposta verso temi più intimi o sessuali, può essere utile procedere con gradualità e verificare esplicitamente il consenso comunicativo dell'altra persona. Ad esempio:

    "Posso farti una domanda un po' personale?"
    "Se non ti va di parlarne dimmelo tranquillamente."
    "Ti senti a tuo agio con questo argomento?"

    Queste formule non eliminano ogni possibile malinteso, ma aiutano entrambe le persone a orientarsi meglio.

    Un'altra caratteristica delle chat è che ciò che scriviamo può essere conservato, condiviso, decontestualizzato o letto da terzi. Non è necessariamente giusto, ma è una realtà della comunicazione digitale di cui è bene essere consapevoli.

    Per quanto riguarda il presente, mi chiedo se continuare a difenderti in ogni messaggio della chat pubblica stia davvero aiutando la situazione. A volte, dopo aver chiarito la propria posizione e aver riconosciuto eventuali errori, proseguire la discussione alimenta soltanto il conflitto e l'ansia. Lascia agli altri il loro problema e ritorna in te.

    Mi colpisce molto quando scrivi che per anni hai evitato perfino di abbracciare una ragazza per paura di risultare molesto. Questo mi fa pensare che il problema principale, oggi, potrebbe non essere soltanto ciò che è accaduto con questa ragazza, ma il peso enorme che attribuisci alla possibilità di sbagliare nelle relazioni. Qui c'è un bel tema da portare in terapia.

    Nessuno può garantirti di non commettere mai errori e questo è un bene perché dagli errori si impara. Una relazione sana non nasce dall'essere perfetti al millimetro, ma dalla capacità di ascoltare, correggersi quando necessario e rispettare i confini dell'altro e ciò vale anche per l'altro, quando a sbagliare è lui/lei.

    Forse la domanda più utile non è: "Sono una cattiva persona?", ma: "Alla luce di questa esperienza, cosa posso imparare sulla comunicazione, sui confini e sul modo in cui gestisco la paura di sbagliare?"

    Questa è una domanda che può aiutarti a crescere, indipendentemente da chi abbia ragione nel conflitto attuale. Resto disponibile per continuare in privato. Buona vita!


    buongiorno ho 52 anni e ho perso mio marito di 50 anni in poco tempo per un tumore aggressivo
    Lui era quello forte.. quello che mi sosteneva.. l'ottimista.. mentre io la parte fragile (sono trapiantata renale da 3 anni) abbiamo vissuto un amore di 13 anni e convissuto per 8 anni... ... sono passati più di tre mesi... non ho nessun familiare accanto ..non ne posso parlare..perchè dicono che devo reagire ..ho una mamma anziana ed un fratello più grande... vorrei che mi chiamassero e mi dicessero come va?
    come sto.. invece nulla.... mia madre si chiama.... ma non posso dire che sto male... solo cosa hai mangiato tutto ok come va il lavoro.
    Mio fratello non chiama mai ... dice che posso chiamarlo io... lui dice che non chiama nessuno e ha detto che non sono l'unica a soffrire ...
    Ma sono io una pazza... ? nel senso io vorrei sentire il loro aiuto il loro sostegno invece sto impazzendo perché non ne posso parlare...
    come se lui non fosse esistito? sbaglio a voler "pretendere " un loro aiuto?
    sto malissimo si aggiunge anche i miei suoceri che sin dall'inizi non mi hanno "accettato"... perché ho portato loro via il figlio da casa...
    e non ho mai avuto rapporti... tranne pranzi... qualche compleanno di mio marito...(ma questo è un problema minore... il problema serio che stanno facendo storie per l'eredità specialmente il padre ... ed io sono distrutta )
    Sono nel vuoto assoluto.. io e lui eravamo sempre insieme.. uniti...
    ora sono nella voragine e non trovo nessun sostegno da parte di persone che conosco... sto frequentando una psicologa ed un gruppo
    ma è un incubo.. possibile che i familiari invece di avvicinarsi si allontanano? non capisco... se ad un familiare muore un compagno... io lo chiamerei .. msg di sostegno ecc. invece il vuoto assoluto.. così non supererò mai... perché mi sento ancora più sola.. già sapevo che potevo contare solo su di lui... ma ora che non c'è più non solo ne ho la conferma... ma ho un dolore allucinante che nessuno può capire... e devo pure recitare si ok.. ho mangiato si ok sto bene.. e di lui... basta non se ne parla... ma è mai possibile?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. GILBERTO FULVI

    Buongiorno e grazie per aver condiviso una parte così dolorosa della sua storia.
    Da ciò che racconta emerge anzitutto la perdita di una persona che per lei rappresentava non solo un compagno di vita, ma anche una fonte importante di sostegno, sicurezza e presenza. Tredici anni di amore e una quotidianità costruita insieme non scompaiono in pochi mesi, ed è comprensibile che dopo tre mesi il dolore sia ancora molto intenso.
    Leggendo le sue parole, non mi sembra di vedere una persona "pazza". Mi sembra piuttosto una persona che sta vivendo un lutto profondo e che, oltre alla perdita del marito, sta soffrendo anche per la mancanza di vicinanza da parte delle persone che si aspetterebbe accanto.
    Mi sembra che il suo caso sia un'esempio di come la sofferenza per un dolore possa aumentare quando alcuni bisogni importanti non trovano risposta. Nelle sue parole sento il bisogno di essere vista, ascoltata, compresa, sostenuta e accompagnata in questo momento così difficile. Sono bisogni profondamente umani e legittimi che la invito a portare in terapia.
    Quello che posso consigliarle, dal mio punto di vista, è di distinguere ciò che osserva da ciò che interpreta. Lei osserva che sua madre e suo fratello non la chiamano come vorrebbe e che tendono a parlare di altri argomenti. Da qui nasce comprensibilmente la sensazione di essere sola e non compresa. Tuttavia, non sappiamo con certezza quali siano le loro motivazioni: alcune persone, di fronte al dolore, si avvicinano; altre si allontanano, si sentono impotenti o non sanno come affrontare certe conversazioni. Questo non significa che il suo bisogno sia sbagliato, né che il loro comportamento sia necessariamente una prova di mancanza di affetto. Parla del loro modo di relazionarsi al dolore.
    La domanda, in questo modo, non è più trovare delle spiegazioni o dei "manchevoli", ma riconoscere con chiarezza ciò di cui lei ha bisogno oggi e chiedersi dove e con chi questo bisogno possa trovare spazio. A volte il sostegno che desideriamo da alcune persone non arriva nella forma che vorremmo, e diventa importante costruire o rafforzare altri legami capaci di offrire ascolto, amicizia e presenza.

    Mi sembra significativo che lei abbia già iniziato un percorso con una psicologa e che frequenti un gruppo. Le chiedo: in quel contesto riesce a parlare liberamente di suo marito e del dolore che sta vivendo? Ci sono persone con cui sente almeno un minimo di comprensione o vicinanza?

    Vorrei anche capire meglio qualcosa del suo percorso. Da quanto tempo è seguita dalla psicologa? E che cosa l'ha spinta oggi a richiedere questo consulto, oltre alle difficoltà che sta vivendo con il lutto e con la sua famiglia?

    Resto in ascolto.


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