Domande del paziente (469)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile, da quello che ha condiviso, sembra emergere una situazione relazionale molto intensa, in cui i comportamenti del suo partner oscillano tra vicinanza e distanza, desiderio e ritiro, sicurezza e... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile, sembra che tra voi ci sia una relazione importante, con progetti condivisi e una vita già intrecciata. Allo stesso tempo, però, ci sono momenti in cui la comunicazione si inceppa e piccoli episodi... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile, da ciò che condivide emerge un percorso molto intenso, fatto di scelte rapide, cambiamenti importanti e momenti emotivamente molto faticosi. Si comprende come oggi si senta confusa: sta cercando... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile, da quello che condivide si sente quanto questo riconoscimento l’abbia toccata profondamente. Quando qualcuno ci vede e ci apprezza più di quanto siamo abituati, può nascere una miscela di gioia... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile, lei racconta di un peso che non riguarda solo i sintomi, ma un’intera storia di adattamenti: crescere senza una base familiare stabile, assumersi responsabilità molto presto, cercare di funzionare... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile, la situazione che descrive è molto delicata, e il punto centrale non è solo ciò che ha scoperto, ma l’effetto che questa scoperta ha avuto su di lei. Lei e questa donna avete costruito un legame... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile, grazie per aver condiviso e complimenti davvero, perché si è spiegata benissimo. L'esempio del giocatore è perfetto.
    Lei condivide qualcosa di molto interessante: sta soffrendo per la sofferenza.... Altro


    Buongiorno,

    ho 38 anni, donna, e sette mesi fa mi è stata diagnosticata positività a hpv18. Ho avviato tutto l'iter di vaccini, colposcopie, pap test, fermenti e chi più ne ha. Il problema adesso resta relazionale. Ho 38 anni e sono single. Mi chiedevo come si comunica una cosa del genere (perché si deve comunicare e siamo d'accordo su questo) a un'eventuale conoscenza, sapendo che al 99 percento quella persona si rifiuterà di avere una qualsivoglia relazione sessuale e quindi relazionale, dal momento che l'hpv si trasmette anche con preservativo? Devo smettere di conoscere gente finché non mi negativizzo? La gente oggi come oggi, durante gli incontri sparisce per molto molto meno. Grazie a chiunque mi risponderà

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile, quello che sta vivendo non riguarda solo la diagnosi, ma il modo in cui questa diagnosi ha impattato la sua vita relazionale. L’HPV, soprattutto quando viene nominato con un numero “importante” come il 18, porta con sé un immaginario di rischio, rifiuto e stigma che spesso pesa più del virus stesso. È comprensibile che oggi la sua paura non sia tanto clinica, quanto esistenziale: “come faccio a costruire una relazione se temo di essere rifiutata in partenza?”.
    In realtà, ciò che descrive è un doppio livello: da una parte c’è la gestione medica, che sta già seguendo con attenzione; dall’altra c’è il timore che questa condizione la renda “non presentabile”, come se dovesse mettere in pausa la sua vita affettiva finché non si negativizza. È un pensiero comprensibile, ma nasce più dalla paura di essere giudicata che da un reale limite alla possibilità di conoscere qualcuno.
    La comunicazione con un nuovo partner non è un “annuncio” che cancella la relazione prima ancora che inizi, ma un processo che si costruisce quando c’è fiducia reciproca. Non serve dirlo al primo incontro, né rinunciare a conoscere persone: si comunica quando la relazione inizia a prendere forma, con calma e con informazioni corrette, non con la paura di essere rifiutata.
    Molte persone vivono e hanno vissuto l’HPV, e la maggior parte delle relazioni non si interrompe per questo. Il punto non è “nascondere” o “dire subito”, ma trovare un modo di parlarne che non la faccia sentire colpevole o pericolosa. E questo richiede prima di tutto che lei non si percepisca come tale.
    Un percorso psicologico può aiutarla proprio a rimettere ordine tra ciò che appartiene alla realtà medica e ciò che appartiene alla paura di essere scartata, restituendole la possibilità di vivere le relazioni senza sentirsi definita da una diagnosi


    Salve a tutti, sono una ragazza di 21 anni, da circa luglio 2025 ho iniziato a sviluppare un'ansia incontrollabile. E' iniziato tutto da una semplice settimana a casa da sola in quanto i miei in vacanza, dove avevo la costante paura che dei ladri potessero entrarmi in casa, e da lì per una settimana andavo a dormire alle 6 di mattina per accertarmi che durante la notte nessuno cercasse di entrare in casa, a termine di questa settimana mi viene un forte dolore al braccio, vado in ps e mi dicono semplicemente di calmarmi, facendomi un’elettriocardiogramma in cui era tutto ok. Passa l’estate, torno nella mia città dove vivo da fuorisede, e resto sola di nuovo per due settimane, in cui di nuovo vivo con angoscia la cosa, avendo mille paure, nonostante non fosse la prima volta che fossi sola. A termine di queste sue settimane di nuovo mi viene dolore la braccio sinistro per giorni, sono molto preoccupata, vado in ps ed è tutto ok, analisi ed elettrocardiogramma. Da quel momento in poi inizio a sviluppare continua ansia per ogni sensazione del mio corpo, più mi informo e più sto male, ho paura di qualsiasi cosa, questo va a peggiorare anche il mio rapporto sentimentale. A febbraio litigo pesantemente con il mio ragazzo, finendo per avere un attacco di panico con tremore, conati di vomito, dolore braccio sinistro e confusione, vado in ps, tutto okay come al solito e mi danno semplicemente un tranquillante. Un mese dopo torno al ps per emorroidi, le quali non avendole mai avute e avendo una certa perdita di sangue mi hanno fatto preoccupare. Tralasciando queste varie esperienze in questi mesi ho fatto vari elettrocardiogrammi, ecografie, hotler, analisi del sangue, tutto ok, ma ho sempre ansia. Ieri ho litigato di nuovo col mio ragazzo e di nuovo stessi sintomi di attacchi di panico, sto male, è difficile riprendersi. Io non so più cosa fare, non so se può essere correlato ma ho un ritardo del ciclo di 10 gg (uso precauzioni) e al posto del ciclo ho perdite marroni, non vorrei fosse collegato allo stess, non so cosa fare e non riesco nemmeno a parlarne con i miei, il mio ragazzo soffre anche lui per tutte le mie ansie e attacchi di panico, avrei bisogno di un consiglio, grazie in anticipo

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile, grazie per aver condiviso tutto questo con tanta cura e dettaglio. Si percepisce quanto questa situazione le stia pesando, e quanto stia cercando di capire cosa sta succedendo.
    Tutto questo ha una sua coerenza interna, anche se può sembrare caotico. L'ansia ha fatto la sua comparsa in momenti precisi e si è poi consolidata nel tempo, trovando nel corpo un canale privilegiato per esprimersi. Il fatto che tutti gli esami siano risultati nella norma è un'informazione importante: il suo corpo sta bene, ma sta comunicando qualcosa che merita attenzione.
    Il ritardo del ciclo può effettivamente essere legato allo stress, è una risposta fisiologica comune in periodi di forte tensione emotiva, ma le consiglio comunque di parlarne con il suo medico o ginecologo per escludere altre cause.
    La cosa che mi sembra più importante è questa: quello che sta vivendo è affrontabile, ma ha bisogno di uno spazio dedicato. Un percorso psicologico le permetterebbe di esplorare con calma da dove viene quest'ansia e comprendere cosa sta cercando di dirle


    Buon pomeriggio, sono una ragazza di 24 anni che a periodi alterni si sente sola e nell'abitudine di provare questo sentimento a volte "respinge" situazioni sociali. Cinque anni fa, per motivi di studio, sono trasferita in un'altra città. Mio padre lavorava qui da un pò di anni e l'ho raggiunto. Ciò che mi ha spinta a fare questo grande passo - e allontanarmi dal mio contesto sociale, amici, famiglia, abitudini - è stata sia la voglia di provare qualcosa di nuovo in una nuova città, ma anche la solitudine che mi ha sempre accompagnata silenziosamente sin da piccola. Nel mio paese di origine non mi sono mai sentita parte di una "comunità" o contesto sociale. Provo a spiegarmi meglio: abitavo nella periferia di un paesino piccolo in cui non c'era la possibilità di uscire a piedi, fare una passeggiata, andare da un'amica a prendere un caffè ... e in più la mia vita sociale e scolastica avveniva in un paese limitrofo a 10 min di macchina dal mio (i miei genitori preferirono mandarmi a scuola in un altro paese). Per questo motivo non mi sono mai sentita parte di un mondo, quel piccolo microcosmo fatto di "5 min e ti passo a prendere" o di "vieni con me al supermercato un attimo?". Spesso le mie amiche, nonostante avessi un bel gruppo di amiche (con cui con alcune ancora ho rapporti ben stretti), non mi invitavano per le cose banali come le piccole cose che si fanno quotidianamente all'interno di un paese, questo perché ero "lontana" e per fare queste piccole cose non aveva senso spostarmi. Nei weekend o per feste e compleanni invece partecipavo spesso, anzi, mi manca la mia compagnia. Il luogo fisico in cui avveniva la mia vita sociale non era quindi lo stesso in cui abitavo. Spesso per sentirmi "inclusa" nelle dinamiche sociali mi adattavo anche a situazioni che non facevano parte di me, anche solo per un'approvazione nei miei confronti e per non sentirmi diversa o quella che "veniva da lontano". Oggi però a distanza di cinque anni mi ritrovo in una nuova città (in cui si sono trasferiti anche poi mia madre e mio fratello), ho conosciuto persone nuove ma paradossalmente la situazione si è ribaltata, se prima ero lontana dal paese e vivevo in "solitudine" quotidianamente, ora abito in città ho tutto quello che desideravo, posso uscire a piedi e vivere la vita all'interno della città, ho dei vicini di casa ... ma le amiche che ho qui abitano invece fuori città e in più hanno già un loro gruppo di amici. Mi sembra un circolo vizioso. Inoltre nella città a nord Italia in cui mi trovo è raro trovare studenti fuori sede (meta poco ambita), quindi i miei colleghi universitari non sono nella mia stessa condizione da "fuori sede", ma vengono all'università con la consapevolezza di tornare a casa dalla loro cerchia di amici. in più in questo contesto fatico a sentirmi me stessa, ho partecipato spesso alla vita sociale anche di uno dei miei colleghi e dei loro amici, ma mi sento sempre fuori posto, quel fuori posto che sento provenire dal passato ... io che non faccio parte di nessun mondo. Io che non facevo parte né del paesino in cui abitavo, né di quello che frequentavo e né nella città in cui mi trovo ora. C'è da dire che sono però una persona solare e aperta a nuovi contesti sociali, ma la sensazione che sento ora è di sforzarmi continuamente e mai di essere me stessa. Ho molta confusione in testa. Da poco ho finito l'università e frequento un master in un'altra città durante i weekend ... questo mi sta aiutando molto ma quando torno il pattern quotidiano è sempre lo stesso: faccio ripetizioni, mi alleno, vado al master. La mia vita sociale da quando mi sono trasferita è un pò povera e sto iniziando a pensare che ormai mi ci sono anche abituata a stare sola e ho paura di non riuscire a togliere quest'abitudine. Il mio sentirmi fuori posto potrebbe derivare anche dal fatto che non sono mai stata fidanzata e soprattutto dalle costanti paranoie che penso nei confronti delle persone che mi stanno vicino. Credo che loro si accorgano della mia solitudine, anche se io cerco di mascherarla il più possibile e tenermi occupata spesso durante le giornate. poi quando sono sola a casa piango e mi sfogo. Mi è capitato anche di sfogarmi con mamma, papà e mio fratello ma a distanza di giorni le mie paranoie tornano. Ho anche pensato di andare in terapia per cercare un modo per vivere meglio questa situazione. Probabilmente ciò che ho scritto sarò molto confuso, ma è stato come un flusso di pensieri. Grazie a chi ha letto fin qui.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile,
    grazie per aver condiviso tutto questo con tanta cura e onestà. Non è affatto confuso, è un racconto molto lucido di qualcosa che la accompagna da tempo.
    Sembra che il tema non sia semplicemente "essere sola in una nuova città". È qualcosa di più antico e radicato: un senso di non-appartenenza che ha attraversato tutti i contesti della sua vita, indipendentemente da dove si trovasse. Non apparteneva al paese in cui abitava, né a quello in cui studiava, e ora sperimenta la stessa sensazione in città. Questo schema che si ripete non è una coincidenza, né una sua mancanza. Potrebbe essere la traccia di una storia relazionale che vale la pena esplorare.
    C'è un dettaglio che trovo particolarmente significativo: lei descrive come, fin da piccola, la sua vita sociale avvenisse altrove rispetto al luogo fisico in cui viveva. Quella distanza geografica ha reso impossibile accedere alla dimensione più ordinaria e invisibile dell'appartenenza: non le grandi occasioni, ma il caffè improvvisato, il supermercato, le cose che "non vale la pena spostarsi per fare." È proprio in quel tessuto minuto che si costruisce il senso di far parte di qualcosa. E lei ne è stata sistematicamente esclusa, non per scelta, ma per circostanza.
    La risposta che ha sviluppato (adattarsi, compiacere, mascherare la solitudine per non sembrare "quella che viene da lontano") è stata una soluzione intelligente in quel contesto. Il problema è che le soluzioni che funzionano da bambini spesso diventano gabbie da adulti. Oggi si ritrova a sforzarsi di sembrare solare, a nascondere il disagio, a piangere quando è sola. Lo sforzo è reale, e ha un costo.
    C'è anche un meccanismo che lei stessa ha individuato con precisione: la solitudine attesa porta a evitare situazioni sociali, l'evitamento produce più solitudine, che conferma la convinzione di non appartenere. Un circolo che si autoalimenta, e che diventa sempre più difficile interrompere da dentro.
    Ha già menzionato l'idea di intraprendere una psicoterapia, e credo sia un'intuizione giusta. Non perché ci sia qualcosa che non va in lei, non è così, ma perché questo tipo di schema, costruito nel tempo e radicato nella storia, difficilmente si scioglie solo con la forza di volontà o cambiando città. Ha bisogno di uno spazio in cui guardarlo insieme a qualcuno, con calma e senza fretta, per capire da dove viene e come ha imparato a funzionare così.
    Ha 24 anni e ha già la lucidità per raccontare tutto questo. È un buon punto di partenza


    Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto conflittuale tra desiderio e repulsione. Ho fatto diete, di tutti i tipi possibili, che ho sempre portato a termine con successo, ma vivendole come una privazione dalla mia “dipendenza” ne annullavo l’effetto non appena le terminavo, riprendendo tutti i chili che avevo perso. Sono pienamente consapevole delle mie difficoltà e dell’approccio adeguato per poter raggiungere il peso e la forma fisica che vorrei ma mi rendo conto che le mie emozioni, sempre di più, bloccano la mia parte razionale e prendono il sopravvento. Sono entrata in un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Ho consultato specialisti che mi hanno sempre indirizzato su metodi pratici invece di lavorare sulle emozioni e sulla dipendenza per il cibo. Vorrei arrivare ad eliminare questa dipendenza e considerare il cibo come un mezzo di sussistenza e basta. Come posso fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile,
    Lei racconta di una fatica molto lunga iniziata a sei anni, portata avanti per decenni con grande impegno e altrettanta sofferenza. Vale la pena riconoscerlo prima di tutto.
    Ha già capito la cosa più importante: il problema non è mai stato la dieta. Le diete le ha portate a termine tutte, con successo. Il nodo è altrove, nelle emozioni che il cibo regola, nel conflitto tra desiderio e repulsione che va avanti da quando era bambina. Questo tipo di consapevolezza non è affatto scontata.
    La domanda che pone, come uscirne, è giusta, ma la risposta non sta in un metodo pratico diverso dai precedenti. Sta in un lavoro che affronti proprio quel livello emotivo che finora sembra essere stato lasciato da parte: un percorso con qualcuno che si occupi specificamente di disturbi del comportamento alimentare. Non della dieta, ma della relazione con il cibo e con le emozioni che ci stanno dentro.
    In Italia esistono centri specializzati nei DCA all'interno del Sistema Sanitario Nazionale, ai quali può accedere tramite il suo medico di base, e associazioni accreditate che offrono supporto e orientamento. Sono contesti pensati esattamente per quello di cui parla: lavorare sulla radice di tutto questo


    Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.

    Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.

    Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.

    Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.

    La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
    E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
    Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
    (scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile,
    non si scusi per la lunghezza, ha scritto con molta chiarezza, e quello che ha raccontato meritava lo spazio che gli ha dato.
    Quello che sembra emergere dalla sua storia non è la classica vicenda dell'"altra" ,e credo che lei lo sappia già. C'era qualcosa di reale: una sintonia rara, una presenza quotidiana, una forma di intimità che va ben oltre l'aspetto sentimentale. Perdere tutto questo in modo improvviso significa perdere prima di tutto un interlocutore, un punto di riferimento, un amico. E questo tipo di lutto è spesso il più difficile da nominare, perché non trova facilmente parole socialmente riconosciute.
    Quello che mi colpisce nel suo racconto è la lucidità con cui ha vissuto tutta la situazione: senza pretese, senza ultimatum, con la consapevolezza di cosa poteva e non poteva chiedere. Non ha chiesto a lui di scegliere. Si è semplicemente esposta, con coraggio, alla possibilità che qualcosa di bello potesse diventare qualcosa di più. Che poi non sia andata così non dice nulla di sbagliato su di lei, né su quello che c'è stato.
    La sensazione di spaesamento che prova adesso è comprensibile; quando una presenza così importante, così intensa (le telefonate, i messaggi, il sapere che c'è qualcuno che ti cerca) scompare di colpo, lascia un silenzio assordante. Ci vuole tempo per riabitare quello spazio


    Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile.
    quello che ha scritto non è una banalità. È una stanchezza reale, accumulata nel tempo, e merita di essere presa sul serio.
    Una cosa che colpisce nel suo racconto è questa: non sta solo descrivendo l'assenza di una ragazza. Sta descrivendo un sistema che si è costruito intorno alla certezza del rifiuto; evitare di approcciarsi, evitare di affezionarsi, bloccarsi prima ancora che succeda qualcosa. È una forma di protezione, comprensibile, ma che finisce per confermare ogni volta quello che teme: che non succederà nulla. Non perché sia destinato, ma perché il meccanismo lo anticipa.
    Ha anche già smontato da solo la spiegazione più semplice, l'aspetto fisico, e ha capito che il nodo è altrove. Questo è molto importante.
    Voglio fermarmi un momento sull'ultima cosa che ha scritto: "certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare."
    Non voglio interpretare, ma se in quei momenti il peso diventa davvero difficile da reggere, vale la pena parlarne con qualcuno, non per trovare risposte immediate, ma per non restare solo con quei pensieri.
    Il blocco, l'evitamento, la sensazione cronica di non essere abbastanza, sono cose su cui un percorso psicologico può fare molto per allentare qualcosa che da soli si fa fatica a rimuovere


    Salve, mia moglie dopo 17 anni di matrimonio ha deciso di lasciarmi. Mi ha detto che ho commesso troppi sbagli, si sente triste con me, nn si sentiva amata abbastanza e le interazioni negative dei miei genitori la hanno soffocata. Andrà a stare in una nuova casa in affitto, e in attesa della sistemazione della nuova casa, resterà ancora con me per almeno un'altro mese. Io l'amo ancora perdutamente ma nn ha voluto sentire ragioni, e mi tratta giustamente con freddezza e distacco. Rispetto cmq la sua decisione e sto limitando il piu possibile i rapporti con lei ( come anche da suggerimenti altrui). Giorno dopo giorno sto cercando ad imparare, gestire e nascondere le mie emozioni tenendomi impegnato con la gestione della casa e tutto il resto, ora ricaduto quasi interamente su di me. Mi è vi chiedo, in speranza di una riappacificazione futura, ma lo stare forzatamente assieme tutto questo mese, in uno stato ibrido di distacco, fatto per lo più di abitudinaria tristezza ed indifferenza( tranne i momenti dedicati alla bimba) non rischia di danneggiare ulteriormente il nostro rapporto? Potrebbe confermarle e darle la convinzione ulteriore di essere triste quando ė con me? Sarebbe il caso che andassi via io in questo mese? Come posso sfruttare questi pochi giorni che staremo ancora assieme in modo produttivo alla relazione ( esempio dimostrando impegno e propensione al cambiamento di alcuni miei comportamenti sbagliati? ) o devo attendere passivamente tutto questo sino a che nn andrà via? Grazie di cuore

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile,
    grazie per aver scritto con tanta onestà. Quello che sta attraversando, amare ancora qualcuno che ha già deciso, condividere gli stessi spazi sapendo che presto non sarà più così, è una delle situazioni più difficili da reggere.
    Lei ha posto domande molto concrete, e capisco il bisogno di avere una direzione. Ma provo a restituirle una prospettiva leggermente diversa.
    La domanda "come posso usare questo mese in modo produttivo per la relazione" è comprensibile, ma rischia di tenerla in uno stato di tensione costante: ogni gesto misurato, ogni comportamento calibrato in funzione di un risultato che non dipende solo da lei. Sua moglie ha preso una decisione dopo 17 anni e dopo aver nominato ragioni precise e sedimentate nel tempo. Questo non significa che il futuro sia scritto, ma è plausibile che un mese di "dimostrazione" difficilmente potrà spostare qualcosa e lei, probabilmente, lo sentirebbe.
    Quello che invece potrebbe essere utile in questo mese è più semplice, e più difficile allo stesso tempo: attraversarlo senza strategia. Essere presente per sua figlia. Permettersi di stare nel dolore senza doverlo nascondere del tutto. Non interpretare ogni gesto di sua moglie come un segnale da decifrare.
    La domanda se andare via o restare dipende da considerazioni pratiche e da come entrambi vivete la convivenza, ma se restare significa logorarsi nell'attesa di un'apertura che non arriva, allora avere uno spazio fisico diverso, anche temporaneo, può essere una forma di rispetto verso sé stesso oltre che verso di lei.
    In un momento così, un percorso psicologico può fare la differenza consentendole di avere un luogo in cui portare tutto questo senza doverlo gestire da solo


    Salve. Io e il mio ragazzo stiamo insieme da due anni e mezzo, ma ora per la seconda volta ha provato a chiudere la nostra relazione. Questo è avvenuto entrambe le volte dopo un momento di incomprensione in cui diceva di sentirsi giudicato. Il fatto è che non sa darmi motivazioni “concrete” e molte cose che dice appaiono discordanti (“dobbiamo pensare al futuro perché è ora..”, “non so cosa voglio dal futuro”, poi mi parla di figli). Ha preso una settimana di tempo per riflettere su di noi, tempo che forse sta giovando più a me che a lui nonostante mi pesi non sentirlo. Mi sento positiva e sento che mi ama, magari meno di prima ma, attenendomi ai fatti più che alle sue parole (e paure), non vedo un vero distacco. Forse mi sto sbagliando.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile,
    quello che ha raccontato ha una sua complessità, e il fatto che lei riesca a starci dentro con questa lucidità non è scontato.
    Una cosa vale la pena nominare: le contraddizioni nelle parole di lui (il futuro, i figli, il non sapere cosa vuole), potrebbero non essere segnali di disonestà. Possono essere il riflesso di una confusione genuina, di qualcuno che non ha ancora fatto chiarezza con sé stesso prima ancora che con lei. Il sentirsi giudicato, che torna entrambe le volte come innesco, sembra qualcosa che riguarda lui, un tema suo, probabilmente più antico di questa relazione.
    Quello che mi colpisce è l'ultima frase: "forse mi sto sbagliando." È piccola, ma è importante. La settimana di pausa che lei descrive come utile per sé può diventare anche uno spazio per stare con quella domanda; non solo per aspettare una sua risposta, ma per chiedersi cosa vuole lei, cosa è disposta ad accettare, dove sono i suoi confini.
    Sperare che qualcuno torni è legittimo, sapere cosa si vuole se torna lo è altrettanto. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a vedere tutto questo con maggiore chiarezza


    Gentili dottori, mi trovo in una situazione difficile da cui non riesco ad uscirne.
    Ho 29 anni, sono laureato in Beni Culturali e attualmente studio archeologia alla magistrale.
    Nel mio palazzo c'è uno studio dentistico, il dottore lo conosco da molti anni.
    Un giorno mi fermo' e mi chiese se qualche volta, la mattina potevo scendere per aiutarlo al computer con l'hard disk. Da lì è iniziata questa situazione. Piano piano sono passato ad aprire la porta, rispondere al telefono, fare servizi sino a diventare un dentista a tutti gli effetti. Adesso sto alla poltrona, aspiro il sangue, con lo specchietto e cose così.
    Ovviamente mi dà una ricompensa ma io ho comunque il mio percorso e le mie attività. Nonostante ciò mi ha preso anche la divisa e vuole farmi scendere anche il pomeriggio.
    La cosa che mi dà fastidio è che prima di tutto io non sono un dentista, sono un archeologo. Seconda cosa il dottore non recepisce.
    Sia io sia mio padre gli diciamo che ho l'università che devo continuare, fare esami e attività, nonostante questo mi fa andare continuamente.
    Una volta dice siamo da soli fai uno sforzo scendi, l'altra volta mi ha detto non puoi fare un'eccezione?
    Non è perché io non voglio lavorare ma ho il mio percorso, la mia vita, la devo interrompere per fare il dentista?
    Che cosa c'entra un Archeologo in uno studio dentistico?
    Come faccio ad uscire da questa situazione?
    Anche mio padre ha parlato con lui dicendo che ho l'università, devo seguire i corsi, ma il dottore non recepisce nonostante questo mi fa venire. Se io dico allora domani inizio l'università e lui mi risponde ah domani? Ci metti in difficoltà, non puoi fare un'eccezione?
    Vi sembra normale?
    Posso mai dire no non mi va più?
    Se io sapevo dall'inizio tutto questo non avrei accettato, ma è partita semplicemente come un aiuto al computer.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile,
    grazie per aver condiviso.
    Ciò che è iniziato come un piccolo favore sembra essersi trasformato, gradualmente e senza un accordo esplicito, in un lavoro part-time non richiesto. Questo tipo di escalation funziona proprio perché ogni singolo passo sembra piccolo, quasi una piccola "cortesia", e quando ci si accorge di dove si è arrivati, sembra difficile tornare indietro.
    Per rispondere direttamente alla sua domanda: certamente, può dire no. Non ha firmato un contratto, non ha preso un impegno a lungo termine, e il fatto che il dottore "non recepisca" non è un suo problema da risolvere.
    Il meccanismo che descrive ("ci metti in difficoltà", "non puoi fare un'eccezione?") è un modo, probabilmente inconsapevole, di spostare su di lei la responsabilità di una situazione che lui ha creato. La difficoltà dello studio dentistico non dipende da lei: dipende dal fatto che lui ha costruito un'organizzazione che si regge su una persona che non ha né l'obbligo né la formazione per starci.
    Un modo concreto per uscirne: stabilire una data precisa oltre la quale non sarà più disponibile, non come eccezione, ma come regola. Dirlo chiaramente, una volta sola, senza rinegoziare ad ogni richiesta. Non deve giustificarsi oltre quello che ha già detto; ha un percorso universitario, ha delle priorità. E sono legittime


    buongiorno, MI STO SEPARANDO DAL MIO COMPAGNO. aBBIAMO UNA CONVIVENZA DI FATTO DALLA QUALE è NATOUN BAMBINO CHE PGG HA QUASI 4 ANNI. IL MIO EX COMPAGNO ANCORA NON VA VIA DA CASA MIA, SOSTIENE DI AVERE UNA SITUAZIONE PRECARIA E NON RIUSCIRE A TROVARE SOLUZIONI IN AFFITTO.
    iO MI SENTO AVVILITA PERCHè NON SO COME GESTIRE LA SITUAZIONE SENZA CREARE DANNI ULTERIORI A MIO FIGLIO E ASENZA DOVER RICORRERE AD AVVOCATI E TRIBUNALI. ABBIAMO CONTATTATO GIà UN MEDIATORE PER CERCARE DI STABILIRE ACCORDI CHIARI ALMENO PER IL BAMBINO. SIAMO IN ATTESA CHE ARRIVI L'ACCORDO SCRITTO.
    D'ALTRO CANTO LA MIA FAMIGLIA DI ORIGINE NON HA DI BUON OCCHIO IL MIO EX COMPAGNO E STO SUBENDO PRESSIONI AFFINCHè ESCA DALLA MIA CASA ANCHE CON GUERRE INFINITE E SOPRATUTTO MI SENTO COSTANTEMENTE CONTROLLATA DA MIA MADRE CHE NON ACCETTA COME MI STO MUOVENDO PER CERCARE DI LIMITARE I DANNI.
    MI SENTO SOPRAFFATTA DA TUTTA QUESTA SITUAZIONE, NELLA QUALE TUTTI SONO VITTIME TRANNE IO E MIO FIGLIO.
    NON RIESCO ATROVARE ACCORDI RAGIONEVOLI CHE NESSUNO DEI DUE.
    cOSA DEVO FARE?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile,
    grazie per aver condiviso la sua situazione.
    Si comprende chiaramente come lei stia affrontando pressioni su più fronti: da una parte il suo ex compagno, che continua a vivere in casa rimandando ogni scelta concreta; dall’altra la sua famiglia d’origine che, pur con l’intenzione di “proteggerla”, finisce per essere controllante e giudicare ogni suo passo. Così lei si ritrova nel mezzo, a cercare di tenere insieme due sistemi familiari che tirano in direzioni opposte, rischiando di non avere più spazio per pensare a cosa è davvero sostenibile per sé e per suo figlio.
    Il fatto che abbiate coinvolto un mediatore familiare è un passo importante: significa che una parte di voi desidera costruire confini chiari senza arrivare allo scontro. Allo stesso tempo, è comprensibile che la convivenza forzata renda difficile dare forma a questi confini e, probabilmente, renda più confusa anche per il bambino la comprensione di ciò che sta accadendo. La pressione della sua famiglia aggiunge poi un secondo livello di conflitto, spingendola a muoversi secondo la loro urgenza e non secondo i suoi tempi.
    Un percorso psicologico può aiutarla a recuperare uno spazio personale in cui ragionare con calma su ciò che è meglio per lei e per il bambino, senza farsi travolgere dalle richieste degli altri. Il punto non è scegliere tra “essere dura” o “evitare il tribunale”, ma distinguere ciò che appartiene alla responsabilità genitoriale da ciò che appartiene alle pressioni esterne, così da ritrovare una posizione chiara da cui parlare sia con il suo ex sia con la sua famiglia.
    Resto a disposizione se desidera approfondire


    Buonasera,
    Sono fidanzata da quasi 8 anni ed Ho scoperto sulla cronologia del suo telefono siti pornografici e di escort locali aperti… quando ho provato ad affrontarlo lui mi ha detto che era stato un suo amico ad aprire ed a contattare escort, e che lo aveva fatto con il telefono del mio ragazzo per paura che la moglie lo scoprisse. Ho insistito per farmi dire la verità ma alla fine si è concentrato sul fatto che io non credendoci non mi fido di lui… io in realtà adesso verso di lui ho mancanza di fiducia.. che devo fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile,
    grazie per aver condiviso.
    Quello che è accaduto è oggettivamente disorientante ed ha senso che lei senta così. C'è una cosa che vale la pena nominare: lei ha posto una domanda legittima, basata su qualcosa di concreto che ha visto. La risposta che ha ricevuto non ha chiarito il dubbio e il fatto che la conversazione si sia spostata sulla sua mancanza di fiducia anziché sull'episodio in sé è qualcosa su cui vale la pena soffermarsi. Avere dubbi di fronte a una situazione ambigua non è mancanza di fiducia, è una risposta normale.
    Chiedersi "cosa devo fare" è comprensibile, ma prima di cercare una risposta a questa domanda, potrebbe valere la pena stare un momento con una domanda più semplice: come si sente? Cosa sente di aver perso, o di rischiare di perdere, in questo momento?
    Quello che sente adesso, la mancanza di fiducia che nomina, non è un problema suo da risolvere. E' un segnale che qualcosa nella relazione ha bisogno di essere affrontato con onestà, da entrambe le parti


    Salve, volevo chiedere cosa ne pensate del Doc da relazione, esiste? ultimamente vivo un loop in cui ogni giorno sono tormentata costantemente da dubbi riguardanti il mio fidanzato, dubbi nati un po’ a caso che mi tartassano tutto il giorno e mi provocano una forte ansia e angoscia incontrollabile perché non voglio sia così e non riesco più a capire se siano veri o meno..continuo ad analizzarmi a controllare cosa sento ogni piccolo dettaglio lo prendo come un potenziale dubbio e non sto più vivendo bene, non riesco a controllare questi pensieri giorno e notte devo pensarli per forza..il mio ragazzo è bravissimo mi tratta benissimo e gli ho parlato di questi dubbi tanto mi sentivo in colpa a provarli…non so cosa pensare preciso sia la mia prima relazione seria. Grazie a chi mi darà un parere.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile, grazie per aver condiviso.
    Sì, la condizione che lei descrive con precisione, il DOC da relazione, esiste ed è più comune di quanto si creda. Si aggancia alla relazione sentimentale e produce dubbi continui, analisi dei propri sentimenti, ricerca costante di certezza. Il circolo che descrive è reale e può essere molto logorante.
    Le propongo uno sguardo diverso: questa è la sua prima relazione importante e questo non è un dettaglio secondario. E' la prima volta che è dentro una relazione significativa, con qualcuno che ci tiene davvero. E' possibile che una parte di lei abbia bisogno di tempo per imparare a stare in questo spazio. I dubbi, non sono necessariamente una spia che qualcosa non va, possono essere il modo in cui la mente gestisce qualcosa di nuovo e un po' spaventoso: la vicinanza, la vulnerabilità, il rischio di perdere qualcuno che conta.
    Analizzarsi continuamente per trovare una risposta definitiva su cosa si prova, rischia di alimentare l'ansia invece di calmarla. La certezza assoluta nei sentimenti non esiste, e cercarla come condizione per stare bene nella relazione può trasformarsi in una fatica infinita.
    Un percorso psicologico può aiutarla a capire da dove vengono questi dubbi ed a dare loro una cornice di senso che non la faccia sentire sopraffatta


    Buongiorno.
    Volevo chiedere consiglio per questa situazione. Premetto che lavoro in nave.
    Praticamente io ed una mia collega ci stavamo frequentando cosi, apparentemente in amicizia.
    Una amica in comune, il giorno prima del mio sbarco mi rivela che sembra che questa persona con cui mi frequentavo le avesse dettonche in realtà fosse interessata a me.
    Da allora ho cominciatona riesaminare ogni interazione passata e non riesco a non pensarla. Ho anche provato a chiedere se fosse vero, purtroppo solo via chat essendo ormai già a terra, ma la sua risposta è stata un misto tra si e no, a detta sua per non influenzare la mia scelta sulla possibilità di un futuro imbarco, che sebbene non confermato, è già stato stabilito per la stessa nave e periodo dove la rivedrei.
    Nonostante sia passata già una settimana, sto vivendo questa cosa con un ansia da occasione persa, anche perchè non sono mai stato in una relazione e la vedo quasi come se non avessi più possibilità alcuna.
    Anche l'idea di mandare curriculum per un lavoro a terra ora mi spavemta che possa chiudere definitivamente questa possibilità, che comunque non sarebbe garantita anche se dovessi reimbarcare.
    Come potrei uscirne? Perchè questa cosa è ormai da giorni che sento mi sta distruggendo dentro.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Emiliano Perulli

    Gentile, grazie per aver condiviso. La risposta di lei sembra effettivamente aperta, e questo può averla portata a riempire quel vuoto ipotizzando ogni scenario possibile, attivando l'ansia da occasione persa. Tutto questo sembra poter influire anche su scelte che sono esterne a questa relazione, sebbene sia un interesse nato sul luogo di lavoro e siano proprio le scelte lavorative ad essere ridiscusse. Tuttavia, questo potrebbe portarla a prendere decisioni potenzialmente impulsive, se ogni occasione sembra l'ultima. In questa fase può essere utile per lei aprire una riflessione sul senso di questo interesse, sulla sua reciprocità e su come eventualmente coltivarlo in modo condiviso, separandolo da scelte esterne. Sembra che entrambi esprimiate l'esigenza di chiarire questo interesse, può essere un punto di partenza


Domande più frequenti

Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.