Buongiorno, Innanzitutto ringrazio chi risponderà e mi scuso per il mio essere prolissa. Da mesi
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risposte
Buongiorno,
Innanzitutto ringrazio chi risponderà e mi scuso per il mio essere prolissa.
Da mesi esco con un uomo. Lui fin da subito mi ha comunicato di soffrire di doc e di aver fatto in passato (calcolate almeno 10 anni fa) terapia mirata sul disturbo e di non soffrire di "ansia" da anni.
Fin da subito notavo dei comportamebti fortemente incoerenti. Forte desiderio, ritirata, indecisione, svalutazione del rapporto, tira e molla, negazione totale di sentimenti, paragoni con relazioni passate ecc, idee molto rigide d'amore e rapporto.
Molta fatica a farmi entrare nella sua vita, ritaglio di spazi ecc,
In ogni caso, poi nel concreto ci vedevamo, nel concreto mi desiderava e via dicendo... per cui giustificavo questa forte incoerenza come "paura".
Con il tempo è migliorato. Infatti ora è molto più stabile, lui "vuole" la relazione, la sente ed è un ragazzo presente e, sebbene non a parole, amorevole.
Però alcuni comportamenti hanno, secondo me, cambiato forma ma rispettato la sostanza.
Non so esattamente come spiegarlo, ma è come se in una prima fase cercasse difetti pur di non legarsi: difetti fisici ingigantiti, difetti caratteriali che non erano reali difetti (se tu sei così... io...), e parlava per assoluti (non potrò mai amarti se...), cercava "mancanze" mie, o si preoccupava che non fossi capace di fare certe cose. Grande paura di perdere spazi, che io lo limitassi ecc
Queste genere di "paranoie" duravano qualche giorno, in alcuni casi settimane (come nella sfera sessuale) e poi scomparivano o venivano sostituite.
L'impatto in certi periodi, più o meno pesante, era/è giornaliero.
Adesso la situazione è più controllabile, a volte ha dubbi sui suoi sentimenti, anche se meno, però ha ancora questo vizio di "dirmi tutto" come se tutto fosse urgente o importante. Queste cose che dice a volte sono incoerenti con ciò che poi realmente fa/vuole, sono marginali in un rapporto adulto ma sembrano importanti. Se gli chiedi di spiegartele a caldo continua a ribadire il concetto in modo agitato, se glielo chiedi a freddo nega il significato profondo, ne cerca un altro, oppure "non si ricorda". In ogni caso non si riesce ad avere una spiegazione razionale, nella maggior parte dei casi derivano da paranoie più grandi.
Ho provato a fare ricerche e mi sembra coerente con rocd, soprattutto perchè è stato il primo ad ammettere di averne sofferto in passato nelle relazioni precedenti.
Visto che questo problema impatta e ha impattato fortemente sul rapporto (in poche parole, non c'è stata una sfera a non essere intaccata) e anche sul mio benessere in primis, ho provato a consigliargli di tornare in terapia. Lui però nega trattarsi di doc perchè "se lo ricordava diverso". O meglio, non lo riconosce perchè l'ansia associata non è "come una volta".
A livello di ansia ultimamente sta aumentando e sta iniziando a somatizzarla.
Io vorrei da un lato delle rassicurazioni, del tipo "potrebbe migliorare ecc se...", dall'altra parte dei consigli pratici e consigli su come aiutarlo a tornare in terapia (doc sì o doc no, non è sostenibile).
In ogni caso io sto già facendo psicoterapia indipendentemente da lui.
Innanzitutto ringrazio chi risponderà e mi scuso per il mio essere prolissa.
Da mesi esco con un uomo. Lui fin da subito mi ha comunicato di soffrire di doc e di aver fatto in passato (calcolate almeno 10 anni fa) terapia mirata sul disturbo e di non soffrire di "ansia" da anni.
Fin da subito notavo dei comportamebti fortemente incoerenti. Forte desiderio, ritirata, indecisione, svalutazione del rapporto, tira e molla, negazione totale di sentimenti, paragoni con relazioni passate ecc, idee molto rigide d'amore e rapporto.
Molta fatica a farmi entrare nella sua vita, ritaglio di spazi ecc,
In ogni caso, poi nel concreto ci vedevamo, nel concreto mi desiderava e via dicendo... per cui giustificavo questa forte incoerenza come "paura".
Con il tempo è migliorato. Infatti ora è molto più stabile, lui "vuole" la relazione, la sente ed è un ragazzo presente e, sebbene non a parole, amorevole.
Però alcuni comportamenti hanno, secondo me, cambiato forma ma rispettato la sostanza.
Non so esattamente come spiegarlo, ma è come se in una prima fase cercasse difetti pur di non legarsi: difetti fisici ingigantiti, difetti caratteriali che non erano reali difetti (se tu sei così... io...), e parlava per assoluti (non potrò mai amarti se...), cercava "mancanze" mie, o si preoccupava che non fossi capace di fare certe cose. Grande paura di perdere spazi, che io lo limitassi ecc
Queste genere di "paranoie" duravano qualche giorno, in alcuni casi settimane (come nella sfera sessuale) e poi scomparivano o venivano sostituite.
L'impatto in certi periodi, più o meno pesante, era/è giornaliero.
Adesso la situazione è più controllabile, a volte ha dubbi sui suoi sentimenti, anche se meno, però ha ancora questo vizio di "dirmi tutto" come se tutto fosse urgente o importante. Queste cose che dice a volte sono incoerenti con ciò che poi realmente fa/vuole, sono marginali in un rapporto adulto ma sembrano importanti. Se gli chiedi di spiegartele a caldo continua a ribadire il concetto in modo agitato, se glielo chiedi a freddo nega il significato profondo, ne cerca un altro, oppure "non si ricorda". In ogni caso non si riesce ad avere una spiegazione razionale, nella maggior parte dei casi derivano da paranoie più grandi.
Ho provato a fare ricerche e mi sembra coerente con rocd, soprattutto perchè è stato il primo ad ammettere di averne sofferto in passato nelle relazioni precedenti.
Visto che questo problema impatta e ha impattato fortemente sul rapporto (in poche parole, non c'è stata una sfera a non essere intaccata) e anche sul mio benessere in primis, ho provato a consigliargli di tornare in terapia. Lui però nega trattarsi di doc perchè "se lo ricordava diverso". O meglio, non lo riconosce perchè l'ansia associata non è "come una volta".
A livello di ansia ultimamente sta aumentando e sta iniziando a somatizzarla.
Io vorrei da un lato delle rassicurazioni, del tipo "potrebbe migliorare ecc se...", dall'altra parte dei consigli pratici e consigli su come aiutarlo a tornare in terapia (doc sì o doc no, non è sostenibile).
In ogni caso io sto già facendo psicoterapia indipendentemente da lui.
Buonasera,
grazie per aver condiviso con tanta cura la sua esperienza. Dalle sue parole emerge quanto questa situazione sia complessa e quanto stia incidendo sul suo benessere emotivo.
I comportamenti che descrive — dubbi ricorrenti sul sentimento, ricerca di difetti nel partner, bisogno di certezze assolute, oscillazioni tra coinvolgimento e ritiro — possono talvolta essere presenti nelle difficoltà relazionali legate all’area ossessiva, ma è importante evitare autodiagnosi o etichette senza una valutazione clinica diretta. Solo un professionista, attraverso un percorso di approfondimento personale con il suo partner, può comprendere l’origine di tali vissuti e proporre un intervento adeguato.
In generale, quando pensieri, dubbi o modalità relazionali diventano persistenti e generano sofferenza o tensione nella coppia, un percorso psicologico può essere uno spazio utile per comprendere meglio ciò che accade e trovare modalità più serene di vivere la relazione. Il miglioramento è possibile quando la persona riconosce il proprio disagio e sceglie di lavorarci.
Rispetto a come aiutarlo, può essere utile esprimere in modo chiaro e non giudicante ciò che lei prova e l’impatto che queste dinamiche hanno su di lei e sulla relazione, proponendo la terapia come un’opportunità di maggiore benessere personale piuttosto che come una “correzione” di un problema. Tuttavia, la scelta di intraprendere un percorso spetta sempre alla persona stessa.
È molto significativo che lei si stia già prendendo cura di sé attraverso la sua psicoterapia: questo rappresenta una risorsa importante per comprendere i suoi bisogni, definire i suoi limiti e valutare ciò che è sostenibile per il suo equilibrio emotivo.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
grazie per aver condiviso con tanta cura la sua esperienza. Dalle sue parole emerge quanto questa situazione sia complessa e quanto stia incidendo sul suo benessere emotivo.
I comportamenti che descrive — dubbi ricorrenti sul sentimento, ricerca di difetti nel partner, bisogno di certezze assolute, oscillazioni tra coinvolgimento e ritiro — possono talvolta essere presenti nelle difficoltà relazionali legate all’area ossessiva, ma è importante evitare autodiagnosi o etichette senza una valutazione clinica diretta. Solo un professionista, attraverso un percorso di approfondimento personale con il suo partner, può comprendere l’origine di tali vissuti e proporre un intervento adeguato.
In generale, quando pensieri, dubbi o modalità relazionali diventano persistenti e generano sofferenza o tensione nella coppia, un percorso psicologico può essere uno spazio utile per comprendere meglio ciò che accade e trovare modalità più serene di vivere la relazione. Il miglioramento è possibile quando la persona riconosce il proprio disagio e sceglie di lavorarci.
Rispetto a come aiutarlo, può essere utile esprimere in modo chiaro e non giudicante ciò che lei prova e l’impatto che queste dinamiche hanno su di lei e sulla relazione, proponendo la terapia come un’opportunità di maggiore benessere personale piuttosto che come una “correzione” di un problema. Tuttavia, la scelta di intraprendere un percorso spetta sempre alla persona stessa.
È molto significativo che lei si stia già prendendo cura di sé attraverso la sua psicoterapia: questo rappresenta una risorsa importante per comprendere i suoi bisogni, definire i suoi limiti e valutare ciò che è sostenibile per il suo equilibrio emotivo.
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Buongiorno,
la situazione che descrive è comprensibilmente molto faticosa, soprattutto perché non riguarda singoli episodi ma un clima relazionale che nel tempo ha inciso sul suo benessere emotivo.
Da ciò che racconta emergono alcuni elementi tipici delle dinamiche ossessive in ambito relazionale (quello che viene comunemente chiamato ROCD, Relationship OCD):
dubbi ricorrenti e invasivi sui propri sentimenti o su quelli del partner;
focalizzazione su presunti “difetti” dell’altro, vissuti come determinanti;
bisogno di analizzare, verbalizzare e “dire tutto” con urgenza, come se ogni pensiero avesse valore di verità assoluta;
oscillazioni tra coinvolgimento e ritiro;
pensiero rigido, in termini di “mai/sempre/se non… allora non potrò amarti”;
ricerca di certezza emotiva impossibile da raggiungere.
Nel DOC relazionale il punto centrale non è tanto l’ansia intensa “come una volta”, ma il meccanismo: il dubbio ossessivo genera disagio, la persona tenta di risolverlo analizzando, confrontando, confessando, cercando conferme… e questo mantiene il circolo. È vero che nel tempo il disturbo può cambiare forma e intensità: non sempre si presenta con la stessa sintomatologia o con la stessa consapevolezza.
Detto questo, è importante sottolineare un aspetto: che si tratti o meno di DOC, il problema principale è l’impatto sulla relazione e sul suo equilibrio emotivo. Quando una dinamica genera costante instabilità, senso di solitudine, bisogno di rassicurazioni e confusione, merita attenzione clinica a prescindere dall’etichetta diagnostica.
Lei mi chiede due cose: rassicurazioni e consigli pratici.
Può migliorare?
Sì, se c’è consapevolezza e disponibilità a lavorarci. Il DOC relazionale, così come le difficoltà di attaccamento o le dinamiche ansiose, risponde bene a percorsi mirati (in particolare cognitivo-comportamentali). Ma il cambiamento richiede che la persona riconosca che c’è una difficoltà e accetti di affrontarla.
Cosa può fare lei concretamente?
Evitare di entrare nel meccanismo della rassicurazione continua.
Rispondere ogni volta ai dubbi, spiegare, difendersi, cercare di “convincerlo” può involontariamente alimentare il ciclo ossessivo.
Separare i pensieri dai comportamenti.
Può dirgli qualcosa come: “Capisco che questi pensieri per te siano importanti, ma per me è difficile viverli ogni giorno. Ho bisogno di stabilità.” Spostare il focus dall’analisi del contenuto al modo in cui la dinamica impatta su di lei.
Proporre la terapia come spazio per lui, non come accusa.
Non “hai di nuovo il DOC”, ma: “Vedo che ultimamente stai più in ansia e stai somatizzando. Forse uno spazio per te potrebbe aiutarti a stare meglio, indipendentemente da come lo chiamiamo.”
Mettere confini chiari.
Non è egoismo: è tutela. Se alcune modalità la fanno stare male, è legittimo dirlo e stabilire limiti.
Lei dice: “Mi sento sola.” Questo è un segnale molto importante. Anche se lui soffre, anche se può avere un disturbo, la relazione non può poggiare solo sulla sua capacità di comprendere e reggere. Lei non può diventare la terapeuta del suo partner.
Il fatto che lei stia già facendo un percorso è un elemento molto positivo: continui a usare quello spazio per lavorare sui suoi bisogni, sui suoi limiti e su ciò che per lei è sostenibile nel lungo periodo.
Per comprendere meglio la natura della difficoltà (DOC relazionale, dinamiche di attaccamento, evitamento emotivo o altro) e per aiutarla a capire come muoversi in modo più tutelante, è consigliabile approfondire con uno specialista.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la situazione che descrive è comprensibilmente molto faticosa, soprattutto perché non riguarda singoli episodi ma un clima relazionale che nel tempo ha inciso sul suo benessere emotivo.
Da ciò che racconta emergono alcuni elementi tipici delle dinamiche ossessive in ambito relazionale (quello che viene comunemente chiamato ROCD, Relationship OCD):
dubbi ricorrenti e invasivi sui propri sentimenti o su quelli del partner;
focalizzazione su presunti “difetti” dell’altro, vissuti come determinanti;
bisogno di analizzare, verbalizzare e “dire tutto” con urgenza, come se ogni pensiero avesse valore di verità assoluta;
oscillazioni tra coinvolgimento e ritiro;
pensiero rigido, in termini di “mai/sempre/se non… allora non potrò amarti”;
ricerca di certezza emotiva impossibile da raggiungere.
Nel DOC relazionale il punto centrale non è tanto l’ansia intensa “come una volta”, ma il meccanismo: il dubbio ossessivo genera disagio, la persona tenta di risolverlo analizzando, confrontando, confessando, cercando conferme… e questo mantiene il circolo. È vero che nel tempo il disturbo può cambiare forma e intensità: non sempre si presenta con la stessa sintomatologia o con la stessa consapevolezza.
Detto questo, è importante sottolineare un aspetto: che si tratti o meno di DOC, il problema principale è l’impatto sulla relazione e sul suo equilibrio emotivo. Quando una dinamica genera costante instabilità, senso di solitudine, bisogno di rassicurazioni e confusione, merita attenzione clinica a prescindere dall’etichetta diagnostica.
Lei mi chiede due cose: rassicurazioni e consigli pratici.
Può migliorare?
Sì, se c’è consapevolezza e disponibilità a lavorarci. Il DOC relazionale, così come le difficoltà di attaccamento o le dinamiche ansiose, risponde bene a percorsi mirati (in particolare cognitivo-comportamentali). Ma il cambiamento richiede che la persona riconosca che c’è una difficoltà e accetti di affrontarla.
Cosa può fare lei concretamente?
Evitare di entrare nel meccanismo della rassicurazione continua.
Rispondere ogni volta ai dubbi, spiegare, difendersi, cercare di “convincerlo” può involontariamente alimentare il ciclo ossessivo.
Separare i pensieri dai comportamenti.
Può dirgli qualcosa come: “Capisco che questi pensieri per te siano importanti, ma per me è difficile viverli ogni giorno. Ho bisogno di stabilità.” Spostare il focus dall’analisi del contenuto al modo in cui la dinamica impatta su di lei.
Proporre la terapia come spazio per lui, non come accusa.
Non “hai di nuovo il DOC”, ma: “Vedo che ultimamente stai più in ansia e stai somatizzando. Forse uno spazio per te potrebbe aiutarti a stare meglio, indipendentemente da come lo chiamiamo.”
Mettere confini chiari.
Non è egoismo: è tutela. Se alcune modalità la fanno stare male, è legittimo dirlo e stabilire limiti.
Lei dice: “Mi sento sola.” Questo è un segnale molto importante. Anche se lui soffre, anche se può avere un disturbo, la relazione non può poggiare solo sulla sua capacità di comprendere e reggere. Lei non può diventare la terapeuta del suo partner.
Il fatto che lei stia già facendo un percorso è un elemento molto positivo: continui a usare quello spazio per lavorare sui suoi bisogni, sui suoi limiti e su ciò che per lei è sostenibile nel lungo periodo.
Per comprendere meglio la natura della difficoltà (DOC relazionale, dinamiche di attaccamento, evitamento emotivo o altro) e per aiutarla a capire come muoversi in modo più tutelante, è consigliabile approfondire con uno specialista.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentile, da quello che ha condiviso, sembra emergere una situazione relazionale molto intensa, in cui i comportamenti del suo partner oscillano tra vicinanza e distanza, desiderio e ritiro, sicurezza e dubbi. È comprensibile che questo la abbia portata a cercare un significato e a chiedersi se ci sia un disturbo specifico alla base. Tuttavia, più che concentrarsi su un’etichetta, è importante osservare l’impatto concreto che questi cicli hanno avuto su di lei e sulla relazione.
Quando una persona alterna momenti di forte coinvolgimento a periodi di dubbi, ricerca difetti, esprime pensieri rigidi o “assoluti”, oppure sente il bisogno di condividere ogni preoccupazione come se fosse urgente, spesso non si tratta di mancanza di interesse. Può essere il segnale di una difficoltà interna nel gestire emozioni, paure o pensieri intrusivi legati al legame. In questi casi ciò che viene detto “a caldo” può essere molto diverso da ciò che la persona sente davvero, e questo può creare molta confusione nel partner.
Non è possibile, da qui, stabilire se si tratti o meno di un disturbo specifico. È però evidente che la frequenza, l’intensità e la ricorrenza di questi dubbi hanno avuto un impatto significativo sulla relazione e sul suo benessere. Il fatto che lui non riconosca più l’ansia “come una volta” non esclude una difficoltà attuale: spesso i sintomi cambiano forma nel tempo, diventano meno riconoscibili o si esprimono attraverso rigidità, evitamenti o somatizzazioni.
Lei sta già facendo un passo importante prendendosi cura di sé attraverso la psicoterapia. Per quanto riguarda lui, più che convincerlo, può aiutarlo a vedere che un percorso non serve a “confermare una diagnosi”, ma a comprendere meglio ciò che vive e a trovare modi più stabili di stare nella relazione. Può dirgli, ad esempio, che non è una richiesta per cambiarlo, ma un modo per alleggerire entrambi da dinamiche che si ripresentano ciclicamente.
È altrettanto importante che lei continui a proteggere il suo equilibrio emotivo. Quando i dubbi dell’altro diventano quotidiani, incoerenti o invadenti, è legittimo chiedersi quali confini mettere e di cosa ha bisogno lei per stare bene dentro questa relazione
Quando una persona alterna momenti di forte coinvolgimento a periodi di dubbi, ricerca difetti, esprime pensieri rigidi o “assoluti”, oppure sente il bisogno di condividere ogni preoccupazione come se fosse urgente, spesso non si tratta di mancanza di interesse. Può essere il segnale di una difficoltà interna nel gestire emozioni, paure o pensieri intrusivi legati al legame. In questi casi ciò che viene detto “a caldo” può essere molto diverso da ciò che la persona sente davvero, e questo può creare molta confusione nel partner.
Non è possibile, da qui, stabilire se si tratti o meno di un disturbo specifico. È però evidente che la frequenza, l’intensità e la ricorrenza di questi dubbi hanno avuto un impatto significativo sulla relazione e sul suo benessere. Il fatto che lui non riconosca più l’ansia “come una volta” non esclude una difficoltà attuale: spesso i sintomi cambiano forma nel tempo, diventano meno riconoscibili o si esprimono attraverso rigidità, evitamenti o somatizzazioni.
Lei sta già facendo un passo importante prendendosi cura di sé attraverso la psicoterapia. Per quanto riguarda lui, più che convincerlo, può aiutarlo a vedere che un percorso non serve a “confermare una diagnosi”, ma a comprendere meglio ciò che vive e a trovare modi più stabili di stare nella relazione. Può dirgli, ad esempio, che non è una richiesta per cambiarlo, ma un modo per alleggerire entrambi da dinamiche che si ripresentano ciclicamente.
È altrettanto importante che lei continui a proteggere il suo equilibrio emotivo. Quando i dubbi dell’altro diventano quotidiani, incoerenti o invadenti, è legittimo chiedersi quali confini mettere e di cosa ha bisogno lei per stare bene dentro questa relazione
Gentile utente,
la questione che lei riporta sembrerebbe un'oscillazione nel tempo di una struttura di fondo che tende a riportare la persona in schemi di pensiero e comportamentali su cui c'è già stato precedentemente un lavoro. A mio modesto parere l'approccio non dovrebbe essere finalizzato all'etichetta di un disturbo (per cui occorre comunque una diagnosi). Le etichette sono rigide, l'evoluzione delle nostre modalità di vita sono dinamiche e dipendono da tante variabili. Se nella coppia ci sono cose che si ripropongono sullo stesso stile anche se con modalità diverse andrebbero presi provvedimenti. L'rocd (disturbo ossessivo-compulsivo da relazione), come tutte le forme di doc, se non affrontato adeguatamente tende, nel tempo, ad allargarsi sempre di più "sequestrando la persona" con ragionamenti seppur logici, non aderenti alla realtà della situazione. Abbiamo una risorsa fisiologica che è la nostra plasticità neuronale. Dunque si può sempre fare qualcosa per migliorare le nostre condizioni a patto che ci sia un'attivazione volitiva sul problema e un progetto sul da farsi per affrontare la situazione. Last, but not least, una forte motivazione a capire cosa ci succede per poi intervenire.
Saluti,
Maria Torlini
la questione che lei riporta sembrerebbe un'oscillazione nel tempo di una struttura di fondo che tende a riportare la persona in schemi di pensiero e comportamentali su cui c'è già stato precedentemente un lavoro. A mio modesto parere l'approccio non dovrebbe essere finalizzato all'etichetta di un disturbo (per cui occorre comunque una diagnosi). Le etichette sono rigide, l'evoluzione delle nostre modalità di vita sono dinamiche e dipendono da tante variabili. Se nella coppia ci sono cose che si ripropongono sullo stesso stile anche se con modalità diverse andrebbero presi provvedimenti. L'rocd (disturbo ossessivo-compulsivo da relazione), come tutte le forme di doc, se non affrontato adeguatamente tende, nel tempo, ad allargarsi sempre di più "sequestrando la persona" con ragionamenti seppur logici, non aderenti alla realtà della situazione. Abbiamo una risorsa fisiologica che è la nostra plasticità neuronale. Dunque si può sempre fare qualcosa per migliorare le nostre condizioni a patto che ci sia un'attivazione volitiva sul problema e un progetto sul da farsi per affrontare la situazione. Last, but not least, una forte motivazione a capire cosa ci succede per poi intervenire.
Saluti,
Maria Torlini
Buongiorno. Innanzitutto, vorrei dirti che la tua descrizione è estremamente lucida e dettagliata. Si percepisce quanto tu stia cercando di bilanciare la vicinanza emotiva con la necessità di proteggere la tua stabilità. Il DOC (inclusa la variante relazionale) risponde molto bene alla terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), in particolare al protocollo ERP (Esposizione e Prevenzione della Risposta). Tuttavia affinché vi sia tale condizione è necessario che la motivazione a intraprendere un percorso di terapia parta dal diretto interessato.
Buongiorno, mi sembra che tu sia comprensibilmente affaticata e confusa dallo stare in una relazione ambivalente e instabile. Capisco il tuo desiderio di essere rassicurata sul fatto che lui possa stare meglio tuttavia questo non dipende da te, così come il fatto che lui decida o meno di tornare in terapia. Credo ti possa essere utile focalizzarti su di te, come stai facendo visto che fai psicoterapia e chiederti se questa relazione così com'è oggi . Il malessere che vivi è legittimo e sensato e credo sia importante per te dargli ascolto e prenderti cura dei tuoi bisogni.
Il tema centrale non è tanto “è o non è DOC?”, quanto l’impatto che questa instabilità ha avuto e continua ad avere sul suo benessere, sul senso di sicurezza e sulla qualità del legame. L’intimità, paradossalmente, può attivare sistemi profondi di allarme: il timore di perdere autonomia, di essere intrappolati, di sbagliare scelta, di non sentire “abbastanza”, di dover garantire certezze assolute. In alcune persone, il dubbio diventa la strategia principale per mantenere una distanza di sicurezza. Cercare difetti, assolutizzare, mettere condizioni (“non potrò mai amarti se…”) sono modalità che riducono temporaneamente l’angoscia perché restituiscono un senso di controllo. Tuttavia, nel medio periodo, alimentano ulteriore incertezza e tensione relazionale. Non è tanto decisivo l’etichettare il problema come DOC o meno, quanto riconoscere che esiste un pattern ricorrente che genera sofferenza e che tende a riattivarsi sotto stress. Il fatto che l’ansia stia aumentando e inizi a somatizzarsi è un segnale importante: il sistema sta faticando a mantenere l’equilibrio. Può essere più efficace spostare il focus dal disturbo alla qualità della vita e della relazione. Ad esempio, esprimendo in prima persona l’impatto che certe dinamiche hanno su di lei, senza entrare nella disputa su “che cos’è”. Può sottolineare che non si tratta di stabilire se sia DOC come dieci anni fa, ma di prendersi cura di una fatica attuale che sta crescendo.
Buongiorno, si sente quanto questa situazione sia stata faticosa per lei. È destabilizzante, soprattutto quando l’impatto è quotidiano e tocca ogni area del rapporto. Rimango nel mio ambito: non posso fare diagnosi a distanza. È vero che alcune dinamiche che descrive – ricerca ossessiva di difetti, dubbi ricorrenti sui sentimenti, bisogno di analizzare tutto, rigidità assolutistica (“non potrò mai…”, “se tu sei così allora…”) – possono ricordare un funzionamento ossessivo in ambito relazionale. Tuttavia, l’etichetta diagnostica in sé è meno importante del dato clinico centrale: questi comportamenti hanno un impatto significativo su di lei e sulla stabilità del legame.
Un aspetto che colpisce è il ciclo: dubbio o “paranoia”, comunicazione agitata e urgente, ribadire il concetto, poi a freddo ridimensionamento o negazione. Questo andamento è coerente con stati di attivazione ansiosa che, quando si abbassano, cambiano prospettiva. Il fatto che lui dica di “ricordare il DOC diverso” perché l’ansia non è come prima non esclude nulla: i disturbi possono cambiare forma nel tempo, e l’intensità soggettiva non è l’unico criterio. Ma questa valutazione spetta a un professionista che lo veda direttamente.
Capisco il suo desiderio di rassicurazione. In generale, quando c’è un funzionamento ossessivo legato alle relazioni, il lavoro terapeutico mirato può portare miglioramenti concreti. Non è una condanna immutabile. Però c’è un punto fondamentale: il cambiamento può avvenire solo se la persona riconosce il problema come proprio e sceglie di lavorarci. Lei può incoraggiare, può esprimere l’impatto che questi comportamenti hanno su di lei, ma non può “curarlo” né convincerlo con argomentazioni logiche.
Il fatto che lei sia già in psicoterapia è un elemento molto positivo. La invito a usare quello spazio anche per chiarire una domanda centrale: al di là della diagnosi di lui, questa relazione, così com’è oggi, è sostenibile per lei? Perché a volte ci concentriamo molto sul “come aiutarlo”, ma la variabile decisiva è “cosa fa bene a me”.
Un aspetto che colpisce è il ciclo: dubbio o “paranoia”, comunicazione agitata e urgente, ribadire il concetto, poi a freddo ridimensionamento o negazione. Questo andamento è coerente con stati di attivazione ansiosa che, quando si abbassano, cambiano prospettiva. Il fatto che lui dica di “ricordare il DOC diverso” perché l’ansia non è come prima non esclude nulla: i disturbi possono cambiare forma nel tempo, e l’intensità soggettiva non è l’unico criterio. Ma questa valutazione spetta a un professionista che lo veda direttamente.
Capisco il suo desiderio di rassicurazione. In generale, quando c’è un funzionamento ossessivo legato alle relazioni, il lavoro terapeutico mirato può portare miglioramenti concreti. Non è una condanna immutabile. Però c’è un punto fondamentale: il cambiamento può avvenire solo se la persona riconosce il problema come proprio e sceglie di lavorarci. Lei può incoraggiare, può esprimere l’impatto che questi comportamenti hanno su di lei, ma non può “curarlo” né convincerlo con argomentazioni logiche.
Il fatto che lei sia già in psicoterapia è un elemento molto positivo. La invito a usare quello spazio anche per chiarire una domanda centrale: al di là della diagnosi di lui, questa relazione, così com’è oggi, è sostenibile per lei? Perché a volte ci concentriamo molto sul “come aiutarlo”, ma la variabile decisiva è “cosa fa bene a me”.
Salve, il suo ragazzo, cui tiene molto data la pervicacia con cui sostiene questa relazione, ha probabilmente un disturbo ossessivo compulsivo di personalità e un accentuato doc da relazione. Non sta a me stilare una diagnosi... Ovviamente lei ha xhiesto un supporto psicologico per sostenere il tutto.
A questo punto mi sorge spontanea una domanda: perché è nonostante tutto così aggrappata a questa relazione e preferisce andare lei in psicoterapia piuttosto che fermamente invitare lui a risolvere i suoi molti problemi.
Scusi per la franchezza.
Cordialmente, dr.ssa Daniela Benvenuti
A questo punto mi sorge spontanea una domanda: perché è nonostante tutto così aggrappata a questa relazione e preferisce andare lei in psicoterapia piuttosto che fermamente invitare lui a risolvere i suoi molti problemi.
Scusi per la franchezza.
Cordialmente, dr.ssa Daniela Benvenuti
Buonasera, da come descrive i sintomi di quest'uomo, potrebbe emergere anche un quadro differente, non necessariamente solo il DOC, ma una diagnosi dovrebbe essere fatta per capire e sottolineare anche i punti di forza di una persona, poi è anche naturale che la sofferenza modifichi un po’ tutta la vita psichica.
Inoltre noi cambiamo continuamente, con l'esperienza e con il nostro corpo, con le nostre cellule, con il nostro DNA, quindi è normale che cambiamo anche la modalità di vivere ogni momento della nostra vita, e meno male, direi, che avvengono cambiamenti.
Come prima battura sarebbe utile, se non lo ha già fatto tornare in terapia da uno "psicoterapeuta cognitivo comportamentale", che è l'approccio raccomandato ad affrontare nel miglior modo il DOC e altre sintomatologie complicate.
Questo professionista all'inizio della terapia propone un "assesment" per conoscere la persona e la sua anamnesi, spesso con l'ausilio di test per “fotografare” la persona e i propri bisogni di quel preciso momento.
Questo serve per poi sviluppare un percorso di crescita ed affrontare quello che gradualmente emerge durante le sedute.
Buon proseguimento.
Inoltre noi cambiamo continuamente, con l'esperienza e con il nostro corpo, con le nostre cellule, con il nostro DNA, quindi è normale che cambiamo anche la modalità di vivere ogni momento della nostra vita, e meno male, direi, che avvengono cambiamenti.
Come prima battura sarebbe utile, se non lo ha già fatto tornare in terapia da uno "psicoterapeuta cognitivo comportamentale", che è l'approccio raccomandato ad affrontare nel miglior modo il DOC e altre sintomatologie complicate.
Questo professionista all'inizio della terapia propone un "assesment" per conoscere la persona e la sua anamnesi, spesso con l'ausilio di test per “fotografare” la persona e i propri bisogni di quel preciso momento.
Questo serve per poi sviluppare un percorso di crescita ed affrontare quello che gradualmente emerge durante le sedute.
Buon proseguimento.
Salve,
lei è portatrice di una istanza di coppia, ed è in un percorso di coppia che andrebbero affrontate le problematiche qui riportate. Ne parli anche con il suo compagno, sarebbe una occasione di crescita per entrambi.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
lei è portatrice di una istanza di coppia, ed è in un percorso di coppia che andrebbero affrontate le problematiche qui riportate. Ne parli anche con il suo compagno, sarebbe una occasione di crescita per entrambi.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
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