Buongiorno, Innanzitutto ringrazio chi risponderà e mi scuso per il mio essere prolissa. Da mesi

20 risposte
Buongiorno,
Innanzitutto ringrazio chi risponderà e mi scuso per il mio essere prolissa.
Da mesi esco con un uomo. Lui fin da subito mi ha comunicato di soffrire di doc e di aver fatto in passato (calcolate almeno 10 anni fa) terapia mirata sul disturbo e di non soffrire di "ansia" da anni.
Fin da subito notavo dei comportamebti fortemente incoerenti. Forte desiderio, ritirata, indecisione, svalutazione del rapporto, tira e molla, negazione totale di sentimenti, paragoni con relazioni passate ecc, idee molto rigide d'amore e rapporto.
Molta fatica a farmi entrare nella sua vita, ritaglio di spazi ecc,
In ogni caso, poi nel concreto ci vedevamo, nel concreto mi desiderava e via dicendo... per cui giustificavo questa forte incoerenza come "paura".
Con il tempo è migliorato. Infatti ora è molto più stabile, lui "vuole" la relazione, la sente ed è un ragazzo presente e, sebbene non a parole, amorevole.
Però alcuni comportamenti hanno, secondo me, cambiato forma ma rispettato la sostanza.
Non so esattamente come spiegarlo, ma è come se in una prima fase cercasse difetti pur di non legarsi: difetti fisici ingigantiti, difetti caratteriali che non erano reali difetti (se tu sei così... io...), e parlava per assoluti (non potrò mai amarti se...), cercava "mancanze" mie, o si preoccupava che non fossi capace di fare certe cose. Grande paura di perdere spazi, che io lo limitassi ecc
Queste genere di "paranoie" duravano qualche giorno, in alcuni casi settimane (come nella sfera sessuale) e poi scomparivano o venivano sostituite.
L'impatto in certi periodi, più o meno pesante, era/è giornaliero.
Adesso la situazione è più controllabile, a volte ha dubbi sui suoi sentimenti, anche se meno, però ha ancora questo vizio di "dirmi tutto" come se tutto fosse urgente o importante. Queste cose che dice a volte sono incoerenti con ciò che poi realmente fa/vuole, sono marginali in un rapporto adulto ma sembrano importanti. Se gli chiedi di spiegartele a caldo continua a ribadire il concetto in modo agitato, se glielo chiedi a freddo nega il significato profondo, ne cerca un altro, oppure "non si ricorda". In ogni caso non si riesce ad avere una spiegazione razionale, nella maggior parte dei casi derivano da paranoie più grandi.
Ho provato a fare ricerche e mi sembra coerente con rocd, soprattutto perchè è stato il primo ad ammettere di averne sofferto in passato nelle relazioni precedenti.
Visto che questo problema impatta e ha impattato fortemente sul rapporto (in poche parole, non c'è stata una sfera a non essere intaccata) e anche sul mio benessere in primis, ho provato a consigliargli di tornare in terapia. Lui però nega trattarsi di doc perchè "se lo ricordava diverso". O meglio, non lo riconosce perchè l'ansia associata non è "come una volta".
A livello di ansia ultimamente sta aumentando e sta iniziando a somatizzarla.

Io vorrei da un lato delle rassicurazioni, del tipo "potrebbe migliorare ecc se...", dall'altra parte dei consigli pratici e consigli su come aiutarlo a tornare in terapia (doc sì o doc no, non è sostenibile).
In ogni caso io sto già facendo psicoterapia indipendentemente da lui.
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buonasera,
grazie per aver condiviso con tanta cura la sua esperienza. Dalle sue parole emerge quanto questa situazione sia complessa e quanto stia incidendo sul suo benessere emotivo.

I comportamenti che descrive — dubbi ricorrenti sul sentimento, ricerca di difetti nel partner, bisogno di certezze assolute, oscillazioni tra coinvolgimento e ritiro — possono talvolta essere presenti nelle difficoltà relazionali legate all’area ossessiva, ma è importante evitare autodiagnosi o etichette senza una valutazione clinica diretta. Solo un professionista, attraverso un percorso di approfondimento personale con il suo partner, può comprendere l’origine di tali vissuti e proporre un intervento adeguato.

In generale, quando pensieri, dubbi o modalità relazionali diventano persistenti e generano sofferenza o tensione nella coppia, un percorso psicologico può essere uno spazio utile per comprendere meglio ciò che accade e trovare modalità più serene di vivere la relazione. Il miglioramento è possibile quando la persona riconosce il proprio disagio e sceglie di lavorarci.

Rispetto a come aiutarlo, può essere utile esprimere in modo chiaro e non giudicante ciò che lei prova e l’impatto che queste dinamiche hanno su di lei e sulla relazione, proponendo la terapia come un’opportunità di maggiore benessere personale piuttosto che come una “correzione” di un problema. Tuttavia, la scelta di intraprendere un percorso spetta sempre alla persona stessa.

È molto significativo che lei si stia già prendendo cura di sé attraverso la sua psicoterapia: questo rappresenta una risorsa importante per comprendere i suoi bisogni, definire i suoi limiti e valutare ciò che è sostenibile per il suo equilibrio emotivo.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line

Risolvi i tuoi dubbi grazie alla consulenza online

Se hai bisogno del consiglio di uno specialista, prenota una consulenza online. Otterrai risposte senza muoverti da casa.

Mostra risultati Come funziona?
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,
la situazione che descrive è comprensibilmente molto faticosa, soprattutto perché non riguarda singoli episodi ma un clima relazionale che nel tempo ha inciso sul suo benessere emotivo.

Da ciò che racconta emergono alcuni elementi tipici delle dinamiche ossessive in ambito relazionale (quello che viene comunemente chiamato ROCD, Relationship OCD):

dubbi ricorrenti e invasivi sui propri sentimenti o su quelli del partner;

focalizzazione su presunti “difetti” dell’altro, vissuti come determinanti;

bisogno di analizzare, verbalizzare e “dire tutto” con urgenza, come se ogni pensiero avesse valore di verità assoluta;

oscillazioni tra coinvolgimento e ritiro;

pensiero rigido, in termini di “mai/sempre/se non… allora non potrò amarti”;

ricerca di certezza emotiva impossibile da raggiungere.

Nel DOC relazionale il punto centrale non è tanto l’ansia intensa “come una volta”, ma il meccanismo: il dubbio ossessivo genera disagio, la persona tenta di risolverlo analizzando, confrontando, confessando, cercando conferme… e questo mantiene il circolo. È vero che nel tempo il disturbo può cambiare forma e intensità: non sempre si presenta con la stessa sintomatologia o con la stessa consapevolezza.

Detto questo, è importante sottolineare un aspetto: che si tratti o meno di DOC, il problema principale è l’impatto sulla relazione e sul suo equilibrio emotivo. Quando una dinamica genera costante instabilità, senso di solitudine, bisogno di rassicurazioni e confusione, merita attenzione clinica a prescindere dall’etichetta diagnostica.

Lei mi chiede due cose: rassicurazioni e consigli pratici.

Può migliorare?
Sì, se c’è consapevolezza e disponibilità a lavorarci. Il DOC relazionale, così come le difficoltà di attaccamento o le dinamiche ansiose, risponde bene a percorsi mirati (in particolare cognitivo-comportamentali). Ma il cambiamento richiede che la persona riconosca che c’è una difficoltà e accetti di affrontarla.

Cosa può fare lei concretamente?

Evitare di entrare nel meccanismo della rassicurazione continua.
Rispondere ogni volta ai dubbi, spiegare, difendersi, cercare di “convincerlo” può involontariamente alimentare il ciclo ossessivo.

Separare i pensieri dai comportamenti.
Può dirgli qualcosa come: “Capisco che questi pensieri per te siano importanti, ma per me è difficile viverli ogni giorno. Ho bisogno di stabilità.” Spostare il focus dall’analisi del contenuto al modo in cui la dinamica impatta su di lei.

Proporre la terapia come spazio per lui, non come accusa.
Non “hai di nuovo il DOC”, ma: “Vedo che ultimamente stai più in ansia e stai somatizzando. Forse uno spazio per te potrebbe aiutarti a stare meglio, indipendentemente da come lo chiamiamo.”

Mettere confini chiari.
Non è egoismo: è tutela. Se alcune modalità la fanno stare male, è legittimo dirlo e stabilire limiti.

Lei dice: “Mi sento sola.” Questo è un segnale molto importante. Anche se lui soffre, anche se può avere un disturbo, la relazione non può poggiare solo sulla sua capacità di comprendere e reggere. Lei non può diventare la terapeuta del suo partner.

Il fatto che lei stia già facendo un percorso è un elemento molto positivo: continui a usare quello spazio per lavorare sui suoi bisogni, sui suoi limiti e su ciò che per lei è sostenibile nel lungo periodo.

Per comprendere meglio la natura della difficoltà (DOC relazionale, dinamiche di attaccamento, evitamento emotivo o altro) e per aiutarla a capire come muoversi in modo più tutelante, è consigliabile approfondire con uno specialista.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott. Emiliano Perulli
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Lecce
Gentile, da quello che ha condiviso, sembra emergere una situazione relazionale molto intensa, in cui i comportamenti del suo partner oscillano tra vicinanza e distanza, desiderio e ritiro, sicurezza e dubbi. È comprensibile che questo la abbia portata a cercare un significato e a chiedersi se ci sia un disturbo specifico alla base. Tuttavia, più che concentrarsi su un’etichetta, è importante osservare l’impatto concreto che questi cicli hanno avuto su di lei e sulla relazione.
Quando una persona alterna momenti di forte coinvolgimento a periodi di dubbi, ricerca difetti, esprime pensieri rigidi o “assoluti”, oppure sente il bisogno di condividere ogni preoccupazione come se fosse urgente, spesso non si tratta di mancanza di interesse. Può essere il segnale di una difficoltà interna nel gestire emozioni, paure o pensieri intrusivi legati al legame. In questi casi ciò che viene detto “a caldo” può essere molto diverso da ciò che la persona sente davvero, e questo può creare molta confusione nel partner.
Non è possibile, da qui, stabilire se si tratti o meno di un disturbo specifico. È però evidente che la frequenza, l’intensità e la ricorrenza di questi dubbi hanno avuto un impatto significativo sulla relazione e sul suo benessere. Il fatto che lui non riconosca più l’ansia “come una volta” non esclude una difficoltà attuale: spesso i sintomi cambiano forma nel tempo, diventano meno riconoscibili o si esprimono attraverso rigidità, evitamenti o somatizzazioni.
Lei sta già facendo un passo importante prendendosi cura di sé attraverso la psicoterapia. Per quanto riguarda lui, più che convincerlo, può aiutarlo a vedere che un percorso non serve a “confermare una diagnosi”, ma a comprendere meglio ciò che vive e a trovare modi più stabili di stare nella relazione. Può dirgli, ad esempio, che non è una richiesta per cambiarlo, ma un modo per alleggerire entrambi da dinamiche che si ripresentano ciclicamente.
È altrettanto importante che lei continui a proteggere il suo equilibrio emotivo. Quando i dubbi dell’altro diventano quotidiani, incoerenti o invadenti, è legittimo chiedersi quali confini mettere e di cosa ha bisogno lei per stare bene dentro questa relazione
Dott.ssa Maria Torlini
Psicologo, Psicoterapeuta
Viterbo
Gentile utente,
la questione che lei riporta sembrerebbe un'oscillazione nel tempo di una struttura di fondo che tende a riportare la persona in schemi di pensiero e comportamentali su cui c'è già stato precedentemente un lavoro. A mio modesto parere l'approccio non dovrebbe essere finalizzato all'etichetta di un disturbo (per cui occorre comunque una diagnosi). Le etichette sono rigide, l'evoluzione delle nostre modalità di vita sono dinamiche e dipendono da tante variabili. Se nella coppia ci sono cose che si ripropongono sullo stesso stile anche se con modalità diverse andrebbero presi provvedimenti. L'rocd (disturbo ossessivo-compulsivo da relazione), come tutte le forme di doc, se non affrontato adeguatamente tende, nel tempo, ad allargarsi sempre di più "sequestrando la persona" con ragionamenti seppur logici, non aderenti alla realtà della situazione. Abbiamo una risorsa fisiologica che è la nostra plasticità neuronale. Dunque si può sempre fare qualcosa per migliorare le nostre condizioni a patto che ci sia un'attivazione volitiva sul problema e un progetto sul da farsi per affrontare la situazione. Last, but not least, una forte motivazione a capire cosa ci succede per poi intervenire.
Saluti,
Maria Torlini
Dott.ssa Giulia Bassi
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Sacrofano
Buongiorno. Innanzitutto, vorrei dirti che la tua descrizione è estremamente lucida e dettagliata. Si percepisce quanto tu stia cercando di bilanciare la vicinanza emotiva con la necessità di proteggere la tua stabilità. Il DOC (inclusa la variante relazionale) risponde molto bene alla terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), in particolare al protocollo ERP (Esposizione e Prevenzione della Risposta). Tuttavia affinché vi sia tale condizione è necessario che la motivazione a intraprendere un percorso di terapia parta dal diretto interessato.
Dott.ssa federica pomente
Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Roma
Buongiorno, mi sembra che tu sia comprensibilmente affaticata e confusa dallo stare in una relazione ambivalente e instabile. Capisco il tuo desiderio di essere rassicurata sul fatto che lui possa stare meglio tuttavia questo non dipende da te, così come il fatto che lui decida o meno di tornare in terapia. Credo ti possa essere utile focalizzarti su di te, come stai facendo visto che fai psicoterapia e chiederti se questa relazione così com'è oggi . Il malessere che vivi è legittimo e sensato e credo sia importante per te dargli ascolto e prenderti cura dei tuoi bisogni.
Dr. Lorenzo Cella
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Il tema centrale non è tanto “è o non è DOC?”, quanto l’impatto che questa instabilità ha avuto e continua ad avere sul suo benessere, sul senso di sicurezza e sulla qualità del legame. L’intimità, paradossalmente, può attivare sistemi profondi di allarme: il timore di perdere autonomia, di essere intrappolati, di sbagliare scelta, di non sentire “abbastanza”, di dover garantire certezze assolute. In alcune persone, il dubbio diventa la strategia principale per mantenere una distanza di sicurezza. Cercare difetti, assolutizzare, mettere condizioni (“non potrò mai amarti se…”) sono modalità che riducono temporaneamente l’angoscia perché restituiscono un senso di controllo. Tuttavia, nel medio periodo, alimentano ulteriore incertezza e tensione relazionale. Non è tanto decisivo l’etichettare il problema come DOC o meno, quanto riconoscere che esiste un pattern ricorrente che genera sofferenza e che tende a riattivarsi sotto stress. Il fatto che l’ansia stia aumentando e inizi a somatizzarsi è un segnale importante: il sistema sta faticando a mantenere l’equilibrio. Può essere più efficace spostare il focus dal disturbo alla qualità della vita e della relazione. Ad esempio, esprimendo in prima persona l’impatto che certe dinamiche hanno su di lei, senza entrare nella disputa su “che cos’è”. Può sottolineare che non si tratta di stabilire se sia DOC come dieci anni fa, ma di prendersi cura di una fatica attuale che sta crescendo.
Dr. Daniele Gregorio
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Perugia
Buongiorno, si sente quanto questa situazione sia stata faticosa per lei. È destabilizzante, soprattutto quando l’impatto è quotidiano e tocca ogni area del rapporto. Rimango nel mio ambito: non posso fare diagnosi a distanza. È vero che alcune dinamiche che descrive – ricerca ossessiva di difetti, dubbi ricorrenti sui sentimenti, bisogno di analizzare tutto, rigidità assolutistica (“non potrò mai…”, “se tu sei così allora…”) – possono ricordare un funzionamento ossessivo in ambito relazionale. Tuttavia, l’etichetta diagnostica in sé è meno importante del dato clinico centrale: questi comportamenti hanno un impatto significativo su di lei e sulla stabilità del legame.
Un aspetto che colpisce è il ciclo: dubbio o “paranoia”, comunicazione agitata e urgente, ribadire il concetto, poi a freddo ridimensionamento o negazione. Questo andamento è coerente con stati di attivazione ansiosa che, quando si abbassano, cambiano prospettiva. Il fatto che lui dica di “ricordare il DOC diverso” perché l’ansia non è come prima non esclude nulla: i disturbi possono cambiare forma nel tempo, e l’intensità soggettiva non è l’unico criterio. Ma questa valutazione spetta a un professionista che lo veda direttamente.
Capisco il suo desiderio di rassicurazione. In generale, quando c’è un funzionamento ossessivo legato alle relazioni, il lavoro terapeutico mirato può portare miglioramenti concreti. Non è una condanna immutabile. Però c’è un punto fondamentale: il cambiamento può avvenire solo se la persona riconosce il problema come proprio e sceglie di lavorarci. Lei può incoraggiare, può esprimere l’impatto che questi comportamenti hanno su di lei, ma non può “curarlo” né convincerlo con argomentazioni logiche.
Il fatto che lei sia già in psicoterapia è un elemento molto positivo. La invito a usare quello spazio anche per chiarire una domanda centrale: al di là della diagnosi di lui, questa relazione, così com’è oggi, è sostenibile per lei? Perché a volte ci concentriamo molto sul “come aiutarlo”, ma la variabile decisiva è “cosa fa bene a me”.
Dott.ssa Daniela Benvenuti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Padova
Salve, il suo ragazzo, cui tiene molto data la pervicacia con cui sostiene questa relazione, ha probabilmente un disturbo ossessivo compulsivo di personalità e un accentuato doc da relazione. Non sta a me stilare una diagnosi... Ovviamente lei ha xhiesto un supporto psicologico per sostenere il tutto.
A questo punto mi sorge spontanea una domanda: perché è nonostante tutto così aggrappata a questa relazione e preferisce andare lei in psicoterapia piuttosto che fermamente invitare lui a risolvere i suoi molti problemi.
Scusi per la franchezza.
Cordialmente, dr.ssa Daniela Benvenuti
Dott. Gabriele Olivieri
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Finale Ligure
Buonasera, da come descrive i sintomi di quest'uomo, potrebbe emergere anche un quadro differente, non necessariamente solo il DOC, ma una diagnosi dovrebbe essere fatta per capire e sottolineare anche i punti di forza di una persona, poi è anche naturale che la sofferenza modifichi un po’ tutta la vita psichica.
Inoltre noi cambiamo continuamente, con l'esperienza e con il nostro corpo, con le nostre cellule, con il nostro DNA, quindi è normale che cambiamo anche la modalità di vivere ogni momento della nostra vita, e meno male, direi, che avvengono cambiamenti.
Come prima battura sarebbe utile, se non lo ha già fatto tornare in terapia da uno "psicoterapeuta cognitivo comportamentale", che è l'approccio raccomandato ad affrontare nel miglior modo il DOC e altre sintomatologie complicate.
Questo professionista all'inizio della terapia propone un "assesment" per conoscere la persona e la sua anamnesi, spesso con l'ausilio di test per “fotografare” la persona e i propri bisogni di quel preciso momento.
Questo serve per poi sviluppare un percorso di crescita ed affrontare quello che gradualmente emerge durante le sedute.
Buon proseguimento.
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Salve,

lei è portatrice di una istanza di coppia, ed è in un percorso di coppia che andrebbero affrontate le problematiche qui riportate. Ne parli anche con il suo compagno, sarebbe una occasione di crescita per entrambi.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Chiara Tumminello
Psicologo, Psicoterapeuta
San Martino Buon Albergo
Buongiorno gentile utente, la ringrazio per la sua condivisione. Capisco il suo bisogno di ricevere rassicurazioni e consigli su come fare per aiutare il suo compagno, purtroppo però lei non può aiutarlo ad affrontare i suoi problemi se lui in primis non riconosce il bisogno di tornare in terapia, e se lui non vuole ricominciare un percorso c'è poco che lei possa fare al riguardo. Le consiglio di affrontare l'argomento nella sua terapia personale, per comprendere come lei si senta in questa situazione e qual'è la scelta migliore che lei possa prendere per sé stessa in questo momento. Rimango a disposizione per domande o chiarimenti. Cordialmente, dott.ssa Chiara Tumminello.
Dott.ssa Federica Ripamonti
Psicologo, Psicoterapeuta
Paderno Dugnano
Gent.ma Paziente,
quello che descrive è effettivamente compatibile con dinamiche ossessive relazionali, ma ovviamente non si può fare una diagnosi a distanza. Il fatto che l’ansia sia diversa rispetto al passato non esclude nulla, dal momento che i disturbi possono cambiare forma.
Il punto centrale però, secondo me, non è l’etichetta. È l’impatto su di lei. Una relazione in cui c’è alternanza continua tra desiderio e ritiro, dubbi urgenti, svalutazioni e poi negazioni, è molto destabilizzante e faticosa da sostenere nel tempo.
Può migliorare?
Sì, ma solo se lui riconosce che c’è un problema e decide di lavorarci. Senza un suo reale coinvolgimento in terapia, difficilmente la dinamica cambierà in modo stabile.
Come può aiutarlo a tornare in terapia?
- Eviti di dirgli “hai il DOC”.
- Parli di come sta lei: “Io in questa dinamica soffro”.
- Cerchi di collegare la richiesta alla qualità della relazione, non alla diagnosi.
- Non entri nel ruolo di terapeuta né di rassicurazione continua (questo spesso mantiene il problema).
Infine, lascio una domanda importante per lei: se la situazione restasse così, sarebbe sostenibile nel lungo periodo? E anche:
– cosa la tiene dentro questa relazione con convinzione?
– cosa la spaventa di più all’idea che questa dinamica continui?
È su questo che vale la pena concentrarsi, più che sulla definizione del disturbo.
Mille auguri per il suo Percorso!
dott.ssa Federica Ripamonti
Dott.ssa Valeria Baldi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Napoli
Buongiorno, dalle sue parole sembra emergere un focus di pensieri e comportamenti centrati quasi esclusivamente su di lui. Lei dove è? Lo sta analizzando nel suo spazio di psicoterapia? In caso negativo, provi a concedersi uno spazio di ascolto alternativo.
Da quello che descrive emerge una dinamica molto faticosa, fatta di oscillazioni, dubbi ricorrenti, svalutazioni e ripensamenti che nel tempo hanno inciso profondamente sul rapporto e sul suo benessere. È comprensibile che cerchi di dare un senso a ciò che accade e che abbia pensato a una possibile riattivazione del doc relazionale, anche perché il suo partner stesso riferisce una storia in quella direzione. Tuttavia è importante considerare che il disturbo ossessivo-compulsivo, quando riguarda le relazioni, tende a cambiare forma, intensità o contenuto, ma mantiene una struttura di dubbio patologico, ricerca di certezza e iper-analisi che difficilmente può essere valutata o confermata all’interno della relazione stessa. In altre parole, né lei né il partner potete realmente stabilire da soli se si tratti o meno di una riattivazione del disturbo. Allo stesso tempo, indipendentemente dall’etichetta diagnostica, convivere con una persona che presenta modalità ossessive nel legame è spesso molto impegnativo: il bisogno dell’altro di esternare continuamente dubbi, perplessità o svalutazioni può generare logoramento, insicurezza e destabilizzazione nella relazione. Un punto cruciale è che lei non può né deve assumere un ruolo terapeutico. Cercare di rassicurare, spiegare, interpretare o contenere i dubbi del partner rischia, nel tempo, di intrappolarla in una posizione di gestione del sintomo che non le compete e che raramente produce cambiamenti stabili. Il fatto che lui non riconosca la somiglianza con il doc passato è frequente: quando il disturbo si modifica o si attenua nell’ansia manifesta, la persona può non identificarlo più come tale. Proprio per questo, l’unico contesto in cui può essere compreso e trattato è quello terapeutico. Può certamente esprimergli che l’impatto sul rapporto è reale e che, al di là della diagnosi, alcune modalità stanno diventando difficili da sostenere, ma la decisione di intraprendere o meno un percorso resta sua. Parallelamente, potrebbe essere molto utile anche per lei confrontarsi con un professionista su cosa significhi stare accanto a una persona con funzionamento ossessivo nel legame: comprendere i meccanismi del disturbo, i limiti dell’aiuto che può offrire e i confini necessari per proteggere il proprio equilibrio. Questo può avvenire con il terapeuta del partner, se disponibile, oppure con un professionista esterno. A volte non è tanto la presenza del disturbo in sé a determinare la tenuta della relazione, quanto il grado di consapevolezza e di responsabilità con cui chi ne soffre sceglie di occuparsene. In assenza di questo passaggio, il carico rischia di ricadere progressivamente sull’altro partner. Le faccio un in bocca al lupo.
Dott.ssa Valeria Randisi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Casalecchio di Reno
Buonasera, non c'è qualcosa da dire o da fare per far tornare una persona in terapia. È lui che deve rendersi conto di un malessere e a volerlo superare. Può solo provare a dirgli ciò che nota e di come questo sente che impatti sulla rotazione.
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Dott.ssa Elin Miroddi
Psicoterapeuta, Psicologo
Roma
Cara utente,

Grazie per aver condiviso con tanta cura quello che stai vivendo.
Devo però essere onesta con te su una cosa importante: non mi è possibile, né sarebbe corretto, formulare ipotesi diagnostiche sul tuo partner sulla base del tuo racconto, per quanto dettagliato e attento. Non perché tu non sia affidabile, ma perché qualsiasi valutazione clinica richiede un contatto diretto con la persona. Farlo diversamente rischierebbe di darti false certezze su qualcosa che rimane necessariamente aperto.
Quello che invece posso dirti riguarda te. Stai descrivendo una relazione che ti ha impattato profondamente, in cui hai investito molto e in cui porti il peso di un'incertezza prolungata. Il fatto che tu stia già facendo psicoterapia è la scelta più utile che tu possa fare in questo momento. E' proprio lì che puoi portare tutto questo, con la possibilità di essere davvero ascoltata e accompagnata nel capire cosa vuoi e di cosa hai bisogno.
Un saluto, dott.ssa Elin Miroddi
Dott. Ferdinando Suvini
Psicologo, Psicoterapeuta
Firenze
Grazie per la condivisione e bene per te continuare ad avere un supporto anche per elaborare questa relazione complessa
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Jlenia Licitra
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno, dal suo racconto emerge quanto questa relazione sia per lei significativa ma allo stesso tempo faticosa e destabilizzante. Al di là dell’etichetta diagnostica, ciò che sembra centrale è il funzionamento relazionale che si attiva tra voi: fasi di avvicinamento e investimento seguite da dubbi, rigidità e bisogno di prendere distanza. A volte il dubbio, la ricerca di difetti o l’urgenza di “dire tutto” possono diventare modalità per regolare la vicinanza e contenere una paura del legame. Questo però, indipendentemente dall’origine, ha un impatto concreto sul partner e lei descrive infatti un costo emotivo per sé.
Tuttavia va considerato che il cambiamento può avvenire solo se la persona riconosce una propria difficoltà e desidera lavorarci. Non è possibile “portare” qualcuno in terapia se non sente come suo il bisogno. Può però esprimergli, in modo chiaro e non accusatorio, come questi andamenti influenzano il suo benessere e la stabilità della relazione.
Sicuramente il fatto che lei stia già facendo un percorso psicoterapeutico è una risorsa importante: può aiutarla a comprendere quali dinamiche la tengono dentro questo schema e come prendersi cura di sé!
Un saluto, dott.ssa Licitra
Dott.ssa Micol Loppo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Casalgrande
Leggendo le tue parole, emerge con chiarezza quanto tu stia investendo in termini di pazienza, analisi e cura in questa relazione. Si sente che sei una persona che cerca di comprendere profondamente l'altro, quasi a voler decodificare un linguaggio straniero per rendere la comunicazione possibile.
Tuttavia, avverto anche la tua stanchezza. È come se tu fossi costantemente impegnata a "tenere dritta la barra" di una nave mentre lui, involontariamente va alla deriva.
Ecco alcune riflessioni che spero possano aiutarti a fare chiarezza, mantenendo lo sguardo sia su di voi che, soprattutto, su di te.
Lui nega il disturbo perché non prova più quel terrore paralizzante di dieci anni fa. Ma il DOC è subdolo: può trasformarsi da "urgenza ansiosa" a "rimuginio costante" o a una sorta di rigidità cognitiva.
Il fatto che senta il bisogno di "dirti tutto", anche cose feroci o incoerenti, non è sincerità: è spesso una compulsione. Ti getta addosso il dubbio per non doverne sopportare il peso da solo e magari trovare rassicurazioni. Una volta "espulso" il pensiero, lui si sente meglio e, a freddo, quasi non ne ricorda l'importanza, lasciando però te con la ferita di ciò che è stato detto.
Tu sei super disponibile, ma c'è un rischio, quello della crocerossina, giustificare tutto perché lui è in difficoltà.
Capire che i suoi dubbi o le sue svalutazioni derivano dal DOC aiuta a non prenderli sul personale, ma non ne annulla l'impatto emotivo su di te. Se lui usa il disturbo (anche inconsapevolmente) come scudo per non prendersi la responsabilità del dolore che ti infligge, la relazione diventa sbilanciata.
Se lui aspetta di sentire "l'ansia di una volta" per chiedere aiuto, potrebbe aspettare per sempre mentre il rapporto si logora. Può essere utile cambiare strategia.
Non parlare di diagnosi, parla di impatto, effetti su di lui, te e voi. Alla fine non importa come lo chiamiamo, ma il modo in cui gestisce i dubbi sta distruggendo la serenità di tutti. Tu non puoi essere il suo contenitore di paranoie, ha bisogno che ci sia un professionista ad aiutarlo.
Suggeriscigli che, se vuole bene alla relazione, deve smettere di "confessare" ogni dubbio a te e iniziare a scriverlo su un diario da portare in terapia. Questo protegge te e toglie a lui l'alibi della "sincerità dovuta".
Poi V isto che sta somatizzando, potresti fargli notare che il corpo sta parlando per lui. La terapia non serve solo per la mente, ma per calmare un sistema nervoso che è chiaramente in sovraccarico.
C’è un limite oltre il quale la comprensione verso il suo disturbo diventa sacrificio della tua identità e questa va protetta.
Può migliorare solo se laccetta di rimettersi in discussione.
Ti lascio un piccolo esercizio per i prossimi giorni, un po’ come faccio con i miei pazienti.
Quando lui inizia a "riversarti" addosso i suoi dubbi o le sue incoerenze, prova a non entrare nel merito razionale (non cercare di spiegargli perché ha torto). Prova a dire: "Sento che questo è un pensiero ossessivo. Non ti risponderò su questo perché non voglio alimentare il tuo dubbio. Parliamo d'altro o prendiamoci un momento di silenzio." Osserva come reagisce: è lì che capirai quanto è pronto a lavorare su di sé.
Mi auguro di averti dato qualche spunto interessante.
Un caro saluto

Stai ancora cercando una risposta? Poni un'altra domanda

  • La tua domanda sarà pubblicata in modo anonimo.
  • Poni una domanda chiara, di argomento sanitario e sii conciso/a.
  • La domanda sarà rivolta a tutti gli specialisti presenti su questo sito, non a un dottore in particolare.
  • Questo servizio non sostituisce le cure mediche professionali fornite durante una visita specialistica. Se hai un problema o un'urgenza, recati dal tuo medico curante o in un Pronto Soccorso.
  • Non sono ammesse domande relative a casi dettagliati, richieste di una seconda opinione o suggerimenti in merito all'assunzione di farmaci e al loro dosaggio
  • Per ragioni mediche, non verranno pubblicate informazioni su quantità o dosi consigliate di medicinali.

Il testo è troppo corto. Deve contenere almeno __LIMIT__ caratteri.


Scegli il tipo di specialista a cui rivolgerti
Lo utilizzeremo per avvertirti della risposta. Non sarà pubblicato online.
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.