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Leggi di più01/04/2025
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Il mio approccio terapeutico condivide il pensiero che il senso della psicoanalisi contemporanea risieda nel riconoscimento dell’importanza della relazione nel processo terapeutico.
A differenza della psicoanalisi classica, che vedeva l’analista come un osservatore imparziale e distante, la prospettiva attuale considera il terapeuta come un partecipante attivo nella relazione con il paziente.
Al centro della psicoanalisi contemporanea vi è l’idea che la sofferenza psicologica si sviluppi e si strutturi all'interno delle relazioni e, di conseguenza, che il cambiamento terapeutico avvenga attraverso un nuovo modo di sperimentare il rapporto con l’altro.
L’analisi diventa uno spazio di incontro tra due soggettività, in cui il terapeuta aiuta il paziente a esplorare la propria storia, le proprie emozioni e i modelli relazionali appresi nel corso della vita. Attraverso l’ascolto empatico, il dialogo e la co-costruzione di significati, la psicoanalisi contemporanea non mira solo alla comprensione del profondo, ma anche alla trasformazione dell’esperienza del paziente, favorendo il benessere e una maggiore capacità di vivere relazioni più autentiche e soddisfacenti.
Sono laureata in psicologia clinica presso la Facoltà di Magistero di Padova e in pedagogia presso la Facoltà di Magistero di Torino. Specializzata in psicoterapia psicoanalitica presso l’IPP, Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica di Torino.
Sono iscritta all’Albo degli psicologi del Piemonte con il n. 169 ed all’elenco degli psicoterapeuti. Sono iscritta all'ICSAT( Italian Committee for the Study of Autogenic Therapy and Autogenic Training) come didatta e mi occupo anche del training autogeno clinico ed educativo. Sono Co-fondatrice del “Centro Bionomia” per lo studio e la diffusione del Training Autogeno Bionomico e della Psicoterapia Bionomica.
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22 recensioni
Più menzionato dai pazienti
Ho iniziato da poco, avevo timore a incominciare, ma mi trovo molto bene...
Dr. Anna Ambiveri
Grazie
Mi sono trovato subito bene, compreso e ascoltato. Ringrazio
Dr. Anna Ambiveri
Ringrazio molto della condivisione.
Ho apprezzato Competenza,
professionalità ed empatia
Dr. Anna Ambiveri
Ti ringrazio molto Umberto per la tua condividione.
Molto accogliente, mi sono sentita a mio agio e ascoltata nonostante le mie difficoltà nel parlare di me.
Dr. Anna Ambiveri
Gentile N.N. la ringrazio della condivisione.
Dottoressa molto empatica, mi ha subito messo a mio agio,,ha ascoltato con molta attenzione .
Dr. Anna Ambiveri
La ringrazio Daniela per aver messo la sua esperienza a disposizione di tutti.
Cura, esperienza o meglio scoperta del proprio limite definirei il mio percorso di analisi con la D.ssa Ambiveri; Attraverso la parola (che potrei definire salvifica) la D.ssa Ambiveri mi ha aiutato e, alfine emancipato, dai sintomi e dai nodi del "mal di vivere" (per alcuni male oscuro). L'approdo ad una visione "oggettiva" della vita è possibile per ognuno, certo occorre incontrare l'analista preparata ed empatica. Io sono stato molto fortunato.
Dr. Anna Ambiveri
Buongiorno Domenico, la ringrazio di aver messo la sua esperienza a beneficio di tutti.
Super professionale e preparata. Grande attenzione per ogni problema. E soprattutto un ascolto terapeutico risolutivo.
Dr. Anna Ambiveri
Ti ringrazio per le tue parole
Io ho svolto e sto svolgendo sedute di training autogeno, una pratica molto utile per riuscire a combattere l'ansia e lo stress ma anche per rilassare il proprio corpo. Anna, la terapeuta, è molto disponibile è paziente nell'insegnamento della tecnica e ad ascoltare le esigenze del paziente. Molto consigliata in caso voleste provare il training autogeno come ho fatto io.
Dr. Anna Ambiveri
Ti ringrazio di aver messo la tua esperienza a disposizione di tutti
Dott.ssa molto valida, mi è stata di grande aiuto prima di fare un intervento al cuore con sedute di training autogeno. La consiglio oltre la professionalità per l'empatia, gentilezza e umanità.
Dr. Anna Ambiveri
La ringrazio delle sue parole
La dottoressa ti mette subito a tuo agio, non giudica, capisce le tue difficoltà e ti porta a prendere poco per volta consapevolezza di come sei. La ringrazio per il percorso di crescita personale che sto facendo con lei.
Dr. Anna Ambiveri
La ringrazio
ha risposto a 17 domande da parte di pazienti di MioDottore
Salve. Ho 32 anni e da più di un anno ho un rapporto (che credevo una relazione a tutti gli effetti, ma che temo rientri invece nella “situationship”, per usare uno slang anglofono) con un uomo più grande di me che aveva manifestato interesse sentimentale nei miei confronti da tempo. Viviamo abbastanza distanti e anche per motivi di lavoro siamo passati dal vederci 1 volta a settimana circa a circa 2, non sempre ogni settimana. Lui mi diceva di dover gestire il padre malato e quindi gli incontri si complicavano sempre di più a livello logistico. I problemi per me sono soprattutto due: per tutto questo tempo mi ha ripetuto sempre di voler trascorrere più tempo con me, e anche di andare a casa sua (mai stata, sebbene mi abbia invitata più volte senza però dare seguito alla cosa), e di definire insieme le “prospettive del rapporto “ (ora: dopo più di un anno di “frequentazione” - per lui evidentemente, per me era una relazione e mi sono sentita shockata quando ha usato la parola “rapporto” - mi vieni a dire che bisogna chiarirci le idee?) perché “non è una cosa vissuta come passatempo”. Da un paio di mesi ho avvertito come se cercasse di defilarsi senza assumersi alcuna responsabilità: mi ha fatto sentire in colpa e mi ha minacciata di troncare le comunicazioni perché in una settimana gli ho mandato 4 messaggi, chiedendogli quando potessimo vederci; eravamo d’accordo di organizzarci per una gita, gli avevo scritto e lui mi aveva risposto in modo estremamente brusco dicendomi di chiamarlo invece di mandare messaggi (lo avevo chiamato e non aveva mai risposto). Questi comportamenti si sono ripetuti molto in questi ultimi due mesi, aggravati dal fatto che quando ci vediamo (purtroppo una volta a settimana) il tempo trascorso insieme è diminuito (30 minuti massimo a settimana; e massimo una telefonata da parte sua in 7 giorni, e non devo insistere a chiedere di più se no ho il timore che si arrabbi e che voglia interrompere le comunicazioni facendomi sentire una seccatura). Il secondo problema è che nel tempo trascorso insieme assume atteggiamenti sessuali espliciti, mi dice che ci sentiremo e ci organizzeremo per stare di più insieme e poi sparisce per i giorni seguenti, senza neanche rispondermi (e se lo fa appare molto arrabbiato o seccato). Nonostante la ricerca di momenti intimi (in luoghi poco adatti) non ha mai avuto un rapporto sessuale completo con me, e questo mi causa ancora più sofferenza. Ho il sentore che per lui tutto questo tempo sia stata solo una valvola di sfogo sessuale, e che non mi abbia neanche “degnata” di un rapporto sessuale completo perché sa che per me significa fare un passo avanti importante e lui non vuole una relazione che richiede responsabilità emotive (sebbene mi abbia detto diversamente per tanto tempo, addirittura dicendomi in più occasioni che vorrebbe un figlio con me). Ho spesso timore a contattarlo per paura che si arrabbi e non mi voglia più vedere. Temo di essere vittima di un abuso psicologico che si è protratto nel tempo perché non è normale sentirsi insicura e ansiosa nel contattare o comunicare la persona che dovrebbe sentirsi entusiasta di vederti e sentirti; invece io mi sento di camminare sulle uova. Alcuni giorni mi cerca e mi vuole vedere e altri ignora totalmente le mie richieste di vederci. Perché mi tratta in questo modo? Mi sento invisibile e privata della mia dignità emotiva, non vorrei esagerare nel sentirmi così ma è quello che sento.
Gentile signora,
Da ciò che descrive emerge una sofferenza emotiva significativa, legata soprattutto alla discrepanza tra ciò che questa persona le dice e ciò che concretamente fa. Quando, all’interno di un legame affettivo, parole e comportamenti non coincidono, è comprensibile sentirsi confuse, insicure e talvolta anche svalutate. Il fatto che lei riferisca di avere timore a contattarlo, di sentirsi “una seccatura” o di dover modulare i suoi bisogni per evitare reazioni di rabbia è un elemento importante. In una relazione che offre sicurezza emotiva, di solito non prevalgono ansia o paura nell’esprimere richieste legittime, come vedersi o chiarire la natura del rapporto. Se queste emozioni diventano centrali, vale la pena ascoltarle con attenzione. La dinamica che descrive, momenti di vicinanza seguiti da distacco, promesse non concretizzate, ricerca di intimità senza una reale continuità emotiva, può generare un coinvolgimento intenso ma anche un senso di instabilità costante. Questo non implica necessariamente un intento manipolatorio consapevole, ma indica una difficoltà relazionale che sta avendo un impatto concreto sul suo benessere. Più che concentrarsi esclusivamente sul perché lui si comporti così, potrebbe essere utile riportare lo sguardo su di sé: questa relazione, così com’è oggi, risponde ai miei bisogni affettivi? Mi fa sentire scelta, rispettata, riconosciuta? Oppure mi lascia prevalentemente in uno stato di attesa e incertezza? I sentimenti di invisibilità e di perdita di dignità emotiva che riporta meritano ascolto. Non sono amplificazioni, ma segnali che qualcosa, nella dinamica, non è in equilibrio. Quando un legame genera più inquietudine che serenità, fermarsi a riflettere non è un fallimento, ma un gesto di cura verso se stessi. Potrebbe esserle utile prendersi uno spazio per chiarire innanzitutto con se stessa quali sono le sue aspettative e i suoi bisogni all’interno di un rapporto, e valutare se e come si sente di esprimerli in modo autentico. Osservare poi la qualità della risposta dell’altro, non solo nelle parole, ma nella concretezza dei comportamenti, può offrire elementi preziosi di comprensione. Se dovesse emergere una distanza significativa tra ciò che desidera e ciò che l’altro è in grado o disposto a offrire, interrogarsi su quali scelte possano tutelare il suo equilibrio emotivo nel lungo periodo diventa un passaggio importante. Se sente che l’ansia, il timore di perderlo o un senso di dipendenza stanno diventando centrali nella sua esperienza, un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio sicuro in cui comprendere più a fondo i suoi bisogni affettivi e rafforzare la sua posizione relazionale. Le sue emozioni hanno dignità. Riconoscerle e prenderle sul serio è già un primo passo significativo verso una maggiore tutela di sé.
Buongiorno, mi chiamo Cristina, ho 49 anni e sono figlia unica. Sono sposata e senza figli. Da 12 anni vivo a 100 km dai miei genitori. Non ho un lavoro perché a cadenza quindicinale vado dai miei genitori anziani per almeno quattro o cinque giorni. Da anni però vivo un'angoscia che non mi lascia mai, perché ho il terrore nei confronti della malattia e della perdita dei miei genitori. Mia madre ha 79 anni e sta abbastanza bene. Mio padre ne ha 84, ha uno stent al cuore e un'endoprotesi all'aorta addominale. Purtroppo l'ultima visita medica ha riscontrato dei problemi alla protesi. A giorni avremo un ulteriore colloquio con degli specialisti per capire se si può intervenire chirurgicamente e con che rischi, oppure se non sia possibile. Non dormo più, non vivo più, la vita mi sembra senza senso, fatta solo di prove, di perdite e di dolore. Giro a vuoto. In apparenza faccio tutto come una persona normale, ma dentro mi sento risucchiare dentro un abisso di terrore, di angoscia, di buio. È tutto troppo pesante, non riesco a reggere. Non trovo appigli, sfoghi. Attualmente sto facendo Emdr con uno psicologo ma non vedo risultati. L'angoscia, i pensieri catastrofici, sono sempre con me, riempiono tutti i miei giorni. Inoltre mi sento in colpa perché non riesco ad essere di aiuto ai miei genitori. Non riesco ad essere forte per sostenerli, rassicurarli, dimostrare loro che sono in grado di cavarmela da sola. Quando sono con loro vorrei solo fuggire lontano, non vedere, non sapere. Piango di nascosto. E non riesco a nascondere il mio terrore, di fronte a ogni piccolo o grande malessere dei miei, che non mi fanno pesare, ma che, purtroppo, fa parte dell'invecchiamento, dell'età. Vorrei tanto essere forte, tornare quella che ero, ma non ci riesco. Non so più cosa fare. Non c'è nulla che mi dia anche un momentaneo sollievo, né l'Emdr, né la fede, né i video sulla meditazione e la mindfulness. La mia testa è un cavallo imbizzarito.
Buongiorno Cristina,
Quando il pensiero della malattia e della morte occupa la mente in modo costante, il rischio è che l’intera vita finisca per restringersi attorno all’angoscia anticipatoria. Non si soffre soltanto per ciò che accade realmente, ma anche, e continuamente, per ciò che potrebbe accadere. Questo stato di allerta permanente consuma molte energie psichiche ed emotive. Forse il punto non è che l’EMDR “non funzioni”, ma che il livello di attivazione emotiva in cui vive attualmente sia ancora troppo elevato perché il suo sistema interno riesca a sperimentare una reale sensazione di sicurezza. In alcune situazioni, oltre al lavoro psicoterapeutico sul trauma e sulle paure profonde, può essere necessario affiancare un aiuto più concreto nella gestione dell’ansia. Non come segno di debolezza, ma come forma di cura della sofferenza. Potrebbe essere utile parlarne apertamente con il suo psicologo, condividendo con lui esattamente ciò che ha scritto qui, così da valutare insieme se possa essere opportuno anche un supporto farmacologico. Un primo passo potrebbe essere non pretendere da se stessa un controllo impossibile sulla vita, sulla malattia e sulla morte dei suoi cari. Ciò potrebbe alleviarle la sofferenza e i sensi di colpa. Purtroppo nessun figlio può fermare il tempo, l’invecchiamento o la fragilità delle persone che ama. Possiamo però esserci, pur con i nostri limiti, le nostre paure e la nostra umanità. E questo, spesso, è già molto. La ringrazio della condivisione.
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