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Esperienze

Sono Prisca Roveran, psicologa e specializzanda in psicoterapia cognitivo-costruttivista relazionale. Nel mio lavoro accolgo persone che si sentono sopraffatte da ciò che vivono, che faticano a comprendere le proprie emozioni o a stare bene nelle relazioni, offrendo uno spazio per parlare di sè e affrontare la sofferenza in maniera più consapevole.

Credo profondamente nell’importanza di creare uno spazio sicuro e accogliente, in cui potersi sentire ascoltati senza giudizio, con rispetto, empatia e attenzione. In terapia partiamo da ciò che la persona vive nel presente: le emozioni che fanno più fatica a essere vissute o riconosciute, le relazioni che fanno soffrire, le domande che spesso restano senza risposta.

Insieme esploriamo i significati personali, i modi abituali di stare con gli altri e con se stessi e ciò che può contribuire a mantenere il disagio. Il percorso viene costruito passo dopo passo, seguendo i tempi, le risorse e la sensibilità di ciascuno.

L’obiettivo è il benessere: aiutare la persona a conoscersi meglio, a dare senso alla propria esperienza, a trovare modalità più autentiche e soddisfacenti di vivere e di relazionarsi.

Credo in una psicoterapia che unisca competenza professionale, cura della relazione e calore umano.

Altro Su di me

Approccio terapeutico

Psicoterapia

Aree di competenza principali:

  • Psicologia cognitiva
  • Psicologia dell'emergenza
  • Psicologia forense
  • Psicoterapia
  • Psicoterapia costruttivista
  • Psicologia delle dipendenze patologiche
  • Psicoterapia sistemico relazionale
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  • Colloquio psicologico

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    50 €

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    45 € - 60 €

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6 recensioni

Più menzionato dai pazienti

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  • L

    Sono stato in terapia con Lei da prima dell'ingresso in questa piattaforma, una recensione positiva è giusta e dovuta. Mi ha fatto crescere e maturare come persona, nonostante la differenza di età (sono 10 anni più vecchio) e la sua ancora giovane esperienza al tempo delle terapie. Non smetterò mai di ringraziarla. Efficace, professionale, consigliatissima.

    • Attenzione durante la visita
    • Spiegazioni dettagliate
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  • E

    La dottoressa Roveran la conosco da tanto tempo , riesce a metterti a tuo agio dalla prima visita ! Mi ha aiutato tanto a capire le mie emozioni , come gestirle e come esprimerle ! Ringrazio e continuerò a essere una sua paziente !

    • Attenzione durante la visita
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  • B

    La dottoressa Roveran è stata capace di accogliere la mia richiesta con professionalità, in uno spazio in cui mi sono sentita subito a mio agio. La considero competente e attenta, la consiglieró!

     • Studio Psicoterapia Dott.ssa Prisca Roveran Torino colloquio psicologico  • 

  • L

    Una dottoressa con grande competenza e professionalità, qualità non sempre scontate per la sua età.
    Mi sono trovato molto bene anche con l’organizzazione e la bellezza dello studio.
    Brava!

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    Dott.ssa Prisca Roveran

    La ringrazio per le sue parole. Ritengo che competenza, chiarezza e cura dell’ambiente e della relazione contribuiscano a creare uno spazio sicuro, nel quale poter lavorare in modo condiviso e significativo.


  • F

    Ho iniziato da poco un percorso con la Dott.ssa Roveran.
    Mi sono trovato molto a mio agio: mi ha colpito la facilità con la quale abbiamo organizzato il tutto, la puntualità, il clima (al quale ha contribuito anche lo studio, molto carino) e soprattutto la capacita della Dott.ssa di farmi sentire a mio agio sin dalla prima seduta.

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    Dott.ssa Prisca Roveran

    La ringrazio per la condivisione. Costruire insieme uno spazio di lavoro fondato su fiducia, chiarezza e collaborazione rappresenta una base importante per l’esplorazione e la comprensione della propria esperienza.


  • M

    Professionista giovane, competente, attenta, molto disponibile. Mi sono sentita a mio agio con lei!!!

    • Attenzione durante la visita
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    Dott.ssa Prisca Roveran

    Grazie per la condivisione. La qualità della relazione è un aspetto fondamentale nel percorso psicologico e la possibilità di sentirsi a proprio agio rappresenta una base preziosa per il lavoro personale.


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Risposte ai pazienti

ha risposto a 16 domande da parte di pazienti di MioDottore

Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.

Salve, nel suo racconto si coglie uno sforzo importante, portato avanti per molti anni, nel cercare di comprendere e modificare alcuni aspetti del suo funzionamento che le creano sofferenza. Allo stesso tempo emerge una sensazione di frustrazione attuale, come se le richieste che percepisce dal terapeuta fossero poco praticabili o non sufficientemente concrete rispetto al tipo di difficoltà che vive.
La “rigidità” che descrive può essere letta non tanto come un difetto da eliminare, ma come una modalità organizzata nel tempo per mantenere un senso di controllo, prevedibilità e coerenza interna. Il fatto che lei presti attenzione ai movimenti del corpo, all’ordine, ai ritmi, o che tenda a preservare alcune condizioni (come il sonno) non è casuale: sono tutti elementi che contribuiscono a stabilizzare il suo equilibrio. In questo senso, ciò che il suo terapeuta prova a restituirle — cioè che questa rigidità ha anche una funzione e non è semplicemente “sbagliata” — va nella direzione di riconoscerne il valore adattivo.
Allo stesso tempo, lei porta con chiarezza l’altra faccia della medaglia: questa stessa modalità, quando diventa troppo pervasiva, limita la spontaneità, riduce la flessibilità e può far perdere occasioni relazionali o esperienziali. È proprio in questa tensione tra protezione e limitazione che si colloca il lavoro terapeutico.
La sua richiesta di strumenti concreti è comprensibile e legittima. Tuttavia, quando il terapeuta parla di “lasciar andare” alcuni pensieri, probabilmente non si riferisce a un atto volontario immediato, ma a un processo più graduale di modifica del rapporto che lei ha con quei pensieri e con il bisogno di controllo che li sostiene. In molti casi, la rigidità non si modifica attraverso esercizi diretti sul comportamento, ma attraverso piccole esperienze correttive che permettono, nel tempo, di tollerare una quota maggiore di incertezza senza che questo produca un crollo del funzionamento.
L’esempio che lei riporta sulla discoteca è interessante perché mette in evidenza un punto cruciale: per lei non si tratta semplicemente di “omologarsi” o fare come gli altri, ma di mantenere un equilibrio che sente fragile. La difficoltà, però, potrebbe stare nel fatto che questo equilibrio è mantenuto attraverso regole molto strette, che non ammettono variazioni. Il lavoro terapeutico, in questi casi, non è tanto spingerla a fare ciò che fanno gli altri, quanto aiutarla a esplorare se esistono margini, anche molto piccoli, in cui sperimentare una flessibilità senza sentirsi disorganizzato il giorno dopo o senza viverlo come un fallimento.
La sensazione che il cambiamento richiesto sia “impossibile” è un elemento importante da portare dentro la relazione terapeutica. Potrebbe indicare che il modo in cui le viene proposta la trasformazione non è ancora sufficientemente sintonizzato con il suo funzionamento, oppure che si sta toccando un punto in cui il cambiamento viene percepito come troppo rischioso rispetto alla funzione protettiva della rigidità.
In questo senso, più che concludere che il percorso non possa portarla a un cambiamento, potrebbe essere utile soffermarsi proprio su questa distanza che sente: tra ciò che le viene proposto e ciò che percepisce come realizzabile. È spesso dentro questa distanza, se esplorata insieme al terapeuta, che si costruiscono passaggi più graduali e sostenibili. Il cambiamento, in queste configurazioni, non avviene per sostituzione (“diventare meno rigido”), ma per integrazione: mantenere ciò che funziona per lei, iniziando però a creare spazi, anche limitati, in cui non sia solo la rigidità a guidare le sue scelte.

Dott.ssa Prisca Roveran

Domande su Tossicodipendenza

Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della risposta

Salve, la situazione che descrive è comprensibilmente carica di dubbi, preoccupazione e anche di una certa fatica emotiva. Quando si entra in contatto con un uso di sostanze così rilevante, soprattutto all’interno di una relazione affettiva, è naturale oscillare tra il desiderio di credere a un cambiamento e il timore di essere nuovamente esposti a comportamenti poco affidabili.
Partendo dalla sua domanda più diretta: un’interruzione improvvisa dopo un uso così elevato è tecnicamente possibile, ma nella pratica è spesso complessa e poco lineare. Quantità come quelle che riporta fanno pensare a un uso significativo, verosimilmente associato non solo a una componente fisica, ma anche psicologica e relazionale. In questi casi, smettere “di colpo” senza un supporto strutturato è difficile e, quando accade, tende a essere accompagnato da fasi altalenanti, più che da un cambiamento stabile e immediatamente consolidato.
Un elemento importante che lei stessa coglie è il tema della credibilità e della fiducia. Nelle situazioni di dipendenza, può capitare che la persona utilizzi la negazione o la minimizzazione, non tanto per una volontà deliberata di ingannare, ma come parte del funzionamento stesso della dipendenza, che spesso protegge il comportamento dall’essere messo in discussione. Questo non significa che ogni affermazione sia necessariamente falsa, ma che il piano delle parole e quello dei comportamenti, nel tempo, possono non essere sempre coerenti.
Allo stesso tempo, nel suo racconto emerge un passaggio significativo: l’aumento dell’uso sembra collocarsi dopo un evento emotivamente molto impattante, come la perdita della madre e l’uso di sostanze, in queste circostanze, può assumere la funzione di regolazione di stati interni molto intensi, come dolore, vuoto o disorganizzazione emotiva. Questo aiuta a comprendere il senso del comportamento, ma non lo giustifica né lo rende meno problematico sul piano concreto e relazionale.
Il punto centrale, forse, non è tanto stabilire con certezza se lui stia dicendo la verità in questo momento, quanto riconoscere che lei si trova in una posizione in cui la fiducia è stata messa alla prova e in cui ha bisogno di riferimenti più solidi e osservabili. In queste situazioni, spesso è più utile orientarsi su ciò che è verificabile nel tempo — coerenza, continuità, assunzione di responsabilità, eventuale richiesta di aiuto — piuttosto che su dichiarazioni puntuali, che da sole possono lasciare spazio a molta incertezza.
Infine, è importante considerare anche la sua posizione: vivere accanto a una persona con un uso problematico di sostanze può portare a una progressiva perdita di sicurezza interna, fatta di dubbi continui, tentativi di controllo e bisogno di capire cosa sia vero e cosa no. Anche questo merita attenzione. Più che cercare una risposta definitiva su di lui, può essere utile chiedersi quali condizioni le permettono di sentirsi tutelata, lucida e meno esposta a una dinamica che rischia di diventare destabilizzante per lei. In questo senso, il fatto che lui sia uscito di casa rappresenta già un cambiamento che può offrirle uno spazio per ri-orientarsi e ridefinire i propri confini.

Dott.ssa Prisca Roveran
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