Tempo medio di risposta:

Esperienze

Psicologa per passione, per Professione e per scelta convinta, da sempre promotrice di una visione integrata tra mente, corpo e cervello, ho improntato negli anni la mia formazione su un versante che fosse a cavallo tra le Neuroscienze e la Psicologia generale. Attualmente specializzanda in Psicoterapia Umanistico Integrata, ho conseguito inizialmente una Laurea triennale in Scienze Psicologiche e, nel corso dei miei studi, mi accorsi di come il Cervello fosse l'organo più affascinante che possa esistere al mondo dunque, una volta conseguita la Laurea Magistrale con una tesi nel settore della Neuropsicologia Sperimentale, ho scelto di conseguire un Master in quella che è una delle più naturali e validate prosecuzioni di un percorso Neuroscientifico: il Biofeedback e Neurofeedback. Con il tempo mi resi sempre più conto dell'importanza e del fascino di ogni singola branca della Psicologia, e decisi di specializzarmi nella Psicotraumatologia e nell' Etnopsichiatria, conseguendone i Master. Al momento, oltre ad attività di Docenza nel settore della Psicologia generale e delle Neuroscienze Cognitive svolgo attività di supporto Psicologico, Mindfulness per la riduzione dello stress, applico protocolli di Biofeedback e Neurofeedback (efficaci nel trattamento di disordini clinici quali ansia, stress, depressione, fobie, emicranie, insonnia, disturbo post-traumatico da stress, dipendenze, nonchè per Acufeni, Fibromialgia e per il miglioramento delle performance sportive ed artistiche) ed affiancando spesso a questo lavoro percorsi di crescita personale e di implementazione di "life skills" per il successo personale, sociale e lavorativo. Mi piace pensare a me stessa come un "semplice facilitatore", utile a donare alla persona strumenti per rendersi autonoma non appena arrivato il momento e, pur rimanendo sempre a disposizione,fare in modo che il lavoro insieme possa essere stato una bella fase di vita dedicata alla scoperta di se stessi e al ritrovamento del benessere, ma ora pronti a spiccare il volo in autonomia. Non c'è migliore soddisfazione del vedere la persona che hai seguito con passione ritornare ad esplorare il mondo con fiducia e competenza.

Altro Su di me

Aree di competenza principali:

  • Psicologia clinica

Presso questo indirizzo visito

Adulti (Solo in alcuni indirizzi)
Bambini (Solo in alcuni indirizzi)

Tipologia di visite

Consulenza online

Foto e video

Prestazioni e prezzi

  • Colloquio psicologico

    Da 50 €

  • Psicodiagnosi

    Da 70 €

  • Trattamento dello stress

    70 €

  • Test psicologici

    Da 70 €

  • Tecniche di rilassamento

    Da 65 €

Indirizzi (3)

Giulia Casole

Consulenza online

Disponibilità

Telefono

06 9762...
Italsound Lab

Via Prenestina 1132, Roma 00132

Vedi mappa si apre in una nuova scheda

Disponibilità

Modalità di pagamento (visite private)

  • Contanti
  • Bonifico
  • Bonifico istantaneo
  • PayPal

Telefono

06 9762...
Giulia Casole

Roma 00144

Vedi mappa si apre in una nuova scheda

Disponibilità

Modalità di pagamento (visite private)

  • Contanti
  • Bonifico
  • Assegno
  • PayPal

Telefono

06 9762...

Convenzioni assicurative non attive

Questo dottore accetta solo pazienti privati. Verrà richiesto un pagamento da parte tua per la prestazione o puoi ricercare un altro dottore che abbia una convenzione con la tua assicurazione

406 recensioni

Più menzionato dai pazienti

  • Attenzione durante la visita
  • Spiegazioni dettagliate
  • Efficacia del trattamento
Tutte le recensioni contano e non possono essere rimosse o modificate dai dottori a proprio piacimento. Scopri come funziona il processo di moderazione delle recensioni. Per saperne di più sulle opinioni
  • S

    Ho cercato per tanto tempo uno Psicologo ma nessuno mi dava quel senso di fiducia che mi ha dato la Dottoressa Casole, fiducia mista a una grande dolcezza e Umanità, voglia di aiutarti e solerzia. Grazie Doc

     • Italsound Lab biofeedback  • 

    Dott.ssa Giulia Casole

    Ti ringrazio per aver condiviso l' esperienza positiva del nostro lavoro insieme. Ti mando un caro saluto,
    Dott.ssa Giulia Casole


  • S

    Avevo attacchi di panico e ansia, grazie alla Dottoressa e al biofeedback mi sono passati, le sono molto grato

     • Consulenza Online consulenza psicologica  • 

    Dott.ssa Giulia Casole

    Grazie davvero.
    Un caro saluto,
    Dott.ssa Giulia Casole


  • V

    Grazie alla Dottoresssa Giulia il mio malessere ha trovato risoluzione e sto di nuovo bene, è un piacere andare da lei e parlare con lei

     • Italsound Lab primo colloquio psicologico  • 

    Dott.ssa Giulia Casole

    Grazie mille Virginia,
    Un caro saluto,
    Dott.ssa Giulia Casole


  • C

    Mi hanno dato un ottimo riferimento consigliandomi la Dottoressa Casole, sono estremamente soddisfatta del percorso che sto facendo.

     • Altro Altro  • 

    Dott.ssa Giulia Casole

    Grazie davvero per queste belle parole,
    A presto,
    Dott.ssa Giulia Casole


  • G

    Per attacchi di panico mi sono rivolto alla Dottoressa e da mesi ormai non li ho più. Ho fatto un fantastico lavoro su me stesso e sulla gestione delle mie emozioni

     • Consulenza Online consulenza online  • 

    Dott.ssa Giulia Casole

    Grazie di cuore per le belle parole.
    Dott.ssa Giulia Casole


  • M

    Ringrazio la Dottoressa Giulia Casole per il grande aiuto Professionale e umano che mi ha dato e la consiglio immensamente

     • Consulenza Online consulenza online  • 

    Dott.ssa Giulia Casole

    Grazie mille.
    Un caro saluto,
    Dott.ssa Giulia Casole


  • D

    Precisa e professionale, con la Dottoressa Casole mi sono trovato molto bene.

     • Italsound Lab primo colloquio psicologico  • 

    Dott.ssa Giulia Casole

    Ti ringrazio molto.
    Un caro saluto,
    Dott.ssa Giulia Casole


  • D

    La Dottoressa Casole è una professionista seria e competente, ho avuto il piacere di fare un percorso presso il suo studio e sono assolutamente soddisfatto.

     • Italsound Lab colloquio psicologico  • 

    Dott.ssa Giulia Casole

    Grazie davvero per le tue parole.
    A presto,
    Dott.ssa Giulia Casole


  • G

    Dottoressa preparata e qualificata. Ha fatto molti corsi e molte specializzazioni e questo mi fa sentire ancora più sicura. Mi trovo molto bene e continuerò il mio percorso con lei che sta già dando i suoi frutti. Grazie Dottoressa Giulia

     • Italsound Lab colloquio psicologico  • 

    Dott.ssa Giulia Casole

    Grazie per le belle parole d' apprezzamento. A presto,
    Cordialmente,
    Dott.ssa Giulia Casole


  • E

    Ottimo percorso con la Dottoressa, è incredibile la sua umanità e il suo ottimismo e entusiasmo nell' aiutare le persone. Studio molto carino e accogliente. Parcheggio comodissimo, gratuito e grande sotto lo studio

     • colloquio individuale  • 

    Dott.ssa Giulia Casole

    Grazie mille.
    Un cordiale saluto,
    Dott.ssa Giulia Casole


Si è verificato un errore, riprova

Risposte ai pazienti

ha risposto a 275 domande da parte di pazienti di MioDottore

Buongiorno Dottori. Circa 10 anni fa ho casualmente incontrato un uomo molto molto più giovane di me. Uscivo da un periodo terribile, avevo appena perso mia madre dopo una malattia inesorabile ed ero sentimentalmente sola già da molto tempo. Ero in cura con farmaci antidepressivi e vivevo come in mezzo ad una nebbia. Finchè, quasi mi fossi "risvegliata" da un brutto sogno, mi sono improvvisamente accorta dei suoi sguardi, delle sue attenzioni, delle sue premure nei miei confronti, ma data la notevole differenza di età ho preso la cosa con divertimento, pur essendone lusingata. Poi, è scoppiato il covid e siamo rimasti tutti isolati nelle case. Ma un giorno, inaspettatamente, lui si è presentato a casa mia, dicendo che voleva rivedermi e che mi aveva portato la colazione. L'ho fatto salire, non senza stupore, abbiamo chiacchierato un po' ma...la "scintilla", se così vogliamo chiamarla, era ormai scattata e abbiamo fatto sesso con trasporto. Pensavo fosse finita lì, e invece -poichè per motivi legati alla professione che lui svolge ci incontriamo settimanalmente - tutto è continuato. Quando l'ho conosciuto era ancora fidanzato, poi si è sposato, ha avuto un figlio, a differenza mia che ho avuto una vita sentimentale disastrosa nonostante ogni volta abbia dato tutta me stessa al partner e per far funzionare il rapporto. Il suo, sembrava un matrimonio felice, innamorato della ragazza di sempre, un figlio splendido, quello che insomma avrei voluto la vita riservasse a me. Due anni fa, mi ha inaspettatamente detto che si stava separando dalla moglie. Lo vedevo infatti da tempo incupito, con meno voglia di parlare, ma a mia richiesta rispondeva che aveva "problemi" di cui non gli andava di parlare. Sembrava essersi lasciato andare. Ingrassato, trascurato (come è anche tuttora). Avendo cambiato posto di lavoro, mi nominava spesso colleghi e soprattutto colleghe con cui di tanto in tanto usciva e, particolarmente nominava le colleghe, a suo dire tutte belle, tutte brave, con cui c'era tanto affetto. Intanto, nel frattempo, aveva lasciato moglie e figlio non potendone più della situazione in casa, separandosi tuttavia solo di fatto. La moglie gli ha negato la separazione consensuale e dunque vivono in case diverse anche se a poca distanza, per il bambino. Ne sono rimasta dispiaciuta e l'ho invitato a riflettere, a tornare sui propri passi per amore del figlio, ma lei sembra irremovibile. Non se ne è andato per me. Noi abbiamo avuto solo rapporti intimi, anche se durante i nostri incontri ci siamo conosciuti meglio, sorretti a vicenda nei momenti di crisi, confidati, ma un rapporto vero e proprio non è mai partito (nel senso uscire insieme, condividere degli spazi e degli interessi): io non l'ho chiesto, data l'insormontabile differenza d'età sapevo già dall'inizio di non poterlo pretendere, ma neppure lui l'ha fatto. Finchè, proprio durante i rapporti intimi, a un certo punto lui non ha voluto più che gli lasciassi "segni" sul corpo a causa di baci un po' troppo marcati, pretendendo tuttavia di continuare a farli a me. Già questo mi ha lasciata perplessa. Ho chiesto spiegazioni, e lui mi ha risposto che non vuole si notino, data la professione che svolge. A questo punto, ho detto che anch'io avevo però diritto a non essere "marchiata". Poi, con il trascorrere del tempo, e sempre non richiesto, ha cominciato a nominarmi spesso una collega, anche lei separata però legalmente e con due figli con cui si era incontrato di tanto in tanto, anche con gli altri colleghi, affermando che era una donna molto bella (ma lo sono anch'io), facendomi capire che indossava biancheria sexy, quando io al contrario non ho voluto indossarla non perchè non la possegga, ma perchè suppongo che il desiderio sessuale di un uomo, se è genuino, debba scattare senza ricorrere a mezzucci.... Infine, siamo arrivati a ciò che non ho potuto tollerare. E' accaduto che mentre si trovava da me, la collega lo chiamasse, e non per una volta, sul cellulare. Trovandomi lì vicino e pur non volendo, non ho potuto fare a meno di ascoltare le loro voci affettuose, e scambiarsi facezie non di lavoro, con l'intesa di sentirsi la sera. Soprattutto mi ha ferita il suo "Finalmente!" come di persona che ha aspettato tanto una telefonata ed ora che è arrivata se ne compiace. Unpo' troppo, per una collega che si ha modo di vedere tutti i giorni, o quasi. Tra l'altro e' per me inaccettabile che queste telefonate avvengano comunque in mia presenza e senza nessun riguardo per lui che sta lavorando ed anche per me che sto lavorando con lui. Non capisco perchè lui glielo permetta, perchè non le dica, come ritengo avrebbe dovuto fare, di richiamare in altra ora. Lì per lì ho fatto come sempre, vale a dire non ho commentato pur assumendo un atteggiamento freddo e distaccato, ma quando lui mi ha fatto capire attraverso baci e carezze che voleva un rapporto, mi sono rifiutata, ben decisa, stavolta, a parlare. L'ho invitato ad essere chiaro, a dirmi la verità su questa persona che stava diventando, stando alla quantità di volte in cui non richiesto me la nominava, mostrandomi la sua foto e quella dei suoi figli che tiene nel cellulare insieme a quelle del figlio legittimo, e adesso facendomi ascoltare anche le loro telefonate, sempre più ingombrante, almeno in casa mia. E che, permettendole di farle, stava dimostrando un'assoluta mancanza di rispetto, e di sensibilità nei miei confronti. Come fanno tutti gli uomini in queste situazioni, ha ovviamente negato, dicendo le solite frasi "sei gelosa, è solo una collega (che tra l'altro vede tutti i giorni), sei veramente una grande regista per mettere su tutto questo, ecc.). Ho risposto che prima di essere gelosa sono una persona che tiene molto alla sua dignità. Che, se mi riteneva una grande regista, lui si era però dimostrato un pessimo attore, e che a prescindere da tutto, non mi prestavo ad essere la "ruota di scorta". Del resto, se come suppongo ha un'altra, i rapporti intimi ora può tranquillamente averli con l'altra, io non sono la moglie. Quale dovrebbe essere, infatti, il mio ruolo? Se ne è andato incupito. Ed io mi sento distrutta. Se ha un'altra relazione perchè non dirmelo apertamente? Io, essendo una donna educata tradizionalmente, non ho mai preso "iniziative" con gli uomini, neppure quando ero più giovane. Dunque, si è trovato anche facilitato, in questo senso, io avevo già capito, non c'era bisogno che mi facesse del male. Come è potuto cambiare così? E quale dovrebbe essere ora, il mio comportamento se queste telefonate dovessero continuare ( sempre che io lo riveda)? Non so immaginare, infatti, se e quando lo rivedrò avendo lasciato del lavoro in sospeso, non credo vorrà riparlarne e neppure io, avendo già detto ciò che ho ritenuto fosse giusto dire per me, ma non si sa mai. Potreste rispondermi? Vi ringrazio, la mia sofferenza è immensa.

Buongiorno. Comprendo profondamente l'immensa sofferenza e il senso di frammentazione che sta vivendo in questo momento. Quando una relazione, seppur racchiusa entro confini non ufficiali, si protrae per dieci anni attraversando fasi cruciali della vita, essa assume un peso specifico enorme nella nostra architettura emotiva. Il dolore che prova oggi non è solo legato all'ultimo episodio della telefonata, ma è il culmine di un lungo percorso in cui la sua dignità, il suo bisogno di riconoscimento e il suo investimento affettivo si sono scontrati con una realtà che è diventata via via più ambigua e svalutante.
​Per comprendere come quest'uomo sia potuto cambiare, è necessario guardare a come è iniziata e a come si è strutturata la vostra dinamica fin dal principio. Lei è entrata in questo legame in un momento di estrema vulnerabilità, mentre elaborava il lutto per la perdita di sua madre e si trovava in uno stato di sofferenza depressiva. Le attenzioni di quest'uomo sono state una sorta di risveglio vitale, una lusinga che ha riacceso una scintilla in un momento buio. Tuttavia, la marcata differenza d'età e la consapevolezza della sua situazione sentimentale l'hanno spinta a porre un limite preventivo, quasi a protezione di se stessa: si è detta che non poteva pretendere un rapporto vero e proprio, accettando una dimensione parallela e prevalentemente intima.
​Nel corso degli anni, l'ambiguità è diventata la cifra stilistica di questo rapporto. Quest'uomo ha vissuto la sua vita "ufficiale" costruendo una famiglia, mentre manteneva con lei uno spazio protetto, privo di responsabilità quotidiane, dove trovare sostegno nei momenti di crisi e gratificazione intima. Quando la sua vita matrimoniale è entrata in crisi e si è arrivati alla separazione, il suo equilibrio psicologico è venuto meno, e questo si è riflesso anche nel suo aspetto fisico e nel suo modo di relazionarsi. La comparsa della figura della collega, i commenti sulla bellezza, i dettagli sull'intimo sexy e, infine, le telefonate affettuose in sua presenza non sono necessariamente un cambiamento improvviso, ma piuttosto la manifestazione di un bisogno di quest'uomo di cercare conferme esterne, unito a una profonda immaturità e a una progressiva mancanza di rispetto per il vostro spazio.
​L'episodio della telefonata in casa sua e sul luogo di lavoro rappresenta una violazione di un confine fondamentale. Ricevere chiamate di quel tenore, mostrarsi compiaciuto con il "Finalmente!" e ignorare il contesto lavorativo e la sua presenza non è solo una mancanza di tatto, ma un comportamento che segnala come lui stesse progressivamente dando per scontata la sua disponibilità e la sua tolleranza. La reazione difensiva di lui, che ha utilizzato la strategia di minimizzare le sue ragioni accusandola di essere "una grande regista" o "gelosa", è un classico meccanismo di negazione e manipolazione della realtà, volto a non assumersi la responsabilità delle proprie azioni e del malessere che provocano nell'altro.
​Lei ha reagito con grande fermezza, tutelando la sua dignità e rifiutando il ruolo di "ruota di scorta", e questo è un passo di fondamentale importanza per il suo valore personale. Il fatto che lei sia educata secondo principi tradizionali l'ha portata a mantenere una posizione di attesa e di discrezione, ma questo non significa dover accettare l'invisibilità o la mancanza di riguardo. Non c'è una risposta sincera da parte di lui sul perché non le dica apertamente se c'è un'altra relazione, perché farlo significherebbe rinunciare al controllo e al beneficio di avere più canali di attenzione aperti contemporaneamente.
​In merito a quale debba essere il suo comportamento futuro, specialmente in virtù del lavoro che avete in sospeso e degli incontri settimanali inevitabili, la strada da percorrere richiede la massima fermezza sui confini professionali. Se e quando vi rivedrete per motivi professionali, l'atteggiamento più protettivo per la sua serenità è quello di una rigorosa neutralità. Se dovessero verificarsi nuovamente telefonate personali e inappropriate in sua presenza, lei ha il pieno diritto di interrompere momentaneamente l'interazione lavorativa, ridefinendo lo spazio con una frase semplice e asettica, legata esclusivamente al rispetto del tempo e del lavoro comune, senza entrare nel merito della gelosia o della natura del rapporto di lui con la collega.
​Il silenzio e la distanza emotiva che manterrà d'ora in avanti non sono una punizione per lui, ma uno scudo per lei. Avendo già espresso chiaramente il suo pensiero nell'ultimo incontro, non c'è altro da chiarire o da negoziare. Questa immensa sofferenza, sebbene dolorosa, è anche il segnale che il suo sé più autentico si sta ribellando a una situazione che non le restituiva il valore che merita. Si conceda il tempo di elaborare questo strappo, focalizzandosi sul recupero della sua centralità e della sua stima personale, ricordando che proteggere i propri confini è il primo e più importante atto d'amore verso se stessi.

Dott.ssa Giulia Casole

Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…

Buonasera. Leggendo le sue parole emerge con grande chiarezza il carico di sofferenza, logorio e profonda ingiustizia che sta affrontando. La sensazione di essere "sul punto di un esaurimento nervoso", la perdita del sonno, della fame e l'ansia invalidante sono i segnali inequivocabili che il suo corpo e la sua mente stanno inviando: una risposta d'allarme del tutto sana e legittima di fronte a un ambiente che è diventato, a tutti gli effetti, insostenibile e patogeno.
​In quanto psicologo, ci tengo innanzitutto a validare il suo vissuto e a toglierle un dubbio che la tormenta: lei non ha sbagliato. Il fatto che il suo datore di lavoro si sia domandato perché lei rispondesse a differenza delle altre colleghe che "stanno zitte e dicono di sì" non indica una sua colpa, ma evidenzia la sua integrità. In un sistema aziendale disfunzionale e sottomesso alle dinamiche di potere e manipolazione di una singola figura (la collega che descrive), la sua preferenza per il confronto aperto e per la dignità personale viene percepita come una minaccia all'ordine costituito, basato sulla paura e sul silenzio. Il tentativo di isolarla, l'esclusione deliberata anche durante il pranzo e il "muro" che ha trovato fanno parte di una dinamica di punizione sociale ed emotiva volta a piegare la sua resistenza.
​È doloroso constatare che persino i suoi tentativi più maturi e civili di chiarimento, sia con il titolare che con le colleghe, siano stati strumentalizzati o ignorati. Il datore di lavoro, pur avendo ammesso lo stress in un momento di fragilità, si è dimostrato incapace di gestire la leadership e di tutelare il benessere psicofisico dei suoi dipendenti, lasciando che le dinamiche tossiche riprendessero il sopravvento immediatamente dopo. Questa realtà le dimostra che il problema non è la sua performance o la sua dedizione, che sono state massime per sette anni, ma la struttura stessa dell'ambiente in cui si trova.
​La comparsa di pensieri estremi pur di non recarsi al lavoro è un segnale di massima allerta che non va assolutamente sottovalutato. Significa che il limite della tollerabilità emotiva è stato superato e che la sua priorità assoluta in questo momento storico deve essere la tutela della sua salute e della sua incolumità psicofisica. La malattia che sta fruendo ora è uno spazio protetto fondamentale: la utilizzi non solo per riposare il corpo, ma per distanziarsi emotivamente da quel luogo e ritrovare la lucidità.
​La presenza del suo compagno nello stesso ambiente lavorativo aggiunge indubbiamente un livello di complessità e comprensibile preoccupazione, poiché il timore di ritorsioni indirette su di lui agisce come un freno alla sua capacità di difendersi legalmente. Questa è una valutazione pratica molto saggia da parte sua, ma non deve trasformarsi in una trappola che la costringe a subire in silenzio o a sacrificare se stessa.
​In una situazione del genere, l'alternativa di allontanarsi definitivamente da quell'azienda non è una resa, bensì un atto di profondo rispetto e cura verso se stessa. Proseguire in un circolo vizioso di ritorsioni, ansia e privazione del sonno rischierebbe di compromettere seriamente la sua salute a lungo termine. Il lavoro è una parte importante della vita, ma non può essere barattato con la propria integrità e la propria serenità.
​Il consiglio terapeutico principale è quello di prolungare il periodo di malattia per tutto il tempo concordato con il medico, al fine di ristabilire una base biologica minima di sonno e nutrimento, idealmente facendosi affiancare da un professionista della salute mentale sul territorio per elaborare il trauma di questo crollo relazionale. Parallelamente, utilizzi questo tempo di distacco per pianificare una strategia d'uscita, valutando la ricerca di un nuovo impiego o le dimissioni. Proteggere se stessa in questo momento è il passo più urgente e necessario, e guardare oltre quell'azienda è il primo passo per riappropriarsi della sua vita.

Dott.ssa Giulia Casole
Vedi tutte le risposte

Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.