Buongiorno , ho 33 anni e quando ne avevo 29 è finita la mia relazione dopo 4 anni perchè ho iniziat

13 risposte
Buongiorno , ho 33 anni e quando ne avevo 29 è finita la mia relazione dopo 4 anni perchè ho iniziato a chiedermi se l amassi , se stessi bene , se mi mancasse ecc ecc... sono andato subito in terapia e mi è stato detto di avere il doc da relazione.
In questi 4 anni sono sempre andato in terapia e negli ultimi due con frequenza settimanale.
Ho imparato come funziona e da cosa deriva questa mia continua ricerca di conferme ma in questi anni quando ho conosciuto 3 ragazze il doc si è rifatto vivo e lottando alla fine mi arrendevo.
Ora non sono certo che la mia psicoterapeuta cognitivo comportamentale mi stia davvero aiutando.
Naturalmente cerco su internet e mi esce che per il doc la terapia piu efficace è la ERP , cosa che la mia psicoterapeuta non fa.
Non so piu cosa fare, ricominciare un percorso sarebbe difficile mentalmente perche è come se avessi buttato via questi anni ma non voglio neanche rimanere bloccato senza poter decidere in maniera autonoma e secondo quello che sento se una persona è compatibile o meno con me. Grazie.
Dott. Alessandro Arone
Psichiatra, Psicoterapeuta
Catanzaro
Consideri la possibilità di discuterne approfonditamente con uno psichiatra: il DOC risponde sì alla psicoterapia ma spesso può necessitare di un trattamento farmacologico in concomitanza, con benefici significativi.

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Dott.ssa Anna De Martino
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Salerno
Buongiorno,
la ringrazio per aver scritto in modo così chiaro e onesto. Si percepisce molto bene la fatica profonda che sta vivendo, ma anche il lavoro serio che ha fatto in questi anni su di sé.
Vorrei dirle innanzitutto una cosa importante: non ha buttato via nulla. Questi anni di terapia le hanno permesso di comprendere il funzionamento del suo DOC, di riconoscerne i meccanismi, le origini e le dinamiche. Questa consapevolezza è un passaggio fondamentale e non va minimizzata, anche se oggi sente di essere ancora bloccato.
Quello che descrive è molto tipico del DOC da relazione: il dubbio non riguarda solo “questa persona sì o no”, ma soprattutto la possibilità stessa di fidarsi delle proprie sensazioni, di distinguere ciò che è emozione autentica da ciò che è ansia, controllo, bisogno di certezza. È per questo che, nonostante la comprensione razionale, il problema tende a riattivarsi ogni volta che entra in gioco un legame significativo.
Rispetto alla sua domanda sulla terapia: è vero che, per il DOC, gli interventi basati sull’esposizione con prevenzione della risposta (ERP) hanno una solida evidenza scientifica. Tuttavia, non tutte le terapie cognitive-comportamentali lavorano allo stesso modo e non tutti i professionisti utilizzano l’ERP in maniera strutturata, soprattutto quando il DOC è più “mentale” e meno comportamentale, come nel DOC relazionale. Questo non significa automaticamente che il lavoro fatto finora sia sbagliato, ma può spiegare perché lei percepisca di essere arrivato a una sorta di stallo.
Il punto centrale, però, non è solo “quale tecnica”, ma come viene lavorato il suo rapporto con il dubbio, con l’incertezza e con il bisogno di controllo emotivo. Molte persone con DOC relazionale non soffrono tanto perché “non amano abbastanza”, ma perché non tollerano l’idea di non poter avere una risposta definitiva e garantita sui propri sentimenti. E questo, nel tempo, può portare a rinunciare alle relazioni non per mancanza di compatibilità, ma per sfinimento.
Il suo timore di ricominciare un nuovo percorso è comprensibile: cambiare terapeuta può essere vissuto come una sconfitta o come un azzeramento. In realtà, può essere anche una fase evolutiva del percorso, soprattutto se oggi il suo bisogno è diverso rispetto a quattro anni fa. Non si tratta di cancellare ciò che è stato fatto, ma eventualmente di integrare o riorientare il lavoro, magari chiarendo apertamente con la sua attuale terapeuta i dubbi che sta avendo sul metodo e sugli obiettivi.
Infine, mi colpisce molto ciò che scrive quando dice: “non voglio rimanere bloccato senza poter decidere in maniera autonoma”. Questo è un obiettivo terapeutico molto sano. La libertà decisionale non nasce dall’assenza di dubbi, ma dalla capacità di scegliere anche in presenza del dubbio, senza che questo diventi il criterio principale con cui giudicare una relazione.
Se lo desidera, un primo colloquio con un professionista esperto può servirle non per “ricominciare da zero”, ma per fare chiarezza su come proseguire, con quali strumenti e con quali obiettivi realistici.
Le auguro di poter ritrovare, passo dopo passo, fiducia nel suo sentire e nelle sue scelte.
Dott.ssa Alessandra Notaro
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, grazie per aver condiviso la sua esperienza.
Si percepisce il lavoro svolto finora nel cercare di capire se stesso nonostante i dubbi e le paure che possono attanagliare il percorso terapeutico.
Forse la questione non è se questi anni siano stati “sprecati” - in quanto il percorso terapeutico non segue una linea dritta, ma è una strada da delineare di volta in volta - forse la domanda da porsi è cosa hanno permesso di imparare questi anni su di lei, sul suo modo di stare in relazione, quali paure emergono, ecc.
Il dubbio sulla terapia può essere un segnale importante da ascoltare. Non tanto per decidere subito cosa fare, ma per esplorare cosa le manca in questo percorso e cosa desidererebbe di diverso, sia in terapia sia nelle relazioni.
La terapia è una relazione di per sè quindi è normale che anche al suo interno si possano presentare gli stessi dubbi che emergono nelle sue relazioni. La invito quindi a condividere i suoi dubbi con il/la suo/a terapeuta. Resto a disposizione per eventuali chiarimenti e ulteriori informazioni. Le auguro una buona giornata
Dott.ssa Jessica Sesti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno. Dal tuo messaggio emerge una sofferenza molto specifica e anche una buona consapevolezza del tuo funzionamento. Il DOC da relazione non riguarda la mancanza di sentimenti, ma l’intolleranza al dubbio e la continua ricerca di certezze emotive che, paradossalmente, finiscono per bloccare ogni scelta. Il fatto che il problema si ripresenti con partner diversi è coerente con questo quadro e non indica che tu “non sia capace di amare”.

Il punto che stai toccando ora è importante: non tanto se la tua terapeuta sia “brava” o meno, ma se il lavoro che state facendo è sufficientemente mirato sul meccanismo centrale del disturbo. L’ERP non è una tecnica opzionale nel DOC, ma uno strumento fondamentale per interrompere il circolo ossessione–controllo–evitamento. Comprendere il problema è necessario, ma spesso non è sufficiente se non si lavora in modo diretto sull’esposizione al dubbio e sulla rinuncia alle rassicurazioni.

Il timore di “aver buttato via anni” è comprensibile, ma è anche una trappola cognitiva frequente: quegli anni non sono persi, ti hanno dato linguaggio, consapevolezza e strumenti. Allo stesso tempo, restare in un percorso che senti fermo solo per paura di cambiare rischia di mantenere lo stallo che temi. Cambiare terapeuta o integrare un lavoro più esplicitamente orientato all’ERP non significa azzerare tutto, ma fare un aggiustamento di rotta.

La tua richiesta finale è molto chiara e sana: poter decidere senza essere governato dall’ansia. Questo è un obiettivo realistico, ma richiede di accettare che la scelta relazionale non sarà mai accompagnata da certezze emotive assolute. Il lavoro terapeutico serve proprio a questo: aiutarti a tollerare il dubbio senza doverlo risolvere. Se oggi senti che questo passaggio non sta avvenendo, è legittimo fermarti, parlarne apertamente con la tua terapeuta o valutare un secondo parere. Non è un fallimento, è parte del prendersi cura di sé in modo responsabile.
Dott.ssa Virginia Vazzoler
Psicoterapeuta, Psicologo
Treviso
E' comprensibile la paura che hai espresso qui; quando dopo un lungo periodo ci si guarda indietro e si ha la sensazione che “non sia cambiato abbastanza”, è facile pensare di aver perso tempo. Spesso però la terapia riguarda parti interne e maggiori consapevolezze. Il fatto che tu oggi ti stia ponendo queste domande non è sinonimo di aver perso tempo, ma un segnale di attenzione verso di te e verso ciò di cui hai bisogno adesso. A volte si può aver necessità di cambiare terapeuta, portando nel nuovo percorso ciò che si è imparato dalla vecchia esperienza e cosa oggi si sente di essere mancante, anche portando questi dubbi apertamente in uno spazio di ascolto.
Resto a disposizione,
buona giornata
Dott.ssa Virginia Vazzoler
Dott.ssa Barbara Agnoli
Psicoterapeuta, Psicologo
Napoli
Gentile,
ogni percorso di psicoterapia ci fornisce di consapevolezze e capacità che non si volatilizzano quando lo concludiamo o cambiamo percorso. Abbia fiducia in quanto fatto finora. Penso sarebbe importante parlare dei suoi dubbi riguardo all'efficacia della terapia proprio con la sua psicoterapeuta perché è nella relazione che ci costruiamo e sviluppiamo nuove competenze, che poi portiamo nelle relazioni esterne. Buona vita!
Dott.ssa Samuela Carmucco
Psicologo, Psicoterapeuta
Palermo
Salve, ne ha parlato con la sua terapeuta? questi dubbi spesso, se portati in terapia, offrono la possibilità di stare insieme su questioni altrimenti difficilmente rilevabili. Intendo che, la sua perplessità merita ascolto e potrebbe essere una chiave importante ai fini della terapia e del suo "sblocco" stesso.
Dott. Matteo Bianchimano
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Modena
Buongiorno,
la sua sofferenza è comprensibile e il modo in cui la descrive mostra che in questi anni ha fatto un lavoro serio e impegnativo su di sé. Non ha “buttato via” il tempo in terapia: ciò che ha imparato sul funzionamento del DOC, sulle sue origini e meccanismi è patrimonio acquisito, anche se oggi sente di essere in una fase di stallo.
Nel DOC da relazione è frequente che, ogni volta che nasce un legame affettivo, si riattivino dubbi, controlli interni e bisogno di certezze assolute. Il punto cruciale non è tanto capire perché accade — cosa che lei sembra aver già fatto — quanto come ci si relaziona a questi pensieri quando si presentano. Da questo punto di vista, è vero che le linee guida indicano nella ERP un intervento particolarmente efficace, questo non significa automaticamente che la sua terapeuta stia “sbagliando”, ma può darsi che l’approccio attuale non sia più sufficiente per la fase in cui si trova ora. È legittimo, e spesso sano, portare apertamente questo dubbio in seduta.
Il timore di ricominciare da capo è molto umano, ma cambiare o riorientare un percorso non equivale a cancellare ciò che è stato fatto. A volte non serve “ricominciare”, ma aggiustare la direzione. L’obiettivo, come lei dice bene, non è decidere se una persona è “giusta” eliminando ogni dubbio, ma recuperare la possibilità di scegliere senza essere governato dall’ansia.
Un confronto chiaro con la terapeuta può essere un passo di continuità, non di fallimento.
Un caro saluto.
Dott. Marco Lenzi
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno,
Grazie per la sua domanda.
Le chiedo se con il percorso in atto con la collega sente di aver fatto dei passi avanti. Se affermativo, ritengo che il tempo e l'energia spesi nella terapia siano stati efficaci e abbiano permesso a lei di diventare più consapevole di dinamiche comportamentali disfunzionali. Infatti, emerge come lei abbia una maggiore conoscenza della sua ricerca di conferme e di come questa avviene.
Sul piano tecnico, non è per forza vero che un determinato approccio terapeutico sia sempre efficace con tutti i pazienti che sono affetti da una determinata patologia. Emerge perciò una maggiore soggettività che può essere legata a un successo o ad una non risoluzione del trattamento: a riprova di ciò, l'impegno del professionista e del paziente e la forza e profondità della relazione terapeutica costruita sono fattori determinanti per l'esito della terapia. Ritengo importante parlare con la sua psicoterapeuta riguardo la sua percezione di ridotta utilità del percorso in modo da trovare insieme la soluzione più adatta per lei.
Il dialogo tra paziente e terapeuta è fondamentale.
Resto a disposizione per ulteriori informazioni e domande.
Cordiali saluti
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,
quanto descrivi è coerente con ciò che viene definito DOC da relazione, una forma di disturbo ossessivo che si manifesta con dubbi continui sui propri sentimenti e sulla compatibilità con il partner. È positivo che tu abbia seguito un percorso terapeutico e che tu abbia acquisito consapevolezza dei meccanismi del disturbo: questo è un passo fondamentale.

È vero che, per il DOC, la terapia più studiata ed efficace è la cosiddetta ERP (Esposizione con Prevenzione della Risposta), che consiste nel confrontarsi gradualmente con i pensieri ossessivi senza mettere in atto i comportamenti di controllo, al fine di ridurre ansia e dubbi compulsivi. Tuttavia, anche altre forme di psicoterapia cognitivo-comportamentale possono aiutare, soprattutto nel costruire consapevolezza, strategie di gestione e comprensione delle dinamiche relazionali.

Il senso di frustrazione che provi rispetto al percorso fatto finora è comprensibile: non significa che il tuo lavoro sia stato inutile, ma può indicare che è arrivato il momento di valutare insieme a uno specialista se un approccio più mirato all’ERP possa essere utile per te. Un confronto con uno psicoterapeuta esperto in DOC può aiutarti a decidere il passo successivo senza dover “ricominciare da zero”, ma integrando ciò che già hai appreso.

Per questo motivo, ti consiglio di approfondire la situazione con uno specialista esperto in disturbi ossessivi, in modo da individuare il percorso più adatto alle tue esigenze e recuperare autonomia nelle scelte relazionali.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, io le suggerisco di prendere in considerazione la pratica della Mindfulness, che è estremamente utile affiancata anche ad una psicoterapia ed indicata nei casi di DOC. In generale, la pratica della Mindfulness ci aiuta ad avere un rapporto diverso con i nostri pensieri, che di conseguenza non hanno più un peso disturbante nella nostra vita; inoltre, praticare con costanza ci porta a vedere con chiarezza quali scelte sono più adatte a noi. In bocca al lupo!
Dott.ssa Giulia Scalvini
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Brescia
Buongiorno,
grazie per aver condiviso una storia così delicata e personale. Si sente tutta la tua stanchezza, ma anche il desiderio profondo di non rimanere bloccato e di poter finalmente fidarti di ciò che senti, senza che il dubbio prenda il controllo.
Capisco molto bene la confusione che stai vivendo. Dopo anni di lavoro su di te è normale chiedersi se la terapia che si sta facendo sia davvero quella giusta, soprattutto quando il problema si ripresenta e quando online si leggono indicazioni che sembrano andare in un’altra direzione. È umano anche il timore di “aver buttato via tempo”: in realtà, nulla di ciò che hai fatto in questi anni è perso, perché hai costruito consapevolezza, linguaggio emotivo e conoscenza di te, anche se oggi questo non ti sembra sufficiente.
Detto questo, la cosa più importante ora non è prendere decisioni affrettate o restare da solo con questi dubbi, ma portare apertamente queste domande nella relazione con la tua terapeuta. Parlare con lei del fatto che ti senti fermo, che temi di non stare migliorando come vorresti, e che ti stai interrogando sul ruolo dell’ERP nel DOC da relazione è un passaggio fondamentale. Non è una mancanza di fiducia, né un attacco: è parte del lavoro terapeutico.
Ogni percorso cognitivo-comportamentale può avere sfumature diverse, tempi diversi e strumenti diversi. L’ERP è certamente una tecnica molto utilizzata nel DOC, ma il modo in cui viene integrata, il momento in cui introdurla e il lavoro che la precede dipendono molto dalla storia della persona e dalla formulazione del caso. Solo confrontandoti apertamente con la tua terapeuta potrai capire se: state già lavorando in una direzione coerente, anche se non la chiama ERP in modo esplicito oppure se c’è spazio per modificare il focus del trattamento o ancora, se insieme potete valutare serenamente altre opzioni.
Il punto centrale è che tu non devi decidere tutto da solo e non devi scegliere tra “restare bloccato” o “buttare via tutto”. La terapia è anche il luogo in cui poter dire: “Ho paura di non stare migliorando”, “Mi sento confuso”, “Ho letto cose che mi fanno dubitare”. Proprio questo tipo di dialogo può diventare parte della cura.
Il tuo desiderio di poter scegliere una relazione in modo libero e autentico è legittimo, e il fatto che tu sia ancora qui a cercare una strada dice che non ti sei arreso. Ti incoraggio davvero a fare questo passo: porta queste parole alla tua terapeuta, così come sono. Da lì potrà nascere maggiore chiarezza, qualunque direzione prenderà il tuo percorso.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gessica Turiello
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Salerno
Buongiorno,
l'Esposizione e Prevenzione della Risposta (ERP), è una tecnica tipicamente cognitivo comportamentale, usata comunque anche in altri orientamenti a seconda del caso specifico. Tuttavia, la buona riuscita di una terapia non è determinata da una tecnica, ma contiene in sè una moltitudine di fattori: la storia clinica, la partecipazione al percorso, il rapporto terapeutico, la persona stessa del terapeuta che come lei diceva va ad essere o meno "compatibile" per un certo tipo di paziente, la modalità con cui vengono proposte e gestite determinate tecniche, sia da parte del terapeuta che da parte del paziente, ecc ecc. La cosa che mi sentirei di dirle, è parlane in massima trasparenza e tranquillità con la sua psicoterapeuta, che certamente saprà aiutarla a trovare delle risposte. Auguri per tutto!
Dott.ssa G.T.

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