Domande del paziente (5)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Confalone

    Salve ragazzo,
    no, non è “folle” per il fatto di aver sollevato il tema. In una relazione non contano solo i grandi gesti affettivi, ma anche la gestione concreta delle piccole cose quotidiane: spostamenti,... Altro


    Salve, scrivo per cercare di capire come vede, dall’esterno, la mia situazione un professionista.
    Premetto che sono single, sono un ragazzo, ho 25 anni, esattamente come la ragazza di cui parlerò.
    Un paio di mesi fa incontrai questa ragazza in una discoteca fuori dalla mia città, dove io lavoro. Era lì con dei suoi amici per puro caso.
    Durante la serata non ci siamo mai parlati nonostante sapevamo entrambi chi eravamo, ovvero che ci vedevamo tantissime volte in altri locali della nostra città ma non ci siamo mai parlati.
    Io l’ho sempre conosciuta, per le voci che giravano, come una alla ricerca costante di lusso, hype social e soldi. Come una che era uscita da 2 anni da una relazione di 5vanni tossica, con il suo ex che la comandava, manipolava, ricattava ecc. (lei stessa mi racconterà tutto ciò in seguito)
    Dopo la serata lei inizia a seguirmi su qualsiasi social e mi scrive; curioso che mi scrisse inizialmente per risolvere un problema sentimentale che aveva con un suo amico e mi volesse parlare come se ci conoscessimo da sempre.
    La aiutai, in quanto il suo amico era anche mio, ma nei giorni successivi lei tornò molto insistente nel cercarmi.
    Per farla breve, nel giro di una settimana inizia una frequentazione importante. Ci scriviamo dal buongiorno alla buonanotte ogni giorno. Complimenti su complimenti, parole dolci, chiamate infinite per farci compagnia di notte ecc. Tutto perfetto e magico.
    Dopo 2 settimane cosi, si fida anche di salire in auto con me (e dico “si fida” perchè non sale mai con nessun ragazzo per paura di eventuali “secondi fini”) per andare a ballare insieme. È una passione che abbiamo entrambi, ci piace e abbiamo le rispettive compagnie di amici che condividono con noi tutto questo. Ci andiamo 4 volte a settimana, giusto per far capire la frequenza.
    Continua tutto così per circa 1 mese. Sembra tutto perfetto, ripeto, lei mi sta vicina, si affida totalmente a me, comincio ad andare in casa sua, usciamo anche da soli svariate volte, ci scriviamo sempre h24, ci baciamo appassionatamente e dopo una serata abbiamo pure avuto un rapporto sessuale che si è poi ripetuto in altre svariate occasioni durante il giorno normalmente.
    Un sera, di punto in bianco, andiamo in un evento da soli e comincia a ignorarmi parecchio; flirta con svariati ragazzi, si lascia spalpazzare, sparisce lasciandomi da solo per poi riapparire dopo un po’ di tempo con un ragazzo a mano, parla e balla poco con me.
    La cosa si ripete per le successive serate (almeno 4/5) finchè io le comincio a chiedere spiegazioni a riguardo, del tipo: spiegami perchè mi dici che sono “la tua luce”, “il ragazzo che non ha mai avuto” e poi quando entriamo in un locale ultimamente cerchi altri e mi ignori, mi sento leggermente sfruttato e non un amico.
    Da quella mia richiesta di spiegazioni, ha iniziato a vedere tutto quello che le dicessi come un attacco ed una privazione della sua libertà. Ha cominciato a dirmi di non comportarmi cosi perchè le stavo facendo rivivere l’incubo dell’ex.
    Siamo solo amici, è vero, ma il fatto che ci stiamo sentendo e che ti porti io in un locale presuppone che tu voglia stare con me; non che io ti porti e poi tu faccia quello che vuoi, parere mio eh.
    Le incomprensioni continuano praticamente ad ogni serata perchè le ho dato spesso dell’incoerente e della persona poco rispettosa; finchè lei arriva al punto di dirmi: “senti io sono fatta cosi; quando andiamo a ballare un po’ mi annoio e ricerco dell’adrenalina, io ferma a ballare non ci sto. Ho bisogno di attenzioni, di essere sempre al centro e di sentirmi adorata. Per questo vado anche da altri ragazzi a fare magari dei complimenti o a mostrarmi, solamente perchè ho bisogno di farmi vedere e di validazione”.
    Comprendo la cosa e inizio un po’ a confrontarmi con i miei amici, mossa maledetta perchè lei ha cominciato a ribaltarmi l’accusa di incoerenza contro di me, per il fatto che giro con amici a loro volta incoerenti, sfruttatori ecc ecc.
    Va avanti in qualche modo tutto cosi, fino all’altro ieri: dopo una settimana di litigi (sempre riguardanti il fatto che lei si sente oppressa, limitata da me e in dovere di spiegare ogni suo comportamento), mi scrive: “senti, vieni alla serata di stasera? Ho bisogno assoluto della tua presenza. Senza di te non vado. A me di ignorarti a tratti, come abbiamo fatto questa settimana passata, non piace. Quindi vieni che andiamo insieme se vuoi, ti aspetto”.
    Decido di andare.
    Completamente a caso, a metà serata comincia a isolarsi e a schifarmi in tutto quello che io faccia o dica; non c’era nessun motivo, eravamo molto tranquilli e felici, secondo me. arriva, proprio vicino a dove eravamo, un ragazzo con la quale lei si sente e conosce da anni; immediatamente cominciano a limonare e stare vicinissimi e abbracciati. E lei stava lì con lui abbracciata (guardandomi) proprio mentre io ero rimasto a qualche metro da loro, con un amico incontrato lì. Non tornerà mai più con me, continueranno a baciarsi per tutta la sera e alla fine andrà a casa con lui mano nella mano, SENZA NEMMENO SALUTARMI (ma incrociando gli sguardi mi ha detto “cosa vuoi?” in modo un po’ arrogante). E sottolineo che è quest’ultima parte ad avermi infastidito parecchio, non il fatto che si sia baciata quell’altro (è single e lo può fare).
    Ora è proprio da 3 giorni che sembra sparita totalmente. Non mi scrive. Non mi risponde a messaggi (normalissimi che ci mandavamo sempre). Non mi risponde alle chiamate. Non risponde ai miei amici. Però le storie instagram me le guarda e continua a pubblicare regolarmente anche lei. Quindi che devo fare ora? Le ho scritto proprio il giorno dopo: “ciao, come stai? Perchè non mi hai salutata ieri sera? È successo qualcosa?”.
    Che devo fare? Devo insistere? io ho bisogno di spiegazioni. Sto piangendo da giorni e ho perso pure l’appetito dimagrendo 5kg.
    Molti mi suggeriscono il silenzio ma non ci riesco. Devo sentire la sua voce, i suoi pensieri, cosa effettivamente è successo. Perchè giuro non riesco a comprendere.
    Odio il ghosting. Lei l’ha messo in pratica varie volte dopo i litigi con me ed io con lei 1 volta. Ma dopo 1 giorno ci chiarivamo ed era tutto ok. Ora il fatto che siano già 3 giorni di no contact mi preoccupa parecchio. io non voglio e non la devo perdere così; se lei mi spiegasse e volesse allontanarsi almeno lo saprei e se ne potrebbe parlare. Ma volatilizzarsi cosi dal nulla pur mantenendo una presenza social costante, mi fa male malissimo.
    Chiudo dicendo che non ho mai avuto l’intenzione di volerla come fidanzata eh; questo gliel’ho sempre detto e pure lei nei miei confronti. Semplicemente un’amicizia profondissima e anche un po’ intima quasi da fratello e sorella capito?
    Lei mi ha sempre detto “quello che siamo noi, lo sappiamo solo noi”.
    Questo deve essere chiaro ed è fondamentale secondo me.
    In attesa di una risposta, grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Confalone

    Gentile ragazzo,
    da ciò che racconti emerge una situazione emotivamente molto intensa, ma anche molto confusa e sbilanciata.
    La prima cosa importante da chiarire è questa: anche se tu dici di non volerla come fidanzata, il tipo di legame che descrivi non è una semplice amicizia. Messaggi continui, chiamate notturne, baci, rapporti sessuali, confidenze profonde, uscite insieme, bisogno reciproco di presenza: tutto questo crea inevitabilmente un coinvolgimento affettivo. Anche se non c’è un’etichetta ufficiale, il legame esiste. E quando un legame esiste, esistono anche aspettative, ferite e senso di rispetto.

    Il punto non è che lei sia single e possa baciare un altro ragazzo. Su questo hai ragione: formalmente è libera. Il problema, però, è il modo in cui è accaduto: chiederti di andare perché “ha bisogno assoluto della tua presenza”, passare la serata con te e poi ignorarti, baciare un altro davanti a te, andare via senza salutarti e successivamente sparire. Questo non è un comportamento neutro. È un comportamento che, comprensibilmente, può farti sentire usato, svalutato e messo da parte.

    Detto questo, bisogna anche guardare con lucidità un altro aspetto: lei ti aveva già dato diversi segnali. Ti aveva detto di avere bisogno di attenzioni, validazione, adrenalina, di sentirsi al centro. Ti aveva anche detto che quando si sentiva messa in discussione viveva le tue richieste come controllo o privazione della libertà. Questo non significa che tu stessi necessariamente sbagliando, ma significa che tra voi si è creato un incastro molto difficile: tu chiedevi coerenza, chiarezza e rispetto; lei viveva queste richieste come pressione, accusa o limitazione.

    Da fuori, la dinamica sembra questa: tu sei entrato in un ruolo molto importante per lei, quasi di punto di riferimento emotivo, ma senza che lei fosse realmente disponibile a darti stabilità, continuità e rispetto relazionale. Lei cercava presenza, protezione, attenzione e intimità, ma allo stesso tempo voleva mantenere totale libertà, anche comportandosi in modi che per te erano dolorosi. Questa combinazione, per chi si lega emotivamente, è molto destabilizzante.

    Sul ghosting: capisco perfettamente che ti faccia male. Il silenzio, soprattutto dopo un’intimità forte, può essere vissuto come una forma di abbandono improvviso. Però devi fare attenzione a una cosa: rincorrere una persona che non risponde rischia di farti perdere ulteriormente equilibrio e dignità. Tu hai già scritto, hai già chiesto spiegazioni, hai già provato a contattarla. Se lei non risponde, in questo momento ti sta comunque comunicando qualcosa: non vuole, non sa o non riesce a sostenere un confronto né una relazione.

    E qui arriva la parte più difficile: non puoi costringerla a darti una spiegazione. Puoi desiderarla, puoi meritarla, puoi averne bisogno, ma non puoi ottenerla insistendo. Anzi, più insisti, più rischi di darle la possibilità di vederti come “oppressivo”, confermando nella sua mente l’idea che tu la stia controllando, anche se il tuo bisogno nasce dal dolore.

    Il mio consiglio è: fermati. Non per punirla, non per fare strategia, non per “vincere”, ma per proteggerti.

    Puoi mandarle, al massimo, un ultimo messaggio molto breve e maturo.
    Poi basta. Davvero basta.

    Non chiamate, non altri messaggi, non controllare continuamente le storie, non cercare segnali nascosti sui social. Il fatto che guardi le tue storie non significa necessariamente che voglia tornare o chiarire. I social spesso alimentano illusioni, interpretazioni e dipendenza emotiva.

    La cosa più importante, però, è ciò che dici alla fine: stai piangendo da giorni, hai perso l’appetito e sei dimagrito 5 kg. Questo è un segnale da non sottovalutare. Non perché tu sia “debole”, ma perché il tuo sistema emotivo è andato in forte allarme. In questo momento devi spostare il centro dell’attenzione da lei a te. Parla con qualcuno di fidato, mangia anche poco ma regolarmente, dormi, evita di andare negli stessi locali per qualche giorno se sai che potresti incontrarla o cercarla, e se questo stato continua rivolgiti a uno psicologo dal vivo. Non per “dimenticarla”, ma per capire perché questa dinamica ti ha agganciato così profondamente.

    In sintesi: tu puoi chiederle rispetto, ma non puoi obbligarla a dartelo. Puoi desiderare un chiarimento, ma non puoi inseguire chi scappa. Puoi volerle bene, ma non devi distruggerti per una persona che oggi non sta mostrando cura verso il tuo dolore.

    Il silenzio, in questo caso, non deve essere una tattica. Deve essere un confine. E il confine serve a ricordarti una cosa fondamentale: anche se il rapporto non aveva un nome, tu meriti comunque rispetto.

    Ti auguro il meglio e di trovare presto la felicità.


    Buongiorno è da circa un anno che sto andando dallo psicologo per un cambiamento che volevo attuare nella mia vita, fino a dicembre andava tutto bene e mi sembrava di aver fatto progressi, ma da febbraio dopo ogni seduta non mi sento meglio.... anzi mi sento più confusa e persa e in agitazione,
    in particolare nelle ultime sedute mi sono sentita attaccata perché non stavo facendo nulla di pratica per cambiare (però stavo vivendo un periodo di stanchezza emotiva e fisica veramente difficile) e sentirmi dire che se non mi fossi decisa a fare qualcosa non avrei concluso niente, sarei stata infelice etc mi sono sentita veramente male; ho sentito che c'erano su di me aspettative che avevo deluso, deadline non rispettate etc ma io in quel periodo mi sentivo proprio immobile e non nello stato mentale per cambiare.
    Quando le ho esposto il mio stato d'animo riguardo le sue pressioni mi ha detto che l'aveva fatto per istigarmi, per smuovermi un po' ma io mi son sentita attaccata, non sicura e forzata a fare cose che nel momento non riuscivo, inoltre poi parlando di altre cose che avevo scoperto su di me in questo periodo etc mi ha chiesto se le parole che dicevo erano mie o di altri e questo mi ha fatto sentire umiliata e messa in dubbio (durante il percorso ci sono state anche alcune occasioni in cui non percepito di esser compresa appieno)
    inoltre sento di non riuscire più a dire certe cose perché percepisco la sua agitazione
    per il resto non ci sono stati atteggiamenti sbagliati nei miei confronti, mi appare comunque come una persona disponibile e aperta all'ascolto
    ma dopo queste sedute io continuo a ripensare alle sue parole e sento che metto in dubbio in me stessa, e mi agito
    l'idea di proseguire mi mette agitazione perché temo di sentirmi di nuovo male e giudicata, mi sento osservata e sotto esame
    e invece il pensiero di cambiare terapeuta mi fa sentire meglio
    spero di essermi spiegata,
    cosa dovrei fare?
    Vi ringrazio

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Confalone

    Gentilissima,
    si è spiegata molto bene. Quello che descrive merita attenzione, perché in un percorso psicologico non conta solo “fare progressi”, ma anche sentirsi sufficientemente al sicuro per poter parlare, dubitare, fermarsi, portare fragilità e momenti di blocco.

    È normale che alcune sedute possano essere faticose. La terapia non sempre fa uscire più leggeri: a volte apre domande, muove emozioni, porta confusione temporanea. Però c’è una differenza importante tra una fatica utile e una fatica che lascia la persona spaventata, giudicata, umiliata o sotto esame. Da ciò che racconta, il problema non sembra essere solo il contenuto delle sedute, ma il fatto che lei non si senta più pienamente al sicuro nella relazione terapeutica.

    Il punto centrale è questo: lei ha vissuto alcuni interventi della terapeuta come pressione, giudizio e svalutazione. Magari l’intenzione della professionista era davvero quella di “smuoverla”, come le ha spiegato; tuttavia, in terapia non conta solo l’intenzione del terapeuta, conta anche l’effetto che quell’intervento produce nel paziente. Se l’effetto è stato farla sentire attaccata, inadeguata, bloccata e impaurita all’idea di tornare in seduta, questo va preso sul serio.

    Quando una persona attraversa un periodo di stanchezza emotiva e fisica, può non essere pronta per un cambiamento pratico immediato. A volte, prima di agire, serve recuperare energie, capire meglio cosa sta succedendo, tollerare l’immobilità senza trasformarla subito in fallimento. Sentirsi dire, in un momento così, che “se non si decide a fare qualcosa non concluderà niente” può essere percepito come una spinta eccessiva, soprattutto se lei in quel momento non aveva risorse sufficienti per muoversi.

    Anche la frase sulle parole “sue o di altri” può avere un senso clinico se detta con delicatezza, perché a volte in terapia si esplora quanto alcuni pensieri siano davvero nostri o interiorizzati dall’esterno. Ma se lei l’ha vissuta come un dubbio sulla sua autenticità o come una forma di umiliazione, allora è importante parlarne. Non perché qualcuno debba per forza avere “ragione” o “torto”, ma perché la relazione terapeutica si basa proprio sulla possibilità di portare anche queste rotture.

    Prima di decidere definitivamente, potrebbe fare una cosa: dedicare una seduta solo a questo tema. Non parlare del cambiamento, degli obiettivi o di cosa “deve fare”, ma della relazione terapeutica. Potrebbe dire chiaramente: “Nelle ultime sedute mi sono sentita sotto pressione, giudicata e non più al sicuro. Mi accorgo che sto iniziando a censurarmi e che l’idea di venire qui mi mette agitazione. Vorrei capire se possiamo lavorare su questa cosa, perché per me è diventata centrale.”

    La risposta della terapeuta sarà molto importante. Se accoglie ciò che lei porta, se si ferma, se prova a capire l’effetto che ha avuto su di lei, se modifica il modo di lavorare e ricostruisce con lei un clima di fiducia, allora forse questa crisi può diventare un passaggio utile del percorso.

    Se invece lei si sente nuovamente liquidata, giudicata, spinta o non compresa, allora cambiare terapeuta può essere una scelta legittima e sana. Non è un fallimento. Non significa che l’anno fatto sia stato inutile. A volte un percorso ci accompagna fino a un certo punto, poi il bisogno cambia, oppure cambia il modo in cui viviamo quella relazione.

    Il fatto che il pensiero di cambiare terapeuta la faccia sentire meglio è un segnale da ascoltare, non necessariamente da seguire impulsivamente, ma da prendere sul serio. La terapia dovrebbe essere uno spazio anche difficile, sì, ma non uno spazio in cui ci si sente costantemente osservati, sotto esame o intimoriti dal dire certe cose.

    La cosa più importante è questa: il suo sentirsi male dopo le sedute non va ignorato. È un’informazione preziosa. In terapia si può attraversare il disagio, ma non si dovrebbe perdere la fiducia nella possibilità di essere accolti.

    Le auguro tutto il bene possibile dal suo percorso teraputico.


    Salve ho 50 anni e premetto che sono sempre stato ipocondriaco e ansioso, da qualche tempo ho paura di strozzarmi deglutendo il cibo, ho una sensazione di avere tra gola e palato un bolo, a tavola mangio poco o quasi nulla per paura di soffocarmi. Ma la cosa che mi preoccupa è che da quando ho avuto il problema di aver paura di soffocare, ho perso qualche chilo per me di troppo, sono alto 196 e attualmente peso intorno agli 80 chili.. Sto mangiando molto meno rispetto a prima solo pasta e frutta a pranzo e poco a cena. Ho paura di andare sottopeso o che non riesca a recuperare. Ho paura di avere qualche patologia, mi misuro spesso pressione, ho fatto recenti analisi sangue che sono risultate regolari. Ho paura di non riuscere a superare questo problema.Attendo un vostro gradito consiglio.. Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Confalone

    Salve,
    quello che descrive merita attenzione, ma non va letto automaticamente come il segno di una patologia grave. In una persona con una storia di ansia e ipocondria, la paura di soffocare durante la deglutizione può diventare un circolo vizioso molto forte: avverto una sensazione in gola, mi spavento, controllo di più, mangio con tensione, deglutisco peggio, evito alcuni cibi, mangio meno, perdo peso, e la perdita di peso aumenta ancora di più la paura.

    La sensazione di “bolo” tra gola e palato può comparire anche in condizioni di ansia, tensione muscolare, reflusso, irritazioni locali o difficoltà funzionali della deglutizione. Naturalmente, a distanza non è possibile fare diagnosi, quindi la cosa più corretta è fare prima una valutazione medica mirata: medico di base ed eventualmente otorinolaringoiatra o gastroenterologo, soprattutto se la difficoltà persiste, peggiora o si associa a dolore, vomito, sangue, febbre, raucedine importante, difficoltà anche con i liquidi o perdita di peso non spiegabile.

    Nel suo caso, però, lei riferisce un dato importante: sta mangiando molto meno da quando ha paura di soffocare. Questo significa che il calo di peso potrebbe essere legato soprattutto alla riduzione dell’alimentazione, non necessariamente a una malattia nascosta. Le analisi del sangue regolari sono un elemento rassicurante, anche se non sostituiscono una visita se il sintomo alla gola continua.

    Le suggerirei tre passaggi pratici.

    Il primo è non affrontare tutto solo come “forza di volontà”. Se la paura è intensa, serve un aiuto specifico. Uno psicologo o psicoterapeuta, meglio se esperto in ansia, ipocondria, panico o disturbi dell’alimentazione legati alla paura di deglutire, può aiutarla a lavorare gradualmente sull’evitamento. Più evita il cibo, più il cervello impara che mangiare è pericoloso; più riprende in modo graduale e protetto, più il cervello può disimparare l’allarme.

    Il secondo è proteggere il peso nell’immediato. Finché la paura è alta, può essere utile scegliere alimenti più facili da deglutire ma nutrienti: passati, vellutate, yogurt, frullati, puree, uova morbide, pesce morbido, ricotta, budini, creme, pasta ben condita e ben cotta. Non resti solo su pasta e frutta, perché rischia di assumere poche proteine e poche calorie. Anche un consulto con un nutrizionista può aiutarla a mantenere il peso mentre affronta la paura.

    Il terzo è ridurre i controlli ripetuti. Misurare spesso la pressione, controllare continuamente la gola o monitorare ossessivamente il peso dà sollievo per pochi minuti, ma poi alimenta l’ansia. L’obiettivo non è ignorare il corpo, ma passare da un controllo continuo a controlli concordati con il medico.

    Quindi, in sintesi: faccia una visita medica mirata per escludere problemi organici della gola/deglutizione; nel frattempo non restringa troppo l’alimentazione; e soprattutto chieda aiuto psicologico per la paura di soffocare e per l’ansia ipocondriaca. È un problema che può migliorare, ma va affrontato presto perché l’evitamento del cibo tende a rinforzarsi.

    Il fatto che lei sia preoccupato non significa che sia “condannato” a restare così. Significa che il suo sistema d’allarme si è acceso troppo, e ora va aiutato a spegnersi gradualmente, con sicurezza e senza forzature estreme.


    Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
    visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
    nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
    se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
    il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
    mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Confalone

    Gentile utente,
    la situazione che descrive va presa sul serio, ma senza trasformarla subito nella prova di un pericolo imminente. Lei racconta una storia molto chiara: soffre da anni di ipocondria, o per meglio dire ansia per la salute, e anginofobia, e negli ultimi mesi questa paura è aumentata in concomitanza con un evento familiare molto stressante: la malattia di sua moglie. Questo collegamento è importante.
    Quando l’ansia si alza molto, la deglutizione può diventare “sorvegliata”. Un atto normalmente automatico viene controllato, anticipato, bloccato. Lei mastica all’infinito, controlla la gola, si prepara al pericolo, contrae i muscoli del collo e della faringe, e proprio questa tensione può produrre la sensazione di non riuscire a mandare giù, di avere fastidio retronasale, di “chiudere” la gola o di fare versi involontari. In altre parole: più cerca di rendere sicura la deglutizione, più rischia di renderla innaturale e faticosa.

    Detto questo, una risposta seria deve distinguere due livelli.

    Il primo livello è medico. Lei ha già fatto una visita otorinolaringoiatrica con fibroscopia, dalla quale è emerso reflusso gastroesofageo. Il reflusso può contribuire a sensazioni di nodo alla gola, bruciore, fastidio retronasale e irritazione. La sensazione di “bolo” o corpo estraneo in gola può essere associata anche a reflusso, tensione muscolare e ansia; viene spesso descritta come “globus”. La Cleveland Clinic, ad esempio, indica reflusso, tensione della gola, stress e ansia tra le possibili cause della sensazione di nodo in gola.

    Il secondo livello è psicologico-comportamentale. Qui il problema non è solo “deglutire”, ma il circolo della paura: temo di soffocare, controllo ogni boccone, irrigidisco la gola, evito cibi, mangio solo in condizioni di sicurezza, mi vergogno in pubblico, poi la paura cresce ancora. Questo meccanismo può diventare molto invalidante anche quando non c’è una patologia grave alla base.

    Rispetto alla sua domanda: “si può morire se l’acqua va di traverso?” In generale, un piccolo episodio di acqua “di traverso” in una persona vigile, che tossisce e respira, di solito non porta a morte. La tosse è proprio un riflesso di protezione. Diverso sarebbe se ci fossero episodi ripetuti di soffocamento reale, tosse importante durante quasi ogni pasto, voce gorgogliante dopo aver bevuto, difficoltà respiratoria, febbre, infezioni respiratorie ricorrenti o perdita di peso marcata. Questi sono segnali per cui è bene rivalutare rapidamente la situazione con il medico.

    Quindi: deve fare altri esami? Non posso dirglielo io a distanza. Però può fare una cosa ragionevole: tornare dal medico curante o dall’otorino spiegando non solo la paura, ma anche i sintomi concreti: difficoltà con solidi e liquidi, eventuale tosse, calo di peso, reflusso, episodi di blocco volontario della gola. Sarà il medico a decidere se basti trattare meglio il reflusso, se serva una valutazione foniatrica/logopedica della deglutizione, oppure se siano indicati altri accertamenti. Non partirei dall’idea che debba per forza fare subito un esame invasivo, ma nemmeno resterei solo nella paura.

    Sul piano pratico, però, il punto centrale è intervenire sull’anginofobia. Le consiglierei fortemente una psicoterapia mirata, meglio se con un professionista esperto in ansia, fobie specifiche, panico e disturbi ossessivi. In questi casi spesso è utile un lavoro graduale di esposizione: non forzarsi brutalmente a mangiare “come prima”, ma ricostruire passo passo fiducia nella deglutizione, riducendo i comportamenti di sicurezza come masticare all’infinito, bere continuamente per controllare, mangiare solo se c’è qualcuno, evitare i pasti in pubblico.

    Nel frattempo può adottare alcune strategie di buon senso:

    Non mangi in piedi o di fretta. Si sieda, schiena dritta, bocconi piccoli, ritmo lento ma non eccessivamente controllato.
    Eviti di trasformare ogni boccone in una prova di sopravvivenza. Più controlla il gesto, più lo rende meccanico e innaturale.
    Scelga alimenti morbidi ma nutrienti, non solo alimenti “sicuri”. Se restringe troppo, il peso cala e l’ansia aumenta.
    Riduca i rituali di controllo, come masticare all’infinito o avere sempre bisogno di bere dopo ogni boccone. Si possono ridurre gradualmente, non di colpo.
    Chieda aiuto ora, perché la combinazione tra malattia di sua moglie, matrimonio in crisi, ansia per la salute e paura di mangiare è troppo pesante da gestire da solo.

    Aggiungo una cosa importante: il peggioramento dopo la diagnosi di sua moglie non è “casuale”. Quando una persona ansiosa vive un evento traumatico o destabilizzante, spesso l’angoscia si sposta sul corpo. La paura della malattia, della perdita, della solitudine o dell’impotenza può concentrarsi su un sintomo fisico preciso. Nel suo caso, la gola e la deglutizione sono probabilmente diventate il punto in cui si scarica l’allarme.

    In sintesi: non interpreti automaticamente queste sensazioni come segno che sta per morire soffocato, ma non le lasci nemmeno crescere nell’evitamento. Faccia un confronto medico mirato e, soprattutto, inizi o riprenda un lavoro psicologico specifico sull’anginofobia. La priorità non è “convincersi che non succederà nulla”, ma tornare gradualmente a mangiare, deglutire e vivere senza che ogni boccone diventi un esame.

    Le auguro ogni bene per la sua vita e per la sua famiglia.

    Valerio Confalone


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