Domande del paziente (2565)

    Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
    visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
    nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
    se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
    il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
    mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    da quello che descrive emerge un quadro molto coerente con una anginofobia (paura di soffocare/deglutire) già presente da tempo e che, in questo periodo di forte stress emotivo (la malattia di sua moglie è un evento altamente impattante), si è intensificata in modo significativo.

    Quando l’ansia si alza, soprattutto in persone con una sensibilità ipocondriaca e con storia di evitamento, può succedere che la deglutizione venga “monitorata” in modo eccessivo. Questo porta a tre effetti tipici:

    aumento della tensione dei muscoli della gola e del collo
    percezione alterata del passaggio del bolo (sensazione che “vada nel posto sbagliato”)
    sensazione di blocco o “mancato passaggio” anche con cibi o liquidi sicuri

    In questi casi è molto frequente anche il cosiddetto “globo faringeo”, cioè la sensazione di nodo in gola o passaggio difficile, che però non corrisponde a un’ostruzione reale.

    Sul rischio di soffocamento o polmonite

    Da quanto descrive (capacità di deglutire, anche se con ansia, e assenza di episodi documentati di vera inalazione importante), il rischio di soffocamento o di polmonite ab ingestis nella vita quotidiana è in generale molto basso in persone con deglutizione funzionalmente conservata.
    La polmonite ab ingestis si associa di solito a disturbi neurologici o a gravi alterazioni della deglutizione, che non emergono dal quadro che racconta.

    La sensazione di “acqua che va nel buco sbagliato” o di difficoltà respiratoria durante la deglutizione, in molti casi, è legata a ipercontrollo ansioso e tensione muscolare, più che a un reale problema meccanico.

    Il ruolo del reflusso

    La fibroscopia che ha evidenziato un po’ di reflusso gastroesofageo è un elemento importante: il reflusso può:

    irritare la gola
    aumentare la sensibilità locale
    amplificare la percezione di “corpo estraneo”

    Questo può rendere ancora più facile l’innesco del circolo ansia → tensione → percezione alterata → più ansia.

    Evitamento e peggioramento del sintomo

    Il fatto che lei riferisca vergogna nel mangiare in pubblico e “strategie di controllo” (masticare molto, bloccare volontariamente la gola, controllare la deglutizione) è comprensibile, ma purtroppo mantiene il problema nel tempo. Più si cerca di controllare la deglutizione, più il gesto diventa automatico e “straniero”, alimentando la paura.

    È necessario fare altri esami?

    Ha già svolto una valutazione otorinolaringoiatrica con fibroscopia recente, che è un esame importante per escludere cause organiche rilevanti.
    Ulteriori accertamenti (come la gastroscopia) non sono automaticamente necessari, ma possono essere valutati solo se il medico curante o lo specialista riscontrano segnali clinici specifici (calo ponderale, disfagia progressiva oggettiva, dolore importante, rigurgiti frequenti, ecc.).

    In assenza di questi elementi, spesso il focus più utile diventa un altro.

    Cosa aiuta davvero in questi casi

    Quando la componente ansiosa è centrale, il trattamento più efficace non è l’ulteriore controllo medico, ma un lavoro su:

    gestione dell’ansia e dell’ipervigilanza corporea
    riduzione dei comportamenti di evitamento e controllo
    ristrutturazione della paura del soffocamento
    graduale esposizione al gesto del deglutire senza “controllo eccessivo”

    Un percorso psicologico mirato (ad esempio cognitivo-comportamentale, eventualmente integrato con tecniche sul trauma e sulla regolazione emotiva) può essere molto utile, soprattutto considerando anche il forte stress che sta vivendo in questo periodo.

    In sintesi

    Il quadro che descrive è molto compatibile con una riacutizzazione di un disturbo ansioso legato alla deglutizione, amplificato da stress importante e tensione muscolare, più che con un pericolo reale di soffocamento.

    È comunque importante non restare soli con questi sintomi, perché quando si cronicizzano tendono a restringere sempre di più la qualità di vita.

    È consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, sia per escludere eventuali fattori organici residui, sia soprattutto per impostare un lavoro mirato sull’ansia e sulla paura del deglutire.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Gentili dottori, mi trovo in una situazione difficile da cui non riesco ad uscirne.
    Ho 29 anni, sono laureato in Beni Culturali e attualmente studio archeologia alla magistrale.
    Nel mio palazzo c'è uno studio dentistico, il dottore lo conosco da molti anni.
    Un giorno mi fermo' e mi chiese se qualche volta, la mattina potevo scendere per aiutarlo al computer con l'hard disk. Da lì è iniziata questa situazione. Piano piano sono passato ad aprire la porta, rispondere al telefono, fare servizi sino a diventare un dentista a tutti gli effetti. Adesso sto alla poltrona, aspiro il sangue, con lo specchietto e cose così.
    Ovviamente mi dà una ricompensa ma io ho comunque il mio percorso e le mie attività. Nonostante ciò mi ha preso anche la divisa e vuole farmi scendere anche il pomeriggio.
    La cosa che mi dà fastidio è che prima di tutto io non sono un dentista, sono un archeologo. Seconda cosa il dottore non recepisce.
    Sia io sia mio padre gli diciamo che ho l'università che devo continuare, fare esami e attività, nonostante questo mi fa andare continuamente.
    Una volta dice siamo da soli fai uno sforzo scendi, l'altra volta mi ha detto non puoi fare un'eccezione?
    Non è perché io non voglio lavorare ma ho il mio percorso, la mia vita, la devo interrompere per fare il dentista?
    Che cosa c'entra un Archeologo in uno studio dentistico?
    Come faccio ad uscire da questa situazione?
    Anche mio padre ha parlato con lui dicendo che ho l'università, devo seguire i corsi, ma il dottore non recepisce nonostante questo mi fa venire. Se io dico allora domani inizio l'università e lui mi risponde ah domani? Ci metti in difficoltà, non puoi fare un'eccezione?
    Vi sembra normale?
    Posso mai dire no non mi va più?
    Se io sapevo dall'inizio tutto questo non avrei accettato, ma è partita semplicemente come un aiuto al computer.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    da ciò che racconta emerge una situazione in cui, gradualmente, si sono confusi i confini tra un aiuto occasionale e un coinvolgimento sempre più invasivo nella vita lavorativa del dottore. Questo può generare molta fatica emotiva, senso di colpa e difficoltà a dire “no”, soprattutto quando si ha davanti una persona conosciuta da tempo e che tende a fare leva sul bisogno reciproco o sulla difficoltà organizzativa dello studio.

    Il punto centrale è che lei non sta sbagliando a voler portare avanti il suo percorso universitario e professionale. Lei ha scelto un’altra strada, investendo tempo, energie e identità nella sua formazione in archeologia. Il fatto che abbia aiutato una persona non significa che debba rinunciare ai suoi obiettivi o sentirsi responsabile del funzionamento dello studio dentistico.

    Spesso situazioni come questa si instaurano in modo progressivo: si parte da una richiesta piccola e ragionevole, poi pian piano si creano aspettative sempre maggiori. Questo può portare chi aiuta a sentirsi “intrappolato”, anche senza aver mai dato un vero consenso a un impegno così ampio. Inoltre, il fatto che lei continui ad accettare, pur con disagio, probabilmente porta il dottore a pensare che in fondo la situazione le vada bene o che sia ancora disponibile.

    È importante ricordare che:

    dire “no” non significa essere egoisti o ingrati;
    non è sua responsabilità risolvere l’organizzazione dello studio;
    non deve giustificare continuamente il fatto di avere la sua vita, i suoi studi e i suoi progetti;
    il disagio che prova è un segnale importante da ascoltare.

    Lei ha il diritto di interrompere questa collaborazione, soprattutto considerando che sta svolgendo mansioni che non appartengono alla sua formazione professionale. Non è necessario trovare una “scusa perfetta” o aspettare che l’altro comprenda pienamente. A volte le persone insistono non perché non capiscano, ma perché sperano che l’altro continui a cedere.

    Probabilmente la difficoltà maggiore, per lei, è tollerare il senso di colpa o la paura di deludere il dottore. In questi casi può essere utile una comunicazione chiara, ferma e non negoziabile, ad esempio:

    “Ti ringrazio per la fiducia, ma da questo momento devo concentrarmi completamente sull’università e non posso più collaborare con lo studio.”

    Senza entrare in continue spiegazioni o trattative. Più si spiegano le motivazioni, più l’altra persona potrebbe cercare eccezioni o compromessi.

    Dal suo racconto emerge anche una certa pressione psicologica (“ci metti in difficoltà”, “non puoi fare un’eccezione?”) che rischia di farle sentire il peso delle necessità altrui come se fossero un suo dovere personale. Ma non lo sono.

    Credo che potrebbe esserle utile approfondire questa difficoltà nel mettere confini e nel sentirsi autorizzato a dire “basta”, perché spesso questi meccanismi si ripresentano anche in altri ambiti relazionali.

    Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, per comprendere meglio le dinamiche emotive coinvolte e rafforzare la capacità di tutelare i propri spazi e i propri obiettivi personali.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    quali sono i disturbi della personalità, me ne diagnostico tanti?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    I “disturbi della personalità” sono un insieme di condizioni psicologiche in cui alcuni modi di pensare, sentire e comportarsi risultano rigidi, pervasivi e poco adattivi, cioè tendono a ripetersi in molte situazioni della vita e possono creare difficoltà significative nelle relazioni, nel lavoro o nel benessere personale.

    Nel DSM-5 (il manuale diagnostico di riferimento in ambito clinico) vengono raggruppati in tre grandi “cluster”:

    Cluster A (comportamenti eccentrici o sospettosi)

    Disturbo paranoide di personalità
    Disturbo schizoide di personalità
    Disturbo schizotipico di personalità

    Cluster B (emotività intensa e impulsività)

    Disturbo borderline di personalità
    Disturbo narcisistico di personalità
    Disturbo istrionico di personalità
    Disturbo antisociale di personalità

    Cluster C (ansia e insicurezza)

    Disturbo evitante di personalità
    Disturbo dipendente di personalità
    Disturbo ossessivo-compulsivo di personalità (da non confondere con il DOC)

    È importante sottolineare che molte persone possono riconoscersi in alcuni tratti descritti sopra, soprattutto leggendo informazioni online, ma questo non significa avere un disturbo. La diagnosi infatti non si basa su singoli comportamenti o su un’autovalutazione, ma su una valutazione clinica approfondita che considera la storia personale, la pervasività dei sintomi e il livello di sofferenza o compromissione nella vita quotidiana.

    Autodiagnosticarsi “tanti disturbi” è un’esperienza piuttosto comune, soprattutto quando si cercano risposte online, ma può generare confusione e aumentare l’ansia senza offrire un reale chiarimento.

    Per questo motivo, se questi interrogativi stanno diventando frequenti o fonte di preoccupazione, è consigliabile approfondire con uno specialista, che possa aiutare a dare un significato più preciso a ciò che si sta vivendo, senza etichette affrettate.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    masturbazione a 50 anni è normale? sento questa necessita almeno 3 volte a settimana e non ho una relazione stabile . sento che il corpo ne ha bisogno e cerco di assecondarlo eppure mi sembra di essere tornato adolescente

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    La masturbazione a 50 anni è assolutamente normale. La sessualità non ha una “scadenza” e il desiderio sessuale può rimanere presente e vitale in ogni fase della vita. Il fatto di sentire il bisogno di masturbarsi anche più volte a settimana, soprattutto in assenza di una relazione stabile, non indica di per sé un problema psicologico o comportamentale.

    Anzi, la masturbazione può avere diverse funzioni positive: permette di scaricare tensioni, favorisce il rilassamento, aiuta il contatto con il proprio corpo e con il piacere, e può contribuire al benessere emotivo e fisico. La frequenza non è ciò che definisce una situazione “normale” o “anomala”: ciò che conta è capire se questo comportamento viene vissuto con serenità oppure con disagio, senso di colpa o perdita di controllo.

    Il sentirsi “tornato adolescente” potrebbe dipendere dal fatto che spesso la società associa il desiderio sessuale intenso solo alla giovinezza, ma in realtà il bisogno di piacere, contatto corporeo e gratificazione resta una componente naturale dell’essere umano anche in età adulta e matura.

    Diventa utile interrogarsi maggiormente solo se:

    la masturbazione diventa l’unico modo per gestire ansia, solitudine o stress;
    occupa gran parte della giornata o interferisce con lavoro, relazioni e vita sociale;
    viene vissuta con forte sofferenza o compulsività.

    Da ciò che descrive, però, sembra più il tentativo di ascoltare un bisogno corporeo naturale che un comportamento problematico.

    In ogni caso, se sente il desiderio di comprendere meglio il significato di questo bisogno o vivere la sessualità con maggiore serenità, può essere utile approfondire con uno specialista.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    buongiorno, MI STO SEPARANDO DAL MIO COMPAGNO. aBBIAMO UNA CONVIVENZA DI FATTO DALLA QUALE è NATOUN BAMBINO CHE PGG HA QUASI 4 ANNI. IL MIO EX COMPAGNO ANCORA NON VA VIA DA CASA MIA, SOSTIENE DI AVERE UNA SITUAZIONE PRECARIA E NON RIUSCIRE A TROVARE SOLUZIONI IN AFFITTO.
    iO MI SENTO AVVILITA PERCHè NON SO COME GESTIRE LA SITUAZIONE SENZA CREARE DANNI ULTERIORI A MIO FIGLIO E ASENZA DOVER RICORRERE AD AVVOCATI E TRIBUNALI. ABBIAMO CONTATTATO GIà UN MEDIATORE PER CERCARE DI STABILIRE ACCORDI CHIARI ALMENO PER IL BAMBINO. SIAMO IN ATTESA CHE ARRIVI L'ACCORDO SCRITTO.
    D'ALTRO CANTO LA MIA FAMIGLIA DI ORIGINE NON HA DI BUON OCCHIO IL MIO EX COMPAGNO E STO SUBENDO PRESSIONI AFFINCHè ESCA DALLA MIA CASA ANCHE CON GUERRE INFINITE E SOPRATUTTO MI SENTO COSTANTEMENTE CONTROLLATA DA MIA MADRE CHE NON ACCETTA COME MI STO MUOVENDO PER CERCARE DI LIMITARE I DANNI.
    MI SENTO SOPRAFFATTA DA TUTTA QUESTA SITUAZIONE, NELLA QUALE TUTTI SONO VITTIME TRANNE IO E MIO FIGLIO.
    NON RIESCO ATROVARE ACCORDI RAGIONEVOLI CHE NESSUNO DEI DUE.
    cOSA DEVO FARE?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che sta vivendo è una situazione molto complessa e carica emotivamente, perché si intrecciano contemporaneamente la fine di una relazione, la gestione della convivenza, il ruolo genitoriale e le pressioni della famiglia di origine. È comprensibile che lei si senta sopraffatta e senza uno spazio mentale in cui riuscire a capire davvero cosa desidera e cosa sia sostenibile per lei e per suo figlio.

    Da ciò che racconta emerge però un elemento molto importante: state già cercando una strada di mediazione e questo, soprattutto quando ci sono figli piccoli, rappresenta spesso un tentativo maturo e responsabile di limitare i conflitti. Un bambino di quasi 4 anni non ha bisogno di genitori perfetti, ma di adulti che riescano a contenere la guerra emotiva e a mantenere una certa stabilità relazionale attorno a lui.

    È importante ricordare che proteggere suo figlio non significa necessariamente “fare tutto subito” o “scegliere la soluzione più drastica”, ma trovare un equilibrio tra tempi emotivi, organizzativi e pratici. Se il suo ex compagno sta realmente cercando una soluzione abitativa e nel frattempo la convivenza rimane sufficientemente gestibile e non pericolosa, può avere senso darsi un tempo chiaro e definito, evitando però che la situazione resti indefinita troppo a lungo, perché l’incertezza cronica rischia di aumentare stress, tensioni e ambiguità per tutti.

    Parallelamente, mi colpisce molto il peso che sta vivendo rispetto a sua madre e alla sua famiglia. Quando ci si separa, spesso le famiglie di origine tendono a intervenire con convinzioni molto forti su ciò che “si dovrebbe fare”, ma questo può far sentire la persona ancora più confusa, controllata e poco libera di ascoltare i propri bisogni reali. Lei invece ha bisogno di uno spazio mentale autonomo, non di sentirsi tirata da parti opposte.

    In questo momento forse la domanda non è soltanto “cosa devo fare?”, ma anche:

    quali sono i miei limiti emotivi concreti?
    cosa riesco ancora a sostenere?
    quali condizioni minime servono perché la convivenza temporanea non diventi distruttiva?
    come posso proteggere mio figlio senza annullare me stessa?

    Cerchi, per quanto possibile, di:

    mantenere comunicazioni pratiche e chiare con il suo ex compagno;
    evitare discussioni davanti al bambino;
    definire tempi e confini concreti;
    ridurre l’influenza delle pressioni esterne quando aumentano il suo senso di colpa o confusione;
    ritagliarsi uno spazio personale di ascolto e supporto.

    Non deve affrontare tutto da sola né scegliere immediatamente tra “subire” o “fare guerra”. Esistono vie intermedie più sane e rispettose anche se, in questo momento, fatica a vederle.

    Credo che per lei sarebbe molto utile approfondire la situazione con uno specialista, così da avere uno spazio protetto in cui chiarire emozioni, bisogni, confini e modalità di gestione della separazione e della co-genitorialità.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrivi è molto comune: da una parte c’è la necessità di protezione e serenità rispetto alla contraccezione, dall’altra il peso emotivo di dover affrontare un tema intimo in famiglia.

    Prima cosa importante: hai 23 anni e sei pienamente libera di scegliere un metodo contraccettivo in autonomia, senza bisogno del consenso dei genitori. La scelta della pillola è una decisione sanitaria personale e può essere gestita anche in totale riservatezza tramite consultorio o ginecologo.

    Detto questo, il tuo bisogno di parlarne con tua madre nasce probabilmente dal legame di fiducia che avete, ma anche dal timore di “nascondere” qualcosa. È comprensibile, ma non è obbligatorio coinvolgerla se questo ti mette a disagio.

    Sul piano pratico
    Puoi rivolgerti a un consultorio o a un/una ginecologo/a: la visita e la prescrizione sono riservate.
    In Italia la tutela della privacy sanitaria è garantita: non è previsto che i genitori vengano informati.
    Se il tuo timore è “essere scoperta”, vale la pena sapere che la gestione è personale, salvo situazioni particolari che non riguardano la maggior parte dei casi.
    Sul piano relazionale: come parlarne con tua madre (se scegli di farlo)

    Non serve entrare nei dettagli della tua vita sessuale. Puoi mantenere il discorso su un piano sanitario e di benessere personale. Ad esempio:

    “Ho parlato con un/una medico/a e vorrei iniziare un metodo contraccettivo più sicuro per stare tranquilla.”
    “È una scelta che sto facendo per la mia salute e per vivere le mie relazioni in modo responsabile.”
    “Preferirei non entrare nei dettagli, ma volevo dirtelo perché per me è importante essere serena e sincera con te.”

    Se lei dovesse reagire con domande o giudizi, può essere utile riportare il focus su di te:

    “Capisco le tue preoccupazioni, ma è una decisione che riguarda la mia salute e la sto gestendo con un professionista.”
    Un punto importante

    Il preservativo resta comunque fondamentale: la pillola protegge dalla gravidanza, ma non dalle infezioni sessualmente trasmissibili. Spesso la combinazione dei due è la scelta più sicura soprattutto all’inizio di una relazione.

    In sintesi

    Non esiste una “modalità giusta” universale per dirlo a tua madre: dipende da quanto ti fa stare serena coinvolgerla. A 23 anni puoi anche scegliere di non informarla e affidarti direttamente a un consultorio o a uno specialista, senza che questo rappresenti una mancanza di trasparenza.

    In ogni caso, vista la componente emotiva e l’ansia che questa situazione ti sta generando, può essere utile approfondire il tema con uno specialista, sia per la scelta contraccettiva più adatta a te sia per trovare un equilibrio più sereno nella gestione dei confini familiari.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera,
    Sono fidanzata da quasi 8 anni ed Ho scoperto sulla cronologia del suo telefono siti pornografici e di escort locali aperti… quando ho provato ad affrontarlo lui mi ha detto che era stato un suo amico ad aprire ed a contattare escort, e che lo aveva fatto con il telefono del mio ragazzo per paura che la moglie lo scoprisse. Ho insistito per farmi dire la verità ma alla fine si è concentrato sul fatto che io non credendoci non mi fido di lui… io in realtà adesso verso di lui ho mancanza di fiducia.. che devo fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    quello che descrive può creare molta confusione, dolore e insicurezza, soprattutto all’interno di una relazione lunga e significativa. In situazioni come questa, spesso il problema non è soltanto “cosa sia successo davvero”, ma anche come il partner reagisce quando viene affrontato un tema delicato.

    La fiducia in una coppia si costruisce attraverso trasparenza, coerenza e possibilità di dialogo. Quando emerge qualcosa che genera dubbi, è comprensibile avere bisogno di spiegazioni chiare e rassicurazioni concrete. Il fatto che lei oggi senta una mancanza di fiducia non significa che stia sbagliando o che sia “troppo sospettosa”: è una reazione emotiva naturale davanti a qualcosa che ha incrinato il senso di sicurezza nella relazione.

    Allo stesso tempo, è importante evitare di entrare in un circolo fatto di controlli continui, accuse o bisogno costante di conferme, perché questo rischia di aumentare tensione e sofferenza per entrambi. Più che cercare prove, può essere utile osservare alcuni aspetti:

    il suo compagno riesce ad accogliere il suo disagio emotivo oppure sposta il discorso solo sul fatto che lei “non si fida”?
    mostra disponibilità a chiarire e ricostruire serenamente il dialogo?
    i suoi comportamenti nel tempo risultano coerenti con ciò che dice?
    lei, accanto a lui, si sente ascoltata e rassicurata oppure confusa e colpevolizzata?

    Una relazione sana non elimina i dubbi, ma permette di affrontarli insieme senza svalutare le emozioni dell’altro.

    Non è possibile stabilire dall’esterno quale sia la verità dei fatti, ma è importante che lei non metta da parte ciò che sente. Le emozioni che prova meritano attenzione e ascolto.

    Se questa situazione continua a generare ansia, pensieri ricorrenti o difficoltà nella relazione, potrebbe essere molto utile approfondire con uno specialista, individualmente o anche attraverso un percorso di coppia, per comprendere meglio dinamiche, bisogni e possibilità di ricostruire la fiducia.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio? visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento. A volte sembra che blocco la deglutizione e sento il cibo che va quasi giù verso il fondo della gola e lì mi sale l amsia e la tachicardia e bevo immediatamente sperando do riuscire a ingoiare mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso (come se mamdassi il cibo nella oarte sbagliatq) . Ho rischiato la polmonite ab ingesti? sento fastodiot vago al petto, non è che qualcosa sarà passato do là? come me ne accorgo della polmonite? morirò?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    da ciò che descrive emerge un quadro molto compatibile con un’importante componente ansiosa e fobica legata alla deglutizione (anginofobia/fagofobia), che sembra essersi intensificata in seguito al forte stress emotivo legato alla malattia di sua moglie e alla situazione familiare che sta vivendo. In questi casi l’ansia può alterare profondamente la percezione del normale atto di deglutire, portando la persona a controllare continuamente i movimenti della gola, irrigidire la muscolatura e interpretare sensazioni corporee normali come segnali di pericolo.

    Il fatto che la fibroscopia ORL sia risultata sostanzialmente nella norma, con solo reflusso gastroesofageo, è già un elemento rassicurante. Il reflusso stesso può causare fastidio alla gola, sensazione di corpo estraneo, bruciore retronasale, tosse o percezione di “cibo che va nel posto sbagliato”, aumentando ulteriormente l’attenzione e la paura.

    Quando si entra in uno stato di ipercontrollo ansioso durante la deglutizione, può succedere di:

    contrarre i muscoli della gola,
    interrompere volontariamente il riflesso della deglutizione,
    fare movimenti o versi “di protezione”,
    avvertire la sensazione che il cibo non scenda bene,
    avere tachicardia, fame d’aria o panico.

    Questi fenomeni, per quanto molto spaventosi, non significano automaticamente che il cibo sia andato nei polmoni. Una vera aspirazione importante generalmente provoca tosse intensa, soffocamento marcato, difficoltà respiratoria evidente e sintomi respiratori persistenti. Una polmonite ab ingestis non compare semplicemente per una sensazione soggettiva di “aver mandato qualcosa di traverso”, ma tende a manifestarsi con febbre, tosse produttiva, peggioramento respiratorio, dolore toracico e malessere generale nei giorni successivi.

    Dal suo racconto non emergono segnali tipici di un’emergenza respiratoria imminente. L’idea del “morirò?” sembra molto collegata al circolo dell’ipocondria e dell’ansia: più controlla la deglutizione, più la irrigidisce; più la irrigidisce, più avverte sensazioni anomale; e questo aumenta ulteriormente la paura.

    Evitare completamente gli accertamenti per paura può però alimentare il problema. Se i sintomi dovessero peggiorare o se comparissero reali difficoltà oggettive di deglutizione, perdita di peso importante, tosse frequente durante i pasti o episodi respiratori evidenti, potrebbe essere utile confrontarsi anche con un gastroenterologo o un foniatra per escludere definitivamente problematiche organiche. Tuttavia, considerando la storia che racconta, appare molto importante soprattutto affrontare la componente ansiosa e fobica attraverso un percorso psicologico o psicoterapeutico, possibilmente cognitivo-comportamentale, che aiuta molto in questi disturbi.

    Le consiglio quindi di non affrontare tutto questo da solo e di approfondire con uno specialista, sia per il versante medico sia soprattutto per quello psicologico, perché questa sofferenza sta incidendo significativamente sulla sua qualità di vita.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Cosa deve fare un genitore di due figli uno di 11 e uno di 7 che si accorge del fatto che si stanno esplorando fisicamente ? Non voglio che ricolleghino a questo evento qualcosa di negativo, parlarne? O non parlarne?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quando un genitore si accorge che due fratelli si stanno esplorando fisicamente, la prima cosa importante è cercare di mantenere la calma ed evitare reazioni impulsive, punitive o fortemente allarmate. Nei bambini, soprattutto in età evolutiva, la curiosità verso il corpo, le differenze fisiche e la sessualità può far parte di una fase esplorativa e non necessariamente indica un problema o una connotazione patologica.

    Detto questo, l’età dei bambini è un elemento molto importante: tra un bambino di 7 anni e uno di 11 esiste una differenza significativa sul piano dello sviluppo cognitivo, emotivo e corporeo. Per questo motivo è fondamentale intervenire con delicatezza, ma anche con chiarezza, aiutandoli a comprendere il concetto di intimità, rispetto reciproco e confini corporei.

    Il consiglio è di parlarne, ma senza colpevolizzare né spaventare. Ignorare completamente l’episodio potrebbe lasciare i bambini senza una guida rispetto a ciò che è appropriato o meno. È utile affrontare il tema in modo semplice e adeguato alla loro età, ad esempio spiegando che:

    la curiosità verso il corpo può succedere;
    alcune parti del corpo appartengono alla sfera privata;
    ci sono comportamenti che non si fanno con fratelli o altre persone;
    il rispetto del corpo proprio e altrui è importante;
    se hanno domande possono parlarne serenamente con gli adulti.

    È preferibile evitare etichette come “vergognoso”, “sporco” o “sbagliato”, perché potrebbero creare vissuti di colpa, confusione o difficoltà future nel rapporto con il corpo e con la sessualità.

    Può essere utile anche osservare alcuni aspetti:

    l’episodio è stato occasionale o ripetuto?
    vi era reciprocità e curiosità oppure pressione da parte del più grande?
    i bambini sembravano sereni o a disagio?
    ci sono stati cambiamenti comportamentali, regressioni, chiusura o conoscenze sessuali non adeguate all’età?

    Nella maggior parte dei casi, un intervento educativo calmo e contenitivo è sufficiente. Tuttavia, vista la differenza di età tra i due bambini, è consigliabile approfondire la situazione con uno specialista dell’età evolutiva, che possa aiutare i genitori a comprendere meglio il significato dell’episodio e a gestirlo nel modo più adeguato e sereno possibile.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno, scrivo per provare a scoprire se il mio problema sia risolvibile.
    Ho 32 anni e non ho mai avuto attrazione verso il sesso, non ho mai avuto libido.
    Tale assenza vale sia per gli uomini che per le donne.
    È una cosa che vivo molto male perché vorrei tanto avere una vita sessuale normale.

    Quali sono le possibili cause o malattie che possono provocare una cosa simile?
    Premetto che ho iniziato un percorso con un sessuologo, ma vorrei sentire anche altri pareri...
    Il sessuologo mi ha detto che non dovrei essere asessuale, perché in realtà io vorrei vivere una vita sessuale...

    Pareri? Opinioni? Consigli?

    Sono disperato, aiutatemi perfavore...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive può essere molto doloroso e frustrante, soprattutto quando c’è il desiderio di vivere una relazione affettiva e sessuale soddisfacente ma si percepisce un’assenza di desiderio o attrazione. È importante però sapere che questa condizione merita di essere compresa con calma e senza giudizi, perché le possibili cause possono essere diverse e non sempre indicano una “malattia” in senso stretto.

    L’assenza di libido e di attrazione sessuale può dipendere da fattori differenti, spesso intrecciati tra loro:

    fattori psicologici, come ansia, depressione, stress cronico, difficoltà emotive, bassa autostima, vissuti traumatici o educazione molto repressiva rispetto alla sessualità;
    fattori relazionali o affettivi;
    fattori biologici e ormonali, ad esempio alterazioni del testosterone, problemi tiroidei, squilibri endocrini o effetti collaterali di alcuni farmaci;
    alcune condizioni legate alla sfera sessuologica, tra cui il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo;
    oppure una possibile condizione di asessualità.

    È importante chiarire un punto: l’asessualità non significa necessariamente “non voler amare” o “non voler avere una relazione”. Alcune persone asessuali desiderano comunque intimità affettiva, coppia o persino rapporti sessuali, pur non sperimentando attrazione sessuale spontanea. Per questo la valutazione va fatta con attenzione, senza etichette affrettate.

    Il fatto che lei soffra molto questa situazione e desideri comprenderla è un elemento importante del percorso terapeutico. Inoltre, avere 32 anni e non aver mai sperimentato libido può suggerire la necessità di un approfondimento sia psicologico/sessuologico sia medico, per escludere eventuali cause organiche o ormonali.

    Il consiglio è quindi di proseguire il percorso già iniziato e, se non l’ha ancora fatto, valutare anche:

    una visita endocrinologica o andrologica con eventuali esami ormonali;
    un approfondimento psicoterapeutico e sessuologico più ampio, che esplori la sua storia personale, emotiva e relazionale.

    Non tragga conclusioni definitive su sé stesso troppo presto: la sessualità è complessa e ogni persona ha tempi e modalità diverse di conoscersi. Con un lavoro specialistico adeguato è possibile comprendere meglio ciò che sta vivendo e trovare una strada più serena.

    Le consiglio quindi di continuare ad approfondire la situazione con professionisti esperti in sessuologia clinica.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve dottori, sono una ragazza di 25 anni, da qualche mese mi sono lasciata con una persona più grande di 21 anni, purtroppo ci siamo lasciati per vari motivi, ma una cosa che mi ha fatto dire basta è stato il fatto di continuare a vedere che lui mettesse mi piace a certe foto di ragazze sui social, dopo tante volte che chiedevo se si poteva evitare, non riuscivamo a comunicare, a discutere quando io volevo il confronto dalla sua parte lui non voleva purtroppo..però diciamo che forse essendo la mia prima relazione vera e seria se possiamo definirla così, durata 2 anni e mezzo circa, mi sono sentita diciamo con un appoggio, una sicurezza in lui, su cui contare ecco, in tutte le situazioni sapevo che c'era, ora come ora sono da sola, ma diciamo che c'è un amico con cui ho avuto un'amicizia e qualcosa di più tre anni fa, però a distanza, ci siamo continuati però a sentire ogni tanto, come stavamo, perché c'era e c'è del bene tra noi due, mi sfogavo con lui anche quando litigavo con il mio ex, e anche qualche mese fa che mi sono lasciata l'ho ricercato a inizio anno perché avevo il pensiero e volevo sapere come stesse, senza secondi fini..poi sapevo che lui mi ascoltava, mi capiva su questa relazione ecco..poi non so perché mi è scattato qualcosa, come se mi piacesse di nuovo, ma poi i miei sentimenti cambiavano di nuovo, e ora di nuovo ancora, perché ci siamo visti già due volte in questi mesi, c'è stato qualche bacio ma io sono stata e sono molto trattenuta, tendevo a pensare all'altro, a paragonare entrambi, e purtroppo continuo a vedere la sicurezza in lui, nel mio ex, è come se lui su varie situazioni so che magari può avere più conoscenze sulle cose e quindi mi "aggrappo" a questo, a cercare di difendere qualcosa che invece mi faceva male del fatto che ci siamo lasciati, perché comunque ho vissuto tante cose con lui, so che ci poteva essere in tanti momenti, potevo contare su di lui, e diciamo che certe situazione invece che risolvere da sola, sapevo che c'era lui e trovavo la sicurezza li..lui purtroppo mi continua a scrivere messaggi che gli manco, che mi ama e io sono una persona facilmente condizionabile, vorrei avere una soluzione su come risolvere i pensieri e la situazione, senza fare del male a nessuno..cosa potrei fare nel concreto? Sto affrontando un percorso da qualche settimana con un professionista, mi dice e chiede ciò che sento io, cosa provo in determinate situazioni, ma ancora non riesco a sentire me stessa, a capire nulla..e non so se riuscirò mai, mi sembra come se dopo la seduta io riesco a chiedermi le cose, ma poi passano i giorni e non ci penso più ed è come se fosse inutile andare..cosa posso fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    da quello che racconta emerge una situazione molto comprensibile e anche piuttosto frequente dopo la fine di una relazione significativa, soprattutto quando è stata la prima relazione importante e vissuta come un punto di riferimento emotivo.

    Spesso, quando una relazione termina, non si soffre soltanto per la persona in sé, ma anche per ciò che quella relazione rappresentava: sicurezza, abitudine, senso di protezione, presenza costante. Nel suo caso sembra che il legame con il suo ex compagno fosse diventato anche un “appoggio” emotivo e pratico, e questo rende più difficile distinguere ciò che prova davvero da ciò che invece sente di perdere.

    Il fatto che continui a paragonare il nuovo ragazzo al suo ex non significa necessariamente che ami ancora il suo ex o che debba tornare con lui. Può significare semplicemente che una parte di lei sta ancora elaborando la separazione e cerca inconsciamente quella sensazione di stabilità che aveva costruito negli anni. Inoltre, i messaggi continui del suo ex (“mi manchi”, “ti amo”) mantengono il legame emotivo molto attivo e rendono più difficile prendere distanza e capire cosa desidera davvero lei.

    Mi colpisce anche quando dice di sentirsi “facilmente condizionabile”: questo è un aspetto importante su cui lavorare, perché rischia di portarla a scegliere più per paura della solitudine, del senso di colpa o del bisogno di sicurezza che per un desiderio autentico.

    Per quanto riguarda il ragazzo che sta frequentando ora, è positivo che lei stia cercando di non illudere nessuno e di essere cauta. Probabilmente, però, in questo momento non è ancora completamente libera emotivamente, e va bene riconoscerlo senza sentirsi sbagliata.

    Nel concreto potrebbe aiutarla:

    cercare di creare un po’ più di distanza emotiva dal suo ex, almeno temporaneamente, per capire cosa sente davvero senza essere continuamente influenzata dai suoi messaggi;
    smettere di chiedersi “chi è meglio” tra i due, perché il punto non è trovare la persona più rassicurante, ma capire come sta lei dentro una relazione;
    annotare durante la settimana emozioni, pensieri e bisogni, anche brevemente, perché spesso in terapia si entra in contatto con sé stessi, ma poi nella quotidianità si torna “in automatico”;
    concedersi il tempo di stare nel dubbio senza pretendere subito una risposta definitiva.

    Riguardo al percorso psicologico, il fatto che dopo le sedute lei senta qualcosa ma poi nei giorni successivi “si spenga tutto” non significa che la terapia sia inutile. Anzi, spesso all’inizio accade proprio questo: si fa fatica a restare connessi alle proprie emozioni, specialmente quando per tanto tempo ci si è concentrati più sugli altri che su sé stessi. Imparare ad ascoltarsi è un processo graduale.

    Il fatto stesso che lei si stia ponendo tutte queste domande dimostra che una parte di sé sta già cercando di comprendere cosa desidera davvero. Continui a darsi tempo e spazio, senza forzarsi a prendere decisioni immediate.

    È sicuramente consigliabile continuare ad approfondire questi aspetti con uno specialista, così da lavorare non solo sulla relazione conclusa, ma anche sul suo bisogno di sicurezza affettiva e sulla difficoltà a riconoscere i propri bisogni emotivi.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Ho problemi in famiglia, sono un ragazzo di 22 anni negli ultimi mesi non riesco più a stare tranquillo dato che mio padre e mia madre hanno un rapporto strano si scrivono messaggi che turbano mia madre, mio padre di nascosto scrive con un altro account whatsapp privato in anonimato e mia madre continua a dirmi di bloccarlo ma quando mia madre è lontana dal proprio telefono, lui si sblocca da solo e non so che fare sinceramente e da giorni che ormai non dormo tranquillo

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Capisco quanto questa situazione possa essere pesante e destabilizzante per lei. Trovarsi coinvolto nei conflitti e nelle dinamiche di coppia dei propri genitori può generare molta ansia, senso di impotenza, preoccupazione continua e anche difficoltà nel riposare serenamente, proprio come sta accadendo a lei in questo periodo.

    Da ciò che racconta, sembra che lei si trovi in una posizione molto difficile: da una parte sua madre le chiede aiuto e supporto, dall’altra lei probabilmente sente di non avere realmente il controllo della situazione. È importante però ricordare che i problemi relazionali tra i suoi genitori non possono e non devono ricadere interamente sulle sue spalle. Lei è il figlio, non il mediatore della coppia.

    Il fatto che stia perdendo il sonno e vivendo un forte stato di tensione è un segnale da non sottovalutare. Quando restiamo a lungo immersi in un clima familiare conflittuale o ambiguo, il nostro corpo e la nostra mente possono reagire con insonnia, pensieri continui, agitazione, tristezza o irritabilità.

    Potrebbe esserle utile cercare, per quanto possibile, di mettere alcuni confini emotivi rispetto alle dinamiche dei suoi genitori. Aiutare sua madre come figlio è comprensibile, ma non dovrebbe sentirsi responsabile di controllare i comportamenti di suo padre o di “risolvere” la situazione. Spesso, quando si entra troppo nel conflitto dei genitori, il carico emotivo diventa eccessivo.

    In questo momento sarebbe importante anche che lei si prenda cura del proprio benessere: cercare spazi di calma, parlare con qualcuno di fiducia, non isolarsi e provare a non rimanere costantemente concentrato sul problema familiare.

    Dato il livello di stress e il disagio che sta vivendo, le consiglierei di approfondire ciò che sta provando con uno specialista, che possa aiutarla a gestire l’ansia, il senso di responsabilità e il peso emotivo di questa situazione familiare.

    Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Soffro da più di 35 anni di anginofobia. ultimamente molto peggiorata per problemi gravi di salute di mia moglie, ipocondria e stress, emetofobia, problemi personali e lavorativi, inoltre ho una figlia di 7 anni. praticamente quando capitano quei momenti, io porto il cibo in fondo alla gola, non effettuo il riflesso della deglutizione e sento il bolo che per inerzia incomincia a scivolare giù nella tracha, al ché vado in panico e bevo dell acqua sperando che riattivi il riflesso, perché se non riparte e il cibo va giù va in soffocamento (penso), altra modalità io vado per ingoiare e stringo la gola e la lingua emettendo quasi un rantolo per non lasciare andare il cibo verso il suo naturale percorso.
    Oggi non è siccesso, solo verso la fine, leggerissimamente percepivo che potesse accadere ma ho tenuto duro, ho detto a mia moglie di non alzarsi da tavola senza di me, ma così al momento non è vita

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Capisco quanto questa situazione possa essere diventata pesante e limitante per lei, soprattutto considerando che va avanti da molti anni e che, nell’ultimo periodo, si è intensificata a causa dello stress, delle preoccupazioni per la salute di sua moglie, delle responsabilità familiari e lavorative e della presenza di altre paure come l’ipocondria e l’emetofobia.

    Da ciò che descrive, sembra instaurarsi un circolo molto tipico dell’ansia fobica: l’attenzione si concentra in modo eccessivo sull’atto della deglutizione, che normalmente è automatico. Quando però si cerca di “controllare” volontariamente un processo automatico, il corpo può irrigidirsi, la gola può contrarsi, la respirazione alterarsi e la deglutizione diventare effettivamente più difficoltosa. Questo aumenta il panico e la paura del soffocamento, portando a monitorare continuamente ogni boccone e ogni sensazione fisica.

    Le sensazioni che racconta — il timore che il cibo “vada nella trachea”, il bisogno di bere acqua, il trattenere il bolo o irrigidire lingua e gola — sono esperienze molto frequenti nei disturbi d’ansia legati alla deglutizione. Va anche detto che il nostro organismo possiede riflessi protettivi molto efficaci: tosse, chiusura delle vie aeree e riflesso della deglutizione sono meccanismi automatici estremamente solidi. Tuttavia, quando l’ansia è elevata, la percezione del pericolo diventa molto amplificata e il corpo entra in uno stato di allerta continua.

    Il fatto che oggi sia riuscito a rimanere a tavola e “tenere duro”, pur con fatica, è un elemento importante: significa che una parte di lei riesce ancora a tollerare la paura, anche se con molta sofferenza. Però è comprensibile che vivere i pasti in questo modo diventi estenuante e condizioni profondamente la qualità della vita.

    In questi casi è importante non affrontare tutto da soli. Un percorso psicologico, soprattutto di orientamento cognitivo-comportamentale, può aiutare molto a:

    ridurre il livello di allerta e il panico associato alla deglutizione;
    interrompere il circolo paura-controllo-irrigidimento;
    lavorare sulle fobie associate e sull’ipocondria;
    recuperare gradualmente fiducia nel proprio corpo e nell’atto del mangiare.

    Talvolta può essere utile anche un approfondimento medico (ad esempio otorinolaringoiatrico o gastroenterologico) se non è già stato effettuato, non perché ciò che vive sia necessariamente organico, ma per escludere eventuali problematiche fisiche e permetterle di affrontare il percorso psicologico con maggiore serenità.

    Le consiglierei quindi di approfondire la situazione con uno specialista, perché questa sofferenza merita attenzione e può essere trattata in modo efficace.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, volevo un opinione. Cercherò di essere breve. Sono 4 anni circa che faccio terapia. Con la mia dottoressa mi sono sempre trovata bene. Infatti le ho voluto un bene Dell anima. E ho sempre avuto fiducia in lei. A lei ho aperto il mio cuore
    Le ho confidato tutto, anche le cose più intime. Pero pensavo che x come ci fossi andato da lei 4 anni fa, e x come sto messo adesso, un po si affezionasse a me. Invece ho notato il contrario ci sono stati episodi che mi hanno fatto pensare che x lei ero uno scoccio e un numero da poter incastrare nei suoi orari . Forse siccome ho qualche altro problema purtroppo, credo di essere stato molto ossessivivo con lei x una cosa che Nn mi poteva aiutare. X questo mi sono sentito abbandonato, xche quando cercavo un appiglio nel monento più buio, ho trovato la sua porta chiusa. Molte volte Nn rispondeva ai messaggi, e se li faceva, andava subito al sodo, In Seduta certe volte sembrava annoiata, qualche vita mi dava gli appuntamenti, certe volte li spostava con poco preavviso, oppure Nn si faceva sentire x mesi., neanche x chiedere "cmsta? Nonostante sapesse le mie difficoltà di salute e non. Ora le ho scritto un sms, spunmtandoke la mia rabbia una fiducia che è venuta a mancare da parte mia. Ho sbagliato secondo voi. Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Capisco il suo vissuto e la sofferenza che emerge dalle sue parole. Dopo quattro anni di terapia è naturale sviluppare un legame importante con il proprio terapeuta: nello spazio terapeutico si condividono parti molto profonde di sé, fragilità, paure, aspetti intimi della propria vita. Per questo motivo, quando si percepisce distanza, freddezza o mancanza di disponibilità, il dolore può essere molto intenso e può essere vissuto come un vero e proprio abbandono.

    Da quello che racconta, sembra che lei abbia investito molto emotivamente nella relazione terapeutica, aspettandosi probabilmente non solo un supporto professionale, ma anche una presenza emotiva rassicurante e stabile. Non c’è nulla di “sbagliato” in questo bisogno: spesso in terapia emergono bisogni affettivi profondi, specialmente nei momenti di maggiore vulnerabilità.

    Allo stesso tempo, però, è importante ricordare che la relazione terapeutica ha dei confini professionali precisi. Lo psicoterapeuta può provare empatia, cura e attenzione autentica verso il paziente, ma deve anche mantenere un equilibrio professionale. Questo significa che, talvolta, il paziente può percepire distanza o limiti che fanno soffrire, soprattutto se si sente particolarmente fragile o bisognoso di vicinanza.

    Detto questo, le sue emozioni meritano ascolto. Se lei ha percepito appuntamenti spostati frequentemente, lunghi silenzi, mancanza di continuità o difficoltà nel sentirsi accolto nei momenti critici, è comprensibile che dentro di lei sia cresciuta rabbia, delusione e senso di sfiducia. Non credo abbia “sbagliato” a esprimere ciò che prova: comunicare il proprio dolore e il proprio disagio può essere molto importante in terapia. Il modo in cui lo si fa può fare la differenza, ma il contenuto emotivo che porta è legittimo.

    Anzi, spesso proprio questi vissuti di abbandono, bisogno, delusione o paura di essere “un peso” diventano temi centrali da esplorare nel percorso terapeutico, perché possono riflettere dinamiche profonde presenti anche in altre relazioni della vita.

    Potrebbe essere utile, se possibile, affrontare apertamente con la sua terapeuta ciò che sente: non solo la rabbia, ma soprattutto il dolore e il senso di essere stato lasciato solo. Da come verrà accolto questo confronto potrà capire meglio anche come proseguire il percorso e se sente ancora che quella relazione terapeutica sia adatta ai suoi bisogni attuali.

    In ogni caso, visto il carico emotivo che sta vivendo, è consigliabile approfondire questi vissuti con uno specialista, così da comprendere meglio sia le sue aspettative relazionali sia il significato del senso di abbandono che sta sperimentando.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve dottori mi chiedo se il Buddha o altri maestri avessero ragione che l unica strada per la serenità sia la via spirituale , anche se personalmente io mi sento sereno anche se da qualche giorno vedendo alcuni video sto mettendo un po in dubbio la mia situazione, mi chiedo allora chi come me non fa questi tipi di percorsi non può essere felice ? Non può essere una brava persona ? E se anche voi psicologi in futuro vi rendete conto che l unica strada è la spiritualità e tutto il resto è fuffa

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,
    la sua è una domanda molto profonda e comprensibile, soprattutto in un periodo in cui online si trovano molti contenuti che propongono visioni “assolute” della felicità e della serenità. È importante però distinguere tra una riflessione spirituale personale e l’idea che esista una sola strada valida per tutti.

    La spiritualità, per molte persone, può certamente essere una fonte di benessere, significato, equilibrio e conforto. Tradizioni come il Buddhismo, così come altre filosofie o religioni, offrono strumenti utili per sviluppare consapevolezza, accettazione e contatto con sé stessi. Tuttavia questo non significa che chi non intraprende un percorso spirituale non possa essere felice, sereno o una brava persona.

    La psicologia osserva che il benessere umano nasce da molti fattori: relazioni sane, senso di appartenenza, autostima, equilibrio emotivo, capacità di affrontare le difficoltà, valori personali, affetti, lavoro, passioni, cura di sé. Per alcune persone la spiritualità è centrale; per altre lo sono l’arte, la famiglia, l’amicizia, l’impegno sociale o la crescita personale. Non esiste una formula universale valida per tutti.

    Inoltre, quando si guardano molti video o contenuti molto convincenti, può accadere di iniziare a dubitare del proprio equilibrio anche se prima ci si sentiva bene. Questo è abbastanza comune: alcune narrazioni presentano la propria visione come “l’unica verità”, ma la realtà psicologica umana è molto più complessa e soggettiva.

    Essere una brava persona non dipende dall’aderire o meno a un percorso spirituale. Dipende piuttosto da come ci si comporta con sé stessi e con gli altri: empatia, rispetto, responsabilità, autenticità, capacità di amare e di vivere secondo i propri valori.

    Anche la psicologia non considera “fuffa” tutto ciò che non è spirituale, né sostiene che esista una sola via corretta. Anzi, uno degli aspetti fondamentali del lavoro psicologico è aiutare la persona a trovare il proprio equilibrio personale, senza imporre modelli assoluti.

    Se questi dubbi stanno diventando fonte di ansia o confusione, potrebbe essere utile approfondire il tema con uno specialista, così da esplorare serenamente le sue domande senza lasciarsi travolgere da messaggi estremi o rigidamente ideologici.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Ho sempre pensato di essere una persona equilibrata, pur con i normali alti e bassi.
    Di recente, però, dopo una brutta litigata, il mio compagno mi ha confessato tutto il malessere che ha accumulato in questi anni a causa dei miei comportamenti.
    Tutto è partito da una mia forte scenata di gelosia; una volta sfogata, mi sono resa conto che era del tutto infondata, ho capito l'errore e ho chiesto subito scusa. Ma ormai il danno era fatto.
    Il problema è che mi vengono dei momenti, dal nulla, in cui il mio umore crolla drasticamente. In quei frangenti emerge il mio lato peggiore: rabbia, gelosia, rancore, antipatia.
    Non sono una persona cattiva, anzi mi ritengo molto sensibile ed empatica, ma in quei minuti tutto il mio lato positivo svanisce.
    La cosa assurda è che così come questo malessere arriva, altrettanto velocemente se ne va, e io torno la persona tranquilla di sempre, come se non fosse successo nulla.
    ​Il mio compagno mi ha fatto giustamente notare che per lui è devastante: si sente come su un campo minato, dove deve stare attento a dove cammina per non fare esplodere la miccia. Io non voglio assolutamente una relazione così, e non avevo idea di fargli così male.
    ​Ho deciso che voglio affrontare questa cosa e cercare aiuto per capire perché mi succede e imparare a gestire queste tempeste emotive.
    A questo proposito, vorrei un consiglio: c'è una figura professionale specifica per questa cosa? Ed è meglio un percorso da sola, individuale, o devo coinvolgere anche il mio compagno, quindi fare terapia di coppia?
    Grazie di cuore a chiunque vorrà rispondermi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrive non la rende una “persona cattiva” o priva di sensibilità. Anzi, dal suo racconto emerge una buona capacità di mettersi in discussione e di riconoscere il dolore che certe reazioni possono provocare nella relazione. Questo è già un punto molto importante, perché spesso il primo passo è proprio prendere consapevolezza del problema senza negarlo o minimizzarlo.

    Ciò che racconta sembra avere a che fare con una difficoltà nella regolazione emotiva: momenti in cui emozioni molto intense – come rabbia, gelosia, paura di perdere l’altro o senso di minaccia – prendono il sopravvento in modo rapido e quasi “totalizzante”. In quei momenti si può reagire impulsivamente, dire o fare cose che non rappresentano davvero ciò che si pensa a mente lucida. Quando poi l’ondata emotiva passa, torna il senso di equilibrio e spesso anche il dispiacere per quanto accaduto.

    Questo tipo di dinamica può avere origini diverse: esperienze passate, insicurezze profonde, paura dell’abbandono, difficoltà nella gestione della rabbia, stress accumulato, modalità relazionali apprese nel tempo. Non significa necessariamente avere un disturbo specifico, ma sicuramente è qualcosa che merita ascolto e approfondimento, soprattutto perché sta incidendo sul suo benessere e sulla serenità della coppia.

    La figura professionale più indicata è sicuramente uno psicologo psicoterapeuta. Un percorso individuale può aiutarla a:

    comprendere cosa scatena questi “crolli” emotivi;
    riconoscere i segnali prima che esplodano;
    imparare strategie per gestire rabbia, gelosia e impulsività;
    lavorare sull’autostima, sulla sicurezza emotiva e sulle dinamiche affettive.

    Da quello che racconta, inizierei prima con un percorso individuale. È importante che lei abbia uno spazio personale in cui capire meglio se stessa e le sue reazioni. Successivamente, se nella relazione sono rimaste ferite, incomprensioni o modalità comunicative difficili, potrebbe essere utile affiancare anche una terapia di coppia. Le due cose non si escludono.

    Il fatto che lei voglia affrontare la situazione e chiedere aiuto è un segnale molto positivo: significa che non vuole restare intrappolata in queste dinamiche e che tiene profondamente alla relazione.

    Le consiglio quindi di approfondire con uno specialista, così da comprendere meglio l’origine di queste tempeste emotive e trovare strumenti concreti per gestirle in modo più sano e sereno.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno dottori faccio questa domanda perchè in questi giorni mi sta dormentando nel senso quando sento qualche notizia in tv oppure vedo qualcosa sul tavolo ecc... mi passano in mente immagini di farmi del male a me oppure alla gente che ho vicino... questa cosa mi era successo anche l'hanno scorso dopo passata adesso si e ripresentata di nuovo.. in piu sto facendo una cura con il daprxo da 15 anni.. vorrei capire sono solo pensieri o mi devo preoccupare? grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive può essere molto spaventante, ma è importante sapere che la presenza di immagini o pensieri improvvisi di fare del male a sé stessi o agli altri non significa automaticamente voler davvero compiere quelle azioni. Spesso si tratta di pensieri intrusivi, cioè contenuti mentali indesiderati che compaiono contro la propria volontà e che generano forte ansia, paura o senso di colpa.

    Il fatto che questi pensieri la disturbino, la preoccupino e che lei senta il bisogno di capire cosa stia succedendo è già un elemento importante: generalmente chi ha intenzioni reali non vive questi contenuti con angoscia o rifiuto, mentre nei pensieri intrusivi la persona tende proprio a spaventarsi per ciò che immagina.

    Queste manifestazioni possono comparire in periodi di stress, stanchezza emotiva, ansia elevata o riacutizzazione di difficoltà già presenti. A volte possono essere collegate a disturbi d’ansia, disturbo ossessivo o momenti di particolare fragilità psicologica. Anche il fatto che lei assuma da molti anni il Dapraxo rende utile una rivalutazione clinica, perché nel tempo può essere necessario rivedere terapia, dosaggi o andamento del quadro emotivo.

    Il consiglio importante è di non affrontare tutto da solo e di non cercare di “scacciare” i pensieri con la forza, perché spesso più si cerca di eliminarli più diventano presenti. Può invece essere utile parlarne apertamente con uno psicologo/psicoterapeuta e con il medico o lo psichiatra che la segue per la terapia farmacologica, così da comprendere meglio l’origine di questi sintomi e ricevere un supporto adeguato.

    Se dovesse percepire un aumento dell’angoscia, perdita di controllo o pensieri sempre più intensi, è opportuno chiedere aiuto tempestivamente.

    Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, per poter valutare con serenità e precisione ciò che sta vivendo.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno.
    Volevo chiedere consiglio per questa situazione. Premetto che lavoro in nave.
    Praticamente io ed una mia collega ci stavamo frequentando cosi, apparentemente in amicizia.
    Una amica in comune, il giorno prima del mio sbarco mi rivela che sembra che questa persona con cui mi frequentavo le avesse dettonche in realtà fosse interessata a me.
    Da allora ho cominciatona riesaminare ogni interazione passata e non riesco a non pensarla. Ho anche provato a chiedere se fosse vero, purtroppo solo via chat essendo ormai già a terra, ma la sua risposta è stata un misto tra si e no, a detta sua per non influenzare la mia scelta sulla possibilità di un futuro imbarco, che sebbene non confermato, è già stato stabilito per la stessa nave e periodo dove la rivedrei.
    Nonostante sia passata già una settimana, sto vivendo questa cosa con un ansia da occasione persa, anche perchè non sono mai stato in una relazione e la vedo quasi come se non avessi più possibilità alcuna.
    Anche l'idea di mandare curriculum per un lavoro a terra ora mi spavemta che possa chiudere definitivamente questa possibilità, che comunque non sarebbe garantita anche se dovessi reimbarcare.
    Come potrei uscirne? Perchè questa cosa è ormai da giorni che sento mi sta distruggendo dentro.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    da ciò che racconta sembra che questa situazione abbia toccato un bisogno molto profondo: non solo il dubbio rispetto a questa collega, ma anche la paura di aver perso un’occasione importante, forse “l’unica possibile”. Quando accade qualcosa che ci coinvolge emotivamente ma rimane ambiguo o non definito, la mente tende a tornare continuamente sui dettagli, cercando conferme, interpretando segnali e immaginando scenari alternativi. Questo può generare molta ansia e un forte senso di blocco.

    Probabilmente il punto centrale non è soltanto “lei prova o non prova qualcosa?”, ma ciò che questa esperienza ha attivato dentro di lei. Il fatto di non aver mai avuto una relazione può rendere questa possibilità ancora più carica di significato, quasi come se da essa dipendesse il suo valore personale o il suo futuro affettivo. È comprensibile quindi che il pensiero di “chiudere definitivamente la possibilità” le provochi paura.

    Tuttavia è importante ricordare che una possibilità non definisce tutta la sua vita sentimentale. In questo momento l’ansia rischia di trasformare una situazione incerta in qualcosa di assoluto: o questa relazione oppure niente. Ma le emozioni intense spesso restringono la prospettiva e fanno apparire irreversibili decisioni che in realtà non lo sono.

    Anche il lavoro sembra essersi intrecciato emotivamente a questa vicenda: l’idea del reimbarco non riguarda più solo il piano professionale, ma diventa simbolicamente la possibilità di “non perdere lei”. Questo può renderle difficile capire cosa desidera davvero per sé.

    Potrebbe aiutarla provare a distinguere i fatti dalle paure:

    il fatto è che tra voi c’è stata un’ambiguità e forse un interesse reciproco;
    la paura è che questa sia l’unica occasione della sua vita affettiva.

    Sono due cose molto diverse.

    Inoltre, il fatto che lei le abbia risposto in modo non netto potrebbe indicare che anche dall’altra parte ci siano dubbi, timori o difficoltà nel gestire la situazione. Questo però non significa necessariamente rifiuto.

    Cerchi di non prendere decisioni drastiche adesso, soprattutto guidato dall’ansia o dal timore di perdere qualcosa. Quando siamo emotivamente molto coinvolti, tendiamo a vedere il futuro in modo più catastrofico di quanto realmente sia.

    Dal momento che riferisce di sentirsi “distrutto dentro” già da giorni, e che questa situazione sta influenzando molto il suo benessere emotivo e le sue scelte lavorative, sarebbe consigliabile approfondire questi vissuti con uno specialista, così da comprendere meglio l’origine di questa sofferenza e imparare a gestire l’ansia e la paura del rifiuto o della perdita.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve sono una ragazza di 19 anni, sono attualmente fidanzata ma da un po il mio rapporto con il sesso è altalenante, ho poca voglia, fatico ad averla senza porno anche se da sola ho spunti vari e anche nel momento in cui la mia fantasia c'è, non riesco mai a metterla in pratica in quanto mi blocco o non sento mai abbastanza eccitazione, continuo a cercare di capire come migliorare questa cosa e perché sono diventata così in quanto a me in primis non piace. Mi date un parere? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,
    quello che descrive è più comune di quanto si pensi, soprattutto alla sua età, e non significa necessariamente che ci sia “qualcosa che non va” in lei. La sessualità non è stabile e lineare: può attraversare periodi di maggiore o minore desiderio, influenzati da fattori emotivi, psicologici, relazionali e anche dalle abitudini legate alla stimolazione sessuale.

    Da ciò che racconta emergono alcuni aspetti importanti:

    sembra esserci una difficoltà nel “sentire” spontaneamente l’eccitazione durante il rapporto reale, mentre da sola la fantasia è più presente;
    il porno potrebbe essere diventato nel tempo uno stimolo molto forte e immediato, rendendo più difficile percepire eccitazione in situazioni reali, che sono naturalmente più lente, emotive e meno “performative”;
    il fatto che lei si osservi molto e cerchi continuamente di capire se è abbastanza eccitata può creare un circolo di ansia e controllo che blocca ulteriormente il desiderio.

    Spesso, quando si entra nella modalità del “devo riuscire a sentire qualcosa”, il corpo tende invece a irrigidirsi e a disconnettersi dalle sensazioni. Inoltre il desiderio femminile non sempre nasce spontaneamente: in molte persone compare gradualmente, attraverso il coinvolgimento emotivo, la tranquillità, la complicità e l’assenza di pressione.

    Potrebbe essere utile chiedersi anche:

    vive il rapporto con serenità o sente aspettative/prestazioni da raggiungere?
    ci sono stati cambiamenti emotivi, stress, ansia o insicurezze recenti?
    si sente libera di comunicare desideri, tempi e fantasie con il partner?
    prova piacere durante l’intimità o prevale soprattutto il “controllo” mentale?

    Il fatto che lei voglia capire e migliorare questa situazione è già un segnale positivo. Non cerchi però di “forzarsi” ad avere desiderio: più ci si obbliga, più spesso il desiderio si spegne.

    Può essere molto utile approfondire la situazione con uno specialista, soprattutto uno psicologo psicoterapeuta o sessuologo, per comprendere meglio l’origine di questi blocchi e ritrovare un rapporto più spontaneo e sereno con la sessualità.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Vorrei provare la strada della psicoterapia online ma ho tanta paura di scegliere nuovamente il terapeuta non adatto a me, ecco perchè prima voglio che sappiate alcune cose su di me.
    Sono una donna di 30 anni.
    Ho infiniti problemi, tanto da non riuscire più a capire niente.
    Vorrei poter raccontare la mia storia online nella speranza di trovare la persona più adatta a me.
    In passato ho fatto molte psicoterapie, cbt (1 anno), psicodinamica (4 anni), gestalt (2 anni), sistemico-relazionale (6 mesi).
    Si, per mia scelta prendo anche dei psicofarmaci.
    I miei problemi sono cresciuti con me.
    Ho sofferto di paure e ansie sin dai tempi dell'asilo.
    Timidezza la chiamavano tutti.
    Ad oggi non c'è un nome, e forse non m'interessa neanche più, sicuramente c'è una profonda depressione, e forte somatizzazione dell'ansia, oltre ad una montagna di confusione e solitudine.
    Il mio è un grido d'aiuto perchè mi sto avvicinando di nuovo nell'abisso della disperazione, della morte interiore.
    Non so più cosa fare, come continuare a sopravvivere alla vita.
    Cosa molto importante che dovete sapere: non ho tolleranza contro dolore, sofferenza e paure, il mio corpo e la mia mente si rifiutano di rivivere di nuovo questo inferno e voglio delle garanzie su questo sennò non posso continuare avanti con la mia vita.
    I terapeuti precedenti mi hanno detto che io non ho voglia di cambiare, che loro (voi) non avete la bacchetta magica, che a me piace fare solo la vittima.
    Vi dico queste cose perchè mi sono state dette così tante volte e da persone che rivestivano un ruolo importante che adesso ci credo anch'io.
    Altra cosa importante: sono "allergica" ai giudizi negativi da sempre.
    Nel 2025 ho avuto due ricoveri uno in sicilia, l'altro in lombardia.
    Dall'età di 14 anni ho pensieri intrusivi e autolesionisti.
    Penso di essere un peso per le persone che mi stanno accanto.
    Mi sento un caso perso.
    Non so più a chi, come e dove chiedere aiuto e se quell'aiuto che ricevo mi basta e mi è davvero d'aiuto.
    Più passa il tempo e più la speranza si spegne.
    Sono stanca, credetemi.
    Mentre ero ricoverata ho scritto 21 pagine di quella che chiamo "la mia autobiografia", volevo che la psicologa che mi seguiva potesse capirmi meglio e di conseguenza aiutarmi meglio, ma non sono state lette nemmeno la metà.
    Io non ho più le forze di raccontarmi da capo in un percorso di psicoterapia, ecco perchè tengo ancora conservati questo scritto. Se qualcuno lì fuori vuole leggerlo per capire come sono fatta e di conseguenza come potermi aiutare meglio, sono disponibile ad inviare tramite email in formato pdf la mia storia.
    Non so più come fare...le ho provate tutte.
    Sono davvero stanca.
    La mia paura più grande attualmente è quella di rivivere per l'ennesima volta una psicoterapia iatrogena, di trovare una psicoterapeuta per poi sentirmi sola, abbandonata, incompresa, ho paura di rivivere dei traumi già vissuti e rivissuti.
    Ho paura di chiedere aiuto alla persona che non è adatta a me.
    Non ce la faccio più a rivivere di nuovo l'inferno. Vi chiedo aiuto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Cara utente,
    dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, lunga nel tempo e vissuta spesso nella solitudine e nel senso di incomprensione. Il fatto che lei sia ancora qui a chiedere aiuto, nonostante le delusioni, la stanchezza e la paura di soffrire ancora, è già un segnale importante: dentro di lei esiste ancora una parte che desidera essere capita e sostenuta davvero.

    Lei ha attraversato molti percorsi terapeutici e questo può lasciare una sensazione di sfiducia, confusione e persino “fatica terapeutica”. Quando una persona si sente giudicata, non accolta o percepisce di non essere stata vista nella propria sofferenza, il rischio è quello di interiorizzare idee molto dolorose su di sé, come “sono un caso perso”, “non voglio cambiare”, “sono solo una vittima”. Ma il fatto che una persona sia bloccata nella sofferenza non significa che scelga di stare male. Molto spesso significa che il dolore è diventato troppo intenso, troppo antico o troppo radicato per essere affrontato senza sentirsi sopraffatti.

    Lei descrive una forte sensibilità emotiva, paura dell’abbandono, vissuti depressivi, ansia intensa, somatizzazioni, pensieri autolesivi e una difficoltà molto profonda nel tollerare dolore e frustrazione. Tutto questo merita grande attenzione clinica, ma soprattutto merita uno spazio terapeutico sicuro, rispettoso e non giudicante. Nessun terapeuta serio può offrire la garanzia che non proverà mai sofferenza durante un percorso, perché affrontare certe ferite inevitabilmente tocca emozioni dolorose. Tuttavia, un percorso ben costruito dovrebbe permetterle di non sentirsi sola dentro quel dolore e di non rivivere esperienze traumatiche senza contenimento.

    Il fatto che lei abbia scritto la sua autobiografia di 21 pagine è molto significativo. Non è “troppo”, né sbagliato: è il tentativo di essere finalmente compresa senza dover ripartire ogni volta da zero. Un professionista attento può certamente considerare importante leggere ciò che lei ha scritto, anche perché spesso mettere nero su bianco la propria storia è già una forma di elaborazione.

    Credo sia fondamentale che il prossimo percorso parta innanzitutto dalla costruzione di una relazione terapeutica stabile e graduale, dove lei possa sentirsi ascoltata senza fretta, senza etichette e senza pressioni rispetto al “dover cambiare subito”. La scelta del terapeuta, nel suo caso, è particolarmente delicata: ha diritto a fare colloqui conoscitivi, a fare domande, a capire se si sente accolta e compresa. L’alleanza terapeutica è uno degli elementi più importanti della cura.

    Le sue parole, inoltre, fanno emergere una sofferenza che non andrebbe affrontata da sola, soprattutto considerando i pensieri autolesivi e i ricoveri recenti. Per questo è importante che lei possa avere un supporto specialistico continuativo, integrato eventualmente anche con il monitoraggio psichiatrico che già sta seguendo.

    Non credo affatto che lei sia un “caso perso”. Credo piuttosto che sia una persona estremamente ferita, stanca e spaventata dall’idea di soffrire ancora. E questa paura, dopo tutto ciò che ha vissuto, è comprensibile.

    Le consiglio di approfondire la sua situazione con uno specialista che abbia esperienza nella gestione della sofferenza emotiva complessa, dei traumi relazionali e della disregolazione emotiva, così da poter valutare insieme il percorso più adatto e sostenibile per lei.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


Domande più frequenti

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