Domande del paziente (2431)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Da quanto racconti, sembra che tuo marito stia attraversando un momento di forte difficoltà emotiva o relazionale che gli impedisce di comunicare apertamente e di affrontare la situazione. I “blocchi”... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrivi è più comune di quanto si possa pensare e merita di essere letto con calma, senza trarre conclusioni affrettate su di te o sulla tua sessualità.
Parto dall’episodio del...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da quanto descrive, i pensieri che sta vivendo rientrano nel quadro dei sintomi ossessivi e ansiosi, tipici del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Spesso chi ha DOC può avere timori intrusivi...
Altro
Salve a tutti, sono una studentessa universitaria che ora più che mai sta avendo a che fare con pensieri che definirei "ossessivi" per quanto riguarda le relazioni sociali (amicizie, conoscenze, ecc.): dopo ogni interazione non sentita al 100% riuscita, riavvolgo continuamente nella mia testa ogni piccolo dettaglio della situazione per capire cosa avrei potuto sbagliare, cercando continue rassicurazioni, e spendendoci la notte in pianti. Oltre a questo, sospetto da sempre di essere neurodivergente/essere nello spettro autistico.
Mi sto chiedendo quindi se non sia necessario partire da una valutazione psicodiagnostica per l'autismo/AuDHD. Ho il forte sospetto che i miei pensieri ossessivi siano il risultato di un sovraccarico cognitivo dovuto al masking e alla mancanza di strumenti adatti al mio funzionamento reale. Temo che un percorso generico, non formato sulla neurodivergenza, possa rivelarsi inefficace o invalidante, come già accaduto in passato. Dunque, quale percorso pensate sia meglio affrontare per prima (a fronte dei soldi)? Un percorso "generico" per risolvere inanzitutto i miei pensieri ossessivi, o un percorso psicodiagnostico (forse un po' più lungo?) per partire dalla radice?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
quello che descrive è molto comprensibile e, soprattutto, non è raro: il rimuginio continuo sulle interazioni sociali, il bisogno di rassicurazione e il forte impatto emotivo (come il pianto e la difficoltà a dormire) sono segnali di una sofferenza reale che merita attenzione.
I “pensieri ossessivi” di cui parla sembrano avere una componente di rimuginio post-evento sociale, tipico di chi vive una forte sensibilità al giudizio e un elevato livello di autocritica. Questo meccanismo porta la mente a “riavvolgere” continuamente le situazioni nel tentativo di controllarle o correggerle, ma finisce per amplificare ansia e senso di inadeguatezza.
Rispetto al dubbio sulla possibile neurodivergenza (spettro autistico o AuDHD), è importante prendere sul serio la sua intuizione, soprattutto se sente che alcuni aspetti (come il masking, il sovraccarico cognitivo o la fatica nelle interazioni sociali) la rappresentano da tempo. Tuttavia, è altrettanto importante non attribuire automaticamente tutto a una possibile diagnosi senza una valutazione accurata.
Venendo alla sua domanda: da dove iniziare?
Non esiste una risposta unica valida per tutti, ma nel suo caso può essere utile considerare questo:
Se il disagio attuale (pensieri intrusivi, pianto, insonnia) è molto intenso e impattante, iniziare un percorso psicologico mirato alla gestione dell’ansia e dei pensieri ossessivi può darle strumenti concreti già nel breve termine.
Parallelamente, o dopo una prima fase di stabilizzazione, può essere assolutamente sensato intraprendere una valutazione psicodiagnostica per la neurodivergenza, soprattutto se sente che questo aspetto è centrale nella comprensione di sé.
Queste due strade non si escludono: anzi, spesso è proprio all’interno di un percorso terapeutico che emerge con maggiore chiarezza l’indicazione (o meno) per una valutazione diagnostica.
Ha però colto un punto fondamentale: non tutti i percorsi sono uguali. È importante che il professionista abbia una sensibilità e, possibilmente, una formazione anche sul tema della neurodivergenza, per evitare vissuti di invalidazione come quelli che ha già sperimentato.
In sintesi: partire dal suo benessere attuale (riducendo la sofferenza più urgente) e, allo stesso tempo, mantenere aperta la possibilità di approfondire il suo funzionamento attraverso una valutazione mirata è spesso la scelta più equilibrata.
Le consiglierei quindi di rivolgersi a uno specialista con cui poter valutare insieme il percorso più adatto alla sua situazione specifica.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Federica,
la sua è una domanda molto attuale e tutt’altro che insolita: intercetta un fenomeno culturale e psicologico in forte crescita.
Il successo dei programmi di cronaca nera e true crime...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, i loop mentali, o pensieri ripetitivi, sono esperienze abbastanza comuni e possono comparire anche in persone che svolgono normalmente le proprie attività quotidiane senza sentirsi disturbate. Il... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da quanto descrive, il suo comportamento successivo all’incidente è corretto: ha riconosciuto l’errore, si è scusato immediatamente e sta rispettando i confini dell’altra persona. È normale...
Altro
Salve dottori, vorrei esporvi una situazione e cercare da voi un consiglio e rassicurazione o comprensione..sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da poco diciamo qualche mese con una persona molto più grande di 20 anni, abbiamo avuto molti momenti in cui non ci trovavamo bene insieme, ma continuavamo a stare perché ci volevamo e ci tenevamo l'uno all'altro, per me molto difficile lasciarlo andare, e anche per lui, ci siamo continuati a vedere ogni tanto, e delle volte facevamo anche qualcosa, però da poco dopo che ci siamo lasciati io avveo sentito un amico con cui mi frequentavo prima di lui, mi ha sempre capita e ascoltata, sempre capito i mie stati d'animo con il mio fidanzato, o comunque c'è sempre stato anche per stare vicino e darmi consigli, lui è a distanza infatti avevamo deciso di rivederci perché io volevo rivederlo anche per parlare, stare insieme o comunque fare cose di quotidianità insieme per cui prima non avevamo avuto l'occasione, vedere la città ecc. Il punto è che io sono frenata, lui prova a baciarmi, abbracciarmi ecc, ma io non riesco, mi sento in colpa e ogni volta che cerca di, io vedo il mio ex, le cose che mi ha detto quando gli ho raccontato che mi sarei dovuta vedere con lui in amicizia perché cosi era..mi ha detto che non voleva sapere nulla di cosa sarebbe successo e se succedeva qualcosa allora lo avrei perso, che non ho avuto rispetto nei suoi confronti ecc..purtroppo ci rimango male e mi faccio molto condizionare dalle cose che le persone mi dicono..e non so perché ho questo sentimento nei suoi confronti, la paura che lui possa lasciarmi o io possa perderlo definitivamente..è come se fossi dipendente da lui? ci sto male perché non riuscirò mai a vivermi nulla, neanche questo amico che sta per un paio di giorni, perché vorrei anche solo baciarlo ma so che poi avrei il senso di colpa..ho paura di tutto, non so cosa fare e perché ho questo attaccamento al mio ex fidanzato cosi tanto..come faccio a distaccarmi, non so che fare
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
da ciò che racconta emerge una situazione emotivamente molto intensa e, soprattutto, comprensibilmente confusa. Quando una relazione finisce, soprattutto se è stata significativa e altalenante come la sua, è normale che il legame non si interrompa “di colpo”. Una parte di lei è ancora coinvolta, affezionata e forse anche abituata a quella persona e a ciò che rappresentava.
Quello che descrive – il senso di colpa, la difficoltà a lasciarsi andare con un’altra persona, la paura di “perdere” il suo ex – non è insolito. Non significa necessariamente che lei voglia tornare con lui, ma che il legame emotivo non è ancora stato elaborato del tutto.
Un punto importante da considerare è questo: il suo ex, dicendole che se fosse successo qualcosa con un altro lo avrebbe “perso” e che non avrebbe avuto rispetto, sta in qualche modo esercitando ancora un’influenza su di lei. Tuttavia, essendo la relazione terminata, lei ha il diritto di vivere nuove esperienze senza sentirsi in colpa. Il senso di colpa che prova sembra più legato alla paura di perderlo definitivamente che a un reale “errore” nei suoi comportamenti.
La sensazione che descrive, simile a una dipendenza, può essere collegata a un attaccamento emotivo forte, in cui l’altra persona diventa un punto di riferimento importante per la propria sicurezza affettiva. In questi casi, il distacco può risultare molto difficile perché non si perde solo la persona, ma anche un equilibrio emotivo costruito nel tempo.
Per iniziare a distaccarsi, può esserle utile:
accettare che il legame c’è ancora e che serve tempo per elaborarlo
mettere dei confini più chiari con il suo ex (anche riducendo o interrompendo i contatti, se possibile)
ascoltare i suoi bisogni, senza forzarsi a vivere qualcosa per cui non si sente pronta
distinguere tra ciò che desidera davvero lei e ciò che teme (perdita, giudizio, senso di colpa)
Riguardo al suo amico, il fatto che lei non riesca a lasciarsi andare non è un “blocco sbagliato”, ma un segnale: probabilmente ha bisogno di più tempo per chiudere davvero il capitolo precedente prima di aprirne un altro.
In sintesi, non c’è nulla di “strano” in ciò che prova: è una fase di transizione, in cui emozioni diverse convivono. Tuttavia, se questa situazione le provoca sofferenza e la fa sentire bloccata, può essere molto utile approfondire questi vissuti con un professionista, per comprendere meglio il suo modo di legarsi e trovare strategie più funzionali per il distacco.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno Gent.mi Dottori,
vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti..
una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole)
.il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
la situazione che descrive è comprensibilmente faticosa dal punto di vista emotivo. Non è tanto il comportamento del suo ex in sé a generare il disagio, quanto ciò che quel comportamento attiva dentro di lei: agitazione, tensione, senso di inadeguatezza e il timore di “sbagliare”.
Partiamo da un punto importante: il comportamento del suo ex (evitante, freddo, a tratti immaturo) può avere molte spiegazioni – imbarazzo, difficoltà a gestire il passato, bisogno di distanza, oppure modalità poco mature di affrontare la situazione. Tuttavia, cercare di comprenderne il motivo rischia di tenerla agganciata a lui e di farle perdere di vista ciò che conta davvero: il suo benessere.
Quello che emerge con più forza è la sua reazione interna:
l’ansia anticipatoria quando pensa di incontrarlo
la difficoltà a comportarsi in modo spontaneo
la sensazione di essere sempre “impreparata”
il bisogno di fare la cosa “giusta”
Queste reazioni sono molto comuni quando una relazione significativa non è stata completamente elaborata a livello emotivo, anche se razionalmente lei sa che non c’è futuro.
Non esiste un “modo perfetto” di comportarsi con lui. Può però essere utile darsi alcune linee guida semplici e realistiche:
mantenere un comportamento educato ma neutro (un cenno di saluto, se se la sente, senza forzarsi)
non adattare le sue azioni in funzione di lui
accettare che un minimo di imbarazzo è normale e non significa che sta sbagliando qualcosa
Nel suo esempio del corridoio: non ha sbagliato. Ha fatto ciò che in quel momento si è sentita di fare. Col senno di poi è facile pensare “avrei dovuto…”, ma in realtà quella è una forma di autocritica che alimenta l’ansia.
Il punto centrale diventa quindi lavorare su:
la gestione dell’ansia nei momenti di incontro
la sicurezza personale nelle interazioni
l’elaborazione emotiva della relazione passata
Il fatto che dopo averlo visto lei provi tremore e bisogno di sedersi indica che il suo corpo sta reagendo in modo intenso, come se fosse ancora coinvolta a livello profondo. Questo merita attenzione e cura.
Dal suo racconto emerge anche una certa rigidità verso sé stessa (“mi sembra di sbagliare sempre”): provi invece a spostare lo sguardo dalla performance (“come devo comportarmi?”) all’ascolto (“cosa sento e di cosa ho bisogno in quel momento?”).
In sintesi: non è lei a essere “sbagliata” o incapace, ma è una situazione emotivamente attivante che tocca aspetti più profondi della sua storia e del suo modo di relazionarsi.
Proprio per questo, potrebbe essere molto utile approfondire questi vissuti con un professionista, per aiutarla a gestire meglio l’ansia e sentirsi più sicura nelle relazioni.
Un caro saluto e auguri di Buona Pasqua.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve io sono un uomo di 42 anni 2 mesi fa ho fatto venire qui da me una ragazza ucraina e sua figlia.
Adesso ho un serio problema lei è diventata sempre più arrabbiata con me perché dice che io sono un leone nei suoi confronti e non si fida di nessuno neanche dei medici qui nella mia città Alessandria.
In questo momento stiamo affrontando una settimana difficile perché abbiamo scoperto che lei è incinta e ha voluto interrompere la gravidanza ieri ha preso la prima pillola ed oggi ha avuto un attacco di rabbia nei miei confronti dicendomi che sono uno stupido un leone che con me nessuno sarà mai felice....io non le ho mai fatto mancare niente ma è da molti giorni che non parliamo più stiamo in silenzio tutto il giorno gli unici momenti che parliamo è quando lei ha questi attacchi di rabbia ...ieri si è arrabbiata perché le ho chiesto come si sentiva fisicamente dopo aver preso la prima pastiglia...
Vi prego aiutatemi a capire come comportarmi e come aiutarla
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
la situazione che descrive è molto delicata e comprensibilmente faticosa per entrambi.
Ci sono diversi elementi importanti da considerare:
1. Il contesto emotivo della sua compagna
La donna che ha accolto sta probabilmente vivendo una condizione di forte stress: cambio di Paese, possibile vissuto migratorio difficile, lontananza dalle sue certezze e dalle persone di fiducia. Questo può generare diffidenza, irritabilità e difficoltà a fidarsi, soprattutto anche verso figure come i medici.
2. La gravidanza e l’interruzione
La decisione di interrompere una gravidanza è spesso accompagnata da un carico emotivo molto intenso: confusione, rabbia, paura, senso di solitudine o ambivalenza.
Inoltre, la terapia farmacologica può comportare variazioni ormonali che incidono sull’umore, aumentando irritabilità e reattività.
3. Gli attacchi di rabbia
Le sue reazioni (accuse, scatti di rabbia, silenzi prolungati) non sono necessariamente “contro di lei” come persona, ma possono essere l’espressione di un disagio interno che lei non riesce a gestire o comunicare diversamente.
Quando una persona si sente vulnerabile o non al sicuro, può reagire attaccando o chiudendosi.
Come può comportarsi concretamente
Eviti il confronto diretto nei momenti di rabbia
In quei momenti è difficile costruire dialogo. Meglio mantenere calma e non rispondere alle provocazioni.
Usi una comunicazione semplice e non invasiva
Ad esempio: “Se hai bisogno, io ci sono”, senza incalzarla con domande quando non è disponibile.
Non prenda sul personale le sue parole
Anche se feriscono, è importante leggerle come espressione del suo stato emotivo, non come una valutazione oggettiva su di lei.
Offra presenza, non soluzioni
In questa fase può essere più utile sentirsi accolta che “aiutata attivamente”.
Si dia dei limiti
Comprendere non significa accettare tutto: se gli attacchi diventano eccessivi o aggressivi, è giusto anche tutelarsi.
Un punto molto importante
Il fatto che lei non si fidi di nessuno, nemmeno dei medici, è un segnale da non sottovalutare: potrebbe esserci una sofferenza più profonda (ansia, trauma, difficoltà di adattamento).
In sintesi
Lei sta cercando di fare la cosa giusta, ma questa è una situazione che non può gestire da solo. È fondamentale che la sua compagna possa avere un supporto adeguato e che anche lei abbia uno spazio per capire come muoversi senza sentirsi impotente.
È quindi fortemente consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, anche per valutare insieme come coinvolgere la sua compagna nel modo più rispettoso possibile.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve io sono un uomo di 42 anni 2 mesi fa ho fatto venire qui da me una ragazza ucraina e sua figlia.
Adesso ho un serio problema lei è diventata sempre più arrabbiata con me perché dice che io sono un leone nei suoi confronti e non si fida di nessuno neanche dei medici qui nella mia città Alessandria.
In questo momento stiamo affrontando una settimana difficile perché abbiamo scoperto che lei è incinta e ha voluto interrompere la gravidanza ieri ha preso la prima pillola ed oggi ha avuto un attacco di rabbia nei miei confronti dicendomi che sono uno stupido un leone che con me nessuno sarà mai felice....io non le ho mai fatto mancare niente ma è da molti giorni che non parliamo più stiamo in silenzio tutto il giorno gli unici momenti che parliamo è quando lei ha questi attacchi di rabbia ...ieri si è arrabbiata perché le ho chiesto come si sentiva fisicamente dopo aver preso la prima pastiglia...
Vi prego aiutatemi a capire come comportarmi e come aiutarla
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione complessa e molto delicata, in cui si intrecciano diversi fattori emotivi, relazionali e anche legati allo stress del momento.
Da quello che racconta, la sua compagna sta attraversando un periodo di forte vulnerabilità psicologica. Ci sono alcuni elementi importanti da considerare:
Il cambiamento di vita recente: trasferirsi in un altro Paese, con una figlia, significa lasciare punti di riferimento, affetti, lingua e sicurezza. Questo può generare ansia, diffidenza e senso di perdita di controllo.
La gravidanza e l’interruzione: sono eventi molto intensi dal punto di vista emotivo e fisico. Anche quando la scelta è consapevole, possono emergere rabbia, tristezza, senso di colpa o confusione. Inoltre, i farmaci utilizzati possono accentuare temporaneamente l’instabilità emotiva.
La sfiducia verso gli altri: il fatto che dica di non fidarsi di nessuno (nemmeno dei medici) può indicare un vissuto di insicurezza profonda o esperienze pregresse difficili.
La rabbia che lei esprime nei suoi confronti, quindi, potrebbe non essere realmente “contro di lei”, ma piuttosto un modo (seppur faticoso) di esprimere un forte disagio interno.
Come può comportarsi lei
In una situazione così delicata, il suo atteggiamento può fare la differenza:
Eviti di reagire agli attacchi di rabbia sullo stesso piano: rispondere con calma, senza difendersi o contrattaccare, aiuta a non alimentare il conflitto.
Non prenda sul personale le offese, per quanto sia difficile: in questo momento sono probabilmente espressione del suo dolore.
Mantenga una presenza stabile e rassicurante: anche il silenzio può essere carico di tensione, ma una presenza calma e non invadente può trasmettere sicurezza.
Faccia domande con delicatezza, senza insistere: ad esempio “Se vuoi parlare, io ci sono”, lasciando a lei la scelta.
Riconosca le sue emozioni, senza cercare subito di risolverle: frasi come “Capisco che sei molto arrabbiata/stanca” possono aiutare più di consigli pratici.
Un aspetto importante
Il fatto che lei percepisca questa escalation di rabbia e distanza è un segnale da non sottovalutare. Da solo, per quanto animato da buone intenzioni, potrebbe fare fatica a gestire una situazione così carica emotivamente.
Sarebbe molto utile che la sua compagna potesse avere un supporto psicologico, soprattutto in questo momento. Tuttavia, vista la sua diffidenza, potrebbe essere necessario un approccio graduale. Anche per lei potrebbe essere utile confrontarsi con un professionista per capire come muoversi al meglio.
In conclusione, ciò che sta vivendo la sua compagna sembra legato a un insieme di fattori di stress e sofferenza, e la sua reazione, pur difficile, ha un senso nel contesto. Lei può aiutarla mantenendo calma, ascolto e presenza, ma è importante non affrontare tutto questo da soli.
È consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, per avere un supporto adeguato sia per lei che per la sua compagna.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
la situazione che descrive è comprensibilmente molto dolorosa: trovarsi ogni giorno nello stesso ambiente di lavoro con una persona che si ama ancora, e sentirsi ignorati o “invisibili”, può generare tristezza, frustrazione e anche un senso di rifiuto profondo.
È importante però partire da un punto realistico: il comportamento del suo ex, per quanto possa sembrare eccessivo o incomprensibile, rappresenta probabilmente una sua modalità di gestione della separazione. Alcune persone, soprattutto se orgogliose o emotivamente in difficoltà, scelgono l’evitamento totale per proteggersi, per non riattivare emozioni o per mantenere una distanza netta. Questo non significa che lei faccia paura o che abbia fatto qualcosa di sbagliato, ma che lui sta utilizzando una strategia (seppur poco empatica) per regolare il proprio mondo interno.
Capisco il suo desiderio di recuperare almeno un rapporto cordiale, soprattutto per il contesto lavorativo. Tuttavia, perché questo sia possibile, è necessario che ci sia una disponibilità minima da entrambe le parti. Se al momento lui non mostra apertura, forzare un riavvicinamento rischierebbe di aumentare il suo disagio e, purtroppo, anche la sua sofferenza.
Quello su cui può lavorare lei, invece, è:
Proteggere il suo benessere emotivo, cercando di non interpretare il suo comportamento come un giudizio sul suo valore personale.
Mantenere una posizione dignitosa e professionale, ad esempio limitandosi a un saluto educato quando possibile, senza aspettative di risposta.
Accettare gradualmente la distanza, anche se fa male: è un passaggio fondamentale per poter elaborare la fine della relazione.
Riconoscere e accogliere i suoi sentimenti, perché il fatto che sia ancora innamorata rende tutto più intenso e difficile.
Il dolore che prova è legittimo, ma merita anche di essere accompagnato e compreso, soprattutto perché la situazione lavorativa la espone continuamente a questa ferita.
Per questo motivo, le consiglierei di approfondire questi vissuti con uno specialista, che possa aiutarla a elaborare la separazione, gestire le emozioni e trovare strategie più funzionali per affrontare la quotidianità.
Un caro saluto e un augurio di serenità.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
la situazione che descrive è comprensibilmente molto dolorosa, soprattutto perché unisce due elementi difficili da gestire: la fine di una relazione significativa e la necessità di condividere lo stesso ambiente lavorativo.
Il comportamento del suo ex partner, per quanto ferente, può essere letto come una modalità di gestione della distanza emotiva. Alcune persone, soprattutto se provano disagio, senso di colpa o difficoltà a confrontarsi con le emozioni (proprie o altrui), tendono ad adottare strategie di evitamento marcato, fino ad apparire freddi o indifferenti. Questo non giustifica il suo atteggiamento, ma può aiutare a non interpretarlo come un giudizio sul suo valore personale.
Nel suo caso, però, emerge anche un aspetto importante: lei riferisce di essere ancora innamorata. Questo rende ogni tentativo di “normalizzazione” del rapporto molto più complesso, perché il desiderio di un contatto, anche minimo, rischia di riattivare continuamente la sofferenza.
Per provare a ristabilire una convivenza lavorativa almeno civile, può essere utile:
Ridimensionare le aspettative: puntare inizialmente non a un rapporto cordiale, ma a una semplice coesistenza rispettosa, anche senza interazioni dirette.
Mantenere un comportamento professionale e coerente: un saluto semplice e neutro (anche se non ricambiato) può essere un primo passo, ma senza insistere o aspettarsi una risposta.
Proteggere se stessa emotivamente: evitare di interpretare ogni suo comportamento in modo personale o estremo (“mi calpesterebbe”), perché questi pensieri, comprensibili nel dolore, rischiano di amplificarlo.
Lavorare sull’accettazione della distanza: al momento, lui sembra non essere disponibile a un contatto, e forzare una vicinanza potrebbe aumentare il disagio di entrambi.
È importante anche prendersi cura del suo vissuto emotivo: il fatto che questa situazione la faccia stare così male e la porti a piangere indica che la ferita è ancora aperta e merita attenzione. Più che concentrarsi su come cambiare lui, può essere utile concentrarsi su come aiutare se stessa a elaborare la separazione e a ritrovare un equilibrio.
Per questo motivo, le consiglierei di approfondire questi aspetti con uno specialista, che possa aiutarla a gestire le emozioni legate alla relazione e a costruire strategie più efficaci per affrontare la situazione lavorativa.
Un caro saluto.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera,
Sto passando un periodo di stress che sfogo in ansia/attacchi di panico. Ho due bimbi di 10 mesi e due anni. Sono anche anemica (ripeterò a breve analisi compreso tsh) . Soffro da sempre di reflusso e cardias incontinente. Ho spesso fastidi allo stomaco e al petto/ dietro la schiena alta e sono spesso stanca.. il che ovviamente mi fa andare in panico e così il cerchio continua. È un cane che si morde la coda che non so come risolvere. (Oggi ho iniziato terapia per reflusso e ferro) . A gennaio ho fatto visita cardiologica+ecg risultati nella norma, il mio medico di base mi ha visitato due giorni fa e cuore e torace risultano nella norma. Ho sempre paura che sia il cuore e mi faccio venire l'ansia da sola... mi date un parere? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive è un quadro piuttosto frequente in cui fattori fisici e psicologici si intrecciano e si alimentano a vicenda, creando proprio quel “circolo vizioso” che lei stessa ha ben individuato.
Da una parte ci sono condizioni organiche reali – anemia, reflusso, stanchezza, possibili variazioni ormonali (motivo per cui è corretto controllare anche il TSH) – che possono provocare sintomi fisici come affaticamento, senso di oppressione al petto, fastidi allo stomaco o alla schiena. Questi sintomi, soprattutto quando coinvolgono il torace, vengono facilmente interpretati come segnali di qualcosa di grave, come un problema cardiaco.
Dall’altra parte interviene l’ansia, che amplifica la percezione corporea: il cuore può accelerare, il respiro diventare più corto, si può avvertire senso di costrizione o dolore toracico. Questo porta a pensare “è il cuore”, attivando paura e panico, che a loro volta intensificano i sintomi fisici. È così che il circolo si autoalimenta.
Un elemento importante nel suo caso è che ha già effettuato controlli cardiologici con esito nella norma e anche il medico di base non ha rilevato problematiche: questo è un dato rassicurante e va tenuto come punto fermo quando l’ansia tende a prendere il sopravvento.
Inoltre, non va sottovalutato il momento di vita che sta attraversando: due bambini molto piccoli richiedono energie fisiche ed emotive enormi. La stanchezza, la riduzione del riposo e il carico mentale possono rendere l’organismo più vulnerabile sia ai sintomi fisici sia all’ansia.
Alcuni suggerimenti utili nell’immediato possono essere:
ricordarsi, nei momenti di paura, che i controlli medici sono nella norma
lavorare sulla respirazione lenta e diaframmatica quando sente salire l’ansia
evitare di monitorare continuamente i sintomi corporei
concedersi, per quanto possibile, momenti di recupero e riposo
Detto questo, il fatto che il problema si stia mantenendo e che ci siano attacchi di panico indica che sarebbe molto utile intervenire anche sul piano psicologico. Un percorso psicoterapeutico può aiutarla a interrompere il circolo ansia-sintomi fisici, a gestire la paura legata alla salute e a ritrovare una maggiore serenità.
Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, che possa valutare in modo completo sia gli aspetti emotivi sia quelli legati allo stress che sta vivendo.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve dottori ma secondo voi esiste un metodo giusto per vivere la vita ? Io mi sento sereno e felice della mia vita anche se qualche giorno fa mi è venuto un dubbio sul fatto che io di psicologia so ben poco e non so se sto vivendo veramente come dovrei vivere , se il mio vivere è in linea con i vari metodi della psicologia grazie per una risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, non esiste un metodo unico e universale per vivere la vita “nel modo giusto”, perché ciascuno di noi ha esperienze, valori e bisogni differenti. La psicologia può offrire strumenti e conoscenze utili per comprendere meglio se stessi, gestire le emozioni, migliorare le relazioni e prendere decisioni più consapevoli, ma non prescrive un unico modello di vita. Sentirsi sereni e felici è un indicatore importante che il tuo modo di vivere funziona per te in questo momento. Tuttavia, interrogarsi sulle proprie scelte e sul proprio benessere è naturale e può essere un’occasione per riflettere più profondamente su ciò che davvero conta per te. Per chiarire questi dubbi in modo personalizzato e approfondito, è sempre consigliabile rivolgersi a uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera sono un ragazzo di 28 anni e mi sento inferiore e in ritardo rispetto agli altri, sento una forte rabbia e frustrazione perché non ho mai avuto una relazione con una ragazza e non ho amici, purtroppo sto h 24 nel negozio che voglio vendere al più presto, mi da fastidio sentire le solite frasi ognuno ha i suoi tempi perché i miei tempi non arrivano mai se non mi do da fare, la cosa strana e che la rabbia è tanta ma tanta che sono diventato autodistruttivo come se mi odiassi quindi non mi va più di fare nulla su questo, ad agosto compio 29 anni i ragazzi di 18/20 anni stanno più avanti di me io ho bruciato i migliori anni perché a 28 anni se caso remoto succede non posso fare il bambino di 15 anni, ma comunque detto questo con il negozio non ho libertà e poco utile economico, non mi va di rialzarmi perché mi sento molto stanco e nervoso faccio cattivi pensieri, preferisco piuttosto che vivere nel umiliazione! Solo io sono inferiore o gli sfigati come me. Grazie a chi mi darà un consiglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive è molto doloroso e comprensibile: sentirsi “indietro” rispetto agli altri può generare una forte frustrazione, soprattutto quando si ha la sensazione di non avere occasioni per cambiare le cose. La rabbia che prova, così intensa da diventare autodiretta, è spesso il segnale di una sofferenza profonda e di un senso di ingiustizia accumulato nel tempo.
È importante chiarire un punto: il fatto di non aver avuto ancora relazioni o una vita sociale soddisfacente non la rende inferiore. Questa è una convinzione che nasce dal confronto continuo con gli altri, ma ogni percorso di vita è influenzato da molte variabili (contesto, opportunità, esperienze, momenti di difficoltà). Quando però il confronto diventa costante e rigido, finisce per alimentare pensieri molto duri verso sé stessi, come quelli che descrive.
La rabbia che sente potrebbe essere legata a più fattori:
senso di blocco (lavorativo e personale)
mancanza di spazi e libertà
isolamento sociale
aspettative su come “dovrebbe” essere la sua vita a 28 anni
Quando questa rabbia non trova uno sfogo costruttivo, può trasformarsi in autocritica, autosvalutazione e pensieri autodistruttivi, come se si rivolgesse contro di sé. Questo è un meccanismo psicologico abbastanza frequente: invece di dirigere la frustrazione verso il cambiamento, si finisce per colpevolizzarsi e sentirsi “sbagliati”.
Un altro aspetto importante è la stanchezza e la demotivazione che descrive: il fatto di sentirsi senza energie e di non avere più voglia di “rialzarsi” può indicare uno stato di esaurimento emotivo o anche un inizio di umore depresso, soprattutto se accompagnato da pensieri negativi ricorrenti.
Rispetto alle relazioni: non esiste un “tempo giusto” valido per tutti. È vero che dirsi “ognuno ha i suoi tempi” può suonare vuoto, ma è altrettanto vero che le relazioni non si sviluppano in modo lineare né seguono tappe obbligatorie. Inoltre, iniziare più tardi non significa essere “inadeguati”: spesso significa avere meno esperienza, ma non meno valore o possibilità.
In questo momento, più che forzarsi a “recuperare il tempo perso”, potrebbe essere utile:
lavorare sul modo in cui si percepisce e si giudica
ridurre il confronto costante con gli altri
creare piccoli spazi di cambiamento concreti (anche minimi)
comprendere e gestire la rabbia senza rivolgerla contro sé stesso
Infine, voglio sottolineare con attenzione ciò che scrive: “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione” e “faccio cattivi pensieri”. Questi segnali meritano ascolto e supporto, perché indicano una sofferenza che non va affrontata da soli.
Per questo motivo, le consiglio vivamente di rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta, per avere uno spazio in cui poter esprimere liberamente queste emozioni, comprendere cosa sta succedendo e costruire gradualmente un percorso di cambiamento concreto e sostenibile.
Non è solo in quello che sta vivendo, e soprattutto non è “inferiore”: è una persona in difficoltà che ha bisogno di strumenti e supporto adeguati.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, in seguito a un infortunio sul lavoro sono rimasta invalida e mi trovo impossibilitata a svolgere le cure quotidiane della mia famiglia. Inoltre, non essendo in grado di guidare la macchina, necessito dell'accompagnamento permanente alle visite e cure mediche. Tutto ciò mi crea un forte sentimento di colpa verso la mia famiglia, mi sento depersonalizzata e inutile, anzi, mi sento un peso inutile. È normale tutto questo?
Grazie per un'eventuale risposta.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quanto descrive è comprensibile e ha senso che stia vivendo emozioni così intense in seguito a un infortunio che ha cambiato radicalmente la sua quotidianità. Sentimenti di colpa, frustrazione, senso di inutilità o depersonalizzazione sono reazioni comuni quando ci si trova improvvisamente dipendenti dagli altri o impossibilitati a svolgere i propri ruoli abituali. Queste emozioni non significano che ci sia qualcosa “di sbagliato” in lei, ma sono segnali che il suo vissuto sta affrontando un cambiamento significativo e richiede attenzione e supporto.
È importante poter elaborare questi sentimenti, riconoscere il proprio valore anche in nuove modalità di relazione e cura, e trovare strategie per preservare il benessere emotivo. Un percorso di sostegno psicologico può essere molto utile per affrontare il senso di colpa, la frustrazione e il vissuto di dipendenza, così da recuperare un senso di autonomia e identità anche in questa nuova situazione.
Ritengo quindi consigliabile approfondire questi temi con uno specialista che possa accompagnarla nella gestione delle emozioni e nel processo di adattamento.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa, Psicoterapeuta, Sessuologa
Buonasera scrivo perché purtroppo non sò come muovermi... Ho un compagno che amo ma da tempo inizio a sospettare che ci sia un problema.
Quando l' ho conosciuto era un single che si divertiva a fare serate e bere (a volte troppo) tanto da "distruggere" il gruppo in cui suonava come batterista, perché era arrivato al concerto ubriaco e non riusciva a suonare... Da addormentarsi in macchina perché dopo un matrimonio aveva alzato il gomito e non sapevo dove fosse... Insomma "serate" ma pensavo che piano piano queste abitudini smettessero.
Invece purtroppo ha iniziato a non bere solo nel weekend adesso beve tutta la settimana... Non torna a casa che non si regge in piedi, però dice sempre con orgoglio che fa' la dieta alcolica per dimagrire, fieramente dice che invece di pranzare al lavoro per non ingrassare beve 1/2 gin-tonic. Quando arriva a casa magari né beve un' altro, più l' amaro, in settimana... Nel weekend dà il meglio di sé è capace di bersi mezza bottiglia di gin da solo, associata a qualche bicchiere di vino e amaro. Quando torniamo a casa si arrabbia per ogni cosa, una luce lasciata accesa, perché gli dico di non avvicinarsi perché puzza di alcol e il suo sguardo mi spaventa e lì inizia ad insultarmi, litighiamo. Mi accusa di esagerare, di non rompere che non ha bevuto troppo.
Purtroppo ho 3 figli e i 2 più grandi iniziano a guardarlo male, si vergognano quando esagera e mi chiedono del perché beva così tanto se sà che poi si riduce un straccio.
Io non sò che fare... Vorrei separarmi perché quando affrontiamo il tema da sobrio, mi accusa di essere esagerata e che voglio trovare una scusa per portargli via i figli, ma non è una scusa... Mi dice che sapevo che ha sempre bevuto e che lo regge quindi vuole dire che non esagera. Di non parlargli di terapia perché lui non ha nessun problema ma sono io che non lo amo come prima.
Questa situazione mi sta' distruggendo
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
dal suo racconto emerge una situazione complessa e molto stressante, sia per lei sia per i suoi figli. La descrizione di un consumo di alcol crescente, accompagnato da comportamenti aggressivi e da conflitti in famiglia, può indicare la presenza di un problema legato all’alcol, che spesso richiede un intervento specialistico. Non è raro che chi ha difficoltà con l’alcol minimizzi o neghi il problema, mentre l’impatto sulle persone vicine diventa evidente e doloroso.
In casi come questo, è importante tutelare la propria sicurezza e quella dei figli, valutare i limiti personali e le scelte di convivenza, e considerare percorsi di supporto specifici. Parlare con un professionista esperto può aiutare a chiarire la situazione, individuare strategie concrete e sostenere decisioni informate, comprese eventuali separazioni o interventi terapeutici.
Vista la complessità della situazione, le consiglio di approfondire con uno specialista, che possa valutare il quadro nel dettaglio e suggerire il percorso più adeguato per lei e la sua famiglia.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve sono un ragazzo di 53 anni la mia lei di 56 anni purtroppo lei andata in menopausa ha cambiato vita sessualmente in modo drastico cioè nulla ha deciso di rinunciare il sesso a lei gli ho detto di fare una visita ginecologica lo affrontiamo insieme mi diceva sempre di sì ma niente e così sono passati 8 mesi e per me è stata una tortura ho dovuto prendere una decisione e ho lasciato lei d'altronde io sono un uomo attivo lei è disperata non fa che chiamarmi a volte rispondo a volte mai purtroppo dottore io non torno indietro vado avanti nella vita non sono un egoista nn a realista
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
la situazione che descrive è molto più comune di quanto si pensi, e merita di essere letta con attenzione da più punti di vista, senza giudizi.
La menopausa può comportare cambiamenti importanti: calo del desiderio, secchezza vaginale, dolore nei rapporti, ma anche modifiche emotive e psicologiche. Per alcune donne questi cambiamenti portano a una riduzione o a un blocco della sessualità, soprattutto se vissuti con disagio, paura o senso di “perdita” del proprio corpo. Tuttavia, è importante sottolineare che la sessualità non “finisce” con la menopausa: spesso può essere recuperata o trasformata con il giusto supporto medico e psicologico.
Nel suo racconto emergono due aspetti fondamentali:
Il suo bisogno legittimo di una vita sessuale attiva, che fa parte del benessere individuale e di coppia. Non è egoismo, ma un bisogno reale.
La difficoltà della sua partner ad affrontare il cambiamento, anche rifiutando visite o possibili soluzioni, forse per paura, vergogna o negazione.
Quando in una coppia manca il dialogo aperto e soprattutto la disponibilità a cercare soluzioni insieme, si crea una distanza che nel tempo può diventare molto dolorosa, come è successo a lei. Lei ha provato a proporre un aiuto (la visita ginecologica), ma non ha trovato collaborazione: questo è un elemento importante.
La decisione che ha preso non la rende una persona egoista, ma evidenzia che i vostri bisogni e le vostre modalità di affrontare il problema erano diventati incompatibili. Allo stesso tempo, il fatto che la sua ex compagna sia ora disperata e la cerchi indica che probabilmente non aveva pienamente compreso la gravità della situazione o le sue conseguenze.
Se dovesse avere ancora dei dubbi o se una parte di lei è in conflitto, può essere utile riflettere su questo:
non è tanto la menopausa ad aver “rotto” la relazione, quanto la difficoltà di affrontarla insieme.
In ogni caso, sia che lei voglia andare avanti, sia che in futuro valuti un confronto con la sua ex partner, sarebbe utile approfondire questi aspetti con un professionista, per comprendere meglio i propri bisogni, le emozioni coinvolte e le dinamiche relazionali.
Un confronto con uno specialista può aiutarla a fare chiarezza e a vivere le sue scelte con maggiore serenità.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera dottori, parto dal presupposto che il mio non è un problema di salute in quanto tale, anche se mi sta mettendo in grosse difficoltà.
Sono sposato da 4 anni ora ne ho 42 ma da quando avevo 10 anni amo immensamente vestire da donna.
Nel corso degli anni ho spesso provato a smettere ma non sono mai riuscita a farne a meno.
Non sono particolarmente attratta dagli uomini preferisco le donne ma ultimamente qualcosa è cambiato e avrei voglia di provare con qualche uomo però davvero la situazione è insostenibile.
Da una parte la famiglia che amo dall' altra una forza fortissima che mi porta in segreto a mettere trucchi collant smalti gonne tacchi.
Non mi vedo solo vestita ammetto che negli ultimi tempi mi vedo proprio donna.
Ho più volte cominciato percorsi di psicoanalisi che però non mi hanno fatto uscire da questa situazione.
Vorrei un vostro parere un consiglio qualcosa, so che online è molto difficile ma davvero non so più che pesci prendere.
Sono costretta a nascondere tutto sotterfugi di ogni natura pur di portare avanti questo desiderio che è davvero fortissimo.
Infine nell' ultimo periodo ho cambiato i miei gusti sia a livello personale che generale e delle donne da un po' non guardo più le classiche zone che piacciono agli uomini ma le invidio vedendole così ben vestite, invidio le loro borse,i loro capelli le loro unghie e mi sento sempre più vicina a loro .
Datemi una mano se potete almeno qualche consiglio.
Grazie anticipatamente
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
la situazione che descrive è più comune di quanto si pensi, anche se spesso viene vissuta in solitudine e con molta sofferenza, proprio come sta accadendo a lei.
Da quello che racconta emergono diversi aspetti importanti che è utile distinguere:
Il piacere di vestirsi con abiti femminili (crossdressing), che di per sé non è una patologia e può rappresentare una modalità espressiva della propria identità o della propria emotività.
L’identità di genere, cioè il modo in cui una persona sente se stessa (uomo, donna, entrambi o altro), che nel suo caso sembra essersi evoluta nel tempo, passando da un comportamento a una percezione più profonda (“mi vedo proprio donna”).
L’orientamento sessuale, che può essere fluido e non necessariamente legato in modo rigido all’identità di genere.
Il punto centrale non è “eliminare” ciò che prova (come ha già sperimentato, spesso senza successo), ma comprendere cosa rappresenta per lei questa parte e come integrarla nella sua vita senza che diventi fonte di conflitto così intenso.
La sofferenza che descrive infatti non deriva tanto dal desiderio in sé, quanto da:
il conflitto interno (una parte di lei vs. l’altra),
il senso di segretezza e doppia vita,
la paura delle conseguenze nella sua relazione e nella famiglia.
È importante dirle con chiarezza che:
non c’è nulla di “sbagliato” o “malato” in ciò che prova,
ma è fondamentale capire quanto questo vissuto sia legato a una possibile identità di genere più profonda e non solo a un comportamento.
Il fatto che negli ultimi tempi lei:
si percepisca sempre più come donna,
provi identificazione e invidia verso altre donne,
senta cambiare anche alcuni aspetti del desiderio,
può indicare un’evoluzione significativa del suo vissuto interiore che merita di essere esplorata con attenzione.
Un percorso psicologico può aiutarla non a “cambiare” ciò che è, ma a:
fare chiarezza su chi è e cosa sente davvero,
ridurre il senso di confusione e urgenza,
capire come gestire la sua vita affettiva e familiare in modo più autentico e meno sofferto,
valutare, con i tempi giusti, eventuali scelte future.
Se i percorsi precedenti non hanno funzionato, potrebbe essere utile orientarsi verso un professionista con esperienza specifica in identità di genere e sessualità, con un approccio accogliente e non giudicante.
In questo momento non è necessario prendere decisioni drastiche, ma fermarsi a comprendere profondamente se stesso.
Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista esperto in queste tematiche, che possa accompagnarla in modo adeguato in questo percorso delicato.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa