Domande del paziente (2565)
Buongiorno sono passati quasi 7 mesi da mio intervento di isterectomia e tolto anche le tube… volevo sapere se è normale non sentire il desiderio e avere paura di avere rapporti? Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
dopo un intervento di isterectomia è piuttosto frequente attraversare un periodo di cambiamenti sia fisici sia emotivi che possono influire sulla sessualità, anche a distanza di mesi. La diminuzione del desiderio e la paura di avere rapporti possono avere diverse cause e non significano necessariamente che ci sia qualcosa di “sbagliato”.
Dal punto di vista fisico, il corpo ha subito un intervento importante: possono esserci ancora tensioni, fastidi, cambiamenti nella percezione del proprio corpo o timore del dolore durante i rapporti. Anche se le ovaie sono state conservate, l’intervento può comunque avere un impatto sull’equilibrio ormonale e sul benessere generale; se invece sono state rimosse, il calo ormonale può influenzare maggiormente desiderio, lubrificazione ed emotività.
Dal punto di vista psicologico, molte donne dopo un’isterectomia vivono emozioni contrastanti: paura di farsi male, ansia anticipatoria, sensazione di perdita, cambiamento dell’immagine corporea o femminilità, difficoltà a “riconoscersi” nel proprio corpo. Tutto questo può portare ad evitare il contatto sessuale o a viverlo con apprensione.
La paura del rapporto, inoltre, tende ad alimentarsi da sola: più si evita, più aumenta l’ansia rispetto all’idea di riprovare. Per questo è importante non forzarsi, ma procedere gradualmente, ascoltando i propri tempi e mantenendo un dialogo sereno con il partner.
Può essere utile anche distinguere se:
il desiderio è assente in generale oppure solo nei rapporti;
c’è paura del dolore;
sono presenti tristezza, irritabilità o calo dell’umore;
ci sono cambiamenti nella lubrificazione o nella sensibilità.
In ogni caso, dopo 7 mesi è consigliabile approfondire sia con il ginecologo sia con uno specialista psicologo/psicoterapeuta o sessuologo, per comprendere meglio l’origine di queste difficoltà e ricevere un supporto adeguato. Con il giusto accompagnamento, nella maggior parte dei casi è possibile ritrovare serenità e benessere nella sfera sessuale.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.
Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.
Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.
Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.
Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.
A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.
Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.
Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.
In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.
È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.
Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.
Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.
Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.
Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.
Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.
Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
dal suo racconto emerge molta stanchezza emotiva, ma anche una grande lucidità. Lei ha descritto relazioni diverse tra loro, ma accomunate da alcuni elementi che sembrano ripetersi: il bisogno di “farsi carico” dell’altra persona, la tendenza a mettere i bisogni della partner prima dei propri, il sentirsi responsabile del benessere della relazione e, contemporaneamente, il timore profondo di non essere abbastanza o di non meritare amore e serenità.
Il punto importante è che probabilmente il problema non è soltanto “questa relazione”, ma il modo in cui lei entra nelle relazioni.
Nel suo racconto si percepisce una dinamica molto forte: quando incontra una partner tende rapidamente a darle tutto, sia sul piano pratico che emotivo. Si mette nella posizione di sostenere, aiutare, compensare, organizzare, proteggere. Questo però, nel tempo, rischia di creare rapporti sbilanciati, dove lei sente di dare tantissimo e ricevere poco in termini di riconoscimento, presenza emotiva e reciprocità.
C’è anche un altro aspetto centrale: sembra che il suo valore personale dipenda molto dallo sguardo dell’altra persona. Prima si sentiva “fuori forma” e poco sicuro; poi, migliorando fisicamente, ha iniziato a ricevere attenzioni e questo probabilmente ha avuto un forte impatto sulla sua autostima. Tuttavia, la sicurezza costruita soprattutto sull’immagine esterna spesso resta fragile: basta sentirsi “meno desiderato”, meno scelto o confrontato con il passato della partner per tornare a sentirsi inadeguato.
Il disagio che prova rispetto agli ex della sua compagna non parla necessariamente di lei, ma delle sue paure profonde:
paura di non essere abbastanza;
paura di essere sostituibile;
bisogno costante di conferme;
difficoltà a sentirsi davvero scelto e valorizzato.
Anche il fatto che lei faccia fatica a chiudere relazioni che lo fanno stare male è significativo. Non sembra esserci assenza di consapevolezza: lei vede bene ciò che non funziona. Il problema è che il dolore di restare sembra, in certi momenti, meno spaventoso del dolore di perdere l’altro o sentirsi “colpevole” nel far soffrire qualcuno.
Quando scrive “non mi sento mai davvero bene”, credo che questa sia la frase più importante del suo messaggio. Perché una relazione sana non dovrebbe lasciare costantemente la sensazione di dover guadagnarsi amore, spazio o valore personale.
Un altro punto fondamentale riguarda la convivenza immediata. Passare molto velocemente all’intimità quotidiana può creare fusioni emotive intense che rendono difficile capire davvero se il rapporto è equilibrato. A volte si entra subito in una dimensione di “progetto di vita” senza aver costruito prima basi solide di reciprocità, comunicazione e compatibilità concreta.
Lei chiede: “In cosa sbaglio?”.
Più che parlare di errore, parlerei di aspetti su cui lavorare:
imparare a mettere confini senza sentirsi egoista;
distinguere l’amore dal sacrificio continuo;
non sentirsi responsabile della felicità dell’altra persona;
lavorare sull’autostima profonda, non solo sull’immagine;
capire cosa desidera davvero in una relazione, al di là della paura di perdere qualcuno;
imparare a chiedere reciprocità senza sentirsi “troppo bisognoso”.
Rispetto alla psicoterapia: il fatto che una precedente esperienza non l’abbia aiutata non significa che il percorso psicologico non possa esserle utile. A volte semplicemente non si incontra il professionista o l’approccio più adatto a sé, oppure non si arriva ancora al nucleo vero della sofferenza. Nel suo caso credo sarebbe importante un percorso che lavori soprattutto sulle dinamiche relazionali, sull’autostima e sulla dipendenza affettiva/emotiva.
Le suggerisco di non leggere il suo malessere come un fallimento personale, ma come un segnale importante: una parte di lei sta chiedendo relazioni più equilibrate, dove non debba continuamente “dimostrare” di meritare amore.
Credo sia davvero consigliabile approfondire tutto questo con uno specialista, così da comprendere meglio i suoi bisogni emotivi e costruire relazioni in cui possa sentirsi valorizzato, sereno e realmente alla pari.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze. Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante. Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo. Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente. La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero. E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero. Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme. (scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte). Mi date un parere su questa situazione? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
dal suo racconto emerge un legame molto intenso, profondo e autentico, costruito nel tempo su più livelli: complicità mentale, vicinanza emotiva, condivisione quotidiana, sostegno reciproco e anche intimità affettiva e sessuale. Non si tratta semplicemente di una “storia parallela”, ma di una relazione che per entrambi sembra aver assunto un valore significativo e trasformativo. È comprensibile quindi che oggi lei si senta spaesata, perché non sta elaborando soltanto la fine di un rapporto sentimentale, ma anche la perdita di una presenza quotidiana, di un riferimento emotivo e di una connessione che le dava senso, ascolto e riconoscimento.
Nel suo racconto colpisce molto il fatto che lei si sia sentita “vista” davvero. Questo è un elemento psicologicamente molto potente: quando incontriamo qualcuno con cui ci sentiamo accolti, compresi e valorizzati in modo profondo, il legame tende a diventare rapidamente centrale nella nostra vita affettiva. Non è debolezza né ingenuità: è un bisogno umano fondamentale.
Allo stesso tempo, però, emerge anche una forte ambivalenza da parte di quest’uomo. Da un lato il coinvolgimento appare evidente: la ricerca costante del contatto, il bisogno di condivisione continua, il sostegno reciproco, i gesti concreti, il desiderio di esserci. Dall’altro lato, però, lui sembra non essere riuscito — o non aver voluto — trasformare questo sentimento in una scelta chiara. E spesso è proprio qui che nasce la sofferenza maggiore: quando ciò che si vive emotivamente è molto intenso, ma non trova una collocazione definita nella realtà.
È possibile che lui abbia vissuto questo rapporto come qualcosa di autentico ma allo stesso tempo destabilizzante, entrando in conflitto con l’immagine di sé, con il senso di responsabilità verso la compagna o con la paura delle conseguenze di un cambiamento radicale. La differenza d’età, che lui cita, potrebbe essere una motivazione reale, ma anche un modo per razionalizzare una difficoltà più profonda nel compiere una scelta.
Lei scrive una frase molto importante: “non gli ho mai chiesto di lasciarla”. Questo mostra lucidità e maturità emotiva. Tuttavia, anche senza richieste esplicite, quando un rapporto assume l’intensità che descrive, è naturale che dentro di sé nasca il desiderio di una reciprocità piena, di una situazione “alla pari”, libera da limiti e ambiguità. Non è una pretesa e non significa fare “pazzie”: significa desiderare coerenza tra ciò che si prova e ciò che si può vivere concretamente.
In questo momento probabilmente il dolore nasce anche dal fatto che la chiusura è arrivata in modo improvviso e unilaterale, lasciandola con molte domande aperte. Quando una relazione è così fusionale e presente nella quotidianità, il vuoto che segue può essere molto destabilizzante, quasi come una sorta di “disorientamento emotivo”. È normale sentire nostalgia, confusione, tristezza e persino fatica a ritrovare i propri ritmi.
Cerchi però di non svalutare ciò che ha vissuto solo perché non si è trasformato in una relazione ufficiale. Un legame può essere vero anche se incompleto o irrealizzabile. La verità emotiva di quello che avete condiviso non viene cancellata dalla fine del rapporto. Allo stesso tempo, però, è importante riconoscere che l’intensità di un sentimento non sempre coincide con la capacità concreta di costruire un progetto di vita.
Adesso forse la domanda più utile non è soltanto “cosa provava lui?”, ma anche: “di cosa ho bisogno io per stare bene in una relazione?”. Perché meritare di sentirsi vista e amata non dovrebbe implicare dover restare in una posizione sospesa o parziale.
Vista la profondità emotiva di questa esperienza e il disorientamento che sta vivendo, potrebbe esserle molto utile approfondire questi vissuti con uno specialista, per comprendere meglio ciò che questa relazione ha rappresentato per lei e affrontare in modo più consapevole il dolore della perdita e i bisogni affettivi che questa esperienza ha portato alla luce.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve,
sono un ragazzo di 18 anni, soffro di un'acuta forma di DOC da ben 8 mesi. Sto seguendo la psicoterapia cognitivo-comportamentale da uno psicoterapeuta da 7 mesi e in più prendo farmaci anti-ossessivi prescritti dallo psichiatra. Sebbene sia in terapia da ormai un bel po' di tempo, le compulsioni sono sempre più frequenti; soffro di DOC da controllo e sono costretto a controllare le luci di casa più di 60 volte al giorno. Non riesco a smettere per alcun motivo. Sto ore e ore in giro per la casa a controllare i lampadari e smetto solo quando vado a letto. In più ho DOC di contaminazione, mi lavo quasi sempre le mani con acqua e sapone. Non so perché ma non miglioro affatto. Sto perdendo peso perché sono sempre in giro per la casa a controllare, a malapena pranzo e ceno. A studiare ho difficoltà. Ho la maturità e non so come fare. In cosa sto sbagliando? Vi chiedo aiuto.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che descrive è molto faticoso, ma purtroppo non insolito nei disturbi ossessivo-compulsivi più intensi. È importante chiarire subito una cosa: il fatto che lei non stia ancora migliorando non significa che stia “sbagliando” o che non si stia impegnando abbastanza. Il DOC può diventare molto invasivo, soprattutto quando entra in un circolo in cui l’ansia porta alla compulsione e la compulsione, anche se dà sollievo momentaneo, finisce per rinforzare ulteriormente il disturbo.
Nel suo caso sembra che il DOC stia avendo un impatto significativo sulla qualità di vita: tempo assorbito dai controlli, difficoltà nello studio, perdita di peso, stanchezza mentale e fisica. Sono segnali che meritano attenzione clinica approfondita.
La terapia cognitivo-comportamentale è uno degli approcci più efficaci per il DOC, ma è fondamentale che includa un lavoro specifico di esposizione con prevenzione della risposta (ERP), che è il trattamento maggiormente validato per le compulsioni di controllo e contaminazione. Questo tipo di percorso richiede gradualità, continuità e spesso attraversa fasi in cui i sintomi possono sembrare invariati o addirittura aumentare temporaneamente.
Anche la terapia farmacologica a volte necessita di aggiustamenti: dosaggio, tempi di risposta o tipologia di farmaco possono influire molto. In alcuni casi il miglioramento richiede più tempo del previsto, soprattutto quando il DOC è severo e presente per molte ore al giorno.
Un altro aspetto importante è che più si cerca di ottenere la “certezza assoluta” (“devo essere sicuro che la luce sia spenta”, “devo sentirmi pulito”), più il cervello ossessivo continua a chiedere controlli. Il problema non è la luce o la contaminazione in sé, ma il bisogno di eliminare completamente il dubbio e l’ansia. Nel DOC, però, la certezza totale non arriva mai, e il rituale continua ad alimentarsi.
Per quanto riguarda la maturità, non si colpevolizzi se in questo momento fatica a concentrarsi: il DOC severo consuma enormi energie cognitive. Sarebbe utile parlarne apertamente anche con i suoi curanti, perché potrebbero aiutarla a trovare strategie concrete per affrontare questo periodo senza pretendere da sé stesso prestazioni “normali” mentre sta combattendo una sofferenza importante.
Il consiglio è di non interrompere il percorso, ma di confrontarsi sinceramente con il suo psicoterapeuta e con lo psichiatra dicendo chiaramente che i sintomi stanno peggiorando e che il funzionamento quotidiano è molto compromesso. A volte è necessario rivedere il piano terapeutico, intensificare il trattamento o affidarsi a professionisti particolarmente specializzati nel DOC.
Le suggerisco quindi di approfondire la situazione con uno specialista esperto nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera
Sto vivendo un momento un po' doloroso
Mi piace molto una ragazza, una mia collega di lavoro.
Siamo caratterialmente diversi lo ammetto, però abbiamo ammesso ieri di provare un interesse reciproco ma c'è un enorme problema che blocca tutto.
Ci sono stati diversi litigi, soprattutto per mancanza di onestà da parte di lei, che mi hanno fatto alterare e reagire un po' troppo.
Questi litigi a lei le hanno fatto capire che non possiamo stare insieme, non potremo mai, che ha già vissuto una situazione del genere e che non vuole caderci di nuovo.
Ha già pensato diverse volte se tra noi poteva andare oltre ma non ce la fa, non è ancora pronta per una relazione e perché siamo colleghi e se già litighiamo così spesso prima di iniziare dopo diventerebbe peggio, anche se secondo me meglio litigare all'inizio che nel mezzo.
Ho provato a farle capire che io sono disposto a provare e a migliorare in primis per me stesso e sarei disposto a farle vedere più avanti che sono migliorato (davvero) ma lei non vuole neanche provarci.
Le ho confessato che è la cosa più bella che mi sia capitata da quando lavoro in questa azienda(ed è vero) e sono felice tutte le volte che la vedo... Questo discorso l'ha fatta emozionare e mi ha preso anche le mani.
Resta il fatto che ha dato un no definitivo e non vuole fare neanche un tentativo perché siamo troppo diversi e ci sono troppi litigi.
Secondo voi, ci potrà mai essere un ripensamento da parte sua e quindi un cambiamento di scelta?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che sta vivendo sembra essere un momento emotivamente molto intenso, perché da una parte c’è un interesse reciproco dichiarato, dall’altra però ci sono paure, dubbi e dinamiche conflittuali che stanno creando sofferenza e incertezza.
Da ciò che racconta, la ragazza non sembra negare il sentimento o la sintonia emotiva che prova nei suoi confronti: il fatto che si sia emozionata, che abbia ammesso l’interesse reciproco e che abbia avuto gesti affettuosi nei suoi confronti lo lascia intuire. Tuttavia, una relazione non si costruisce soltanto sul sentimento, ma anche sulla percezione di sicurezza, stabilità e compatibilità emotiva.
Lei stessa le ha comunicato alcuni aspetti importanti:
teme che i conflitti possano peggiorare nel tempo;
ha probabilmente vissuto esperienze passate dolorose simili;
sente di non essere pronta per una relazione;
il fatto di lavorare insieme aumenta la paura delle conseguenze emotive e pratiche.
Quando una persona dice “non voglio provarci”, spesso non significa necessariamente “non provo nulla”, ma piuttosto “in questo momento non mi sento al sicuro abbastanza da iniziare”. Questo è un punto fondamentale.
Allo stesso tempo, è molto positivo che lei abbia riconosciuto le proprie reazioni durante i litigi e il desiderio di migliorarsi. Però è importante che questo percorso di cambiamento venga fatto principalmente per sé stesso e non con l’obiettivo di convincere l’altra persona a cambiare idea. Quando il miglioramento personale dipende dall’attesa di un ripensamento altrui, si rischia di vivere in una continua sospensione emotiva.
Per quanto riguarda la sua domanda: sì, nella vita le persone possono cambiare idea, soprattutto quando le emozioni sono presenti. Tuttavia, non è possibile prevederlo né costruire il proprio benessere aspettando che accada. In questo momento il “no” che lei le ha espresso va rispettato come reale e autentico, anche se doloroso.
Paradossalmente, spesso è proprio quando si interrompe la pressione emotiva e si lascia spazio all’altro che una persona può eventualmente rivalutare la situazione con più serenità. Ma questo deve nascere spontaneamente da lei, non dalla speranza continua o dal tentativo di dimostrarle qualcosa.
Il consiglio che mi sento di darle è di utilizzare questa esperienza anche come occasione per comprendere meglio:
cosa la porta a reagire intensamente nei conflitti;
quali bisogni emotivi sente dentro una relazione;
quanto il timore di perdere l’altro possa influenzare le sue reazioni.
Sono aspetti molto importanti, perché le relazioni non dipendono solo dal sentimento, ma anche dalla capacità di gestire emozioni, comunicazione e frustrazione.
Potrebbe essere utile approfondire queste dinamiche con uno specialista, per comprendere meglio ciò che sta vivendo e affrontare questa situazione con maggiore consapevolezza emotiva.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, sono una ragazza di quasi 18 anni e scrivo perché vivo una situazione che non riesco a controllare. Premessa: il tutto è iniziato a 12 anni, poi a dai 14/15 ai 16 sembrava essere migliorata la situazione, ma adesso è peggio di prima.
A 12 anni ho iniziato ad avere l'impulso di strapparmi ciglia e sopracciglia, mentre adesso si sono aggiunti anche i capelli e il gesto è diventato molto più frequente e sistematico.
Inoltre, è dai 12 anni che penso di non avere un rapporto sano con il cibo: i primi anni era stata una cosa anche più o meno sopportabile, che si è risolta da sola (periodi di restrizione col cibo), invece nell'ultimo anno non fa che peggiorare (per farla breve abbuffate/restrizioni).
Non voglio dire che i due problemi siano collegati l'uno con l'altro perchè sono la prima che non riesce a darsi una risposta o controllarsi da sola, il che mi fa sentire come se non fossi cresciuta affatto, anzi avevo più autocontrollo a 12 anni.
Non so bene quale sia il mio obiettivo scrivendo tutto questo e non vorrei nemmeno essermi esposta troppo, ma lo considero un passo avanti piuttosto che continuare a parlare dei miei problemi con una AI.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive merita attenzione e soprattutto non va letto come una mancanza di “forza di volontà” o di autocontrollo. I comportamenti che racconta – lo strappo di ciglia, sopracciglia e capelli e le difficoltà nel rapporto con il cibo con fasi di restrizione e abbuffate – sono spesso forme con cui la mente e il corpo cercano di gestire tensioni interne, emozioni difficili o stati di ansia, anche quando non ce ne si rende pienamente conto.
Nel caso dello strappo dei peli (ciglia, sopracciglia, capelli), si parla spesso di comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo, che possono diventare automatici e aumentare nei periodi di stress, noia, tensione o sovraccarico emotivo. Non è raro che nel tempo questi gesti si intensifichino o si “espandano” ad altre aree.
Per quanto riguarda il rapporto con il cibo, il passaggio tra restrizione e abbuffate può indicare un equilibrio emotivo e corporeo che si è reso instabile. Anche qui, spesso il cibo diventa uno strumento di regolazione emotiva più che una semplice scelta alimentare.
È importante sottolineare che il fatto che questi due aspetti coesistano non è insolito: non perché siano “la stessa cosa”, ma perché possono condividere radici comuni legate alla regolazione delle emozioni, dell’ansia o del controllo.
Il fatto che lei riconosca la difficoltà e ne parli è già un passaggio significativo, non un fallimento. A 18 anni non è raro sentirsi come se si stesse “perdendo il controllo”, soprattutto quando questi schemi si sono radicati nel tempo.
Detto questo, quando questi comportamenti diventano frequenti, automatici e fonte di sofferenza, è consigliabile non affrontarli da soli. Un percorso con uno specialista può aiutare a comprendere meglio cosa attiva questi comportamenti e soprattutto a costruire strategie concrete per interromperli e sostituirli con modalità più funzionali. Approcci come la psicoterapia cognitivo-comportamentale e il lavoro sulla regolazione emotiva possono essere molto utili in questi casi.
Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno psicologo o psicoterapeuta, così da poterla inquadrare in modo più preciso e trovare un percorso adatto a lei.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che racconti non è affatto una banalità, perché il bisogno di sentirsi scelti, amati e importanti per qualcuno è un bisogno umano profondo. Quando per tanto tempo si vive la sensazione di “restare fuori” dalle relazioni, è comprensibile iniziare a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in sé stessi. Però dalle tue parole emerge soprattutto una grande sofferenza emotiva, non un “difetto” personale.
Spesso, in situazioni come la tua, si crea un circolo molto faticoso: più si teme di non essere abbastanza o di essere rifiutati, più ci si blocca nelle interazioni; e più ci si blocca, più si rafforza l’idea di essere incapaci o destinati a restare soli. Questo porta a evitare il contatto, l’affezionarsi o l’esporsi emotivamente, come forma di protezione. Non perché non si abbia valore, ma perché ci si sente costantemente sotto giudizio.
Il fatto che tu abbia migliorato il tuo aspetto e abbia capito che il problema non è solo fisico è già una consapevolezza importante. Molto spesso, infatti, il nodo principale riguarda l’autostima, la sicurezza personale, la paura del rifiuto e il modo in cui si percepisce sé stessi nelle relazioni. Quando dentro di sé si è convinti di “non essere abbastanza”, anche le situazioni più semplici possono diventare fonte di ansia e blocco.
Inoltre, confrontarsi continuamente con gli amici fidanzati rischia di aumentare il senso di esclusione e di “ritardo”, ma la vita affettiva non segue tempi uguali per tutti. Questo non significa minimizzare il tuo dolore con frasi fatte, ma ricordarti che a 22 anni la tua storia relazionale non è ancora “scritta”. In terapia incontro molte persone che hanno iniziato a vivere relazioni significative più tardi, proprio dopo aver lavorato sul proprio senso di valore e sulla propria emotività.
C’è anche un altro aspetto importante: quando si vive per anni con la convinzione che “tanto finirà male”, si rischia inconsapevolmente di non concedersi davvero la possibilità di essere conosciuti dagli altri. Non perché manchi qualcosa in te, ma perché la paura prende il sopravvento sulla spontaneità.
Il tuo malessere merita ascolto e approfondimento, soprattutto perché dici che questa situazione ti logora da molto tempo e ti porta a pensieri molto scoraggiati su te stesso e sul futuro. Un percorso psicologico potrebbe aiutarti concretamente a comprendere da dove nasce questo senso di inadeguatezza, a lavorare sulla sicurezza nelle relazioni e a costruire un’immagine di te più autentica e meno basata sulla paura del rifiuto.
Ti consiglierei quindi di approfondire questi vissuti con uno specialista, perché non sei “destinato” a stare così: spesso dietro questi blocchi ci sono dinamiche emotive profonde che possono essere comprese e affrontate.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrivi non è affatto una banalità e, soprattutto, non riguarda solo il “trovare una ragazza”. Dalle tue parole emerge una sofferenza profonda legata al sentirti “non scelto”, non abbastanza interessante o degno di essere amato. Quando queste convinzioni accompagnano una persona per tanti anni, finiscono spesso per influenzare il modo in cui si guarda, si comporta e si relaziona agli altri.
Il fatto che tu vada “in blocco” nelle interazioni, faccia fatica a mantenere il contatto visivo o tenda ad evitare il coinvolgimento emotivo non significa che tu sia sbagliato o incapace di amare. Molto spesso questi comportamenti nascono dalla paura del rifiuto, dal timore di non essere accettati o dalla convinzione di partire già sconfitti. E più ci si convince di questo, più si tende inconsapevolmente ad evitare le situazioni che potrebbero smentirlo.
Confrontarti continuamente con gli amici fidanzati aumenta inevitabilmente il senso di solitudine e di “ritardo”, ma le relazioni non seguono una tabella di marcia uguale per tutti. Il rischio, però, è che col tempo tu abbia trasformato questa esperienza in una definizione di te stesso: “sono io il problema”. Ed è proprio questo pensiero che merita attenzione, perché può alimentare bassa autostima, sfiducia e isolamento.
Da quello che racconti, non sembra mancare il desiderio di relazione, ma piuttosto la serenità nel sentirti degno di essere visto, conosciuto e scelto. E questo è qualcosa su cui si può lavorare concretamente. Imparare a stare nelle relazioni senza sentirsi continuamente giudicati, sviluppare sicurezza personale e comprendere da dove nascano queste convinzioni può fare una grande differenza.
Per questo motivo, credo che sarebbe importante approfondire ciò che stai vivendo con uno specialista, così da non affrontare tutto questo peso da solo e capire meglio le radici di queste difficoltà relazionali ed emotive.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, mia moglie dopo 17 anni di matrimonio ha deciso di lasciarmi. Mi ha detto che ho commesso troppi sbagli, si sente triste con me, nn si sentiva amata abbastanza e le interazioni negative dei miei genitori la hanno soffocata. Andrà a stare in una nuova casa in affitto, e in attesa della sistemazione della nuova casa, resterà ancora con me per almeno un'altro mese. Io l'amo ancora perdutamente ma nn ha voluto sentire ragioni, e mi tratta giustamente con freddezza e distacco. Rispetto cmq la sua decisione e sto limitando il piu possibile i rapporti con lei ( come anche da suggerimenti altrui). Giorno dopo giorno sto cercando ad imparare, gestire e nascondere le mie emozioni tenendomi impegnato con la gestione della casa e tutto il resto, ora ricaduto quasi interamente su di me. Mi è vi chiedo, in speranza di una riappacificazione futura, ma lo stare forzatamente assieme tutto questo mese, in uno stato ibrido di distacco, fatto per lo più di abitudinaria tristezza ed indifferenza( tranne i momenti dedicati alla bimba) non rischia di danneggiare ulteriormente il nostro rapporto? Potrebbe confermarle e darle la convinzione ulteriore di essere triste quando ė con me? Sarebbe il caso che andassi via io in questo mese? Come posso sfruttare questi pochi giorni che staremo ancora assieme in modo produttivo alla relazione ( esempio dimostrando impegno e propensione al cambiamento di alcuni miei comportamenti sbagliati? ) o devo attendere passivamente tutto questo sino a che nn andrà via? Grazie di cuore
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che sta vivendo è un momento molto doloroso e complesso, soprattutto dopo una relazione così lunga e con una famiglia costruita insieme. Dal suo messaggio emerge però un aspetto importante: sta cercando di interrogarsi sui suoi comportamenti, di comprendere il vissuto di sua moglie e di non reagire impulsivamente. Questo è già un primo passo significativo.
Da ciò che racconta, sua moglie sembra aver maturato questa decisione da tempo, probabilmente dopo un accumulo di sofferenze emotive, senso di non sentirsi sufficientemente amata e dinamiche familiari percepite come invasive o soffocanti. Quando una persona arriva a chiedere una separazione, spesso non è il risultato di un singolo episodio, ma di un lungo processo interno.
Per questo motivo, nel mese che trascorrerete ancora insieme, il rischio non è tanto la convivenza in sé, quanto il “clima emotivo” che si creerà. Se la quotidianità sarà fatta di tensione, richieste continue di chiarimento, tentativi insistenti di convincerla o manifestazioni costanti di sofferenza, questo potrebbe effettivamente consolidare in lei l’idea che la relazione sia diventata un luogo emotivamente pesante. Al contrario, un atteggiamento rispettoso, equilibrato e autentico potrebbe permettere di vivere questa fase con meno conflittualità.
Andare via di casa temporaneamente potrebbe avere senso solo se la convivenza diventasse troppo dolorosa o conflittuale per entrambi. Non esiste però una scelta “giusta” valida per tutti. In alcuni casi, la distanza aiuta a stemperare le emozioni; in altri viene vissuta come una fuga o come una rottura ancora più netta. È importante quindi valutare non solo ciò che potrebbe “farla tornare”, ma anche ciò che tutela il suo benessere psicologico e quello di vostra figlia.
Rispetto alla possibilità di una futura riappacificazione, le suggerirei di non concentrare questo mese sul “dimostrare” qualcosa. I cambiamenti profondi raramente risultano credibili quando vengono messi in atto solo nella paura di perdere l’altro. Più utile potrebbe essere iniziare davvero un percorso personale di riflessione e crescita, per sé stesso prima ancora che per la relazione. Le persone percepiscono molto di più i cambiamenti autentici e costanti nel tempo rispetto ai tentativi immediati di riparazione.
In pratica, in questo periodo potrebbe essere utile:
mantenere un clima il più possibile sereno e rispettoso;
evitare discussioni ripetitive sulla separazione;
non chiederle continuamente rassicurazioni o speranze;
mostrarsi collaborativo nella gestione della casa e della genitorialità;
riconoscere le sue sofferenze senza difendersi o minimizzare;
prendersi cura anche di sé, senza reprimere completamente le emozioni.
“Nascondere” il dolore infatti, a lungo termine, non aiuta davvero. È comprensibile voler mantenere controllo e dignità, ma è importante avere uno spazio in cui elaborare ciò che sta vivendo.
In questo momento, più che cercare di salvare immediatamente il rapporto, potrebbe essere utile creare le condizioni perché il dialogo futuro non venga distrutto da questa fase delicata.
Vista la sofferenza che sta attraversando e la complessità della situazione, le consiglierei di approfondire tutto questo con uno specialista, anche individualmente: potrebbe aiutarla sia nella gestione emotiva sia nel comprendere più a fondo le dinamiche relazionali della coppia.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, ho 36 anni e manifesto i seguenti sintomi:
Nebbia mentale,
Depressione mista ad ansia,
Poco desiderio sessuale
Assenza di erezioni mattutine e quasi nulle erezioni spontanee durante la giornata,
Poca motivazione e stanchezza generale.
Sono in cura per Hashimoto e controllo periodicamente THS T3 e T4 e sono perfettamente nella norma.
Ho effettuato ulteriori analisi ed il mio testosterone libero è risultato inferiore al limite minimo.
In questi casi è possibile provare una temporanea terapia con TRT per vedere se ha un impatto positivo sulla sintomatologia descritta?
Grazie in anticipo
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
i sintomi che descrive — nebbia mentale, tono dell’umore depresso con ansia, calo del desiderio sessuale, riduzione delle erezioni spontanee e mattutine, stanchezza e demotivazione — possono effettivamente essere compatibili con un quadro di ipogonadismo, soprattutto se associati a valori di testosterone libero inferiori ai limiti di riferimento. Tuttavia è importante considerare che questi sintomi possono avere un’origine multifattoriale e non dipendere esclusivamente dal testosterone.
Anche in presenza di una tiroidite di Hashimoto ben compensata dal punto di vista endocrinologico, possono coesistere altri fattori che influenzano energia, umore e sessualità: stress cronico, ansia, depressione, disturbi del sonno, sovraccarico psicofisico, eventuali carenze nutrizionali o alterazioni ormonali differenti.
Per quanto riguarda la TRT (terapia sostitutiva con testosterone), in alcuni casi può essere presa in considerazione dallo specialista quando:
il testosterone risulta persistentemente basso in più dosaggi effettuati correttamente (generalmente al mattino);
sono presenti sintomi clinici coerenti;
viene esclusa la presenza di cause reversibili o temporanee.
È importante sapere che la TRT non viene solitamente utilizzata “come prova” in modo automatico, perché comporta benefici potenziali ma anche possibili effetti collaterali e richiede monitoraggi accurati (ematocrito, PSA, fertilità, assetto cardiovascolare, ecc.). Inoltre, non sempre un valore basso di testosterone è la causa primaria del malessere psicologico e sessuale: talvolta ansia e depressione possono esse stesse influenzare libido, erezione ed energia, creando un circolo vizioso.
Per questo motivo il percorso migliore è una valutazione integrata con un endocrinologo/andrologo esperto, che possa interpretare correttamente gli esami (testosterone totale e libero, SHBG, LH, FSH, prolattina, cortisolo ecc.) e comprendere se la TRT sia realmente indicata nel suo caso.
Parallelamente, considerando la componente ansiosa, depressiva e il senso di “annebbiamento mentale”, potrebbe essere utile anche un approfondimento psicologico o psicoterapeutico, perché corpo e mente sono strettamente collegati e spesso i sintomi si influenzano reciprocamente.
Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista endocrinologo/andrologo e, se necessario, anche con un professionista della salute mentale, così da avere una valutazione completa e personalizzata.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve. Io e il mio ragazzo stiamo insieme da due anni e mezzo, ma ora per la seconda volta ha provato a chiudere la nostra relazione. Questo è avvenuto entrambe le volte dopo un momento di incomprensione in cui diceva di sentirsi giudicato. Il fatto è che non sa darmi motivazioni “concrete” e molte cose che dice appaiono discordanti (“dobbiamo pensare al futuro perché è ora..”, “non so cosa voglio dal futuro”, poi mi parla di figli). Ha preso una settimana di tempo per riflettere su di noi, tempo che forse sta giovando più a me che a lui nonostante mi pesi non sentirlo. Mi sento positiva e sento che mi ama, magari meno di prima ma, attenendomi ai fatti più che alle sue parole (e paure), non vedo un vero distacco. Forse mi sto sbagliando.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che descrive sembra essere una situazione emotivamente molto faticosa, soprattutto perché si accompagna a messaggi contraddittori e a una forte incertezza relazionale. Quando una persona alterna vicinanza e allontanamento, desiderio di futuro e confusione rispetto ai propri bisogni, il partner può sentirsi disorientato e iniziare a mettere in dubbio le proprie percezioni, proprio come sta accadendo a lei.
Da ciò che racconta, il punto centrale sembra essere il vissuto del suo ragazzo rispetto al sentirsi “giudicato”. In alcune persone, soprattutto quando hanno difficoltà a gestire emozioni complesse o il conflitto, anche incomprensioni non particolarmente gravi possono attivare paure profonde: sentirsi non accettati, non compresi o “sbagliati”. In questi casi la reazione può essere quella di prendere distanza o mettere in discussione la relazione, non necessariamente perché l’amore sia finito, ma perché il legame viene vissuto anche come fonte di pressione emotiva.
Le frasi discordanti che riferisce (“pensare al futuro”, “non so cosa voglio”, parlare di figli ma poi voler chiudere) possono indicare una forte ambivalenza interna: una parte di lui probabilmente desidera il rapporto e il progetto di coppia, mentre un’altra teme le responsabilità, l’intimità profonda o la possibilità di stare male. Questo tipo di oscillazione può creare molta instabilità nella relazione.
Mi sembra importante anche il fatto che lei stia cercando di attenersi ai fatti e non solo alle parole: è un atteggiamento molto lucido. Tuttavia, è altrettanto importante chiedersi quanto questa dinamica la faccia sentire sicura, serena e valorizzata nel tempo. A volte, quando si ama una persona, si tende a “tenere insieme” i segnali positivi minimizzando quelli che fanno soffrire, ma i momenti di allontanamento ripetuti meritano attenzione, soprattutto se diventano una modalità ricorrente di gestione del conflitto.
Il fatto che questa pausa stia aiutando anche lei potrebbe essere significativo: potrebbe darle lo spazio per ascoltare non solo ciò che lui prova, ma anche ciò di cui ha bisogno lei all’interno di una relazione.
Sicuramente sarebbe utile approfondire meglio queste dinamiche con uno specialista, individualmente o anche come coppia, per comprendere cosa stia accadendo tra voi e quali bisogni emotivi siano in gioco.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, volevo chiedere un consiglio a voi dottori che siete sicuramente più esperti di me. Voglio iniziare un percorso di psicoterapia e per questo è da giorni che cerco di informarmi sui professionisti presenti nella mia zona o in zone comunque facilmente raggiungibili, cercando di capire dalle recensioni e dai loro profili chi possa essere più adatto a me e alle mie esigenze. Alcuni profili che ho trovato sono di psicologi che stanno finendo la scuola di psicoterapia, alcuni infatti si presentano come "psicologo e psicoterapeuta in formazione". Tra i vari profili, devo ammettere che mi hanno un po' convinta due in particolare che si definiscono in questo modo. Il problema però è che ho appunto il dubbio che, non essendo ancora psicoterapeuti a tutti gli effetti, non possano essere di aiuto per me. Secondo voi, fare delle sedute con psicologi specializzandi in psicoterapia può essere utile/andar bene oppure no? Voi cosa ne pensate? Perché sono davvero indecisa se provare lo stesso a fare delle sedute con professionisti ancora in formazione oppure lasciar perdere e cercare psicologi che siano psicoterapeuti già formati. Ringrazio in anticipo per le risposte!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, la sua domanda è molto comprensibile e riguarda un dubbio che molte persone hanno quando iniziano un percorso di psicoterapia.
In Italia, gli “psicologi psicoterapeuti in formazione” sono psicologi laureati e abilitati, che stanno frequentando una scuola di specializzazione quadriennale in psicoterapia. Durante questo percorso svolgono attività clinica con i pazienti, ma sotto supervisione di psicoterapeuti già formati e con esperienza. Questo significa che, pur non avendo ancora il titolo completo di psicoterapeuta, stanno comunque svolgendo un percorso strutturato e controllato.
Dal punto di vista dell’efficacia, una psicoterapia può essere utile sia con professionisti già formati sia con professionisti in formazione. L’aspetto davvero centrale non è solo il titolo, ma la qualità della relazione terapeutica, la preparazione del professionista, il tipo di approccio utilizzato e la supervisione a cui è sottoposto.
Scegliere un terapeuta “in formazione” può anche avere alcuni vantaggi: spesso sono molto aggiornati, seguiti da équipe cliniche e particolarmente attenti al lavoro su di sé e alla supervisione. Allo stesso tempo, è assolutamente legittimo preferire un professionista già psicoterapeuta, soprattutto se si desidera maggiore esperienza clinica consolidata o se il proprio disagio è particolarmente complesso.
Il consiglio più importante è valutare come si sente nella relazione iniziale con il professionista: se si percepisce ascolto, sicurezza e fiducia, questo è spesso un indicatore più rilevante del solo titolo.
In ogni caso, potrebbe essere utile fare anche solo un primo colloquio conoscitivo con uno o più professionisti per capire con chi si sente più a suo agio e quale percorso risponde meglio alle sue esigenze.
Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, ho passato il peggior anno della mia vita. negli ultimi sei mesi ho perso entrambi i miei genitori e nel mezzo mi ha lasciata il mio compagno, stavamo insieme da poco più di un anno. I miei genitori sono morti entrambi a seguito di lunghe malattie, nell'ultimo anno ho accudito mio padre con un tumore metastatico. il mio ex mi ha lasciata dopo un periodo di liti, in cui ci sono stati alcuni episodi di gelosia da parte mia (mai avuti prima). La mia autostima si era abbassata anche perchè nel mentre avevo avuto un fallimento lavorativo. Lui, oltre a delle cattiverie, mi ha detto che ho sabotato la storia per le liti e la mia tristezza. nell'ultima lite gli ho detto "non me ne frega di te", ma io ero solo sopraffatta dal dolore e non ce la facevo più, voolevo che mi stringesse più forte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive è un carico emotivo enorme, probabilmente uno dei più difficili che una persona possa attraversare in così poco tempo. Ha vissuto lutti molto importanti, l’assistenza prolungata a un genitore gravemente malato, un fallimento lavorativo e anche la fine di una relazione affettiva significativa. Tutto questo può mettere profondamente alla prova l’equilibrio emotivo, l’autostima e il modo di stare nelle relazioni.
Le reazioni che racconta — tristezza intensa, maggiore sensibilità, bisogno di rassicurazione, episodi di gelosia, conflitti più frequenti — non fanno pensare a “cattiveria” o a una volontà di sabotare il rapporto, ma piuttosto a uno stato di forte sofferenza e sovraccarico emotivo. Quando si vive un dolore così grande, spesso si diventa più vulnerabili, più bisognosi di vicinanza e più spaventati dall’idea di perdere anche le persone amate.
Anche la frase che riferisce (“non me ne frega di te”) sembra più l’espressione di una persona esausta e sopraffatta che non di un reale disinteresse. A volte, quando ci si sente molto fragili, si comunica il dolore in modo impulsivo o contraddittorio, sperando inconsciamente di essere accolti, rassicurati o “visti” dall’altro. Lei stessa dice una cosa molto importante: “volevo che mi stringesse più forte”. Questo fa comprendere quanto avesse bisogno di sostegno emotivo in quel momento.
Inoltre, chi attraversa lutti multipli e un lungo periodo di accudimento può andare incontro a un forte esaurimento psicologico. Spesso ci si sente svuotati, meno sicuri di sé, più irritabili o emotivamente instabili. Non significa essere “sbagliati”, ma essere stati messi a dura prova da eventi molto pesanti.
È importante però non colpevolizzarsi eccessivamente per la fine della relazione. In una coppia le dinamiche sono sempre reciproche: il suo dolore può avere inciso sul rapporto, ma anche il modo in cui il partner ha reagito alla sua sofferenza ha avuto un peso. In momenti così delicati, avere accanto una persona capace di comprendere e sostenere emotivamente fa molta differenza.
Adesso la priorità dovrebbe essere prendersi cura di sé e del dolore che sta vivendo, senza giudicarsi con durezza. Ha affrontato perdite molto importanti e probabilmente non ha ancora avuto uno spazio vero per elaborarle.
Per questo motivo, sarebbe consigliabile approfondire quanto sta vivendo con uno specialista, così da poter elaborare i lutti, recuperare autostima e comprendere meglio anche le dinamiche relazionali emerse in questo periodo così difficile.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Non so più cosa fare....
Sono una donna di 30 anni e sono stanca....
Voi penserete che mi stia riferendo ad un determinato periodo della mia vita, ebbene qui si parla di anni. Dall'età di 14 anni soffro d'ansia che si manifesta nel corpo con sudorazioni fredde, nausea, borborigmi, meteorismo, tremori e forte senso di vergogna. Nel corso del tempo ho fatto 4 anni di psicoterapia di tipo psicodinamico, 2 anni di psicoterapia sistemico-relazionale, 3 anni di psicoterapia della gestalt, 1 anno di psicoterapia cognitivo comportamentale. Ho provato la mindfullness, ho provato a scrivere un diario, ho provato infiniti psicofarmaci (si, di mia spontanea volontà mi sono rivolta ad uno psichiatra), ho provato a stare a contatto con le mie paure ma sono finita per ammalarmi ancora di più. Sono seguiti pensieri suicidi (da quando avevo 14 anni), nel 2025 ingerisco un bel po di pillole, volevo solo spegnere il cervello, al mio risveglio sento scosse in tutto il corpo e spasmi muscolari, lo riferisco a mia madre, la corsa in ospedale e il primo ricovero (in sicilia), il secondo a distanza di qualche mese (Milano). Infinite diagnosi ricevute ed io che ho sempre più voglia di sparire, mollare tutto e stare da sola.
Il mio corpo e la mia mente si rifiutano di sopportare altro dolore, sono satura, avete presente quando si fa un trapianto e il corpo lo rigetta?
Ecco, io credo di essere diventata intollerante e allergica ad ogni forma di dolore, la solitudine è il mio rifugio ma anche la mia condanna.
Credevo che l'amore potesse curarmi ma mi sbagliavo, da mesi ho intrapreso una relazione con il ragazzo più buono di questo mondo ma ho commesso un grosso errore, per la prima volta mi sono lasciata andare all'amore e adesso ne pago le conseguenze......
Non ho i soldi a sufficienza per permettermi un altro percorso di psicoterapia, ma devo assolutamente andare dallo psichiatra e aiutarmi con i farmaci, l'unica mia vera salvezza, lo so che è triste dirlo, ma solo così riconosco di poter andare avanti.
Vi chiederete come mai tutti questi anni di psicoterapia non hanno sortito alcun effetto positivo su di me? Ho preso consapevolezza che io non voglio cambiare (mi è stato detto più volte in terapia), è questa trappola mentale che mi porta ad avere pensieri suicidi: Non vuoi cambiare, ti piace soffrire, tanto vale morire e cancellare tutto, porre fine a tutto questo schifo.
La cosa che più di tutte mi fa male è che in 30 anni di vita non sono mai riuscita a fidarmi davvero di nessuno, e non lo dico tanto per ma è la verità.
Non ce la faccio a ri-raccontarmi da capo, fa troppo male.....per questo non ce la faccio più ad andare avanti.
Sono davvero stanca.....non ce la faccio....è tutto così pesante e difficile nella mia testa. Non me la sento di continuare ad andare avanti, io non riesco a reagire, ad essere costante, ad avere forza di volontà, quello in cui sono brava è riuscire ad annientarmi, a fare la vittima come tutti mi hanno sempre detto.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, lunga anni, che ha richiesto enormi energie per essere affrontata. Il fatto che lei sia ancora qui a raccontarsi, nonostante tutto ciò che ha vissuto, dice molto della sua fatica ma anche della parte di sé che continua, in qualche modo, a cercare aiuto e una possibilità diversa.
L’ansia cronica che descrive, accompagnata da sintomi fisici così intensi, pensieri suicidari, senso di vuoto, vergogna, isolamento e difficoltà a fidarsi degli altri, può portare nel tempo a uno stato di esaurimento emotivo molto serio. Quando una persona soffre da così tanti anni, è comprensibile arrivare a sentirsi “satura”, senza più forze e senza fiducia nei percorsi di cura. Questo non significa essere “pigri”, “vittimisti” o “incapaci di cambiare”. Spesso significa semplicemente essere esausti dopo aver combattuto troppo a lungo.
Vorrei soffermarmi su un punto importante: il pensiero “non voglio cambiare, quindi merito di stare male” non è una verità, ma una convinzione profondamente dolorosa che probabilmente si è consolidata nel tempo. Molte persone che soffrono da anni sviluppano una sorta di sfiducia verso la possibilità di stare meglio, perché ogni tentativo fallito viene vissuto come una conferma del proprio “essere sbagliati”. In realtà, il cambiamento non dipende solo dalla volontà. Entrano in gioco fattori emotivi profondi, esperienze relazionali, traumi, modalità di attaccamento, funzionamento del sistema nervoso e anche aspetti biologici.
Inoltre, il fatto che lei abbia intrapreso tanti percorsi terapeutici non significa che “non ci sia speranza”. A volte alcune persone necessitano di percorsi molto integrati, graduali e costruiti con tempi differenti. E soprattutto, dopo esperienze di sofferenza così prolungate, la fiducia nella relazione terapeutica può diventare il nodo più difficile da affrontare.
È importante anche non colpevolizzarsi per il bisogno di un supporto farmacologico. Se i farmaci le permettono di ridurre il livello di sofferenza e mantenersi stabile, non sono un fallimento, ma uno strumento di cura. In alcuni momenti possono essere fondamentali per alleggerire il peso emotivo e permettere alla persona di recuperare un minimo di respiro psicologico.
Le sue parole sui pensieri suicidari meritano però molta attenzione. Quando sente di non riuscire più a reggere il dolore o teme di poter fare del male a sé stessa, è fondamentale non restare sola e rivolgersi tempestivamente a professionisti, a un pronto soccorso o ai servizi territoriali di salute mentale. Anche se oggi le sembra impossibile, il modo in cui si sente adesso non è destinato necessariamente a rimanere così per sempre.
Infine, il fatto che lei sia riuscita a lasciarsi andare all’amore, nonostante la paura e la difficoltà a fidarsi, non è un errore: è probabilmente una parte di sé che desidera ancora connessione, vicinanza e vita, anche se questo la espone a vulnerabilità e timori molto intensi.
Credo sia importante che lei possa approfondire la sua situazione con uno specialista, sia dal punto di vista psicoterapeutico che psichiatrico, per costruire un percorso il più possibile sostenibile e calibrato sui suoi bisogni attuali.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, vivo in una città del nord da 21 anni, insieme a mio marito e 2 splendidi figli adolescenti.
Io e mio marito siamo, di un paesino del sud Italia
io ho una storia familiare non facile, mio padre assente, mia madre anaffettiva, controllante, giudicante
a 23 anni ho conosciuto mio marito, appena la nostra unione è diventata ufficiale, sono caduta in depressione, una brutta depressione che ho curato con farmaci e tanta psicoterapia..alla fine del percorso sono arrivata alla conclusione che per stare bene, dovevo scappare dai miei posti..così ho lasciato il lavoro e sono partita, lui con me...
nella città in cui viviamo sono stata benissimo da subito, ci siamo sistemati, sposati, abbiamo due lavori ottimi e due figli che ci danno grandi soddisfazioni, ci sono comunque delle cose di questa città che mi pesano, la considero non del tutto la mia città...mio marito non si è mai ambientato, infatti dice sempre che quando andrà in pensione trascorreremo periodi giù, dove abbiamo una splendida casa.
Abbiamo sempre paragonato la città in cui viviamo a quella vicina al nostro paese d'origine e sempre detto che la nostra vita ideale sarebbe stata lì, conducendo una vita come quella che facciamo ora ma con meno spese e più svaghi, nei fine settimana avremmo potuto goderci la casa, gli amici e i parenti al paese, complici il clima, il mare, i paesaggi, facendo tutte le cose che ora non facciamo, e avendo anche il supporto dei parenti
circa 10 anni fa abbiamo avuto l'occasione di poter rientrare definitivamente ma erano lavori precari, mio marito voleva tornare a tutti i costi, ma io sono di nuovo caduta in grave depressione, ricurata con farmaci. Abbiamo rinunciato
2 anni fa ennesima occasione, appagante per me, ma stavolta è mio marito a rinunciare, in preda all'ansia
ora io sono stata chiamata a colloquio tra un mese per un posto di lavoro al mio paese, un buon posto di lavoro, ci vorrei andare perchè vedo la vita che vorremmo, vivremo in città, io mi sposterei tutti i giorni in attesa di una destinazione più vicina, i ragazzi sono felici di un eventuale trasferimento, mio marito pure...ma io sono in ansia, dormo male, una volta lì penso che la mia mente vada a rivivere tutto il percorso depressivo della pre-partenza di 21 anni fa, il tutto accentuato dal fatto che non conosco bene la nuova città, temo di non riuscire ad ambientarmi e temo di lasciare ciò che ho perchè, in caso di fallimento, non posso poi tornare sui miei passi
sono cresciuta tanto, caratterialmente, emotivamente, lavorativamente, vorrei riuscire a gestire il tutto ma non so, ho bisogno di un parere
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
dal suo racconto emerge con molta chiarezza quanto questa scelta non riguardi soltanto un trasferimento geografico, ma tocchi aspetti profondi della sua storia personale, affettiva e identitaria.
Lei associa il “ritorno” non solo a un luogo fisico, ma anche a una fase della vita molto dolorosa, caratterizzata da depressione, sofferenza emotiva, vissuti familiari difficili e senso di oppressione. È quindi comprensibile che oggi, davanti alla possibilità concreta di tornare, si riattivino ansia, insonnia, paura e dubbi. La mente spesso collega alcuni luoghi alle emozioni vissute in passato, anche quando nel presente le condizioni sono completamente diverse.
È importante però sottolineare una cosa: oggi lei non è più la ragazza di 23 anni che è partita “per salvarsi”. Oggi è una donna adulta, con una famiglia costruita, competenze, autonomia, consapevolezza e strumenti psicologici che allora non aveva. Questo cambia molto.
Nel suo messaggio si percepiscono due movimenti interiori opposti:
da una parte il desiderio di una vita più vicina ai vostri valori affettivi, familiari e relazionali;
dall’altra la paura di perdere l’equilibrio conquistato e di ricadere nella sofferenza depressiva.
La sua ansia, quindi, non va letta necessariamente come un segnale che sta facendo la scelta sbagliata, ma come il timore naturale di confrontarsi con qualcosa che in passato è stato emotivamente traumatico.
Un altro aspetto importante è che lei sembra sentire il peso del “non poter tornare indietro”. Quando una decisione viene vissuta come definitiva e irreversibile, l’ansia aumenta enormemente. In questi casi può essere utile cercare di uscire dalla logica del “o tutto o niente” e pensare invece a un percorso graduale, valutabile nel tempo, senza obbligarsi mentalmente a dover dimostrare subito che la scelta sarà perfetta.
Mi colpisce anche il fatto che, nonostante la paura, lei riesca comunque a vedere aspetti positivi concreti del cambiamento: i ragazzi favorevoli, suo marito sereno, un’opportunità lavorativa valida, il desiderio di una qualità di vita diversa. Questo significa che dentro di lei non c’è solo paura, ma anche una parte che sente possibile questo progetto.
Naturalmente, avendo avuto in passato episodi depressivi importanti collegati a questi temi, sarebbe molto utile non affrontare questo momento da sola. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a distinguere:
le paure realistiche del presente,
dai vissuti emotivi del passato che rischiano di sovrapporsi alla situazione attuale.
Inoltre potrebbe aiutarla a capire se questa ansia sia una fisiologica paura del cambiamento oppure il segnale di un conflitto interiore più profondo ancora non elaborato.
Le consiglierei quindi di approfondire questi vissuti con uno specialista, così da poter prendere una decisione più lucida, consapevole e soprattutto meno guidata dalla paura.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
i sogni che si ripetono nel tempo, soprattutto quando riguardano persone emotivamente significative, spesso non parlano soltanto della persona in sé, ma di ciò che quella relazione ha rappresentato a livello affettivo, emotivo o simbolico in un determinato periodo della vita.
Nel suo caso, il fatto che nei sogni emergano sentimenti diversi — felicità, nostalgia, bisogno di conforto, rimpianto — potrebbe indicare che una parte di lei sia ancora collegata non tanto a quella persona concreta, quanto a emozioni rimaste “aperte” o a bisogni emotivi che oggi risuonano ancora dentro di lei. A volte il nostro mondo interno utilizza figure del passato per rappresentare desideri di vicinanza, comprensione, possibilità non vissute o momenti della vita associati a determinate sensazioni.
Anche il senso di vuoto e il malessere al risveglio meritano attenzione: quando un sogno lascia un impatto emotivo intenso e persistente, può significare che sta toccando aspetti profondi della propria esperienza emotiva attuale, magari legati a solitudine, mancanze affettive, cambiamenti personali o riflessioni sul passato e sulle scelte fatte.
È importante sottolineare che questo non significa necessariamente che lei sia ancora “innamorata” di quella persona o che debba ricontattarla. Spesso il sogno diventa uno spazio in cui la mente prova a elaborare emozioni, ricordi o parti di sé che nella vita quotidiana trovano poco spazio.
Potrebbe esserle utile chiedersi:
cosa rappresentava quella persona per lei in quel periodo;
come si sentiva accanto a lui/lei;
se oggi sente la mancanza di quelle stesse emozioni o modalità relazionali;
se ci sono aspetti della sua vita emotiva attuale che la fanno sentire incompleta o insoddisfatta.
Dal momento che questi sogni sembrano influenzare significativamente il suo umore e il suo benessere durante la giornata, potrebbe essere utile approfondire il significato di ciò che sta vivendo con uno specialista, così da comprendere meglio il messaggio emotivo che questi sogni stanno portando.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno dottori,
scrivo per chiedere il vostro aiuto. Sono una persona, timida introversa e paurosa. Ho sempre avuto difficoltà a interagire con gli altri, ma poi pian piano ho migliorato la mia autostima, ho imparato a volermi bene, accogliere pregi e difetti e correggere ove possibile qualche difetto. Mi è sempre stato difficile esternare sentimenti ed opinioni, ma poi ho imparato a nominare i miei sentimenti e adottare tecniche per abbassare la tensione emotiva e quindi esprimere sempre meglio me stessa. Ho imparato l'importanza del dialogo costruttivo per la mia persona e quindi ho imparato ad esprimere sempre meglio la mia opinione ed accogliere il confronto e l'errore come elementi per crescere. Ultimamente, però, trovo difficoltà nel riconoscere una indipendenza personale del mio giudizio, cioè faccio fatica a dire che il mio giudizio è valido perchè personale, nasce dalla mia esperienza e da come mi relaziono col mondo e le persone a me care. Riconosco che nel muovermi nella realtà, faccio quello che mi rende serena e in equilibrio con quello che sono: esempio se voglio mangiare il gelato scelgo di andare in un certo luogo con un certo metodo che mi far stare bene, serena. A volte però mi scontro col rifiuto di questo mio giudizio e questo mi fa male, soprattutto se viene da persone di cui ho fiducia o affetto. Come posso interrompere questo malessere e ritenermi ugualmente valida e non dettata dal giudizio degli altri? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
dal suo messaggio emerge un percorso personale molto importante: ha lavorato sulla consapevolezza emotiva, sull’autostima, sulla capacità di comunicare e di stare nella relazione con gli altri. Questo è già indice di grande maturità e capacità di crescita personale.
Quello che descrive ora sembra riguardare un passaggio più profondo: non solo “esprimere” il proprio pensiero, ma riuscire a riconoscerlo come legittimo anche quando non viene approvato dagli altri. È un tema molto delicato, soprattutto nelle persone sensibili, introverse o che hanno imparato nel tempo a dare molto valore all’armonia relazionale.
Spesso, quando il giudizio o il rifiuto arrivano da persone significative, non mettono in discussione soltanto l’opinione specifica, ma toccano bisogni più profondi: sentirsi accolti, riconosciuti, compresi o amati. Per questo il dolore che prova è reale e comprensibile.
È importante ricordare che avere un proprio giudizio non significa pretendere che venga condiviso. Due persone possono avere visioni differenti senza che una delle due sia “sbagliata”. La validità di ciò che sente nasce dal fatto che quella posizione appartiene alla sua esperienza, ai suoi valori e alla sua sensibilità.
Un passaggio utile può essere imparare a distinguere:
il valore personale dal consenso ricevuto;
il confronto dal rifiuto della persona;
la disapprovazione di un’idea dalla svalutazione di sé.
Quando qualcuno non approva una sua scelta o un suo punto di vista, può provare a chiedersi:
“Questa critica dice davvero chi sono io oppure parla del modo diverso in cui l’altra persona vede il mondo?”
Inoltre, chi ha lavorato molto per migliorarsi rischia a volte di sviluppare una forma di “iper-responsabilità relazionale”, cioè il bisogno di essere sempre comprensibile, adeguata o accettata. Ma la vera autonomia emotiva nasce quando si riesce a tollerare anche il disaccordo senza perdere il senso del proprio valore.
Può essere utile allenarsi gradualmente a:
accogliere il disaccordo senza viverlo come rifiuto personale;
validare internamente le proprie emozioni e opinioni;
ricordarsi che essere in relazione non significa annullare la propria individualità;
coltivare relazioni in cui ci si senta ascoltati anche nelle differenze.
Dal tono del suo messaggio emerge una buona capacità introspettiva, quindi credo che questo momento possa rappresentare non una regressione, ma un ulteriore passo nella costruzione della sua identità personale ed emotiva.
Sarebbe comunque consigliabile approfondire questi aspetti con uno specialista, per comprendere più a fondo da dove nasca il bisogno di conferma esterna e lavorare sulla costruzione di una validazione interna più stabile e serena.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Sono una ragazza di 22 anni e ho qualche problema di natura sessuale:
- Sono in una relazione con un ragazzo della mia età da 4 anni
- Non ho mai avuto un orgasmo, ci sono andata vicina più volte ma lì sul momento non sono mai riuscita
- Soffro di ansia sociale e generalizzata + depressione e prendo psicofarmaci che ho cambiato più volte nella durata della relazione. Al momento prendo Zoloft e Tavor. Mentre prendevo questi due ho comunque avuto periodi in cui non avevo problemi durante i rapporti mentre anche altre volte e ultimamente spesso si.
- Con problemi intendo: scarsa voglia, poco piacere sessuale, a volte anche leggermente doloroso
Volevo chiederti se avevate qualche consiglio grazie mille
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile ragazza,
quello che descrive è più comune di quanto si possa pensare e non significa affatto che ci sia “qualcosa che non va” in lei. La sessualità femminile è influenzata da molti fattori: emotivi, relazionali, psicologici e anche farmacologici.
Nel suo caso ci sono alcuni aspetti importanti da considerare:
Ansia e depressione possono incidere molto sul desiderio, sul rilassamento corporeo e sulla capacità di lasciarsi andare durante il rapporto. Spesso il corpo rimane in uno stato di tensione che rende più difficile provare piacere pienamente o raggiungere l’orgasmo.
Anche alcuni farmaci antidepressivi, tra cui lo Zoloft, possono provocare effetti collaterali sessuali come calo del desiderio, difficoltà orgasmica, minore sensibilità o lubrificazione ridotta. Il fatto che lei abbia avuto periodi migliori e peggiori suggerisce che probabilmente entrano in gioco sia i farmaci sia il suo stato psicologico/emotivo del momento.
Il fatto che a volte il rapporto risulti “leggermente doloroso” può essere collegato a tensione muscolare, ansia, scarsa eccitazione/lubrificazione o ad altri fattori fisici che meritano attenzione.
Rispetto all’orgasmo, è importante sapere che molte donne non lo raggiungono facilmente attraverso il solo rapporto penetrativo e che spesso serve una maggiore conoscenza del proprio corpo, dei propri tempi e delle modalità di stimolazione più piacevoli. Inoltre, quando ci si concentra troppo sul “dover riuscire”, si crea facilmente un circolo di pressione e controllo che ostacola ulteriormente il piacere.
Alcuni suggerimenti che potrebbero aiutarla:
cercare di vivere l’intimità senza focalizzarsi sull’obiettivo dell’orgasmo;
dare spazio a gradualità, comunicazione e tranquillità durante i rapporti;
osservare se ci sono momenti in cui si sente più rilassata o più coinvolta emotivamente;
parlare apertamente con il partner delle sue sensazioni senza sentirsi “sbagliata”;
evitare di colpevolizzarsi o confrontarsi con aspettative irrealistiche.
Potrebbe inoltre essere utile confrontarsi anche con il medico/psichiatra che la segue per valutare insieme l’impatto dei farmaci sulla sfera sessuale, senza modificarli autonomamente.
Vista la presenza di più fattori coinvolti (ansia, depressione, farmaci e difficoltà sessuali), le consiglierei di approfondire con uno specialista psicoterapeuta/sessuologo, così da comprendere meglio le cause e trovare un percorso adatto a lei.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi – Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve
Ho quasi 40 anni , sono sposata, Amo mio marito e amo la mia famiglia.
Da quando sono ragazza più o meno dall' età di 10 /11 anni ho avuto un trauma che è restato nell' inconscio per tanti anni , come se non fosse mai successo .
Una mia cugina , nel giocare, sperimentava giochi che si avvicinavano al sesso.
Baci sulla bocca con la mano davanti alla bocca.
Simulare l' atto sessuale con i vestiti o l' intimo addosso.
Io essendo più piccola di lei non conoscevo nulla del sesso
E all' inizio era strano e mi chiedevo che cosa stesse facendo.
Continuando a fare questi giochi alla fine piaceva anche a me e desideravo farli ancora.
Fino a che ho guardato per la prima volta un video lesbico girando un canale alla televisione e mi ha eccitata.
Non c'era internet e spesso sulla TV si vedevano solo donne nude o video con donne.
Da lì ho sempre guardato dei video porno ma sono sempre stata attratta dalla diversità.
Video lesbici
Video di trans
Video gay
Ma quelli che mi fanno eccitare e arrivare all' orgasmo sono sempre quelli lesbici.
Io voglio fare la parte dell' "uomo "se mi immedesimo.
Per tutta la vita ho avuto il dubbio di essere lesbica e ancora ce l' ho.
Solo che nella vita reale il pensiero di andare con una donna mi sembra strano e sono sempre stata attratta dagli uomini.
Durante il sesso e durante la masturbazione però io raggiungo l' orgasmo solo pensando a video porno di lesbiche.
Oppure immagino parti del corpo femminili.
Prima di scoprire che solo in questo modo riuscivo a raggiungere l' orgasmo non lo raggiungevo mai.
Nella mia vita avrei però voluto provare a fare sesso con una donna per capire se le mie erano solo fantasie ma nella realtà non ho mai avuto il coraggio di farlo e in più la cosa mi creava disagio e ribrezzo.
L attrazione mi sembra solo sessuale.
Non mi sono mai innamorata di una donna nella mia vita
Ho sempre provato stima
E una repulsione negli abbracci o nella vicinanza fisica
Tranne in un occasione in cui mi sono sentita attratta fisicamente da una amica che era molto sexy.
Quando ero single ho sperimentato sessualmente ma mai con le donne eppure sentivo il bisogno di farlo per scoprirmi ma non sono mai riuscita ad arrivare a questo step.
Non so cosa pensare di me
So solo che mi sento sbagliata molte volte .
Il sesso con mio marito mi piace ma con nessun uomo ho provato un orgasmo senza pensare ad altro.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
da ciò che racconta emerge una grande sofferenza legata non tanto ai suoi comportamenti reali, quanto ai dubbi, ai sensi di colpa e alla paura di “essere sbagliata”. È importante dirle, prima di tutto, che fantasie sessuali, immaginazione erotica e orientamento affettivo-sessuale non coincidono necessariamente tra loro.
Le esperienze vissute nell’infanzia, soprattutto quando avvengono in un’età in cui non si hanno ancora strumenti per comprendere ciò che accade, possono lasciare tracce profonde nel modo in cui la mente associa eccitazione, curiosità, desiderio e sessualità. Questo non significa automaticamente che il suo orientamento sessuale sia definito da quei vissuti, né che ciò che prova oggi sia “anormale”.
Molte persone presentano fantasie erotiche che non desiderano realmente mettere in pratica nella vita concreta. La fantasia sessuale ha spesso una funzione simbolica, immaginativa e psicologica molto diversa dal desiderio relazionale reale. Nel suo racconto, infatti, emerge chiaramente che:
ha sempre costruito relazioni affettive con uomini;
ama suo marito e prova piacere nel rapporto con lui;
non riferisce innamoramenti verso donne;
la componente che la confonde riguarda soprattutto l’eccitazione mentale e immaginativa.
Anche il fatto di immedesimarsi nel “ruolo maschile” durante le fantasie non definisce necessariamente identità o orientamento: nella sessualità mentale possono entrare in gioco dinamiche di potere, identificazione, curiosità, controllo o semplicemente schemi eccitatori appresi nel tempo.
Inoltre, quando per anni il cervello collega l’orgasmo a determinati stimoli specifici (fantasie, immagini, categorie pornografiche), può diventare difficile raggiungerlo senza quel tipo di attivazione mentale. È un meccanismo abbastanza frequente e non indica automaticamente un’incompatibilità con il partner o un orientamento diverso da quello vissuto nella realtà.
Mi colpisce molto il fatto che lei parli spesso di disgusto, paura, vergogna e senso di errore. Questo probabilmente è il nucleo più importante da comprendere: non tanto “che etichetta darle”, ma perché viva questa parte di sé con tanta ansia e conflitto interno.
Probabilmente dentro di lei convivono:
curiosità e fantasia erotica;
attrazione prevalentemente eterosessuale nella vita reale;
paura del giudizio e bisogno di capire “chi è davvero”.
Non è obbligatorio definirsi in modo rigido. La sessualità umana è spesso più complessa e sfumata di quanto vorremmo.
Credo che per lei sarebbe molto utile approfondire questi aspetti con un professionista, in uno spazio protetto e non giudicante, per comprendere meglio il legame tra il trauma infantile, le fantasie sessuali, il bisogno di controllo e il modo in cui vive oggi la sua identità e la sua intimità.
Un percorso psicologico o sessuologico potrebbe aiutarla a ridurre il senso di colpa e a vivere la sua sessualità con maggiore serenità e consapevolezza.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Ho 26 anni, ho già fatto visite cardiologiche (anche in Germania) che sono risultate negative. Però sto malissimo: sento morsa al petto, scosse, peso allo stomaco e ho il terrore costante di morire. Non dormo bene e cerco un aiuto per gestire questi attacchi di panico e tornare a vivere tranquillo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive è molto faticoso da vivere, soprattutto quando i sintomi fisici sono intensi e continuativi, come la morsa al petto, le “scosse”, il peso allo stomaco e il timore costante di morire. È comprensibile che questo alimenti paura e insonnia, anche dopo aver escluso cause cardiologiche attraverso accertamenti specialistici.
Quando gli esami medici risultano negativi, spesso ci si trova di fronte a un quadro compatibile con attacchi di panico o uno stato d’ansia elevata e persistente. In questi casi, il corpo attiva in modo improprio il sistema di allarme (“attacco o fuga”), producendo sintomi fisici molto reali e spaventosi, ma non pericolosi. Il problema principale è proprio il circolo che si crea: il sintomo fisico viene interpretato come segnale di pericolo → aumenta la paura → aumentano i sintomi.
Il fatto che lei abbia già fatto controlli accurati è un elemento importante, perché aiuta a escludere patologie organiche e a orientarsi verso una lettura più ansiosa del quadro.
Per iniziare a gestire questi momenti può essere utile:
lavorare sulla respirazione (lenta, diaframmatica, senza forzare l’aria), per ridurre l’iperattivazione fisiologica
imparare a riconoscere i segnali dell’ansia senza interpretarli come pericolo immediato
interrompere il “controllo continuo” del corpo, che mantiene alta l’attenzione sui sintomi
affrontare gradualmente le situazioni evitate per paura degli attacchi
intraprendere un percorso psicoterapeutico, in particolare di tipo cognitivo-comportamentale, che è tra i più efficaci per il disturbo di panico
È importante sapere che questi disturbi, pur essendo molto intensi, sono trattabili e nella grande maggioranza dei casi migliorano in modo significativo con il giusto supporto.
Le consiglio di approfondire la situazione con uno specialista, così da poter costruire un percorso mirato e personalizzato che le permetta di recuperare serenità e qualità di vita.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa…