Domande del paziente (2431)

    Buonasera sono un uomo di 37 anni che da 5 mesi soffre di eiaculazione precoce esclusivamente quando ho rapporti con mia moglie, tengo a precisare che sto attraversando un periodo di forte stress sia sentimentale che lavorativo e sono in cura da uno psicologo ma, sinceramente non ho mai parlato con lui di questo argomento perché non so se sia lo specialista adatto. Purtroppo mi sono accorto che più passa il tempo più frequentemente succede… vorrei uscire presto da questa situazione che mi sta creando non pochi problemi. Grazie per i vostri pareri.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    quello che descrive è un disturbo piuttosto comune e spesso fortemente influenzato da fattori psicologici, soprattutto quando compare in modo improvviso dopo un periodo di funzionamento sessuale regolare.

    Nel suo caso ci sono alcuni elementi molto significativi:

    la comparsa recente (da circa 5 mesi)
    il fatto che avvenga esclusivamente con sua moglie
    la presenza di un periodo di forte stress emotivo e lavorativo

    Questi aspetti fanno pensare che l’eiaculazione precoce possa essere legata più a dinamiche psicologiche e relazionali che a cause organiche.

    Lo stress, in particolare, può aumentare l’attivazione fisiologica e ridurre la capacità di controllo, ma spesso si aggiunge anche un “circolo vizioso”: dopo i primi episodi, si sviluppa ansia da prestazione, aspettativa negativa e ipercontrollo, che finiscono per mantenere e peggiorare il problema.

    Il fatto che accada solo con sua moglie è un ulteriore indicatore importante: può esserci una componente legata alla relazione, alla comunicazione, o a vissuti emotivi specifici (anche non necessariamente consapevoli), che vale la pena esplorare.

    Per quanto riguarda il suo dubbio: sì, è assolutamente appropriato parlare di questo tema con il suo psicologo. La sessualità fa parte a pieno titolo del benessere psicologico, e uno psicologo/psicoterapeuta è formato anche per affrontare queste difficoltà. Tuttavia, non tutti hanno una formazione specifica in sessuologia.

    Per questo motivo, se dovesse percepire che il tema non viene approfondito adeguatamente, potrebbe essere utile affiancare o rivolgersi a uno psicologo-psicoterapeuta con specializzazione in sessuologia, che possa lavorare in modo mirato su:

    gestione dell’ansia da prestazione
    tecniche di controllo eiaculatorio
    aspetti relazionali e comunicativi di coppia

    Spesso, con un intervento mirato, il problema è assolutamente trattabile e risolvibile.

    Le consiglio quindi di non rimandare e di affrontare apertamente la questione: è un passo fondamentale per interrompere il circolo che si è creato.

    Resto a disposizione e le suggerisco di approfondire con uno specialista.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno,
    vorrei provare a sottoporvi una domanda. Ho 37 anni e sono single da 4 anni.
    In questo periodo mi sono messa in gioco come potevo, sia tramite amici di amici sia tramite l'uso sporadico di app di dating. Queste ultime soprattutto ritengo essere state una grande perdita di tempo in quanto non arrivavo mai al secondo appuntamento o a volte nemmeno all'incontro. A dire la verità analizzando anche gli incontri avuti con persone conosciute dal vivo sono stati incontri dove non ho percepito un reale interesse nel conoscermi. Argomenti spesos superficiali, mi chiedevano dei miei ex, ma zero domande su chi fossi io mentre io a loro ne facevo per poi sparire poco dopo. Devo ammettere che sto cominciando a pensare di essere io una persona banale o che in qualche modo annoia gli altri. Spesso mi sentivo dire che non scattava la scintilla ma dubito possa scattare in 2 appuntamenti! Temo di dovermi rassegnare a rimanere single a vita e credo pure che oggi incontrare il vero amore sia solo questione di trovarsi al posto giusto al momento giusto.
    Questa singletudine mi pesa, ho solo amici accoppiati e ormai non ci si vede più. Sto provando a rimettermi in gioco ancora una volta ma negli ambienti vhe frequento le conoscenze faticano ad arrivare e così spesso esco anche da sola. Avrei voluto diventare madre, mi sono sempre immaginata con uno o due figli ma ormai temo di essere fuori tempo massimo.
    Se devo rassegnarmi lo farò ma vorrei capire cosa mi manca rispetto alle altre ragazze che finiscono una relazione e dopo qualche anno le vedi già con un altro e spesso sono ragazze assolutamente normali come me.
    Sono a chiedervi se puó essere possibile che certe persone non incontrino mai qualcuno che faccia al caso loro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    la sua domanda è molto comprensibile e tocca diversi aspetti importanti: il senso di solitudine, il dubbio su di sé, la frustrazione rispetto agli incontri e anche il tema del tempo che passa rispetto al desiderio di maternità.

    Parto da un punto centrale: il fatto che le relazioni non si siano sviluppate non significa che lei sia “banale” o poco interessante. Spesso, nelle dinamiche di dating attuali (soprattutto tramite app), gli incontri sono veloci, poco approfonditi e basati su impressioni superficiali. Questo porta molte persone a non investire davvero nella conoscenza dell’altro, più che a incontrare qualcuno “non abbastanza interessante”.

    Da ciò che racconta emerge anzi il contrario: lei sembra una persona che si mette in gioco, fa domande, cerca una connessione autentica. Non è una qualità banale, ma preziosa. Il problema è che non sempre trova interlocutori altrettanto disponibili o maturi emotivamente.

    Riguardo alla “scintilla”: è vero, spesso viene idealizzata. In realtà un interesse autentico può nascere anche gradualmente, ma nella cultura attuale molti si aspettano un coinvolgimento immediato e, se non arriva subito, passano oltre. Questo non dice nulla sul suo valore, ma molto sul contesto relazionale in cui ci si muove oggi.

    Il pensiero “forse mi manca qualcosa rispetto alle altre” è comprensibile, ma rischia di essere fuorviante. Le storie degli altri che vediamo dall’esterno sono spesso semplificate: non conosciamo i tempi, le difficoltà, né le dinamiche reali. Non esiste un unico modo “giusto” o un tempo standard per incontrare qualcuno.

    Rispetto alla paura di rimanere sola: non è possibile prevedere con certezza il futuro relazionale di una persona. Tuttavia, è importante distinguere tra:

    una possibilità reale (non incontrare qualcuno per un periodo più o meno lungo)
    e una conclusione definitiva (“rimarrò sola a vita”), che è invece un pensiero anticipatorio e spesso alimentato dalla sofferenza del momento

    Un altro aspetto importante è il contesto sociale: il fatto che i suoi amici siano tutti in coppia e che le occasioni di incontro siano ridotte può aumentare il senso di isolamento e rendere tutto più difficile, indipendentemente da lei.

    Infine, il tema della maternità: è comprensibile che le generi preoccupazione. Oggi esistono diverse possibilità e percorsi, ma è un tema delicato che merita uno spazio di riflessione più ampio e personale, senza arrivare subito a conclusioni drastiche.

    In sintesi, più che chiedersi “cosa mi manca”, potrebbe essere utile esplorare:

    che tipo di persone sta incontrando e in quali contesti
    quali dinamiche si attivano nei primi incontri
    come vive emotivamente queste esperienze e che impatto hanno sulla sua autostima

    Non perché ci sia “qualcosa che non va”, ma per comprendere meglio il suo modo di stare nelle relazioni e aumentare le possibilità di incontri più significativi.

    Le consiglierei quindi di approfondire questi aspetti con un professionista, in uno spazio in cui poter riflettere con calma e senza giudizio su ciò che sta vivendo.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno, sto vivendo una situazione molto dolorosa , dalla quale non vedo uscita. Mia figlia , 32 anni, sposata e con un bimbo di due , si vuole separare . Non l ha detto direttamente, ma vedendola diversa, ho provato a chiederle se ci fosse qualcosa che non andava e alla fine è uscito questo.
    Praticamente le ho anche spianato la strada nel dirmelo. Non ne aveva parlato neanche con il marito. Solo con un' amica e un cugino. Vivono in un appartamento sopra al nostro, che le ho donato parecchi anni fa. Dice che con lui non ha più dialogo, non sa più guardarla negli occhi ecc. Lui è impegnato molto con il lavoro, ma quando è a casa prepara il bimbo, gli fa il bagnetto, cucina, avvia lavatrice, pulisce casa, prepara pranzo e cena per tutti. Lei mi dice che anche fra noi , madre e figlia non c è stato dialogo, che si è sempre sentita giudicata e controllata, e non l ho lasciata sbagliare. Io le ho lasciato fare le sue scelte, tipo di scuola, sede più lontana con costi di appartamento e trasporto, ho accolto i suoi fidanzati con apertura, ammetto che cercavo che studiasse con buoni risultati e le chiedevo della sua vita .ora dice che vuole fare le sue scelte , andare via col bambino, ma non dice dove, le ho chiesto se ha un altro, lei nega, ma passa giornate fuori, o ritarda di molte ore a rientrare dai turni di lavoro. Di mattina il bimbo è al nido, pomeriggio con noi. Frequenta una palestra , body buildyng, all inizio era saltuario, fino a diventare ogni giorno. Mangia in modo ristretto, solo certi alimenti, ed è dimagrita, molto.
    Sicuramente io e il padre l avremo iperprotetta ,abbiamo cercato di evitarle errori, controllandola, ma abbiamo anche sempre cercato di parlare, anche se non era facile visto il suo temperamento. Non ci informa nemmeno dei suoi orari, tanto noi siamo a disposizione, sa che noi amiamo tanto il bimbo. Sembra abbia un' insoddisfazione cronica , dice che lei è giovane, vuole fare due anni di specializzazione, vuole viaggiare, da notare che hanno girato mezzo mondo. La vita ora le sta stretta. Dice che devo lasciarle vivere la sua vita , ma non informa nessuno circa le sue intenzioni come sarebbe giusto, visto la presenza di un figlio .Quando si cerca di parlare, di capire , si finisce sempre per discutere, sembra voglia nascondere qualcosa, anche al marito. Noi siamo preoccupati oltre che per il bimbo, anche per lei, perché non sappiamo quando e dove finirà la sua ricerca di quello che magari è solo nella sua mente. È già successo con il precedente fidanzato con cui è stata per 5 anni. Non sappiamo più come approcciarsi e siamo nella più totale sofferenza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    capisco quanto questa situazione sia dolorosa e destabilizzante per voi: state vivendo contemporaneamente la preoccupazione per vostra figlia, per il vostro nipotino e anche un senso di smarrimento rispetto al vostro ruolo.

    Da quello che descrive emergono diversi livelli importanti.

    Da una parte, sua figlia sembra attraversare una fase di forte cambiamento personale: parla di bisogno di libertà, di fare scelte autonome, di “vivere la sua vita”. Questo tipo di vissuto, anche se può apparire improvviso, spesso è il risultato di un malessere che si accumula nel tempo. Il fatto che riferisca di essersi sentita giudicata o controllata non significa necessariamente che voi abbiate sbagliato intenzionalmente, ma indica come lei abbia vissuto, soggettivamente, la relazione.

    Dall’altra parte, alcuni segnali che riporta meritano attenzione: il cambiamento nelle abitudini alimentari, il dimagrimento, l’attività fisica molto intensa, il passare molto tempo fuori casa, il distacco emotivo. Sono tutti elementi che possono indicare una fase di inquietudine profonda o di ricerca identitaria, ma anche una possibile fatica psicologica che andrebbe compresa meglio.

    Rispetto alla relazione di coppia, il fatto che non abbia ancora parlato apertamente con il marito e che comunichi poco anche con voi suggerisce una difficoltà nella gestione dei conflitti e nell’espressione dei propri bisogni. Non è raro che, quando il dialogo interno è confuso, anche quello con gli altri diventi difficile o evitante.

    Capisco anche il vostro senso di ingiustizia: avete cercato di esserci, di sostenerla, e ora vi sentite esclusi e impotenti. Tuttavia, in questa fase, un punto centrale è proprio il tema dell’autonomia. Più lei percepirà pressione, controllo o tentativi di “farle capire cosa è giusto”, più è probabile che si chiuda o si allontani ulteriormente.

    Può essere utile provare a cambiare modalità di approccio:

    spostarsi da un atteggiamento interrogativo o preoccupato a uno più accogliente e non giudicante
    comunicarle disponibilità all’ascolto, senza forzarla a parlare
    evitare di concentrarsi su ciò che “dovrebbe fare”, ma piuttosto su come sta
    riconoscere, anche se è difficile, il suo bisogno di autonomia come legittimo

    Per quanto riguarda il bambino, è comprensibile la vostra preoccupazione, ma è importante evitare di entrare in dinamiche di schieramento o di sostituzione genitoriale, che rischierebbero di complicare ulteriormente la situazione familiare.

    Infine, il vostro dolore è reale e merita attenzione: sentirsi messi da parte o percepiti come “invadenti” può essere molto difficile da accettare, soprattutto quando le intenzioni erano di cura e protezione.

    In una situazione così complessa e carica emotivamente, può essere davvero utile un confronto diretto con uno specialista, sia per comprendere meglio cosa sta accadendo sia per trovare modalità relazionali più efficaci.

    Un cordiale saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Mia figlia soffre di ossessioni paura di parole fa le azioni in modo sequenziale e se non fatte in modo sequenziale diventa nervosa. Non vuole prebndere farmaci per una ragione precisa. Può fare come terapia psicanalisi, la aiuterebbe? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile utente,

    da ciò che descrive, i sintomi di sua figlia sembrano riconducibili a un quadro di tipo ossessivo-compulsivo: la presenza di pensieri intrusivi (come la paura legata alle parole) e di comportamenti ripetitivi e sequenziali messi in atto per ridurre l’ansia sono caratteristiche tipiche di questo funzionamento.

    In questi casi è importante sapere che esistono diversi approcci terapeutici efficaci. La psicoanalisi può essere utile per esplorare in profondità i vissuti emotivi e i significati sottostanti ai sintomi, ma generalmente non è considerata il trattamento di prima scelta per i disturbi ossessivo-compulsivi, soprattutto quando i sintomi sono molto strutturati e interferiscono con la quotidianità.

    L’approccio che ha mostrato maggiore efficacia scientifica è la psicoterapia cognitivo-comportamentale, in particolare con tecniche specifiche come l’esposizione con prevenzione della risposta (ERP). Questo tipo di intervento aiuta gradualmente la persona a tollerare l’ansia senza mettere in atto i rituali, riducendo nel tempo sia le ossessioni sia le compulsioni.

    Rispetto ai farmaci, è comprensibile che ci siano resistenze: la terapia psicologica può comunque essere intrapresa anche senza supporto farmacologico, valutando nel tempo insieme allo specialista se e quando possa essere utile un eventuale affiancamento.

    Considerata la giovane età di sua figlia, è fondamentale intervenire precocemente, con un percorso adeguato e possibilmente con il coinvolgimento della famiglia, per aiutarla a gestire questi meccanismi prima che si consolidino ulteriormente.

    Le consiglio quindi di rivolgersi a uno specialista per una valutazione approfondita, così da individuare il percorso terapeutico più adatto alla situazione specifica.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve soffro di ansia e attacchi da panico. Da qualche mese, ho intrapreso un percorso di psicoterapia d’ accordo con il mio dottore stiamo provando la tecnica dell’esposizione da qualche settimana, devo dire che psicologicamente a poco a poco mi sto sentendo meglio soprattutto non mi faccio prendere più dal panico, ma il corpo ahimè somatizza ancora e soprattutto la mattina appena sveglia l’ansia è molto forte e va scemando durante la giornata… vorrei sapere se tutto questo è normale e se ci voglia più tempo per far riprendere il mio corpo. Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,
    quello che descrive è molto frequente nei disturbi d’ansia e negli attacchi di panico, soprattutto quando si è all’interno di un percorso terapeutico come quello che sta facendo.

    Il fatto che lei riferisca un miglioramento “psicologico” (meno paura del panico, maggiore gestione dei pensieri) è un segnale molto positivo: significa che il lavoro sull’esposizione sta iniziando a modificare il modo in cui interpreta e affronta le sensazioni. Tuttavia, il corpo spesso ha tempi diversi rispetto alla mente.

    I sintomi fisici dell’ansia (come agitazione al risveglio, tensione, tachicardia, senso di allarme) sono legati a meccanismi automatici del sistema nervoso, che possono rimanere attivi anche quando a livello cognitivo si è più consapevoli e rassicurati. In particolare, l’ansia al mattino è piuttosto comune: al risveglio si verifica un naturale aumento del cortisolo (ormone dello stress), che in persone sensibili all’ansia può amplificare le sensazioni corporee.

    Quindi sì, è normale che:

    il miglioramento mentale preceda quello fisico
    il corpo continui a “reagire” per un po’ di tempo
    i sintomi siano più intensi in alcuni momenti della giornata (come il mattino)

    Con la prosecuzione della terapia, e soprattutto continuando con l’esposizione, il sistema nervoso impara gradualmente che quelle sensazioni non sono pericolose. Questo porta, nel tempo, anche a una riduzione della risposta corporea. È un processo di “riaddestramento” che richiede costanza e un po’ di pazienza.

    Può essere utile, se non lo sta già facendo, integrare:

    tecniche di regolazione fisiologica (respirazione lenta, rilassamento)
    pratiche di mindfulness, che aiutano a osservare le sensazioni senza reagire automaticamente

    In sintesi, sta andando nella direzione giusta: il fatto che il panico sia meno centrale è già un grande passo, e il corpo tenderà progressivamente ad allinearsi.

    Detto questo, è sempre importante continuare a confrontarsi con il proprio terapeuta su questi aspetti, per adattare il lavoro alle sue esigenze specifiche.

    Le consiglio quindi di approfondire con uno specialista di riferimento.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
    Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
    Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
    All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
    Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
    Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
    Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
    Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
    Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
    Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrive è un percorso lungo e impegnativo, in cui alcuni cambiamenti importanti ci sono già stati (uscire di casa, riduzione del rimuginio), ma permane una sensazione di “blocco” legata soprattutto alla rigidità e alla difficoltà nelle relazioni. Questo è un punto molto importante, e merita di essere chiarito bene.

    La rigidità di cui parla non è, in sé, qualcosa di “sbagliato”: spesso rappresenta una strategia che nel tempo ha avuto una funzione protettiva (tenere sotto controllo l’ansia, evitare errori, sentirsi più sicuri). Il problema nasce quando questa modalità diventa troppo pervasiva e poco flessibile, limitando la spontaneità, le relazioni e il benessere.

    Il messaggio del suo terapeuta — da come lo riporta — sembra andare in una direzione corretta ma forse poco concreta: non si tratta di “omologarsi” o diventare qualcun altro, bensì di aumentare la flessibilità, cioè la capacità di scegliere quando mantenere il controllo e quando lasciarlo andare, senza esserne “prigioniero”.

    Capisco però la sua frustrazione: sentirsi dire “è una questione di volontà” o “lasciare andare i pensieri” senza strumenti pratici può far sentire bloccati. In realtà, esistono approcci che lavorano proprio in modo operativo su questi aspetti. Ad esempio:

    Esporsi gradualmente alla flessibilità: non si tratta di stravolgere le sue abitudini (es. fare le 3 di notte), ma di introdurre piccoli cambiamenti sostenibili (es. restare fuori mezz’ora in più, accettando il lieve disagio).
    Lavorare sul rapporto con i pensieri, più che sul loro contenuto: imparare a notarli senza doverli seguire o controllare (tecniche di mindfulness o defusione cognitiva).
    Allenare il corpo alla spontaneità: la rigidità che descrive nei movimenti è spesso collegata a tensione interna; esercizi corporei o esperienziali possono aiutare.
    Distinguere tra valore e regola: ad esempio, dormire bene è un valore (cura di sé), ma “devo sempre coricarmi alla stessa ora” può diventare una regola rigida che limita la vita sociale.

    Un altro punto importante riguarda la relazione terapeutica: è fondamentale che lei si senta compreso e guidato anche con strumenti concreti. Se la richiesta di un piano operativo è per lei importante, è legittimo esplicitarlo ancora e verificare se il vostro modo di lavorare può integrarlo. In alcuni casi può essere utile un approccio più strutturato (come quello cognitivo-comportamentale o integrato con tecniche esperienziali).

    Infine, il dubbio che esprime (“non potrà mai portarmi a un cambiamento”) non va ignorato: più che una risposta immediata, può essere utile portarlo apertamente in seduta, perché è parte del lavoro terapeutico stesso.

    In sintesi, non si tratta di cambiare chi è, ma di diventare più flessibile rispetto ai suoi schemi, mantenendo ciò che funziona e ampliando le possibilità di scelta. Questo, però, richiede un lavoro guidato e graduale, non solo “volontà”.

    Le consiglierei quindi di approfondire questi aspetti con uno specialista, così da costruire insieme un percorso più concreto e adatto alle sue esigenze.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve , mia figlia 7 anni mangia solo pasta bianca, carne e pollo.niente frutta niente verdure niente legumi. Ho provato in tutti i modi niente non assaggia se insisto vomita. Come posso approcciarmi a lei per stimolarla ad assaggiare qualcosa? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,
    quello che descrive è una situazione piuttosto frequente in età evolutiva e viene spesso definita come “selettività alimentare”. In molti bambini non si tratta di semplice capriccio, ma di una reale difficoltà ad avvicinarsi a nuovi sapori, consistenze o odori, che può generare ansia o addirittura una risposta fisica come il vomito.

    Alcuni accorgimenti che possono aiutarla:

    Evitare forzature: insistere o obbligare rischia di aumentare il rifiuto e associare il momento del pasto a tensione o conflitto.
    Esporre senza pressione: continui a proporre nuovi alimenti, anche solo lasciandoli nel piatto senza obbligo di assaggio. La familiarità è un primo passo importante.
    Piccolissime quantità: proporre “micro-assaggi” (anche solo una briciola) può essere meno spaventoso rispetto a porzioni più grandi.
    Coinvolgerla attivamente: farla partecipare alla spesa o alla preparazione dei pasti può aumentare la curiosità verso il cibo.
    Dare il buon esempio: mangiare insieme e mostrare piacere nel consumare una varietà di alimenti è un potente modello.
    Non usare premi o punizioni legati al cibo: rischiano di rinforzare un rapporto disfunzionale con l’alimentazione.
    Valorizzare i piccoli progressi: anche solo toccare, annusare o leccare un alimento è già un passo avanti.

    Il fatto che arrivi al vomito quando viene forzata suggerisce che ci sia una componente emotiva e sensoriale importante, che merita attenzione e delicatezza.

    Se la selettività è molto rigida e persistente, può essere utile un approfondimento con uno specialista (psicologo dell’età evolutiva e/o nutrizionista), per comprendere meglio le cause e costruire un intervento mirato e sereno per tutta la famiglia.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Domande su psicoterapia

    Buongiorno,
    sono passati 7 mesi da quando ho tradito la mia ragazza. Non voglio scuse e non voglio cercare alibi. Ho baciato un'altra ragazza durante una serata, per pochi secondi ma abbastanza da rovinare tutto. Erano quasi 3 anni che stavo con la mia ragazza, indescrivibili. Venivo da una relazione lunga 8 anni in cui non mi ci trovavo più. Dopo un po' ho trovato lei, quello che ho provato in questi ultimi 3 anni non so neanche come descriverlo. Non sono mai stato cosi affettuoso con una persona, non ho mai dato così tanto amore... Lei con me era dolcissima, ogni volta che mi guardava sorrideva. Solo a ripensarci sto male. Ho rovinato tutto. Stavamo passando un periodo di crisi dato da alcune incomprensioni e dalla distanza. Sarei dovuto andare per lavoro da lei per 6 mesi, ma lei mi aveva comunicato che non ci sarebbe stata. Pochi mesi prima avevamo avuto una discussione in cui si era lamentata della persona che ero e del tipo di uomo che lei avrebbe voluto accanto. Mi aveva fatto venire i dubbi. Io avevo forse vissuto un'altra relazione? la situazione sembrava essere rientrata, ne avevamo parlato e lei mi aveva confessato di aver esagerato un po'. Probabilemente non l'avevo ancora superata. Prima di partire ho avuto paura, non volevo più andare. Sarei dovuto andare dall'altra parte del mondo, da solo. Non era come l'avevo immaginata. Stavo lasciando il lavoro, la famiglia, gli amici... Per provare ad avvicinarmi, per provare a fare quel passetto in più verso di lei. Ma lei era corsa dall'altra parte. Pochi giorni prima della partenza ho baciato questa ragazza conosciuta durante una serata. Rappresentava il rimanere lì, completamente diversa rispetto a lei. Era forse la mia risposta nel non voler andare. Quando ci siamo visti ho dovuto dirglielo. Appena arrivato, mi ha completamente spiazzato. Lei era disposta a rimanere, a venirmi incontro perchè aveva visto quanti passi avessi fatto verso di lei in questo tempo. Era disposta a cambiare le cose che non andavano, pur di stare con me. Io non sono riuscito a non dirglielo, mi sarei sentito troppo in colpa. Lei avrebbe cambiato tutto per me ed io avevo calpestato la sua fiducia. Bene. Sono passati 6 mesi di distanza, in cui abbiamo cercato di parlare provando a sistemare. Mancavano 10 giorni al mio rientro, ci saremmo visti. Avremmo trovato quella normalità, io e lei. Invece lei mi ha detto che mi odia, non vuole più vedermi e che le ho rovinato la vita. Io mi sento uno schifo, mi sento in colpa. Mi sento colui che ha rovinato tutto. Non riesco a pensare al fatto che ho rovinato tutto e che ho rovinato una persona. Mi ha detto che sta prendendo antidepressivi. Piango solo al pensiero. Non volevo farle del male. Non a lei. Non ci sentiamo più da una decina di giorni, vorrei scriverle perchè sto veramente male. Io pensavo che potessimo superarla insieme, ne eravamo capaci. Invece ho paura a scriverle o a vederla. Ho paura di incrociare quello sguardo e non vedere piu quel sorriso. Ma trovare solo odio. Disprezzo. Mi sento un verme. Ho rovinato tutto perchè non sono stato all'altezza. Vi prego ditemi come fare perchè io non riesco ad andare avanti con questo odio nei miei confronti. Ho paura nel scriverle, perchè magari lei sta meglio ora senza di me. Non voglio causarle altro dolore, non se lo merita. Preferisco stare peggio io se lei può stare meglio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive è un vissuto di forte sofferenza, ma anche di grande consapevolezza rispetto alle sue responsabilità. Questo è un punto importante: riconoscere di aver fatto un gesto che ha avuto un impatto sulla relazione è diverso dal “condannarsi come persona”.

    In situazioni come la sua spesso si intrecciano più livelli:

    la colpa reale per un comportamento (il bacio e la scelta fatta in un momento di crisi e ambivalenza)
    il dolore per la perdita della relazione e del legame affettivo
    la vergogna, che però tende a trasformarsi in un giudizio globale su di sé (“sono un verme”, “ho rovinato tutto”)
    il senso di responsabilità verso l’altro, che nel suo caso è molto accentuato e la porta a soffrire anche per il suo benessere psicologico

    È comprensibile che lei stia male, ma è importante distinguere tra aver fatto un errore e essere un errore. Il primo riguarda un comportamento circoscritto in un momento di crisi e confusione emotiva; il secondo diventa una forma di auto-punizione che, nel tempo, non ripara nulla e aumenta solo la sofferenza.

    Rispetto al desiderio di scriverle, è importante fermarsi un attimo: quando siamo in uno stato emotivo così intenso, il rischio è che il contatto non serva a “riparare”, ma a cercare sollievo immediato dal senso di colpa. Tuttavia, la priorità in questo momento sembra essere rispettare lo spazio che lei stessa ha richiesto e proteggere entrambi da ulteriori riattivazioni del dolore.

    Un altro aspetto centrale è il suo livello di sofferenza attuale: il rimuginio costante, il senso di colpa molto forte e la difficoltà a “andare avanti” sono segnali che meritano attenzione. Non per colpevolizzarsi, ma per prendersi cura di sé.

    In questi casi può essere utile lavorare su:

    elaborazione della colpa in modo realistico e non distruttivo
    gestione del rimuginio e della ruminazione mentale
    comprensione delle dinamiche relazionali che si sono attivate (paura, ambivalenza, evitamento, bisogno di sicurezza)
    ricostruzione del senso di identità personale al di fuori della relazione

    È un processo che difficilmente si riesce a fare da soli, soprattutto quando il dolore è così intenso e persistente.

    Per questo motivo, le consiglio di approfondire questo vissuto con uno specialista, che possa aiutarla a elaborare quanto accaduto e a ritrovare un equilibrio emotivo senza restare bloccato nel senso di colpa.

    Un caro saluto
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve,
    scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.

    Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.

    Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.

    C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.

    Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.

    Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.

    Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.

    In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.

    A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.

    Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.

    Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.

    Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.

    Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
    sono io il problema?
    Sto vedendo una realtà distorta?
    Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?

    Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
    Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
    Grazie per l’attenzione.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile Utente,

    la situazione che descrive è complessa e soprattutto molto carica emotivamente. Provo a restituirle alcuni punti di chiarezza.

    Da ciò che racconta emergono dinamiche relazionali caratterizzate da forte squilibrio comunicativo ed emotivo: da una parte il suo continuo mettersi in discussione e cercare responsabilità, dall’altra una difficoltà dell’altro nel riconoscere il proprio ruolo, con attribuzione esterna delle colpe, svalutazioni e invalidazioni del suo punto di vista. In questo tipo di interazioni può accadere che una persona arrivi progressivamente a dubitare della propria percezione, soprattutto quando i propri vissuti vengono sistematicamente minimizzati, ribaltati o etichettati come “sbagliati”.

    Non è raro, in relazioni di questo tipo, sviluppare confusione, senso di colpa persistente, iper-analisi dei propri comportamenti e bisogno di “prove” per capire cosa sia reale. Questo non significa che la persona “stia inventando” o che sia “il problema”, ma piuttosto che si è inserita in una dinamica relazionale disfunzionale che può avere un forte impatto sull’autostima, sulla fiducia in sé e sulla capacità di orientarsi emotivamente.

    È importante anche sottolineare un altro aspetto: il fatto che lei riconosca le proprie difficoltà e i propri comportamenti problematici non è di per sé un segnale negativo, anzi è indice di consapevolezza. Tuttavia, questo può diventare faticoso quando si entra in relazioni in cui manca reciprocità nella responsabilità e nel riconoscimento dell’altro.

    Rispetto ai momenti di forte sofferenza che descrive, inclusi pensieri autolesivi in un periodo di particolare fragilità, è fondamentale considerarli come un segnale importante del livello di stress e di sovraccarico emotivo raggiunto, che merita sempre ascolto e attenzione clinica.

    La domanda centrale che lei si pone (“sono io il problema o sto vivendo una percezione distorta?”) spesso nasce proprio quando si è stati a lungo dentro relazioni in cui la realtà emotiva viene messa in discussione. In questi casi non si tratta quasi mai di una sola verità assoluta, ma di una combinazione tra vulnerabilità personali e dinamiche relazionali non sane che si rinforzano a vicenda.

    Il punto non è attribuire una colpa, ma comprendere come queste esperienze abbiano inciso sulla sua percezione di sé e lavorare per ricostruire fiducia nei propri vissuti, distinguendo ciò che le appartiene da ciò che invece è stato indotto dalla relazione.

    Considerata la complessità di quanto ha vissuto e il livello di sofferenza ancora presente, è fortemente consigliabile approfondire questo percorso con uno specialista, in uno spazio terapeutico che possa aiutarla a riorganizzare in modo più stabile e sicuro la sua esperienza emotiva e relazionale.

    Un caro saluto

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera mia figlia di 13 anni soffre di autolesionismo.adesso è la terza volta che vedo sulle braccia dei piccoli graffi ,ho sempre chiesto spiegazioni e lei mi dice che lo fa solo quando litiga con il suo fidanzatino.Ho paura di parlarne con il padre perché non capirebbe e la potrebbe rinchiudere in casa e togliere completamente in cell.Ho paura di come si possa evolvere questa situazione e non so come gestirla.E’ una ragazza bellissima ,ha amici,esce e sempre ben vestita non le facciamo mancare niente ma evidentemente le manca qualcosa.sSpero di avere una risposta grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera, grazie per aver condiviso una situazione comprensibilmente fonte di preoccupazione.

    A 13 anni il comportamento autolesivo (anche se si presenta come graffi superficiali) è spesso un segnale di una difficoltà nella gestione delle emozioni più che un “gesto dimostrativo”. Può comparire in momenti di forte attivazione emotiva, come conflitti affettivi, sensazione di rifiuto, frustrazione o perdita di controllo. Il fatto che sua figlia lo associ ai litigi con il fidanzatino ci indica che, in quel momento, non riesce a trovare altre modalità per scaricare o regolare ciò che prova.

    È importante non sottovalutare il comportamento anche se le lesioni sono lievi e la ragazza appare serena in altri contesti: spesso, infatti, il disagio non è costante ma “a picchi”, e può non emergere nella vita quotidiana.

    Comprendo anche la sua difficoltà nel parlarne con il padre per timore di reazioni punitive. Tuttavia, è fondamentale che il problema venga affrontato dagli adulti di riferimento in modo condiviso e non punitivo, perché risposte rigide (come isolamento o restrizioni drastiche) rischiano di aumentare la chiusura e il disagio emotivo della ragazza, senza risolvere la causa.

    In questa fase può essere utile:

    affrontare il dialogo con sua figlia in modo calmo, senza accuse, ma con ascolto (“ho notato questo e mi preoccupo per come stai”);
    evitare punizioni o interrogatori insistenti, che potrebbero farla chiudere ulteriormente;
    osservare se ci sono altri segnali associati (umore depresso, ritiro sociale, irritabilità, disturbi del sonno);
    proporre con delicatezza un supporto esterno, senza presentarlo come una “punizione”, ma come uno spazio di aiuto per gestire meglio le emozioni.

    È molto consigliabile, in ogni caso, un approfondimento con uno specialista dell’età evolutiva (psicologo o neuropsichiatra infantile), sia per comprendere la funzione del comportamento sia per intervenire precocemente e prevenire un possibile aggravamento.

    Resto a disposizione e le consiglio di non rimandare una valutazione clinica, così da poterla sostenere nel modo più adeguato possibile.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Scusate il post lungo. Ho 27 anni e non ho mai avuto una relazione.
    L'unica volta in cui ho baciato una ragazza è stata quando avevo 14 anni, provando una forte eccitazione tanto che mi vergognavo pure ad uscire dalla stanza perché avevo il pene in erezione.
    A lungo andare ho scoperto - qui sorge il dubbio - di rimanere attratto da tutti i bei ragazzi: ogni qualvolta ne resto attratto sento un magone sul petto, una sorta di calore, ansia, batticuore e mi dico "ma che succede? perché con le ragazze non mi succede? Sono gay!".
    Mi è capitato all'università di infatuarmi di due ragazze però non sentivo l'esigenza di fidanzarmi né avere un rapporto sessuale (in generale non la sento mai con nessuna persona) però mi è capitato anche di provare forti erezioni accanto ad una qualche amica dopo aver stretto forte confidenza oppure cercarne il contatto fisico, la vicinanza.
    Ora sono nella situazione in cui penso che queste reazioni siano false e che sia un gay represso. Una volta ad un matrimonio di un mio amico - complice un bicchiere di troppo - corsi verso una 35enne che si stava strusciando con un un tipo e iniziai a ballare anch'io con lei con conseguente mia reazione/erezione. Dovetti però andare via perché scoprii che c'era il suo fidanzato.
    Però ripeto, pur vedendo bellissime ragazze, non sento quell'attenzione estetica/fisica che sento quando vedo un bel ragazzo.
    Una cosa che invece mi ricordo dall'adolescenza, quando avevo 12 anni, è che rimasi quasi incantato dalle gambe in collant della mia professoressa di italiano 40enne dell'epoca. Collego quella scoperta poi allo sviluppo del mio feticismo verso i collant.
    Infatti amo molto massaggiare e se una ragazza mi chiede un massaggio ai piedi glielo faccio ma dovrei controllarmi perché il rischio di eccitarmi sarebbe molto alto.
    Lato masturbazione ho provato qualsiasi cosa senza problemi. Se immagino un rapporto sessuale con un uomo però non provo alcun tipo di reazione, mentre con una donna qualcosina cambia.
    Mi è capitata una cosa strana recentemente ad una festa: a primo impatto non ho provato attrazione verso ragazze, ma ho trovato belli e attraenti alcuni ragazzi. Durante la festa una mia amica mi ha presentato una sua amica più grande di me e non so come, data la mia timidezza, le ho proposto di andare a ballare verso il centro della pista. Durante, è come se ho avvertito una sorta di erezione lì sotto e non me l'aspettavo.
    L'altra notte, pensando ad una scena dove io che massaggio i piedi in collant di una ragazza, mi sono eccitato tantissimo e questa cosa mi è capitata anche dal vivo tanto che poi mi masturbai in bagno.
    L'unica cosa è che se immagino una scena di sesso tra me e un ragazzo che mi ha colpito non riesco mai ad eccitarmi, ma nemmeno un accenno di erezione manco a guardare un porno gay con due bei ragazzi.

    Onestamente non so più cosa pensare, non è questione di etichette, solo per capire. Mi piacerebbe ricevere da voi un parere.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Grazie per aver condiviso in modo così approfondito la tua esperienza.

    Quello che racconti sembra farti vivere molta confusione e anche una certa quota di ansia nel cercare di “dare un nome” alle tue reazioni. Provo a restituirti alcuni punti che possono aiutarti a fare un po’ di chiarezza, senza etichette rigide.

    Prima di tutto, l’eccitazione fisica (erezione) non coincide automaticamente con l’orientamento sessuale. Il corpo può rispondere a stimoli molto diversi: contatto fisico, novità, carica emotiva, ansia, contesto sociale, consumo di alcol, o anche semplicemente associazioni apprese nel tempo. Per questo motivo può capitare di avere reazioni genitali senza che ci sia necessariamente un desiderio sessuale coerente o stabile verso una categoria specifica di persone.

    Un altro elemento importante riguarda ciò che descrivi: da un lato noti attrazione estetica verso alcuni uomini, dall’altro riferisci eccitazione e coinvolgimento fantasioso più frequente con donne e in situazioni specifiche (vicinanza, contatto, contesti di fiducia, fantasie particolari come i collant o il massaggio). Questo ci dice che la tua risposta sessuale sembra legata molto a componenti situazionali, emotive e anche a specifiche preferenze/fantasie, più che a un’unica direzione semplice e lineare.

    È anche comprensibile che, quando si è in una fase di dubbio, si tenda a monitorarsi molto (“cosa provo?”, “con chi succede?”). Questo controllo continuo può aumentare l’ansia e rendere ancora più difficile capire cosa si desidera davvero, perché la risposta emotiva viene “osservata” invece che vissuta.

    Rispetto alla dimensione dell’orientamento, è importante sapere che non sempre l’attrazione estetica, l’eccitazione fisica e il desiderio di relazione vanno nella stessa direzione o con la stessa intensità. Alcune persone vivono una sessualità più fluida, altre più specifica, altre ancora sperimentano discrepanze tra fantasia e realtà.

    Per quanto riguarda il tema del feticismo (come quello legato ai collant o ai piedi), va detto che può rientrare in una variante del funzionamento sessuale e non è di per sé patologico, soprattutto se vissuto in modo consapevole e non fonte di sofferenza.

    In sintesi, da quello che racconti emerge più un quadro di ricerca di comprensione di sé, con componenti di ansia e iper-analisi delle reazioni corporee, piuttosto che una “risposta definitiva” già evidente.

    Proprio per la complessità del tema e per il disagio che traspare, sarebbe davvero utile poter approfondire la situazione in un contesto specialistico, dove esplorare con più calma la tua storia, le tue emozioni e il tuo modo di vivere desiderio e relazioni, senza il peso di dover arrivare subito a una definizione.

    È consigliabile approfondire con uno specialista.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Ho 18 anni, sono completamente perso, a livello lavorativo, relazionare, familiare, insomma diciamo tutto.
    Però è da un po’ di tempo che ho un peso dentro che non so come risolvere e cioè che non so cosa fare della mia vita, so che se trovassi la mia passione farei di tutto per eccellere però purtroppo tutto mi annoia, mi sembra brutto, inutile, limitante, privo di possibilità di crescita.
    Cerco questa scintilla per dare un senso alla mia vita, per trasformarla in una attività, che è una cosa che sogno da parecchio tempo, ma comunque niente da fare.
    Ora sono in una fase molto brutta anche con il mio attuale lavoro, c’è un bruttissimo rapporto tra me, i colleghi e il capo. Non so veramente cosa fare, sembra un periodo infinito e dove non ho scelta, anche per le strette opportunità che ho date dal fatto che non ho conseguito il diploma ma bensì ho una qualifica professionale.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Capisco bene quanto possa essere pesante trovarsi a 18 anni con la sensazione di essere “fermi”, senza una direzione chiara e con la percezione che tutto ciò che si prova a fare non abbia significato. Quello che descrivi – la difficoltà a trovare una passione, il senso di vuoto, la noia costante e la difficoltà a immaginare possibilità di crescita – è qualcosa che può comparire in fasi di forte disorientamento personale, soprattutto quando si è all’inizio della vita adulta e si avverte la pressione di “dover scegliere tutto subito”.

    È importante però distinguere due livelli: da una parte c’è la ricerca della propria strada, che a 18 anni è assolutamente normale e spesso richiede tempo, esperienze e tentativi; dall’altra c’è uno stato emotivo che sembra rendere tutto “piatto”, privo di interesse o di valore. Quando tutto appare inutile o limitante, non è solo un problema di scelta, ma anche di energia psicologica, motivazione e visione del futuro, che possono essere temporaneamente appannate da stress, frustrazione o da un periodo di disagio emotivo.

    Anche la situazione lavorativa che descrivi può contribuire molto: un ambiente conflittuale o poco accogliente tende a rafforzare il senso di blocco, di svalutazione e di mancanza di alternative. In queste condizioni è facile arrivare a pensare che “nulla abbia senso”, quando in realtà è il contesto attuale a non permettere di vedere chiaramente altre possibilità.

    Un punto importante che emerge dalle tue parole è il desiderio di “trovare una scintilla” e di trasformare qualcosa in una passione. Questo è un bisogno molto sano, ma non sempre la passione arriva come un’illuminazione improvvisa: spesso si costruisce attraverso esperienze, piccoli interessi esplorati senza la pressione di dover diventare “la cosa giusta per sempre”.

    Per questo motivo può essere utile, in questa fase, non concentrarsi subito sulla scelta definitiva della vita, ma piuttosto su un lavoro di esplorazione graduale e su un sostegno che ti aiuti a rimettere ordine nel caos che stai vivendo, sia a livello emotivo che pratico.

    Vista la complessità della situazione che descrivi e il senso di blocco globale (lavoro, relazioni, direzione di vita), sarebbe consigliabile approfondire con uno specialista, per comprendere meglio cosa sta mantenendo questa sensazione di vuoto e aiutarti a costruire passi concreti e realistici per uscire da questa fase.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, è da poco tempo che dopo i rapporti mi appare una pallina praticamente è appena sopra l'entrata della vagina ma sopra e si gonfia solo in quei casi li. Non ho dolore ne nulla ma mi crea disagio che dopo ogni rapporto mi viene, ma mesi fa non mi veniva. Non è la ghiandola di bartolino perché si trova ai lati mentre il mio caso è sopra ed è abbastanza evidente.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,
    da come descrive il sintomo si tratta di una piccola “tumefazione” che compare solo dopo i rapporti, in una zona immediatamente all’ingresso vaginale e non laterale (quindi, correttamente, diversa dalla ghiandola di Bartolini).

    In questi casi le ipotesi più frequenti – senza poter fare una valutazione diretta – possono includere:

    Reazione meccanica/edema da sfregamento: durante i rapporti i tessuti della zona vestibolare possono gonfiarsi temporaneamente per aumento del flusso sanguigno o micro-irritazione, soprattutto se c’è maggiore sensibilità o se è cambiato qualcosa (lubrificazione, frequenza, intensità, ecc.).
    Piccola cisti superficiale o ghiandola ostruita (a livello vestibolare o periuretrale): possono restare “silenti” e diventare evidenti solo in condizioni di congestione post-rapporto.
    Irritazione locale di una plica mucosa o di una ghiandola minore: alcune strutture possono gonfiarsi in modo transitorio senza dare dolore.
    Più raramente, piccole alterazioni benigne della mucosa che diventano visibili solo dopo stimolazione sessuale.

    Il fatto che non ci sia dolore è un elemento rassicurante, così come la comparsa esclusivamente in seguito ai rapporti. Tuttavia, il dato che sia una cosa nuova rispetto a prima merita comunque un controllo.

    Non è possibile, senza visita ginecologica, distinguere con certezza tra una semplice risposta fisiologica dei tessuti e una piccola formazione benigna che si riempie o si congestiona.

    Per questo motivo le consiglierei di effettuare una valutazione ginecologica, anche solo per chiarire con precisione la natura della struttura e tranquillizzarla definitivamente.

    Se nel frattempo dovesse notare aumento di dimensioni, dolore, arrossamento o persistenza anche fuori dai rapporti, è ancora più indicato anticipare il controllo.

    Un approfondimento specialistico è la strada migliore per inquadrare correttamente la situazione ed escludere qualsiasi dubbio.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
    Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
    Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
    Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
    Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
    Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
    Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
    Grazie per le vostre eventuali risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,

    quello che descrive è una situazione molto più comune di quanto possa sembrare, soprattutto tra i 20 e i 30 anni, quando le reti sociali tendono a “riassestarsi” per via di cambiamenti di studio, lavoro, relazioni e nuove priorità.

    Innanzitutto è importante distinguere due livelli:
    da una parte c’è una condizione concreta (meno attività strutturate nel weekend, amici con altri gruppi, partner non disponibile), dall’altra c’è il modo in cui questa condizione viene interpretata, che sembra generare molta sofferenza (“sono sbagliata”, “sono sfigata”, “non ho abbastanza amici”).

    Questi pensieri non descrivono una realtà oggettiva, ma sono piuttosto letture auto-valutative molto dure, tipiche quando si sperimenta FOMO, confronto sociale e senso di “vuoto” nei tempi non strutturati.

    È comprensibile che il fatto di non lavorare o studiare in questo momento possa amplificare la sensazione di “giornate vuote”: quando manca una routine, il weekend perde di differenza rispetto agli altri giorni e si percepisce ancora di più l’assenza di attività o compagnia.

    Alcuni punti utili su cui riflettere
    Non è un problema di valore personale o “inadeguatezza”: avere pochi incastri sociali in questa fase non significa essere sbagliata, ma trovarsi in una fase di transizione delle proprie reti relazionali.
    Le amicizie adulte sono spesso “a incastro”: non sempre esiste un gruppo unico come in adolescenza o università, ma più cerchie che si attivano in momenti diversi.
    Il confronto con gli altri amplifica il disagio: vedere gli altri sempre impegnati può far sembrare la propria vita più “ferma” di quanto sia realmente.
    Cosa può aiutare, in modo concreto
    Inserire piccole routine settimanali strutturate, anche semplici (sport, corsi, attività creative, volontariato), per dare più continuità alle giornate.
    Esporsi gradualmente a nuovi contesti sociali dove conoscere persone nuove senza la pressione di “trovare subito una compagnia stabile”.
    Lavorare sul pensiero automatico “sono sfigata”, provando a sostituirlo con interpretazioni più realistiche: “sto attraversando una fase meno attiva socialmente, che posso modificare nel tempo”.
    Programmare in anticipo il weekend, anche solo con 1–2 attività, per ridurre il senso di vuoto e la ruminazione.
    Allenare un atteggiamento di auto-compassione, evitando etichette globali sulla propria persona.

    Infine, è possibile che con l’inizio di una nuova attività lavorativa o di studio parte di questa sensazione si riduca, ma è altrettanto utile lavorare sul modo in cui lei interpreta questi momenti di “vuoto”, così da non viverli come fallimento personale.

    Se questa condizione dovesse continuare a generare ansia e pensieri ricorrenti negativi, può essere molto utile approfondire con uno specialista, per comprendere meglio i meccanismi che alimentano questo disagio e trovare strategie più personalizzate.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno dott. io soffro di ansia è disturbo ossessivo da ben 15 anni oramai.. infatti sono in cura.. ma ci sono periodi che ho paure strane se sto solo nella stanza mi sento come se prima o poi dovrei vedere qualcuno di allucinazione, oppure tipo ieri sera ho avuto una discussione con la mia ragazza mene sono andato a dormire nel salone da solo dopo 30 minuti nemmeno sono dovuto tornare nella stanza dalla mia ragazza perchè avevo paura come se dovevo avere qualche allucinazione, oppure se la sera passo dal corridoio per andare in bagno di buoi è come se mi mette ansia... adesso vorrei chiedere tutte queste paure che mi faccio che mi vergogno anche dirlo.. può essere un inizio di psicosi o schizofrenia... anche se non ho mai avuto in 34 anni che ho allucinazioni... Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,

    quello che descrive è molto comprensibile per chi soffre da tempo di ansia e disturbo ossessivo. Le “paure strane” che riporta — come il timore di poter vedere qualcosa, l’ansia nel buio o quando è da solo — sono spesso legate a un aumento dell’attivazione ansiosa e a pensieri anticipatori tipici dell’ansia, più che a un reale rischio di allucinazioni.

    È importante fare una distinzione:
    nelle psicosi (come la schizofrenia) le allucinazioni sono esperienze percepite come reali, non messe in dubbio dalla persona. Nel suo caso, invece, lei parla chiaramente di paura che possa succedere, riconoscendo che si tratta di un timore (“come se dovessi vedere qualcosa”). Questo è un elemento molto significativo, perché indica consapevolezza e senso critico, caratteristiche che generalmente non si perdono nei disturbi psicotici conclamati.

    Inoltre, il fatto che in 34 anni non abbia mai avuto vere allucinazioni va nella direzione di escludere un esordio psicotico. Piuttosto, quello che descrive è compatibile con:

    aumento dell’ansia
    ipervigilanza (soprattutto al buio o da solo)
    pensieri ossessivi a contenuto catastrofico (“potrei impazzire”, “potrei vedere qualcosa”)

    Queste paure, per quanto molto disturbanti e anche motivo di vergogna, sono in realtà abbastanza frequenti nei disturbi d’ansia e nel DOC. Spesso il tema sottostante è proprio la paura di perdere il controllo o di “impazzire”.

    Il comportamento che descrive (tornare nella stanza con la sua ragazza per sentirsi più sicuro) è comprensibile, ma può rinforzare nel tempo il meccanismo ansioso, perché conferma implicitamente al cervello che da solo ci sia un pericolo.

    Non c’è quindi, da ciò che racconta, un segnale chiaro di psicosi o schizofrenia. Tuttavia, è evidente che il livello di ansia in questo periodo è aumentato e sta incidendo sulla sua qualità di vita.

    Le consiglio di affrontare apertamente questi pensieri con il professionista che la segue: lavorare su queste paure (ad esempio con tecniche cognitive e graduale esposizione) può ridurre molto questo tipo di sintomi.

    Per una valutazione accurata e un intervento mirato, è comunque importante approfondire la situazione con uno specialista.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Domande su consulenza Sessuologica

    buonasera, ho un ciclo regalare di circa 27 giorni e al 16esimo giorno ho avuto un rapporto inizialmente protetto ma dopo poco ci siamo accorti che era rotto il preservativo, lui non è venuto ma ho paura ci siano state tracce del liquido pre seminale ( l ultima volta che era venuto era 4 giorni prima ), io quel giorno avevo già perdite dense ma ricordo che i giorni prima avevo il muco fertile, ho paura di essere stata in ovulazione proprio quel giorno e dopo circa 7/8 ore ho preso la pillola ellaOne

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    capisco la preoccupazione, è una situazione che può generare molta ansia.

    Da ciò che descrive, il rapporto è avvenuto intorno al 16° giorno di un ciclo di 27 giorni, quindi in un periodo potenzialmente fertile. Tuttavia, ci sono alcuni elementi importanti da considerare:

    Il liquido pre-seminale può contenere spermatozoi, ma il rischio è generalmente più basso rispetto a un’eiaculazione completa, soprattutto se l’ultima eiaculazione risale a qualche giorno prima (come nel suo caso, circa 4 giorni).
    Le perdite dense che riferisce potrebbero indicare che l’ovulazione era già avvenuta o in fase conclusiva, ma senza monitoraggi precisi non è possibile stabilirlo con certezza.
    L’assunzione di ellaOne entro 7–8 ore dal rapporto è un fattore molto rilevante: è un contraccettivo d’emergenza efficace proprio perché agisce ritardando o bloccando l’ovulazione, soprattutto se non è ancora avvenuta.

    Nel complesso, quindi, il rischio di gravidanza non è nullo ma appare ridotto, grazie soprattutto alla tempestività con cui ha assunto la pillola.

    Per maggiore sicurezza, le consiglio di:

    attendere il prossimo ciclo (potrebbe arrivare leggermente in anticipo o ritardo a causa della pillola);
    eseguire un test di gravidanza circa 2–3 settimane dopo il rapporto a rischio, oppure dopo un eventuale ritardo mestruale.

    Comprendo che l’ansia in questi casi possa essere forte: se dovesse sentirsi molto in apprensione o se situazioni simili si ripetono, può essere utile anche affrontare questi aspetti emotivi oltre che pratici.

    È comunque consigliabile approfondire con uno specialista (ginecologo o consultorio), per valutare anche un metodo contraccettivo più sicuro e adatto alle sue esigenze.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
    All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
    Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
    Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.

    Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
    Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
    Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
    Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
    Ne parlammo già io e il terapeuta.
    Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
    Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
    Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
    Grazie per le risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Capisco la sua confusione, ed è una domanda molto sensata.

    Provo a chiarire un punto centrale: il suo terapeuta probabilmente non sta lavorando sull’orario in sé, ma su ciò che quell’orario rappresenta. Restare fuori più a lungo, nel suo caso, sembra essere legato alla difficoltà a tollerare alcune sensazioni (stanchezza, disagio, perdita di controllo, rigidità nelle abitudini) e alla tendenza a “ritirarsi” quando queste aumentano.

    Quindi l’obiettivo non è “farla andare a letto tardi perché fa bene”, ma aiutarla ad aumentare la flessibilità psicologica e la capacità di stare nelle situazioni sociali anche quando non sono perfettamente confortevoli.

    Detto questo, c’è un aspetto importante da non trascurare: il suo corpo le sta dando segnali molto chiari. La privazione di sonno, per lei, ha effetti marcati (stanchezza intensa, difficoltà cognitive, irritabilità, calo dell’energia e anche effetti sulla sfera sessuale). Questo è coerente con ciò che sappiamo: il sonno è un bisogno fisiologico fondamentale, e non tutte le persone tollerano allo stesso modo la riduzione delle ore di riposo.

    Il punto quindi non è scegliere tra “rigidità” e “benessere fisico”, ma trovare un equilibrio tra questi due aspetti.

    Le faccio notare alcune possibili chiavi di lettura:

    La rigidità non riguarda solo l’orario, ma il fatto che esista una regola interna molto forte (“devo andare a letto entro le 23 altrimenti sto male”) che non ammette eccezioni.
    Il lavoro terapeutico potrebbe mirare a rendere questa regola più flessibile, non a eliminarla del tutto.
    Tuttavia, esporsi in modo troppo intenso (fare le 1:30 quando già alle 23:40 è in difficoltà) potrebbe essere controproducente, perché la mette in una condizione di sofferenza troppo elevata.

    In una terapia efficace, di solito, si lavora per gradi: piccole variazioni sostenibili, non cambiamenti drastici che portano a “crolli” come quello che descrive.

    Per quanto riguarda il confronto che lei fa (“ci sono persone che vanno a letto presto e stanno bene senza terapia”), è corretto: non è l’orario in sé il problema. La differenza è che, in quelle persone, l’orario è una scelta flessibile, non una regola rigida che limita la vita sociale o genera ansia.

    Infine, sui fastidi sensoriali (come quello alle orecchie con le cuffie): anche questi possono rientrare in una sensibilità aumentata o in una difficoltà a tollerare certe sensazioni corporee. Anche qui, il lavoro non è “forzarsi a sopportare tutto”, ma modulare gradualmente la risposta.

    In sintesi: la direzione del lavoro terapeutico (aumentare la flessibilità) è comprensibile, ma è importante che sia calibrata sui suoi limiti fisiologici reali. Potrebbe essere utile riportare al terapeuta, in modo molto diretto, proprio ciò che ha scritto qui: non solo che “non riesce”, ma quanto è alto il costo fisico e mentale di questi tentativi.

    Se sente che questo punto non viene compreso fino in fondo, può essere utile un confronto più approfondito o anche un secondo parere, per ritarare il percorso sulle sue esigenze specifiche.

    Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, così da trovare un equilibrio più sostenibile tra benessere fisico e cambiamento psicologico.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Sono una ragazza di 28 anni e sto attraversando un periodo difficile. Di recente ho chiuso una frequentazione, ormai circa due mesi fa, anche se l’ultimo contatto è avvenuto circa un mese fa e sto ancora molto male, ho paura di non riuscire a superarla.
    La frequentazione è durata circa 3 mesi e mezzo, anche se gli ultimi due mesi è stata una frequentazione a distanza, per dei miei motivi personali.
    Il motivo del mio malessere deriva dal fatto che a me lui piaceva molto e mi ero molto affezionata. Lui via messaggio era sempre presente, ci sentivamo ogni giorno e mi ascoltava anche quando parlavo di momenti stressanti. Di presenza siamo usciti circa dieci volte, durante il mese di frequentazione di presenza. A me sembrava davvero un bel rapporto, ci sentivamo ogni giorno e lui mi dava attenzioni, dimostrava molto interesse nel conoscermi.
    Il fatto è che mentre io avevo chiarito che volevo che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione, lui probabilmente non ha mai voluto una relazione, ma solo una frequentazione così, senza nessun impegno. Mi fa rabbia il fatto che parlandone lui mi aveva detto che anche lui voleva che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione.
    Alla fine è stato lui ad allontanarsi, proprio quando dopo due mesi era arrivato il momento di rivedersi. Ha accampato scuse, dicendo che aveva bisogno di più tempo per capire, di non essere affidabile emotivamente, di non riuscire a lasciarsi andare (non gli piaceva sbilanciarsi) ma non prendendo mai realmente le distanze, dicendo di non volersi allontanare, ma di volerla vivere con leggerezza, senza farsi troppi problemi al momento. Ha preso come scusa anche il fatto di essersi lasciato non molto tempo fa. Quindi alla fine l’ho chiusa io, perché non volevo starci di nuovo male e avevo paura che lui effettivamente non stesse prendendo le cose seriamente.
    Lui ha provato a ricontattarmi via messaggio, ma io sono stata molto fredda.
    Il problema è che tutt’ora non riesco a superarla. Non riesco a superarla perché mi sembrava che potesse nascerne davvero un bel rapporto. Non capisco se il problema fosse il fatto che non gli piacevo abbastanza, anche se tra noi c’era molta chimica, o se effettivamente lui aveva bisogno di più tempo per via della precedente relazione. O se effettivamente non volesse impegnarsi.
    Ho paura di non incontrare mai nessuno che mi ami, perché lui è stata la mia prima “relazione” e nonostante io non mi consideri brutta credo di non piacere in fondo a nessuno, perché non ricevo molta considerazione maschile, o comunque non da qualcuno che mi interessi. Sono sempre stata un po’ introversa, ma non credo sia questo il problema. Non so come superare questa fase. Vorrei conoscere nuove persone ma ho paura di rimanere di nuovo delusa.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrivi è un vissuto molto comune, ma non per questo meno doloroso. Anche se la frequentazione è durata pochi mesi, il coinvolgimento emotivo che si crea quando c’è continuità, attenzione e condivisione quotidiana può essere molto intenso. Non stai “esagerando”: stai elaborando una delusione affettiva significativa.

    Ci sono alcuni punti importanti da considerare.

    Il primo riguarda il tipo di legame che si era creato. Il fatto che vi sentiste ogni giorno, che lui fosse presente e attento, ha favorito un attaccamento emotivo forte, anche più di quanto il tempo “oggettivo” della relazione farebbe pensare. Quando questo tipo di connessione si interrompe, è normale provare una sorta di vuoto e fatica a lasciar andare.

    Il secondo punto è la discrepanza tra ciò che lui diceva e ciò che faceva. Da una parte parlava di un possibile futuro insieme, dall’altra si mostrava incerto, evitante, poco disposto a esporsi davvero. Questo crea molta confusione e spesso porta a interrogarsi su di sé (“non gli piacevo abbastanza?”), ma in realtà parla soprattutto delle sue difficoltà emotive e della sua ambivalenza. Le frasi che riporti (“non sono affidabile emotivamente”, “ho bisogno di tempo”, “viviamola senza problemi”) sono segnali piuttosto chiari di una persona non pronta a una relazione.

    Il fatto che tu abbia deciso di chiudere, nonostante il coinvolgimento, è un elemento molto importante: indica che sei stata capace di proteggerti e di riconoscere ciò che non ti faceva stare bene.

    Per quanto riguarda il pensiero “non incontrerò mai qualcuno che mi ami”, è comprensibile che emerga in questo momento, ma è una generalizzazione legata al dolore attuale, non un dato di realtà. Questa è stata la tua prima esperienza significativa, quindi è anche la prima volta che ti confronti con una delusione di questo tipo: è normale che scuota le tue sicurezze.

    Allo stesso modo, il dubbio sul tuo valore (“forse non piaccio abbastanza”) tende a nascere quando qualcuno a cui teniamo non ci sceglie fino in fondo. Ma il comportamento di questa persona non definisce il tuo valore né la tua “desiderabilità”: indica piuttosto una non compatibilità nei bisogni e nei tempi emotivi.

    Per superare questa fase può aiutarti:

    accettare che il dolore ha bisogno di tempo, senza forzarti a “stare bene subito”
    interrompere o limitare i contatti (anche mentali, come il rimuginare sul perché) per permettere un vero distacco
    distinguere tra ciò che è reale (come si è comportato) e ciò che immagini (quello che “sarebbe potuto essere”)
    riavvicinarti gradualmente agli altri, senza pretendere subito coinvolgimenti profondi

    La paura di rimanere delusa è comprensibile, ma evitare del tutto le relazioni per proteggersi dal dolore rischia di rinforzare l’insicurezza. Si può invece procedere con più consapevolezza, imparando anche da questa esperienza.

    Se senti che questo vissuto continua a occupare molto spazio o a influenzare la tua autostima e le tue relazioni future, può essere davvero utile approfondirlo in un percorso psicologico, per comprendere meglio i tuoi bisogni affettivi e rafforzare la sicurezza nelle relazioni.

    Un caro saluto
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Domande su Tossicodipendenza

    Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    quello che descrive è purtroppo una situazione abbastanza frequente nei disturbi legati all’uso di sostanze, soprattutto quando c’è stato un evento emotivamente molto forte come un lutto.

    Un aumento così significativo dei consumi (da un uso sporadico a quantità elevate e frequenti) indica verosimilmente lo sviluppo di una dipendenza, o quantomeno di un uso problematico importante. In questi casi, smettere “di colpo” è possibile, ma non è la situazione più comune, soprattutto senza un supporto strutturato (medico, psicologico o comunitario). Le ricadute sono frequenti e il percorso di uscita tende ad essere graduale, non lineare.

    È anche vero che alcune persone, di fronte a una crisi importante (come la separazione o la paura di perdere tutto), possono fare un tentativo di interruzione improvvisa. Tuttavia, senza un cambiamento stabile del contesto e senza aiuto, mantenere l’astinenza nel tempo è difficile.

    Rispetto al tema della sincerità: chi ha una dipendenza può arrivare a minimizzare, negare o mentire, non tanto per cattiva volontà, ma perché la sostanza diventa centrale e altera il modo di pensare e di gestire la realtà. Questo però non significa che stia necessariamente mentendo: significa che è importante mantenere uno sguardo realistico e prudente, basato più sui comportamenti concreti nel tempo che sulle sole parole.

    Un altro elemento importante che lei cita sono i debiti: spesso accompagnano le situazioni di abuso e rappresentano un ulteriore fattore di rischio e di stress.

    In questo momento, più che cercare di capire se credergli o meno, può essere utile chiedersi:

    ci sono segnali concreti di cambiamento stabile nel tempo?
    si è rivolto a qualcuno per farsi aiutare?
    io come posso tutelare me stessa emotivamente e praticamente?

    Sono aspetti fondamentali per non rimanere intrappolata in una dinamica di incertezza e preoccupazione continua.

    Data la complessità della situazione, è consigliabile approfondire con uno specialista, sia per lui (nell’ottica di un eventuale trattamento per la dipendenza) sia per lei, per avere uno spazio di supporto e orientamento.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, io e il mio ragazzo stiamo insieme da 2 anni ( non viviamo insieme) e circa un anno fa, quando sul suo telefono ho visto del materiale pornografico, mi sono sentita tradita e non abbastanza, continuando a paragonarmi alle ragazze che aveva cercato e gle ne ho parlato subito.
    Gli ho spiegato il mio fastidio nei confronti di questa cosa, lui mi ha detto che avrebbe smesso e che per lui è una cosa normale tutti lo fanno e che lo ha sempre fatto, dopo qualche ora di lite siamo arrivati alla conclusione che per il bene della coppia avrebbe diminuito fino a smettere.
    Dopo questo aneddoto l'autoerotismo è diventato argomento taboo, a volte in modo sarcastico ne parlavo ma non ho mai avuto più riscontri quindi non ho mai saputo ciò che faceva nel suo privato.
    Però l’altro giorno ho scoperto che la settimana scorsa ha cercato video pornografici.
    Quindi mi sono freddata nei suoi confronti mi sono sentita mancata di rispetto per l'ennesima volta, solo che sta volta l'ha fatto consapevole che non era una scelta approvata da me
    Anzi era un limite proprio che ho imposto nella coppia.
    Il che mi fa pensare che possa averlo fatto per molto tempo e di conseguenza mi sento un po’ presa in giro.
    Ho sempre saputo che guardare i porno è normalizzato da tutti ma per me se stai in una relazione sana non ricerchi stimoli esterni.
    Stai letteralmente guardando altre donne nude, poi sono la tipa che mi da fastidio se passando per strada guarda altre, figurati se guarda scene del genere..
    Per me poi il materiale pornografico porta inevitabilmente a stancarti della persona che hai accanto e ad avere standard anche a letto irrealistici, infatti quando lo facciamo spesso capita che si ferma perché gli si ammoscia. Ad oggi lo colloco a questa cosa.
    Mi sento come se non gli bastassi e non fossi abbastanza attraente per lui, il che mi sta facendo iniziare ad apprezzarmi sempre meno; forse sono io quella esagerata, però veramente non riesco più a stare bene e i miei pensieri quotidiani ruotano tutti intorno a questa situazione

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,
    quello che descrive è un vissuto molto intenso e comprensibile, che merita di essere ascoltato senza banalizzazioni.

    Ci sono diversi livelli nella sua esperienza. Da una parte c’è il tema della pornografia e dell’autoerotismo, che per molte persone è effettivamente qualcosa di diffuso e non necessariamente legato a una mancanza nella relazione. Dall’altra, però, c’è il suo vissuto soggettivo: per lei questo comportamento è collegato a sentimenti di tradimento, di non essere abbastanza e di perdita di esclusività. Ed è proprio questo aspetto emotivo che va preso sul serio.

    Il punto centrale non è stabilire chi abbia “ragione” in assoluto, ma riconoscere che nella coppia esistono valori, limiti e bisogni diversi. Lei ha espresso chiaramente un limite, e il fatto che il suo partner abbia detto di accettarlo per poi non rispettarlo ha incrinato la fiducia. Più che il comportamento in sé, sembra essere questa incoerenza a farla sentire presa in giro e non rispettata.

    Allo stesso tempo, è importante fare una riflessione: chiedere all’altro di eliminare completamente un comportamento personale e intimo come l’autoerotismo può risultare difficile da sostenere nel tempo, soprattutto se per lui è sempre stato qualcosa di “normale”. Questo non giustifica il non aver mantenuto l’accordo, ma aiuta a capire che forse l’intesa costruita allora non era davvero condivisa fino in fondo.

    Rispetto ai pensieri su di sé (“non sono abbastanza”, “non gli basto”), questi rischiano di diventare molto dannosi per la sua autostima. Il comportamento del partner non è automaticamente una misura del suo valore o della sua attrattività. Quando però si attivano queste insicurezze, è facile che tutta la percezione della relazione venga filtrata da lì, fino a diventare un pensiero fisso, come sta accadendo a lei.

    Anche la difficoltà sessuale che descrive (l’erezione che viene meno) può avere molte cause, non necessariamente legate alla pornografia: ansia da prestazione, tensione nella relazione, paura del giudizio… Attribuirla solo a questo rischio di rafforzare ulteriormente le sue paure senza avere una reale conferma.

    In questo momento sembra esserci:

    una ferita di fiducia,
    una differenza di bisogni e valori,
    e un impatto importante sulla sua autostima e serenità quotidiana.

    Questi sono temi delicati che difficilmente si risolvono da soli o con un confronto “a caldo”. Può essere molto utile lavorarci in modo più approfondito, sia per capire meglio i suoi bisogni emotivi e i suoi limiti, sia per trovare un modo più efficace di comunicarli e negoziarli nella relazione, oppure per valutare cosa è sostenibile per lei nel lungo periodo.

    Per questo le consiglierei di approfondire con uno specialista, così da avere uno spazio sicuro in cui esplorare questi vissuti e trovare maggiore chiarezza.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


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