Domande del paziente (2565)
Buonasera, avevo già scritto in passato. Spiego brevemente la situazione. Ho 27 anni sono fidanzato da circa 6 anni con una ragazza mia coetanea, ma da circa 3 anni la nostra relazione è in stallo a causa della scoperta da parte sua di alcune chat avvenute tra me ed una collega universitaria per un progetto durato un mese. Nonostante abbia interrotto i rapporti e la relazione è andata avanti con il tentativo da parte mia di essere più aperto nei suoi confronti, sembra che la nostra vita sia ferma a quell'episodio, non facciamo altro che parlarne e rileggere quelle conversazioni. La mia ragazza dice che l'unico modo per andare avanti sarebbe quello di leggere quelle chat con l'aiuto di un professionista e capire realmente il significato dietro quei messaggi. Mi chiedo se questa cosa è plausibile e se c'è qualcuno/na che possa aiutarci, magari leggendo quelle chat anche durante le sedute terapeutiche. Purtroppo abbiamo fatti già diversi tentativi anche di terapia che sono stati vani
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive è una situazione abbastanza frequente nelle coppie che attraversano una crisi legata alla fiducia. Quando un episodio viene percepito come un tradimento, anche se non c’è stato necessariamente un coinvolgimento sentimentale o fisico, può accadere che la relazione rimanga “bloccata” nel tentativo continuo di capire cosa sia realmente successo e quale significato avessero certi comportamenti o messaggi.
Il fatto che, a distanza di anni, il tema sia ancora così centrale suggerisce che probabilmente il problema non siano più soltanto quelle chat in sé, ma ciò che quell’episodio ha rappresentato emotivamente per la vostra coppia: senso di insicurezza, paura di essere sostituiti, perdita di fiducia, bisogno di rassicurazione o difficoltà a sentirsi nuovamente al sicuro nella relazione.
La richiesta della sua ragazza di leggere le conversazioni insieme ad un professionista è plausibile. In terapia di coppia può capitare di analizzare messaggi, dinamiche comunicative o episodi specifici non tanto per “stabilire chi ha ragione”, ma per comprendere:
il vissuto emotivo di entrambi;
i significati attribuiti a quei messaggi;
le ferite relazionali che si sono create;
i meccanismi che mantengono il conflitto ancora attivo dopo tanto tempo.
Naturalmente il focus terapeutico non dovrebbe trasformarsi in un’analisi infinita delle chat o in una ricerca ossessiva di dettagli, perché questo rischierebbe di mantenere il problema invece che risolverlo. Un professionista esperto dovrebbe aiutare la coppia a comprendere perché la relazione sia rimasta emotivamente ferma a quell’evento e come ricostruire fiducia, comunicazione e progettualità.
Il fatto che precedenti percorsi terapeutici non abbiano funzionato non significa necessariamente che non ci sia possibilità di miglioramento. Talvolta è importante trovare un terapeuta con un orientamento adatto alla problematica della coppia oppure comprendere se entrambi siete realmente pronti a lavorare non solo sull’episodio passato, ma anche sulle dinamiche attuali che lo mantengono vivo.
Credo quindi che possa essere utile approfondire la situazione con uno specialista esperto in terapia di coppia, che possa aiutarvi a dare un significato condiviso a ciò che è accaduto e a capire se e come sia possibile andare avanti insieme.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, sono 4 anni che sto insieme a un uomo separato con una figlia. Da un anno non abbiamo rapporti sessuali perché io ho avuto problemi di ciclo ma anche problemi emotivo con lui. Non mi sento vista, ne quando siamo a cena e lui sta davanti al telefono, ne quando la madre (che nn mi conosce) ha voluto partecipare a un evento con la ex nuora, il figlio e la nipote e lui non si è minimamente opposto. Invalidando il mio dolore con "si spreca meno energie facendo così". Stessa risposta che ritrovo dopo più di un anno (dopo terapia mia personale, terapia di coppia, dopo tanti litigi dove ho capito il suo analfabetismo emotivo), oggi, davanti a un esigenza lavorativa dove sarebbe stata reintrodotta la sua ex moglie pubblicamente (e questa donna non lavora dove lavoriamo noi). Sono crollata e ho pianto davanti a lui, lui ha visto il mio dolore, ha detto di averlo capito ma c'è sempre il suo "non so che fare, e fare niente è la scelta meno dolorosa". Per lui. Io sto soffrendo tanto per questo suo atteggiamento e gli ho scritto un messaggio dicendo che nn scegliendo me (ancora) era lui che perdeva me. Lui non ha risposto e a lavoro mi evita (è passato solo un giorno) io voglio dargli il tempo per riflettere, capire...ma non ce la faccio, mi sono messa a piangere per i corridoi del lavoro. Vorrei capire cosa fare. Se sono stata cattiva, egoista, frettolosa. Abbiamo entrambi quasi 50 anni...ed entrambi veniamo da famiglie disfunzionali...e io vorrei solo avere qualche strumento per capire cosa mi sta succedendo (sono dipendente?) e cosa potrei fare. Grazie a chi mi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
quello che descrive non sembra il comportamento di una persona “cattiva”, egoista o frettolosa. Al contrario, emerge una sofferenza emotiva molto intensa legata al sentirsi poco riconosciuta, poco scelta e poco tutelata all’interno della relazione.
Da ciò che racconta, il punto centrale non sembra essere soltanto la presenza della ex moglie, ma il modo in cui il suo compagno reagisce al suo dolore: minimizzandolo, evitando il conflitto o scegliendo di “non scegliere”. Questo atteggiamento, nel tempo, può generare nella partner un forte senso di solitudine affettiva, invisibilità e insicurezza relazionale.
Quando una persona dice: “fare niente è la scelta meno dolorosa”, spesso sta mostrando una difficoltà profonda nel gestire le emozioni, i conflitti e le responsabilità affettive. Lei stessa parla di “analfabetismo emotivo”, ed è possibile che il suo compagno abbia sviluppato modalità evitanti apprese nella propria storia familiare. Tuttavia, comprendere le ferite dell’altro non significa dover annullare i propri bisogni emotivi.
Lei chiede una cosa molto importante: “Sono dipendente?”. Non è possibile definirlo con certezza da poche righe, ma alcuni elementi fanno pensare a una relazione in cui il suo benessere emotivo dipende molto dalle conferme, dalle scelte e dalle risposte dell’altro. Quando l’altro si allontana o non risponde, il dolore diventa travolgente, fino a manifestarsi anche fisicamente e nel contesto lavorativo. Questo merita attenzione, non giudizio.
È anche significativo che il vostro rapporto abbia visto:
un blocco della sessualità,
molta sofferenza emotiva,
tentativi di terapia,
e una continua sensazione di non sentirsi prioritaria.
Il messaggio che gli ha scritto non appare manipolatorio o crudele. Sembra piuttosto il tentativo di mettere un confine e comunicare un bisogno fondamentale: sentirsi scelta e riconosciuta. Il problema è che, probabilmente, lei è arrivata a un livello di esaurimento emotivo tale da non riuscire più a tollerare l’ambiguità.
In questo momento, la cosa più importante è non perdere di vista sé stessa nel tentativo di capire lui.
Si chieda:
“Di cosa ho bisogno io in una relazione?”
“Questa relazione mi nutre o mi consuma?”
“Quanto sto sacrificando il mio equilibrio emotivo pur di mantenere questo legame?”
Il fatto che lei stia piangendo nei corridoi del lavoro indica che la sofferenza ha superato una soglia importante e che il suo sistema emotivo è in forte sovraccarico. Per questo motivo è fondamentale non affrontare tutto da sola.
Ha già fatto un lavoro terapeutico, e questo è molto prezioso. Credo però che in questo momento sarebbe utile approfondire ulteriormente con uno specialista il tema dell’attaccamento affettivo, dei confini emotivi e del valore personale all’interno delle relazioni, così da aiutarla a comprendere meglio cosa sta vivendo e quali scelte possano davvero proteggerla.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno Dottori. Circa 10 anni fa ho casualmente incontrato un uomo molto molto più giovane di me. Uscivo da un periodo terribile, avevo appena perso mia madre dopo una malattia inesorabile ed ero sentimentalmente sola già da molto tempo. Ero in cura con farmaci antidepressivi e vivevo come in mezzo ad una nebbia. Finchè, quasi mi fossi "risvegliata" da un brutto sogno, mi sono improvvisamente accorta dei suoi sguardi, delle sue attenzioni, delle sue premure nei miei confronti, ma data la notevole differenza di età ho preso la cosa con divertimento, pur essendone lusingata. Poi, è scoppiato il covid e siamo rimasti tutti isolati nelle case. Ma un giorno, inaspettatamente, lui si è presentato a casa mia, dicendo che voleva rivedermi e che mi aveva portato la colazione. L'ho fatto salire, non senza stupore, abbiamo chiacchierato un po' ma...la "scintilla", se così vogliamo chiamarla, era ormai scattata e abbiamo fatto sesso con trasporto. Pensavo fosse finita lì, e invece -poichè per motivi legati alla professione che lui svolge ci incontriamo settimanalmente - tutto è continuato. Quando l'ho conosciuto era ancora fidanzato, poi si è sposato, ha avuto un figlio, a differenza mia che ho avuto una vita sentimentale disastrosa nonostante ogni volta abbia dato tutta me stessa al partner e per far funzionare il rapporto. Il suo, sembrava un matrimonio felice, innamorato della ragazza di sempre, un figlio splendido, quello che insomma avrei voluto la vita riservasse a me. Due anni fa, mi ha inaspettatamente detto che si stava separando dalla moglie. Lo vedevo infatti da tempo incupito, con meno voglia di parlare, ma a mia richiesta rispondeva che aveva "problemi" di cui non gli andava di parlare. Sembrava essersi lasciato andare. Ingrassato, trascurato (come è anche tuttora). Avendo cambiato posto di lavoro, mi nominava spesso colleghi e soprattutto colleghe con cui di tanto in tanto usciva e, particolarmente nominava le colleghe, a suo dire tutte belle, tutte brave, con cui c'era tanto affetto. Intanto, nel frattempo, aveva lasciato moglie e figlio non potendone più della situazione in casa, separandosi tuttavia solo di fatto. La moglie gli ha negato la separazione consensuale e dunque vivono in case diverse anche se a poca distanza, per il bambino. Ne sono rimasta dispiaciuta e l'ho invitato a riflettere, a tornare sui propri passi per amore del figlio, ma lei sembra irremovibile. Non se ne è andato per me. Noi abbiamo avuto solo rapporti intimi, anche se durante i nostri incontri ci siamo conosciuti meglio, sorretti a vicenda nei momenti di crisi, confidati, ma un rapporto vero e proprio non è mai partito (nel senso uscire insieme, condividere degli spazi e degli interessi): io non l'ho chiesto, data l'insormontabile differenza d'età sapevo già dall'inizio di non poterlo pretendere, ma neppure lui l'ha fatto. Finchè, proprio durante i rapporti intimi, a un certo punto lui non ha voluto più che gli lasciassi "segni" sul corpo a causa di baci un po' troppo marcati, pretendendo tuttavia di continuare a farli a me. Già questo mi ha lasciata perplessa. Ho chiesto spiegazioni, e lui mi ha risposto che non vuole si notino, data la professione che svolge. A questo punto, ho detto che anch'io avevo però diritto a non essere "marchiata". Poi, con il trascorrere del tempo, e sempre non richiesto, ha cominciato a nominarmi spesso una collega, anche lei separata però legalmente e con due figli con cui si era incontrato di tanto in tanto, anche con gli altri colleghi, affermando che era una donna molto bella (ma lo sono anch'io), facendomi capire che indossava biancheria sexy, quando io al contrario non ho voluto indossarla non perchè non la possegga, ma perchè suppongo che il desiderio sessuale di un uomo, se è genuino, debba scattare senza ricorrere a mezzucci.... Infine, siamo arrivati a ciò che non ho potuto tollerare. E' accaduto che mentre si trovava da me, la collega lo chiamasse, e non per una volta, sul cellulare. Trovandomi lì vicino e pur non volendo, non ho potuto fare a meno di ascoltare le loro voci affettuose, e scambiarsi facezie non di lavoro, con l'intesa di sentirsi la sera. Soprattutto mi ha ferita il suo "Finalmente!" come di persona che ha aspettato tanto una telefonata ed ora che è arrivata se ne compiace. Unpo' troppo, per una collega che si ha modo di vedere tutti i giorni, o quasi. Tra l'altro e' per me inaccettabile che queste telefonate avvengano comunque in mia presenza e senza nessun riguardo per lui che sta lavorando ed anche per me che sto lavorando con lui. Non capisco perchè lui glielo permetta, perchè non le dica, come ritengo avrebbe dovuto fare, di richiamare in altra ora. Lì per lì ho fatto come sempre, vale a dire non ho commentato pur assumendo un atteggiamento freddo e distaccato, ma quando lui mi ha fatto capire attraverso baci e carezze che voleva un rapporto, mi sono rifiutata, ben decisa, stavolta, a parlare. L'ho invitato ad essere chiaro, a dirmi la verità su questa persona che stava diventando, stando alla quantità di volte in cui non richiesto me la nominava, mostrandomi la sua foto e quella dei suoi figli che tiene nel cellulare insieme a quelle del figlio legittimo, e adesso facendomi ascoltare anche le loro telefonate, sempre più ingombrante, almeno in casa mia. E che, permettendole di farle, stava dimostrando un'assoluta mancanza di rispetto, e di sensibilità nei miei confronti. Come fanno tutti gli uomini in queste situazioni, ha ovviamente negato, dicendo le solite frasi "sei gelosa, è solo una collega (che tra l'altro vede tutti i giorni), sei veramente una grande regista per mettere su tutto questo, ecc.). Ho risposto che prima di essere gelosa sono una persona che tiene molto alla sua dignità. Che, se mi riteneva una grande regista, lui si era però dimostrato un pessimo attore, e che a prescindere da tutto, non mi prestavo ad essere la "ruota di scorta". Del resto, se come suppongo ha un'altra, i rapporti intimi ora può tranquillamente averli con l'altra, io non sono la moglie. Quale dovrebbe essere, infatti, il mio ruolo? Se ne è andato incupito. Ed io mi sento distrutta. Se ha un'altra relazione perchè non dirmelo apertamente? Io, essendo una donna educata tradizionalmente, non ho mai preso "iniziative" con gli uomini, neppure quando ero più giovane. Dunque, si è trovato anche facilitato, in questo senso, io avevo già capito, non c'era bisogno che mi facesse del male. Come è potuto cambiare così? E quale dovrebbe essere ora, il mio comportamento se queste telefonate dovessero continuare ( sempre che io lo riveda)? Non so immaginare, infatti, se e quando lo rivedrò avendo lasciato del lavoro in sospeso, non credo vorrà riparlarne e neppure io, avendo già detto ciò che ho ritenuto fosse giusto dire per me, ma non si sa mai. Potreste rispondermi? Vi ringrazio, la mia sofferenza è immensa.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Signora,
dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, che non riguarda soltanto questa relazione, ma anche tutto ciò che essa ha rappresentato per lei: un risveglio emotivo dopo un periodo di lutto, solitudine e dolore, un sentirsi nuovamente vista, desiderata, viva. È comprensibile quindi che oggi lei viva questa situazione con un senso di smarrimento e ferita molto intenso.
Da ciò che racconta, il vostro legame è rimasto per molti anni in una zona ambigua: molto intima sul piano fisico ed emotivo, ma mai realmente definita. Lei ha accettato questa ambiguità probabilmente anche per il timore di chiedere qualcosa che sentiva “impossibile” a causa della differenza d’età. Tuttavia, il fatto di non aver chiesto apertamente non significa che non avesse bisogni legittimi: rispetto, chiarezza, considerazione emotiva.
Il punto centrale, infatti, non sembra essere tanto “se lui abbia o meno un’altra donna”, quanto il modo in cui lei si è sentita trattata. Le telefonate in sua presenza, le allusioni continue alla collega, il mostrare foto, il parlare di lei frequentemente: sono comportamenti che inevitabilmente possono generare insicurezza, dolore e senso di svalutazione, soprattutto in una relazione già fragile nei confini e nelle definizioni.
Lei ha fatto qualcosa di importante: ha finalmente espresso un limite. Non ha “fatto scenate”, ma ha cercato di difendere la sua dignità e il suo bisogno di rispetto. Questo è un passaggio molto significativo. Spesso chi rimane per anni in relazioni non chiarite finisce per adattarsi continuamente, mettendo da parte il proprio disagio pur di non perdere il legame. Lei invece, ad un certo punto, ha dato voce alla sua sofferenza.
Per quanto riguarda lui, è possibile che viva anch’egli una forte confusione personale ed emotiva. La separazione, il cambiamento fisico e psicologico che lei descrive, il bisogno di continue conferme femminili, potrebbero indicare una fase di crisi identitaria o affettiva. Ma attenzione: comprendere il disagio di una persona non significa dover tollerare comportamenti che ci feriscono.
Lei chiede: “Perché non dirmelo apertamente?”. Perché molte persone evitano la chiarezza quando temono di perdere ciò che ricevono da un rapporto. L’ambiguità, a volte, permette di mantenere più legami contemporaneamente senza assumersi pienamente la responsabilità emotiva delle proprie scelte.
Il suo comportamento futuro dovrebbe partire da una domanda diversa: “Che cosa fa bene a me?”. Non tanto cercare di capire se lui ami un’altra, ma comprendere se questa relazione, così com’è, le consenta davvero serenità, rispetto e sicurezza emotiva. Perché dalle sue parole emerge soprattutto una grande fatica nel sentirsi “abbastanza” e nel sentirsi scelta pienamente.
Se doveste rivedervi e le telefonate o gli atteggiamenti che l’hanno ferita continuassero, credo sia importante che lei mantenga il limite che ha espresso. Non per orgoglio, ma per tutela di sé. I rapporti affettivi non possono basarsi soltanto sulla disponibilità di uno dei due ad accettare tutto pur di non perdere l’altro.
Infine, mi colpisce molto una frase che lei scrive: “Io avevo già capito”. Probabilmente sì. Spesso dentro di noi comprendiamo certe dinamiche molto prima di riuscire ad accettarle emotivamente. E questo passaggio è doloroso.
Credo che la sua sofferenza meriti uno spazio di ascolto vero, non solo per elaborare questa relazione, ma anche per comprendere più a fondo alcuni bisogni affettivi, le ferite relazionali passate e il modo in cui si è trovata a vivere per anni una posizione emotivamente così sacrificante. Per questo motivo, le consiglierei di approfondire quanto sta vivendo con uno specialista, che possa aiutarla a dare ordine e significato a ciò che prova.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
ho avuto un rapporto non protetto con la mi ragazza, non sono venuto e non ho sentito di aver avuto perdite, il rapporto è durato neanche 1 minuto
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Un rapporto non protetto, anche se molto breve e senza eiaculazione, comporta comunque un rischio di gravidanza, seppur generalmente più basso rispetto a un rapporto completo con eiaculazione interna. Questo perché il liquido pre-eiaculatorio può contenere spermatozoi, soprattutto se ci sono state eiaculazioni recenti non seguite da minzione.
Il rischio varia anche in base al periodo del ciclo mestruale della sua ragazza: nei giorni fertili la probabilità aumenta, mentre in altri momenti può essere più ridotta. Inoltre, è importante considerare anche il rischio di infezioni sessualmente trasmissibili quando si hanno rapporti non protetti.
Se il rapporto è avvenuto da poco tempo e vi è preoccupazione per una possibile gravidanza, può essere utile informarsi rapidamente sulla contraccezione d’emergenza, che è tanto più efficace quanto prima viene assunta.
Per maggiore tranquillità e per valutare correttamente la situazione specifica, è consigliabile approfondire con uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera,
un deficit erettile di natura stressogena ed ansiosa è verosimile che possa durare ininterrottamente da 8 anni senza aver mai dato dei segni di leggero giovamento?
Lo specialista , dopo svariati esami clinici e strumentali riesce a dargli solo quella causa spiegandomi che uno stato di stress prolungato può portare a vasocostrizione e perdita della libido.
Ammetto che è tutto iniziato da quando le responsabilità lavorative sono aumentate e lavorando nella vendita vengo molto colpito dai periodi in cui le cose non vanno bene.
Vorrei capire se un percorso di psicoterapia mi può far uscire da questo loop negativo, non ho mai affrontato un percorso di questo tipo e non nego di essere scettico sulla possibilità che possa rivelarsi risolutivo.
Ringrazio per tutte le eventuali risposte
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
sì, è assolutamente possibile che una disfunzione erettile di origine prevalentemente ansiosa e stress-correlata possa mantenersi anche per molti anni, soprattutto quando il fattore stressante diventa cronico e si instaura un vero e proprio “circolo vizioso”.
Nel suo racconto emerge un elemento molto importante: l’esordio del problema coincide con un aumento delle responsabilità lavorative e con periodi di forte pressione emotiva. Questo tipo di collegamento è molto frequente. Stress prolungato, ansia da prestazione, preoccupazioni economiche o lavorative e ipercontrollo mentale possono influenzare in modo significativo il funzionamento sessuale, sia sul piano fisiologico sia su quello psicologico.
Dal punto di vista biologico, lo stress cronico mantiene il corpo in uno stato di “allerta”: aumenta l’attivazione del sistema nervoso simpatico (quello deputato alla difesa e alla tensione), rendendo più difficile il rilassamento necessario all’eccitazione sessuale. Inoltre, la paura di “non riuscire” tende col tempo a consolidarsi, creando aspettativa negativa, monitoraggio continuo delle proprie prestazioni e perdita della spontaneità. Anche quando il desiderio è presente, l’ansia può interferire con la risposta erettile.
Il fatto che gli esami clinici e strumentali non abbiano evidenziato cause organiche significative è un dato importante e, in molti casi, rassicurante. Non significa che il problema “sia immaginario”, ma che il funzionamento del corpo può essere fortemente influenzato da fattori emotivi e psicofisiologici.
Per quanto riguarda la psicoterapia, comprendo il suo scetticismo: è molto comune in chi non ha mai intrapreso un percorso. Tuttavia, le difficoltà sessuali legate ad ansia e stress sono tra le problematiche per cui un intervento psicologico può risultare realmente utile. Un percorso psicoterapeutico può aiutarla a:
comprendere i meccanismi che mantengono il problema;
ridurre l’ansia e il livello di attivazione costante;
lavorare sull’autostima e sulla pressione personale;
interrompere il circolo “paura-fallimento-controllo”;
recuperare gradualmente serenità e spontaneità nella sessualità.
Non sempre il cambiamento è immediato, soprattutto quando il problema è presente da anni, ma molte persone ottengono miglioramenti significativi proprio intervenendo sulle componenti emotive e cognitive che alimentano il disturbo.
Il consiglio è quindi quello di approfondire la situazione con uno specialista psicologo/psicoterapeuta esperto anche nell’ambito sessuologico, così da valutare in modo più completo la sua esperienza e costruire un percorso mirato.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Riferisco difficoltà nella deglutizione sia per solidi che per liquidi, con variabilità a seconda degli alimenti e del contesto. Ad esempio, con alcuni cibi come il gelato il sintomo non si presenta o è molto ridotto.
Prima di ogni pasto è presente un’ansia anticipatoria significativa. Nel tempo ho notato che il sintomo è peggiorato entrando in un circolo vizioso: la paura di deglutire ha aumentato la percezione del problema e la tensione durante i pasti.
All’inizio temevo una causa organica, ma gli accertamenti effettuati non hanno evidenziato patologie fisiche. Attualmente sono seguito da uno psichiatra e da una psicologa da circa sei mesi.
Ritengo che il sintomo possa essere legato anche a una componente emotiva e a vissuti traumatici pregressi, con possibile somatizzazione e aumento dell’attenzione ansiosa durante l’atto del mangiare.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
da ciò che descrive emerge una situazione che può diventare molto faticosa e invalidante, soprattutto perché il momento del pasto finisce per essere vissuto con forte allerta e paura. Il fatto che gli accertamenti organici non abbiano evidenziato problematiche fisiche e che il sintomo vari a seconda dei cibi, del contesto e dello stato emotivo, fa pensare effettivamente a una componente ansiosa e psicosomatica importante.
Nelle difficoltà di deglutizione legate all’ansia può instaurarsi un circolo vizioso: la paura di “non riuscire a mandare giù” porta ad aumentare l’attenzione sul gesto della deglutizione, il corpo entra in tensione, i muscoli si irrigidiscono e la sensazione di blocco viene percepita in modo ancora più intenso. Questo meccanismo può diventare automatico nel tempo, soprattutto se associato a esperienze traumatiche, vissuti di vulnerabilità o periodi di forte stress emotivo.
Il fatto che con alcuni alimenti, come il gelato, il problema sia assente o ridotto è un elemento significativo, perché suggerisce che la deglutizione non sia compromessa in modo costante dal punto di vista funzionale, ma influenzata anche da fattori emotivi, attentivi e corporei.
È positivo che abbia già intrapreso un percorso con psichiatra e psicologa: spesso queste problematiche richiedono tempo e un lavoro integrato sia sull’ansia anticipatoria sia sulle eventuali esperienze emotive profonde che il corpo continua a “tenere attive”. In alcuni casi risultano utili anche tecniche di gestione dell’ansia, rilassamento corporeo, mindfulness o approcci orientati al trauma, proprio per ridurre l’ipercontrollo e la tensione associati al pasto.
Continui quindi a dare spazio a ciò che sta vivendo senza colpevolizzarsi: il sintomo è reale, anche quando la causa non è organica, e merita ascolto e trattamento adeguato.
Le consiglio comunque di proseguire e approfondire il lavoro con specialisti della salute mentale, così da comprendere meglio l’origine del disagio e individuare strategie terapeutiche mirate.
Un caro saluto e un augurio di buon percorso.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, faccio 56 anni il 26 maggio prossimo, sono vergine, non ho mai avuto una storia d'amore in vita mia e non ho nessuna possibilità di averla per varie cause concomitanti sostanzialmente riducibili a tre, non necessariamente in quest'ordine: aspetto fisico evidentemente non molto attraente, visto che nessuna donna né ragazza mi ha mai lontanamente considerato da "quel" punto di vista in vita mia, se non come amico, con amiche storiche con cui non c'è mai stato assolutamente nessun interesse reciproco da quel punto di vista (personalmente non mi reputo peggiore di tanti altri ma evidentemente l'altro sesso non è dello stesso avviso); incapacità mia totale di "provarci" (non ho la più pallida idea di cosa voglia dire) e soprattutto sfortuna cronica da cui deriva una mancanza altrettanto cronica di occasioni, e da quando sono in età in cui si comincia a pensare a queste cose è sempre rimasto tutto così, immobile, eterno e immutabile, senza il minimo cambiamento e senza la più piccola possibilità di cambiare le cose, senza la minima evoluzione, senza il minimo passo in avanti: in pratica 40 e passa anni trascorsi invano, 40 e passa anni buttati via, proprio. Come potete immaginare questo fatto mi provoca eterna frustrazione e sensazione di impotenza, perdita totale di autostima, perenne sensazione di fallimento e sconfitta e mancanza di dignità. Da più di 20 anni ormai ho abbandonato definitivamente l'idea di avere una storia d'amore e me ne sono fatto una ragione, rendendomi conto che si tratta per me di qualcosa di oggettivamente inaccessibile. Non bisogna dare per scontato che TUTTI prima o poi trovino qualcuno, come se piovesse dal cielo; quello semmai è un discorso che vale solo per le donne e a volte neppure per loro. Contrariamente a quello che si pensa comunemente, l'amore é sì un diritto umano ma non è affatto cosa per tutti; il sesso sì ma l'amore no. L'unica possibilità per me di perdere la verginità sono le escort, e sarei intenzionato a provare questa esperienza, ma anche lì ci sono varie difficoltà e impedimenti che ora non sto a spiegare: TUTTO sembra concorrere contro di me e assolutamente NIENTE mi favorisce in nessun modo in questo senso, tanto da essermi convinto di avere la sfortuna appiccicata addosso che impedisce che mi capitino le occasioni che invece agli altri capitano, oltre naturalmente alle mie mancanze oggettive che onestamente ci sono sempre state. Naturalmente mi masturbo moltissimo, tutti i giorni, quindi non ho certo problemi di eiaculazione, e sapete quando ho iniziato? A 6 anni, in prima elementare. Quest'anno saranno esattamente 50 anni che mi masturbo ininterrottamente senza mai aver smesso un solo momento. Potete immaginare la sensazione di totale fallimento di una vita e di sconfitta e autostima a zero. Quello che volevo sapere e il motivo per cui ho scritto é: questa mia condizione può provocarmi problemi di salute, oltre naturalmente a quelli psicologici che ho già e che vi ho già detto? Perché ho sentito versioni discordanti. Ad esempio, ho letto su un sito che l'astinenza prolungata può provocare nell'uomo:
Aumento dello stress: L'assenza di endorfine e ossitocina (rilasciate durante l'orgasmo) può innalzare i livelli di cortisolo.
Minore attenzione: L'astinenza prolungata può ridurre la memoria a breve termine e la concentrazione.
Salute della prostata: L'eiaculazione regolare aiuta a mantenere in salute la prostata; l'astinenza prolungata potrebbe comportare rischi. Congestione: L'eccitazione senza eiaculazione può causare una sensazione di fastidio.
Effetti generali: Sistema immunitario debole: Meno rapporti possono ridurre la produzione di anticorpi.
Calo della libido: Il desiderio sessuale potrebbe diminuire nel tempo se non stimolato. [non mi pare che mi sia successo]
Anche secondo il sito di un andrologo:
Diminuisce il livello di attenzione (diminuisce la memoria a breve termine)
Si indebolisce il sistema immunitario
Aumenta le probabilità di tumore alla prostata e malattie cardiovascolari
Aumenta le probabilità di soffrire d’insonnia
La pelle può perdere luminosità
La libido si riduce
Su un altro sito ho letto che "Negli uomini non avere rapporti sessuali provoca conseguenze fisiche che possono essere imbarazzanti in età adulta, come le polluzioni notturne [ma questo non mi é mai assolutamente capitato, per fortuna]. Se l’astinenza è prolungata, le conseguenze possono essere anche spiacevoli e dolorose. La mancanza di sesso e di una vita sessuale attiva e soddisfacente causa un invecchiamento precoce dell’apparato genitale che, alla lunga, potrebbe avere ricadute anche a livello psicologico e neurologico" e pure "otturazione dei vasi sanguigni della zona genitale, diminuzione dei livelli del testosterone, disfunzione erettile."
Secondo altre fonti sempre in rete (altri medici specialisti) invece non ci sono, ad esempio, evidenze scientifiche di effetti negativi sul sistema immunitario dall'astinenza sessuale. Un'Intelligenza Artificiale, Google Gemini, mi ha anche detto che fisicamente si può vivere anche senza fare sesso e senza riportare conseguenze, a parte ovviamente quelle psicologiche di cui parlavo. Quindi?
Ringrazio moltissimo dell'ascolto e della comprensione e porgo cordiali saluti e auguri di buon lavoro a tutte e tutti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
prima di tutto desidero dirle che dalle sue parole emerge una sofferenza profonda, portata avanti per molti anni, e questo merita rispetto e ascolto, non giudizio. La verginità o l’assenza di relazioni sentimentali non definiscono il valore di una persona, anche se comprendo che per lei questa esperienza sia stata vissuta come una ferita costante all’autostima e al senso di realizzazione personale.
Venendo alla sua domanda specifica: dal punto di vista medico e scientifico, non esistono prove che l’assenza di rapporti sessuali in sé provochi automaticamente gravi danni fisici o malattie. Molte informazioni che circolano online tendono a essere semplificate o presentate in modo allarmistico.
È importante distinguere tra:
assenza di rapporti sessuali,
assenza di eiaculazione,
assenza totale di desiderio o stimolazione sessuale.
Nel suo caso lei riferisce masturbazione regolare e frequente, quindi il suo organismo continua comunque ad avere attività sessuale dal punto di vista fisiologico.
Per quanto riguarda i punti che ha citato:
Prostata: alcuni studi suggeriscono che eiaculazioni regolari possano avere un effetto protettivo statistico sulla salute prostatica, ma questo vale anche attraverso la masturbazione, non solo tramite rapporti sessuali.
Sistema immunitario: non ci sono evidenze solide che l’astinenza sessuale causi un indebolimento significativo del sistema immunitario.
Testosterone e libido: l’assenza di rapporti non comporta automaticamente un calo del testosterone o impotenza. Se la libido è presente e le erezioni sono normali, non ci sono elementi che facciano pensare a un “atrofizzarsi” dell’apparato sessuale.
Polluzioni notturne: non sono obbligatorie; alcune persone non le hanno mai avute, specialmente se si masturbano regolarmente.
Disfunzione erettile: può essere influenzata più da ansia, depressione, autostima, isolamento e stress cronico che dall’assenza di partner in sé.
Stress e benessere psicologico: qui invece il discorso cambia. La sofferenza emotiva protratta, il senso di fallimento, la solitudine e la convinzione di essere “condannato” possono avere un impatto reale sulla qualità della vita, sull’umore, sul sonno, sull’ansia e anche sul benessere fisico generale.
Mi colpisce soprattutto il modo molto duro e definitivo con cui descrive sé stesso e il suo futuro (“nessuna possibilità”, “immutabile”, “vita buttata via”). Dopo tanti anni di delusioni è comprensibile che si sia costruita una convinzione molto rigida e pessimistica, ma queste convinzioni, quando diventano assolute, finiscono spesso per alimentare ulteriormente sofferenza, isolamento e senso di impotenza.
Anche rispetto all’idea di rivolgersi a una escort, non esiste una risposta “giusta” valida per tutti: alcune persone vivono questa esperienza senza problemi, altre invece dopo si sentono peggio emotivamente, soprattutto se cercano non solo sessualità ma anche conferma affettiva, accettazione o riscatto personale. Per questo sarebbe importante capire che significato avrebbe per lei questa esperienza.
Più che la mancanza di sesso in sé, credo che il punto centrale della sua sofferenza sia il senso di esclusione affettiva, il confronto continuo con gli altri e la perdita progressiva di speranza e autostima. E su questo un percorso psicologico potrebbe davvero aiutarla, non con promesse irrealistiche, ma per lavorare sul dolore accumulato, sull’immagine di sé, sulla solitudine e sul modo in cui interpreta la sua storia personale.
Le consiglierei quindi di approfondire sia con uno specialista andrologo, per eventuali dubbi medici, sia con uno psicoterapeuta, perché la sofferenza che descrive va ben oltre la sola sfera sessuale.
Un caro saluto.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive non appare come una “semplice tensione lavorativa”, ma come una situazione che nel tempo sembra aver assunto caratteristiche fortemente logoranti sul piano emotivo e psicologico. Dai suoi racconti emergono diversi elementi importanti: clima relazionale ostile, esclusione sociale, svalutazione, aggressività verbale, mancanza di supporto da parte del gruppo e un progressivo deterioramento del suo benessere psicofisico.
La cosa più importante da dirle è che le sue reazioni non sono “esagerate” o “sbagliate”: insonnia, nausea, ansia costante, pianto frequente, perdita dell’appetito, stato di allerta continuo e pensieri estremi sono segnali che il suo organismo sta vivendo una condizione di forte stress e sofferenza. Quando un ambiente lavorativo diventa percepito come minaccioso, il corpo e la mente reagiscono esattamente in questo modo.
Dal suo racconto emerge anche un altro aspetto significativo: lei sembra essere una persona che cerca il confronto diretto, il chiarimento e la comunicazione autentica. In ambienti molto disfunzionali, però, chi prova a mettere parole sui problemi rischia spesso di diventare il “bersaglio”, soprattutto quando esistono dinamiche di gruppo basate su paura, alleanze o evitamento del conflitto. Questo non significa che lei abbia sbagliato a parlare: anzi, il bisogno di chiarire era assolutamente legittimo. Tuttavia, non sempre dall’altra parte esiste la capacità emotiva o organizzativa di gestire il confronto in modo sano.
È importante anche sottolineare che il comportamento del suo datore di lavoro — urla, aggressività fisica indiretta, intimidazione verbale — non è un modo sano né corretto di gestire lo stress professionale. Il fatto che successivamente abbia riconosciuto la propria aggressività non cancella però l’impatto emotivo che quell’episodio ha avuto su di lei.
In questo momento la priorità non è capire “di chi è la colpa”, ma proteggere la sua salute psicologica. Il fatto che il medico le abbia consigliato riposo e supporto farmacologico indica che il livello di sofferenza ha superato la soglia della normale fatica lavorativa. E quando si arriva a pensare a gesti estremi pur di non tornare in un luogo, è fondamentale non minimizzare ciò che si prova.
Rispetto alla sua domanda sul “cosa fare”, non esiste una risposta unica, ma alcune riflessioni possono aiutarla:
evitare decisioni impulsive mentre è ancora in uno stato di forte attivazione emotiva;
continuare a prendersi cura della sua salute durante questo periodo di malattia;
cercare di distinguere il suo valore personale da come viene trattata in quell’ambiente;
valutare realisticamente se quel contesto abbia davvero possibilità concrete di cambiamento;
tutelarsi documentando eventuali episodi problematici, senza necessariamente arrivare subito a una denuncia;
considerare anche l’impatto che una permanenza prolungata in quell’ambiente potrebbe avere sul suo equilibrio psicologico nel lungo periodo.
Capisco anche la sua paura rispetto alle possibili ripercussioni sul suo compagno: questo la porta probabilmente a sentirsi ancora più bloccata e sola nella gestione della situazione. Proprio per questo credo sia importante che lei non affronti tutto questo da sola.
Le consiglierei davvero di approfondire quanto sta vivendo con uno specialista, così da avere uno spazio protetto in cui elaborare ciò che è accaduto, comprendere meglio le dinamiche relazionali che si sono create e soprattutto recuperare serenità e lucidità nelle decisioni future.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve dottori sono appena diventato padre da qualche giorno sono molto sereno anche se ho un dubbio che mi assale , qualche giorno fa mi sono venuti alla mente della parole di un counseling filosofico che avevo guardato qualche video dicendo che senza un percorso di liberazione e di risveglio non saremo capaci di amare i nostri figli e che inconsapevolmente gli facciamo anche del male, io adesso non mi interessa minimamente fare un percorso del genere quindi vuol dire anche io che farò del male a mia figlia ? Quindi dovrei risvegliarmi ? Dovrei seguire il percorso del counseling? E eventualmente anche meditazione?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
prima di tutto congratulazioni per la nascita di sua figlia. È molto comune, soprattutto nei primi giorni da genitore, vivere dubbi, domande profonde e timori rispetto al proprio ruolo. Il fatto stesso che lei si stia interrogando su come essere un buon padre è già un segnale di attenzione, sensibilità e desiderio di fare del bene a sua figlia.
Le frasi che ha ascoltato nei video di counseling filosofico vanno considerate con cautela. Alcuni approcci utilizzano concetti come “risveglio”, “liberazione” o “consapevolezza” in modo molto assoluto, ma nella realtà psicologica non esiste l’idea che una persona debba necessariamente intraprendere un percorso spirituale o meditativo per poter amare bene i propri figli.
L’amore genitoriale non richiede perfezione né uno “stato evoluto” particolare. I bambini crescono bene soprattutto in presenza di figure affettive sufficientemente presenti, capaci di cura, ascolto, protezione e riparazione degli errori. Tutti i genitori, inevitabilmente, commettono errori o hanno momenti di difficoltà: questo non significa “fare del male” ai propri figli in senso inevitabile o irreparabile.
La meditazione, il counseling o altri percorsi di crescita personale possono essere strumenti utili per alcune persone, se sentiti come un desiderio autentico e non come un obbligo o una paura. Se lei non sente il bisogno di intraprendere quel tipo di percorso, questo non significa affatto che sarà un cattivo padre.
Mi sembra invece importante osservare un altro aspetto: il fatto che queste parole le abbiano generato così tanta preoccupazione potrebbe indicare una fase di forte sensibilità emotiva, molto frequente dopo la nascita di un figlio. In questo periodo è normale sentirsi più vulnerabili, avere pensieri ricorrenti o il timore di non essere “abbastanza”.
Cerchi quindi di non trasformare un messaggio ascoltato online in una verità assoluta sulla sua capacità di amare. Essere un buon genitore non significa essere perfetti o “illuminati”, ma essere umani, presenti e disponibili a crescere insieme a proprio figlio.
Se questi dubbi dovessero continuare a crearle ansia o senso di colpa, può essere utile approfondire con uno specialista, per comprendere meglio le sue paure e vivere con maggiore serenità questa nuova fase della vita.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.
Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.
Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.
Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.
Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.
La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.
Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.
Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.
Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.
Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.
L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.
Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.
Vorrei capire:
- Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
- Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.
Grazie a chi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
da ciò che racconta emerge con molta chiarezza un forte conflitto tra due bisogni profondamente umani e legittimi: da una parte il bisogno di sicurezza, protezione e stabilità materiale; dall’altra il bisogno di autonomia, libertà personale e possibilità di scegliere la propria vita.
Il disagio che sta provando non sembra nascere tanto dalla casa in sé, quanto dal significato emotivo che questa scelta rischia di assumere all’interno della dinamica familiare. Quando una decisione importante viene vissuta come “obbligata” o accompagnata dall’idea implicita di dover corrispondere alle aspettative degli altri, è molto comune sviluppare ansia intensa, senso di soffocamento, sintomi fisici e pensieri catastrofici come quelli che descrive.
Mi colpisce molto una frase che lei stessa ha scritto: “se avessi indipendenza economica probabilmente sceglierei altro”. Questo non significa necessariamente che accettare la casa sia sbagliato, ma indica che dentro di lei esiste un bisogno di autodeterminazione che chiede spazio e riconoscimento. Ignorarlo completamente rischierebbe di aumentare nel tempo il senso di frustrazione e intrappolamento.
È importante anche sottolineare un altro aspetto: desiderare autonomia non significa essere egoisti. In molte famiglie si crea, spesso inconsapevolmente, una dinamica in cui i bisogni individuali vengono percepiti come una minaccia all’equilibrio familiare. Quando questo accade, la persona può crescere interiorizzando l’idea che dire “io voglio altro” equivalga a ferire, deludere o tradire gli altri. Ma il fatto che qualcuno si dispiaccia o si senta contrariato non rende automaticamente sbagliato un suo bisogno.
Lei sembra sentire addosso una responsabilità molto grande rispetto alla serenità emotiva di suo padre e di sua sorella. Tuttavia, una decisione sana non dovrebbe nascere dalla paura di deludere qualcuno, ma dalla possibilità di tenere insieme realtà concrete e benessere psicologico. Questo significa che può anche scegliere pragmaticamente di accettare un aiuto importante oggi, senza dover vivere quella scelta come una condanna irreversibile o come la rinuncia definitiva alla propria libertà futura.
L’idea che propone — cioè trovare un accordo che lasci aperta una possibilità futura — mi sembra il tentativo di costruire uno spazio psicologico di scelta, più che un semplice tema burocratico. E questo è comprensibile. Perché quando una persona sente di avere almeno una via d’uscita possibile, spesso l’angoscia diminuisce.
Un punto centrale del suo percorso potrebbe essere proprio questo: imparare gradualmente a tollerare il senso di colpa senza considerarlo automaticamente la prova che sta facendo qualcosa di sbagliato. Molte persone cresciute in contesti familiari molto coinvolgenti o controllanti faticano a distinguere tra:
“sto ferendo qualcuno”
e
“qualcuno è dispiaciuto perché non sto aderendo alle sue aspettative”.
Sono due cose molto diverse.
Le sue emozioni meritano ascolto e non invalidazione. Allo stesso tempo, è importante che una scelta così delicata non venga presa solo sotto la spinta dell’ansia o della paura del conflitto familiare. Potrebbe esserle molto utile uno spazio psicologico in cui comprendere meglio i propri bisogni, rafforzare i confini personali e lavorare sul senso di colpa legato all’autonomia.
Le consiglierei quindi di approfondire questa situazione con uno specialista, perché il tema che porta riguarda non solo una decisione pratica, ma anche il suo diritto di sentirsi libera di costruire la propria vita senza sentirsi emotivamente “in debito” con gli altri.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi – Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Io e il mio ragazzo (entrambi 33anni) abbiamo una relazione a distanza da tre mesi.
Io vivo all’estero e lui viene da un altro paese in Europa.
È venuto a trovarmi e l'altro giorno stavamo camminando mano nella mano. Era un po' alticcio, mentre camminavamo ho visto un tipo che vedo spesso in centro a chiedere insistentemente soldi. Mi sono allontanata con il mio ragazzo, ma lui era incuriosito e continuava a fissarlo. Gli ho chiesto perché lo avesse fatto e ha iniziato a dire un sacco di cose senza senso, tipo "volevo dargli false speranze", "ero curioso di vedere cosa avesse in mano perché le muoveva", "volevo dargli dei soldi ma tu mi hai portato via", "non so se avresti pensato male di me se non gli avessi dato i soldi", per poi cambiare idea e dire "non gli avrei dato i soldi perché sembrava ben curato e aveva dei bei vestiti".
La frase "volevo dargli false speranze" mi ha fatto infuriare più di ogni altra cosa e ne abbiamo parlato a lungo.
Gli ho riparlato di questo episodio quando ci siamo calmati entrambi e mi ha detto che aveva detto tutte quelle cose perché era in preda al panico e non sapeva cosa dire.
Gli ho fatto notare che quella frase in particolare era estremamente disgustosa e crudele, non mi sarei mai aspettata che una cosa del genere gli uscisse di bocca (perché, anche se lo conosco da poco tempo, mi ha dato l'impressione di essere una persona gentile, aveva dato il giorno stesso dei soldi ad un ragazzo che aveva chiesto dei soldi per il biglietto del treno e la volta prima che ci siamo incontrati aveva dato dei soldi ad un signore per strada che aveva un cagnolino) e lui se n'è reso conto e ha detto che normalmente non direbbe mai una cosa del genere. Ha detto che stava scherzando, ma che era uno scherzo di pessimo gusto.
Ha inoltre aggiunto che dove vive lui ci sono queste persone che lui ha chiamato “gang”, si dividono le zone della città, che chiedono soldi per strada ma in realtà vivono grazie agli aiuti dello Stato e che lui non vuole dare soldi a questo tipo di persone.
Non so cosa pensare o cosa fare.
Mi tratta benissimo, ma non voglio stare con qualcuno che tratta male gli altri o dice cose così cattive.
È giusto condannarlo per questo episodio o dovrei aspettare e vedere come si comporterà in futuro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive è comprensibilmente destabilizzante, soprattutto perché riguarda un aspetto molto importante nelle relazioni: i valori personali e il modo in cui l’altro guarda gli esseri umani più fragili o vulnerabili. Quando siamo all’inizio di una relazione, tendiamo a costruire gradualmente un’immagine dell’altro, e un episodio che appare incoerente con quella immagine può creare molta confusione.
Da ciò che racconta, però, è importante distinguere alcuni elementi.
Da una parte c’è la frase che l’ha colpita (“volevo dargli false speranze”), che effettivamente può risultare molto dura e disturbante. È comprensibile che lei abbia reagito emotivamente, perché certe parole possono toccare profondamente il nostro senso etico e la nostra sensibilità.
Dall’altra parte, però, c’è anche il contesto: lui era alterato dall’alcol, sembra essere andato in confusione quando lei gli ha chiesto spiegazioni e ha iniziato a dare risposte contraddittorie, probabilmente difensive e poco ragionate. Questo non significa automaticamente che pensi davvero ciò che ha detto. Alcune persone, quando si sentono messe sotto pressione o giudicate, parlano in modo impulsivo, ironico o provocatorio senza rendersi conto dell’impatto delle proprie parole.
Inoltre, lei stessa porta esempi concreti di comportamenti generosi e disponibili che lui ha avuto in altre occasioni. Nella valutazione di una persona, generalmente i comportamenti ripetuti nel tempo sono più significativi di una singola frase detta in un momento poco lucido.
È anche possibile che lui abbia convinzioni ambivalenti verso chi chiede l’elemosina: da un lato compassione, dall’altro diffidenza o pregiudizi derivati dalle esperienze e dal contesto culturale in cui vive. Questo non lo rende necessariamente una “persona cattiva”, ma può indicare un modo di vedere alcune situazioni diverso dal suo.
La domanda più utile forse non è tanto “devo condannarlo oppure no?”, ma:
questo episodio è stato isolato oppure emergono spesso mancanza di empatia, crudeltà o disprezzo verso gli altri?
quando lei gli ha espresso il suo disagio, lui ha minimizzato o ha cercato davvero di capire il suo punto di vista?
nel tempo, i suoi comportamenti sono coerenti con l’immagine di persona rispettosa e gentile che le aveva trasmesso?
Nelle relazioni sane non è necessario che i partner abbiano identiche opinioni su tutto, ma è importante che ci siano rispetto, empatia e capacità di mettersi in discussione.
Tre mesi sono ancora pochi per conoscere davvero una persona. Non sembra esserci necessariamente un “campanello d’allarme definitivo”, ma è sensato osservare nel tempo come si comporta concretamente con gli altri, soprattutto nelle situazioni in cui non ha nulla da guadagnare.
Se questo episodio continua a farla stare male o le attiva dubbi profondi sulla relazione, potrebbe essere utile approfondire questi vissuti con uno specialista, così da comprendere meglio anche cosa rappresenta per lei questo tema sul piano emotivo e relazionale.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentili Dottori,
Da febbraio ho accumulato stress da sovraccarico lavorativo fino a peggiorare nei giorni scorsi e avere sensazione di cervello 'bruciato' e saturo, senza distinguere un pensiero dall'altro, nn sopportavo più neanche i singoli rumori leggeri e irritabilità a mille. Ho avuto dal medico dei giorni di malattia fino a venerdì prossimo, ma il pensiero di questo lavoro mi toglie il respiro e la gioia di vivere, frustrazione e rabbia. Ho il fatidico posto fisso statale ma io mi sto spegnendo gradualmente abdicando a me stessa. Mi sento in prigione, la mia indole è creativa ed empatica, nn rigida e burocratica...sento la mia vita scivolarmi dalle mani e nn appartenenti più. Ne vale davvero la pena? Mi chiedo.
Grazie a chi vorrà rispondere
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive non va minimizzato. I sintomi che racconta — senso di saturazione mentale, irritabilità intensa, ipersensibilità ai rumori, difficoltà a “separare” i pensieri, senso di soffocamento al solo pensiero del lavoro — sono segnali che il suo organismo sta probabilmente comunicando un forte stato di stress cronico e di esaurimento emotivo.
Quando si rimane a lungo in una condizione percepita come incompatibile con i propri bisogni profondi, può accadere di sentirsi progressivamente svuotati, come se si stesse vivendo “contro natura”. Non è debolezza né ingratitudine verso un posto stabile: la sicurezza lavorativa non sempre coincide con il benessere psicologico.
Da ciò che scrive emerge anche un conflitto importante tra ciò che sente di essere — una persona creativa, empatica, vitale — e il ruolo che sta vivendo quotidianamente. Quando questo scarto diventa troppo grande, possono comparire sintomi di burnout, ansia, demotivazione, senso di intrappolamento e persino una perdita del senso di sé.
In questo momento, però, è importante non prendere decisioni drastiche sotto il peso dell’esaurimento. Quando il sistema nervoso è “saturo”, tutto appare senza via d’uscita. Prima di capire se quel lavoro sia davvero incompatibile con lei o se siano necessarie modifiche, confini, cambiamenti graduali o nuove prospettive, serve recuperare un minimo di lucidità emotiva e mentale.
Si conceda il diritto di fermarsi senza colpevolizzarsi. Il fatto che il solo pensiero del lavoro le tolga il respiro è un segnale da ascoltare seriamente, non da forzare o reprimere.
Potrebbe essere molto utile chiedersi:
da quanto tempo si sente “spenta”;
quanto spazio hanno oggi i suoi bisogni personali e creativi;
se vive solo un sovraccarico lavorativo o anche una più ampia crisi di significato e identità;
quali aspetti del lavoro la feriscono maggiormente;
cosa teme perdere se cambiasse qualcosa.
Non deve affrontare tutto questo da sola. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere più a fondo ciò che sta vivendo, distinguere l’esaurimento momentaneo da un disagio più profondo e ritrovare un equilibrio tra sicurezza, benessere e autenticità personale.
Le consiglierei quindi di approfondire il suo stato emotivo con uno specialista, così da avere uno spazio protetto in cui ascoltarsi davvero e capire quali possibilità concrete esistano per stare meglio.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno a tutti, ringrazio anticipatamente chi vorrà aiutarmi sto letteralmente impazzendo,mi presento mi chiamo Alessandro e ho 49 anni,ho 3 figli una bella famiglia ma purtroppo da quando è nata la mia seconda figlia io non dormo più xchè da piccolissima stava per morire ed è rimasta in ospedale tanto tempo,da quel giorno riuscivo a dormire ma come sentivo un piccolo rumore,rantolo o qualcosa mi svegliavo subito per paura che succedesse qualcosa alla piccolina, in quel periodo ho conosciuto l' ansia e il batticuore, dopo aver fatto circa 10 sedute dallo psicologo andava un pochino meglio poi sono passato dallo psichiatra e mi ha prescritto il Tavor al momento e l' efexor una pastiglia al giorno,c'è.voluta qualche settimana però mi sentivo meglio,ora il problema è che da una pastiglia al bisogno ora ne prendo di più di Tavor e un efexor però son 24 anni che va avanti questa storia e non mi fa più effetto nulla,ho provato anche a mischiare nell' alcol delle gocce che prendeva mia moglie molto raramente a lei bastavano poche e dopo 10 minuti stava bene,a me nonostante tutte ste pastiglie non riesco a dormire e in più ho sempre ansia e battiti accelerati anche se a volte sono effettivamente un po' altini altre volte invece pressione e battiti sono perfetti ma cmq sento come se qualcuno mi stringesse leggermente il cuore con una mano e li l' ansia aumenta poi quando mangio anche pochissimo tutti i sintomi che ho aumentano,anche se mangio una caramella e x questo sto mangiando sempre meno, nonostante abbia fatto le analisi del sangue anche specifiche per vedere se avevo un micro infarto in corso e niente,tutto nella norma,visita cardiologica tutto ok, l' ECG è risultato tutto bene,ho fatto anche la visita cardiologica sotto sforzo e li non sono riuscito ad arrivare fino alla fine,non ce la facevo proprio con le gambe e il cuore mi stava uscendo dal petto,non faccio sport da una vita,fra lavoro figli è sempre un. corri corri,ma io mi domando come faccio a rimanere sveglio da una vita ormai e il corpo ancora non mi cede ? ( Fortunatamente) Mia moglie se fa una notte sveglia sta esaurita e si addormenta ovunque,anche alle 6 di sera,quelle poche volte che non ha dormito xchè è stata con me o con la figlia in ospedale tutta la notte il giorno dopo ha dormito tutto il giorno s'è alzata ha mangiato e s'è rimessa a dormire, cioè una cosa incredibile,non so quanto pagherei x dormire come una volta non dico le 8 /10 ore come quando ero giovane ma almeno 6,sto arrivando a un punto di non ritorno, l' anno scorso in ospedale non ho chiuso proprio occhio per 3 giorni e avevo allucinazioni uditive e visive,stavo uscendo pazzo,xchè abituato la notte a non dormire,o meglio solo due ore di solito dalle undici all'una o dall' una alle 3 circa è possibile che il mio corpo si sia abituato a dormire così poco ? Quando mi sveglio mi sento carico xò è notte e passando la notte sveglio sto tutto confuso la Mattina,io non so più che fare, dallo psichiatra non ci posso andare xchè viviamo con 1400 € al mese e darne 160 a un dottore che mi parla per dieci minuti xchè sa la mia storia e dirmi cambia farmaco xchè ormai al mio corpo questi qui non vanno più bene, aiutatemi voi vi prego sto impazzendo. Grazie e scusatemi se ho fatto un papiro. Un in bocca al lupo a chi sta passando un periodaccio come me,ce la faremo,ce la dobbiamo fare per i nostri figli mogli mariti,insomma tutti i nostri cari.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno Alessandro,
quello che descrive è molto faticoso e comprensibilmente la sta portando ad uno stato di forte esaurimento psicofisico. Dal suo racconto emerge come tutto sia iniziato dopo un evento altamente traumatico legato alla salute di sua figlia: da quel momento il suo organismo sembra essere rimasto in una condizione di “allerta continua”, come se dovesse controllare costantemente che non succeda qualcosa di grave. Questo può accadere dopo esperienze molto intense e spaventose.
Nel tempo, probabilmente, il suo corpo ha imparato a vivere in uno stato cronico di iperattivazione: ansia, tachicardia, sonno leggerissimo, risvegli continui, attenzione costante ai segnali corporei, paura che il cuore abbia qualcosa anche quando gli esami risultano nella norma. Il fatto che cardiologo, ECG ed esami siano negativi è sicuramente rassicurante, anche se i sintomi che sente sono reali e molto invalidanti.
È importante sapere una cosa: il corpo umano non può realmente vivere per 24 anni senza dormire quasi mai. Molto spesso chi soffre di insonnia cronica dorme più di quanto percepisca, ma con un sonno frammentato, leggero e poco ristoratore. Questo spiega anche perché a volte lei riesca comunque ad avere energia durante il giorno. Tuttavia la situazione che descrive non va minimizzata, soprattutto perché l’uso prolungato del Tavor può portare ad assuefazione e tolleranza, cioè il farmaco perde efficacia e si tende ad aumentarne la quantità senza ottenere benefici reali.
Anche il fatto che i sintomi aumentino dopo aver mangiato può essere collegato all’ansia e all’iperattenzione verso il corpo: quando siamo molto attivati, ogni variazione fisiologica (digestione, battito, respiro) viene percepita come un segnale di pericolo e questo alimenta ulteriormente il circolo ansioso.
Le allucinazioni avute in ospedale dopo giorni senza dormire non significano necessariamente “stare impazzendo”: la grave deprivazione di sonno può provocare alterazioni percettive anche in persone senza disturbi psicotici. Però è un segnale che il suo organismo è davvero sotto stress da troppo tempo.
Le consiglierei di non interrompere o modificare da solo i farmaci e soprattutto di evitare di mischiarli con alcol o medicinali non prescritti per lei, perché può diventare rischioso. Capisco anche la difficoltà economica, ma tenga presente che nei servizi pubblici (CSM – Centro di Salute Mentale) è possibile ricevere supporto psichiatrico pagando solo il ticket o gratuitamente in alcune situazioni. Potrebbe essere una strada importante da valutare.
Accanto all’eventuale revisione della terapia farmacologica, sarebbe utile lavorare anche psicologicamente sul trauma vissuto, sull’ansia cronica e sull’insonnia. Approcci come la terapia cognitivo-comportamentale, le tecniche di gestione dell’ansia e in alcuni casi l’EMDR possono aiutare molto a ridurre quello stato di allarme continuo in cui sembra vivere da anni.
Non credo che lei sia “arrivato a un punto di non ritorno”. Credo piuttosto che sia una persona che sta cercando di resistere da troppo tempo senza un supporto adeguato e continuativo.
Le consiglio davvero di approfondire la situazione con uno specialista, sia psicoterapeuta sia psichiatra, per poter essere seguito in modo più completo e personalizzato.
Un caro saluto.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve mi hanno diagnosticato amaxofobia
Ho intrapreso vari percorsi di terapia
Terapia breve strategica terapia cognitiva comportamentale ipnosi
Nessuna mi ha aiutato chiedevo se emdr può essere d aiuto anche se nn mi ricordo di nessun trauma
La paura e il disagio sono cominciate a 30 anni e sono 20 anni che provo di tutto
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
l’amaxofobia, cioè la paura intensa di guidare o di stare in auto, può diventare molto invalidante e spesso, dopo tanti tentativi terapeutici senza i risultati sperati, è comprensibile sentirsi scoraggiati. Tuttavia, il fatto che finora le terapie non abbiano funzionato come desiderava non significa che non sia possibile trovare un approccio più adatto alla sua situazione specifica.
Per rispondere alla sua domanda: sì, l’EMDR può essere utile anche quando non si ricorda un trauma evidente. Molte persone associano il trauma solo a eventi estremi o drammatici, ma in realtà il cervello può registrare come traumatiche anche esperienze apparentemente “normali”, soprattutto se vissute in un momento di forte vulnerabilità emotiva o stress. A volte l’origine della fobia non è legata a un singolo episodio chiaro, ma a un accumulo di esperienze, stati d’ansia, sensazioni corporee o eventi di vita che il sistema nervoso ha associato alla guida o alla perdita di controllo.
Inoltre, l’EMDR non lavora esclusivamente sui ricordi traumatici consapevoli: può intervenire anche su:
sensazioni fisiche di ansia o panico;
immagini catastrofiche legate alla guida;
convinzioni profonde (“non ce la faccio”, “potrei perdere il controllo”, “non sono al sicuro”);
esperienze indirette o dimenticate;
episodi di forte ansia avvenuti nel periodo in cui la paura è iniziata.
Il fatto che la sintomatologia sia comparsa intorno ai 30 anni potrebbe anche suggerire che, in quel periodo, ci fossero condizioni di stress, cambiamenti personali o emotivi significativi che hanno contribuito allo sviluppo del disturbo, anche senza un trauma manifesto.
Dopo 20 anni di sofferenza, probabilmente sarebbe importante non concentrarsi solo sulla “tecnica”, ma fare una valutazione clinica approfondita dell’origine e del mantenimento della paura, considerando anche eventuali aspetti legati all’ansia generalizzata, agli attacchi di panico, al bisogno di controllo o a vissuti emotivi più profondi.
L’EMDR, integrato in un percorso psicoterapeutico strutturato, può essere una possibilità concreta, soprattutto se effettuato da un professionista esperto nei disturbi d’ansia e nelle fobie.
Le consiglierei quindi di approfondire la situazione con uno specialista, così da comprendere meglio quali meccanismi mantengano oggi il problema e quale percorso possa essere realmente più efficace per lei.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
sono bloccato in domande autoreferenziali e ho paura di non riuscire più a concentrarmi e di essere dentro a loop mentali:
ho bisogno di sapere se può andare il mio atto di etichettare queste domande ed etichettare anche l'atto stesso di etichettare (autoetichettatura) dicendo appunto "questo" (inteso come l'atto stesso di etichettare) e "quello" (inteso come l'atto precedente riflessivo) sono due atti, così facendo libero energia e disinnesco i due atti così da poter liberare il campo per innescare X (o lasciare avvenire altro
l'atto lo faccio col corpo e non col pensiero
Può andare per uscire dal loop o devo fare altro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive può accadere quando la mente entra in un circolo di monitoraggio continuo di sé stessa: il pensiero osserva il pensiero, poi osserva anche il modo in cui sta osservando, creando una catena riflessiva che può diventare molto faticosa e dare la sensazione di essere “intrappolati” nei propri processi mentali. Questo spesso aumenta la paura di perdere concentrazione o di non riuscire più a “uscire” dal loop.
L’atto di etichettare ciò che accade (“questo è un pensiero”, “questo è un altro atto mentale”) può essere utile, perché aiuta a prendere distanza dai contenuti mentali invece di combatterli o analizzarli all’infinito. In molte tecniche cognitive e mindfulness si lavora proprio sulla capacità di osservare i pensieri senza identificarvisi completamente.
Tuttavia, c’è un aspetto importante: se l’etichettatura diventa a sua volta oggetto di controllo continuo o di verifica (“sto etichettando bene?”, “adesso devo etichettare anche l’etichettatura”), il rischio è che il processo venga riassorbito nel loop stesso. In altre parole, uno strumento nato per semplificare può trasformarsi in un nuovo livello di iper-monitoraggio mentale.
Il fatto che lei dica di voler “fare l’atto col corpo e non col pensiero” va in una direzione potenzialmente utile: spesso uscire dai loop mentali richiede uno spostamento dell’attenzione dall’analisi continua all’esperienza concreta e presente (respiro, sensazioni corporee, movimento, azioni pratiche, contatto con l’esterno). Non tanto “risolvere” ogni pensiero, ma imparare a lasciarlo passare senza seguirlo ulteriormente.
Quindi, in sintesi:
etichettare può essere utile se serve a creare distanza e non a controllare tutto il processo mentale;
non è necessario inseguire ogni livello riflessivo;
il punto centrale non è eliminare perfettamente i pensieri, ma ridurre il bisogno di analizzarli continuamente;
riportare l’attenzione al corpo e all’esperienza concreta può aiutare a interrompere il circuito autoreferenziale.
Poiché questi meccanismi possono diventare molto invasivi e generare forte ansia o senso di blocco, è comunque consigliabile approfondire con uno specialista, così da comprendere meglio l’origine del loop mentale e costruire strategie più personalizzate ed efficaci.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Volevo ringraziare i Dottori che hanno fornito risposte molto giuste e sensate al problema che sto vivendo e che mi causa ansia e malessere, e angoscia. Non escludo di aver bisogno di essere aiutata poichè l'ansia mi causa anche disturbi fisici con cui ho iniziato a convivere quando ero molto giovane e che ora si riaffacciano con senso di instabilità nel camminare e difficoltà ad addormentarmi. Per lunghissimo tempo ho intrapreso una terapia di tipo cognitivo/comportamentale che, se non mi ha messa in grado di costruire una vita sentimentale per me soddisfacente mi ha tuttavia fornito una fortissima spinta verso cambiamenti che poi sono avvenuti in me, dandomi la possibilità di restare in piedi da sola. Ciò che mi è accaduto oggi e che ho raccontato, è l'esempio di come, da persona sempre ipercontrollata nel manifestare emozioni e sentimenti, io per la prima volta nella vita mi sia "lasciata andare". Non me ne pento, poichè se non l'avessi fatto, oggi, anzichè convivere con i rimorsi, mi sarei trovata a fare i conti con i rimpianti. Avevo scritto ancora per chiarire alcuni punti che a voi non sembravano più di tanto esplicitamente espressi, ma non potevo, ci sono regole da osservare nei forum, le mie considerazioni non è stato ritenuto potessero essere pubblicate ed ovviamente mi attengo alle regole dei moderatori. Ma non so come formulare diversamente le domande, le mie parole sono da qualcuno di Voi state definite perfino delicate ed io ho cercato di esprimermi rispettando l'anonimato. Sono consapevole che in qualche modo devo uscire da una situazione che mi crea disagio e malessere profondo e forse in questo riconoscerete il problema che ho esposto e che gentilmente è stato pubblicato. Ma prima di prendere una decisione al riguardo ritengo sia necessario prendermi ancora un po' di tempo, non fare passi avventati di cui potrei pentirmi in seguito, soprattutto trovare modi e parole giuste nel caso dovessi ancora comunicare con questa persona, ribadendo le mie necessità e..stare a guardare. Sono diventata una persona ancora più fragile, timorosa di rapportarsi ancor peggio che in passato, di dire la cosa sbagliata, di discutere. Vivo cioè in stato di soggezione dal punto di vista psicologico. Forse ora mi riconoscerete, siete stati tutti bravissimi nel rispondermi ma anche nella ricerca di un terapeuta continuo a privilegiare la figura maschile perchè in essa è contenuto il mio problema. Le donne hanno fornito risposte molto precise e puntuali, impeccabili, direi, dal punto di vista della competenza professionale. Non me ne vogliano dunque le dottoresse bravissime (almeno due in particolare) che mi hanno perfino ringraziato dell'opportunità che fornivo loro raccontando la mia esperienza. Sono io, a ringraziare loro. Ma anche nella scelta del terapeuta che mi seguì in passato scelsi una figura maschile. Forse ciò ha un significato. Per me, e magari sbaglio, una terapeuta ragiona da...donna e dunque non molto diversamente da me che pure lo sono. Ed io ho bisogno di confrontarmi con una figura maschile accogliente e comprensiva, per poter meglio capire. Spero che ora riconosciate il mio problema, spero di non essere ancora censurata, ma se anche lo fossi ringrazio anche i moderatori.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
dalle sue parole emerge una grande capacità di introspezione e una consapevolezza importante del proprio funzionamento emotivo. Il fatto che lei riesca a riconoscere il disagio, i segnali dell’ansia e il bisogno di prendersi tempo prima di agire impulsivamente è già un elemento di equilibrio e di tutela verso sé stessa.
Quello che descrive sembra parlare di una sofferenza profonda legata non solo alla situazione attuale, ma anche a modalità relazionali costruite nel tempo: il timore del giudizio, la paura di sbagliare, la difficoltà ad esporsi emotivamente, il bisogno di controllo e, contemporaneamente, il desiderio molto umano di lasciarsi andare ed essere accolta. Quando per anni si è vissuto cercando di controllare emozioni e bisogni affettivi, il momento in cui ci si permette finalmente di esprimersi può risultare molto intenso e destabilizzante, soprattutto se si teme il rifiuto o la perdita.
È molto significativo anche ciò che dice riguardo al “vivere in stato di soggezione psicologica”. Questa sensazione spesso porta la persona a dubitare continuamente di sé, delle proprie parole, delle proprie reazioni e perfino del diritto di esprimere bisogni e desideri. Non è debolezza: è una modalità che può svilupparsi dopo esperienze emotive che hanno reso il rapporto con l’altro fonte di forte insicurezza.
Anche i sintomi fisici che riferisce — insonnia, instabilità, tensione corporea — sono compatibili con uno stato ansioso protratto nel tempo. Il corpo, soprattutto nelle persone molto sensibili e abituate a trattenere le emozioni, spesso diventa il luogo in cui il disagio si manifesta.
Rispetto alla scelta di un terapeuta uomo, non c’è nulla di “sbagliato” o strano. Anzi, il fatto che lei senta il bisogno di confrontarsi con una figura maschile accogliente e comprensiva può avere un significato importante nella sua storia relazionale ed emotiva. In psicoterapia anche questo tipo di scelta può diventare materiale prezioso di comprensione e crescita personale. Non bisogna giudicarsi per ciò che si sente più utile o più sicuro in questo momento.
Mi sembra inoltre importante sottolineare un aspetto: lei non appare una persona incapace di amare o di costruire relazioni, ma una persona molto ferita nella dimensione affettiva e relazionale, che oggi sente maggiormente la propria vulnerabilità. E quando ci si sente fragili, ogni legame può diventare fonte contemporanea di speranza e paura.
Ha ragione a non voler prendere decisioni affrettate. Darsi tempo, osservare ciò che sente, comprendere meglio i propri bisogni e i propri limiti può essere molto utile. Tuttavia, proprio perché questo malessere le provoca sofferenza emotiva e sintomi fisici, credo che sarebbe importante non affrontarlo da sola.
Le consiglierei quindi di approfondire quanto sta vivendo con uno specialista con cui possa sentirsi davvero accolta, compresa e libera di esprimersi senza timore di essere giudicata.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Sento il mio io diviso, come due persone, io e un io più interno. Sono sempre io, ma se parlo a voce alta parlo per parlare con lui, mi vedo allo specchio e lo saluto, mi fa le battute e rido. Si potrebbero vedere più semplicemente come io come pensiero dialogato e io come pensiero spontaneo. So la differenza, ma comunque sento una divisione radicale in me stesso. Mi sento depersonalizzato quando non sto pensando a me stesso o parlando con me stesso, come quando sto facendo qualcosa di spontaneo o sono fuori con altri e soprattutto se parlo con altri. Mentre invece ritrovo il pensiero molto più potente e profondo se penso considerando anche me stesso, se penso e allo stesso tempo penso che io sono io. Se lo faccio, mi sento più partecipe o attivo. È difficile da spiegare e da intendere. È come se, ad esempio, mentre sto parlando con qualcuno, se allo stesso tempo oltre a pensare a quello che dico a quella persona, che è un pensiero spontaneo, penso anche all'altro me che è più interno, io sia più presente o mi senta più identificato. Ma questa cosa è molto radicalizzata. Quell'io che parla con gli altri non sono io. Questo che scrive sono io. Sono io solo quando sono con me stesso. Oppure se penso a me stesso mentre sto con altri. Anche se parlo con uno ma penso a me stesso e penso a una risposta suggerita dal me stesso e non dal me, allora quella risposta è più presente e più autentica. Come se dovessi ogni volta ricordarmi chi sono.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è un’esperienza soggettiva molto intensa del proprio senso di “sé”, in cui sembra esserci una separazione tra un “io che agisce automaticamente” e un “io che osserva, commenta e prende consapevolezza”. È importante dirlo subito: una certa quota di dialogo interno e di auto-osservazione è assolutamente normale. Tutti noi abbiamo pensieri spontanei e una parte più riflessiva che ci osserva, ci guida o ci “parla internamente”.
Nel tuo caso, però, questa distinzione sembra diventare molto marcata e carica di significato, fino al punto in cui:
l’esperienza spontanea (“quando agisco senza pensarci”) viene vissuta come meno autentica o meno “te”
mentre la consapevolezza continua di te stesso mentre agisci diventa necessaria per sentirti presente, reale o “intero”
e nei momenti sociali può emergere una sensazione di estraneità o distacco (elementi compatibili con vissuti di depersonalizzazione)
Questo tipo di funzionamento può comparire in diverse condizioni psicologiche non necessariamente gravi, ma che meritano attenzione clinica: stati d’ansia elevata, iper-controllo cognitivo, ruminazione, forme di depersonalizzazione/derealizzazione, oppure un assetto metacognitivo molto rigido in cui il “monitoraggio di sé” prende troppo spazio rispetto all’esperienza spontanea.
Un punto importante è questo: il senso di identità non dovrebbe dipendere dal “pensarsi mentre si agisce”. Quando il sistema mentale si abitua a mantenere attivo questo controllo continuo, può accadere che:
l’esperienza spontanea venga vissuta come “vuota” o non propria
e solo l’auto-osservazione venga percepita come reale o autentica
In realtà, la presenza mentale e l’identità sono processi più flessibili: non richiedono di “pensarsi mentre si vive”, ma di essere in contatto con ciò che accade, anche senza mediazione continua del pensiero su di sé.
Il fatto che tu riesca a descrivere in modo lucido questa dinamica è già un elemento importante e utile dal punto di vista clinico. Tuttavia, quando queste sensazioni diventano pervasive, rigide o fonte di disagio, è indicato non rimanere soli con queste interpretazioni, perché il rischio è che si strutturi un circolo di auto-monitoraggio sempre più intenso.
Per questo motivo sarebbe consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, che possa aiutarti a comprendere meglio la natura di questi vissuti, valutarne l’origine e soprattutto lavorare su strategie per ridurre la distanza tra “vivere” e “osservarsi vivere”, favorendo un senso di sé più integrato e spontaneo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, sono un ragazzo di 24 anni e frequento l'ultimo anno di giurisprudenza (V). Fin dal primo anno ho rimandato l'esame più importante (ossia, diritto privato) dicendo sempre a me stesso che alla prima sessione disponibile lo avrei dato. Il problema è che ad oggi non l'ho ancora dato (magari perché la mole di lavoro è troppo pesante e mi passava la voglia di studiare, ansia di presentarmi all'esame e andare male o, peggio, essere bocciato) e non solo sono molto in ritardo con gli altri esami perché diritto privato è un esame propedeutico, ma sicuramente andrò anche 1 o 2 anni fuoricorso e questo mi crea un forte disagio ed ansia che non riesco più a gestire, perché i miei genitori non sanno nulla di questa situazione. Vedendo i miei colleghi che si laureranno in corso, mi sento sempre diverso e spento ma, purtroppo, mi sono accorto troppo tardi che questa facoltà non faceva per me e avrei tanto voluto farne un'altra. Tuttavia, ormai sono all'ultimo anno e cambiare non avrebbe senso perché avrei sprecato solo tempo e fatto buttare soldi ai miei genitori che non so come la prenderebbero. Chiedo urgentemente un consiglio perché non so con chi parlarne e ho stra paura per il mio futuro in quanto non vorrei rimanere indietro rispetto ai miei amici e deludere i miei genitori che, ripeto, non so come la prenderebbero. Grazie in anticipo a chi potrà aiutarmi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è più comune di quanto possa sembrare, soprattutto nei percorsi universitari molto impegnativi e “lineari” come giurisprudenza. Spesso non si tratta solo di “non voler studiare”, ma di un circolo che si autoalimenta: l’esame viene percepito come molto difficile e importante → aumenta l’ansia → si rimanda per alleggerire la tensione → il rinvio però aumenta il peso dell’esame e il senso di colpa → e l’ansia cresce ancora.
Nel tuo caso sembrano presenti alcuni elementi chiave:
ansia da prestazione e paura della bocciatura
evitamento (rimandare per ridurre l’ansia nel breve periodo)
sovraccarico percepito del programma
confronto con i colleghi, che aumenta il senso di inadeguatezza
blocco “a catena” dovuto al fatto che l’esame è propedeutico
Il punto importante è che questo non dice necessariamente che “la facoltà non fa per te”, ma che probabilmente si è creato un blocco emotivo e organizzativo sull’esame più “critico”, che poi ha rallentato tutto il resto.
Cosa può aiutare concretamente
Senza stravolgere tutto, alcuni passi pratici possono già ridurre la pressione:
Scomporre diritto privato in micro-obiettivi realistici (non “studiare tutto”, ma capitoli piccoli e verificabili)
Esporsi gradualmente all’esame (simulazioni, ripetizioni ad alta voce, anche imperfette: serve a ridurre la paura)
Rivedere l’idea dell’esame come “giudizio su di te”: è una prova, non una valutazione del tuo valore personale
Sbloccare il nodo con un piano concreto e vicino nel tempo, anche se non perfetto (spesso l’attesa del “momento giusto” peggiora tutto)
Parlarne con qualcuno di reale nella tua vita (tutor, docente, o servizio di orientamento) per uscire dall’isolamento del problema
Sul tema dei tuoi genitori: il timore della loro reazione è comprensibile, ma tenere tutto dentro tende ad aumentare la pressione. Anche qui può essere utile preparare un modo graduale e realistico di comunicare la situazione, senza viverlo come una “confessione”, ma come una fase di difficoltà che stai affrontando.
Un punto importante
Il fatto che tu stia considerando il futuro, il ritardo e il confronto con gli altri indica che non sei “bloccato e basta”, ma che sei dentro una fase di forte stress e disorientamento. Questo è proprio il tipo di situazione in cui lavorare solo con la forza di volontà spesso non basta.
Per questo sarebbe davvero utile approfondire la situazione con uno specialista, per capire meglio le dinamiche dell’ansia, dell’evitamento e della motivazione, e costruire un piano su misura che ti permetta di sbloccarti senza aumentare ulteriormente la pressione.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, mi chiamo Cristina, ho 49 anni e sono figlia unica. Sono sposata e senza figli. Da 12 anni vivo a 100 km dai miei genitori. Non ho un lavoro perché a cadenza quindicinale vado dai miei genitori anziani per almeno quattro o cinque giorni. Da anni però vivo un'angoscia che non mi lascia mai, perché ho il terrore nei confronti della malattia e della perdita dei miei genitori. Mia madre ha 79 anni e sta abbastanza bene. Mio padre ne ha 84, ha uno stent al cuore e un'endoprotesi all'aorta addominale. Purtroppo l'ultima visita medica ha riscontrato dei problemi alla protesi. A giorni avremo un ulteriore colloquio con degli specialisti per capire se si può intervenire chirurgicamente e con che rischi, oppure se non sia possibile. Non dormo più, non vivo più, la vita mi sembra senza senso, fatta solo di prove, di perdite e di dolore. Giro a vuoto. In apparenza faccio tutto come una persona normale, ma dentro mi sento risucchiare dentro un abisso di terrore, di angoscia, di buio. È tutto troppo pesante, non riesco a reggere. Non trovo appigli, sfoghi. Attualmente sto facendo Emdr con uno psicologo ma non vedo risultati. L'angoscia, i pensieri catastrofici, sono sempre con me, riempiono tutti i miei giorni. Inoltre mi sento in colpa perché non riesco ad essere di aiuto ai miei genitori. Non riesco ad essere forte per sostenerli, rassicurarli, dimostrare loro che sono in grado di cavarmela da sola. Quando sono con loro vorrei solo fuggire lontano, non vedere, non sapere. Piango di nascosto. E non riesco a nascondere il mio terrore, di fronte a ogni piccolo o grande malessere dei miei, che non mi fanno pesare, ma che, purtroppo, fa parte dell'invecchiamento, dell'età. Vorrei tanto essere forte, tornare quella che ero, ma non ci riesco. Non so più cosa fare. Non c'è nulla che mi dia anche un momentaneo sollievo, né l'Emdr, né la fede, né i video sulla meditazione e la mindfulness. La mia testa è un cavallo imbizzarito.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Cristina,
quello che descrive arriva con grande forza e profondità, e fa pensare a uno stato di sofferenza emotiva molto intenso, che probabilmente va avanti da anni e che oggi si è acutizzato di fronte alla fragilità concreta di suo padre.
La paura della perdita dei genitori è un’esperienza umana molto comune, ma quando diventa costante, invasiva e totalizzante — al punto da togliere il sonno, il senso della vita, la capacità di stare nel presente e perfino di sentirsi utili — allora non si tratta più soltanto di “preoccupazione”, ma di un’angoscia profonda che merita attenzione e cura.
Nel suo racconto emergono diversi aspetti importanti:
un forte senso di responsabilità verso i suoi genitori;
la paura di non essere abbastanza forte;
il senso di colpa per ciò che sente;
pensieri catastrofici continui;
una difficoltà a tollerare l’idea della malattia, dell’invecchiamento e della separazione;
uno stato di allerta emotiva costante che sembra averle tolto ogni spazio di respiro.
Molto spesso, quando si vive così, la mente entra in una sorta di “modalità sopravvivenza”: cerca continuamente di prevedere il peggio per tentare di controllarlo. Ma questo meccanismo, invece di proteggere, finisce per alimentare ansia, impotenza e disperazione. È comprensibile allora sentirsi esausti, svuotati e incapaci di trovare sollievo anche in strumenti che normalmente aiutano.
Un altro aspetto importante è che lei sembra vivere un conflitto interno molto doloroso: da una parte desidera stare vicino ai suoi genitori e proteggerli, dall’altra sente il bisogno di fuggire da una realtà che le provoca troppo dolore. Questo non significa che li ami meno o che sia egoista: significa che il suo sistema emotivo è probabilmente sovraccarico.
Anche il fatto che l’EMDR al momento non le stia dando beneficio non significa che “non ci sia soluzione”. Talvolta, prima ancora di elaborare alcuni nuclei profondi, è necessario lavorare sulla stabilizzazione emotiva, sulla regolazione dell’ansia e sul contenimento dei pensieri catastrofici. In alcuni casi può essere utile integrare percorsi diversi o valutare un supporto psichiatrico temporaneo, soprattutto quando il sonno, l’angoscia e la qualità della vita risultano così compromessi.
C’è poi un passaggio molto importante nel suo messaggio: “vorrei tornare quella che ero”. Questo significa che una parte di lei sente ancora il desiderio di stare meglio, e questa parte è preziosa. Non deve diventare “forte” nel senso di non provare paura o dolore. La vera forza spesso consiste nel poter attraversare queste emozioni senza esserne travolti completamente e senza sentirsi sbagliati per ciò che si prova.
Le suggerirei di non affrontare tutto questo da sola e di approfondire il suo vissuto con uno specialista con cui possa sentirsi realmente accolta e aiutata a lavorare non solo sull’ansia attuale, ma anche sui significati profondi che questa paura della perdita sembra avere nella sua vita.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
ho problemi di eiaculazione. come mi devo comportare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
L’eiaculazione può presentare diverse difficoltà e capire di quale tipo di problema si tratta è il primo passo per affrontarlo correttamente. Ad esempio, si può parlare di:
eiaculazione precoce (quando avviene troppo rapidamente rispetto a quanto desiderato),
eiaculazione ritardata o assente,
difficoltà a controllare il momento dell’eiaculazione,
cambiamenti legati a stress, ansia o calo del desiderio.
Queste difficoltà sono molto più comuni di quanto si pensi e possono dipendere da diversi fattori, sia fisici sia psicologici. Tra le cause più frequenti troviamo:
ansia da prestazione,
periodi di stress o stanchezza,
tensioni relazionali,
preoccupazioni legate alla sessualità,
esperienze negative o vissuti di insicurezza,
ma anche condizioni mediche, ormonali o l’assunzione di alcuni farmaci.
Il consiglio è di evitare di vivere il problema con vergogna o di “forzarsi” a controllarlo da soli, perché spesso questo aumenta l’ansia e il disagio. Parlare apertamente della difficoltà e chiedere aiuto è già un passo importante.
In questi casi può essere utile una valutazione specialistica, eventualmente sia medica/urologica sia psicologica o sessuologica, per comprendere meglio l’origine del problema e individuare il percorso più adatto. Molte difficoltà sessuali possono migliorare significativamente con un supporto adeguato.
Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, così da ricevere un aiuto mirato e personalizzato.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa…