Domande del paziente (2565)
Ciao, sono un ragazzo di circa 20 anni Parlando con una ragazza di circa 20 anni in chat privata durante la conversazione sono arrivato (dopo tot messaggi in un momento che mi sembrava adatto) a parlare di scopamicizie e le ho chiesto se cercava anche quel tipo di amicizie. Nella chat tutto bene, non si è lamentata minimamente, anzi, mi ha parlato pure di un esperienza passata con uno scopamico.
Poi la conversazione ha proseguito normalmente anche in altre direzioni. E premetto che è una ragazza che se sbaglio me lo fa notare, tipo quando ho fatto una domanda di troppo me l'ha detto e mi sono scusato subito senza se e senza ma.
Solo che in una chat pubblica abbiamo avuto dei diverbi più e più volte su cose che non c'entravano niente e lei per farmi fare la brutta figura in una chat pubblica ha deciso di dire a tutti che io le ho chiesto se cercava le scopamicizie, e la cosa grave è che io mi posso difendere su poco e niente perché anche se lei ha diffuso informazioni mie personali (ad esempio ha condiviso una mia canzone inedita) io non posso fare lo stesso per dimostrare che lei in realtà era d'accordo. Quindi mi ritrovo a mio parere diffamato in una chat pubblica e in qualsiasi modo io lo spieghi, quasi tutti cercano di andarmi contro. Solo due hanno compreso la mia situazione. Io nel dubbio mi sono scusato a prescindere in chat pubblica, anche se secondo me era tutta una cosa che lei ha fatto per ripicca e per andarmi contro su cose che non c'entrano niente, non le è andato giù che io avessi ragione su delle cose e allora si è vendicata così, la maggior parte delle persone di quel gruppo anche se non sanno niente comunque parlano e parlano, e lei insieme ad un altra si è inventata cose che non stanno né in cielo né in terra, tipo che ci ho provato con delle minorenni. È arrivata proprio a mentire. Cosa faccio? Sono nel torto? Non la voglio denunciare perché le donne sono molto più difese dalla legge e inoltre se ho fatto anche solo un mezzo errore sono cavoli amari. In quanto non sono perfetto e potrei anche aver sbagliato
Ho dei sensi di colpa enormi, non ho dormito un secondo sta notte. E stanno anche continuando la conversazione e non capisco nemmeno cosa sia vero e cosa sia falso, io cerco di essere sempre attento al millimetro, ma non sono infallibile, posso anche sbagliare. Non voglio stare tutto il giorno a rispondere, ho ammesso i miei errori e non capisco veramente cosa altro devo fare
Potrei anche aver mal interpretato la sua confidenza ma secondo me lei in pubblico ha finto di non averla
ma mettete caso che io veramente abbia sbagliato e comunque dopo che lei ha detto che ho esagerato ho smesso, che succede?
In chat privata sembrava una ragazza carina e simpatica, ma poi ho scoperto che ha più volte mandato i miei messaggi privati ad altre persone. Per farvi capire sono uno che per 7 anni di fila non ha mai abbracciato una ragazza per paura di essere molesto, penso che essere molesto è una delle mie paure più grandi. Per me eravamo arrivati al punto della conversazione in cui si poteva parlare di certe cose. Ho un'ansia assurda e sto davvero male, non capisco se ho sbagliato veramente, in quanto penso che non sia una cosa oggettiva e varia da persona a persona. Tipo una ragazza mi ha detto di tranquillizzarmi e ha detto che ci sta' che ho fatto questa domanda. Però me l'ha detto in privato e non mi ha difeso in pubblico, secondo me la gente ha paura di difendermi. Cosa è vero non importa a nessuno, lei si è addirittura inventata che ci ho provato con delle minorenni e io ho l'ansia di dovermi difendere ogni volta dalle bugie che dice (la cosa delle minorenni è falsa)
Ci tengo a dire un'ultima cosa. Ho fatto quella domanda proprio per chiarire tutto fin da subito e non creare problemi dal vivo. Purtroppo ho preso confidenza con la persona sbagliata.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che stai vivendo sembra una situazione tipica di conflitto online che si è progressivamente “escalata”, dove comunicazione privata, fraintendimenti e dinamiche di gruppo si sono sovrapposte fino a diventare molto stressanti e difficili da gestire.
Da quello che racconti, emergono alcuni punti importanti:
La domanda che hai fatto in privato
Parlare di preferenze relazionali e sessuali tra coetanei adulti (20 anni) può essere assolutamente lecito, ma è vero che il contesto, il timing e la sensibilità dell’altra persona fanno la differenza. Il fatto che lei inizialmente non abbia reagito male non significa automaticamente che abbia vissuto la cosa allo stesso modo sul piano emotivo o sociale in seguito. Le persone possono cambiare percezione col tempo o nel confronto con altri.
La diffusione in chat pubblica
Qui il problema non è più la singola domanda, ma la gestione pubblica della situazione: quando un contenuto privato viene portato in un gruppo, spesso si attivano dinamiche di schieramento, interpretazione e “processo sociale” che non hanno più a che fare con la realtà dei fatti ma con percezioni, alleanze e reazioni emotive.
Colpa, responsabilità e confusione
Tu stai cercando una risposta assoluta (“sono nel torto o no?”), ma in queste situazioni non è quasi mai tutto bianco o nero. È possibile che:
la tua intenzione non fosse molesta,
lei abbia vissuto o reinterpretato la cosa in modo diverso,
la comunicazione si sia deteriorata nel tempo,
il gruppo abbia amplificato tutto.
Questo non significa che tu “sia colpevole” in senso morale assoluto, ma nemmeno che l’altro abbia necessariamente agito solo per cattiveria. Le dinamiche online raramente sono così lineari.
Il punto più importante: il tuo stato d’ansia
Il fatto che tu non abbia dormito, che tu stia ruminando continuamente e che tu senta il bisogno di “difenderti ogni volta” indica che questa situazione sta diventando emotivamente molto pesante per te, indipendentemente da chi abbia ragione.
Quando si arriva a questo livello di attivazione, continuare a rispondere, giustificarsi o restare dentro la chat spesso peggiora tutto.
Cosa può aiutarti adesso
Interrompere l’escalation: non continuare a rispondere nel gruppo se questo alimenta il conflitto.
Non cercare la “verità perfetta” online: nei contesti sociali la verità viene spesso distorta e semplificata.
Prendere distanza emotiva: anche temporaneamente, per far scendere l’attivazione.
Accettare che non tutto è controllabile: non puoi correggere ogni interpretazione degli altri.
Valutare il tuo confine relazionale futuro: con chi e come ti senti al sicuro nel dialogo.
Sul piano generale, il fatto che tu abbia una forte paura di essere percepito come molesto e che questa situazione ti stia generando un’ansia così intensa merita attenzione: non tanto per “chi ha ragione in chat”, ma per come vivi il giudizio e il conflitto.
Per questo è consigliabile approfondire la situazione in modo più personale con uno specialista, così da lavorare sull’ansia, sul senso di colpa e sulla gestione dei conflitti interpersonali.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera... Scrivo perché sto male o comunque non mi va bene il fatto che io sia menefreghista, nel senso che non sempre salvo qualcuno se c'è da salvarlo nel senso fisico,oppure potrei non essere tempestiva nel farlo... Penso proprio di essere menefreghista e basta, senza altri motivi di fondo... Cosa dovrei fare? Sembra che proprio non riesco... È più forte di me. Vorrei essere diversa. Non scrivo altro, perché non so se la domanda venga pubblicata, dato a volte nemmeno vengono pubblicate le mie domande,scrivere un poema che magari non viene pubblicato, anche no... La farò breve. Grazie e attendo risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da ciò che scrive emerge molta sofferenza e anche un forte senso di colpa verso se stessa. Tuttavia, il fatto stesso che lei si interroghi sul proprio comportamento e desideri essere diversa fa pensare che non ci sia un reale “menefreghismo” nel senso di totale indifferenza emotiva. Una persona davvero priva di coinvolgimento difficilmente starebbe così male o cercherebbe aiuto.
Spesso, in situazioni di emergenza o davanti alla sofferenza altrui, le persone possono reagire in modi molto diversi: c’è chi interviene subito, chi si blocca, chi ha un rallentamento nel reagire, chi prova paura, confusione o distacco emotivo. Non sempre è cattiveria o egoismo. A volte entrano in gioco ansia, difficoltà nella gestione delle emozioni, paura di sbagliare, meccanismi di difesa o modalità apprese nel tempo.
Inoltre, giudicarsi con etichette molto dure come “sono menefreghista e basta” rischia di farle vedere se stessa solo attraverso un aspetto negativo, senza comprendere davvero cosa accade dentro di lei in quei momenti. Dietro certi comportamenti possono esserci motivazioni profonde di cui non si è pienamente consapevoli.
Il fatto che lei dica “vorrei essere diversa” è importante, perché indica consapevolezza e desiderio di cambiamento. Il cambiamento però raramente avviene attraverso il senso di colpa o l’autocritica continua; è più utile cercare di capire le proprie reazioni e imparare gradualmente modalità diverse di gestione emotiva e comportamentale.
Per questo motivo, sarebbe consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, così da comprendere meglio l’origine di queste difficoltà e lavorare in modo concreto sul disagio che sta vivendo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve gentili Dottori, scrivo questo consulto perchè a 37 anni suonati ho difficoltà nell'accettare fisicamente la mia persona. Sono da sempre molto magro ed esile di struttura 174 cm per 59kg cerco di tenermi allenato facendo felessioni (150 al giorno) e altro che mi tengono almeno con qualche muscoletto. Di ingrassare quasi non se ne parla, pur io mangiando un pò di tutto (ma punto importante ho lostomaco sensibile). Ultimamente il mio pensiero si è spostato sulle dimensioni del pene 17cm x 13 di circonferenza, è l'intenzione di aumentarne le dimensioni, poi abbandonata non essendoci tecniche ancora valide e all'avanguardia. Probabilmente ho finito per concentrarmi su questo aspetto avendo fallito (palestra, dieta ipercalorica ecc...) nel risultato di mettere muscoli, anche perchè appena stacco ritorno come prima.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
da quello che descrive emerge un tema centrale che non riguarda solo il corpo in sé, ma soprattutto il rapporto che lei ha con la sua immagine corporea e con il senso di “soddisfazione” rispetto ai risultati ottenuti.
Il fatto di essere naturalmente magro e con una struttura esile (174 cm per 59 kg) può rendere effettivamente più difficile l’aumento di massa muscolare, soprattutto se associato a un metabolismo veloce e a una sensibilità digestiva che limita l’assunzione calorica. In questi casi, anche allenamenti costanti e alimentazione “adeguata” possono non produrre cambiamenti rapidi o stabili, e questo può generare frustrazione e senso di fallimento. È importante però sottolineare che non si tratta di un “insuccesso personale”, ma di una variabilità costituzionale del corpo.
Da qui sembra che l’attenzione si sia progressivamente spostata su un altro elemento corporeo, quello genitale, come se potesse diventare il nuovo punto di valutazione del proprio valore fisico. Questo passaggio è abbastanza frequente quando una persona si sente insoddisfatta di un aspetto del proprio corpo: la mente tende a “agganciare” un’altra area su cui concentrare il controllo o il giudizio.
Le dimensioni che riporta (17 cm di lunghezza e 13 cm di circonferenza) rientrano ampiamente nella fascia di normalità e sono, in termini oggettivi, superiori alla media. Il tema, quindi, non sembra legato a un dato reale di inadeguatezza, quanto piuttosto al modo in cui lei percepisce e valuta sé stesso.
L’idea di “dover aumentare” o migliorare continuamente il corpo (muscoli, peso, prestazioni, dimensioni) può diventare nel tempo un pensiero ricorrente e poco flessibile, che rischia di alimentare insoddisfazione anche in presenza di risultati già adeguati o buoni. In questi casi non è raro che si instauri una forma di focalizzazione selettiva su ciò che “manca”, a scapito di ciò che invece funziona o è già nella norma.
Sarebbe utile chiedersi non solo “cosa posso migliorare del mio corpo?”, ma anche “che significato sto dando al mio corpo e alla mia immagine personale in questo momento della mia vita?”. Spesso il tema non è estetico in senso stretto, ma riguarda autostima, confronto con standard ideali e bisogno di controllo.
Per come descrive la situazione, potrebbe essere molto utile un approfondimento con uno specialista, non tanto per “correggere” il corpo, quanto per lavorare sulla percezione che ha di esso e sul rapporto tra immagine corporea, autostima e aspettative personali.
Un confronto psicologico può aiutare a ridurre questa focalizzazione selettiva e a costruire una valutazione di sé più equilibrata e meno dipendente da singoli aspetti fisici.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, scrivo su questo forum perché ho bisogno di capire cosa sta passando per la testa di questo ragazzo con cui mi frequento da 7 mesi ma non c'è mai stata un'etichetta ufficiale.
Lui è una persona difficile, è adhd, ha sofferto di depressione, carenze affettive dalla mamma e nella sua ultima relazione (6 mesi) è stato tradito, e quanto mi dice quella relazione per lui è stata pesante sia a livello psicologico che fisico.
Noi ci siamo conosciuti a novembre, poco dopo che lui si era lasciato, accordandoci con una scopamicizia. I primi mesi scorrono molto lineari ma da febbraio in poi le cose iniziano a farsi più pesanti. Si sentiva che entrambi ci stavamo legando in modo non indifferente, gite fuori porta insieme, appuntamenti, tutto bene, ma l'etichetta non arrivava mai. Quando lui è via per il weekend (siamo studenti fuorisede ma lui vive vicino) mi scrive poco, tante volte sono io che comincio la conversazione. Quando siamo insieme invece va tutto bene, come se fossimo fidanzati. A marzo siamo ufficialmente diventati esclusivi ma comunque senza dire "fidanzati", nonostante chiunque attorno a noi ci vede come fidanzati. I mesi successivi li passiamo nel migliore dei modi, si sta benissimo insieme. Qualche litigio qua e là ma che nella sostanza non conta nulla, anzi credo che le discussioni ogni tanto facciano bene alla coppia perché entrambi mettono impegno nel risolvere e quindi non si è indifferenti all'altro. Nell'effettivo continuiamo a comportarci come una coppia, buon sesso, baci, carezze, effort ecc.
Nell'ultima settimana è cambiato tutto. Eravamo a casa di una nostra amica che, parlando al telefono con una sua amica a sua volta, menziona questo ragazzo come il mio fidanzato, senza nemmeno pensarci perché appunto tutti ormai lo danno per scontato. Quella sera prosegue in modo normale e anche i giorni successivi, fino a ieri che, dopo avermi invitato dove abita lui (io non c'ero mai stata quindi è un evento non da poco) mi dice "ma noi siamo fidanzati?" io lo guardo e ovviamente gli dico di no, ma perché appunto nell'effettivo non lo siamo, lui come se tirasse un sospiro di sollievo e gli dico "ti farebbe così schifo l'idea?" lui mi dice di no, ma che secondo lui non ci potrà mai essere nulla perché secondo lui siamo incompatibili, nel mentre mi diceva che non aveva mai voluto così bene ad una persona come che a me. Io chiedo spiegazioni su questa "incompatibilità" e mi risponde in modo vago "eh perché a me delle cose di te non piacciono, come viceversa", che a me come spiegazione non regge granché perché in 7 mesi le volte che abbiamo discusso si contano sulle dita di una mano e quindi raramente ci siamo trovati in situazioni difficili per la coppia. Io martedì andrò comunque da lui, ma non so come iniziare a prendere questa cosa, perché dopo mesi e mesi che va avanti sto iniziando ad avere bisogno di più chiarezza. Io non credo alla sua favoletta dell'essere incompatibili, quando fino a qualche giorno fa mi diceva che siamo una coppia bilanciata. La sera poi è tutto tornato alla normalità e lui si è comportato come suo solito, ovvero come una persona che vedendola pensi "questa ragazza gli piace".
Come dovrei gestirla? Grazie in anticipo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da ciò che racconta emerge una situazione emotivamente molto intensa, ma anche caratterizzata da una forte ambivalenza da parte di questo ragazzo. Da un lato sembra coinvolto: ricerca la vicinanza, costruisce momenti di coppia, mostra affetto, esclusività, progettualità quotidiana e un legame emotivo importante. Dall’altro, però, sembra fare fatica a dare un nome e una definizione alla relazione.
Questo tipo di dinamica può avere diverse spiegazioni psicologiche. Le esperienze che lei descrive — tradimento, depressione, carenze affettive, possibile paura dell’abbandono o della sofferenza — possono portare alcune persone a vivere il legame affettivo con il desiderio di vicinanza ma contemporaneamente con paura dell’impegno emotivo. In pratica: “ti voglio vicino, ma ho paura di ciò che significa davvero stare in una relazione”.
Il fatto che lui abbia reagito con sollievo al “non siamo fidanzati” potrebbe indicare proprio questo: non necessariamente mancanza di sentimento, ma timore di ciò che comporta l’ufficializzare il rapporto. Dare un’etichetta rende il legame più reale, più definito e quindi anche più vulnerabile. Per alcune persone questo attiva ansia, senso di responsabilità o paura di soffrire.
Anche la frase sull’“incompatibilità” sembra piuttosto vaga e poco concreta. Quando una persona parla di incompatibilità senza riuscire a spiegare davvero quali siano i problemi, spesso sta cercando di razionalizzare un disagio interno che fatica a comprendere o esprimere chiaramente. Non significa necessariamente che stia mentendo, ma che probabilmente lui stesso è confuso tra ciò che prova e ciò che teme.
Allo stesso tempo, però, è importante considerare anche il suo bisogno di chiarezza. Lei sta vivendo una relazione che, nei fatti, appare di coppia, ma senza una definizione condivisa. Dopo sette mesi è comprensibile iniziare a chiedersi dove si stia andando e quale spazio abbia realmente nella vita dell’altro. Restare troppo a lungo in una situazione ambigua può diventare emotivamente faticoso, soprattutto se una persona tende a investire molto affettivamente.
Quando andrete a parlarne, potrebbe essere utile evitare sia accuse sia tentativi di “convincerlo” che siete compatibili. Piuttosto, provi a riportare il focus su di lei e sui suoi bisogni: capire cosa desidera davvero lui, ma anche chiedersi cosa desidera lei da una relazione. Una comunicazione calma e diretta, del tipo: “Io ho bisogno di capire cosa rappresentiamo e se stiamo andando nella stessa direzione”, spesso aiuta più del cercare spiegazioni logiche a ogni sua contraddizione.
In generale, i comportamenti contano più delle etichette, ma quando i comportamenti e le parole iniziano a mandare messaggi opposti, è importante fermarsi e chiarire per non rischiare di restare intrappolati in un rapporto emotivamente incerto.
Sarebbe comunque consigliabile approfondire questa situazione con uno specialista, soprattutto per comprendere meglio le dinamiche relazionali che si stanno creando e tutelare il suo benessere emotivo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
buonasera, ho 64 anni, da sempre soffro di eiaculazione precoce, sono di carattere ansioso, e questo mi provocava mal di stomaco e spesso bruciori all'apparato digestione, dopo varie e inutili prove con farmaci più o meno importanti senza rimedi, il mio medico mi ha consigliato il daparox, sostenendo che la causa principale di tutto era il mio sistema nervoso, ansia, e altri disturbi fra i quali l'eiaculazione precoce, ho iniziato con meta compressa, dopo 10 gg circa ho aumentato con una compressa al giorno, la digestione e perfettamente ok, è migliorato un pò l'altro problema di qualche minuto, però non riesco controllare il momento dell'orgasmo, creando difficolta nel rapporto con la partner insoddisfatta. Adesso oltretutto, forse per l'età, non ho più le erezioni di prima, anzi scarseggiano parecchio, cosa potrei fare per risolvere un pò questo problema? il desiderio è forte eccome, pero se (non si alza)...la prendo sul ridere, ma vivo male questo periodo, vorrei tanto che qualcuno mi potesse aiutare, ne sarei molto grato, ho visto tanti prodotti su internet che promettono cose mai viste, ma non mi fido, vorrei se possibile avere un'aiuto, un consiglio su come procedere, come intervenire a questo fenomeno che mi assilla da sempre. confidando in un vostro consiglio, ringrazio di cuore quanti vorranno aiutarmi , cordialmente saluto tutti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive è molto più frequente di quanto si pensi e spesso coinvolge contemporaneamente aspetti fisici, emotivi e relazionali. L’eiaculazione precoce, soprattutto quando presente “da sempre”, può essere legata a una combinazione di fattori: predisposizione biologica, ansia da prestazione, ipercontrollo, tensione emotiva e modalità apprese nel tempo.
Nel suo caso è importante considerare anche che il Daparox (paroxetina) viene effettivamente utilizzato sia per l’ansia sia, in alcuni casi, per migliorare il controllo eiaculatorio. Il fatto che abbia avuto benefici sullo stomaco e un lieve miglioramento dell’eiaculazione fa pensare che la componente ansiosa abbia un ruolo significativo. Tuttavia, questo tipo di farmaco può anche contribuire, in alcune persone, a difficoltà erettive o a una riduzione della qualità dell’erezione, soprattutto con l’avanzare dell’età.
A 64 anni, inoltre, le difficoltà erettive possono dipendere anche da fattori organici molto comuni: circolazione sanguigna, pressione, glicemia, colesterolo, prostata, ormoni, eventuali farmaci assunti o semplice cambiamento fisiologico dell’organismo. Per questo motivo sarebbe utile effettuare una valutazione andrologica/urologica completa, evitando assolutamente prodotti acquistati online senza controllo medico, perché spesso sono inefficaci o addirittura rischiosi.
Accanto alla componente fisica, però, c’è anche un aspetto psicologico importante: quando per molti anni si vive il rapporto sessuale con ansia, paura di “non riuscire”, attenzione continua alla prestazione o al momento dell’orgasmo, il corpo tende a entrare in uno stato di allerta che rende più difficile sia il controllo eiaculatorio sia il mantenimento dell’erezione. Spesso si crea un circolo vizioso:
ansia → perdita di controllo → paura del fallimento → maggiore tensione → peggioramento dell’erezione.
La buona notizia è che oggi esistono percorsi molto efficaci. Un lavoro sessuologico e psicoterapeutico può aiutare concretamente attraverso:
tecniche per il controllo dell’eiaculazione;
gestione dell’ansia da prestazione;
esercizi individuali e di coppia;
lavoro sul rilassamento corporeo e sulla consapevolezza sessuale;
recupero della sicurezza e della spontaneità nel rapporto.
In molti casi, il miglioramento arriva proprio integrando valutazione medica e supporto sessuologico, senza cercare “soluzioni miracolose” ma affrontando il problema in modo serio e completo.
Il fatto che lei continui ad avere desiderio è un elemento molto positivo e importante, perché significa che la dimensione sessuale è ancora viva e può essere recuperata con il giusto aiuto.
Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista andrologo e con un professionista esperto in sessuologia, così da valutare insieme sia la componente fisica sia quella emotiva e trovare un percorso realmente adatto a lei.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Ho 29 anni e ho iniziato a lavorare a 21. Ho sempre fatto quel che capitava ho lavorato in una società sportiva, ho fatto la commessa ecc. per due anni circa (2024/2025) non ho lavorato. Non perché non volessi ma perché non trovavo niente. È stato davvero deprimente. Ora ho trovato un lavoro in un ufficio io posto non è male e mi trovo anche bene ma a trent’anni sono in stage… 800€… all’inizio ho accettato entusiasta perché venivo da un periodo di niente ma ora che sono passati un paio di mesi mi rendo conto che è una miseria. Il prossimo passo dovrebbe essere un apprendistato ma onestamente ora, riflettendoci, farmi almeno 6 mesi se non anni a prendere 1000/1100€ a trent’anni chi me lo fa fare. Mi dispiace perché non sono mai durata tanto in un posto, sempre per problemi di soldi ma in precedenza ero più giovane e per assurdo non in stage ma con contratti part-time. Io non so che fare. Alcune amiche, più grandi di me, mi avevano suggerito di specializzarmi in qualcosa ma onestamente non so in cosa. Io non mi aspetto di fare carriera.
Chiarisco: non sono una stronza. A lavoro dove sono adesso per esempio mi impegno e ho imparato molto in fretta ma sento che non è il mio posto, nonostante, per assurdo io non mi trovi nemmeno male.
Preferirei un lavoro tranquillo, con una paga decente se il part time (30/36 ore a settimana) mi permettesse di guadagnare bene non ci penserei due volte. Non mi aspetto di prendere 3000€ al mese sia chiaro, ma 800/1200€ massimo sono una miseria. 1200€ li prendevo lavorando in negozio e facendo straordinari.
Sono disperata perché non so cosa fare. Da una parte vorrei guardarmi intorno dall’altra sento di dover tenere stretto questo posto dato il mondo del lavoro oggi d’altro canto mi sento in colpa, in questa azienda mi hanno dato una possibilità e lasciarli mi dispiacerebbe ma vorrei prendere qualcosa di più e trovare un posto più equilibrato tra vita privata e lavoro. Qua mi chiedono anche sacrifici (vieni mezz’ora prima, eh ma andare via alle 18 precise, eh ma qualche sabato…) mi dispiacerebbe davvero anche perché faccio la figura di quella che non ha voglia di lavorare.. ma io non voglio “morire” (solo spiritualmente si intende) a lavoro.
Sono davvero triste perché non so come comportarmi. Sono pentita perché avrei dovuto cercare qualcosa di più concreto in passato. Lavorare per qualche anno e poi cambiare. Non avrei nemmeno dovuto fare l’università per prendere una laurea inutile, che non ho conseguito ancora per problemi personali.
Credevo che ritrovare un lavoro dopo anni di disoccupazione mi avrebbe resa davvero felice e lontana dal mostro della depressione invece…
Per esempio mi piaceva fare al commessa ma almeno la domenica vorrei starmene a casa con amici o parenti. Non sono più disposta a sacrificare il mio tempo per quattro spicci.
Esiste qualcuno in Italia che paga bene e mi permette di non impazzire? Ho paura sia solo un miraggio. Alla mia età tutti sanno “cosa vogliono fare da grandi” io no… non voglio fare pena su questo social poi in tanti sono cattivi hahaha ma
Mi sento di aver sbagliato tutto, mi sento una fallita. Quella a cui le persone guardano per consolarsi… mi sento in crisi mi sembra di non sapere più chi sono e cosa voglia. Anche le persone da cui sono circondata da sempre metto in dubbio. Non ho tanta voglia di vederle o frequentarle. Mi sembra di essere diversa non capisco cosa mi accade. Non mi sembra di aver bisogno di terapia, anche perché economicamente sarebbe un problema, e nessun psicologo potrebbe dirmi "devi fare questo o quello". non capisco se sono in crisi o è pigrizia o.... grazie a chi risponderà
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive non fa pensare a “pigrizia”, ma a una fase di forte stanchezza emotiva, disillusione e confusione rispetto alla propria identità adulta e lavorativa. Dopo un lungo periodo di disoccupazione è molto comune idealizzare il ritorno al lavoro come qualcosa che “risolverà tutto”; quando poi ci si scontra con stipendi bassi, precarietà e richieste percepite come invasive, può emergere un senso di vuoto ancora più forte. Non perché lei sia sbagliata, ma perché il lavoro, da solo, non riesce a compensare anni di frustrazione e insicurezza.
Nel suo messaggio ci sono diversi aspetti importanti:
sente il bisogno di stabilità economica ma anche di equilibrio vita-lavoro;
prova senso di colpa all’idea di lasciare un posto che le ha dato fiducia;
teme il giudizio degli altri (“quella che non ha voglia di lavorare”);
si paragona continuamente ai coetanei;
mette in discussione sé stessa, le relazioni, il futuro;
percepisce una perdita di motivazione e di direzione.
Sono vissuti molto frequenti nelle cosiddette “crisi di transizione”, che possono emergere intorno ai 30 anni, soprattutto quando il percorso lavorativo è stato discontinuo o non corrisponde a ciò che ci si immaginava. Non significa aver “fallito”. Significa trovarsi in un momento in cui l’identità costruita fino ad oggi non basta più e si sente il bisogno di ridefinirsi.
Inoltre, il fatto che lei dica “non voglio morire spiritualmente a lavoro” è molto significativo: non sta chiedendo lusso o carriera sfrenata, ma dignità, sostenibilità e qualità di vita. È un bisogno legittimo.
Attenzione anche a un altro punto: quando una persona inizia a perdere interesse per le relazioni, si sente distante dagli altri, fatica a riconoscersi e vive tutto con tristezza e sfiducia, non sempre è “solo il lavoro”. Può esserci una componente depressiva o un esaurimento emotivo che merita ascolto, anche se lei riesce comunque a lavorare e funzionare nella quotidianità.
Non è vero che “tutti a 30 anni sanno cosa vogliono fare”. Molte persone cambiano strada più volte, si specializzano tardi o scoprono i propri bisogni proprio dopo esperienze lavorative frustranti. E il fatto che lei impari in fretta, si impegni e abbia capacità di adattamento è già una risorsa importante.
In questo momento probabilmente non deve prendere decisioni drastiche immediate, ma iniziare a chiedersi:
Che tipo di vita desidero davvero?
Quali compromessi sono disposta ad accettare e quali no?
Quali lavori mi fanno stare meno male?
Cosa per me conta più del “prestigio”?
Quanto il mio malessere dipende dal lavoro e quanto da una fatica interiore più ampia?
Anche il pensiero “ho sbagliato tutto” è tipico dei momenti di crisi: quando si sta male, il cervello tende a rileggere tutta la propria storia in chiave fallimentare, dimenticando risorse, capacità e possibilità future.
Infine, rispetto alla terapia: è vero che uno psicologo non può dirle “devi fare questo lavoro”, ma può aiutarla a capire perché si sente così smarrita, quali bisogni sta trascurando, quali paure la bloccano e come prendere decisioni più consapevoli senza sentirsi sbagliata o in colpa. E questo, spesso, cambia profondamente il modo di affrontare il lavoro e la vita.
Le consiglierei quindi di non affrontare tutto da sola e di approfondire questi vissuti con uno specialista, soprattutto perché la sofferenza che emerge dal suo racconto merita ascolto e non minimizzazione.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve dottori ho una bellissima famiglia con mia moglie e una piccolina di 2 anni , ho sempre pensato o meglio o sempre cercato di essere un buon padre ad oggi mi sento sereno della mia vita e della mia famiglia , da un po di tempo mi sono imbattuto con dei video di un counseling filosofico dove sostiene che inconsapevolmente tutti facciamo del male ai nostri figli se non si fa un percorso di risveglio di distruzione del ego altrimenti non ameremo mai veramente i nostri figli sinceramente queste parole mi hanno destabilizzato un po , perché sembra una persona così profonda e forse lo è , anche parlando con un mio amico psicologo le sue parole non mi hanno aiutato molto perché penso che un counseling di filosofa mistica buddista la sua parole sia superiore a quella di tutti essendo che parla di aspetti così profondi come faceva il sommo maestro il Buddha il problema che io non mi sento di fare questo tipo di percorso e adesso mi sento sbagliato forse dovrei forzarmi per raggiungere la vera libertà che pensavo di avere invece a quanto pare è falsa ed inconsapevole grazie per un vostro supporto
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione piuttosto frequente quando si entra in contatto con contenuti molto “assoluti” o spirituali, che usano linguaggi forti e totalizzanti come “ego da distruggere” o “amore vero solo attraverso un risveglio”. È comprensibile che possano generare dubbi e anche un certo senso di colpa, soprattutto quando toccano un tema delicato come la genitorialità.
Dal punto di vista psicologico, però, è importante fare una distinzione: questi messaggi appartengono a un ambito filosofico o spirituale personale e non rappresentano conoscenze scientifiche della psicologia dello sviluppo o della genitorialità. Nella pratica clinica non esiste l’idea che un genitore “non ami davvero” i propri figli se non compie determinati percorsi interiori. Al contrario, la ricerca ci mostra che ciò che conta maggiormente per il benessere dei bambini è la presenza emotiva, la capacità di sintonizzarsi con loro, la cura quotidiana e la sufficiente consapevolezza dei propri stati emotivi, non una “trasformazione radicale dell’ego”.
Quando si entra in contatto con contenuti molto suggestivi, può accadere un fenomeno mentale comune: si tende a considerarli più “veri” o superiori rispetto ad altri saperi, soprattutto se vengono espressi con linguaggi profondi o spirituali. Questo però non significa che siano automaticamente più corretti o applicabili alla vita reale.
Il fatto che lei si stia interrogando su questi temi e che si ponga il problema di essere un buon padre è già, di per sé, un indicatore di attenzione e responsabilità genitoriale. Il dubbio che sta vivendo non è una prova di inadeguatezza, ma piuttosto l’effetto di un contenuto che l’ha colpita emotivamente e l’ha messa in discussione in modo rigido e assoluto.
Non è necessario forzarsi in percorsi che non sente propri o che le generano confusione o disagio. La crescita personale non dovrebbe mai partire da un senso di “non essere abbastanza”, ma da una maggiore comprensione di sé e da strumenti concreti per vivere meglio le relazioni.
Se questi pensieri continuano a generare ansia o insicurezza rispetto al suo ruolo genitoriale, può essere utile confrontarsi con uno psicologo o psicoterapeuta, per rielaborare questi contenuti in modo più critico e restituire equilibrio tra ciò che sente, ciò che crede e ciò che è realmente utile nella quotidianità.
Un approfondimento con uno specialista può aiutarla a fare chiarezza senza sentirsi sbagliato o in difetto.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Disfatta.
Non ho mai avuto relazioni significative con donne, solo brevi e disastrose relazioni.
Ho studiato tanto in vita mia ho una posizione lavorativa - dopo anni di sofferenze - finalmente dignitosa. Ho fatto diverse psicoterapia ma mi sono stancato. A 52 anni mi sento solo, deluso dalla vita e da me stesso....invidio tanto i giovani che si baciano o fanno sesso....ho subito tante cattiverie cercando di non farci caso....mi sento molto molto solo e temo sia troppo tardi per tutto. Ho buttato la mia vita. Sbloccarsi con le donne a questa età secondo voi è possibile? Perxhe' le psicoterapia che ho fatto non hanno avuto effetto? Per favore datemi risposte chiare senza propormi altre sedute....ne ho fatte centinaia senza esito e tutti gli psicologi mi hanno detto che mi sono impegnato moltoxe mi elogiavano
...ma so che i risultati non ci sono.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco quanto possa essere pesante arrivare a 52 anni con la sensazione di aver investito tanto — nello studio, nel lavoro, nelle psicoterapie — e ritrovarsi comunque con un forte senso di solitudine e di insoddisfazione affettiva. Dal suo messaggio emerge molta sofferenza, ma anche una cosa importante: nonostante tutto, lei non ha smesso di interrogarsi, di cercare di capire e di desiderare un cambiamento. Questo significa che una parte di lei non si è arresa.
La prima risposta chiara è questa: no, non è “troppo tardi”. È possibile costruire relazioni significative anche dopo i 50 anni. Nella pratica clinica esistono molte persone che iniziano relazioni profonde, intime e soddisfacenti in età adulta avanzata, spesso proprio dopo periodi lunghi di blocco o solitudine. Il problema non è l’età in sé, ma il peso emotivo accumulato negli anni: delusioni, rifiuti, senso di fallimento, confronto continuo con gli altri e perdita di fiducia in sé stessi.
Quando una persona vive per molto tempo esperienze relazionali dolorose, può sviluppare un circolo vizioso:
paura del rifiuto,
ipercontrollo,
senso di inferiorità,
chiusura emotiva,
convinzione di essere “sbagliato” o “indesiderabile”.
E più si accumulano sofferenze, più diventa difficile sentirsi spontanei nelle relazioni. Non perché non si abbia valore, ma perché ci si avvicina all’altro già feriti e aspettandosi una conferma negativa.
Lei chiede anche perché le psicoterapie non abbiano funzionato. Le possibilità possono essere diverse, e non necessariamente dipendono dal fatto che “non ci sia soluzione”:
a volte si comprende molto razionalmente il proprio funzionamento, ma il cambiamento emotivo profondo non avviene;
alcune terapie aiutano a resistere alla sofferenza, ma non incidono sui modelli relazionali radicati;
può esserci stata una forte aspettativa di “sbloccarsi” rapidamente, mentre certi vissuti di autostima e attaccamento richiedono tempi lunghi e approcci molto mirati;
in altri casi, dopo tante delusioni, si sviluppa una sfiducia tale da rendere difficile lasciarsi davvero coinvolgere anche nel percorso terapeutico.
Un altro punto importante: lei parla molto delle donne, ma nel suo messaggio emerge soprattutto una profonda solitudine emotiva e una visione molto severa di sé stesso. Quando una persona arriva a pensare “ho buttato la mia vita”, il dolore non riguarda solo la sfera sentimentale: riguarda il valore personale, l’identità, il senso stesso dell’esistenza.
Eppure lei non è “la sua storia sentimentale”. Ha costruito una posizione lavorativa, ha resistito a molte difficoltà, ha cercato aiuto, ha continuato a lottare anche sentendosi sconfitto. Questo merita di essere riconosciuto.
La sofferenza che prova oggi è reale, ma il fatto che fino ad ora non abbia trovato ciò che cercava non significa che non possa più accadere. Significa piuttosto che probabilmente il nodo da affrontare non è solo “come piacere alle donne”, ma come tornare a sentirsi degno di vicinanza, desiderabile e vivo emotivamente.
Credo sia importante approfondire questi vissuti con uno specialista esperto nell’area relazionale e dell’autostima, anche dopo esperienze terapeutiche deludenti, perché a volte il percorso giusto arriva in momenti diversi della vita e con modalità differenti rispetto al passato.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve mio marito è ludopatico da più di trent'anni. Alti bassi promesse Sert e psicoterapia. Oggi ha 60 anni e ha distrutto una famiglia sia dal punto di vista economico che emotivo. Io sono distrutta. Cerco risposte o aiuto
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive è un quadro molto frequente e comprensibilmente difficile da vivere, soprattutto perché coinvolge contemporaneamente ansia, sessualità, autostima e relazione di coppia. Il fatto che lei ne parli con lucidità e desideri affrontarlo è già un passo importante.
L’eiaculazione precoce, soprattutto quando presente “da sempre”, spesso non dipende da una sola causa ma da un insieme di fattori: predisposizione personale, ansia anticipatoria, ipercontrollo, tensione emotiva e, col tempo, anche paura della prestazione. Quando una persona vive per anni con il timore di “non riuscire” o di deludere la partner, il corpo entra facilmente in uno stato di allerta che accelera l’orgasmo e rende più difficile il controllo.
Il Daparox (paroxetina) viene effettivamente utilizzato in molti casi perché alcuni antidepressivi SSRI possono aiutare sia l’ansia sia a ritardare l’eiaculazione. Dal suo racconto sembra che un beneficio ci sia stato, anche sul piano gastrico, segno che probabilmente la componente ansiosa ha un peso importante. Tuttavia, questi farmaci possono anche avere effetti collaterali sessuali, tra cui calo o difficoltà dell’erezione, soprattutto con l’avanzare dell’età o se esistono già fragilità vascolari o ormonali.
A 64 anni, inoltre, è importante considerare che l’erezione può essere influenzata anche da fattori fisici: circolazione, pressione, glicemia, testosterone, eventuali farmaci assunti, prostata, stanchezza, sonno e stile di vita. Per questo motivo eviterei assolutamente prodotti trovati online: spesso sono inefficaci, poco controllati o addirittura rischiosi.
La cosa più utile sarebbe affrontare il problema in modo integrato, senza viverlo come un “difetto personale”. Le consiglierei:
una valutazione andrologica/urologica per approfondire la componente erettile ed escludere cause organiche;
un confronto con il medico che le ha prescritto il Daparox per valutare dosaggio, tempi di assunzione o eventuali alternative;
un supporto sessuologico o psicoterapeutico, perché l’ansia da prestazione e i meccanismi automatici legati all’eiaculazione precoce possono migliorare molto con tecniche specifiche;
se possibile, coinvolgere anche la partner, perché spesso la comunicazione nella coppia riduce molta pressione emotiva.
È importante sapere che sessualità non significa solo “prestazione”: quando l’ansia diminuisce e ci si sente meno sotto esame, anche l’erezione tende spesso a migliorare.
Le suggerisco quindi di non affrontare tutto da solo e di approfondire con uno specialista, perché oggi esistono percorsi efficaci sia sul piano medico sia psicologico e sessuologico.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, sono una donna di 40 anni che deve essere operata per rimuovere un fibroma all'utero di 13 cm che non dà sintomi ma date le dimensioni è bene togliere.
Ebbene: il mio problema è il terrore dell'anestesia totale a cui devo sottopormi. Ho paura di addormentarmi e non svegliarmi più. Il problema non è il fibroma ma la mia paura, ci penso sempre tutti i giorni. Non faccio altro che ripetere: "ho paura, ho paura, ho paura". Il risultato è che mi rovino la vita... Per favore, come posso uscire da questo inferno?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive è molto più comune di quanto si pensi. La paura dell’anestesia generale, soprattutto quando ci si trova davanti a un intervento chirurgico importante, può diventare molto intensa e occupare continuamente i pensieri. Non significa essere “deboli” o esagerare: il suo cervello sta percependo la situazione come una minaccia e rimane in uno stato costante di allarme.
La frase che ripete continuamente (“ho paura, ho paura, ho paura”) è il segnale di un circolo ansioso che si autoalimenta: più cerca di controllare la paura pensando al peggio, più l’ansia cresce. È proprio questo meccanismo che porta a sentirsi intrappolati e a vivere ogni giorno con angoscia anticipatoria.
Dal punto di vista medico, l’anestesia generale oggi è estremamente controllata e sicura. Prima dell’intervento vengono effettuate valutazioni accurate proprio per ridurre al minimo i rischi, e durante tutta la procedura l’anestesista monitora costantemente le funzioni vitali. Tuttavia, quando l’ansia è molto alta, le rassicurazioni razionali da sole spesso non bastano, perché la paura non nasce dalla logica ma da una percezione emotiva di pericolo.
Può esserle utile:
evitare di cercare continuamente informazioni catastrofiche online;
parlare apertamente con l’anestesista delle sue paure;
interrompere il dialogo mentale ripetitivo (“non mi sveglierò”, “succederà qualcosa”) cercando di riportarsi al presente;
utilizzare tecniche di respirazione lenta e rilassamento per abbassare l’attivazione fisica;
condividere ciò che prova con persone di fiducia invece di affrontarlo da sola.
Soprattutto, consideri che il suo disagio merita attenzione quanto l’intervento stesso. Quando l’ansia invade i pensieri ogni giorno e “rovina la vita”, come dice lei, è importante approfondire con uno specialista psicologo o psicoterapeuta, che possa aiutarla a gestire la paura dell’intervento e l’ansia anticipatoria in modo concreto ed efficace, anche in tempi brevi.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, a luglio dell'anno scorso ho perso mia madre dopo due anni di lotte, chemioterapie e visite in ospedali di quasi tutta italia.La settimana dopo la scomparsa di mia madre , ho raggiunto la mia ragazza a Roma ma essendo alla ricerca di lavoro ho passato la maggior parte del tempo da solo in casa a cercare di tirarmi su da solo e a mandare curriculum molte volte senza avere neanche risposta. Ho la sensazione perenne di voler fuggire senza una meta , sento tutto troppo pesante e quando ripenso ai momenti passati sento una rabbia schiacciante verso me stesso per non aver fatto di più. Soffro di insonnia e quando spengo la luce mi vengono in mente soltanto gli ultimi tempi con mia madre e specialmente le ultime settimane, dove ho visto mia madre lentamente spegnersi attaccata all'ossigeno e a quel maledetto saturimetro che pian piano scendeva di percentuale. Stordita dai troppi medicinali per il dolore il suo ultimo giorno i medici dell'ambulanza gli hanno somministrato un medicinale per togliergli gli effetti e ho rivisto mia madre riprendere lucidità ahimè nel suo momento peggiore visto che non riusciva a respirare fino a perdere conoscenza e pian piano esalare l'ultimo respiro. Di queste scene non racconto mai a nessuno perchè non voglio che sappiano quanto abbia sofferto alla fine mia madre, di quanto fosse spaventata e di come io non abbia potuto fare niente.
Tra poco sarà quasi un anno ed io non riesco a superare la cosa. Grazie a chi mi leggerà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive è il vissuto di una sofferenza molto profonda, che non riguarda soltanto la perdita di sua madre, ma anche tutto ciò che ha dovuto attraversare durante la malattia: mesi di paura, impotenza, stanchezza emotiva e immagini estremamente dolorose che è rimasto a portare da solo.
Da ciò che racconta emerge un forte senso di colpa, molto comune in chi assiste una persona amata fino agli ultimi momenti. Quando perdiamo qualcuno in condizioni così difficili, spesso la mente continua a ripetere “avrei dovuto fare di più”, anche quando razionalmente sappiamo di aver fatto tutto il possibile. In realtà, trovarsi accanto a una persona che soffre senza poter cambiare l’esito delle cose può lasciare un senso di impotenza devastante.
Anche il fatto che lei continui a rivivere soprattutto gli ultimi giorni, le immagini dell’ospedale, dell’ossigeno, del saturimetro e degli ultimi istanti di sua madre, fa pensare a un lutto che non ha ancora trovato uno spazio emotivo per essere elaborato. Non significa che lei sia “debole” o incapace di andare avanti: significa che ha vissuto qualcosa di traumatico e che probabilmente ha cercato di reggere tutto da solo troppo a lungo.
L’isolamento, la ricerca di lavoro senza risposte, il trasferimento, l’insonnia e quella sensazione continua di voler fuggire sono tutti elementi che possono amplificare enormemente il dolore e far sentire la vita improvvisamente troppo pesante da sostenere.
Un altro aspetto importante è che lei dice di non raccontare a nessuno ciò che ha visto perché vuole proteggere gli altri dalla sofferenza di sua madre. Però così facendo sta proteggendo tutti tranne sé stesso. Alcuni dolori, soprattutto quelli traumatici, quando restano chiusi dentro continuano a ripresentarsi con forza, spesso proprio di notte, quando la mente non ha più distrazioni.
Il fatto che dopo quasi un anno il dolore sia ancora così intenso non deve spaventarla, ma è un segnale importante da ascoltare. Non è necessario affrontare tutto questo da solo. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a dare spazio a ciò che ha vissuto, elaborare il trauma legato agli ultimi momenti di sua madre e alleggerire quel senso di colpa che oggi sembra schiacciarlo.
Le consiglio quindi di approfondire il suo vissuto con uno specialista, perché il dolore che porta merita ascolto, accoglienza e cura.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
salve egregi dottori vorrei chiedere un parere circa la mia situazione.
dopo 18 anni di matrimonio nel quale abbiamo avuto due figli mi sono accorto quasi per caso che mia moglie aveva una relazione extraconiugale non avevo mai avuto nessun pensiero al riguardo visto che mia moglie ha sempre avuto un carattere molto chiuso non e mai stata una persona espansiva che desse confidenza ad altre persone molto vergognosa timida e con un passato prima di conoscere me con una sola reazione nella quale aveva avuto grandissimi problemi e delusioni per cui mai ho pensato che potesse avere confidenze con altre persone nella fattispecie altri uomini.
ma evidentemente mi sbagliavo e avendo appreso che fossero 6 mesi che si frequentava con un altro uomo poi approfondendo sono venuto a conoscenza che si frequentava anche con un altro uomo ulteriore e che negli anni precedenti aveva avuto altre due frequentazioni con altri due uomini anche se parrebbe siano state molto brevi e non importanti e che non si era spinta fino ad avere Rapporti con questi due primi.
avendo appreso questo dopo svariate ricerche e domande a lei effettuate non ho più creduto che fosse tutto o che fosse vero quello che mi diceva ho iniziato a dubitare di ogni cosa mi dicesse pensando che per imbarazzo o vergogna non mi avesse detto tutto o che non mi avesse detto completamente il vero. questo scoprire sempre piu e questo mio iniziare a dubitare ha creato un rapporto che lei si e rinchiusa sempre più e spesso mi ha detto che non riusciva piu ad avere intimità con me perché dopo tutto ciò provasse schifo. infatti da un po e sempre peggio e andata la nostra intimità prima di tutto questo avevamo una vita sessuale normale o addirittura io credo piu che normale certo ero sempre io a iniziare o chiedere di fare sesso ma visto come io l avessi sempre creduta fosse mi sembrava normale che per vergogna lei non mi chiedeva mai certe cose e quindi mi sembrava normale che fossi sempre io a chiedere o iniziare ad avere intimità con lei.
adesso dopo tutto questo lei non vuole avere piu rapporti con me e se qualche rarissima volta si diciamo concede sta li come un sacco di patate tanto che io smetto perché così non mi piace e poi mi viene da pensare che con altri dopo averla anche perdonata fosse complice e non stesse inerme come con me e questo mi fa doppiamente male e stare veramente male
vi chiedo cosa posso fare secondo voi
vi ringrazio anticipatamente
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione emotivamente molto dolorosa e complessa. La scoperta di più relazioni extraconiugali, soprattutto dopo tanti anni di matrimonio e con un’immagine di sua moglie molto diversa da quella che ha poi scoperto, può generare un forte senso di smarrimento, tradimento, rabbia, insicurezza e perdita di fiducia. È comprensibile che oggi lei faccia fatica a credere completamente a ciò che le viene detto e che abbia iniziato a mettere in discussione molti aspetti della vostra relazione.
Spesso, dopo un tradimento, non è solo il rapporto di coppia a rompersi, ma anche il senso di sicurezza personale. Il dubbio continuo, il bisogno di capire “tutto”, il confronto mentale con gli altri uomini e il chiedersi come fosse sua moglie con loro rispetto a come è oggi con lei sono dinamiche molto frequenti in chi vive una ferita di questo tipo. Tuttavia, continuare a cercare conferme o dettagli rischia anche di alimentare un circolo doloroso che aumenta sofferenza, rabbia e distanza emotiva.
Anche il cambiamento nell’intimità sessuale è un elemento importante. La sessualità, nella coppia, è strettamente collegata agli aspetti emotivi e relazionali: quando ci sono ferite profonde, sensi di colpa, rancore, vergogna o sfiducia, il desiderio e la spontaneità possono bloccarsi. Il fatto che sua moglie oggi viva l’intimità con chiusura o distacco non significa necessariamente che provasse cose diverse con altri uomini, ma può indicare che all’interno della vostra relazione si sia creato un carico emotivo molto pesante, difficile da gestire per entrambi.
In questo momento, la domanda principale non dovrebbe essere soltanto “perché è successo”, ma anche: è possibile ricostruire fiducia, dialogo e vicinanza? E soprattutto: entrambi desiderate davvero lavorare sul rapporto? Perché una coppia può anche superare un tradimento, ma solo se c’è disponibilità reciproca ad affrontare il dolore, comunicare in modo autentico e comprendere i bisogni profondi che hanno portato alla crisi.
Le consiglierei di non affrontare tutto questo da solo. Un percorso psicologico individuale potrebbe aiutarla a elaborare il trauma emotivo, la rabbia e il senso di svalutazione che sta vivendo. Parallelamente, una terapia di coppia potrebbe essere utile per capire se esistono ancora le basi per ricostruire il legame oppure se il rapporto sia arrivato a una fase di forte esaurimento emotivo.
Approfondire con uno specialista può aiutarvi a comprendere meglio le dinamiche della relazione e a trovare strumenti più sani per affrontare questa sofferenza.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
salve egregi dottori vorrei chiedere un parere circa la mia situazione.
dopo 18 anni di matrimonio nel quale abbiamo avuto due figli mi sono accorto quasi per caso che mia moglie aveva una relazione extraconiugale non avevo mai avuto nessun pensiero al riguardo visto che mia moglie ha sempre avuto un carattere molto chiuso non e mai stata una persona espansiva che desse confidenza ad altre persone molto vergognosa timida e con un passato prima di conoscere me con una sola reazione nella quale aveva avuto grandissimi problemi e delusioni per cui mai ho pensato che potesse avere confidenze con altre persone nella fattispecie altri uomini.
ma evidentemente mi sbagliavo e avendo appreso che fossero 6 mesi che si frequentava con un altro uomo poi approfondendo sono venuto a conoscenza che si frequentava anche con un altro uomo ulteriore e che negli anni precedenti aveva avuto altre due frequentazioni con altri due uomini anche se parrebbe siano state molto brevi e non importanti e che non si era spinta fino ad avere Rapporti con questi due primi.
avendo appreso questo dopo svariate ricerche e domande a lei effettuate non ho più creduto che fosse tutto o che fosse vero quello che mi diceva ho iniziato a dubitare di ogni cosa mi dicesse pensando che per imbarazzo o vergogna non mi avesse detto tutto o che non mi avesse detto completamente il vero. questo scoprire sempre piu e questo mio iniziare a dubitare ha creato un rapporto che lei si e rinchiusa sempre più e spesso mi ha detto che non riusciva piu ad avere intimità con me perché dopo tutto ciò provasse schifo. infatti da un po e sempre peggio e andata la nostra intimità prima di tutto questo avevamo una vita sessuale normale o addirittura io credo piu che normale certo ero sempre io a iniziare o chiedere di fare sesso ma visto come io l avessi sempre creduta fosse mi sembrava normale che per vergogna lei non mi chiedeva mai certe cose e quindi mi sembrava normale che fossi sempre io a chiedere o iniziare ad avere intimità con lei.
adesso dopo tutto questo lei non vuole avere piu rapporti con me e se qualche rarissima volta si diciamo concede sta li come un sacco di patate tanto che io smetto perché così non mi piace e poi mi viene da pensare che con altri dopo averla anche perdonata fosse complice e non stesse inerme come con me e questo mi fa doppiamente male e stare veramente male
vi chiedo cosa posso fare secondo voi
vi ringrazio anticipatamente
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo quanto questa scoperta abbia avuto un impatto profondo su di lei. Dopo tanti anni di matrimonio, il venir meno della fiducia può generare dolore intenso, rabbia, senso di tradimento, dubbi continui e il bisogno di cercare spiegazioni o conferme. È molto frequente che, dopo aver scoperto una relazione extraconiugale, si sviluppi una sorta di “controllo mentale” continuo: si ripensano episodi del passato, si mettono in discussione parole, comportamenti e perfino l’intera storia di coppia. Questo però, col tempo, rischia di creare una dinamica molto pesante per entrambi.
Da ciò che racconta, sembra che tra voi si sia instaurato un circolo difficile: lei ha iniziato a chiudersi sempre di più, mentre lei, sentendosi ferito e non rassicurato, ha aumentato il bisogno di capire e di avere conferme. In questi casi, l’intimità sessuale spesso risente profondamente della situazione emotiva. Il rapporto sessuale, infatti, non riguarda solo il corpo ma anche fiducia, vicinanza emotiva, serenità e sicurezza reciproca. Se questi elementi vengono meno, possono comparire rifiuto, distacco o partecipazione “passiva”, come quella che lei descrive.
È importante però fare attenzione a non trasformare continuamente il confronto in interrogatori o verifiche del passato, perché questo può aumentare il muro emotivo e alimentare ancora di più distanza e sofferenza. Allo stesso tempo, i suoi pensieri e le immagini che fa su sua moglie con altri uomini sono comprensibili: il tradimento spesso colpisce profondamente l’autostima, il senso di valore personale e la percezione del legame di coppia.
La domanda centrale forse non è soltanto “perché è successo”, ma anche: è possibile ricostruire un rapporto autentico tra voi? E soprattutto: entrambi lo desiderate davvero? Per ricostruire fiducia servono tempo, sincerità, assunzione di responsabilità, disponibilità reciproca al dialogo e soprattutto uno spazio protetto in cui poter esprimere dolore, rabbia e delusione senza distruggersi ulteriormente.
In molte situazioni come questa, un percorso di sostegno psicologico individuale o di coppia può essere molto utile, sia per comprendere le dinamiche che hanno portato alla crisi, sia per capire come andare avanti, insieme oppure separatamente, in modo più consapevole e meno doloroso.
Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, che possa aiutarvi a gestire questa fase così delicata e a comprendere quali possibilità reali ci siano per il vostro rapporto.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
salve egregi dottori vorrei chiedere un parere circa la mia situazione.
dopo 18 anni di matrimonio nel quale abbiamo avuto due figli mi sono accorto quasi per caso che mia moglie aveva una relazione extraconiugale non avevo mai avuto nessun pensiero al riguardo visto che mia moglie ha sempre avuto un carattere molto chiuso non e mai stata una persona espansiva che desse confidenza ad altre persone molto vergognosa timida e con un passato prima di conoscere me con una sola reazione nella quale aveva avuto grandissimi problemi e delusioni per cui mai ho pensato che potesse avere confidenze con altre persone nella fattispecie altri uomini.
ma evidentemente mi sbagliavo e avendo appreso che fossero 6 mesi che si frequentava con un altro uomo poi approfondendo sono venuto a conoscenza che si frequentava anche con un altro uomo ulteriore e che negli anni precedenti aveva avuto altre due frequentazioni con altri due uomini anche se parrebbe siano state molto brevi e non importanti e che non si era spinta fino ad avere Rapporti con questi due primi.
avendo appreso questo dopo svariate ricerche e domande a lei effettuate non ho più creduto che fosse tutto o che fosse vero quello che mi diceva ho iniziato a dubitare di ogni cosa mi dicesse pensando che per imbarazzo o vergogna non mi avesse detto tutto o che non mi avesse detto completamente il vero. questo scoprire sempre piu e questo mio iniziare a dubitare ha creato un rapporto che lei si e rinchiusa sempre più e spesso mi ha detto che non riusciva piu ad avere intimità con me perché dopo tutto ciò provasse schifo. infatti da un po e sempre peggio e andata la nostra intimità prima di tutto questo avevamo una vita sessuale normale o addirittura io credo piu che normale certo ero sempre io a iniziare o chiedere di fare sesso ma visto come io l avessi sempre creduta fosse mi sembrava normale che per vergogna lei non mi chiedeva mai certe cose e quindi mi sembrava normale che fossi sempre io a chiedere o iniziare ad avere intimità con lei.
adesso dopo tutto questo lei non vuole avere piu rapporti con me e se qualche rarissima volta si diciamo concede sta li come un sacco di patate tanto che io smetto perché così non mi piace e poi mi viene da pensare che con altri dopo averla anche perdonata fosse complice e non stesse inerme come con me e questo mi fa doppiamente male e stare veramente male
vi chiedo cosa posso fare secondo voi
vi ringrazio anticipatamente
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che sta vivendo è una situazione molto dolorosa e destabilizzante. La scoperta di tradimenti, soprattutto dopo molti anni di matrimonio e con una famiglia costruita insieme, può mettere profondamente in crisi non solo il rapporto di coppia, ma anche la fiducia in sé stessi, nei propri ricordi e nella propria percezione della relazione.
Da ciò che racconta emerge un aspetto importante: oltre al dolore per i tradimenti, sembra essersi instaurato un clima di continua ricerca di conferme, dubbi e bisogno di comprendere “tutta la verità”. Questo è comprensibile, perché quando la fiducia viene ferita è naturale cercare spiegazioni e tentare di ricostruire un senso di sicurezza. Tuttavia, quando la relazione entra in questa dinamica, spesso entrambe le persone finiscono per chiudersi emotivamente: chi ha subito il tradimento vive rabbia, sospetto e sofferenza; chi viene continuamente interrogato può sentirsi giudicato, colpevolizzato o incapace di esprimersi serenamente.
Anche il tema della sessualità che descrive è molto significativo. L’intimità nella coppia non dipende solo dall’attrazione fisica, ma soprattutto dal legame emotivo, dalla fiducia, dalla serenità e dal sentirsi accolti. Dopo una frattura così importante è frequente che il rapporto sessuale diventi carico di tensione, confronti, pensieri intrusivi, rabbia e senso di rifiuto. Lei stesso racconta di sentirsi ferito non solo per la mancanza di coinvolgimento di sua moglie, ma anche per il confronto mentale con gli altri uomini: questo può generare un forte vissuto di umiliazione, insicurezza e dolore.
In questo momento probabilmente la domanda centrale non è solo “come tornare ad avere rapporti”, ma capire se tra voi esista ancora uno spazio emotivo in cui poter ricostruire fiducia, comunicazione e vicinanza autentica. Perché il perdono, da solo, spesso non basta: serve un lavoro profondo di elaborazione da entrambe le parti.
È importante evitare di trasformare il rapporto in un continuo interrogatorio o in una verifica costante del passato, perché questo rischia di aumentare ulteriormente distanza e sofferenza. Allo stesso tempo, i suoi sentimenti non devono essere minimizzati: ha diritto di stare male, di sentirsi deluso e confuso.
In situazioni come questa può essere molto utile intraprendere un percorso psicologico individuale o di coppia, per comprendere meglio le dinamiche che si sono create nel tempo, dare spazio alle emozioni di entrambi e capire se e come il rapporto possa essere ricostruito in modo più sano e sincero.
Le consiglierei quindi di approfondire la situazione con uno specialista, affinché possiate avere uno spazio protetto in cui affrontare questa crisi con il supporto adeguato.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve dottore volevo raccontarle una cosa che mi è successa nella mia vita amorosa visto che da sola non sono riuscita a trovare una spiegazione magari lei mi può aiutare
Ho conosciuto un ragazzo che abita davanti casa mia al palazzo di fronte l ho conosciuto perché sono scesa giù qualche volta per mettermi alle panchine lui è venuto da me e ci provava e se non mi vedeva mi citofonava per farmi scendere e vedermi mi cercava spesso, fino a che un giorno decide lui di presentarmi addirittura come la sua fidanzata
Mi ha presentato praticamente a tutta la sua famiglia inserendomi nella sua vita
La storia sembra andare bene per qualche tempo fino a che lui incomincia a trattarmi in modo strano e a umiliarmi e offendermi con frasi del tipo ( io volevo una donna con seno grande e occhi verdi) caratteristiche fisiche che io non ho mai avuto perché io ho il seno piccolo e occhi scuri
Mi chiedo come dovrei interpretare questo comportamento?
Io ho sempre saputo che due persone si fidanzano per attrazione fisica ma se io non ero il suo tipo fisicamente parlando sin dal inizio perché si è voluto fidanzare con me e presentarmi alla sua famiglia come la fidanzata?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che racconta può essere molto confondente e comprensibilmente porta a chiedersi quale sia il significato di un comportamento apparentemente contraddittorio.
Innanzitutto, è importante sottolineare che l'attrazione non si basa esclusivamente sulle caratteristiche fisiche. Molte persone si innamorano o scelgono di iniziare una relazione per un insieme di fattori: personalità, affinità emotiva, interessi condivisi, modo di sentirsi in presenza dell'altro, oltre naturalmente all'aspetto estetico. Il fatto che questo ragazzo l'abbia cercata con insistenza, abbia desiderato passare del tempo con lei e l'abbia presentata alla sua famiglia come fidanzata suggerisce che inizialmente fosse realmente interessato a costruire un legame.
Le frasi che le ha rivolto successivamente ("volevo una donna con il seno grande e gli occhi verdi") non dimostrano necessariamente che lei non gli piacesse fin dall'inizio. Piuttosto, possono rappresentare un modo svalutante e poco rispettoso di relazionarsi. Talvolta alcune persone, per insicurezza, bisogno di controllo, immaturità emotiva o difficoltà nella gestione della relazione, iniziano a criticare o sminuire il partner. In questi casi, il problema non è tanto l'aspetto fisico dell'altro, quanto la modalità relazionale che viene messa in atto.
È anche possibile che lui abbia idealizzato la relazione all'inizio e che, con il tempo, siano emerse sue insoddisfazioni o difficoltà personali che ha espresso in modo inadeguato e offensivo. Tuttavia, questo non giustifica le umiliazioni. In una relazione sana, eventuali dubbi o cambiamenti nei sentimenti vengono comunicati con rispetto, senza colpire l'autostima dell'altro.
Per questo motivo, più che chiedersi se lei fosse o meno il suo "tipo ideale", potrebbe essere utile interrogarsi sul significato delle sue parole e sull'effetto che hanno avuto su di lei. Una persona può essere attratta da qualcuno e allo stesso tempo comportarsi in modo poco maturo o persino lesivo nei confronti del partner.
Per comprendere meglio quanto accaduto e le emozioni che questa esperienza le ha lasciato, sarebbe consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, che possa aiutarla a leggere le dinamiche della relazione in modo più completo e personalizzato.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve. Oggi pomeriggio la mia ragazza ha sognato che io morivo. Poche ore prima avevamo fatto una visita di lutto a casa di un mio caro amico scomparso ieri. Il suo sogno può essere legato alla situazione esterna in cui mi sto trovando da un paio di giorni?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
sì, è assolutamente possibile che il sogno della sua ragazza sia collegato al contesto emotivo che state vivendo in questi giorni. I sogni spesso rielaborano esperienze, emozioni, pensieri e preoccupazioni che ci hanno colpito particolarmente durante la giornata o nei giorni precedenti.
La recente perdita del suo amico e la visita di lutto possono aver portato la sua ragazza a confrontarsi in modo più diretto con il tema della morte, della perdita e della paura di perdere le persone care. In questo senso, sognare la morte del partner non va necessariamente interpretato come un presagio o un segnale di qualcosa che accadrà, ma più frequentemente come l'espressione simbolica di emozioni intense, ansie, vulnerabilità o timori legati all'attaccamento affettivo.
Dal punto di vista psicologico, quando veniamo esposti a eventi che ci ricordano la fragilità della vita, può aumentare temporaneamente la consapevolezza che le persone importanti per noi non siano "invulnerabili". Questo può tradursi in sogni particolarmente vividi o angoscianti, soprattutto nelle ore successive a esperienze emotivamente significative come un funerale o una visita di condoglianze.
Naturalmente, per comprendere meglio il significato di un sogno è importante considerare anche il vissuto personale della persona che lo ha fatto: il suo stato emotivo, eventuali preoccupazioni attuali, il rapporto di coppia e le emozioni provate durante il sogno stesso. Un singolo sogno, preso isolatamente, non consente generalmente di trarre conclusioni approfondite.
Se il sogno dovesse aver generato particolare disagio o se emergessero pensieri ricorrenti legati alla perdita, all'ansia o al lutto, potrebbe essere utile approfondire la situazione con un professionista, che possa aiutare a comprendere meglio il significato emotivo di quanto sta accadendo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buona sera, sono un ragazzo di 34 anni e non ho mai letto libri di lettura, solo libri per studiare a scuola fino all'università.
Anche dopo la laurea leggo solo argomenti che mi servono.
Ho anche provato ma non lo trovo stimolante, come se stessi leggendo un'equazione di matematica, mentre un film oppure la musica mi fanno provare sensazioni che con i libri non provo.
Infatti non ho mai finito il libro che ho cominciato, solo le prime 20 pagine.
C'è qualcosa che devo cambiare?
Da cosa può dipendere?
È solo questione di allenamento alla lettura?
Dovrei sforzarmi a leggere fino alla fine il libro?
Grazie mille per le risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive non è necessariamente indice di un problema. Le persone differiscono molto nel modo in cui elaborano le informazioni e nelle modalità attraverso cui provano interesse, coinvolgimento emotivo e piacere. Alcuni trovano nella lettura una fonte di gratificazione immediata, mentre altri si sentono maggiormente coinvolti da stimoli visivi e uditivi, come film, serie TV, musica o altre forme espressive.
Le possibili spiegazioni possono essere diverse:
Abitudine e allenamento: se per molti anni la lettura è stata associata prevalentemente allo studio e all'apprendimento, il cervello potrebbe averla collegata a un'attività impegnativa e non ricreativa. In questo caso può essere utile avvicinarsi alla lettura in modo graduale, scegliendo testi brevi e argomenti realmente coinvolgenti.
Stile cognitivo personale: alcune persone apprendono e si emozionano più facilmente attraverso immagini, suoni e narrazioni audiovisive. Questo non significa avere una difficoltà, ma semplicemente una preferenza.
Aspettative e motivazione: spesso si sceglie un libro perché "si dovrebbe leggere", non perché suscita un interesse autentico. In questi casi è frequente perdere la motivazione dopo poche pagine.
Capacità attentiva: in alcuni casi la difficoltà a mantenere la concentrazione durante la lettura può rendere l'esperienza poco gratificante. Tuttavia, questo aspetto andrebbe valutato nel contesto più ampio del funzionamento quotidiano e non può essere dedotto dal solo fatto di non amare i libri.
Non credo sia utile obbligarsi a terminare un libro che non suscita alcun interesse. La lettura può certamente essere allenata, ma il piacere non nasce necessariamente dallo sforzo. Potrebbe invece essere più efficace sperimentare generi molto diversi tra loro, racconti brevi, graphic novel, biografie o audiolibri, per capire se esiste una modalità narrativa più vicina alle sue caratteristiche.
In sintesi, il fatto di non apprezzare la lettura non indica di per sé una difficoltà psicologica o cognitiva. Se però questa caratteristica si accompagna ad altre difficoltà di attenzione, concentrazione o apprendimento presenti anche in altri ambiti della vita, potrebbe essere utile approfondire la situazione con uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
buongiorno, sono vedovo da 15 mesi, ho oltre 50 anni. nelle ultime settimane sto provando fortissima attrazione sessuale per mia suocera, 72enne, anche ella vedova da 5 anni . avendo un rapporto molto diretto le ho chiesto se volesse anche lei... ci sono momenti in cui sembrerebbe volere.. ma nel pratico non si vuol concedere. Cosa dovrei fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive può apparire insolito, ma non è necessariamente patologico. Dopo la perdita di una persona amata, soprattutto dopo un lungo legame affettivo, può accadere che bisogni emotivi, affettivi e sessuali si intreccino in modi complessi. Lei e sua suocera condividete un dolore importante, una storia familiare comune e probabilmente una vicinanza emotiva che negli anni si è consolidata.
L'attrazione che sta provando potrebbe essere legata non soltanto alla dimensione sessuale, ma anche al desiderio di vicinanza, comprensione reciproca, compagnia e continuità affettiva dopo un lutto. Allo stesso modo, è possibile che sua suocera viva sentimenti ambivalenti: da una parte potrebbe apprezzare la vicinanza e sentire una certa attrazione o curiosità, dall'altra potrebbe provare disagio, senso di colpa, timore del giudizio sociale o il timore che una relazione possa modificare gli equilibri familiari.
Se lei ha già espresso apertamente il suo interesse e la risposta concreta continua a essere un rifiuto o una forte esitazione, è importante rispettare i suoi tempi e i suoi confini, evitando pressioni o tentativi di convincimento. Le ambiguità possono generare confusione, ma il comportamento concreto è generalmente l'indicatore più affidabile delle intenzioni di una persona.
Potrebbe essere utile chiedersi anche che significato abbia per lei questa attrazione in questo momento della vita: rappresenta un desiderio autentico verso questa persona oppure una modalità attraverso cui sta elaborando la solitudine e il cambiamento successivi al lutto?
Considerata la complessità emotiva e relazionale della situazione, potrebbe essere consigliabile approfondire questi aspetti con uno specialista, che possa aiutarla a comprendere meglio i suoi vissuti e a gestire questa situazione nel modo più sereno possibile.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, sono un ragazzo di 24 anni e da un paio di anni mi sento sempre giù di morale, come se la mia vita avesse poco senso. Ho pochi amici ma non mi considerano più di tanto, passando spesso i sabati sera a casa. Tuttavia, la cosa più importante è che sono indietro con gli esami universitari e non mi piace la facoltà che frequento. Di quest'ultima cosa me ne sono accorto troppo tardi ma non ho avuto mai il coraggio di affrontare realmente la situazione e cambiare percorso per paura che i miei si potessero arrabbiare. Speravo di poter rimettermi in pari almeno con gli esami, ma ora è troppo tardi e più i giorni passano e più mi accorgo che sto perdendo solo tempo, oltre ai tanti soldi che i miei genitori hanno già speso per pagarmi gli studi. Loro non sanno nulla di questa situazione e non so come uscirne. Chiudi gentilmente un aiuto!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, grazie per aver condiviso una situazione che, da come la descrive, sembra portare con sé un peso emotivo importante.
Quello che racconta mette insieme diversi elementi: un umore basso che si protrae da tempo, la sensazione di mancanza di senso, difficoltà nelle relazioni sociali e una situazione universitaria che sta diventando fonte di forte stress e blocco. È importante sapere che, quando più aree della vita iniziano a “chiudersi” contemporaneamente, è frequente sentirsi sopraffatti e faticare a vedere delle vie d’uscita chiare.
Nel suo caso sembra esserci anche un tema di evitamento legato alla paura del giudizio dei genitori e alla difficoltà di affrontare una scelta importante che, col tempo, è diventata sempre più pesante. Questo può portare a un circolo vizioso: più si rimanda, più aumenta il senso di colpa, la demotivazione e la percezione di “aver perso tempo”.
È però importante sottolineare che non è mai “troppo tardi” per rimettere ordine nella propria situazione. Anche quando una scelta fatta in passato non rispecchia più ciò che si è diventati, esistono comunque modi per rielaborarla e costruire alternative più coerenti con i propri bisogni e obiettivi attuali. Spesso il nodo principale non è tanto la situazione in sé, ma la difficoltà emotiva nel prenderne atto e nel comunicarla.
Un aspetto che merita attenzione è anche il tono dell’umore descritto: il sentirsi “sempre giù” e la perdita di senso della vita possono essere segnali da non sottovalutare e che meritano uno spazio di ascolto adeguato, per capire meglio cosa sta succedendo e come intervenire in modo efficace.
In questi casi può essere molto utile intraprendere un percorso psicologico, che aiuti a:
comprendere meglio le cause del blocco attuale
gestire ansia, colpa e paura del giudizio
ritrovare motivazione e direzione
valutare con maggiore lucidità le scelte universitarie e personali
trovare modalità più funzionali per comunicare con la famiglia
Le suggerirei di non affrontare tutto da solo e di chiedere un supporto specialistico, così da poter costruire insieme una strada più sostenibile e adatta alla sua situazione.
Un cordiale saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
buongiorno dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da qualche mese con una persona più grande, lui 48, diciamo che ci sono stati vari motivi che mi hanno portato a chiudere..al momento io non voglio nessuna relazione seria o sentirmi impegnata con qualcuno..per quello per cui scrivo è che, in particolare a lavoro quindi ambito lavorativo, e in generale io sono una persona che ride e scherza con tutti quando si entra in confidenza, cerco sempre di avere un rapporto tranquillo con tutti..in particolare però mi capita con i ragazzi se riesco ad avere confidenza, ci scherzo, si ride ecc, ed è una cosa che mi piace, però è come se capita che poi con qualcuno sento come se dalla loro parte possa piacere questo e quindi sento che qualcuno vuole altro, mentre altri magari rimane lo scherzo e rapporto di lavoro, però allo stesso tempo sento anche io che magari anche ultimamente mi possa attrarre qualcuno, più di uno..solo che purtroppo io col mio ex mi sono continuata a vedere, mi attrae anche lui, e da qualche giorno lavoriamo insieme..purtroppo forse sono ancora legata a lui..ma allo stesso modo non vorrei farmi attrarre da altre persone per qualcosa di passeggero, perché potrei sembrare magari "scontata" o una che cede facilmente ecco..oppure anche il mio ex potrebbe venirmi a dire qualcosa se dovessi uscire con qualcuno..magari che con lui non devo piu parlare o non so, perché lui so che ancora mi vuole ma io non lo so, sono bloccata tra lui e il voler star da sola o semplicemente avere altre conoscenze..ma ripeto non vorrei essere vista cosi se dovessi uscire con altri..perché a me piace anche "provocare" nello scherzo..non so come può essere vista questa cosa..cosa dovrei fare o dovrei forse evitare tutto ciò? Non so come prenderla o come gestire questi sentimenti magari contrastanti anche se solo di attrazione momentanea..
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da ciò che racconta emerge una situazione molto comprensibile e frequente dopo la fine di una relazione significativa. La sensazione di essere "bloccata" tra il legame con il suo ex compagno, il desiderio di stare da sola e la curiosità verso nuove conoscenze non indica necessariamente confusione, ma può rappresentare una fase di transizione emotiva.
È importante distinguere alcuni aspetti. Da una parte c'è il suo modo di essere: una persona socievole, spontanea, che ama scherzare, creare complicità e stare bene con gli altri. Questo non significa automaticamente voler instaurare un rapporto sentimentale o dare segnali intenzionali di interesse. Spesso, però, alcune persone possono interpretare la cordialità e la confidenza come un interesse romantico, ma la responsabilità di tale interpretazione non ricade interamente su di lei.
Dall'altra parte, sembra esserci ancora un legame emotivo con il suo ex. Il fatto che continuiate a vedervi, che vi siate lasciati da relativamente poco tempo e che ora lavoriate anche insieme può rendere più difficile elaborare la separazione e comprendere realmente cosa desidera per il suo futuro affettivo. Non è raro provare ancora attrazione o affetto per una persona pur sapendo che la relazione non era più soddisfacente.
Per quanto riguarda il timore di essere vista come una persona che "cede facilmente" o che passa da una conoscenza all'altra, potrebbe essere utile chiedersi se questo giudizio provenga davvero dagli altri o se sia soprattutto una preoccupazione interna. Uscire con qualcuno dopo una separazione, conoscere persone nuove o provare attrazione non significa essere superficiali. Diventa importante, piuttosto, essere sinceri con sé stessi e con gli altri riguardo alle proprie intenzioni e ai propri bisogni del momento.
Anche il timore del giudizio del suo ex merita una riflessione: se la relazione è terminata, le sue scelte future non dovrebbero essere determinate da ciò che lui potrebbe pensare o dire. Comprensibilmente il fatto che lui la desideri ancora può generare senso di colpa o esitazione, ma questo non significa che debba rinunciare a vivere nuove esperienze per proteggerlo emotivamente.
Forse, in questa fase, non è necessario decidere subito tra "tornare con lui", "stare da sola" o "iniziare un'altra relazione". Potrebbe concedersi il tempo di osservare ciò che prova, senza obbligarsi a prendere una direzione definitiva. Le attrazioni momentanee possono essere semplicemente segnali della sua vitalità emotiva e del suo bisogno di tornare a sentirsi libera e desiderante dopo una relazione importante.
Per comprendere meglio questi sentimenti contrastanti, il significato che attribuisce alle relazioni e le eventuali paure legate al giudizio degli altri, potrebbe essere utile approfondire la situazione con uno specialista, che possa aiutarla a fare maggiore chiarezza su ciò che desidera realmente in questo momento della sua vita.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa…