Domande del paziente (2431)

    Buon pomeriggio
    Una ragazza, amica e collega, con la quale c'era molto contatto fisico ,quasi intimo, mi ha raccontato una menzogna.
    Per Pasquetta è uscita con dei suoi amici maschi, è andata a ballare ed ha preso l'influenza.
    I giorni seguenti a lavoro stava male, non dormiva la notte e si lamentava.
    Le chiedevo se era stata da qualche parte, se aveva preso freddo così per aiutarla e capire... Ha negato tutto ed ha detto anche che quel giorno era stata a casa e non capiva come poteva aver preso l'influenza.
    Venerdì scorso ho scoperto proprio la verità, gliel'ho detto e lei ha visualizzato e non ha risposto.
    Chiaramente ha contagiato anche me perché in quei giorni le sono stato vicino (purtroppo).
    Oggi a lavoro, silenzio totale, zero parole.
    Come dovrei comportarmi?
    Cosa devo pensare?
    Sicuramente credo che non abbia interesse altrimenti non si sarebbe comportata e non si comporterebbe così.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buon pomeriggio,

    la situazione che descrive può essere vissuta come confusa e anche un po’ dolorosa, soprattutto perché tra voi c’era una certa vicinanza, anche fisica ed emotiva.

    Provo a darle qualche chiave di lettura.

    Il punto centrale non è tanto l’uscita in sé, quanto la menzogna e il successivo silenzio. Le possibili spiegazioni possono essere diverse:

    potrebbe aver mentito per evitare giudizi o domande, soprattutto se percepiva una certa “implicazione” emotiva tra voi;
    potrebbe aver voluto mantenere una distanza, non definendo la relazione in modo più coinvolgente;
    il fatto che ora non risponda e mantenga il silenzio potrebbe indicare imbarazzo, difficoltà ad affrontare il confronto o evitamento.

    Questo però non significa automaticamente che “non ha interesse”, ma piuttosto che il suo modo di gestire la situazione è poco chiaro e poco responsabile nei suoi confronti.

    Dal suo lato, è comprensibile che si senta:

    deluso per la bugia
    infastidito (anche per il contagio)
    confuso rispetto al significato del vostro rapporto

    Come comportarsi ora?

    Le suggerirei di mantenere una posizione semplice e diretta:

    evitare inseguimenti o richieste insistenti
    se lo ritiene importante, può esprimere con calma che più della situazione in sé l’ha colpita la mancanza di sincerità
    osservare come lei reagisce: questo le darà informazioni molto più affidabili delle supposizioni

    È importante anche chiedersi: che tipo di relazione desidera lei?
    Perché al di là dell’interesse dell’altra persona, conta capire se questo tipo di comportamento è compatibile con ciò che cerca.

    In sintesi, più che cercare di interpretare ogni suo gesto, può essere utile guardare ai fatti: una comunicazione poco trasparente e un evitamento del confronto. Questo è già un elemento su cui riflettere per tutelarsi.

    Se questa situazione le genera dubbi o coinvolgimento emotivo più profondo, può essere utile approfondirla con uno specialista, per comprendere meglio le sue dinamiche relazionali e orientarsi con maggiore chiarezza.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Il mio ragazzo fuma e lo facevamo anche insieme e io sono incinta di 26 settimane quindi dalla scoperta cambio vita lui diceva di volere il bambino e che era contento ma poi ha cominciato a vivere per strada e io sono stata con lui a causa di vari litigi con nostre famiglie fin che ho potuto poi sono tornata da mio padre e mi ha accusata di averlo lasciato solo e che se non fossi andata con lui mi avrebbe lasciata.. non si fa sentire per settimane e mi ha contattata dopo 15 giorni per chiedere della gravidanza alla mia risposta "stiamo bene" non ha risposto ed è scomparso di nuovo.. senza lui soffro ma dovrà capire in qualche modo gli errori che sta commettendo è che è lui a lasciarmi sola e a non aiutarmi su nulla.. l' unica cosa che ha fatto mi ha accompagnato una volta a una visita e poi si è messo anche ad urlare per poi andare via però poi dice che non vede l'ora di vedere il figlio e che ci ama e poi di nuovo scappa..mi confonde

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrive è una situazione molto difficile e comprensibilmente confondente, soprattutto in un momento delicato come una gravidanza.

    Il comportamento del suo compagno appare ambivalente: da una parte esprime affetto e il desiderio di essere presente (“non vede l’ora di vedere il figlio”), dall’altra mette in atto condotte di allontanamento, assenza e anche reazioni impulsive come l’urlare o il “sparire” per settimane. Questo tipo di alternanza può generare molta sofferenza emotiva, perché crea aspettative che poi vengono disattese.

    È importante però fare una distinzione chiara: le sue azioni concrete (assenza, mancanza di supporto, instabilità) hanno un peso maggiore rispetto alle parole. In questo momento lei ha bisogno di stabilità, sicurezza e sostegno, sia per sé stessa sia per il bambino. Il fatto che lui la faccia sentire “colpevole” per essersi allontanata da una situazione difficile (come vivere per strada) è un segnale da non sottovalutare, perché rischia di farle mettere in secondo piano i suoi bisogni fondamentali.

    Il suo vissuto è assolutamente legittimo: è possibile provare amore e mancanza verso una persona, ma allo stesso tempo riconoscere che i suoi comportamenti non sono adeguati o protettivi. Non è una contraddizione, è una realtà emotiva complessa.

    Inoltre, in gravidanza è fondamentale circondarsi di un ambiente il più possibile stabile e supportivo. Il fatto che lei sia tornata da suo padre può essere letto come una scelta di tutela, non come un abbandono.

    Più che cercare di far “capire” a lui i suoi errori (cosa che purtroppo non dipende da lei), può essere utile concentrarsi su ciò che è sotto il suo controllo: proteggere sé stessa, il suo benessere emotivo e quello del bambino, e valutare realisticamente quanto questa relazione, così com’è ora, possa offrirle sicurezza.

    La confusione che sente nasce proprio da questa incoerenza tra parole e comportamenti: è una reazione comprensibile.

    Vista la complessità della situazione e il momento di vita che sta attraversando, è consigliabile approfondire con uno specialista, che possa aiutarla a fare chiarezza, sostenere le sue risorse e accompagnarla nelle scelte più tutelanti per lei e per il bambino.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, quando passo davanti a un parco dove mi portavano da piccolo, mi viene a volte una stretta al petto o nella zona fra il petto e il diaframma. A volte è un po' più forte, però non mi viene da scappare, cioè c'è e mi viene anche il respiro un po più lungo però non mi viene da andarmene ma anzi di rimanerci. Che cosa vuol dire? Sono sintomi di un luogo che è stato positivo per me oppure no?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,
    quello che descrive è un’esperienza piuttosto comune e, nella maggior parte dei casi, legata al modo in cui la nostra mente e il nostro corpo reagiscono ai ricordi.

    I luoghi significativi dell’infanzia, come quel parco, possono attivare memorie emotive profonde. Non si tratta solo di ricordi “mentali”, ma anche corporei: il corpo può reagire con sensazioni fisiche come la stretta al petto o una variazione del respiro. Questo accade perché le emozioni vissute in passato vengono “riattivate” quando ci troviamo in contesti simili.

    La sensazione che descrive non indica necessariamente qualcosa di negativo. Anzi, il fatto che non senta il bisogno di allontanarsi, ma piuttosto di restare, suggerisce che quell’esperienza potrebbe avere anche una componente positiva o significativa per lei. Potrebbe trattarsi, ad esempio, di una forma di nostalgia, di attivazione emotiva o di un ricordo carico di significato affettivo. A volte emozioni diverse (piacevoli e meno piacevoli) possono mescolarsi, dando origine proprio a quella “stretta” che fatica a essere definita in modo chiaro.

    Il respiro più profondo può essere una risposta naturale del corpo a questa attivazione emotiva, una sorta di tentativo di regolare ciò che sta emergendo.

    Per comprendere meglio il significato personale di queste sensazioni, sarebbe utile esplorare più a fondo i ricordi legati a quel luogo, le emozioni associate e ciò che rappresenta oggi per lei.

    Se queste sensazioni dovessero intensificarsi, creare disagio o se desidera comprenderle più a fondo, è consigliabile approfondire con uno specialista.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Sono al primo anno fuori corso di giurisprudenza. Ho sempre fatto tutti gli esami in regola ma da un anno quasi studio con difficoltà e lentezza. Amo la mia facoltà e non vedo l’ora di iniziare a lavorare, ma mi sento bloccata. Come posso risolvere questa situazione?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrivi è una situazione piuttosto comune tra studenti universitari, soprattutto nei momenti in cui il percorso si avvicina alla fine e aumenta la pressione legata al “dover concludere”.

    Il fatto che tu abbia sempre sostenuto gli esami in regola e che tu continui ad amare la tua facoltà è un elemento molto importante: indica che la difficoltà non riguarda la motivazione generale o le capacità, ma probabilmente un blocco più specifico e recente.

    Quando si passa da un andamento fluido a uno caratterizzato da lentezza, fatica nello studio e sensazione di blocco, spesso entrano in gioco alcuni fattori psicologici possibili, tra cui:

    ansia da prestazione o da conclusione del percorso
    sovraccarico mentale e stanchezza accumulata
    calo della concentrazione legato allo stress
    paura inconsapevole del “dopo”, cioè del passaggio al mondo del lavoro
    perfezionismo che rallenta l’avvio e il completamento dello studio

    In questi casi, forzarsi a “studiare di più” non sempre funziona, perché il problema non è solo quantitativo ma anche emotivo e cognitivo. Può essere utile invece:

    ridurre l’obiettivo allo “studio sostenibile” (piccoli blocchi, realistici)
    lavorare sulla gestione dell’ansia e del senso di pressione
    recuperare una routine regolare senza aspettare la motivazione
    osservare cosa accade internamente quando ti siedi a studiare (pensieri, emozioni, blocchi)

    Se questa situazione si sta protraendo da un anno, merita attenzione, perché rischia di consolidarsi e aumentare frustrazione e senso di inefficacia, anche se le capacità sono intatte.

    Per questo motivo può essere molto utile approfondire il vissuto personale e le dinamiche emotive che stanno mantenendo questo blocco, attraverso un percorso con uno specialista, così da individuare strategie mirate e adatte alla tua situazione specifica.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, sono una ragazza di meno di trent'anni e sto facendo un percorso di psicoterapia da molti anni ormai.
    Soffro di ansia, DOC e ipocondria.
    Sono in un periodo in cui nonostante conosca i meccanismi che mi portano a sviluppare i sintomi e i pensieri ossessivi mi sento bloccata e spesso sono in balia delle mie paranoie. Mi viene istintivo chiedere rassicurazioni mediche perché ho troppa paura di morire o di poter far male agli altri senza volerlo.
    Queste paranoie mi stanno cambiando la vita e non so come affrontarle. Avete dei consigli da darmi? So che non è facile con un consulto a distanza, ma qualsiasi spunto potrebbe essermi utile.
    Come posso fare per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni mediche? Questa è la cosa che mi sta dando più problemi in assoluto. Spesso penso che delle abitudini normali che ho o cose che ho fatto in passato possano mettere a rischio la mia salute attuale (ad esempio aver usato prodotti chimici anni fa senza protezioni, oppure la muffa in casa), solo che il pensiero non si risolve rassicurandomi con l'assenza di sintomi, ho sempre bisogno di cercare spiegazioni sempre più cavillose per potermi preoccupare di qualcosa che in quel momento fa più presa su di me. Quando analizzo un pensiero ossessivo e mi tranquillizzo questo passa, ma poi me ne viene un altro poco dopo. Non sono mai veramente tranquilla e ho paura che questo possa davvero farmi ammalare.
    Avreste dei consigli da darmi? Io davvero non so più cosa fare. Le persone intorno a me cercano di rassicurarmi ma ovviamente non basta, non basta nemmeno farmi esami e vedere che non ho nulla di evidente perché ho paura di qualcosa di nascosto. Secondo voi ha senso ricercare danni nascosti in assenza di sintomi o è del tutto inutile? Una delle cose che più mi terrorizzano sono i danni silenti a lungo termine.
    Scusate se posso sembrare paranoica ma spero di aver reso l'idea di quale sia la mia situazione psicologica. Aggiungo che non sono in terapia farmacologica.
    Grazie per il vostro tempo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    da ciò che descrive emerge un quadro molto coerente con un funzionamento ansioso di tipo ossessivo, in cui il bisogno di controllo e certezza assoluta sulla salute porta a un circolo vizioso difficile da interrompere.

    Il punto centrale è questo: la richiesta continua di rassicurazioni (mediche, su internet, alle persone vicine) dà un sollievo temporaneo, ma nel medio-lungo termine alimenta il problema. Più cerca conferme, più il suo cervello “impara” che quel dubbio è pericoloso e va controllato ancora. È proprio questo meccanismo che mantiene attivi ansia, DOC e ipocondria.

    Rispondo alla sua domanda in modo diretto:
    ricercare “danni nascosti” in assenza di sintomi è, nella maggior parte dei casi, inutile dal punto di vista medico, ma soprattutto dannoso dal punto di vista psicologico, perché rinforza l’idea che debba sempre esserci qualcosa da scoprire o prevenire. Il problema non è il rischio reale, ma l’intolleranza all’incertezza.

    Alcuni spunti pratici che possono aiutarla:

    Riconoscere il meccanismo: il pensiero (“potrei avere un danno”) non è il problema in sé; il problema è cosa fa dopo (ricerche, controlli, rassicurazioni).
    Ridurre gradualmente le rassicurazioni: non eliminarle di colpo, ma iniziare a rimandarle (es. “aspetto 30 minuti prima di cercare o chiedere”). Questo allena la mente a tollerare il dubbio.
    Accettare una quota di incertezza: nessuno può avere certezza assoluta sulla propria salute. L’obiettivo non è eliminare il dubbio, ma imparare a conviverci senza reagire compulsivamente.
    Non “risolvere” ogni pensiero: il tentativo di analizzare e chiudere ogni dubbio è ciò che ne genera subito un altro. A volte è più utile lasciarlo in sospeso.
    Lavorare sul corpo: tecniche di respirazione, grounding o mindfulness possono aiutare a ridurre l’attivazione fisica che alimenta i pensieri.
    Evitare l’iper-monitoraggio: controllare continuamente segnali corporei o ricordi passati mantiene l’attenzione focalizzata sul pericolo.

    Il fatto che lei sia già in psicoterapia è un elemento molto importante e positivo. Tuttavia, da quello che racconta, potrebbe essere utile lavorare in modo più mirato su queste dinamiche, ad esempio con tecniche specifiche per il DOC e l’ansia da salute (come l’esposizione con prevenzione della risposta, tipica dell’approccio cognitivo-comportamentale).

    Capisco quanto sia faticoso vivere con questa sensazione costante di allarme: non è una questione di “essere paranoica”, ma di un sistema di pensiero che si è strutturato nel tempo e che può essere modificato con un lavoro mirato.

    Le consiglio quindi di approfondire questi aspetti con uno specialista, così da costruire insieme strategie personalizzate ed efficaci per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, grazie in anticipo delle risposte.

    Recentemente ho subito una rottura di 5 anni di relazione con la mia compagna (ha voluto interrompere lei), che a parte i soliti sintomi post-rottura moltiplicati esponenzialmente, mi sta portando ad una fase di analisi della mia vita. In questi recenti mesi infatti ho avuto:

    - Dipendenza emotiva totale dalla relazione
    - picchi di ansia /depressione /apatia dovuta a insoddisfazione cronica
    - pensieri ricorrenti di suicidio
    - annullamento del desiderio sessuale
    - confusione continua su direzione di vita e lavoro
    - autostima pessima

    Vorrei capire visto l'insieme qual'è la terapia che consigliate migliore per la mia situazione e chi può svolgerla (psicologo, psicoterapeuta, psichiatra, ecc.),
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve, grazie a lei per aver condiviso una situazione così delicata.

    Quello che descrive è un insieme di vissuti molto intensi che spesso possono emergere dopo una rottura significativa, soprattutto quando la relazione ha rappresentato un punto centrale nella propria vita. Tuttavia, alcuni elementi che riporta — come la dipendenza emotiva, i picchi di ansia e depressione, l’apatia, il calo dell’autostima e soprattutto i pensieri ricorrenti di suicidio — indicano una sofferenza importante che merita attenzione e supporto adeguato.

    Provo a rispondere in modo chiaro ai suoi dubbi:

    1. Che tipo di percorso è indicato?
    Un percorso di psicoterapia è sicuramente la scelta più indicata. In particolare, approcci come la psicoterapia cognitivo-comportamentale possono aiutare a:

    comprendere e modificare i pensieri negativi ricorrenti
    lavorare sulla dipendenza affettiva
    ricostruire l’autostima
    gestire ansia e umore depresso
    ritrovare una direzione personale e lavorativa

    Anche approcci integrati (che includano, ad esempio, tecniche di mindfulness o lavoro sulle emozioni) possono essere molto utili.

    2. Psicologo, psicoterapeuta o psichiatra?

    Psicologo: può offrire supporto e consulenza, ma per un lavoro più profondo e continuativo è preferibile una psicoterapia.
    Psicoterapeuta: è lo specialista più indicato per affrontare in modo strutturato le difficoltà che descrive.
    Psichiatra: diventa importante quando i sintomi sono molto intensi o persistenti, soprattutto in presenza di pensieri suicidari, perché può valutare anche un eventuale supporto farmacologico.

    Nel suo caso, potrebbe essere utile affiancare psicoterapia e una valutazione psichiatrica, almeno iniziale, per avere un inquadramento completo.

    3. Un aspetto importante
    I pensieri ricorrenti di suicidio non vanno sottovalutati, anche se non accompagnati da intenzioni immediate. Sono un segnale di forte sofferenza e meritano uno spazio di ascolto e intervento tempestivo.

    In sintesi, la strada più indicata è intraprendere un percorso con uno psicoterapeuta e valutare, se necessario, anche un supporto psichiatrico. Affrontare questo momento con un aiuto professionale può aiutarla non solo a superare la rottura, ma anche a comprendere meglio sé stesso e costruire un equilibrio più solido per il futuro.

    Resto a disposizione e le consiglio di approfondire quanto prima con uno specialista.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno,

    ho 38 anni, donna, e sette mesi fa mi è stata diagnosticata positività a hpv18. Ho avviato tutto l'iter di vaccini, colposcopie, pap test, fermenti e chi più ne ha. Il problema adesso resta relazionale. Ho 38 anni e sono single. Mi chiedevo come si comunica una cosa del genere (perché si deve comunicare e siamo d'accordo su questo) a un'eventuale conoscenza, sapendo che al 99 percento quella persona si rifiuterà di avere una qualsivoglia relazione sessuale e quindi relazionale, dal momento che l'hpv si trasmette anche con preservativo? Devo smettere di conoscere gente finché non mi negativizzo? La gente oggi come oggi, durante gli incontri sparisce per molto molto meno. Grazie a chiunque mi risponderà

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che sta vivendo è molto comprensibile: la diagnosi di HPV, soprattutto in una fase di vita in cui si desidera costruire o ri-costruire relazioni, può avere un impatto non solo medico ma anche emotivo e relazionale.

    Parto da un punto importante: non è necessario “smettere di conoscere persone”. L’HPV è un virus estremamente diffuso — la maggior parte delle persone sessualmente attive entra in contatto con almeno un ceppo nel corso della vita — e nella grande maggioranza dei casi viene gestito e monitorato senza impedire una vita affettiva.

    Come comunicare la positività

    La comunicazione è certamente delicata, ma non deve diventare un ostacolo insormontabile. Alcuni aspetti possono aiutarla:

    Tempistica: non è necessario dirlo al primo incontro. È più opportuno farlo quando si intravede un possibile coinvolgimento intimo.
    Tono: parlare in modo informato e tranquillo aiuta anche l’altro a non reagire con paura. Può spiegare che è seguita, che sta facendo controlli regolari e che esistono modalità di prevenzione e monitoraggio.
    Contenuto: è corretto informare, ma senza sentirsi “definita” da questa condizione. Lei è molto di più di una diagnosi.
    La paura del rifiuto

    È comprensibile pensare che “al 99% l’altro rifiuterà”, ma questo è spesso un pensiero anticipatorio, più legato alla paura che alla realtà. Le reazioni possono essere diverse:

    alcune persone potrebbero effettivamente spaventarsi,
    altre potrebbero informarsi meglio,
    altre ancora potrebbero accogliere la situazione con maturità.

    In una relazione sana, la comunicazione e la gestione condivisa dei rischi fanno parte dell’intimità stessa.

    HPV e relazioni

    È vero che il preservativo non azzera completamente il rischio, ma lo riduce significativamente, e la presenza di follow-up medico regolare è un elemento molto importante. Inoltre, il percorso vaccinale che ha intrapreso è un ulteriore fattore protettivo.

    Un aspetto psicologico centrale

    Il rischio più grande, in questi casi, non è tanto il virus in sé quanto l’effetto che può avere sull’autostima e sull’apertura verso gli altri. Evitare le relazioni per paura del rifiuto potrebbe, nel tempo, aumentare il senso di isolamento e di sfiducia.

    L’obiettivo non è trovare qualcuno che “accetti un problema”, ma qualcuno con cui costruire una relazione basata su informazione, rispetto e reciprocità.

    In sintesi: non deve sospendere la sua vita relazionale, ma può imparare a gestire tempi e modalità della comunicazione in modo più sereno e consapevole, lavorando anche sulle paure legate al rifiuto.

    Se sente che questa situazione sta incidendo molto sul suo modo di vivere le relazioni o sull’immagine di sé, può essere davvero utile approfondire con uno specialista, per avere uno spazio in cui elaborare questi vissuti e trovare strategie comunicative più sicure.

    Un caro saluto

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera, sono un uomo di 42 anni, sono 3/4 mesi che soffro dì ansia da prestazione sessuale, io e mia moglie stiamo insieme da più di vent'anni, una situazione del genere è la prima volta che la vivo, per fortuna riusciamo ad avere rapporti, ma ci sono delle volte dove prima che raggiungo un erezione ci metto un po' e in un paio di occasioni ho raggiunto l'orgasmo nei preliminari prima di raggiungere l'erezione completa. Non penso di avere problemi fisiologici visto che durante la masturbazione non ho alcun problema di erezione e durante la notte e la mattina ho sempre erezioni spontanee. Mi rendo conto che prima di un rapporto penso sempre all'erezione, penso che questa cosa mi stia condizionando a livello psicologico, premetto che prima di arrivare a questa situazione ho avuto un po' di problemi di cervicale che mi hanno causato dei leggeri sbandamenti e di conseguenza un po' di ansia generalizzata che per fortuna sto risolvendo appena ho ripreso ad allenarmi e facendo anche un po' di respirazione diaframmatica. Grazie per l'attenzione, cordiali saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    da ciò che descrive emerge un quadro piuttosto chiaro e, direi, anche abbastanza comune.

    Il fatto che lei mantenga erezioni spontanee notturne e mattutine e non abbia difficoltà durante la masturbazione è un indicatore importante: suggerisce che il funzionamento fisiologico è integro. Questo orienta verso una componente principalmente psicologica, in particolare legata all’ansia da prestazione.

    Spesso queste situazioni iniziano in modo “silenzioso”: può bastare un periodo di stress (come quello che ha vissuto con i problemi cervicali e gli episodi di sbandamento) per aumentare il livello generale di attivazione ansiosa. Anche se il problema fisico si risolve, il corpo e la mente possono rimanere in uno stato di allerta. Nel contesto sessuale, questo si traduce in un’eccessiva attenzione alla prestazione.

    Quando durante il rapporto il focus si sposta su pensieri come “riuscirò ad avere un’erezione?” o “e se non funziona?”, si attiva un meccanismo controproducente: l’ansia interferisce con i processi fisiologici dell’eccitazione. È una sorta di “circolo vizioso”: più si controlla, più diventa difficile lasciarsi andare, e più si alimenta la preoccupazione per le volte successive.

    Anche gli episodi che descrive (difficoltà iniziale nell’erezione o orgasmo durante i preliminari) sono coerenti con questo quadro: non indicano un problema strutturale, ma piuttosto una difficoltà nel modulare eccitazione e tensione emotiva.

    Un aspetto positivo è che avete comunque una vita sessuale attiva e una relazione stabile: questo è un fattore protettivo molto importante. Inoltre, il fatto che lei abbia già iniziato a lavorare su di sé (attività fisica e respirazione) è un ottimo segnale.

    Alcuni spunti utili possono essere:

    ridurre il focus sulla prestazione e riportarlo sulle sensazioni e sul piacere condiviso
    evitare di “monitorare” continuamente l’erezione
    vivere i momenti intimi in modo più graduale, senza obiettivi rigidi (come il rapporto completo)
    mantenere una comunicazione aperta con sua moglie

    Detto questo, quando il pensiero anticipatorio diventa persistente, come nel suo caso, è molto utile intervenire in modo mirato. Un percorso psicologico (anche breve) può aiutarla a interrompere il circolo dell’ansia e a recuperare una maggiore spontaneità nella sfera sessuale.

    Le consiglierei quindi di approfondire la situazione con uno specialista, così da affrontare il problema in modo specifico ed efficace.

    Un caro saluto

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera, dopo quanto si può fare diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo? Posso fidarmi di una specialista che dopo solo una seduta ha già diagnosticato e detto apertamente che soffro di DOC?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,

    la diagnosi di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) non si basa su un “numero fisso” di sedute, ma su una valutazione clinica complessiva che tiene conto della storia del paziente, della tipologia dei sintomi, della loro durata, dell’impatto sulla vita quotidiana e della presenza dei criteri diagnostici previsti dai manuali di riferimento (DSM-5).

    In alcuni casi, già durante il primo colloquio uno specialista può formulare un’ipotesi diagnostica abbastanza chiara, soprattutto se i sintomi sono molto evidenti e tipici. Tuttavia, più frequentemente la diagnosi viene consolidata nel corso di più incontri, proprio per raccogliere informazioni sufficienti ed escludere altre condizioni che possono presentare sintomi simili (ad esempio disturbi d’ansia, pensieri intrusivi non patologici o tratti ossessivi di personalità).

    Per questo motivo, una diagnosi espressa dopo una sola seduta può essere considerata una prima ipotesi clinica, ma è sempre opportuno che venga accompagnata o seguita da una valutazione più approfondita, eventualmente anche tramite strumenti specifici e colloqui successivi.

    Se hai dei dubbi su quanto ti è stato comunicato, può essere utile:

    chiedere alla specialista su quali elementi clinici si basa la diagnosi;
    comprendere se si tratta di una diagnosi definitiva o di un’ipotesi iniziale;
    eventualmente richiedere un secondo parere.

    In generale, il criterio più importante è che tu possa sentirti ascoltato/a, informato/a e seguito/a in modo chiaro e strutturato nel percorso diagnostico e terapeutico.

    È comunque consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, per avere un inquadramento clinico completo e accurato.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Domande su consulenza psicologica

    Salve,
    scrivo per chiedere un consiglio su una situazione che sto vivendo da circa due settimane.

    Sono stata per sei anni in una relazione importante: convivevamo, avevamo progetti comuni e anche un cane. Tuttavia, nel tempo ci sono stati molti litigi. Ho scoperto che durante la relazione lui utilizzava Tinder quando era in trasferta e usciva con altre donne. Inoltre, ho scoperto che si era risentito con la sua ex e aveva persino progettato di tornare con lei, facendole credere che tra noi fosse finita, cosa non vera. Successivamente ha interrotto anche quella relazione, dicendo di amarmi.
    Dopo anni segnati da tradimenti e conflitti, a gennaio ha deciso di lasciarmi, sostenendo di non riuscire più a sostenere le continue discussioni. Questo è avvenuto poco dopo aver acquistato una casa, anche in prospettiva di costruire una famiglia insieme.
    Nei tre mesi successivi ho cercato in tutti i modi di recuperare il rapporto, ma lui è sempre stato fermo nella sua decisione. Poi, improvvisamente, è tornato da me chiedendomi di ricominciare. Ho accettato, ma con molta esitazione, soprattutto per il cambiamento improvviso e apparentemente immotivato.
    Da due settimane si comporta come una persona estremamente innamorata e presente. Tuttavia, non riesco a comprendere questa trasformazione così repentina. Gli ho chiesto sincerità e trasparenza, e mi ha promesso che non mi mentirà più. Nonostante ciò, continuo a provare un forte senso di dubbio e la sensazione che ci sia qualcosa di poco chiaro.
    Non so se i miei dubbi siano autosabotaggio o un segnale sano di protezione.
    Mi chiedo se dovrei lavorare sulla fiducia oppure ascoltare questo disagio come un campanello d’allarme, considerando ciò che è successo tra noi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrivi è una situazione emotivamente molto complessa, in cui convivono elementi di forte investimento affettivo, rotture di fiducia e cambiamenti improvvisi nel comportamento del partner.

    Dopo una relazione lunga, caratterizzata da tradimenti, ambivalenze e separazioni seguite da ritorni, è del tutto comprensibile che oggi tu viva uno stato di allerta interna. Il tuo dubbio non è necessariamente “autosabotaggio”: spesso è la mente che cerca di proteggersi quando in passato ha già sperimentato incoerenza e instabilità emotiva nella relazione.

    In situazioni come questa, la difficoltà principale non è solo capire cosa stia facendo l’altro oggi, ma elaborare la discontinuità tra ciò che è stato (tradimenti, promesse non mantenute, separazione improvvisa dopo progetti importanti) e ciò che sta accadendo adesso (riavvicinamento intenso e molto affettivo in tempi brevi). Questo tipo di oscillazione può generare un forte senso di disorientamento e rendere difficile fidarsi delle nuove intenzioni, anche quando appaiono sincere.

    Il punto centrale non è scegliere “a occhi chiusi” se fidarti o meno, ma osservare alcuni aspetti fondamentali nel tempo:

    coerenza tra parole e comportamenti nel lungo periodo
    assunzione di responsabilità reale rispetto a ciò che è accaduto
    disponibilità a tollerare anche i tuoi dubbi senza svalutarli
    cambiamenti concreti e stabili, non solo emotività intensa del momento

    La fiducia, infatti, non si ricostruisce attraverso promesse o intensità affettiva, ma attraverso continuità e affidabilità nel tempo.

    Il tuo disagio, quindi, non va né ignorato né interpretato automaticamente come paura irrazionale: può essere un segnale di protezione costruito sulla base della tua esperienza. Allo stesso tempo, per non restare bloccata nel dubbio, è importante evitare di decidere solo sull’onda dell’ansia o della speranza.

    In queste situazioni può essere molto utile uno spazio di confronto psicologico, per distinguere meglio tra paura legata alle ferite passate e valutazione realistica della situazione attuale, e per comprendere cosa sia davvero funzionale al tuo benessere emotivo.

    È consigliabile approfondire il vissuto con uno specialista.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    io ed il mio ragazzo abbiamo avuto un rapporto sessuale ma il preservativo si è rotto, accorgendocene subitissimo. Lui non aveva ancora raggiunto l’eiaculazione. Il rischio di gravidanza c’è comunque?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Sì, un rischio di gravidanza, anche se basso, esiste comunque.

    Questo perché, prima dell’eiaculazione, può essere presente il cosiddetto liquido pre-eiaculatorio, che in alcuni casi può contenere una piccola quantità di spermatozoi. Se il preservativo si è rotto durante il rapporto, anche senza eiaculazione completa, c’è quindi una possibilità – seppur ridotta – che si verifichi una gravidanza.

    Il livello di rischio dipende anche da altri fattori, in particolare:

    il momento del ciclo mestruale (se eri nei giorni fertili il rischio aumenta),
    quanto tempo è trascorso dall’inizio del rapporto,
    eventuali precedenti eiaculazioni non seguite da minzione (che possono aumentare la presenza di spermatozoi nel liquido pre-eiaculatorio).

    In questi casi può essere utile valutare una contraccezione d’emergenza (la cosiddetta “pillola del giorno dopo”), che è più efficace quanto prima viene assunta.

    Per avere una valutazione più precisa della situazione specifica e ricevere indicazioni adeguate, è consigliabile approfondire con uno specialista.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Domande su Incontinenza urinaria

    cosa significa sognare ad essere a praticare una chiesa ad un tratto scappa la pipi e andare fuori a farla in un luogo con delle bariere bianche e dei bambini ti chiedono delle foto davanti una statua. è un sogno positivo o negativo cosa posso fare

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Sognare di trovarsi in una chiesa rimanda spesso a temi legati ai valori, alla moralità, alla ricerca di senso o a un bisogno di riflessione interiore. È un luogo simbolico che può rappresentare una parte di sé più profonda, legata alle regole, alla spiritualità o al giudizio.

    Il fatto che, a un certo punto, compaia un bisogno fisiologico come quello di urinare può indicare la necessità di “lasciar andare” qualcosa: emozioni trattenute, tensioni, pensieri o situazioni che nella vita quotidiana si stanno accumulando e che cercano una via di espressione. Uscire dalla chiesa per farlo suggerisce forse un conflitto tra ciò che si “dovrebbe” fare (restare, controllarsi, mantenere un certo comportamento) e ciò di cui si ha realmente bisogno.

    Le barriere bianche possono rappresentare limiti o confini, ma il colore bianco richiama anche purezza, chiarezza, oppure un tentativo di mettere ordine. I bambini, invece, sono spesso simbolo di spontaneità, autenticità e parti più semplici e genuine di sé. Il fatto che chiedano delle foto davanti a una statua può indicare un desiderio di riconoscimento, di essere visti, oppure il bisogno di “fermare” un’immagine di sé, forse legata a ideali o aspettative.

    Nel complesso, non è un sogno né “positivo” né “negativo” in senso assoluto: è piuttosto un sogno che parla di un equilibrio da trovare tra controllo e bisogno di espressione, tra regole interiori e autenticità.

    Quello che può essere utile fare è chiedersi: in questo periodo sto trattenendo qualcosa? Mi sento limitato o giudicato? Ho bisogno di esprimermi più liberamente o di essere riconosciuto?

    Per comprendere davvero il significato personale di questo sogno, però, è importante considerare la tua storia, le emozioni provate durante il sogno e il contesto della tua vita attuale. Per questo motivo, è consigliabile approfondire con uno specialista.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, ho un grosso problema di coppia, da autoerotismo per uso continuo di video porno, non riesco ad avere un erezione prolungata per avere un rapporto con la mia compagna, la relazione si è rovinata perché lei non ha più fiducia e mi dice che l'ho tradita da nove anni per causa di questi video. Sono andato sia da un andrologo che da uno psicologo, ho fatto diverse analisi e visite intime, anche per la prostata e và tutto bene, lo psicologo mi ha detto che è lei che è molto problematica, ma il problema è mio che non riesco ad avere un rapporto sessuale soddisfacente, ho preso da alcuni anni la "pillola" ma a lei non piace perché mi dice che sono come un robot e non partecipo al livello emotivo ma meccanico e poi non finisco mai. Io le voglio bene e la amo, ma litighiamo sempre per questi motivi, lei si sente frustrata, tradita, sola etc... Ho smesso per un mese a non vedere più porno, ma è come se mi è passato il desiderio in generale, allora penso che devo riprendere la masturbazione per il mio benessere fisico, ma lei? La nostra storia sta finendo e non so che fare... Ogni volta che mi apparato con lei, provo senso di colpa per averle mentito, penso se non riesco, penso che mi colpevolizza con brutte parole, allora parto bene ma non riesco a continuare che l'erezione si perde anche con la pillola. Ho 58 anni e stiamo assieme da nove anni...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive è un problema più comune di quanto si pensi, ma anche complesso perché coinvolge sia aspetti fisici sia, soprattutto, psicologici e relazionali.

    Dal momento che le valutazioni mediche (andrologo, esami, prostata) risultano nella norma, è molto probabile che la difficoltà erettiva che sperimenta sia legata a fattori psicologici. In particolare, nel suo racconto emergono alcuni elementi importanti:

    Uso prolungato di pornografia e autoerotismo: un consumo frequente può influenzare la risposta sessuale reale, rendendo più difficile eccitarsi in una relazione, soprattutto se nel tempo si è creata un’abitudine molto specifica agli stimoli.
    Ansia da prestazione: il pensiero “e se non riesco?” e la paura del giudizio o delle reazioni della partner possono interferire direttamente con l’erezione.
    Senso di colpa e vissuto di “tradimento”: il peso emotivo che porta dentro di sé, insieme alle accuse della sua compagna, crea un blocco che non è solo sessuale ma anche emotivo.
    Dinamica di coppia conflittuale: litigi, sfiducia e frustrazione reciproca rendono difficile vivere la sessualità in modo spontaneo e sereno.
    Perdita del desiderio quando interrompe la pornografia: questo può indicare una difficoltà a riattivare un desiderio più “relazionale” e meno legato all’abitudine individuale.

    La “pillola” (farmaci per l’erezione) può aiutare sul piano fisico, ma non risolve questi aspetti emotivi e relazionali, motivo per cui lei stesso percepisce una sessualità “meccanica”.

    È importante chiarire anche un punto: non è utile cercare “di chi è la colpa” (sua o della partner). In questi casi si crea spesso un circolo vizioso in cui:

    lei si sente sotto pressione → perde l’erezione
    la partner si sente rifiutata → aumenta la tensione e le accuse
    lei si sente ancora più in colpa → aumenta il blocco

    Alcuni passi che possono essere utili:

    Ridurre gradualmente l’uso della pornografia, senza viverlo come “tutto o niente”, ma lavorando su una rieducazione del desiderio.
    Spostare l’attenzione dal “dover avere un rapporto completo” al recupero di una intimità senza obiettivo di prestazione.
    Lavorare sul senso di colpa e sull’ansia da prestazione.
    Coinvolgere, se possibile, anche la partner in un percorso, perché il problema ormai è diventato di coppia, non solo individuale.

    Detto questo, la situazione che descrive è delicata e stratificata: affrontarla da soli è molto difficile. È quindi fortemente consigliabile intraprendere un percorso con uno specialista, preferibilmente uno psicoterapeuta con competenze in sessuologia, eventualmente anche in terapia di coppia, per lavorare sia sulla dimensione sessuale sia su quella relazionale.

    Un saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Gentile Terapeuta,

    Ho 67 anni e sono un uomo laureato, separato con una figlia, pensionato.
    Sono stato diagnosticato con ipotiroidismo, ipertensione e leucemia linfatica cronica.
    Inoltre, sono stato diagnosticato con AuDHD (ADHD e Autismo di livello 1), nonché con un Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso (C-PTSD).

    La mia infanzia è stata segnata da un ambiente difficile, con un padre con schizofrenia residuale e una madre con narcisismo patologico. Questo ha portato a un trauma indotto che ha avuto conseguenze profonde sulla mia vita.
    Il meccanismo del trauma ha coinvolto il rifiuto e l'anaffettività da parte dei genitori, aggressioni fisiche e psicologiche, violenze fisiche e verbali, isolamento autoindotto come difesa e isolamento subito come punizione, svalutazione subita.

    Le conseguenze del trauma sono state numerose, tra cui un bisogno impulsivo di valutazione e accettazione esterna, disforia sensibile al rifiuto, costante sensazione di pericolo, stato persistente di iperallerta, stress elevato, disgrafia reattiva, isolamento sociale e difficoltà a gestire ed esprimere le emozioni.

    Ho studiato a fondo il mio caso e le mie conclusioni nascono da diagnosi specialistiche oltre che da un'analisi logica dei fatti.
    Non cerco un terapeuta che metta in dubbio la mia diagnosi, ma qualcuno che parta da queste basi per aiutarmi a gestire il corpo e le emozioni. Io porto la conoscenza di me, il terapeuta porta gli strumenti tecnici per la regolazione del mio sistema nervoso.

    Ho già affrontato anni di terapia della parola che hanno portato solo a re-traumatizzazione e svalutazione intellettuale.
    Non voglio raccontare storie o ricevere consigli morali, ma vorrei lavorare sulla neurobiologia del trauma.
    Cerco un lavoro puramente bottom-up basato sulla titolazione delle sensazioni fisiche.

    Mi chiedo se Lei sia in grado di guidarmi in una sessione di desensibilizzazione somatica senza che io debba esporre la narrazione dei miei traumi e riaprire ancora una volta il Vaso di Pandora.
    La mia anamnesi è contenuta nelle diagnosi ricevute (ADHD, PTSD).
    Per ogni dettaglio tecnico ulteriore, posso fornire documentazione clinica, ma non intendo procedere con un resoconto verbale degli eventi traumatici, poiché il mio sistema nervoso reagisce con re-traumatizzazione e shutdown.

    Spero di trovare un terapeuta che possa aiutarmi a lavorare sulla mia neurobiologia del trauma e a gestire il mio sistema nervoso in modo più efficace.

    Grazie.
    Cordiali saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile Signore,

    la sua richiesta è molto chiara e, soprattutto, estremamente consapevole. Si percepisce un grande lavoro di comprensione personale, oltre a una conoscenza approfondita delle proprie dinamiche interne e delle diagnosi ricevute.

    Quello che descrive – in particolare la difficoltà con approcci esclusivamente “top-down” (basati sulla narrazione e sull’elaborazione cognitiva) e la necessità di un lavoro “bottom-up” – è coerente con ciò che oggi sappiamo sulla neurobiologia del trauma, soprattutto nei quadri di trauma complesso (C-PTSD). In molti casi, quando il sistema nervoso è fortemente sensibilizzato, il racconto dettagliato degli eventi traumatici può effettivamente risultare disregolante o riattivante, come lei ha già sperimentato.

    Esistono approcci terapeutici che vanno nella direzione che lei sta cercando, ovvero interventi centrati sulla regolazione del sistema nervoso e sulle sensazioni corporee, come ad esempio:

    tecniche di stabilizzazione e regolazione (grounding, orienting, lavoro sul respiro)
    approcci somatici (come Somatic Experiencing o interventi sensomotori)
    EMDR, che, se ben condotto, può essere utilizzato anche con una minima esposizione narrativa, lavorando maggiormente sulle componenti sensoriali ed emotive
    pratiche di mindfulness orientate al corpo, adattate ai traumi complessi

    È importante però chiarire un punto: anche nei modelli più “bottom-up”, una minima cornice relazionale e una condivisione, seppur contenuta e rispettosa dei suoi limiti, è quasi sempre necessaria. Non si tratta di “raccontare il trauma” nei dettagli, ma di costruire un contesto sufficientemente sicuro in cui il lavoro corporeo possa avvenire senza rischio di sopraffazione. Un terapeuta formato in ambito trauma-informed dovrebbe essere in grado di rispettare pienamente il suo bisogno di non riattivazione e procedere con estrema gradualità (titolazione), come lei giustamente richiede.

    Rispondendo alla sua domanda: sì, è possibile lavorare sulla desensibilizzazione e sulla regolazione del sistema nervoso senza entrare in una narrazione dettagliata e ri-traumatizzante, ma questo richiede:

    una formazione specifica del terapeuta sul trauma complesso
    un approccio flessibile e personalizzato
    una forte attenzione alla stabilizzazione prima di qualsiasi attivazione

    Considerata anche la presenza di condizioni mediche e neurodivergenze (AuDHD), è fondamentale che il lavoro sia ancora più calibrato e rispettoso dei suoi tempi e delle sue soglie di tolleranza.

    Il fatto che lei cerchi un terapeuta che “porti strumenti” mentre lei porta la conoscenza di sé è una base molto sana per un’alleanza terapeutica efficace. Allo stesso tempo, le suggerisco di mantenere una certa apertura alla co-costruzione del percorso, perché ogni intervento, anche tecnico, funziona al meglio all’interno di una relazione terapeutica sufficientemente sicura.

    Ritengo quindi che il tipo di lavoro che desidera sia assolutamente legittimo e clinicamente fondato, ma è importante affidarsi a un professionista con esperienza specifica nel trattamento del trauma complesso e negli approcci somatici.

    Le consiglio di approfondire la sua situazione con uno specialista esperto in psicotraumatologia, così da valutare insieme un percorso realmente adatto alle sue esigenze.

    Un cordiale saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno,
    devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.

    Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.

    Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.

    Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.

    Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
    Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.

    Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.

    Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.

    Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno, la sua confusione è molto comprensibile: il panorama della psicoterapia, visto da fuori, può sembrare frammentato e poco chiaro, soprattutto quando si incontrano molte “scuole” e linguaggi diversi.

    Provo a darle alcuni punti fermi utili per orientarsi.

    1. Psicologo e psicoterapeuta non sono la stessa cosa

    Lo psicologo è laureato in psicologia ed è abilitato alla professione.
    Lo psicoterapeuta è uno psicologo (o medico) che ha completato una specializzazione quadriennale riconosciuta e può fare psicoterapia.
    Per una terapia di coppia è opportuno rivolgersi a uno psicoterapeuta, preferibilmente con esperienza specifica nelle relazioni di coppia.

    2. Le “scuole” non sono religioni né sistemi in competizione assoluta
    Quando legge “credo in un approccio…”, non si tratta di fede, ma di formazione teorico-clinica: ogni terapeuta viene formato dentro un modello che guida il modo di leggere i problemi e intervenire.

    Tra i principali approcci per la terapia di coppia troviamo:

    Sistemico-relazionale: guarda la coppia come un sistema di interazioni, molto usato nella terapia di coppia.
    Cognitivo-comportamentale (CBT): lavora su pensieri, comunicazione e comportamenti, con tecniche strutturate.
    EFT (Emotionally Focused Therapy): molto utilizzata nella terapia di coppia, focalizzata sul legame emotivo e sull’attaccamento.

    Detto questo, oggi molti terapeuti sono anche integrati, cioè utilizzano strumenti di più approcci.

    3. L’efficacia non dipende solo dall’approccio
    La ricerca scientifica mostra che, al di là della scuola teorica:

    il fattore più importante è la qualità della relazione terapeutica
    poi vengono la competenza del terapeuta e la sua esperienza sul problema specifico

    Questo non significa che “tutto è uguale”, ma che non esiste una scuola unica sempre migliore in assoluto.

    4. La scelta non dovrebbe essere casuale, ma nemmeno perfettamente “razionale”
    Capisco il timore di “dover provare finché non si trova quello giusto”. In realtà si può ridurre molto l’incertezza valutando:

    formazione specifica in terapia di coppia
    esperienza su problemi simili al vostro (crisi, comunicazione, tradimento, ecc.)
    chiarezza nel modo di lavorare (metodo, obiettivi, durata indicativa)
    sensazione di fiducia già dai primi colloqui

    Spesso sono sufficienti 2-3 incontri iniziali per capire se c’è una buona alleanza terapeutica, senza “saltare” continuamente da uno all’altro.

    5. Il rischio del “dire ciò che si vuole sentire”
    È una preoccupazione legittima, ma un buon terapeuta di coppia non si limita a dare ragione a uno dei due: lavora proprio per:

    rendere visibili i meccanismi della relazione
    evitare alleanze sbilanciate
    aiutare entrambi a sentirsi ascoltati e responsabili del cambiamento

    6. Età, stile e presentazione del terapeuta
    Elementi come età o stile personale non sono indicatori decisivi di efficacia. Possono influire sulla sensazione di “affinità”, ma non sostituiscono formazione ed esperienza.

    In sintesi, più che trovare “la scuola giusta”, è utile cercare:

    uno psicoterapeuta abilitato
    con esperienza in terapia di coppia
    con un approccio chiaro e strutturato
    con cui entrambi possiate sentirvi sufficientemente a vostro agio per lavorare insieme

    Vista la complessità della scelta e le giuste perplessità che esprime, è comunque consigliabile approfondire direttamente con uno specialista, anche in un primo colloquio orientativo, per capire quale tipo di percorso possa essere più adatto alla vostra situazione specifica.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno, la relazione con il mio compagno è in difficoltà per via della sua tendenza a rientrare ubriaco.
    Una volta al mese circa capita che dopo essere uscito con gli amici del calcio rientri a casa ubriaco, a me questo turba perchè sono astemia e non mi piace vederlo ubriaco.
    Mi ha promesso che non avrebbe più guidato ubriaco, ma mi chiede di concedergli quest'uscita mensile per divertirsi.
    Considerando che i suoi amici li vede ogni giorno per una birra al circolo, questa sua richiesta è normale o sono io esagerata?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive non riguarda tanto “chi ha ragione”, ma un tema molto importante nelle relazioni: la compatibilità dei valori e dei limiti personali.

    Il fatto che il suo compagno desideri concedersi un’uscita più “libera” una volta al mese può, in sé, rientrare nelle abitudini di alcune persone. Tuttavia, ci sono alcuni aspetti da non sottovalutare:

    Il suo disagio è legittimo: essere turbata nel vedere il partner ubriaco, soprattutto se lei è astemia, non è un’esagerazione. Ognuno ha una propria sensibilità rispetto all’uso di alcol.
    La sicurezza: il fatto che lui abbia guidato dopo aver bevuto è un elemento serio. La promessa di non farlo più è importante, ma va verificata nel tempo con comportamenti coerenti.
    La frequenza e il contesto: se già vede gli amici quotidianamente, è comprensibile che lei si chieda perché sia necessario arrivare all’ubriachezza per “divertirsi”.
    Il significato dell’alcol: a volte l’ubriacarsi può essere solo un’abitudine sociale, altre volte può avere un valore più profondo (evasione, gestione dello stress, bisogno di appartenenza).

    La questione centrale diventa quindi: riuscite a trovare un accordo che rispetti entrambi?
    Una relazione funziona quando i bisogni di entrambi trovano spazio, senza che uno dei due debba “subire” qualcosa che lo fa stare male.

    Potrebbe essere utile parlarne in modo aperto, non tanto sul “vietare o concedere”, ma su:

    cosa rappresenta per lui quella serata,
    cosa prova lei in quelle situazioni,
    quali compromessi concreti possono tutelare entrambi (ad esempio limiti nel bere, modalità di rientro sicure, ecc.).

    Se però questo tema genera tensioni ripetute o fatica a trovare un equilibrio, può essere molto utile approfondire con un professionista, anche come spazio di confronto individuale o di coppia, per comprendere meglio i bisogni reciproci e trovare strategie più efficaci.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Gravidanza voluta, sposati. Da quando ho scoperto la gravidanza oscillo in continuazione fra continuare o meno. adoro la mia vita di ora, non riesco a provare gioia anche xallattamento o bambini piccoli, neanche pensando di annunciare la gravidanza...avevo fissato ivg ma annullata, dopo 1 giorno ci sto ripensando, mio marito propende per continuare ma rispetta la mia scelta, come prendere una decisione definitiva?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrivi è molto più comune di quanto si pensi, anche in gravidanze cercate e all’interno di relazioni stabili. L’idea che una gravidanza debba portare automaticamente gioia, entusiasmo o “istinto materno” è uno stereotipo: nella realtà molte donne vivono ambivalenza, dubbi e oscillazioni anche intense, proprio come stai sperimentando tu.
    Nel tuo racconto emergono alcuni elementi importanti:


    un forte legame e soddisfazione per la tua vita attuale


    una difficoltà a immaginarti nel ruolo materno (soprattutto nella fase iniziale, come allattamento o cura del neonato)


    un’oscillazione continua tra due scelte molto diverse


    il fatto che la decisione finale, giustamente, senti che spetti a te, anche se tuo marito è coinvolto


    Questa alternanza di pensieri (“continuo / non continuo”) può essere molto faticosa perché ti tiene in uno stato di incertezza continua. Spesso non è tanto un segno che “non sai cosa vuoi”, ma che entrambe le opzioni toccano aspetti profondi e importanti della tua identità, dei tuoi valori e del tuo futuro.
    Per provare ad avvicinarti a una decisione più stabile, può essere utile fermarti su alcuni punti:
    1. Dare spazio a entrambe le parti di te
    Una parte sembra legata alla tua vita attuale, alla libertà, all’identità che hai costruito; un’altra, probabilmente, ha desiderato questa gravidanza. Non si tratta di eliminare una delle due, ma di ascoltarle entrambe senza giudizio.
    2. Distinguere emozioni e pressioni
    Chiediti: ciò che sento viene da me o da aspettative esterne (sociali, familiari, di coppia)? Non c’è una scelta “giusta in assoluto”, ma quella più coerente con te in questo momento della tua vita.
    3. Immaginare concretamente i due scenari
    Non in modo ideale o catastrofico, ma realistico:


    Come potrebbe essere la tua vita tra 1 anno se continui la gravidanza?


    Come potrebbe essere tra 1 anno se interrompi?
    Quale scenario senti più “tuo”, anche se non perfetto?


    4. Accettare che non esiste una decisione senza ambivalenza
    Qualunque scelta porterà con sé anche dei dubbi o delle emozioni contrastanti. Cercare la certezza assoluta spesso blocca.
    5. Coinvolgere tuo marito, ma mantenere il tuo centro
    È positivo che lui rispetti la tua scelta. Può essere utile condividere con lui le tue paure, ma senza perdere di vista che il corpo e l’esperienza diretta sono i tuoi.
    In momenti come questo, il rischio è decidere “di pancia” per uscire dall’ansia oppure rimandare finché il tempo decide al posto tuo. Invece, meritati uno spazio protetto in cui poter chiarire davvero cosa senti.
    Per questo motivo, sarebbe molto utile poterne parlare con uno specialista (psicologo o psicoterapeuta), anche in pochi incontri focalizzati, per aiutarti a mettere ordine nei pensieri, riconoscere i tuoi bisogni profondi e arrivare a una decisione più consapevole e stabile.
    Un caro saluto,

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno da 9 mesi vivo lo stato di ansia di mio marito.
    In seguito ad un lutto e altro problemi ha incominciato ad avere forte ansia al mattino che gli provoca mancanza d'aria. E' in cura con xanax gocce al bisogno, non vuole fare un percorso psicologico e 5 mesi di escitalopram non hanno portato beneficio ma lo hanno solo fatto dormire ore ed ore di fila.
    Quindi io mi sono accorta che ogni giorno da mesi vivo la mia giornata in funzione a se lui respira, se sta benino, se sta male quindi se è in down io passo la giornata preoccupata con il magone e lo sconforto. In questi mesi ho perso anche 4 kg pur mangiando. Ho fatto collquio con psicologa ma approccio a lungo termine non va bene per me, non ho bisogno di parlare del passato. Il mio problema è la gestione del presente ed è incentrata sul fatto che non riesco a fregarmene di come lui possa stare e questo mi sta esaurendo. chiedo consigli su terapie veloci tipo tcc tbs. grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive è una situazione molto impegnativa, perché da mesi si trova a vivere in uno stato di allerta costante legato al benessere di suo marito. È comprensibile che questo, nel tempo, abbia iniziato a incidere anche su di lei, sia emotivamente (preoccupazione, sconforto) sia fisicamente (perdita di peso, tensione continua).
    Quello che sta accadendo può essere letto come una forma di “coinvolgimento ansioso”: quando una persona cara sta male, è naturale monitorarla, ma se questo diventa continuo si rischia di entrare in un circolo in cui la sua giornata ruota completamente intorno all’altro, con un progressivo esaurimento delle proprie risorse.
    È importante sottolineare un punto: non si tratta di “fregarsene”, ma di imparare a regolare il livello di coinvolgimento, mantenendo empatia e vicinanza senza però annullarsi. Questo è un obiettivo concreto e lavorabile nel presente, non necessariamente legato a lunghe esplorazioni del passato.
    Approcci come la terapia cognitivo-comportamentale (TCC) sono effettivamente indicati in situazioni come la sua, perché sono focalizzati sul “qui e ora” e forniscono strumenti pratici per:


    riconoscere e interrompere i pensieri ripetitivi (“sta respirando?”, “starà male?”)


    ridurre l’ipercontrollo e l’iper-vigilanza


    gestire l’ansia attraverso tecniche di regolazione (respirazione, grounding, esposizione graduale al “non controllo”)


    ristabilire confini sani tra il suo stato emotivo e quello di suo marito


    Anche protocolli brevi o mirati (ad esempio interventi focalizzati sull’ansia o sullo stress del caregiver) possono essere efficaci in tempi relativamente contenuti, se ben strutturati.
    Un altro aspetto importante è che, anche se suo marito al momento non desidera un percorso psicologico, lei può comunque lavorare su di sé: migliorare il suo equilibrio le permetterà di stare meglio e, indirettamente, di essere anche più efficace nel supportarlo.
    Infine, consideri che i sintomi che riferisce (perdita di peso, tensione costante, magone quotidiano) indicano che il suo sistema sta già chiedendo aiuto: intervenire ora è importante per evitare un peggioramento.
    Le consiglio quindi di orientarsi verso un percorso breve e focalizzato (come la TCC o interventi integrati basati su mindfulness), con uno specialista che lavori in modo pratico sul presente.
    Resto dell’idea che un approfondimento diretto con un professionista sia il passo più utile per individuare strategie mirate sulla sua situazione specifica.
    Un caro saluto

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve sono una donna biologica che stava intraprendendo un percorso ftm ,sono quasi arrivato a prendere ormoni maschili ma non li ho presi.il mio aspetto e completamente maschile.adbun certo punto non mi riconosco più allo specchio .mi sento come se fossi una donna transgender.mi immagino vol seno e col pene.perche solo testando il mio essere uomo riesco ad essere e a vedermi più femminile.tanto xhe non riesco più a riconoscerminpiu allo specchio perché mi vedo troppo maschile rispetto a quello che sento.in tutto questo ho prrso la mia mascolinità e il mio linguaggio mascile.e normale che immaginandomi con unnpeme mi da sollievo?cosa devobfare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,
    quello che descrive può risultare molto confondente e anche destabilizzante, ma non è raro che, durante un percorso legato all’identità di genere, emergano vissuti complessi, ambivalenti o in evoluzione.
    L’identità di genere non è sempre lineare: per alcune persone è stabile e chiara fin da subito, per altre può attraversare fasi di esplorazione, cambiamento o ridefinizione. Nel suo caso sembra esserci stato un primo movimento verso un’identità maschile (anche sul piano dell’espressione esteriore e del linguaggio), seguito però da una difficoltà a riconoscersi e da un riemergere di elementi femminili, o comunque di un vissuto interno che non coincide più con l’immagine allo specchio.
    Il fatto che lei riferisca di sentirsi “come una donna transgender” o di immaginarsi con caratteristiche corporee miste (seno e pene) può indicare un vissuto identitario non rigidamente collocato in una categoria binaria. Alcune persone, ad esempio, si riconoscono in identità non binarie, fluide o in una combinazione personale di elementi maschili e femminili.
    Rispetto alla sua domanda: sì, può accadere che alcune fantasie corporee (come immaginarsi con un pene) diano sollievo. Questo non va interpretato automaticamente come un’indicazione “definitiva” su chi lei sia, ma piuttosto come un segnale di un bisogno interno, che merita di essere ascoltato e compreso. Il sollievo spesso indica una riduzione momentanea della tensione o del conflitto interno.
    La difficoltà a riconoscersi allo specchio, invece, è un aspetto importante: può essere legata a una forma di dissonanza tra immagine corporea e identità percepita, e merita attenzione, perché può generare disagio significativo.
    Quello che appare centrale, più che “decidere subito cosa fare”, è fermarsi a esplorare con calma e senza pressioni:


    cosa sente davvero come autentico per sé oggi


    quali aspetti del maschile e del femminile le appartengono


    cosa le dà sollievo e cosa invece aumenta il disagio


    quanto le sue scelte sono guidate da un bisogno interno versus aspettative esterne o tentativi di adattamento


    In questo momento non è tanto importante etichettarsi, quanto capirsi.
    Proprio per la complessità e la delicatezza di questi vissuti, è fortemente consigliabile intraprendere (o proseguire) un percorso con uno specialista esperto in identità di genere, che possa aiutarla a dare senso a ciò che sta vivendo, senza giudizio e con gradualità.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Vorrei sapere che tipo di persona è una che scrive: " se vuoi fare... allora salgo"....ovviamente è un ragazzo e si riferisce al sesso...perché uno si dovrebbe porre in questo modo...?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    La frase che riporta (“se vuoi fare… allora salgo”) suggerisce un modo di porsi diretto, condizionato e piuttosto strumentale nella relazione. Non è tanto la singola battuta in sé a definire una persona, quanto il significato relazionale che porta con sé.
    Un’espressione di questo tipo può indicare diverse cose:


    Orientamento al soddisfacimento immediato: la persona sembra interessata principalmente all’aspetto sessuale, senza investire nella conoscenza o nella relazione.


    Comunicazione poco empatica: manca attenzione ai bisogni, ai tempi e al consenso emotivo dell’altro, come se l’incontro fosse ridotto a una “condizione” da accettare o rifiutare.


    Modalità provocatoria o difensiva: in alcuni casi può essere una forma di “test”, per capire fin dove l’altro è disposto a spingersi, oppure un modo per esporsi poco emotivamente evitando coinvolgimenti più profondi.


    Scarsa consapevolezza relazionale: non sempre c’è intenzionalità manipolativa; a volte è semplicemente un modo immaturo o poco riflessivo di entrare in contatto.


    Perché qualcuno si pone così? Le motivazioni possono variare: modelli relazionali appresi, bisogno di conferme, difficoltà a gestire l’intimità emotiva, oppure un’idea della sessualità vissuta come prestazione o scambio.
    Al di là dell’etichetta sulla persona, è importante chiedersi che effetto fa a lei ricevere un messaggio del genere: può risultare svalutante, pressante o poco rispettoso. Questo è un indicatore utile per orientarsi su cosa è accettabile o meno in una relazione.
    Se questo tipo di dinamiche suscita dubbi, disagio o si ripete in diverse esperienze, può essere utile approfondire con uno specialista per comprendere meglio i propri vissuti e i propri confini relazionali.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


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