Domande del paziente (22)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
capisco quanto possa essere faticoso convivere con questi sintomi, soprattutto quando si ripresentano nel tempo e in diversi contesti.
I disturbi che descrive – palpitazioni, fastidio al petto,...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
Quello che sta vivendo è comprensibile e, in un certo senso, anche molto umano. Quando un percorso di psicoterapia inizia a dare qualche beneficio, anche piccolo, interromperlo non è mai una scelta...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
quello che descrive è molto comprensibile, soprattutto alla luce della sua storia. Aver già attraversato un tumore può rendere qualsiasi nuovo segnale del corpo molto più “carico” emotivamente...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Caterina,
quello che racconta è molto ricco di dettagli e riflette una lunga osservazione su sua figlia, sin dall’infanzia fino all’età adulta. È evidente quanto lei tenga al benessere di sua figlia...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
Quello che sta vivendo è qualcosa di profondamente intenso e difficile da sostenere, e il modo in cui lo descrive fa sentire tutta la fatica che porta dentro. Due perdite così grandi, a distanza...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
quello che porta è un’esperienza emotivamente intensa, fatta di apertura, investimento e desiderio di costruire qualcosa. E questo, prima di tutto, merita di essere accolto senza essere letto...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
immagino quanto queste vertigini possano essere faticose e spaventose, soprattutto quando non c’è un problema fisico evidente che le possa spiegare. È normale sentirsi preoccupati e a volte...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
leggendo quello che porta, si percepisce quanto questa fase stia mettendo alla prova le sue energie e la sua mente. Ci sono due direzioni forti dentro di Lei: da una parte il lavoro che le dava...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
Quello che sta vivendo è molto intenso e naturale: sentirsi sopraffatta in un momento così pieno di responsabilità non significa essere deboli, ma indica semplicemente che il corpo e la mente...
Altro
Buonasera dottori, parto dal presupposto che il mio non è un problema di salute in quanto tale, anche se mi sta mettendo in grosse difficoltà.
Sono sposato da 4 anni ora ne ho 42 ma da quando avevo 10 anni amo immensamente vestire da donna.
Nel corso degli anni ho spesso provato a smettere ma non sono mai riuscita a farne a meno.
Non sono particolarmente attratta dagli uomini preferisco le donne ma ultimamente qualcosa è cambiato e avrei voglia di provare con qualche uomo però davvero la situazione è insostenibile.
Da una parte la famiglia che amo dall' altra una forza fortissima che mi porta in segreto a mettere trucchi collant smalti gonne tacchi.
Non mi vedo solo vestita ammetto che negli ultimi tempi mi vedo proprio donna.
Ho più volte cominciato percorsi di psicoanalisi che però non mi hanno fatto uscire da questa situazione.
Vorrei un vostro parere un consiglio qualcosa, so che online è molto difficile ma davvero non so più che pesci prendere.
Sono costretta a nascondere tutto sotterfugi di ogni natura pur di portare avanti questo desiderio che è davvero fortissimo.
Infine nell' ultimo periodo ho cambiato i miei gusti sia a livello personale che generale e delle donne da un po' non guardo più le classiche zone che piacciono agli uomini ma le invidio vedendole così ben vestite, invidio le loro borse,i loro capelli le loro unghie e mi sento sempre più vicina a loro .
Datemi una mano se potete almeno qualche consiglio.
Grazie anticipatamente
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
ringrazio per aver condiviso una parte così personale e delicata della sua esperienza. Da ciò che racconta emerge quanto questo vissuto sia presente da molti anni e quanto oggi stia diventando sempre più intenso e difficile da gestire, soprattutto nel conciliare il suo mondo interno con la vita familiare che ha costruito.
Vorrei dirLe innanzitutto che non c’è nulla di “sbagliato” in ciò che prova: il desiderio di esprimersi attraverso il corpo, l’identità e il modo di vestirsi fa parte della sfera profonda della persona. Tuttavia, è comprensibile che il conflitto tra ciò che sente e ciò che riesce a vivere apertamente le provochi sofferenza, senso di divisione e fatica.
Più che cercare di “eliminare” questa parte di sé, potrebbe essere utile iniziare a comprenderla meglio: capire cosa rappresenta per Lei, quando è più forte, che significato ha nella sua storia e nella sua identità attuale. Il fatto che negli ultimi tempi si percepisca sempre più vicina al femminile è un elemento importante che merita uno spazio di ascolto attento e non giudicante.
Se lo desidera, possiamo parlarne insieme con calma, in uno spazio protetto, per aiutarLa a fare chiarezza e trovare un modo più sostenibile e autentico di stare dentro questa situazione, senza sentirsi costretto a nascondersi o a vivere nel conflitto continuo.
Resto a disposizione.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Salve soffro di ansia e attacchi da panico. Da qualche mese, ho intrapreso un percorso di psicoterapia d’ accordo con il mio dottore stiamo provando la tecnica dell’esposizione da qualche settimana, devo dire che psicologicamente a poco a poco mi sto sentendo meglio soprattutto non mi faccio prendere più dal panico, ma il corpo ahimè somatizza ancora e soprattutto la mattina appena sveglia l’ansia è molto forte e va scemando durante la giornata… vorrei sapere se tutto questo è normale e se ci voglia più tempo per far riprendere il mio corpo. Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
grazie per aver condiviso con sincerità quello che sta vivendo. È positivo il fatto che, con il percorso di psicoterapia e l’applicazione della tecnica dell’esposizione, stia già notando dei miglioramenti sul piano psicologico e che riesca a non farsi più travolgere dal panico: questo è un segnale importante di progressi concreti.
È del tutto normale, soprattutto nelle fasi iniziali di lavoro sull’ansia e sugli attacchi di panico, che il corpo continui a somatizzare e che l’ansia si manifesti più intensa in alcuni momenti della giornata, come al risveglio. Il corpo e la mente spesso si “aggiornano” a velocità diverse: la mente può cominciare a sentirsi più stabile, mentre il corpo ha bisogno di tempo per adattarsi e ridurre le tensioni accumulate.
Questo non significa che qualcosa non stia funzionando; al contrario, è parte del processo di cambiamento e di apprendimento del sistema nervoso. Con il tempo, con la pratica costante delle tecniche apprese e con l’accompagnamento del suo terapeuta, il corpo imparerà gradualmente a gestire e ridurre le somatizzazioni.
È importante continuare a fidarsi del percorso e del professionista che la segue, portando sempre all’attenzione ciò che sente e le difficoltà che emergono: condividere questi vissuti con il terapeuta permette di modulare il lavoro e di trovare strategie specifiche per i momenti più difficili della giornata.
Lei sta già facendo passi significativi, e il fatto di riconoscere i progressi, anche piccoli, è un modo potente per sostenere il suo benessere e la sua motivazione.
A disposizione.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Mia moglie è molto pessimista,emana molta negatività e si mette molto spesso,quasi sempre contro le mie idee,i miei pensieri e alle mie realizzazioni,riuscendo a demoralizzarmi e non farmi più essere di pensiero positivo. Come posso gestire questa situazione?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
Capisco quanto possa essere difficile e faticoso sentirsi spesso contrastati o non sostenuti nelle proprie idee, nei pensieri e nelle realizzazioni. È naturale che questo possa intaccare il Suo pensiero positivo e la motivazione; riconoscere questa stanchezza, senza giudicarsi, è già un atto di cura verso Sé stesso. La sensibilità che porta con sé, così come la necessità di proteggere la propria energia emotiva, sono segnali importanti della Sua consapevolezza interiore.
È utile ricordare che dietro il pessimismo o la resistenza che percepisce nell’altro spesso si nascondono paure, insicurezze o vissuti personali che non hanno nulla a che fare con Lei direttamente. Provare a osservare Sua moglie con curiosità, come una persona che porta dentro di sé un mondo complesso e talvolta difficile da esprimere, può aiutare a ridurre la tensione interna e a creare uno spazio più ampio per sé stesso. Non significa accettare comportamenti che la feriscono o annullano i Suoi bisogni, ma permette di guardare le situazioni con più calma, senza sentirsi sopraffatto.
In parallelo, è fondamentale riconoscere le Sue risorse interiori. La capacità di mantenere il pensiero positivo, la determinazione, la sensibilità e la cura verso ciò che realizza sono qualità preziose. Dedichi del tempo a celebrare i Suoi successi, anche quelli piccoli, e a nutrire ciò che Le dà piacere. Questi gesti diventano strumenti concreti per mantenere il Suo equilibrio emotivo, per restare centrato e per rafforzare la fiducia in Sé stesso.
Può anche essere utile osservare le emozioni che emergono nel momento presente e notare dove le sente nel corpo. L’empatia verso Sua moglie e la comprensione delle sue difficoltà non devono entrare in conflitto con la cura di sé. Al contrario, quando si è centrati, consapevoli e solidi nelle proprie emozioni, si può osservare e accogliere l’altro senza sentirsi sopraffatti. Questo equilibrio tra attenzione a sé e apertura all’altro consente di vivere relazioni più serene, pur restando fedele al proprio valore e alle proprie risorse.
In definitiva, il Suo benessere dipende tanto dalla capacità di ascoltare e proteggere sé stesso quanto dalla disponibilità a comprendere l’altro. Coltivare entrambi gli aspetti, passo dopo passo, può creare uno spazio interno di sicurezza, energia e serenità in cui pensieri positivi, empatia e forza interiore possano coesistere.
A disposizione.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Buongiorno,
vorrei sottoporvi una mia problematica. Ho 37 anni e fin da ragazzina ho avuto difficoltà nel relazionarmi.
Quando andavo a scuola ho sofferto di bullismo, mi canzonavano per il mio aspetto (a loro dire, ero una racchia) e subito costanti angherie.
Anche per questo motivo fino ai 19 anni non ho mai avuto alcuna esperienza sessuale o di amore giovanile ma da ragazzina non mi ponevo il problema, ho sempre avuto molte passioni e poche amicizie ed ero contenta così.
Dai 20 ai 23 anni ho avuto la mia prima storia seria con una persona rivelatasi poi insicura e con la quale vi erano costanti litigi. Dopo quasi 3 anni decido di chiudere questa relazione e per un po' sono stata bene così da single. Il problema nasceva quando provavo a rimettermi in gioco, perchè incontravo puntualmente persone interessate solo a rapporti fisici.
Dopo questa prima storia ho avuto altre 3 relazioni (tutte a distanza di anni l'una dall'altra) della durata di un anno. In queste relazioni sono stata sia lasciata (dicevano di non sentirsi pronti) e ino l'ho lasciato io. Il problema nasce dal fatto che spesso e volentieri mi sentivo una sorta di passatempo per loro, non ho mai percepito un interesse reale di voler costruire qualcosa.
Ad oggi sono single da quasi 5 anni e comincio a pensare che forse o nemmeno io voglio costruire qualcosa o sono sfortunata. In questi anni ho provato spesso a rimettermi in pista ma non sono mai andata oltre 2 appuntamenti. E temo che l'interesse che gli uomini hanno sia solo di natura sessuale. Quando ci esco insieme li vedo distratti e sembra quasi che debba corteggiare solo io. Inoltre non mi spiego come mai per anni sono trascorsi mesi senza fsrr incontri nella vita quotidiana e mi sono dovuta abbassare ad usare le app di dating per poi rivelarsi un ricettacolo di mercenari.
Quando esco trovo solo gente molto grande o già impegnata e non so più dove sbattere la testa.
Sono sola da anni e temo di non riuscire a sopportare altrettanti anni da sola.
Mi chiedo solo che cosa ho fatto per meritare un simile dolore quando tutte le ragazze trovano qualcuno.
In questi anni ho cercato delle risposte ma non me trovo. Comincio a pemsare che semplicemente non sono il tipo di donna con la quale un uomo vorrebbe una relazione. Mi sento depressa e spesso esco a camminare per ore o anche senza meta. Tanti mi dicono: "meglio sola che male accompagnata". Ma cosa ne sanno del dolore? Di quel dolore che ti fa bagnare il cuscino di lacrime! Vorrei solo potermi rassegnare una volta per tutte e tenermi tutto magari sposandomi al lavoro. Ma non penso sia possibile non amare più
Ti dicono "trovato un hobby ", beh ne ho una serie ma non bastano a colmare il vuoto perché la testa va a quel pensiero, il pensiero "ok, togliti dalla testa di avere un compagno!"
Ho superato tanti momenti bui nella mia vita ma la solitudine perenne penso non sia accettabile per nessuno sopratutto se pensi che hai un cuore grande.
Vi chiedo solo se esiste un modo per convivere con questo tarlo nel cervello.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
grazie per aver condiviso il Suo vissuto con tanta sincerità. Leggendo le sue parole, si percepisce la profondità della sofferenza e della solitudine che ha attraversato, ma anche la forza di un desiderio autentico di connessione e di sentirsi vista per ciò che si è. Quello che descrive – il sentirsi spesso non considerata, il vuoto lasciato dalle relazioni passate, la difficoltà a trovare persone con cui costruire qualcosa di significativo – non è una colpa, né un segno di inadeguatezza: è il desiderio di contatto, attenzione e reciprocità.
Dal punto di vista terapeutico, ciò che emerge è molto ricco: la sua sensibilità, il suo sentire profondo e la capacità di osservare sé stessa sono risorse importanti. Il dolore e la tristezza che prova non sono nemici da eliminare, ma segnali preziosi che indicano bisogni insoddisfatti, emozioni rimaste inascoltate e desideri che meritano attenzione. In Gestalt si dice spesso che “ciò che non viene sentito nel corpo e nelle emozioni rimane incompleto”: riconoscere queste parti di sé, darle voce e accoglierle, anche solo mentalmente, è già un primo passo verso una maggiore integrazione e benessere.
Può essere utile osservare con curiosità e senza giudizio ciò che accade dentro di sé: quali emozioni emergono quando pensa alla solitudine, al desiderio di relazione, alla delusione? Dove le sente nel corpo? Come rispondono i suoi pensieri? Dare spazio a queste esperienze, senza cercare di correggerle o sminuirle, permette di entrare in contatto con sé stessa in modo più autentico e di scoprire quali bisogni reali stanno dietro a questi sentimenti.
Il fatto che continui a desiderare una relazione autentica, nonostante le delusioni, è un segno della sua resilienza e della profondità del suo cuore. Anche il camminare, il riflettere e il prendersi cura delle proprie passioni possono diventare strumenti per restare in contatto con sé stessa e osservare come il bisogno di relazione si manifesta, senza sentirsi sopraffatta.
Accogliere ciò che sente, darle valore e osservarlo con attenzione può aiutare a diminuire la pressione del “dover trovare” e permettere che la vita emotiva diventi un alleato, piuttosto che un peso. In questo modo, anche il dolore e la solitudine possono diventare esperienze che le parlano di sé e dei suoi desideri più profondi, aiutandola a vivere con più consapevolezza e accettazione del proprio mondo interno.
Spesso, semplicemente mettere parole, ascoltare e dare spazio al proprio sentire, anche in dialogo con qualcuno che accoglie senza giudizio, aiuta a sentirsi meno soli e a vedere con più chiarezza ciò che si muove dentro di sé. A volte questo può diventare un primo passo verso una maggiore leggerezza nel vivere le emozioni e la speranza di incontrare ciò che davvero desidera.
A disposizione.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Buongiorno,
sono passati 7 mesi da quando ho tradito la mia ragazza. Non voglio scuse e non voglio cercare alibi. Ho baciato un'altra ragazza durante una serata, per pochi secondi ma abbastanza da rovinare tutto. Erano quasi 3 anni che stavo con la mia ragazza, indescrivibili. Venivo da una relazione lunga 8 anni in cui non mi ci trovavo più. Dopo un po' ho trovato lei, quello che ho provato in questi ultimi 3 anni non so neanche come descriverlo. Non sono mai stato cosi affettuoso con una persona, non ho mai dato così tanto amore... Lei con me era dolcissima, ogni volta che mi guardava sorrideva. Solo a ripensarci sto male. Ho rovinato tutto. Stavamo passando un periodo di crisi dato da alcune incomprensioni e dalla distanza. Sarei dovuto andare per lavoro da lei per 6 mesi, ma lei mi aveva comunicato che non ci sarebbe stata. Pochi mesi prima avevamo avuto una discussione in cui si era lamentata della persona che ero e del tipo di uomo che lei avrebbe voluto accanto. Mi aveva fatto venire i dubbi. Io avevo forse vissuto un'altra relazione? la situazione sembrava essere rientrata, ne avevamo parlato e lei mi aveva confessato di aver esagerato un po'. Probabilemente non l'avevo ancora superata. Prima di partire ho avuto paura, non volevo più andare. Sarei dovuto andare dall'altra parte del mondo, da solo. Non era come l'avevo immaginata. Stavo lasciando il lavoro, la famiglia, gli amici... Per provare ad avvicinarmi, per provare a fare quel passetto in più verso di lei. Ma lei era corsa dall'altra parte. Pochi giorni prima della partenza ho baciato questa ragazza conosciuta durante una serata. Rappresentava il rimanere lì, completamente diversa rispetto a lei. Era forse la mia risposta nel non voler andare. Quando ci siamo visti ho dovuto dirglielo. Appena arrivato, mi ha completamente spiazzato. Lei era disposta a rimanere, a venirmi incontro perchè aveva visto quanti passi avessi fatto verso di lei in questo tempo. Era disposta a cambiare le cose che non andavano, pur di stare con me. Io non sono riuscito a non dirglielo, mi sarei sentito troppo in colpa. Lei avrebbe cambiato tutto per me ed io avevo calpestato la sua fiducia. Bene. Sono passati 6 mesi di distanza, in cui abbiamo cercato di parlare provando a sistemare. Mancavano 10 giorni al mio rientro, ci saremmo visti. Avremmo trovato quella normalità, io e lei. Invece lei mi ha detto che mi odia, non vuole più vedermi e che le ho rovinato la vita. Io mi sento uno schifo, mi sento in colpa. Mi sento colui che ha rovinato tutto. Non riesco a pensare al fatto che ho rovinato tutto e che ho rovinato una persona. Mi ha detto che sta prendendo antidepressivi. Piango solo al pensiero. Non volevo farle del male. Non a lei. Non ci sentiamo più da una decina di giorni, vorrei scriverle perchè sto veramente male. Io pensavo che potessimo superarla insieme, ne eravamo capaci. Invece ho paura a scriverle o a vederla. Ho paura di incrociare quello sguardo e non vedere piu quel sorriso. Ma trovare solo odio. Disprezzo. Mi sento un verme. Ho rovinato tutto perchè non sono stato all'altezza. Vi prego ditemi come fare perchè io non riesco ad andare avanti con questo odio nei miei confronti. Ho paura nel scriverle, perchè magari lei sta meglio ora senza di me. Non voglio causarle altro dolore, non se lo merita. Preferisco stare peggio io se lei può stare meglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
ringrazio per aver condiviso in modo così aperto ciò che sta vivendo.
Da ciò che racconta emerge un dolore molto intenso, in cui sembra che l’episodio vissuto sia diventato nel tempo qualcosa che ha assunto un peso globale sulla Sua identità e sul Suo valore personale. Il senso di colpa che descrive appare molto forte e pervasivo, al punto da trasformarsi in autoaccuse dure e generalizzate che La fanno sentire “sbagliato” in toto.
In questi casi è importante distinguere tra la responsabilità di un gesto e la definizione complessiva di sé come persona. Il fatto che Lei provi dolore, rimorso e preoccupazione per l’altra persona indica anche la presenza di una sensibilità affettiva e di un legame significativo, non l’assenza di valore o di capacità di cura.
Dal Suo racconto emergono anche elementi più ampi: un periodo di transizione, una relazione attraversata da cambiamenti, ambivalenze e pressioni emotive, e una situazione in cui Lei si è trovato a dover gestire contemporaneamente perdita, distanza, paura e scelte importanti. In queste condizioni è comprensibile che possano emergere comportamenti non coerenti con i propri valori, che però vanno compresi all’interno della complessità del momento, non ridotti a una definizione globale della persona.
Il rischio, in questo momento, è che il dolore si trasformi in una forma di auto-punizione continua, che non aiuta né a riparare internamente né a ritrovare una posizione emotiva più stabile.
Rispetto al desiderio di scriverle, è comprensibile che il bisogno di contatto nasca anche dal senso di colpa e dal desiderio di riparazione. Tuttavia, in questa fase, sembra importante valutare con molta cautela se un nuovo contatto sia realmente utile a Lei e rispettoso dello stato emotivo dell’altra persona.
Quello che emerge con forza è soprattutto il livello di sofferenza che sta vivendo Lei in questo momento. Per questo motivo sarebbe davvero importante non affrontare tutto questo da solo, ma poter attivare uno spazio di sostegno psicologico in cui dare voce a questi vissuti di colpa, perdita e autoaccusa, e poterli gradualmente trasformare.
Un percorso terapeutico può aiutarLa non solo a elaborare quanto accaduto, ma anche a comprendere più profondamente le dinamiche emotive e relazionali che si sono attivate, in modo da uscire da una lettura punitiva di sé e ritrovare una posizione interna più comprensiva e regolata.
Saluti.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Buongiorno, ho una figlia che soffre di binge eating da moltissimi anni, ora è due anni che convive e io la vedo poco, ma ogni volta che la vedo noto chiaramente (e non solo io) che mette sempre più peso. Ormai sarà oltre i 100 kg. Non so proprio da dove iniziare per aiutarla. Nel passato abbiamo provato psicoterapia, psichiatria, farmaci di tutto, ma dopo pochissime sedute si mollava. E’ arrivata a dirmi stop, attraverso una terapeuta che mi ha chiamata e abbiamo fatto colloquio insieme, mi hanno chiesto di lasciarla stare. Da lì ho mollato. Mi sono arresa. Peccato che a distanza di un anno e mezzo la sua situazione sia decisamente peggiorata. Grazie a chi mi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
La ringrazio per aver condiviso la sua preoccupazione, che si percepisce molto forte e anche molto dolorosa da portare da sola.
È comprensibile che si senta preoccupata, dispiaciuta e anche un po’ impotente nel vedere sua figlia in difficoltà, soprattutto dopo anni in cui avete già cercato diversi aiuti senza riuscire a trovare una continuità stabile. Quando un genitore assiste al peggioramento di una situazione così complessa, è frequente sentirsi come se si fosse ‘provato tutto’ e allo stesso tempo non abbastanza, con un senso di stanchezza e arresa che può essere molto pesante.
Il binge eating, come molti disturbi del comportamento alimentare, spesso non riguarda solo il comportamento alimentare in sé, ma ha a che fare con una funzione più profonda di regolazione emotiva e di gestione della sofferenza interna. Per questo motivo può essere un percorso lungo, non lineare, fatto anche di momenti in cui la persona si allontana dagli aiuti, nonostante il bisogno di supporto sia presente.
Il fatto che in passato vi sia stato chiesto di fare un passo indietro è un elemento importante: può averla lasciata con la sensazione di non poter più intervenire, e questo può rendere ancora più difficile capire oggi come stare in relazione con sua figlia. In realtà, in queste situazioni, spesso il sostegno più utile non passa attraverso il “fare di più”, ma attraverso il mantenere una presenza affettiva costante, non giudicante e disponibile, anche quando non sembra esserci una richiesta esplicita di aiuto.
Non esiste una strada unica o immediata per “iniziare”, ma può essere prezioso cercare di mantenere o riaprire un contatto che non sia centrato sul peso o sulla preoccupazione, bensì sulla relazione e sul suo mondo emotivo, lasciando a sua figlia lo spazio e i tempi per potersi eventualmente riavvicinare all’aiuto.
Rispetto ai percorsi di cura, quando la persona riesce a riattivarsi, può essere molto utile un lavoro integrato e continuativo (psicoterapia, psichiatria e supporto nutrizionale), ma il punto fondamentale resta sempre la possibilità di costruire un’alleanza terapeutica che possa tenere nel tempo.
Infine, è importante che anche Lei possa avere uno spazio di sostegno per sé: non per “risolvere” il problema di sua figlia, ma per non rimanere sola con questa preoccupazione e per trovare modalità relazionali che la aiutino a restare in contatto senza sentirsi schiacciata dal peso della situazione.
Saluti.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Buon pomeriggio
Una ragazza, amica e collega, con la quale c'era molto contatto fisico ,quasi intimo, mi ha raccontato una menzogna.
Per Pasquetta è uscita con dei suoi amici maschi, è andata a ballare ed ha preso l'influenza.
I giorni seguenti a lavoro stava male, non dormiva la notte e si lamentava.
Le chiedevo se era stata da qualche parte, se aveva preso freddo così per aiutarla e capire... Ha negato tutto ed ha detto anche che quel giorno era stata a casa e non capiva come poteva aver preso l'influenza.
Venerdì scorso ho scoperto proprio la verità, gliel'ho detto e lei ha visualizzato e non ha risposto.
Chiaramente ha contagiato anche me perché in quei giorni le sono stato vicino (purtroppo).
Oggi a lavoro, silenzio totale, zero parole.
Come dovrei comportarmi?
Cosa devo pensare?
Sicuramente credo che non abbia interesse altrimenti non si sarebbe comportata e non si comporterebbe così.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
comprendo quanto questa situazione possa averla fatta sentire deluso, confuso e ferito, soprattutto considerando la vicinanza che descriveva tra voi e il significato che questo rapporto aveva assunto per Lei.
Quando si verifica una discrepanza tra ciò che si è percepito nella relazione, ciò che poi emerge e l’attuale silenzio dell’altra persona, è del tutto comprensibile che si attivino smarrimento, domande e il bisogno di dare rapidamente un senso a quanto accaduto.
In questi momenti, la mente tende spesso a cercare una spiegazione definitiva sull’altro (ad esempio in termini di interesse o disinteresse), perché questo aiuta a ridurre l’incertezza. Tuttavia, sul piano terapeutico può essere più utile tollerare per un tempo questa incertezza, per poter comprendere meglio cosa questa esperienza ha attivato in Lei.
Il comportamento che descrive — la mancata sincerità e l’evitamento del confronto — può certamente essere letto come un elemento significativo della dinamica relazionale, ma non esaurisce la complessità di ciò che è accaduto e di ciò che si è attivato in entrambi.
Le suggerirei quindi di spostare progressivamente il focus dall’altra persona alla Sua esperienza interna: cosa ha significato per Lei quella vicinanza? Quali aspettative, bisogni o ricerca di riconoscimento si sono attivati? E in che modo questa situazione li ha toccati o disattesi?
Se lo ritiene utile, può anche valutare una comunicazione semplice e centrata sui Suoi vissuti, senza aspettative sulla risposta dell’altro ("Io ho sentito..."). Allo stesso tempo, è importante considerare che anche il silenzio, talvolta, rappresenta un’informazione relazionale significativa, che può aiutare a prendere atto della reale disponibilità dell’altro nel contatto.
Questo episodio, per quanto doloroso, può diventare uno spazio di comprensione importante per Lei: sia rispetto ai Suoi bisogni, sia rispetto ai confini relazionali e ai criteri attraverso cui valuta l’affidabilità e la disponibilità dell’altro nella relazione.
Qualora il disagio emotivo dovesse risultare particolarmente intenso o faticoso da sostenere, può essere indicato un colloquio di sostegno psicologico, per poter elaborare con maggiore spazio e contenimento quanto sta vivendo.
Saluti.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Buonasera, dopo quanto si può fare diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo? Posso fidarmi di una specialista che dopo solo una seduta ha già diagnosticato e detto apertamente che soffro di DOC?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
Nel percorso clinico, la valutazione diagnostica non è solo un atto tecnico, ma anche un processo relazionale che dovrebbe essere il più possibile chiaro, condiviso e comprensibile per la persona. Quando emergono dubbi o perplessità, affrontarli direttamente con il professionista rappresenta un passaggio fondamentale. Chiedere chiarimenti non significa mettere in discussione la competenza, ma partecipare attivamente al proprio percorso, favorendo una maggiore alleanza terapeutica e una migliore comprensione reciproca. Comprendere come il professionista sia arrivato a una certa formulazione aiuta a sentirsi maggiormente coinvolti e orientati nel percorso.
In questo senso, può essere utile soffermarsi su alcuni aspetti: lo/la specialista ha esplicitato gli elementi su cui si basa la valutazione? Ha illustrato il ragionamento clinico che ha portato a quella ipotesi? Ha lasciato spazio a eventuali approfondimenti o alla possibilità di rivedere quanto emerso nel tempo? Allo stesso modo, è importante considerare la propria esperienza soggettiva: si sente ascoltata, compresa e accolta nel modo in cui sta portando il suo vissuto?
Qualora, anche dopo un confronto aperto, dovesse permanere una sensazione di incertezza o scarsa convinzione, è del tutto legittimo prendersi il tempo per richiedere un ulteriore consulto. Avere un secondo punto di vista può offrire maggiore chiarezza e aiutare a sentirsi più sicuri nel proseguire il percorso più adatto alle proprie esigenze.
Saluti.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Salve sono la nonna paterna di una bimba di 30 mesi che da sempre mi adora e profondamente amo!, al punto che quando insieme preferisce un rapporto esclusivo con me preferendomi in quei momenti ai genitori e questo provoca gelosie da perte di mio figlio , la cosa mi mette profondamente a disagio poiché’ mi fa sentire di troppo ! Questo di contro non avviene con la nonna materna con la quale è costretta a stare dopo l’asilo nido . Ultimamente a scuola presenta un po’ di aggressività’ , potrebbe esserci correlazione con il tipo di rapporti con i nonni , premesso che ha ottimi rapporti genitoriali ed e’ figlia unica come mio figlio d’altronde.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
da ciò che descrive emerge un legame affettivo molto forte e significativo tra lei e la sua nipotina, ed è comprensibile che questa vicinanza, da un lato così preziosa, dall’altro possa generare qualche fatica nelle dinamiche familiari.
Intorno ai 2–3 anni i bambini attraversano una fase in cui possono mostrare preferenze marcate e temporanee per una figura di riferimento. Si tratta spesso di modalità legate al bisogno di sicurezza e alla qualità della relazione vissuta in quel momento, più che a un rifiuto degli altri. Il fatto che con lei cerchi talvolta un rapporto esclusivo rientra quindi in dinamiche evolutive abbastanza frequenti.
Allo stesso tempo, è comprensibile che questo possa attivare nel suo figlio vissuti di gelosia o di esclusione, soprattutto quando il bambino sembra “scegliere” un adulto rispetto a un altro. In questi casi non è tanto la relazione in sé a essere problematica, quanto come viene percepita all’interno dell’equilibrio familiare.
Per quanto riguarda i comportamenti di aggressività al nido, a questa età possono comparire come espressione di:
difficoltà nella regolazione delle emozioni
passaggi evolutivi legati all’autonomia
cambiamenti o piccoli stress nel contesto quotidiano
Non è possibile stabilire una correlazione diretta con il rapporto con i nonni, ma si può considerare che i bambini sono molto sensibili ai climi relazionali: eventuali tensioni, anche sottili, tra gli adulti possono essere percepite e trovare espressione nel comportamento.
Può essere utile, in modo graduale:
mantenere il legame affettivo con la bambina, cercando però di non entrare in una dinamica esclusiva, ma piuttosto includendo, quando possibile, anche i genitori
prestare attenzione a sostenere il ruolo genitoriale davanti alla bambina, così da non creare vissuti di competizione
favorire un clima sereno tra adulti, anche attraverso un confronto aperto e rispettoso con suo figlio sui reciproci vissuti
Il fatto che la bambina abbia, come riferisce, una buona relazione con entrambi i genitori è un elemento molto importante e rassicurante.
Se i comportamenti aggressivi dovessero intensificarsi o diventare persistenti, può essere utile un confronto con le educatrici del nido o con un professionista dell’età evolutiva, per avere una lettura più completa del contesto.
Resto a disposizione. Un caro saluto.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Figlia quasi 16 enne, mai avuto dubbi sul suo orientamento sessuale, almeno così sembrava. Ha sempre avuto interesse per i maschi, coetanei. Da un po' di tempo è "attaccata" ad un'amica, a cui anche io voglio bene, che è lesbica. Mia figlia dice di essere innamorata di lei. La cosa mi ha spiazzato. Parto dal presupposto che non giudico e sono favorevole a tutte le forme di amore, ma dico che mi ha spiazzato perché non avrei mai sospettato una cosa del genere non avendo mai visto atteggiamenti che potessero farlo pensare. Secondo voi, è possibile che sia infatuazione? Non so come spiegarmi meglio. Le ragazze stanno sempre insieme, ogni cosa che fanno se lo comunicano telefonicamente. Ho il sospetto che mia figlia sia confusa tra affetto amichevole e amore. La mia è una ragazza che, se vuole bene a qualcuno, si focalizza solo su quella persona. Faccio una domanda che può sembrare cattiva e cruda, ma non lo è.
L'essere lesbica, le è scaturita stando sempre a contatto con l'amica? Perché so che i gay, comunque, sanno già da sempre dentro di sé cosa gli piace e cosa no. Ho parlato con lei a cuore aperto dicendo che a me importa solo della sua felicità. Non la giudico e sa che da parte mia c'è sempre il massimo sostegno.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
capisco quanto questa situazione possa averLa sorpresa: quando si tratta dei figli, anche restando aperti e accoglienti, ci sono momenti che arrivano un po’ all’improvviso e chiedono tempo per essere compresi.
Da quello che racconta, sua figlia sembra attraversare una fase emotivamente molto intensa, come spesso accade in adolescenza. A questa età i legami possono diventare profondi, centrali, quasi totalizzanti, e le emozioni – compreso l’innamoramento – si costruiscono e si chiariscono proprio attraverso l’esperienza.
Il fatto che provi qualcosa per un’amica non va necessariamente letto come “confusione”: può essere un sentimento autentico nel qui e ora, che poi nel tempo potrà evolvere, trasformarsi o definirsi meglio. In questa fase, più che trovare subito una risposta definitiva, è importante che lei possa sentirsi libera di esplorare ciò che prova.
Rispetto alla sua domanda, è comprensibile porsi dei dubbi, ma l’orientamento affettivo non nasce per influenza o per vicinanza a qualcuno. Le relazioni possono diventare uno spazio in cui ci si riconosce e ci si scopre.
Il modo in cui Lei si è rivolta a sua figlia – dicendole che per lei conta la sua felicità e che non c’è giudizio – è un punto molto importante. Continuare a mantenere questo clima di ascolto, senza fretta di spiegare o definire, può aiutare sua figlia a sentirsi libera di raccontarsi e di capire meglio se stessa.
Anche per Lei può essere utile darsi il tempo di entrare in contatto con ciò che prova, senza dover avere subito tutte le risposte. Restare in una posizione di presenza e disponibilità, senza giudizio, è molto importante: i ragazzi hanno bisogno di uno spazio sicuro.
Se sente che le emozioni sono molto intense o che la situazione la mette in difficoltà, può essere utile anche per Lei confrontarsi con un professionista, per sentirsi accompagnata in questo percorso.
Un caro saluto.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Buongiorno avrei bisogno di un supporto, ormai da circa 20 anni soffro di una forma "strana" di ansia. Faccio un esempio così si capisce meglio. Se qualcuno mi dice guarda che tra una settimana andiamo al mare 2/3 giorni io inizio a spegnermi e ad avere un solo pensiero tutto il giorno ovvero: "devo andare là" e mi si chiude lo stomaco e non riesco a pensare ad altro anche se magari sto guardando un film non riesco a concentrarmi ma penso solo al giorno in cui devo andare e la maggior parte delle volte rinuncio e mi riprendo, questo succede anche se mi devo spostare un po' lontano per lavoro e non riesco proprio a pensare ad altro. Un esempio contrario è stato quando la mia compagna mi ha svegliato alla mattina e mi ha detto alzati che andiamo a Roma (io abito a Mantova) lì per iì cercavo un po' di scuse per non andarci ma non avevo tempo così sono partito per questi due giorni e sono stati dei giorni bellissimi senza pensieri. Se mi dicono il giorno prima o al massimo due giorni prima che devo partire ci vado perché è come se la mia testa non ha il tempo necessario per elaborare il "lutto emotivo" altrimenti se sono più giorni mi spengo emotivamente come se diventassi un'ameba. Sono stato da tre psicologi diversi e anche sotto ipnosi un po' di miglioramento c'è stato ma ancora le trasferte dette con troppo anticipo mi bloccano. Premetto che in età giovanile (ora ho 42 anni) ho sempre girato anche fuori dall'Europa insieme ai miei genitori ma durante l'esame di maturità è come se si fosse bloccato qualcosa e da lì non sono più riuscito a spostarmi dal paese con largo anticipo. Ho letto che potrebbe essere anedonia ma non saprei cosa fare. Spero di essere stato chiaro e ringrazio anticipatamente coloro che mi risponderanno.
Grazie e saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile,
la ringrazio per aver condiviso in modo così dettagliato la sua esperienza: è molto utile per comprendere ciò che sta vivendo.
Quello che descrive non è affatto “strano”, ma è una forma piuttosto specifica di ansia anticipatoria. In particolare, sembra che il suo disagio non sia legato tanto allo spostamento in sé (come dimostra l’esperienza positiva del viaggio a Roma), quanto al tempo che intercorre tra l’idea dell’evento e l’evento stesso.
In quel periodo, la mente entra in una sorta di “fissazione”: il pensiero diventa dominante (“devo andare là”), si attiva una risposta fisica (chiusura dello stomaco) e si riduce la capacità di concentrarsi sul presente. Questo porta progressivamente a un blocco emotivo e, spesso, all’evitamento, che nel breve termine dà sollievo ma nel lungo termine mantiene il problema.
Un elemento molto interessante che lei riporta è che, quando il tempo di attesa è breve, riesce a partire e addirittura a vivere esperienze positive. Questo ci dice che:
-non c’è una reale incapacità di affrontare la situazione
-il nodo centrale è proprio la gestione dell’attesa e dell’anticipazione
Il quadro che emerge è compatibile con una forma di ansia anticipatoria con componente perseverativa (rimuginio), in cui il trigger principale non è l’evento in sé, ma l’intervallo temporale che lo precede. In questa finestra si attiva un processo di focalizzazione attentiva rigida sul pensiero “devo andare”, accompagnato da attivazione neurovegetativa (ad es. chiusura dello stomaco) e progressiva riduzione della flessibilità cognitiva.
Non parlerei di anedonia in senso stretto, perché Lei è in grado di provare piacere quando l’esperienza avviene. Piuttosto, sembra esserci una difficoltà nella regolazione emotiva legata all’anticipazione.
Il riferimento all’esame di maturità è importante: spesso queste modalità nascono in periodi di forte stress e poi vengono “apprese” dalla mente come strategia (anche se disfunzionale) e viene generalizzata.
Dal punto di vista terapeutico, si possono lavorare diversi aspetti:
- Interrompere il ciclo del pensiero fisso, imparando a “sganciarsi” dal pensiero anticipatorio (tecniche di defusione o mindfulness)
- Esporsi gradualmente all’attesa, non solo all’evento (ad esempio pianificando piccoli impegni con anticipo crescente)
- Lavorare sul significato emotivo del “dover partire”, che può essere vissuto inconsciamente come perdita di controllo o “distacco”
- Ridurre l’evitamento, perché ogni rinuncia rinforza il meccanismo
Il fatto che abbia già intrapreso percorsi psicologici e abbia ottenuto dei miglioramenti è un segnale molto positivo: significa che il problema è modificabile. Potrebbe essere utile un percorso mirato proprio sull’ansia anticipatoria.
Se vuole, possiamo approfondire insieme alcuni esercizi pratici da iniziare già nel quotidiano.
Un caro saluto.
Dott.ssa Manuela Barzellato