Domande del paziente (211)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la situazione rientra nei disturbi d’ansia con comportamenti evitanti, spesso legati a un episodio iniziale vissuto come traumatico o imbarazzante. La paura di “non riuscire a controllarsi”... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, grazie per condividere qui. Le vertigini psicogene dopo un trauma sono una condizione legata a un’alterazione del sistema nervoso dovuta a stress e vissuti emotivi intensi. Quando non è possibile... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gent.mo, iniziare un percorso di consapevolezza di sé, soprattutto quando si parla di ansia e attacchi, significa intraprendere un processo graduale di conoscenza, osservazione e comprensione del proprio... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la sensazione di instabilità che descrive e la paura di cadere, devono darle molto spavento. E' da notare comunque che i sintomi legati alla menopausa, come le alterazioni ormonali, possono... Altro
Buongiorno, in seguito a un infortunio sul lavoro sono rimasta invalida e mi trovo impossibilitata a svolgere le cure quotidiane della mia famiglia. Inoltre, non essendo in grado di guidare la macchina, necessito dell'accompagnamento permanente alle visite e cure mediche. Tutto ciò mi crea un forte sentimento di colpa verso la mia famiglia, mi sento depersonalizzata e inutile, anzi, mi sento un peso inutile. È normale tutto questo?
Grazie per un'eventuale risposta.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, leggo di un evento traumatico e invalidante e che verosimilmente si ha quando la vita cambia improvvisamente e ci si trova a perdere autonomia, ruoli e abitudini quotidiane. E' naturale che emergano emozioni intense come tristezza, senso di colpa, frustrazione e quella sensazione difficile da spiegare di sentirsi “diversi” o lontani da sé stessi. Il fatto che lei si senta un peso per la sua famiglia non significa che lo sia davvero, ma racconta quanto tiene alle persone che ama e a ciò che prima riusciva a fare per loro. Spesso, in queste situazioni, la mente tende a diventare molto severa, portando a pensieri come “non servo più”, “sto creando solo problemi” o “non valgo abbastanza”. Sono pensieri che fanno male, ma che nascono da un momento di grande vulnerabilità, non da una realtà oggettiva. Essere costretti a chiedere aiuto, a dipendere dagli altri o a rinunciare a gesti semplici come guidare o occuparsi della propria famiglia può far sentire privati di una parte della propria identità. È come se venisse meno un equilibrio costruito nel tempo, anche se questo non cancella il suo valore come persona, né il ruolo affettivo e umano che continua ad avere all’interno della sua famiglia. In questi momenti può essere molto importante trovare uno spazio in cui poter dare voce a ciò che sente, senza sentirsi giudicata. Un percorso psicologico può aiutarla a elaborare quanto accaduto, a ridimensionare il senso di colpa e a ricostruire, passo dopo passo, un nuovo modo di sentirsi presente e significativa, anche in una condizione diversa da quella di prima.
Nel frattempo, può provare con gentilezza a osservare i suoi pensieri, senza considerarli automaticamente veri e a riconoscere che anche il semplice esserci, condividere, ascoltare, voler bene, sono forme importanti di presenza. Chiedere aiuto non è un fallimento, ma una parte inevitabile della vita di tutti, in momenti diversi. Cordialmente, AM
Salve dottori, vorrei esporvi una questione a non riesco ancora a passarci sopra o comunque a risolvere, nonostante vado da 6 sedute da un professionista, ma non ho ancora trovato risposte se non il fatto di sentire ciò che sento ma non riuscendo ancora a capire I miei sentimenti o bisogni ecco...il punto è che da qualche mese mi sono lasciata con una persona piu grande di 20 anni circa (io ne ho 25), per vari motivi, con lui ci continuiamo a vedere e sentire ogni tanto, a volte capita anche che succede qualcosa tra di noi, però ecco è difficile distaccarmi da lui perché mi dispiace, ci tengo, e dall'altra diciamo che c'è un amico con cui mi sono frequentata qualche anno fa prima del mio ex e con cui mi sono sempre sfogata e mi ha sempre capito e ascoltato quando gli parlavo dei problemi con il mio ex, mi sono sempre trovata bene a parlare, scherzare ecc, in questo ultimo periodo mi è sembrato di iniziare a provare qualcosa, ma è sempre rimasta un amicizia anche da parte sua, ci siamo visti poi qualche settimana fa (perché siamo a distanza) e diciamo è successo qualche bacio..il problema è che non so come mi sento, perché ad esempio non mi sento di riuscire a tornare con il mio ex nonostante lui mi voglia ancora, mi dica di tornare insieme e insista, ci stia male ed è come se mi facesse sentire in colpa e io non riesco, forse anche perché non provo quello che provavo prima, allo stesso tempo non mi sento di poter stare insieme a questo amico perché non lo so, non mi sento di provare un cosi forte sentimento per lui, ma allo stesso tempo vorrei rivederlo, ma comunque proverei un dispiacere per l'altro/senso di colpa..proverei dispiacere per entrambe le parti, inoltre in terapia c'era stata una seduta in cui ho rappresentato due cerchi pensando alla persona ma sono risultati distanziati e non mi aspettavo questo..per entrambe le persone però..non so cosa fare, mi dispiace per tutti e due..ora questo amico vorrebbe un distacco da me perché so che comunque prova qualcosa e sa che io non ci starei, ma non so che fare, come comportarmi, vorrei rivederlo, ma non so come distaccarmi e se farlo dal mio ex..dovrei forse stare da sola e poi forse capirò qualcosa? non so come muovermi..
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la ringrazio intanto per condividere qui e leggerla. Sembra stia vivendo una situazione emotivamente complessa, ma anche molto comprensibile. Quando una relazione significativa si interrompe, soprattutto se il legame non si chiude del tutto e rimangono contatti, affetto e momenti di vicinanza, è frequente sentirsi confusi, ambivalenti e in difficoltà nel comprendere i propri sentimenti. In molti casi, ciò che viene percepito come “non riuscire a capire cosa si prova” è in realtà una sovrapposizione di emozioni diverse, che rendono difficile ascoltarsi con chiarezza.
Nel suo racconto emerge il senso di colpa. Il fatto che il suo ex partner continui a cercarla, esprima sofferenza e desiderio di tornare insieme, può attivare in lei una responsabilità emotiva molto intensa. Quando il senso di colpa entra nelle relazioni, spesso rende più difficile distinguere tra ciò che si prova realmente e ciò che si sente di “dover” fare per non ferire l’altro. Allo stesso tempo, la presenza dell’altro ragazzo introduce una dimensione diversa. Lei descrive un legame fatto di ascolto, comprensione e leggerezza, elementi importanti in una relazione. Tuttavia, il fatto che non senta un coinvolgimento emotivo forte o definito può indicare che in questo momento non è completamente libera dal punto di vista emotivo, al punto da investire in qualcosa di nuovo. Quando una relazione precedente non è davvero conclusa internamente, è molto difficile accedere a ciò che si prova per qualcun altro in modo pieno e spontaneo.
Il punto che merita attenzione non è tanto scegliere “tra due persone”, quanto comprendere in quale spazio emotivo si trova lei in questo momento. Finché rimane in una dinamica in cui il legame con l’ex è ancora attivo, anche in modo intermittente, è normale che i suoi vissuti restino confusi. Non si tratta di incapacità di capire, ma della mancanza di una distanza sufficiente per ascoltarsi davvero.
Il fatto che lei dica di non riuscire a tornare con il suo ex è un dato importante. Continuare a rimanere in contatto, può mantenere attivo un legame che però non corrisponde più a quello che lei sente oggi.
Anche rispetto all’altro ragazzo, la sua posizione appare coerente con questo stato interno. Il desiderio di rivederlo convive con il dubbio. Il fatto che lui chieda una distanza è comprensibile dal suo punto di vista, ma può rappresentare per lei un momento utile per fermarsi e comprendere cosa desidera davvero, al di là della paura di far soffrire qualcuno.
Nel percorso che sta facendo, è significativo anche ciò che riporta rispetto alla difficoltà di riconoscere i propri bisogni. Questa è spesso una fase importante del lavoro terapeutico... inizialmente si entra più in contatto con le emozioni, ma senza riuscire subito a tradurle in scelte chiare. Non è un segnale che il percorso non stia funzionando, ma che è in atto un processo che richiede tempo per diventare più definito.
In situazioni come questa, creare un po’ di distanza, soprattutto da una relazione che genera senso di colpa e ambivalenza, può aiutare a distinguere meglio tra affetto, abitudine e reale desiderio. Cordialmente, AM
Salve,
scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.
Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.
Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.
C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.
Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.
Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.
Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.
In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.
A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.
Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.
Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.
Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.
Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
sono io il problema?
Sto vedendo una realtà distorta?
Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?
Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
Grazie per l’attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gent.ma, quello che racconta non è descrittivo di una persona “sbagliata”, ma di una persona che è rimasta a lungo dentro una relazione che ha minato, pezzo dopo pezzo, la fiducia in se stessa. Quando si viene costantemente messi in discussione, svalutati, contraddetti e definiti con etichette pesanti, si può smettere di usare il proprio punto di vista come riferimento e si inizia a usare quello dell’altro, anche quando fa male. Ne risulta spesso quindi confusione, senso di colpa, bisogno continuo di capire “chi ha ragione” e il dubbio di essere lei il problema.
Il punto però non è stabilire se lei sia perfetta o meno (nessuno lo è) ma riconoscere la dinamica in cui si è trovata. In una relazione sana, anche quando ci sono difficoltà, esiste confronto, responsabilità reciproca e possibilità di riparazione. Qui emerge un copione in cui lei si interroga, si adatta, prova a capire, l’altro che ribalta, nega, giudica e non si mette in discussione. Questo squilibrio, nel tempo, non chiarisce, ma confonde. Anche i comportamenti che oggi fatica a riconoscere, come il bisogno di controllare o cercare conferme, spesso sono tentativi disfunzionali, ma comprensibili di orientarsi in una situazione in cui la fiducia è stata compromessa. Non definiscono chi è lei, raccontano piuttosto quanto si sentisse disorientata. Inoltre, sentirsi sempre “in difetto”, anche quando si dà molto, anche concretamente. Questo è uno dei segnali più chiari di una relazione sbilanciata, dove il valore personale viene progressivamente ridotto e il senso di colpa aumentato. A quel punto non conta più cosa fa perchè la sensazione è comunque di non essere abbastanza. Le domande che continua a farsi, del tipo “sono io il problema?”, “sto distorcendo la realtà?”, sono comprensibili, ma rischiano di tenerla agganciata a quella stessa dinamica. Perché spostano ancora una volta tutto su di lei, mentre la realtà, come spesso accade, è più complessa e soprattutto relazionale. Il fatto che più professionisti le abbiano restituito una doppia lettura è coerente con quello che emerge. Probabilmente ci sono aspetti suoi su cui lavorare, ma c’è anche una tendenza a entrare in relazioni dove il confine tra realtà e manipolazione si fa sottile. E la difficoltà a crederci fino in fondo è parte dell’effetto che queste relazioni producono. Quello che ha vissuto può portare a perdere fiducia nelle proprie percezioni, sentirsi sempre nel torto, arrivare a non riconoscersi più. Non è un segno che è “malata” o “narcisista”, è il segnale che è rimasta troppo a lungo in un contesto che l’ha destabilizzata. Il lavoro ora non sembra cercare di capire chi aveva ragione, ma recuperare un criterio interno, riconoscere cosa la fa stare male senza giustificarlo automaticamente e soprattutto uscire da quella posizione in cui deve sempre dimostrare di non essere il problema. Cordialmente, AM
Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.
Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
Ne parlammo già io e il terapeuta.
Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
Grazie per le risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, grazie per scrivere. Leggo che andare a letto tardi le provoca un peggioramento netto (stanchezza, difficoltà cognitive, calo dell’energia) e il sonno è un fattore biologico centrale che nel suo caso va rispettato.
È probabile che il terapeuta stia lavorando sulla rigidità comportamentale, invitandola a restare di più nelle situazioni sociali. L’obiettivo sembra valido, ma la strategia non dovrebbe diventare “fare tardi”, ma aumentare la flessibilità senza compromettere il benessere. Evitare un fastidio può migliorare la qualità di vita, ma alterare il sonno, la peggiora. Sarebbe importante distinguere tra evitamento disfunzionale e autoregolazione sana.
Potrebbe riportare il tema in terapia in modo diretto, chiarire che comprende l’obiettivo, ma che questa modalità le crea un danno concreto, chiedendo alternative più sostenibili. Cordialmente, AM
Salve, sono una ragazza di meno di trent'anni e sto facendo un percorso di psicoterapia da molti anni ormai.
Soffro di ansia, DOC e ipocondria.
Sono in un periodo in cui nonostante conosca i meccanismi che mi portano a sviluppare i sintomi e i pensieri ossessivi mi sento bloccata e spesso sono in balia delle mie paranoie. Mi viene istintivo chiedere rassicurazioni mediche perché ho troppa paura di morire o di poter far male agli altri senza volerlo.
Queste paranoie mi stanno cambiando la vita e non so come affrontarle. Avete dei consigli da darmi? So che non è facile con un consulto a distanza, ma qualsiasi spunto potrebbe essermi utile.
Come posso fare per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni mediche? Questa è la cosa che mi sta dando più problemi in assoluto. Spesso penso che delle abitudini normali che ho o cose che ho fatto in passato possano mettere a rischio la mia salute attuale (ad esempio aver usato prodotti chimici anni fa senza protezioni, oppure la muffa in casa), solo che il pensiero non si risolve rassicurandomi con l'assenza di sintomi, ho sempre bisogno di cercare spiegazioni sempre più cavillose per potermi preoccupare di qualcosa che in quel momento fa più presa su di me. Quando analizzo un pensiero ossessivo e mi tranquillizzo questo passa, ma poi me ne viene un altro poco dopo. Non sono mai veramente tranquilla e ho paura che questo possa davvero farmi ammalare.
Avreste dei consigli da darmi? Io davvero non so più cosa fare. Le persone intorno a me cercano di rassicurarmi ma ovviamente non basta, non basta nemmeno farmi esami e vedere che non ho nulla di evidente perché ho paura di qualcosa di nascosto. Secondo voi ha senso ricercare danni nascosti in assenza di sintomi o è del tutto inutile? Una delle cose che più mi terrorizzano sono i danni silenti a lungo termine.
Scusate se posso sembrare paranoica ma spero di aver reso l'idea di quale sia la mia situazione psicologica. Aggiungo che non sono in terapia farmacologica.
Grazie per il vostro tempo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, grazie per condividere. Sembrerebbe da quanto scrive che vi sia presenza di un funzionamento molto frequente nei disturbi d’ansia con componente ossessiva, con aspetti di ipocondria, rimuginio e bisogno di controllo.
Quando compare un pensiero legato alla salute si attiva un bisogno molto forte di rassicurazione. Questa può arrivare sotto forma di controlli, esami, confronto con gli altri o ragionamenti sempre più dettagliati. Proprio questo sollievo temporaneo rinforza il meccanismo, perché insegna alla mente che ogni dubbio va risolto subito e completamente. Dopo poco, però arriva un nuovo pensiero e il ciclo ricomincia.
Quando si chiede se abbia senso cercare danni in assenza di sintomi, la risposta, da un punto di vista psicologico, è che questa ricerca non porta mai a una tranquillità stabile. Il bisogno è essere sicuri al cento per cento e questa certezza, purtroppo, non è raggiungibile per nessuno. Più la si insegue, più la mente produce nuovi scenari di rischio.
Il lavoro consiste, gradualmente, nel ridurre la ricerca di rassicurazioni, imparare a tollerare una quota di dubbio senza risolverlo subito e interrompere il controllo continuo del corpo. Non è semplice, perché inizialmente l’ansia aumenta, ma è proprio questo passaggio che permette, nel tempo, di uscire dal circolo vizioso. Cordialmente, AM
Buongiorno da 9 mesi vivo lo stato di ansia di mio marito.
In seguito ad un lutto e altro problemi ha incominciato ad avere forte ansia al mattino che gli provoca mancanza d'aria. E' in cura con xanax gocce al bisogno, non vuole fare un percorso psicologico e 5 mesi di escitalopram non hanno portato beneficio ma lo hanno solo fatto dormire ore ed ore di fila.
Quindi io mi sono accorta che ogni giorno da mesi vivo la mia giornata in funzione a se lui respira, se sta benino, se sta male quindi se è in down io passo la giornata preoccupata con il magone e lo sconforto. In questi mesi ho perso anche 4 kg pur mangiando. Ho fatto collquio con psicologa ma approccio a lungo termine non va bene per me, non ho bisogno di parlare del passato. Il mio problema è la gestione del presente ed è incentrata sul fatto che non riesco a fregarmene di come lui possa stare e questo mi sta esaurendo. chiedo consigli su terapie veloci tipo tcc tbs. grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, descrive qui un quadro molto frequente in chi vive accanto a un partner con Disturbo d’Ansia Generalizzato/sintomi ansiosi persistenti. Si attiva un meccanismo di ipercontrollo e monitoraggio che mantiene e amplifica il suo stesso stato di allerta. Nell'ottica della Terapia Cognitivo Comportamentale, il focus non è “suo marito sta bene o male”, ma il legame automatico tra il suo stato interno e quello che accade a lui.
Se cerca un intervento rapido e centrato sul presente, la TCC è indicata proprio per lavorare sulla gestione dell’ansia qui e ora, senza entrare necessariamente nel passato. Attraverso tecniche mirate come l’esposizione con prevenzione della risposta e la defusione dai pensieri, è possibile ridurre in poche settimane il bisogno di controllare e recuperare uno spazio mentale autonomo. L’obiettivo non è diventare indifferente, ma smettere di vivere in funzione dei sintomi dell’altro.
Percorsi come la Mindfulness integrata alla TCC aiutano a interrompere il rimuginio e a tollerare l’incertezza, elemento centrale in queste dinamiche.
Un percorso breve, strutturato e orientato agli obiettivi può darle strumenti concreti già dalle prime sedute, con benefici osservabili nel quotidiano. Cordialmente, AM
Salve ho iniziato da poco una terapia di tipo schema therapy con l'obiettivo di uscire dai miei schemi psicologici radicali dopo aver affrontato CCT, soffro di umore tendente al basso con stati depressivi ed ansia generalizzata, difficolta a socializzare,autostima bassa, mancanza di motivazione, procrastinazione, ecc. Vorrei però provare ad iniziare un percorso
parallelo di trattamento di adhd con un altro/a terapeuta, perchè la mancanza di motivazione mi sta creando gravi ripercussioni. La mia attuale terapeuta non si occupa di adhd. Ma non so neanche, se i miei gravi problemi motivazionali siano legati al disturbo adhd o come conseguenza di anni ed anni di montagne russe di stati emotivi. Ho effettuato già in passato un test adhd, ma non ho potuto avere la conferma di disturbo, perché né io né i miei parenti hanno ricordi precisi sulla mia prima infanzia, perciò il test(ufficiale) è risultato poter corrispondere alla diagnosi di adhd senza però conferma definitiva. Non mi interessa nenache avere conferma, ma curare il sintomo, vorrei che qualcuno mi aiutasse a migliorare la motivazione e intraprendere un percorso di costanza. È possibile che il disturbo motivazionale sia solo conseguenza di stati depressivi e quindi riuscirei ad uscirne anche solo con la schema therapy oppure avrei bisogno di un trattamento specifico? E se si, al trattamento di adhd specifico, potrei fare due psicoterapie contemporaneamente e che tipo di psicoterapia per adhd? Grazie per la vostra risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gent.mo, la difficoltà motivazionale può derivare sia da un quadro di Disturbo Depressivo e Disturbo d’Ansia Generalizzato, sia da un possibile Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD), ma i meccanismi non sono identici. Nella depressione prevalgono rallentamento, perdita di energia e senso di inefficacia, nell’ADHD la difficoltà è più legata alla regolazione dell’attenzione, alla costanza e all’avvio dei compiti.
In ottica di Schema Therapy, il lavoro che sta facendo può incidere anche sulla motivazione, perché agisce sugli schemi profondi di autosvalutazione e fallimento. Tuttavia, se è presente una componente attentiva-esecutiva significativa, può essere utile integrare con un intervento più specifico come la Terapia Cognitivo Comportamentale adattata all’ADHD, focalizzata su organizzazione, pianificazione e gestione della procrastinazione. Svolgere due percorsi contemporaneamente è possibile, ma solo se ben coordinati tra terapeuti, altrimenti si rischia dispersione e scarsa efficacia. In molti casi è preferibile un unico professionista con competenze integrate, oppure un lavoro parallelo ma con obiettivi distinti e condivisi.
Un trattamento mirato alla motivazione, alla costanza e alla regolazione comportamentale può essere impostato comunque, monitorando i risultati nel tempo. Se la difficoltà è prevalentemente legata agli stati depressivi, vedrà miglioramenti già con la terapia in corso, se invece persiste in modo trasversale, ha senso approfondire un protocollo specifico per ADHD. Cordialmente, AM
Buonasera, da 25 anni soffro di Sindrome di Menière in modo importante, dopo 3 anni ho dovuto fare un'intervento di infiltrazione di gentamicina per annullare la funzione del labirinto sx, nel corso degli anni la situazione si è stabilizzata ma il filo conduttore è l'incertezza perché ogni santo giorno mi alzo e verifico se sto in piedi oppure no, ma nonostante questa situazione ho sempre cercato di vivere abbastanza nella normalità. Da alcuni anni mi succede che ho paura ad allontanarmi da casa per serate con amici o simili, negli ultimi mesi si è accentuata in modo significativo e il solo pensiero mi crea disturbi intestinali, palpitazioni, febbre, credo che questi siano gli effetti e non la causa, penso che 26 anni di insicurezza quotidiana a causa della Menière, da 5 anni una bruttissima psoriasi e da alcuni mesi anche un'angina possano "giustificare" il fatto che si sia creata questa mancanza di coraggio per uscire... grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, immagino soltanto quanto possa essere pesante vivere per così tanti anni con una condizione imprevedibile come la Sindrome di Ménière.
Il fatto che lei abbia continuato a lavorare, uscire, costruire relazioni e cercare una quotidianità “normale” nonostante tutto, racconta una grande capacità di adattamento.
La paura di allontanarsi da casa, i sintomi intestinali, le palpitazioni, la sensazione febbrile già al solo pensiero di uscire possono manifestarsi quando il corpo e la mente restano per anni in allerta.
Chi convive a lungo con vertigini, instabilità o sintomi imprevedibili spesso sviluppa una forma di ipervigilanza, nella quale il cervello impara a controllare costantemente ogni sensazione fisica per paura di perdere equilibrio, stare male o trovarsi in difficoltà lontano da un luogo percepito come sicuro. In presenza di disturbi vestibolari cronici, si possono sviluppare ansia anticipatoria, evitamento sociale o paura di uscire da soli o di stare lontani da casa. Anche condizioni croniche come Psoriasi e problemi cardiaci o episodi di Angina pectoris possono aumentare il senso di fragilità fisica e mentale.
Esistono comunque percorsi molto efficaci che aiutano le persone con Ménière e disturbi d’ansia correlati a recuperare sicurezza, autonomia e serenità nelle uscite quotidiane.
Un approccio realmente utile, di solito, comprende una valutazione specialistica vestibolare e medica aggiornata, un supporto psicologico orientato alla gestione dell’ansia cronica e della paura dell’imprevedibilità, tecniche di riabilitazione vestibolare, un lavoro graduale sull’evitamento e sul recupero della fiducia nel proprio corpo, eventuale supporto farmacologico, se indicato da uno specialista.Il consiglio è di non affrontarle questi sintomi da solo e di valutare un confronto con uno specialista esperto in disturbi d’ansia legati a patologie croniche e disturbi vestibolari. Intervenire presto spesso evita che il ritiro sociale e la paura di uscire si consolidino ulteriormente.
Le auguro davvero di poter recuperare, passo dopo passo, quella sensazione di sicurezza per tanti anni mancata. Cordialmente, AM
Buongiorno, mi hanno cambiato la cura due giorni fa perché non riesco a star al lavoro e sono sempre con ansia e attacchi. Mi ha aggiunto questo medicinale Pregabalin eg stada italia insieme a xanax mg e zarelis da prendere a colazione e dopo pranzo.
La sera ho solo lo xanax ..
Volevi chiedere se è normale aver giramenti di testa, sonnolenza e essere un po stordita ecc.
Perché non ho mai preso il Pregabalin e con questa combinazione di medicinali mi farà effetto dopo quanto?
E in piu volevo chiedere è meglio non fare neanche un aperitivo?
Grazie Cordiali Saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, ringrazio per la condivisione. I giramenti di testa, sonnolenza e una sensazione di stordimento, sono frequentemente riportati nelle fasi iniziali di una terapia che include Pregabalin, spesso associato ad altri farmaci ad azione sul sistema nervoso centrale come Xanax e Zarelis.
Dal punto di vista clinico, il pregabalin è un farmaco utilizzato anche per il trattamento dell’ansia generalizzata e agisce modulando l’attività neuronale. Nelle prime fasi di assunzione, si possono manifestare effetti collaterali legati proprio a questa modulazione, (es. sedazione, vertigini, stordimento). Quando è presente una combinazione farmacologica, come nel suo caso, questi effetti possono risultare più evidenti per un’azione sinergica. In un’ottica psicologica, è utile considerare come l’introduzione di una nuova terapia possa aumentare l’attenzione verso le sensazioni corporee. Quando si vive una condizione di ansia e attacchi di panico, il corpo diventa spesso un “osservato speciale” e ogni variazione anche attesa e transitoria può essere percepita con maggiore intensità e preoccupazione.
Infine, rispetto al consumo di alcolici, va considerato che sostanze come l’alcol agiscono anch’esse sul sistema nervoso centrale e possono interagire con farmaci come il pregabalin e l’alprazolam, influenzando il livello di sedazione e la percezione soggettiva degli effetti.
In generale, la fase iniziale di una terapia farmacologica per l’ansia rappresenta un momento di adattamento, sia fisiologico sia psicologico, in cui è frequente osservare una variabilità nelle sensazioni corporee e nella risposta individuale. Cordialmente, AM
Salve a tutti, sono una ragazza di 21 anni, da circa luglio 2025 ho iniziato a sviluppare un'ansia incontrollabile. E' iniziato tutto da una semplice settimana a casa da sola in quanto i miei in vacanza, dove avevo la costante paura che dei ladri potessero entrarmi in casa, e da lì per una settimana andavo a dormire alle 6 di mattina per accertarmi che durante la notte nessuno cercasse di entrare in casa, a termine di questa settimana mi viene un forte dolore al braccio, vado in ps e mi dicono semplicemente di calmarmi, facendomi un’elettriocardiogramma in cui era tutto ok. Passa l’estate, torno nella mia città dove vivo da fuorisede, e resto sola di nuovo per due settimane, in cui di nuovo vivo con angoscia la cosa, avendo mille paure, nonostante non fosse la prima volta che fossi sola. A termine di queste sue settimane di nuovo mi viene dolore la braccio sinistro per giorni, sono molto preoccupata, vado in ps ed è tutto ok, analisi ed elettrocardiogramma. Da quel momento in poi inizio a sviluppare continua ansia per ogni sensazione del mio corpo, più mi informo e più sto male, ho paura di qualsiasi cosa, questo va a peggiorare anche il mio rapporto sentimentale. A febbraio litigo pesantemente con il mio ragazzo, finendo per avere un attacco di panico con tremore, conati di vomito, dolore braccio sinistro e confusione, vado in ps, tutto okay come al solito e mi danno semplicemente un tranquillante. Un mese dopo torno al ps per emorroidi, le quali non avendole mai avute e avendo una certa perdita di sangue mi hanno fatto preoccupare. Tralasciando queste varie esperienze in questi mesi ho fatto vari elettrocardiogrammi, ecografie, hotler, analisi del sangue, tutto ok, ma ho sempre ansia. Ieri ho litigato di nuovo col mio ragazzo e di nuovo stessi sintomi di attacchi di panico, sto male, è difficile riprendersi. Io non so più cosa fare, non so se può essere correlato ma ho un ritardo del ciclo di 10 gg (uso precauzioni) e al posto del ciclo ho perdite marroni, non vorrei fosse collegato allo stess, non so cosa fare e non riesco nemmeno a parlarne con i miei, il mio ragazzo soffre anche lui per tutte le mie ansie e attacchi di panico, avrei bisogno di un consiglio, grazie in anticipo
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da quanto riporta, l’esordio della sua ansia e l'essere rimasta sola in casa, con la percezione di dover “controllare” la sicurezza, ha attivato uno stato di allerta che il suo corpo ha poi imparato a mantenere. Da lì in avanti, ogni sensazione fisica è diventata un possibile segnale di pericolo e più ha cercato rassicurazioni (controlli medici, informazioni online), più l’ansia si è rinforzata.
Il fatto che gli esami cardiologici e clinici siano ripetutamente nella norma è un elemento molto importante che orienta verso un quadro di ansia con forte componente somatica e attacchi di panico, in cui il corpo reagisce come se ci fosse un pericolo reale, anche quando non c’è. Il dolore al braccio, il tremore, la nausea, la confusione: sono sintomi tipici di una risposta di attivazione intensa del sistema nervoso.
Un altro dato importante è che più si informa e controlla, più sta male.
Anche le situazioni emotive, come i litigi con il suo ragazzo, sembrano funzionare da “innesco”: l’attivazione emotiva si traduce rapidamente in sintomi fisici intensi, fino all’attacco di panico.
Per quanto riguarda il ritardo del ciclo, lo stress e l’ansia possono effettivamente influire sul ciclo mestruale. Tuttavia, per maggiore tranquillità, può essere utile fare un test di gravidanza o confrontarsi con il medico o la ginecologa, per togliere un dubbio concreto che in questo momento potrebbe alimentare ulteriormente l’ansia.
Sul piano psicologico, ci sono alcune direzioni di lavoro importanti. La prima è comprendere e ridurre il meccanismo che li mantiene. In particolare, imparare gradualmente a non reagire a ogni sensazione corporea come se fosse un pericolo. Questo richiede tempo e spesso un supporto professionale.
Un percorso con uno psicologo, può aiutarla a lavorare sul riconoscere i segnali dell’ansia, interrompere il ciclo di controllo e rassicurazione, gestire gli attacchi di panico quando arrivano e affrontare le situazioni (come stare da sola) che ora attivano paura. In alcuni casi, se i sintomi sono molto intensi, può essere utile anche un confronto con uno psichiatra per valutare un supporto farmacologico temporaneo.
Un punto delicato è anche il fatto che faccia fatica a parlarne con i suoi e che il suo ragazzo sia a sua volta in difficoltà. Tenere tutto dentro tende ad aumentare la pressione interna. Non è necessario raccontare tutto subito, ma iniziare a condividere anche solo una parte di quello che sta vivendo con una persona di fiducia può alleggerire molto. Gli attacchi di panico e l’ansia possono ridursi in modo significativo quando si interviene sui meccanismi che li sostengono. Il passo più utile, in questo momento, non è fare altri controlli medici, ma potrebbe essere iniziare a prendersi cura di questa dimensione psicologica con un aiuto adeguato. Cordialmente, AM
Buongiorno per ansia e attacchi di panico la terapia cognitivo comportamentale va bene?
E in cosa consiste,il metodo?
Grazie Cordiali Saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la terapia cognitivo-comportamentale è considerata uno degli approcci più efficaci per il trattamento dell’ansia e degli attacchi di panico, come il disturbo di panico. Si tratta di un modello psicoterapeutico strutturato e orientato al presente, che lavora sui meccanismi che mantengono il problema nel tempo.
Dal punto di vista del metodo, la terapia si basa sull’idea che pensieri, emozioni e reazioni corporee siano strettamente collegati tra loro. Nelle persone che soffrono di ansia o panico, alcune sensazioni fisiche come tachicardia, vertigini o respiro corto vengono interpretate come segnali di pericolo imminente. Questa interpretazione attiva un circolo che intensifica ulteriormente i sintomi, fino ad arrivare all’attacco di panico.
All’interno del percorso terapeutico, il lavoro consiste nel riconoscere questi automatismi e modificarli gradualmente. La persona viene aiutata a comprendere come funzionano i propri pensieri ansiosi, a ridurre l’attenzione costante sul corpo e a sviluppare modalità più funzionali di risposta alle situazioni che generano paura. Un aspetto centrale è anche l’esposizione graduale alle situazioni o alle sensazioni temute, in modo da interrompere il meccanismo di evitamento che spesso mantiene il disturbo. La terapia cognitivo-comportamentale è generalmente focalizzata su obiettivi concreti e condivisi, con un ruolo attivo della persona nel percorso. Questo permette, nel tempo, di acquisire strumenti utili non solo per ridurre i sintomi, ma anche per prevenire eventuali ricadute. In sintesi, si tratta di un approccio mirato e basato su evidenze scientifiche, che interviene direttamente sui processi che alimentano ansia e attacchi di panico, favorendo un cambiamento sia a livello cognitivo che comportamentale. Cordialmente, AM
Save sono una ragazza di 23 anni che lavorava in un supermercato ho iniziato a soffrire di vertigini da stress ansia forte e attacchi di panico fino a non uscire piu di casa ma passare le giornate a casa piangendo.. ho iniziato a prendere zoloft adesso da cinquantaquattro giorni ho aumentato a zoloft + levopraid + xanax pomeriggio e mirtazapina la sera e sembra che piano piano stavo recuperando adesso da due giorni sto risentendo un po d ansia e vuoti di testa improvvisi ebato avemdo un po paura è una cosa normale che ci vigliono piu giorni o sto tornando indietro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, grazie per condividere qui. Sta riportando qualcosa di molto frequente nei percorsi di cura per ansia, attacchi di panico e agorafobia. Dopo un primo miglioramento, possono comparire momenti di ricaduta o oscillazioni dei sintomi. Questo non significa che stia tornando indietro, ma che il percorso non è lineare.
Farmaci come Zoloft, Xanax o Mirtazapina hanno bisogno di tempo per stabilizzarsi pienamente e anche piccoli cambiamenti o stress possono riattivare temporaneamente l’ansia o i “vuoti di testa”.
Il punto importante sembra essere che lei aveva già iniziato a stare meglio. Due giorni di aumento dell’ansia rientrano nella normalità, ma è utile monitorare la situazione e confrontarsi con il medico curante per eventuali aggiustamenti.
Accanto alla terapia farmacologica, un percorso di psicoterapia per ansia e attacchi di panico può aiutarla a gestire i sintomi e a ritrovare gradualmente autonomia nella vita quotidiana. Cordiali saluti, AM
Buongiorno, sono turbata da una situazione che si è venuta a creare in casa. Mio figlio di 19 anni e suo padre hanno avuto una litigata tremenda. E' partita da una sciocchezza per la quale mio marito si è rivolto in tono sgradevole ai nostri figli. Mia figlia ha ignorato, mio figlio ha avuto uno scatto di rabbia sproporzionata e preteso scuse. Mio marito si è irrigidito e ha cominciato con attacchi personali molto cattivi nei confronti di mio figlio. Io cercavo di calmare entrambi senza riuscirci. E' intervenuta anche mia figlia per aiutarmi. Siamo riuscite a riportare mio figlio alla calma ma mio marito rilanciava di continuo, fino a quando mio figlio ha accettato che la sorella lo portasse fuori dalla stanza. Da allora sono passate 3 settimane e non si parlano più. Quando si trovano insieme si ignorano, fanno come se l'altro non fosse presente in stanza. Mio figlio è ancora pieno di rabbia e mio marito non vuole fare aperture, sembra preferire tagliare i ponti. Non so come aiutare alla ripresa del dialogo per ripartire e riparare il rapporto. Sarei grata se mi poteste dare suggerimenti in merito. vi ringrazio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, sembra che abbia vissuto un conflitto familiare intenso, in cui rabbia e rigidità stanno mantenendo la distanza tra suo marito e suo figlio. In queste situazioni è importante non forzare subito il chiarimento, perché le emozioni sono ancora troppo attive.
Può essere utile parlare con ciascuno separatamente, aiutandoli a riconoscere cosa li ha feriti davvero, senza prendere le parti. Dei piccoli segnali di apertura (momenti condivisi, gesti neutrali) possono favorire una graduale ripresa del dialogo.
Se il silenzio continua a sussistere, potrebbe essere utile considerare un percorso di supporto psicologico familiare che possa aiutare a sbloccare la comunicazione e a ricostruire il rapporto in modo più funzionale. Cordialmente, AM
Salve ho 50 anni e premetto che sono sempre stato ipocondriaco e ansioso, da qualche tempo ho paura di strozzarmi deglutendo il cibo, ho una sensazione di avere tra gola e palato un bolo, a tavola mangio poco o quasi nulla per paura di soffocarmi. Ma la cosa che mi preoccupa è che da quando ho avuto il problema di aver paura di soffocare, ho perso qualche chilo per me di troppo, sono alto 196 e attualmente peso intorno agli 80 chili.. Sto mangiando molto meno rispetto a prima solo pasta e frutta a pranzo e poco a cena. Ho paura di andare sottopeso o che non riesca a recuperare. Ho paura di avere qualche patologia, mi misuro spesso pressione, ho fatto recenti analisi sangue che sono risultate regolari. Ho paura di non riuscere a superare questo problema.Attendo un vostro gradito consiglio.. Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, ha condiviso un quadro che sembra molto compatibile con ansia somatizzata e paura di deglutire (spesso chiamata “bolo in gola”), frequente sensazione in chi soffre di ipocondria e disturbi d’ansia. Il fatto che le analisi siano nella norma è un elemento rassicurante e va tenuto in considerazione. La paura di soffocare può portare, come nel suo caso, a mangiare meno e perdere peso. Questo è un effetto dell’ansia, non necessariamente il segnale di una patologia organica. Più si evita il cibo per paura, più il timore tende a rinforzarsi, creando un circolo che si autoalimenta.
È importante intervenire su questo meccanismo.. piccoli passi graduali nel reintrodurre il cibo, senza forzarsi ma neanche evitando, possono aiutare. Parallelamente, un percorso di psicoterapia per ansia e ipocondria è particolarmente efficace per lavorare sulle paure legate alla salute e sulle sensazioni corporee.
Se la perdita di peso continua, può essere utile anche un confronto con il medico per monitorare la situazione. Cordiali saluti, AM
Buongiorno dottori,
scrivo per chiedere il vostro aiuto. Sono una persona, timida introversa e paurosa. Ho sempre avuto difficoltà a interagire con gli altri, ma poi pian piano ho migliorato la mia autostima, ho imparato a volermi bene, accogliere pregi e difetti e correggere ove possibile qualche difetto. Mi è sempre stato difficile esternare sentimenti ed opinioni, ma poi ho imparato a nominare i miei sentimenti e adottare tecniche per abbassare la tensione emotiva e quindi esprimere sempre meglio me stessa. Ho imparato l'importanza del dialogo costruttivo per la mia persona e quindi ho imparato ad esprimere sempre meglio la mia opinione ed accogliere il confronto e l'errore come elementi per crescere. Ultimamente, però, trovo difficoltà nel riconoscere una indipendenza personale del mio giudizio, cioè faccio fatica a dire che il mio giudizio è valido perchè personale, nasce dalla mia esperienza e da come mi relaziono col mondo e le persone a me care. Riconosco che nel muovermi nella realtà, faccio quello che mi rende serena e in equilibrio con quello che sono: esempio se voglio mangiare il gelato scelgo di andare in un certo luogo con un certo metodo che mi far stare bene, serena. A volte però mi scontro col rifiuto di questo mio giudizio e questo mi fa male, soprattutto se viene da persone di cui ho fiducia o affetto. Come posso interrompere questo malessere e ritenermi ugualmente valida e non dettata dal giudizio degli altri? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, nello scritto che ha condiviso racconta un percorso personale importante. Nel tempo ha imparato a conoscere meglio sé stessa, ad ascoltare le proprie emozioni, ad affrontare la timidezza e a costruire maggiore consapevolezza nelle relazioni. La difficoltà che sente oggi non riguarda una mancanza di valore personale, ma il peso emotivo che può avere il giudizio degli altri, soprattutto quando proviene da persone significative.
Spesso, anche dopo una crescita personale profonda, può rimanere il bisogno di sentirsi confermati o riconosciuti dall’esterno. Quando questo non accade, possono emergere insicurezza, dubbio o sofferenza, pur avendo costruito una buona autostima. Imparare a dare spazio e legittimità al proprio punto di vista, senza viverlo come “meno valido” se non condiviso dagli altri, rappresenta un passaggio delicato ma fondamentale per il proprio equilibrio emotivo.
Un supporto psicologico può aiutarla a rafforzare la fiducia nel proprio giudizio, gestire la sensibilità al rifiuto e vivere le relazioni con maggiore serenità, senza sentirsi definita esclusivamente dall’approvazione altrui. Cordialmente, AM
Ho 26 anni, ho già fatto visite cardiologiche (anche in Germania) che sono risultate negative. Però sto malissimo: sento morsa al petto, scosse, peso allo stomaco e ho il terrore costante di morire. Non dormo bene e cerco un aiuto per gestire questi attacchi di panico e tornare a vivere tranquillo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gent.mo, gli attacchi di panico possono manifestarsi con sintomi fisici molto intensi, con oppressione al petto, tachicardia, sensazione di pericolo imminente, tensione allo stomaco, insonnia e paura di morire. Anche quando gli esami medici risultano rassicuranti, la sofferenza percepita è reale e può incidere profondamente sulla qualità della vita.
Un supporto psicologico può aiutare a comprendere il funzionamento dell’ansia, ridurre il circolo della paura e ritrovare gradualmente una sensazione di sicurezza e stabilità nella quotidianità. Cordialmente, AM
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Gentile paziente,
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